Desiderio.

Desiderio.

A volte si attende un momento particolare. Il momento di imprimere un ricordo nelle menti molto distratte. È arrivato, è arrivato il momento che più si cerca e meno si trova, per questo è un momento speciale.

Ho tre nuovi desideri da cercare di far miei, inseguirli e raggiungerli. Sono desideri riposti nel l’angolo delle cose meno importanti per cui si debba averne cura particolare, quindi in grande maggioranza, i desideri pur futili possano apparire non sono mai banali. L’obbiettivo vuol dire il centro di un desiderio, e per fare centro bisogna che il cuore sia connesso, senza di lui non ha senso prefiggersi la ragione vitale di tirare dal l’arco una freccia sperando sia centro. Ho tre nuovi desideri da raggiungere, uno l’ho già raggiunto… partire da casa e arrivare sulla collina e ridiscenderla quel poco. Il secondo desiderio che mi sono prefisso è di partire da casa, salire sulla collina, scenderla e attraversando vie e paesi ritornare al punto di partenza, il focolare.

Il terzo desiderio è nato oggi, adesso, dopo una voce sentita. La voce di un amico. Un amico è colui che oltre il bicchiere di vino, si divide il sentimento di sentire sulla propria pelle lo stato d’animo della persona che ha di fronte. Amico è chi si interessa tanto di un altro amico a tal punto di permettersi di giudicarlo… ed è un errore. Un battibecco, forse iniziato per eccesso di giudizio, senz’altro mosso da ideali di vera amicizia. Mi son sentito di dare e non ricevere. Mi son sentito di non riuscire a lenire il dolore di un amico, e ferito, ho indossato l’armatura di difesa del giudizio… che non mi spetta, e si creò un diverbio tra noi, due amici. Non mi spetta l’arroganza del giudizio, non spetta a nessun umano. E si è creato un dissapore. Qualche messaggio via etere, sintetico e a tratti sprezzante. I pollici alzati al l’insú di internet non sono un saluto sincero. Una rottura, poi d’incanto l’amico scrive senza pollice alzato, e in attimo è tutto finito. Il rancore svanisce in un essenza di pace. Ho da ringraziare per questo miracolo d’amore. Siamo ancora più amici di ieri con il tacito accordo di lasciare che ognuno sia ciò che ha scelto di essere… volente o nolente. Che ognuno sia chi appare sul palcoscenico della vita presentando la sua maschera di scena. Dietro le quinte si strappano a due mani facce false dal viso, per far apparire rughe di speranze e sogni.

Il terzo desiderio è di percorrere quel sentiero che mi porta alla meta ma, non solitario come una tigre dopo la monta, mi farebbe piacere fosse con il mio amico ritrovato. Un tardo pomeriggio d’inverno, sarebbe bello partire con lui su per la china. Torce accese su per il sentiero irto come la nostra voglia d’arrivare, e guadagnata la cima per sederci uno accanto l’altro su di una roccia con un bicchier di vino in una mano, e un sigaro nel l’altra. Magari senza scendere a valle, tant’è che il sogno si può interrompere in qualsiasi momento. E questo è il mio ultimo desiderio.

 

Il giudizio. C.41 P.386 26 Dicembre 2018

Il giudizio.

Oggi è il 25 di Dicembre, per un bel pezzo di mondo oggi è Natale, che se era ieri è uguale.  Per un bel pezzo di mondo oggi di duemila e quasi vent’ anni or sono nasceva il Cristo, un bambino saggio di nome Gesù che adolescente insegnava verità ai dotti del Tempio. Sacerdoti che non hanno saputo interpretare il verbo di verità assoluta e anni dopo lo hanno immolato per sedare le loro paure. La paura del “nuovo” quindi di verità. Oggi è Natale, lo vedi per le strade e lo senti sotto la pelle, adesso è Natale per tutti, anche per chi non sa che Gesù ha detto, Ama il Prossimo tuo come te stesso.

Non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al l’animo di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene, allora scatta un immagine celeste in testa, e con il cuore impari ad amare.

È facile dire a parole ti amo il difficile è metterlo in pratica, perché il più delle volte si dice ti amo perché si deve dire…

Ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto è quello vero, qualche persona purtroppo non capirà mai la differenza che mi illudo di conoscere.

A molti fa timore ancora Gesù, perciò lo bestemmiano, molti hanno ancora paura del nuovo. L’uomo bianco non smette di diffidare del l’uomo dal colore di una pelle diversa, anche se i suoi antenati erano neri, lo stesso si ostina a non voler pensare che il sangue è rosso per ognuno di noi. Puntiamo il dito dito per giudicare e lo si fa sovente senza pensare, forse non sanno o si sono dimenticati di quel l’uomo inginocchiato che con la punta del dito tracciava segni sulla sabbia, a cui fu chiesto cosa si sarebbe dovuto fare di una prostituta e adultera trascinata per i capelli al suo cospetto perché la giudicasse. Quegli uomini gridavano a gran voce che la donna fosse lapidata e Gesù rispose… scagli la prima pietra chi non ha mai peccato… e tutti se ne andarono, nessuno scaglió una pietra contro la Donna.

É facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’ Anima, basta non giudicare. Sia buona vita per tutti. Belli e Brutti.

Volare sulle ali del tempo. C.17 P. 267 02 11 18

Volare sulle ali del tempo.

Quantificare il tempo è come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantifico che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica.

Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza il tempo. Il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatico al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

È lui il padrone di noi. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode al l’imbrunire della sera che incalza ammorbando i rumori.       Il venir buio vede le persone a tavola dopo una giornata di lavoro, o di tribolazioni varie, che oggigiorno il lavoro e solo saper vivere e molto spesso sopravvivere. E il tempo è li onnipresente come le nostre credenze che altro non sono che un riparo alle insidie della vita. Intanto lui, anche in questo momento ci avvolge…

il tempo scandito da campane, suoni rumori e anche pace. l tempo é come l’amore che fa ciò che vuole. E’ come piantar patate e raccogliere rape e se il tempo non si può cambiare, al cuor non si comanda.  Intanto il nostro viso cambia davanti allo specchio dove ad occhio spento ci stiamo spazzolando i denti… e ancora non sappiamo dare un volto al tempo. Lui ci sfugge perfido e soave come un’anguilla sguscia tra le mani dopo la cattura.
Il tempo è quella cosa che è meglio si faccia Amico. Sapere che alla fine vince sempre lui non ci può che indurre al totale rispetto di quella cosa senza volto, il tempo.

Uno. Oggi sono contento C.2 P. 712 17 10 18

UNO.

Oggi sono contento…

Sono di tanto contento detto alla Fiorentina. Sö contêt, a dirla alla Bergamasca che poi ogni mondo è paese. Son contento in Italiano e felice in tutte le lingue del Mondo.

Non è facile essere contenti. Bisogna sudarsela. È un farsi largo tra le preoccupazioni quotidiane. Essere contenti capita di rado. Per i più fortunati si è contenti e felici un tre giorni al mese. Essere contenti e felici significa raggiungere uno stato mentale di assoluta quiete interiore. L’eccezione conferma la regola del possibile anche se raro. Qualche eletto si bea di molti più giorni che di tre nel l’arco di una trentina. Anime elette, anime nobili… perlopiù i poveri. Loro sono persone che dividono ventiquattro ore tra lavoro o che di altra occupazione si tratti, casa, dormire e per qualcuno pregare, per altri sperare che è la stessa cosa.

Quantificare il tempo e come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantifico che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica. Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza tempo… il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatica al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

Andiam per foto, andiam per fotogrammi di ricordi, ma la realtà ci sfugge tra le dita delle mani. È lui il padrone di noi, l’incessante onnipresente tempo. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode al l’imbrunir della sera che incalza ammorbando i rumori, così che divengano momenti di quiete.

Il dolce timido suono delle campane che aiuta a sopravvivere avvolgendoti in una coperta di speranza. Sopravvivere anche al prezzo di fare quello che non si dovrebbe fare, che pesa sullo stomaco come un macigno di pietra dura per chiunque sia costretto a non seguire le regole. Che poi nessuno è costretto. È il disegno della vita che ci è stata assegnata.  Nessuno è più cattivo di un altro, è solo il posto assegnato e di dove ci si  ritrova a recitare il ruolo della vita.

Allora, forse è per colpa di quel macigno che i giorni di felicità sian tre su trenta. E quel masso da portare non pesa sullo stomaco solo di chi non segue le regole, fa sentire il suo enorme peso anche a chi ha la responsabilità di dare lavoro alla gente, di chi non arriva alla fine del mese.

Tre giorni di quiete in cui son contento. Tre giorni in ordine sparso mai uguale al mese precedente. Meglio non conoscere il futuro. Sarebbe bello ma forse è ancor meglio che ogni giorno ognuno porti la croce o si prenda le sue incombenze quotidiane che dir si voglia. È il sistema migliore per arrivare a evadere la mente. Avessimo la totale contentezza e felicità ogni giorno, a lungo andare finiremmo per disconoscerla. La felicità si raggiunge con sacrificio e sofferenza, che portano l’essere vivente a raggiungere il meglio del suo stato d’animo. La felicità va conquistata non a suon di spada, ma a suon d’Amore per poter dire ogni giorno… sono contento.

Tccè giônni al mese, ammia, m’abbastano p’sse contentū e feliscē… e oggi sono contento perché io e mia moglie, abbiamo fatto al l’Amore

Come il tempo io resto.
Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo guardo nel vento e sul prato che pesto.
Lo vivo sputando e caparbio imprecando.
Lo passo sul fuoco che non si è mai spento.
Lo meno in avanti con quello ho fatto.
Lo immagino ancora con quello che vivo.
Lo stringo sul cuore che ancora mi porta.
Non ho più paura per la sera o la fine,
di quella che resta, di quella che viene.
Di quello che ancora mi continua a stupire.
L’ amore che Lei mi prepara contenta.
Lo vivo così, lo leggo sul volto.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo vedo negli occhi dell’ amore che ho,
come il campo che pesto, come le ore che sono.
Amore dovuto, motivo per restare.
Il tempo lo sai, non ci può più lasciare.
Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora.
Col tempo io resto.
Col tempo io sono.
Contento di noi.
Felici del dono.

Come il tempo, io resto!

Altri tempi… C.11 P.1461 08 09 18

ALTRI TEMPI.

Era il dopo”68”, si era da poco smesso di mettere calzoni corti e calzettoni bianchi la domenica. Noi ragazzi adolescenti giocavamo con cerbottane caricate di “frecce” fatte di strisce di carta sapientemente arrotolate con abbondanti leccate di saliva che ne irrobustivano il puntale.  Quando invece non si facevano interminabili giri delle solite quattro vie percorse a cavallo di bici da cross con fiocchi multicolori penzolanti ai lati delle manopole e cartoline sui raggi delle ruote per far sentire che arrivavi, ad eccezione di quando di tanto in tanto ci si fermava furtivi ai premere sui campanelli delle case per poi scappare a razzo prima che uscissero gli abitanti che si rendevano conto di essere stati disturbati inutilmente da dei piccoli vandali urbani.

Pomeriggi assolati a giocare a palla di cuoio cucita a mano che quando malauguratamente ti colpivano in faccia, lasciavano il segno per giorni ed era impossibile dire a mamma e papà che non avevi giocato a pallone con pantaloni e scarpe lucide che ti era proibito indossare perché ‘vestiti della festa’.

Era anche il tempo di partite di figurine di calciatori che venivano poste a qualche metro di distanza accatastate una sul l’altra per il numero dei giocatori in gioco, e passavano di mano in mano dei possessori quando il fortunato piattello di piombo lanciato con sapiente delicatezza, si avvicinava di più alle “Panini” che perlopiù raffiguravano i grandi campioni di calcio dell’epoca.

Le rare “scandalose” sale da ballo erano frequentate da uomini e donne adulti che di sabato, rincasavano prima della mezzanotte perché anche se da poco tempo non si credeva più ai gatti neri che nella notte portavano via bambini cattivi. Meglio non tornare lo stesso troppo tardi… lavandaie e portinaie, il giorno dopo avrebbero avuto un gran dire di persone che frequentavano la notte e avrebbero sparlato di loro con fantomatiche e assurde allusioni alla cattiva educazione ricevuta dai genitori.

Di domenica, le sale da ballo venivano gremite dalle tre di pomeriggio sino alle sette di sera. Si ballava il Valzer, il Tango, balli popolari e per i più audaci il twist con gambe che si intrecciavano nella frenesia di un calice di troppo.  Dopo cena telegiornale e carosello, perché il giorno dopo era lunedì e si doveva lavorare tutti e studiare pochi a parte ragazzini in grembiule nero e fiocchi celesti o rosa.

Noi quattordicenni si muoveva i primi passi nel misterioso mondo femminile che ancora un po’ ci schifava ma di più ci affascinava. È la classica mela ‘proibita’ raccolta da un albero…
Si sognava di baciare una ragazza anche se avevamo paura di muovere la lingua perché spesso per molti era la prima volta, e non si sapeva come cosa si dovesse fare. Tutti impauriti, ma si doveva fingere autorevole sicurezza, forse per questo allora si allestivano improvvisate sale da ballo fai da te. Per farlo, in casa non rimanevano che scantinati e solai, spazi non usati dalle nostre famiglie. Si ammassavano in un angolo tutte le cianfrusaglie che in genere erano masserizie in disuso o mobili della nonna. Un telo di lenzuolo liso e bucato in genere era la miglior parete divisoria che ci potevamo inventare… palla di specchio mosaico girevole al centro del soffitto della stanza e tre lampadine dipinte con pennellate di vernice avanzata dal dipingere il cancello di casa puntate su di essa, per avere un effetto scenograficamente psichedelico.

Un quarantacinque giri di Barry White di sottofondo e qualche manifesto alle pareti di Lucio Battisti  e Mina o di Mal dei Primitives, quando non era un immagine di bianco borchiato d’oro e argento… il solito Elvis.   Un tavolino con sopra bottiglie di aranciata o chinotto per le donzelle e per i cavalieri, cherry, Punt e Mes e Martini, la festa aveva inizio… sempre e solo rigorosamente di domenica alle 4 del pomeriggio. Solitamente a quel l’ora l’invito era per l’unica ragazza carina che accettava di venire fra le 10 a cui si era chiesto in settimana a condizione che fosse accompagnata dalla cugina o amica solitamente racchia… ma a quel l’età andava bene tutto, era un esplosione d’ormoni senza cervello, e contava solo il risultato finale, non ci si doveva innamorare, serviva solo il pulsare di certe emozioni che c’erano totalmente sconosciute, e sopratutto era essenziale dare il primo bacio… alla francese.

Noi ragazzi invece ci presentavamo due ore prima perché a parte l’ansia, si allestiva in fretta e furia un altra parete fatta da un telo di stoffa, serviva da separé per coprire la branda dove forse un fortunello si sarebbe appartato con la sua ragazza e questo lavoro andava fatto alle ultime ore… un genitore troppo ficcanaso si sarebbe potuto presentare per un presunto ultimo saluto prima di pranzo e di certo non avrebbe gradito vedere il ‘giaciglio’.  Ovviamente il numero di noi ragazzi era sempre non inferiore alle 5 o 6 unità e finiva che un paio almeno, abbandonavano il campo ore prima, e se ne andavano da duri adducendo di essere stanchi di fare quelle cazzate ma in realtà avevano capito che non venivano cagati nemmeno dalla racchia e finivano nel solito bar per una partita di flipper.
I rimanenti non di rado usufruivano di baci regalati a turno dalle ragazze, anche se il preferito rimaneva per tre dischi suonati e ascoltati in compagnia della bella.

Poi arrivarono inesorabili gli “80” e i “90”… sale da ballo si fecero quasi inesistenti, e delle “stanze con teli” quasi nemmeno il ricordo. L’ora delle discoteche aveva suonato il gong presentandosi con l’abito luccicante al mondo visto da occhi poco più che adolescenziali. Nelle discoteche non si ballava solo di sabato e domenica ma spesso anche di venerdì e a qualche se pur raro invito privato settimanale,  ricorrenze felici.

I dischi in vinile vennero iniziati alla loro raccolta di culto e le musicassette spopolavano nei mangianastri. Ormai anche noi eravamo diventati adulti e non si usciva più agli orari dei nostri genitori e non certo di domenica pomeriggio perché era diventato un uso da sfigati.  Alle none e mezza di venerdì sera si entrava allo Shacher piuttosto che al River o al Mille Luci per rincasare intorno alla 1 e mezza, mentre il sabato un po’ più tardi.  Non si limonava più e dopo aver bevuto un paio di gin tonic e fumato Muratti si andava in camporella con i vetri della Djane che si appannavano velocemente d’inverno, e d’estate si coprivano per bene con fogli di giornale in luoghi  appartati.  Intanto Michael Jackson gridava dai pannelli dell’auto, la sua voglia di vivere, e Noi con Lui…

È passato da un bel pezzo il “2000”, adesso gruppetti di ragazze e di maschietti adolescenti, escono di casa alle 11, alcuni accompagnati da un genitore che a turno li porta in qualche locale con nomi strani e incomprensibili se non per il loro senso trasgressivo che incute timore il solo pronunziarli. Poi vengono riaccompagnati a casa alle 2 o 3 di notte da un altro genitore di turno. Mentre per quelli più grandi (si fa per dire) dopo le 3 inizia la movida, inizia lo sfascio totale del corpo della mente e dei sensi. Non si limona più, e non si va più in camporella, al l’alba dopo aver ascoltato musica tecno dal ritmo assillante o rap snervante che può essere composto e cantato dal primo imbecille che potrei essere io stesso, voglia anche solo provare. La canzone è musica melodica cantata, non ritmo noioso ad una sola voce parlato… moltissimi sanno parlare, pochissimi sanno cantarequasi nessuno sa ascoltare.
Il devasto dei sensi è finito, distrutti da pasticche, bevute e quanto altro di cose ingurgitate senza nemmeno sapere cosa fossero, al di là di conoscere che hanno un tasso alcolico superiore ai 50 gradi.

Finalmente è finita, i guerrieri della notte, al mattino di buonora sono al bar, quello di chi non si arrende mai, e lo affermano a voce alta dal l’alto dei loro vent’anni. Stanno lì, sbracati su una sedia con un braccio appoggiato al tavolino e l’altro penzoloni che dice quanto è fiero nel l’incuranza di tenere una posa più educata e gentile. Lo sguardo di occhi opachi e storditi, mostrano la gloria di una notte brava… passata, vissuta… anche se totalmente inutile quanto sprecata. Sono lì, al bar e bevono un cappuccio con brioches che si vomita quasi sempre insieme al resto un ora dopo il ritorno a casa. Sono le 8 del mattino e gli irriducibili guerrieri della notte frugando nelle tasche per cercare le ultime monete rimaste, trovano il preservativo ancora bello bello impacchettato, sbuffano e sospirando se ne vanno a casa… hanno fatto di tutto ma non hanno fatto la cosa più bella al mondo da fare insieme a mangiare e dormire… E… si fanno due seghe… una mentale. Bisognerebbe tornare al “68” e mettere fiori nei nostri cannoni, meno seghe e più esplosione di colori.

Informati del nostro star bene C.12 P.421 11 Agosto 18

Informati del nostro star bene.

È contorto il sentiero che porta ai cuori della gente. Quel labirinto in cui tutto si imbriglia in pensieri confusi speranzosi di trovare la via d’uscita. La prova da sostenere ogni giorno per rimanere abbarbicati ad uno sciocco vanesio modo di vivere perché quasi sempre di vanità si tratta. Ogni controversia e difficoltà nella vita è data da un comportamento futile quanto inutile ed é sempre per alter ego che ci spinge in lidi poco raggiungibili, perché anche si raggiungano non fanno altro che alimentare il desiderio di volere altre spiagge dove approdare.

In sostanza è fare male a se stessi ma noi lo scambiamo erroneamente nel cercare di potenziare il nostro sapere, che spegnendosi lentamente, si è fermato il momento che ha desiderato oltre il necessario… cioè quasi sempre.  Amiamo cose fatti e persone ma non si disdegna di avere più del superfluo. I “fatti” li usiamo a seconda di come ci viene meglio e le persone le usiamo ad uso e consumo a seconda di come ci conviene. Ipocrisia? No! Nessuno è ipocrita anche se nel l’uomo è insita l’ipocrisia sin dalle cellule riproduttive di una gestazione. Come porre rimedio alle problematiche dell’ipocrisia, c’è solamente da chiedersi ogni fine di un giorno il perché quel giorno abbiamo vissuto. Sarà in quegli istanti che emergeranno fotografici pensieri in cui rivedremo e ci riascolteremo. Quante stupidaggini avremmo evitato con il senno di poi,  quante inutili puerili critiche da cortile eviteremmo in futuro?!  Quanto più amore si potrebbe dare invece che sprecarlo nel vano tentativo di averlo quando al contrario siamo già pieni d’amore, non lo fossimo sarebbe il caos della ragione. Non fossimo dotati d’Amore, non riusciremmo mai a districarci nei sentieri contorti che portano ai cuori della gente. Forse la vita andrebbe presa a dorso di un asino con la bella che ti abbraccia da dietro, magari inforcando maldestramente un giornale da sfogliare mangiando notizie prese a casaccio da poche righe lette alla rinfusa. Un uomo e una donna che si amano percorrono la strada di casa a dorso di un asino mentre uno di loro sfoglia un giornale… un modo come un altro per evadere dal l’ipocrisia e presentarsi nel vivere per ciò che siamo in realtà.  Uomini che senza un asino non vivrebbero felici e le notizie le apprenderebbero comunque ma quelle del vicino di casa non dal mondo di cui tutti facciamo parte. È contorto il sentiero che porta ai cuori della gente, per fortuna possiamo essere informati del nostro star bene.

Non si era mai vista un Italia così bella. C.5 P.420 30 Luglio 2018

Non si era mai visto un Italia così bella. Volando tra due ali sopra le nuvole in un clima di celato timore, si guarda la vita tenendola tra le mani per quel senso di possesso senza confini che si ha nello sguardo, nello spazio libero, tra due ali avvolte in batuffoli di seta.  Ma la vita va affrontata con rispetto, e si fa risentire il celato timore di essere un moscerino a motore nel l’azzurro infinito, che funziona perfettamente senza carburante. Una vita mal spesa potrebbe deprimere. Sarebbe lo stesso che ascoltare un telegiornale per intero dove la ricerca della lacrima ad ogni costo è di rigore, volando tra le nuvole torna il sorriso e si dimenticano dispiaceri e disgrazie viste e ascoltate.

Rogne, solo cose che appesantiscono il cuore quando invece il mondo al di sopra di noi è aria pura e lo si capisce osservandolo dal ’alto… non troppo in alto perché ci potremmo imbattere in qualche detrito che abbiamo abbandonato nel cosmo dopo una missione spaziale.

Osservando sin dal mattino la vita come si vuole presentare, sicuramente si comincerebbe il criticare il cappuccino preso al bar. Perché  troppo caldo o perché troppo freddo, piuttosto che se c’è poco latte o viceversa molto caffè… se la schiuma è troppa o se è poca. Addirittura ci si potrebbe anche imbattere nel pensiero che la mamma lo faceva meglio. Quindi pensando in positivo, meglio berlo quel cappuccino e va bene così com’è perché è già tanto che ce lo si possa permettere.

Bella l’Italia vista così, dall’alto è palpabile, rugosa, la senti tra le dita. Si vedono monti, pianure e mari. Si vede tutto chiaramente, senza fingere ottimismo o peggio ostentare sicurezza. Si deve solo essere veramente se stessi,  felici di appartenere ad un tesoro tanto bello, l’ Italia.

Bisogna possedere Amore e il bene della Sapienza per poter dire di non di governare ma di collaborare. Di coesistere invece che disunirsi. Di condividere piuttosto che accumulare. Per questo se si guarda l’Italia dal l’alto, intanto si è in Cielo, e ci si rende conto che nessuno ha avuto mai il diritto di appropriarsene. Nessuna guerra a nessun titolo è valsa la pena per conquistare la terra d’Italia e del mondo… e tanto meno del cielo. Nessuno ha mai conquistato nulla, si è semplicemente appropriato di una terra a disposizione di tutti e fra questi per primi gli animali da cui noi deriviamo. È bella l’Italia… guardiamola dal l’alto… non per fuggire dalla realtà ma per assaporare la vera libertà.

Sorrido e scodinzolo C.22 P.546 29 Luglio 2018

Quando un cane “ fa andare la coda” è contento. Quando un cane  scodinzola felice lo fa solo  per l’unico scopo di compiacere chi riceve il suo affetto…    La coda del cane è la bocca dell’uomo ma quando una persona ride non sempre lo fa per compiacere chi riceve il suo sorriso… molto spesso si ride per “dovere”, a volte si ride per invidia, si ride per rabbia e per fortuna si ride sopratutto per dichiarare uno stato d’animo gioioso… Il cane ride scodinzolando e lo fa con il solo scopo d’amare.  Le persone vivono con la ragione, il cane d’istinto di cui é stato creato, ma gli uomini dotati di intelligenza debbono necessariamente spingersi oltre nel cercare risposte al l’infinito, e nella spasmodica ricerca, ad ogni domanda segue una naturale conseguente risposta che cambia ogni volta che si crede di avere trovato quella giusta. Studia, osserva e impara che invece di ridere solo per amore il massimo che l’uomo sa ottenere come risposta alle proprie domande è di aver cosparso di rottami il cosmo.  Non sapendo scodinzolare sarebbe meglio guardare un tramonto.

Si fa presto a dire, si potrebbe guardare un tramonto. Il tramonto lo guarda chi vive sui monti alti e osserva il calar della sera  per ricordare a se stesso che è l’ora del riposo ma ancor prima bisogna che i cani da pastore siano rifocillati con pagnotte di pane raffermo, non prima di averli legati uno per ogni lato della casa, perché il loro lavoro non finisce mai, sorvegliano giorno e notte, casa, padrone e bestiame. Il tramonto lo può vedere un pescatore a riposo in porto da un freddo pungente che sferza i cuori e ghiaccia anche l’anima. Ma non lo vedrà solo allora. Lo vedrà ogni sera a bordo di quel peschereccio arrugginito sbattuto come un guscio di noce in balia dei gelidi mari del nord, e quando il sole rosso lentamente scompare inghiottito dalle acque dietro il rotondo del mondo, è allora che il pescatore salirà sul ponte e dopo aver regalato uno sguardo al bello infinito di un tramonto, fino a notte fonda ritirerà nasse dai fondali marini cariche di granchi.

Per gente di monti e mari è possibile vedere il giorno e la notte che si uniscono in un abbraccio. Più difficile é il guardare un tramonto con gli occhi di un genitore che con fatica tira a campare. Difficile lo possa serenamente vedere con prole e una moglie che vivono al quinto piano di un palazzo di cinquanta famiglie situato in un quartiere affollato di una grande città. Quel l’uomo  il suo tramonto immaginario nella speranza di una situazione migliore, perché per andare avanti c’è bisogno di speranza, c’è bisogno di credere in un mondo migliore che nel l’umiltà di non aspettarsi nulla in cambio, certamente verrà.  Il predisporsi alla speranza che si intravede a braccetto con la fiducia, otterrà un magnifico effetto, altrimenti sarà una vana ricerca del l’impossibile.  Riempire gli occhi e il cuore di sole, portatore del l’ultimo saluto a metà della terra che si tinge di rosso indossando l’accappatoio prima del giusto riposare. Un tramonto che ognuno deve vedere nel suo cuore prima che altrove… poi ci sarà certamente un alba di serenità.  Non sapendo scodinzolare, sarebbe meglio fermarsi a guardare un tramonto.

All’ombra del banano

ALL’OMBRA DEL BANANO

Si è da poco concluso un “Mondiale”di calcio. Bello! Interessante, simpatico.  La triste possibilità di assistere ad un mondiale senza l’assillante prerogativa che noi Italiani si dovesse partecipare per vincere, infatti siamo stati clamorosamente eliminati nei preliminari. Ringrazio il triste fato perché da principio inconsapevole, e nel mentre mi sono poi reso conto che in realtà non avevo mai assistito sul teleschermo a tante partite disputate da molti paesi del mondo, all’infuori che, tra gli altri, di noi, l’Italia, la gloriosa detentrice di ben quattro titoli mondiali.

Da ragazzo non me ne fregava niente del calcio, amavo solo compagnia femminile e le moto. Rimango come allora, non me ne frega niente di più di quanto possa dare di tempo in avanzo al calcio… ma vedendoli, premio l’impegno e la disciplina sportiva di tanti atleti. Come sempre scelgo e prediligo il lato umano dello sport e non entro nel contesto giusto quanto veritiero che quei calciatori, quelle star, quei ragazzi, dovrebbero percepire molto meno di quanto denaro la vita possa offrire a chiunque ma lasciamogli auto lussuose rare e donne affascinanti. Lasciamo che abbiano più di quanto si possa mai desiderare avere per qualunque uomo sulla terra in termini di vile denaro e guardiamo al puro e sottile lato sportivo.

Tanto, solo chi di quei calciatori avrà il bene di un animo puro raggiungerà il vero successo. L’Amore. Se avranno la sventura di non conoscere l’Amore, a nulla servirà l’eccessivo benessere che il destino ha riservato loro. La Croazia si è classificata Seconda ai mondiali del “18” ma di certo è arrivata Prima nella storia calcistica della sua vita… battendo squadre nazionali sino ad ora, molto più quotate di loro, calcisticamente parlando. Ma non ha vinto la Croazia, ha vinto il Cuore della Croazia che calciando una palla, rivendicavano le loro sofferenze, rivendicavano un popolo fiero che ha unito lo sport per la salvaguardia della sua buona immagine che non è quella di “gente dura” ma bensì di gente abituata alla “durezza”.

Questo per me ora significa il calcio, questo nuovo mio atteggiamento alla vita che uso per tenermi al passo con i tempi, e nel contempo non disdegno cento altre discipline sportive, e non per abitudine, perché odio le abitudini… nemmeno ai miei adorati cagnolini permetto di essere abitudinari, l’abitudine uccide la fantasia e senza fantasia non si sogna e i sogni nel bene e nel male sono la ricarica dell’anima. I sogni possono essere belli o brutti. Tutto dipende dalla personale dispozione d’animo e il risultato dei sogni ne è la naturale conseguenza. No! Mai per consuetudine, e tantomeno per fanatismo. Seguo il giuoco del calcio con il cuore, così come seguo la nostra mia “squadra del cuore” non per quello che “darà” ma per quanto mi da in amore urbano.

Condivisione al di là di ogni di ogni concettuale dinamica. Ho conoscenza di pochi club di calcio che vanno ossequiosamente ai funerali di un defunto semplicemente parente di un ultras o di un tifoso che ne faccia richiesta… conosco pochissimi club che organizzino Il Dea festival con lo scopo principale di devolvere OGNi guadagno in beneficenza. La mia squadra regala una maglietta ad ogni neonata/o. Mille e più persone al servizio del bene. Per primo mi interessa questo aspetto della vicenda sportiva, l’aspetto umano… di cuore. La Croazia ha un ministro Donna, un forte segnale di democrazia che la stessa ha dimostrato abbracciando uno ad uno vinti e vincitori. Non mi sono divertito mai quanto l’Italia che stava a guardare… senza competere, senza un interesse primario, imparziale se non per “punte”di simpatia. Un altra bella lezione di vita. I calciatori Italiani hanno guadagnato un dono prezioso con questa sconfitta, una dose di sana umiltà che li farà diventare leoni travestiti da pecore ai prossimi mondiali di calcio. Saranno nobili pecore vestite di bianca umiltà verso i loro avversari ma avranno un cuore da leoni nel dimostrare ancora la loro presenza nel mondo dello sport. All’insegna dello sport.

 

 

 

 

 

La vita è una figata. C.45 P.365 14 Luglio 2018

Sono pieno di cose belle da dire. Quelle brutte mi rimbalzano anche perché ognuno in genere ha quello che desidera avere, e trovarsi in situazioni sgradevoli allo spirito spesso significa non volere che gli avvenimenti cambino nell’ambito della propria vita. Chi non cambia il proprio sgradevole modo di vivere e perché alla fin fine non sa come fare o semplicemente non vuole cambiare. Inutile lamentarsi di ciò che non si ha, ancor più inutile pensare di cambiare con il solo lamentarsi del destino avverso. Si deve vivere con ciò che abbiamo a disposizione e saper trasformare in oro il ferro… non è impossibile, basta cambiare nella mente il colore dei metalli e lo spirito subirà l’influenza dei diversi colori nel cuore e agirà di conseguenza.

Sono pieno solo di belle cose da dire e non so da che parte iniziare. Il mondo è pieno di colori ad ogni stagione. Si prende il celeste del mondo mischiandolo al verde degli alberi per dare luce agli occhi.  Una pennellata di buio illuminato dal chiaror pallido della luna e sole giallo che accende la vita ad ogni alba irrorata dal rosso prestato dai tramonti, e ancora è festa dentro. Persino quando il blu del cielo infittisce le sue trame, regalando lo spettacolo di lampi  che si accendono e si spengono in bagliori violastri, e quando tutto si cheta un meraviglioso arcobaleno di tutte le tinte più belle del creato, sta ad indicare la pentola d’oro ai suoi pie… la pentola da dove Bebe ha attinto il senso del suo vivere senza usare le mani perché la malasorte travestita dal vestito nero di una malattia gliele portò via assieme alle braccia e le gambe ma che con due ruote e infinita volontà non le hanno impedito di diventare la migliore a tirar di scherma nel mondo… Bebe ha visto tutti i colori dell’arcobaleno anche quando questi  volevano ghermirla con il fosco della disperazione. Sono pieno di cose belle da dire, quelle brutte le lascio nel mondo senza luce, senza suoni, senza colori perché mi possono solo ferire, voglio luce dentro cosi possa illuminare con l’esempio altri fratelli nel buio… come dice Bebe la vita è una figata.