500

Cinquecento. Questo è il mio scritto n. 500. Cinquecento volte in cui per sette anni ho scritto tentando di compiacere chi mi leggesse, nel corso di quegli anni ho scritto sei libri. Ho cominciato a scrivere che non avevo sette anni e quando non scrivevo con la penna scrivevo con il cuore. Ho scritto anche quando non sapevo di scrivere, dai “20” ai 47 anni… c’è sempre di mezzo quel “7”… e io amo il “3”… ho scritto anche allora che non mi importava di farlo con la penna, ma stavo scrivendo nel cuore ciò che dovevo scrivere adesso.

Ho raggiunto molto prima il traguardo delle “10.000” Persone che hanno visitato il mio sito, che non il traguardo dei “500” testi da me scritti. Sono solo numeri nella loro misera somma totale, non sono niente al cospetto di un o una qualsiasi follower ‘dipendente’ di appena vent’anni… capace pure che l’ultimo o l’ultima ‘influencer’ nella lista dei “bravi”, si porti a casa in un ora tutto quello che io ho cercato di costruire in una vita e da sette anni senza sosta. Sono partito da zero ma ero già a mille per poter scrivere non dovendomi mai vergognare nel rileggermi, poter riuscire a scolpire nella roccia i miei pensieri nel rispetto Altrui, con l’illusione profonda di essere stato d’aiuto a qualcuno.

Sennò a che serve scrivere qualcosa per qualcuno. Bello si lasci il proprio pensiero ai posteri, ma ancor meglio si lasci buon senso piuttosto che inutili retoriche. Nel corso della mia vita ho cercato in mille modi di aiutare il prossimo non sempre riuscendoci e Dio. Stesso mi è testimone, la mia vanità giovanile è straripata come un fiume in piena, non ho saputo domare l’impeto della mia arroganza e le avversità si sono accumulate. Per grazia mi è stata data un altra possibilità di riscatto terreno. 

Ho deciso di dedicare il mio 500ntesimo articolo a Me stesso. (non ho mai scritto prima ‘me’ o ‘io’ con l’iniziale Maiuscola… e non lo ripeterò fino al n. “1000” ) È un piccolo segno di umiltà che ho imparato dalla mia compagna che da anni possiede un auto cabriolet che ha vent’anni ma non la scopre mai perché si vergogna di tanto lusso.  Ho scritto di persone e fatti mai inventati, posso cercare di poetizzare o di romanzare, ma sono solo capace di unire i miei sogni con fatti realmente accaduti… a Me, e a chi ho avuto il piacere o il dispiacere di incontrare sul mio cammino.

Io sono l’un per cento quotidiano dei follower del meno quotato influencer del momento… significherebbe scalare il destino è valicare la sorte. Significherebbe vivere la vita che ho sempre desiderato vivere… con persone nuove a cui smettere di ‘chiedere’ e altre persone a cui dare… non ‘persone’ speciali, semplicemente altre persone, altre esperienze, altre conquiste, altre sconfitte, altro modo di vivere un decennio contandoli e vivendoli uno per uno, anno dopo anno uno per uno… e continuerò a scrivere.  Cercherò di non parlare scrivendo autobiograficamente ma il mio cuore arriverà dove deve, nel bene augurante sospiro di sollievo ai Vostri Cuori.

Boario e il mio addio.

Suonano le campane nel piccolo paese montano. Suonano incessanti e talmente forti da risultare stridule e fastidiose. Un tempo le campane chiamavano moltitudini di fedeli, molto spesso alcuni di loro “costretti” ad andare alla messa.

Nello stesso paese si è aperto un cantiere che era in stand-by da una decina d’anni. Inizia la costruzione di un eco-mostro nel bel mezzo della piccola piazza del piccolo paese di montagna e andrà a rovinare ciò che la natura ha lasciato inalterato per secoli, perché insieme verrà devastata una piccola graziosa area verde.

Probabilmente il cantiere era fermo per mancanza di fondi e per incomprensioni burocratiche con l’amministrazione. Si è costruito un muretto a secco lassù nel bosco, e una santella le fa da contorno, e insieme una serie di piccoli mucchi di sassi che ricordano i trulli di Alberobello.

Un altro cantiere a cielo aperto come per dire che si ama il bosco, si ha cura di lui e lo si abbellisce. Le campane suonano impietose, irrispettose degli orari dei villeggianti e della gente del luogo. Alle sette del mattino l’Ave Maria, soprattutto nel fine settimana, non è necessario suonarla, primo perché non c’è messa, secondo perché qualcuno vorrebbe dormire di più.

È un castigo sentirle suonare anche il primo mattino dell’anno, quando ci si è coricati all’alba, e suonano a festa per delle mezze ore. Così come sono inutili alle tre o alle quattro di pomeriggio, per una quindicina di minuti. I fedeli, me compreso, non aumentano. In genere si tratta sempre di quelle dieci persone, domenica a parte, quando il numero sale di poco grazie ai turisti che non trovano posto in piazza per i loro mezzi di locomozione.

Due mesi di lavoro per costruire dei box che vengono posizionati nell’unica area verde del vecchio borgo storico del piccolo grazioso paesino montano. Che importa se la piazza verrà penalizzata, un piccolo spazio rubato agli unici villeggianti che si ostinano a venire in cerca di frescura nei mesi di luglio e, a metà agosto, cosa importa se verrà deturpato l’unico pezzo di verde rimasto e, se le venti famiglie che ne avevano beneficiato sinora avessero indorato la pillola con del miele, avrebbero potuto aspettare settembre.

Invece ci umilieranno con i rumori dei macchinari, l’andirivieni di muratori che scavalcano sdraio posizionate nei centocinquanta metri quadri di verde che rimangono, 7,5 metri quadri a testa e intorno a noi le montagne infinite che guardiamo da un pertugio di sottomissione. E le guardiamo come le guardassimo da casa nostra in città, relegati su un terrazzo o alla meglio in un piccolo giardino. Quassù tra i monti ci rimane l’aria, chissà se qualcuno o qualcuna penserà mai di farcela pagare. In città succede già con i condizionatori, l’elettricità costa e loro senza non funzionano.

Ogni tanto, ripassando dal sentiero nel bosco, mi fermo a rabberciare pezzi di muretto che hanno ceduto alle intemperie e, dopo diversi anni, ancora non mi capacito del fatto che, passando di lì mille persone, nessuna mai nessuna raccolga una sola pietra per riposizionarla là dove era caduta. Però pensandoci bene magari tutto viene fatto di proposito… per noi.

Sì, perché i trapani e le ruspe che spaccheranno la roccia copriranno il suono delle campane alle sette di mattino.  Sembrano non portare rispetto ma in realtà svegliarsi con Maria è un bel risveglio, preludio di una buona giornata.

Il muretto a secco può anche cadere a pezzi perché non serve che lo sguardo del cuore per tornare al cantiere maleducato dell’inutilità. Il buon senso è perduto, così come la soluzione migliore, la più ovvia, vendere il terreno a pezzi per ognuno degli abitanti di villa Orsini con una somma che pro capite, pur irrisoria, avrebbe superato di gran lunga il guadagno inferiore in sfregio della natura e dei valori umani. E tutto rimarrebbe come natura desidera, per noi ci vorrebbe più cuore e meno cemento.

Fico secco.

Un fico secco non produce che legna da ardere, un fuoco che lo stesso serve alla vita, come l’acqua, il vento, la folgore, il sole, la luna e le stelle. Quando dentro ci si sente un fico secco che non dà più frutti, si prova a rialzarsi sapendo che si può ancora ‘ardere’ e la speranza è l’indispensabile condimento perché tutto ciò avvenga. Ci si ‘rialza’ tutti, prima o poi, quelli che cadono e quelli che non sono mai caduti e non hanno ancora avuto l’occasione di sapere cosa significa “cadere”. Gente che a malapena sta in piedi vivendo giorni insipidi e a fatica supera con l’ottimismo che ha sempre la spia della riserva accesa, rimanendo quel tanto che basta di benzina per riportare a casa le membra e la mente stanca.

Chi sta cadendo e poi cade, non ha nemmeno il tempo di rendersi conto che la sua vita è piatta, troppo impegnati a difendersi dalla noia del sentire il suo flebile respiro che nonostante tutto gli ricorda che bisogna continuare a vivere e il respiro degli altri non lo si sente proprio sprecando così il tempo prezioso della condivisione, è il compendio per un’esistenza a volte insipida.

Bisogna fermare il mondo e dirgli che si ha ancora qualcosa da dargli, si può ancora stupire e meravigliare. Bisogna farglielo sapere pensando che lo si fa per un amore da difendere, basta un cane, perché vivere per qualcuno è vivere per qualcosa come saper pregare per gli altri è imparare la sublime arte del perdono. Facile scrivere questi pensieri in parole, difficilissimo metterle in piazza. Rialzarsi in piedi è una lotta continua al sapersi rimettere in gioco e non un insano modo di passare del tempo a cercare di raggiungere false chimere perché un fico secco serve ancora a qualcosa, può ardere nel camino di casa tua.

Divorzio all’italiana

Primo tentativo di annullamento di matrimonio di una persona che ha confuso il bene con l’amore naufragato per futili motivi… Altro denaro da versare, e sentiti a testimoniare in una sede di Milano, con avvocato, giudice ecclesiastico e un prete come scrivente. Tutti abbiamo dato la stessa versione dei fatti,  nessuna discordanza anche se siamo stati sentiti uno ad uno in separati momenti della giornata, del resto non c’era nulla da inventare, la verità e’ facile da ricordare, per la natura stessa del significato della sua parola, ergo tutto perfetto.

Verdetto finale comunicatomi alcuni giorni dopo, … La domanda di annullamento del mio matrimonio era stata respinta, motivo i testimoni erano stati giudicati sinceri, mentre io no, pur rilasciando  la stesa identica versione dei fatti. Dopo quasi tre anni, esterrefatto, incredulo e deluso, con le lacrime agli occhi sto per uscire mesto mesto dall’ufficio del esimio avvocato, che mi ferma sull’uscio del suo ufficio consolandomi e rassicurandomi, mi disse che se ci fossimo appellati con altre 4500.00 euro di spese, di sicuro avremmo vinto la causa.

La stessa causa che fu vinta da gente che ha compiuto nefandezze inenarrabili ma con il portafoglio ben più fornito del mio. Ovviamente disgustato me ne andai, e ancora oggi a distanza di molti anni, mi vergogno io per i rappresentanti della giustizia divina in terra, e mi dispiaccio allo stesso tempo perché io in Dio. ci credo veramente, e avrei portato al Suo cospetto l’immenso amore e rispetto che unisce me e la mia compagna da oltre un trentennio. Il matrimonio che ho celebrato in municipio… un’altra stupida e inutile invenzione convenzionale di questa terra, che disprezzo sempre con più convinzione, come consiglio e comandamento di Nostro Signore.

Questa è l’educazione cattolica, questo è l’indirizzo umano che ci dovrebbe avvicinare a Dio. …  che ci perdoni tutti quanti per storpiare in modo tanto blasfemo la Sua parola e i suoi insegnamenti, e sempre Sia Lodato per avermi dato il Santo Dono della Fede, in modo da distogliermi totalmente dall’insegnamento umano, e sempre Sia Lodato per illuminarmi e indicarmi la strada in mezzo al buio dell’avidità, della ipocrisia, della cupidigia, della stoltezza, e di farmi Luce con il bene nel torpore del male. E ancora ringrazio Dio Trino, la Madonna e tutti i Santi, di avermi insegnato che i biscotti si può chiedere di averli, piuttosto che ottenerli con sotterfugi e inganni, chiedi e ti sarà dato.

Il Perdono

Il perdono è il contrario dell’odio e del male che sono lì, accanto a chiunque e si manifesta trionfante in mille forme di mala umanità. Solo deboli, e insoddisfatti perenni lasciano che il loro cuore venga oscurato da nubi minacciose, difficile scalare il monte con piedi e anima nudi ma lo è anche stare dalla parte di chi perdona sette volte sette. Perdonare e passare oltre è l’unica soluzione che faccia scomparire l’odio che amaro spinge sui cuori. Perdonare è un dono di gran lunga più grande del coraggio. Il perdono va oltre il coraggio. Saper perdonare è la liberazione dell’animo, per questo è tanto difficile mettere in pratica la sua verità. Saper perdonare, prima pareggia e poi vince sull’atto di coraggio più grande che è immolarsi per un fratello. Lo pareggia e di merito lo supera perché perdonare non è ‘solo’ donare la propria vita per gli Altri, significa continuare a saper vivere la propria con dignità per aiutare Altri fratelli con rispetto.

Io qui.

Io qui, al di la del mio sguardo che scruta il nulla di una fascia di cielo, e in quello spazio la mente in estasi fa riposare i pensieri sparpagliandoli in un altra dimensione, come una madre portasse i suoi figli al nido.

Io qui, fermo in un punto con il corpo e le mie convinzioni che pur aggrappandosi all’appiglio del bene, vogliono fuggire via, insieme ai pensieri che fluttuano pacificamente nell’aria, io immobile, ma nessun zavorra può ormeggiare le mie convinzioni, sono libere in quel momento di vita e vogliono giocare con l’infinito che può prosciugare menti e pensieri il solo cercare di comprendere.

E sto qui, sereno, senza pensare a niente che è il futuro di tutta la gente, penserò dopo a questo ‘ferragosto’ che è alla vigilia dell’ennesimo anno della mia vita. Penserò dopo a perchè il giorno di domani è tanto speciale nei cuori come fosse Natale, penserò dopo perchè in quel giorno dovrò portare una rosa rossa alla persona che amo, penserò dopo il perchè quel giorno mezzo mondo si muove sfidando calure mai sentite sulla pelle. Penserò all’importanza del 15 Agosto… penserò poi… intanto mi sono perso nel nulla insieme ai miei pensieri… poi spero tanto che le mie ‘convinzioni’ che stanno giocando con il vento, tornino da me, anche se qualcuna non tornerà più, arrabbiata dal mio comportamento che festeggia un giorno qualunque senza nessuna reale ragione apparente.

Charlie

Erano gli anni tra il 1998 e il 1999, non ricordo con precisione, Impossibile però dimenticare l’amico Charlie che mi venne presentato da Ivano, un artista con il pennello in mano. Affittai ai piedi di Città Alta un negozio di antiquariato in una via storica, S. Tommaso detta anche la ‘via della milizia’ che, durante seconda guerra mondiale, era così chiamata dai soldati che vi si recavano a prostitute.

Ivano un giorno si presentò nel mio negozio, che detti il nome “La Bottega del Re” e, come solo lui sapeva fare, mi chiese se volevo prendere a bottega un aiutante, dal momento che io comunque dovevo assentarmi parecchie volte la settimana.

È un bravissimo ragazzo, disse, anche se con un trascorso di tossicodipendenza, ora non si fa più, beve qualche birra e fuma qualche canna ma tranquillo non si fa più ed è onesto, di lui ti puoi fidare. Va beh, quando me lo presenti? È qua fuori dal negozio! Il tipo se ne stava mestamente appoggiato alla moto di Ivano. Non aveva un buon aspetto, magro, scavato in viso, con i capelli biondi, belli ma sporchi e non curati, nemmeno i jeans e la maglietta erano lindi, per non parlare delle scarpe lise e buche   

 Indignato chiesi a Ivano chi m’avesse portato. Per risposta venni tacciato di pregiudizi nei confronti di una persona che nemmeno sapevo chi fosse, e siccome sono per mia natura incline ad essere accomodante, accettai qualche minuto più tardi di far entrare quel ragazzo nel negozio.

Una volta lì facemmo subito conoscenza, piacere dissi io, mi chiamo Annibale, per gli amici Bile, piacere rispose lui, io sono Carlo per gli amici Charlie. Ok Charlie, raccontami di te. Certo, sono stato per lunghi anni a servizio di parrucchieri famosi prima di diventare a mia volta proprietario, con dipendenti, di uno splendido salone di parrucchiere prevalentemente per signore, perciò ho una certa predisposizione al contatto con la gente. 

Lo assunsi. Iniziò così un meraviglioso rapporto di amicizia che ben poco aveva a che fare con il lavoro. Charlie, una volta ripulitosi per bene, stimolato probabilmente da una ritrovata vitalità e comunque supportato da qualche soldo che da tempo non aveva, si rivelò una persona davvero speciale, spavaldo ma senza boria, la sua parlata era fine mai rozza, anche il suo accostare con disinvoltura sempre quei tre capi d’abbigliamento che lo contraddistinguevano tra mille, e ovviamente il saperli indossare, sempre allegro, spensierato. Era un eterno ragazzone di quarant’anni che non ne voleva sapere di responsabilità e tantomeno di crescere.

Le donne per lui non erano mai state un problema, il suo fascino era un dono divino, i soldi li usava con una parsimonia maniacale, come uno spilorcio, quindi non rappresentavano un gran problema.

Ricordo la sua personalità, il suo essere Charlie, ogni locale figo della Bergamo by night era di suo dominio. Opportunista, non concedeva spazio a chicchessia, non fosse per un suo tornaconto, la moto, la sua immensa passione. Fu con lui che, di comune accordo, decidemmo di non mollare la moto nemmeno per un solo mese, di un intero anno, ci fosse stato sole, pioggia o neve e di rigore fiume di birra alla spina.     

Poi nella sua vita comparve Gegia, un’altra matta come un cavallo, l’unica differenza era che lei non portava bene l’alcol o meglio, diciamo che l’avrebbe retto anche meglio di noi, non fosse che beveva molto più di noi. A lei della moto non fregava molto, in compenso beveva vino e super alcolici, e fumava Marlboro rosse in quantità industriali, ma era una vera Signora, molto colta.  Lavorava da anni in un negozio di abbigliamento per donne di una certa estrazione sociale, le classiche persone con la “puzza sotto il naso”, ma la sera si trasformava e diventava una ‘compagnona’ con cui era piacevolissimo trascorrere la serata.

Che coppia, che personaggi straordinari, ma aimè, pochi anni dopo, Gegia morì improvvisamente. Fu un duro colpo per la sua bellissima figlia avuta molti anni prima di aver conosciuto Charlie. Anche per noi amici fu un grande dispiacere, poi passò altro tempo e la nostra amicizia si ruppe.

Charlie per il suo maledetto squallido opportunismo che tutto calpestava, sentimenti compresi, offese infatti la nostra amicizia per mero interesse, aizzato da una terza persona che di amicizia non ne aveva mai capito un cazzo e non ne capirà nemmeno mai, quindi, arrabbiato per il suo comportamento, non volli più essergli amico. Non doveva essere una cosa definitiva, gli avrei dato il giusto tempo per rendersi conto dei suoi sbagli. 

Nonostante qualche sua avvisaglia di pentimento, la ‘lezione’ proseguì per due anni e più. Solo ora mi pento amaramente di non aver mollato prima perché Charlie, un anno dopo l’inattesa morte di Gegia, morì a sua volta. 

 Ho dentro di me, cucito addosso, dappertutto, il rammarico di non aver saputo perdonare. Così che sulla sua tomba ancora oggi glielo dico… ‘Charlie sei uno stronzo ad  avermi piantato in questo modo’. Poi guardo la sua foto, che si distingue tra mille, e sorrido pensando che ci rincontreremo e rifaremo quelle magnifiche cavalcate in sella alle nostre moto e sconsiderate bevute di birra.

Stavo raccontando questo a Nicoletta, prima di visitare la sua casa, stavo dicendo delle nostre gloriose gesta, e ancor più puntavo il dito su di me che di anni ne ho 10 in più di Susy. Mi vantai con Niky di quello che feci, intanto guardavo gli arredi di casa, tende e divani… fui colpito da molti quadri che ritraevano Angelo, berretta di lana in testa e con alle spalle montagne ghiacciate con vette innevate.

Angelo, entrò in quel momento che si io e Susy si stava per andare… entrò dalla porta annunciandosi con il “permesso” anche se a casa sua, e furono saluti e abbracci di rito. Ci risedemmo, tutti e quattro, bevemmo ancora vino e mangiammo altro formaggio, quella volta di capra e non di mucca, sempre nel l’ovile accanto alla stalla di sotto. Tronfio raccontai anche ad Angelo di aver camminato a lungo per i tre rifugi che visitammo. Lui ascoltava, annuiva e faceva smorfie di stupore misto ad ammirazione. Appagato il mio ego, per essere parimenti gentile con Angelo e Niky, iniziai con i complimenti per l’arredo del loro appartamento, poi mi rivolsi a Lui, e incuriosito gli chiesi, dimmi un po’ Angelo, cosa sono tutte quelle foto affisse alle pareti della camera da letto e nel l’anticamera che ti ritraggono in tuta invernale ai piedi di monti pieni di rispetto!?

Quasi imbarazzato, Angelo mi rispose che sono ricordi di sei vette conquistate oltre i ‘seimila’ e una di ‘settemila’… paonazzo non seppi che dire… e Angelo continuò dicendo che tre mesi prima, ogni sera dopo il lavoro, per allenarsi ad ogni scalata, andava da Valbondione al rifugio Curò e alle 9 di sera rincasava per doccia e cena, poi a nanna presto. Praticamente faceva ogni giorno per tre mesi il percorso che feci con Susy in tre giorni, con pasti, pernottamenti e sollazzi vari, per poi, dulcis in fundo, scalare un ‘seimila’. Fu un bel matrimonio quello di Nicoletta la sarta di sangue Portoghese e l’Angelo di sangue Bergamasco, fu un bello sposalizio quel giorno a S. Lucio. Lei arrivò da una strada nel bosco vestita di bianco trasportata sul rimorchio di un trattore da montagna, Lui l’aspettava con i suoi oltre trent’anni, timido come chi non si aspetta un evento tanto felice.

E ancora vengo trasportato dagli effluvi dei ricordi, anche se avevo aumentato il ritmo di marcia… continuavo a pensare a quel matrimonio… uno degli invitati era Domenico, il “Meco”… cantai con Lui al matrimonio, saranno state le 5 del pomeriggio e non eravamo ubriachi… di più, perciò dire che stavamo cantando è una bestemmia. Urlavamo a squarciagola anche le canzoni degli Alpini più tristi. Raramente nella mia lunga vita ho avuto il piacere di assaporare delle sensazioni tanto sublimi. Non stavamo fingendo, io e il Meco, scarabocchiavamo canzoni e prima che dalla bocca passavano dal cuore.

Il Meco è un grand’uomo di nome e di fatto, come Angelo lo sposo, forse qualcosa in più, e il perché si saprà leggendo. Vive le sue giornate di duro lavoro e in qualunque momento ha un sorriso per tutti, e le notti le passa con la sua Adorata Michela, una ragazza ormai donna, completamente Disabile di corpo ma è di già la più Abile nelle aperture del Cielo con l’Anima… lo fu da quando nacque.

E Domenico, il Meco, ogni notte gli veglia accanto per accudirla ad ogni suo vagito d’aiuto. Ogni notte. Dopo una dura giornata di lavoro. Meco è un signor muratore, ho cantato con Lui quel giorno, alle cinque del pomeriggio e non eravamo ubriachi, di più… ma se ricordo ancora quella bella faccia da brav’uomo che sapeva riempirmi il cuore nel l’intanto che cercavo di accordarmi al suono della sua voce nel l’intonare con Lui, vuol solo dire che è un brav’uomo. Sposato con una brava donna, Caterina. Son tutte brave le Caterina, Lei in particolar modo non finisce mai di stupire. Caterina è un delicato fuscello chiomato d’oro che la si può amare perché sembra una bambola famosa, ma il Meco ben sa che se si arrabbia la Caterina son guai, e per rendersene conto basta vederla cantare nel coro della sua Parrocchia, quel l’esile pulcino biondo, “tira fuori” acuti da far accapponare la pelle, e non bastasse, è Lei la mamma di Michela. Una splendida coppia benedetta da Dio.

Dio. è Amore.

Dio. è Amore. L’amore non ha confini, non ha età e non è mai tabù.
L’espressione dell’amore è forse uno degli argomenti più variegati tra i sentimenti associati.
Certo è quanto mai complesso, e ognuno in base alle sue esperienze ha qualcosa da dire. Queste paiono tutte uniche e intricate ma sono banalmente e inesorabilmente uguali tra loro.
Il comune denominatore è che, nonostante tutto, ogni esperienza sia da vivere.  L’esperienza dell’amore è naturalmente “vita”, la vita di Tutti. 
Ci sono molti modi di amare, tutti quanti amiamo, chi in un modo chi nell’altro.
Si può amare l’altrui sesso, o una persona dello stesso sesso, che differenza c’è? si tratta sempre di indiscusso ‘Amore’.
È forse diverso il modo di amare qualcuno? L’amore è amore quando viene trasmesso con rispetto, con gioia, con… amore. È il modo successivo di porsi che determinerà o meno il ‘peccato’, che prima che verso Dio. si fa verso se stessi.

Ecco perché l’amore non è mai tabù, chiunque può e ha il diritto di amare, anche un prete, un vescovo, un cardinale, una suora, l’amore non è mai peccato. Cosa può fare un prete per reprimere quel sentimento che è proprio di Dio., e perché lo deve fare, nessuno gli può impedire di Amare.

Ancora non v’è affatto la necessità di reprimere un amore platonico che è nato dal cuore, dall’anima.
Del resto è semplice, perché Dio. permetterebbe che una manifestazione d’amore scaturisca nel cuore di quelle persone Consacrate se fosse peccato?  L’amore non è mai peccato, non può in alcun modo esserlo, Dio. stesso è amore, figuriamoci se la sua stessa essenza è peccato.
Il peccato semmai è conseguenza delle azioni che seguono l’innamoramento, che si determinano a seconda delle situazioni, vuol solo dire che l’amore trionfa laddove sboccia e alla fine è assolutamente giustificabile il dolore che purtroppo provoca a chi si era legati sentimentalmente, anche perchè tra loro non era amore, quello vero è un fiore raro e fiorisce in una sola stagione nella vita, gli altri sono tentativi di un germoglio che non aprirà mai i suoi petali al sole, non con quella persona.  La sincerità è verità e richiedono sempre un tributo pesante a chi desideri la felicità. 

E di nuovo l’amore incalza sovrano. Innamorarsi di per sé non è ancora un’azione compiuta, è chiaro che nessuno può evitare di innamorarsi, quindi nessuno sta peccando nel momento stesso che questa cosa accade a discapito della propria volontà. L’Amore non è mai uno sbaglio, non è mai peccato, il vero Amore non è comandato da nessuna decisione, il vero Amore si deve vivere sempre, con il corpo e con il cuore e se ancora non è possibile si vive con l’Anima. Non è miliardi di miliardi il numero più grande che ci sia, un numero grande è anche ‘solo 2’.

Tanta voglia di vivere

Sto seduto dietro un tavolo dirimpetto ad una finestra a grate, che non è quella di un carcere, ma quella di casa nostra in montagna, che le finestre son così in montagna, da tempo immemore, probabilmente uno dei più antichi sistemi anti furto inventati.

Il camino se la ride scoppiettando, e fuori l’imbrunire incalza, ma ancora ben si vedono, a quadri composti, le montagne mezze innevate da una recente nevicata, sono avvolte da un gelido abbraccio di nuvole, mentre di tanto in tanto, il sole che tramonta dietro le cime, illumina i bizzarri giochi di vento che sollevano la neve giocando con essa.  Non so se continuare la lettura di un Kerouac, iniziato la notte prima, o se scrivere qualcosa come del resto ho già iniziato a fare.

Poco fa, passeggiando nel bosco con la mia compagna e i nostri due cagnolini, stavamo parlando del primo viaggio che io e Susanna facemmo insieme, parecchi anni or sono, troppi per precisarli.

Si era di primavera, io non avevo trent’anni, e Susy non ancora venti. Ci eravamo conosciuti da pochi mesi, ed io forse per impressionarla, forse e senza forse perché ero e sono così, un mezzogiorno di venerdì gli proposi di andare a vedere un gran premio di moto delle “mezzo litro due tempi” che si disputava il giorno appresso con le prove di rito, per poi di seguito la domenica nella gara vera e propria. Naturalmente a Susy dissi che si trattava di un viaggio di piacere, ma in realtà univo l’utile al dilettevole per accattivarmi le sue grazie, ma in cuor mio a quell’epoca, non volli perdermi la grande sfida finale di quell’anno, tra Eddie Lawson, Kevin Schwanctz, Waine Rainey, Pier Francesco kili, e Freddy spencer, il mio mito Campione del mondo, Marco Lucchinelli, e altri ancora che non ricordo.

Così che, se a mezzogiorno decisi la partenza, alle tre del pomeriggio si era di già in viaggio con tutto quel che avevo in tasca e non solo, al volante della mia Jaguar di dieci o forse più anni, ma bella come il sole, destinazione Austria, circuito di Salzburgring.

Qualche ora di viaggio a velocità sostenuta ed eccoci alla frontiera, non saprei più dire quale, e lì la prima spiacevole sorpresa, i documenti della Jaguar non erano del tutto in regola, o meglio loro sì, ma non avevo ancora espletato tutte le regolari pratiche del passaggio. Che fare? Niente paura che io di incoscienza ci vivevo, lasciammo l’auto in un parcheggio, e accettammo un passaggio da un camionista, che non so bene nemmeno cosa dissi per la circostanza, pochi minuti di marcia, e una volta giunti in Austria, ci fermammo in un posto di ristoro per soli camionisti. Appena entrammo nel locale, il rumoroso chiacchierio di qualche attimo prima si interruppe di botto, guardandomi in giro notai che Susanna, la mia compagna, era l’unica donna del luogo, ed era bella, ancor più bella con l’avvenenza dei suoi vent’anni. Loro tutti omoni, con tanto di tatuaggi e catene che partivano dai passanti dei pantaloni per finire dietro, nelle tasche posteriori a difesa dei portafogli. Qualcuno addirittura in lingua straniera le gridava qualcosa da lontano, complimenti presumo, era come se io non ci fossi nemmeno. Confesso che provai imbarazzo e anche un po’ di timore, per fortuna mi sentivo rassicurato dal nostro gentile amico camionista, che intanto sorrideva divertito dalla situazione, ma rimaneva il fatto che lui poco dopo ci avrebbe scaricato in qualche posto, per farci poi proseguire il viaggio da soli.

Un po’ spaventato, decisi allora di ritornare sui nostri passi, e tornammo a riprenderci l’auto al parcheggio. Ma non mi scoraggiai, chiesi di un altro ingresso doganale, sperando in una sorveglianza dei documenti meno rigorosa. E andò così. Riuscimmo ad entrare in un altro posto doganale, ricordo che la sera eravamo entrati all’interno del circuito, ovviamente nella zona riservata al parcheggio degli spettatori, e siccome non avevo con me granché di soldi, feci intendere a Susy che preferivo dormire in auto per non lasciarla incustodita, seppur non giovanissima era pur sempre una Jaguar, e lei acconsentì di buon grado. Penso che per Susy fosse la prima esperienza così, e io sornione e un po’ beffardo ne profittai, del resto a quella età avremmo dormito nel letto di un fiume vivo, qualora l’avessimo deciso.

I sedili reclinati erano comodi, purtroppo però, verso le cinque del mattino l’Austria si presentò con il suo biglietto da visita, gelido come del resto è in primavera da quelle parti, e siccome il riscaldamento dell’auto era logicamente spento, pensai di nuovo di unire l’utile al dilettevole, e lascio immaginare come ci si scaldò vicendevolmente.

Nulla ormai ci poteva fermare, o farci desistere. Fummo ricambiati al mattino del giorno seguente, perché la gara fu uno spettacolo nello spettacolo, e non solo perché io vidi dal vivo i miei campioni in competizione, ma fu bello vedere lo stupore negli occhi di Susy, che non aveva mai avuto modo prima di allora di guardare un G. P.

La sera di quel giorno, contate le lire rimaste, decisi che ci potevamo fermare una notte ancora, ma in una modesta pensione questa volta, e per la bisogna ci recammo alla vicina Salisburgo. Il mattino seguente ricordo che andammo ad un mercatino dell’usato che era di strada per il ritorno, nei pressi di Innsbruck, dove dettato dalla mia sana incoscienza, volli regalare a Susanna una sveglia a carica manuale, che ancora oggi conserviamo gelosamente in bella mostra sul camino di casa, a perenne ricordo di quella fantastica gita. Ovviamente tutto questo aumentava notevolmente il rischio di rimanere senza il denaro per la benzina del ritorno, ma andò così, del resto io ero abituato a sfidare il destino, quando il problema era solo il vil denaro.

Solo pochi giorni or sono, al bar del mio paesello di montagna, in compagnia di alcuni ragazzi, parlavo di alcuni miei avventurosi viaggi con loro, e guardandomi ammirati mentre li raccontavo, questi si interrogavano sul fatto di poter a loro volta farli, di tanto in tanto, ma poi sbottavano pensando che ci vuole denaro e tempo. No aggiungevo io, ci vuole solo un pizzico di incoscienza, e tanta voglia di vivere!