Bruno ”4”

Con mio fratello andai sui cantieri per due anni, finché un giorno si era a Villa d’Almè e si intonacava le facciate di casa, passò da quelle parti un ragazzo, proprio sulla strada che costeggiava la casa, io ero indaffarato a lavorare al primo piano sopra il ponteggio, lui da sotto mi canzonava e ridacchiava scherzandomi, lo fece per alcuni giorni e io stavo calmo e portavo pazienza. Un giorno che per me era una giornata storta per non mi ricordo quale motivo, il ragazzo passò e ancora si divertì a scherzarmi con versacci e smorfie da ‘prendi in giro’… persi la calma e senza fare le scale per scendere dal piano che mi trovavo, con due sbalzi scivolai giù da ponteggio, corsi in strada afferrai il ragazzo per il collo della maglia che indossava e gli diedi tante botte che dopo mi dolsero mani e braccia. Mio fratello Giacomo dal ponteggio vide tutta la scena e invece che semplicemente ammonirmi bonariamente, mi picchiò a sua volta… fu l’ultima volta che gli permisi di farlo. Lo guardai rabbiosamente negli occhi e gli dissi… tra noi finisce qua ma ricordati bene, quando sarò più grande ti restituirò tutte le botte che mi hai dato… ti picchierò anch’io e girandogli le spalle me ne andai.

Da Villa d’Almè mi incamminai a grandi passi verso la vicina Bergamo, “4” km. e dopo la lunga via Baioni incontrai la torretta del Galgario e da li raggiunsi Piazza S.Anna, mi ritrovai senza volerlo di fronte a una panetteria… panificio Vanotti, usciva dalla porta che si apriva di tanto in tanto che entrava un cliente, un profumo di pane che aggiunto alla fame che notoriamente avevo, mi stordì i sensi… mi sentii come attirato dal quel paradisiaco profumo e come per incanto entrai, mi rivolsi a un signore che ’serviva’ di dietro il bancone e guardando all’insù per raggiungere il suo sguardo senza esitare gli chiesi se avessero bisogno di un aiutante tuttofare… il bottegaio mi fece alcune domande poi si consultò per pochi minuti con altre persone che con lui gestivano bottega, venne da me al centro del negozio e mi disse di si, ero assunto seduta stante. Telefonarono ad una vicina di casa mia che chiamò all’apparecchio mia madre, gli dissi in due parole ciò che era accaduto un paio d’ore prima con Giacomo e chiesi il permesso di lavorare presso quel fornaio… acconsentì. Rimanevo in quella famiglia di fornai tutta la settimana e oltre la paga quella gente mi dava vitto e alloggio che poi altri non era che la soffitta di casa e tra un mucchio di scatoloni avevano messo una branda dove io mi coricavo per dormire… avevo ”12” anni e iniziavo la notte alle ”3” fino alle ”13”, il pomeriggio tra le “17” e le ”20” riposo e cena… ”carosello” e a nanna alle ”9”… 10 ore di duro lavoro semi notturno da lunedì a sabato, tornavo a casa solo la domenica… feci quella vita fino ai ”14” anni.

Nel frattempo altro sfratto… che ormai lo racconto come un episodio scontato, altri problemi che non sto più nemmeno a raccontare si aggiunsero al fatto che di li a poco mio fratello Giacomo decise di sposarsi con la sua fidanzata. Tornammo ancora a scanzorosciate in una piccola cascina di quattro stanze, due al piano terra e due al piano rialzato, era a ridosso di una grande fabbrica che produceva e ancora produce, prodotti chimici, ma non ci vivevo più di tanto in quella casa perché ci tornavo solo di domenica da Bergamo.

Mio fratello si sposò, se fino ad allora mi sentivo responsabile per la famiglia, adesso di fatto a ”14”anni ero divenuto il capofamiglia. Successe che dopo quel periodo di tempo in cui lavoravo a Bergamo, una domenica mi venne a trovare il fornaio del mio paese, mi chiese di lavorare per lui… mi presi una settimana di tempo per potergli rispondere, ero stanco di dormire in una soffitta tra quattro scatoloni polverosi da solo, inoltre capii che senza Giacomo ormai sposo e via di casa, dovevo badare da solo anche ai miei genitori… e dopo una settimana il fornaio del paese tornò per la mia risposta che fu positiva, accettai quel nuovo lavoro pensando anche al fatto che cosi avrei lavorato dal nuovo”padrone” dalle ”3” di notte fino alle ”12” e dalle ”13” alle ”18” avrei potuto lavorare come muratore che in fondo era la mia vera passione… doppio lavoro, doppio stipendio, e la famiglia continuava a mangiare ogni giorno anche senza Giacomo, così che nel contempo ricevesse da me anche qualche ’calcio in culo’ morale.

Il fornaio di Bergamo venne per un mese intero a casa per tentare di convincermi a tornare da lui, ma gli spiegai delle mie nuove esigente e a malincuore capì… oramai avevo preso la mia decisione, caparbio e concreto come sono sempre stato feci quello che mi ero prefisso… per il bene della famiglia… come solito, anche se questo ben sapevo mi sarebbe costato ”14” ore di lavoro al giorno… a ”14”anni!

Questa nuova vita da fornaio-muratore durò per “4anni e mezzo”, fino alla ’chiamata’ militare, senza perdessi mai un sol giorno di lavoro, non avevo altra scelta dentro di me, io ero il capofamiglia e così pensavo fosse giusto dover fare.

Perciò ripresi anche la vita di casa, se così posso dire delle poche ore che mi rimanevano di libertà dopo il lavoro… bella casa! nel cortile giravano certi topi che sembrava un formicaio che si spargeva a ruota libera, ricordo che quando all’inizio della nuova abitazione mio fratello era ancora accasato con noi, con una fucilata a pallettoni ne uccise ”17” di topi… in un colpo solo! stavano mangiando il mangime delle due o tre galline che avevamo, io quella volta contai almeno una cinquantina di topi intorno a loro. Oltre ai topi bisognava si facesse i conti con la pioggia, si dovevano mettere secchi e bacinelle per cercare di contenere l’acqua che trapassava dal tetto fradicio e malconcio della cascina.
Per tornare sul ’discorso’ topi, una sera mio fratello Giacomo ci venne in visita con la giovane sposa e non so per quale motivo, dopo cena decisero di rimanere a dormire da noi. Io dormii con mamma, mia sorella e mio fratellino, tutti assieme nel lettone, all’improvviso non so per quale motivo mi svegliai nel cuore della notte di soprassalto e vidi un topo sulla faccia di mia cognata Anna, ovviamente anche lei si svegliò con un grido di spavento che non vi dico! non ricordo mia cognata e mio fratello fossero venuti ancora da noi a dormire… non credo.

“14” anni capofamiglia, ma andiamo avanti nel racconto, avevo anche lì, ancora a Scanzorosciate amici ’nuovi’ e amici di vecchia data, del resto i nostri frequenti spostamenti di casa, erano tutti pressoché vicini come distanza e più ci facevamo grandi, più le distanze diminuivano. La domenica passavo volentieri qualche ora con loro, e una di queste andammo in un paese vicino che saranno state due miglia… Villa di Serio, conobbi una ragazzina tutto pepe di nome Giusy, la rividi per qualche domenica ancora e non più per molto tempo, ma pochi sguardi e qualche suo sorriso mi rimasero indelebilmente nel cuore per sempre. Il resto della vita era il ”normale” inferno quotidiano con mio padre che accendeva la miccia del fuoco ogni giorno, mia madre che piangeva, mia sorella e mio fratellino che piangevano, entrare ogni giorno in quella casa… era sentirmi morire dentro ogni volta, lavorare ”14” ore al giorno non era solo essere il capofamiglia era anche evadere da quell’incubo a occhi aperti che avrei evitato lavorando.

Molte domeniche invece, volevo andare con gli amici ma non avevo una lira in tasca, spesso mi incamminavo verso il paese, naturalmente a piedi una volta arrivato facevo il mio pianto di nascosto e tornavo sui miei passi per casa… e questo nonostante lavorassi ”14” anche ”15” ore al giorno. Mia sorella cominciò in quel periodo trovò lavoro presso una camiceria e anche Lei si rese utile per quel ’poco’ al benessere della famiglia, unico piccolo cruccio e che si comprava qualche vestito nuovo per non sfigurare con le amiche, era bella mia sorella e la bellezza è vanità quando si è molto giovani e comunque almeno, come detto contribuiva quel ’poco alla famiglia ed era un bene… mio fratello minore Mauro era ancora troppo piccolo per aiutare in casa con uno stipendio e su di Lui ancora non si poteva ‘contare’.

La mia sola grande consolazione a quel tempo, era ascoltare le canzoni di Gianni Morandi, imitavo alla perfezione la sua “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” cosi come sapevo ben cantare tutte le sue canzoni, fu cosi che all’età di ”16” anni con alcuni amici decidemmo di creare un ’complesso’ che così si chiamavano i gruppi che si riunivano per suonare degli strumenti musicali… si intitolò The Baster. Io suonavo la chitarra che ancora oggi non ricordo come feci a comperarmela e naturalmente cantavo appunto le canzoni del mio idolo canoro Morandi. Era la mia boa di salvataggio imitare quell’uomo dalle grandi mani come grande era il suo cuore, l’unico sollievo da una vita di sacrifici… unico baluardo di serenità che mi permetteva di risollevare lo spirito quel poco per continuare ad andare avanti in una vita amara come il fiele. Tra le mille difficoltà dovevo anche fare i conti con il vedere i miei amici che scorrazzavano allegramente con i loro motorini nuovi fiammanti, sempre felici e contenti… e anche salissi di tanto in tanto sulle loro moto, io sempre con il motore dei miei piedi. Un giorno di ‘prove’ di musica con il gruppo The Baster, lo marinai… non ci andai quel giorno all’appuntamento con gli amici a fare le prove di canto e musica con loro, destino fortuito, decisi di andare al paese vicino per rivedere quella ragazzina di nome Giusy che mi aveva stregato il cuore. Quel giorno avevo di che pagarmi l’ingresso al cinema e lì la cercai… al cinematografo, entrai in sala e la cercai con lo sguardo trovandola dopo pochi minuti seduta da sola in una poltrona, mi avvicinai e entrando nella ’fila’ di poltrone e mi chinai verso di Lei… le chiesi se potessi sedermi e mi ripose di sì. La prima cosa che mi venne da chiedergli era se avesse il fidanzato, Giusy mi disse sì… gelandomi il sangue nelle vene, ma subito riprese dicendo che però la storia d’amore era finita… meno male pensai… e mi tornò il respiro regolare e da quel momento iniziò la nostra storia d’amore vero. Lei era bella, è bella ancora la mia Giusy, ma ne sto parlando al passato… Lei era bella e corteggiata da un nugolo di ragazzi. Io ero preoccupato per non avere la moto come gli altri corteggiatori e anche per questo motivo mi sentivo svantaggiato… nemmeno una bici avevo, solo le mie gambe e il mio bell’aspetto, portavo capelli lunghi, ribelli a quel tempo, suonavo la chitarra e cantavo e avevo anche io ragazzine smaniose di mettersi con me e questo mi aiutava nella lotta da tenere a bada gli ’avversari’. ricordo che le ragazzine che mi corteggiavano speravano che litigassi con Giusy che era diventata la mia fidanzata ‘ufficiale’, così che una di loro potesse ambire ad ’avermi’… ma io amavo Giusy e non cera posto per nessun altra nel mio cuore, dal momento in cui mi presentai in quel cinema, Lei divenne l’unico scopo della mia vita.

La nonna di Giusy abitava a Scanzorosciate, vicino a dove io lavoravo e tutti i giorni gli portavo il pane sperando di vedere il mio amore che le faceva visita all’ora in cui io di solito arrivavo. Era l’occasione di qualche minuto per potergli parlare di una qualsiasi cosa… anche ingenua e stupida, mi riempivo d’orgoglio quando la nonna diceva a Giusy che ero l’uomo che avrebbe dovuto sposare… ”sposalo, è un bravo ragazzo, con Lui che fa il fornaio, non ti mancherà mai ogni giorno il pane sulla tavola”… mentre la nonna gli diceva queste cose, dentro di me mi dicevo… se sapesse la vita grama che faccio, la Giusy non me la faresti più vedere. La Giusy era la mia forza, rappresentava il mio coraggio e la mia determinazione, era il nuovo pilastro che sorreggeva tutto il mio animo, per Lei riuscii ad andare avanti… e la nostra storia d’amore continuò.

Nel frattempo di questi accadimenti, mio fratellino Mauro iniziò a lavorare anch’egli come aiutante parrucchiere che al tempo si diceva ’barbiere’, sempre a Scanzorosciate, anche Lui era fatalmente e diligentemente entrato nel mondo del lavoro… altro prezioso aiuto per la famiglia, anche se comunque soldi in casa non ce n’erano mai abbastanza… era ’dura’ la vita che si noi si stava vivendo.

Bruno ”3”

Nell’intermezzo dei miei ricordi, mio malgrado ogni tanto i pensieri mi si interrompono e ricorrente è il ricordo triste del fatto che i miei genitori non m’hanno mai tenuto in braccio per ’consolarmi’ un pò…. sarebbe stato bello se mamma e papà m’avessero detto, ’bravo’… ti facciamo fare una vita di m…a, ma tu sei ’bravo’. Dio. solo sa quanto mi avrebbe fatto star bene sentirmi dire quel ”bravo”, invece mi dovevo consolare da solo tra pianti nascosti in qualche angolo di casa… solo, senza abbracci o baci… solo con le mie lacrime amare nascoste al mondo intero, ma con coraggio ’tiravo avanti’… la stessa cosa che si son detti sulla stessa via nemica un italiano e un austriaco in tempo di guerra ai tempi ’garibaldini’.

Ricordo con gioia che ogni sabato, mastro calzolaio mi saldava i conti del mio lavoro svolto nella sua bottega, e mio fratello Giacomo, puntualmente era fuori ad aspettarmi. Io ricevevo la paga settimanale di ”500”lire d’argento… una moneta grossa nelle mie piccole mani… troppo grande per me! La guardavo, giravo e rigiravo tra le dita nel mentre facevo i pochi passi per arrivare in strada dove dalle mie mani, la grossa moneta d’argento che con mio grande orgoglio passava nelle mani di Giacomo. Contribuivo anch’io alla famiglia, e tanto mi rendeva felice. Del resto anche mio fratello Giacomo consegnava per l’intero la sua paga mensile in famiglia nonostante i suoi ’soli’ ”18”anni, era diventato di fatto il capo della famiglia stessa, ed era perciò che noi avevamo sempre del cibo sopra quei bei piatti colorati con più rosso che altri colori. Giacomo si permetteva il lusso (si fa per dire) di uscire qualche ora di sabato sera e ancor meno la domenica, il resto di tutto il tempo della settimana, era lavoro e fatica… fatica e lavoro. Giacomo, il mio ’fratellone’, l’unico che mi capiva, l’unico che aveva una parola buona per me, la mia figura paterna, il mio protettore.

La notte di carnevale, mia madre mi volle vestire per l’evenienza e mi mise indosso una sottana e un foulard in testa. Di che maschera mi voleva travestire lo sa solo il cielo… vagamente ricordo che uscii dal portone di casa correndo in strada… una motocicletta e il suo conduttore passava in quel fatale momento, mi viene in mente di avere le ruote della moto sopra di me, e sentivo urla disperate di chi subito era accorso al mio incidente. Fortunatamente, non mi feci un gran che male, cosi che dopo alcuni giorni di letto ero più arzillo che mai, di nuovo in campo a giocare una nuova partita con la vita.

La mia vita era ”una cotta” e una ”cruda”E tanto per rimanere in tema di guai che altro non v’era, mi ricordo della prima volta che Santa Lucia mi portò un dono… una pistola argentata… senza fiato la presi per la canna da dove tra stracci era stata riposta ma rimasi a bocca aperta di stupore quando solo la canna della pistola mi rimase in mano… non c’era il manico! Guardai la mamma e lei rispose al mio sguardo sconsolato dicendomi che Santa Lucia era sul carretto con tutti i doni per i bimbi e una buca lo fece sobbalzare e la mia pistola cadde a terra, disdetta volle che Santa Lucia era troppo impegnata a sorreggere i suoi occhi che teneva nel palmo delle mani e non potè fare nulla… la pistola cadde proprio sotto una ruota del carro e si ruppe irrimediabilmente… a me, con tutti i doni che può contenere un carretto, proprio la mia pistola doveva cadere! Tempo dopo seppi che la pistola era di un ragazzino che dopo averla rotta, stanco di giocarci, la regalò a mia madre, di nuovo non so se mio padre fosse presente o meno… io ero il ‘solito’ ragazzino sempre solo, un randagio solitario che altro non pensava che al lavoro per il bene della famiglia.

il comune di Seriate, una estate organizzò una vacanza per le famiglie meno abbienti affinché i loro figli potessero trascorrere tre settimane di vacanza in una colonia montana gestita dalle suore. Mi mandarono a Piazzatorre una località montana bergamasca a una trentina di chilometri da Seriate… passai i giorni più ’brutti’ della mia vita. Non si può incatenare uno spirito libero come era il mio abituato a lavorare e essere un randagio nel tempo libero… mi sentivo dentro come fossi in carcere, rinchiuso tra quattro mura.

Non parliamo del mio problema più grande che avevo da ragazzino, facevo la pipì a letto, mi vergognavo tantissimo, al punto che molti notti non dormii per paura di ”farla dentro” le mutande. Le suore quando vedevano il letto bagnato, mi sgridavano ad alta voce e le loro urla si sentivano in tutta la camerata… e i miei compagni ridevano… ridevano… e io piangevo di nascosto… li avrei fatti soffrire tutti, dal primo all’ultima risata. Uno di quei ”maledetti” giorni in cui soggiornai, si fa per dire, in quella colonia, giocando a palla con i compagni, inciampai maldestramente e caddi rovinosamente a terra con il braccio, le suore mi portarono all’ospedale, la venni ingessato e subito dopo riportato nell’odiata colonia.

Saputo dell’accaduto dove mi ruppi un braccio, mia madre mi venne a trovare trovando un passaggio fortuito da un probabile amico di famiglia che quel giorno, si doveva recare dalle parti di Piazzatorre. Arrivò la mamma che invece che abbracciarmi e chiedermi di come stavo, chiese a una suora di potersi sedere perchè si sentiva male. Gli girava la testa e stava per vomitare… tutte quelle curve fatte in moto nei tornati a salire alla colonia, la fecero stare molto male, e come sempre fui io a consolarla che viceversa. Sarà per tutto quello che ho passato in quelle settimane d’inferno che ora non posso che odiare la montagna… ma più che la montagna, la ”colonia di montagna”.

Finita l’agonia di quella bella vacanza a coronare ogni altro mese dell’anno non meno sfortunato, tornai a casa, a Seriate e li non poteva mancare la sorpresa di benvenuto dopo che mi ero fatto vacanze amare… ci avevano sfrattato di nuovo e di nuovo era colpa del solito padre ’ubriacone’ che annegava i suo stato d’animo nell’alcool.

Tutto da rifare un altra volta, io ero più ‘grandicello’ dovevo ripartire da zero. Altri amici, altra scuola scuola in cui frequentai la quarta elementare, altre storie di vita da ricostruire senza un passato che mi potesse aiutare. La prima cosa che feci fu di andare dal mio datore di lavoro, (oggi si dice) Palmiro mi guardò incredulo, senza parole mi abbracciò e pianse. per Lui era come avesse perso il figlio che non aveva mai avuto e il suo dispiacere fu grande più del mio. Mi augurò ’buona fortuna’ e risposi che non avrei mai dimenticato ciò che Lui e la moglie fecero per me.

E così, altro trasloco con mio padre che camminandogli davanti teneva le briglie del cavallo che a sua volta trainava sulle spalle le due staffe di legno del carro che raccoglieva povere masserizie e qualche mobile che definirli tali era un eufemismo… mia madre e noi ragazzi si stava dietro il carro per spingerlo aiutando il povero cavallo sobbarcato dal peso di tutto ciò che possedevamo… così alla ’buona’… dimessi al nostro sempre difficile vivere. Strada facendo mentre spingevo anch’io per quel che potevo, sognavo ad occhi aperti che la “nuova” abitazione fosse circondata da alberi da frutto, come fu la nostra prima casa di Brusaporto dove sono nato. Dopo ore di viaggio a piedi che servirono per percorrere i 7/8 chilometri che da Seriate ci portarono a Scanzorosciate arrivammo nella cascina ”öl casinet” omonimo dialettale di piccola cascina. Ad aspettarci c’era il ”padrone di turno”, il proprietario del cascinale. Ricordo che mentre questi parlava con mio padre, io rimasi a bocca aperta ad ammirare quella fiammante Fiat Topolino parcheggiata in mezzo al cortile… non gli tolsi gli occhi di dosso, non avevo mai visto da vicino un automobile e il proprietario che era poi il “padrone”, vedendomi così stupito mi chiese se volessi fare un giro e prima ancora di avergli risposto di si ero già con un mano sulla maniglia cromata di quella magnifica ”Topolino”. Mi fece fare un bellissimo giro, ringraziai e fui felice di quell’accoglienza preludio (speravo) di buona convivenza reciproca tra noi famiglia e il proprietario stesso.

Vicino alla nostra nuova collocazione cerano altre casine, vedevo dei ragazzi su per giù della mia età che vi scorrazzavano contenti, vennero a salutarmi nei giorni successivi al nostro arrivo, erano curiosi di capire chi fossimo e da dove venissimo così che con il tempo diventammo amici.

La scuola non mi interessava proprio, mi piaceva di più pensare al lavoro che ancora oggi ritengo che una non si può esimere dall’altra e fu per questo che da subito cominciai a pensare a quello… il lavoro che peraltro mi permetteva di aiutare la famiglia, così mi diedi subito da fare per cercarne uno. Un giono mi recai in una cascina vicino alla mia e entrato nel suo cortile tra l’ilarità scatenata dalla mia presenza di alcune donne che parlottavano sotto una pianta, chiesi all’uomo di casa se potesse darmi un lavoro da svolgere dopo la scuola. Quell’uomo era un falegname e subito mosso forse da compassione mi disse che avrebbe gradito il mio aiuto il pomeriggio, avrei dovuto rassettare e pulire il magazzino laboratorio che egli gestiva, iniziai il giorno dopo, alle ”13” immediatamente dopo la scuola dopo che le lezioni finivano giusto giusto un quarto d’ora prima, per questo motivo non avevo il tempo materiale di mangiare e mi recavo al lavoro diligente come sempre. Le donne di quella casa di falegnami, spesso mi offrivano del cibo, ben sapendo che non avevo mangiato e io mentendo per orgoglio e educazione rispondevo loro che avevo già mangiato, ma non credendomi addentavo un panino con un ”qualcosa” che mi davano per mangiare.

Ero felice, avevo il mio lavoro e la scuola era un optional a cui non tenevo un gran che. Tutto bene in quel ennesimo trasferimento forzato, ma la ”cosa” che mi rodeva di più in petto, era sentire sempre e comunque il ritorno la sera a casa, gli stessi problemi, mio padre che con la scusante di conoscere il nuovo vicinato, passava di cascina in cascina a portare un saluto, ma non era che il pretesto per poter bere un bicchiere di vino…. anche due che gli veniva offerto dai nuovi vicini, ergo, mia madre piangeva e noi figli si era tutti costantemente preoccupati. Era inutile passassi personalmente dai vicini di casa per dir loro di non dare da bere a mio padre, questi non avevano il coraggio di rifiutare un bicchiere di vino ad un vicino, e mio padre continuava a bere e sbraitare la sera rincasando ubriaco. Un giorno presi coraggio e mi rivolsi a mio papà dicendogli… perché fai così?… si, dai, ho capito! diceva… ma nulla cambiava in positivo, devo almeno ammettere che mio padre nonostante tutto almeno non era violento e non ha mai picchiato mamma e figli. Era alcoolizzato, aveva bisogno di bere per scacciare i suoi demoni molto ricorrenti, quando non beveva era la più brava persona al mondo, grande lavoratore che non conosceva fatica… quando non beveva… per questo non prendeva il salario come tutti, il “padrone” per quel poco che faceva gli condonava l’affitto… era almeno un qualcosa di importante per la nostra famiglia.

Mio padre era una persona intelligente e fondamentalmente buona e nonostante tutto, non so perché ma gli ho sempre voluto bene… più che a mia madre… l’ho sempre rispettavo anche molte volte non lo meritasse.

Altro pensiero ricorre a mio fratello minore Mauro, un bravo fratellino che a Scanzorosciate cominciò ad andare all’asilo ma ahimè senza il grembiule con il fiocco azzurro, non ricordo il frangente di qualcuno che mi disse che a Ranica, un paese distante pochi chilometri dal mio esisteva un capannone dove molte persone vi portavano degli stracci e indumenti lisi che buttavano via. Un sabato pomeriggio che non lavorai, mi lavai muso e ascelle e andai a piedi, ovviamente, in quel di Ranica, cercai quel capannone tanto chiacchierato e per fortuna lo trovai, con il permesso del portinaio, subito mi buttai a capofitto su un mucchio di vestiti dismessi, rovistando freneticamente tra loro, trovai un grembiulino che non sembrava nemmeno fosse usato… solo stropicciato. Con qualche soldo della mia paghetta settimanale pagai l’agognato grembiule per il mio adorato fratellino e orgogliosamente glielo diedi una volta rincasato la sera, ricordo di avergli detto che anche Lui ora aveva di che essere orgoglioso di andare all’asilo vestito come tutti gli altri bambini… lo meritava, Mauro come me e Giacomo era un bravissimo bambino.

Non pago di andare a scuola e di pomeriggio lavorare in falegnameria, nelle lunghe sere d’estate quando le giornate se ne vanno a dormire molto tardi, io dopo cena andavo nei campi, cercavo scatolette di latta o tubetti in alluminio… facevo una raccolta settimanale e di fine settimana li vendevo per guadagnare ancora qualche spicciolo così che quell’anno non solo mi feci la mia prima vera Santa Lucia, ma la feci anche per Mauro, comprai dei giocattoli di cui nemmeno ricordo cosa fossero, ma ben ricordo che fecero felici tutti e due.

Ero bravo nel cercarmi lavori e lavoretti, mi davo molto da fare, ma non ero altrettanto bravo nello studio… i compiti non li facevo quasi mai, non ne avevo ne la voglia ne il tempo per poterli fare, del resto la maestra che ben conosceva la mia situazione era più che indulgente e sopprassedeva spesso alle mie mancanze, almeno ero piuttosto ’sveglio’ e quel poco studio che facevo mi veniva bene. Brava la maestra con me, anche se inconsapevolmente mi faceva un gran male quando in classe parlava di me ai compagni dicendo loro che andavo compreso perché venivo da una famiglia bisognosa… povera, e puntualmente mi vergognavo come chi avesse rubato delle mele al mercato che a quei tempi era cosa gravissima. Risultato era che i giorni seguenti qualcuno dei miei compagni mi portava da mangiare delle merendine, ma io che non sono stupido le rifiutavo con la solita scusa che a casa ne avevo già mangiato avendo capito che non era altruismo gratuito ma bensì mi offrivano cibo per farsi belli agli occhi delle ragazzine della scuola, perciò era umiliante, e orgoglioso com’ero, e come penso di esserlo tuttora, dimostravo di non aver bisogno dei loro ’caritatevoli gesti cavandomela da solo…

Non mi faceva stare bene essere considerato il ’povero’ della classe e ci stavo male, ancor più perchè nella mia classe c’era una ragazzina che mi piaceva un sacco, ma questa per accentuare di più il mio malessere, prediligeva i sorrisi di altri ragazzini ’benestanti’. Mi arrabbiavo spesso per queste cose, in particolar modo un giorno, così che il mattino seguente che la notte piovve a dirotto, invece che andare a scuola ed esserci per le ”8.30”, andai di buon ora a lumache e lucertole giallastre che sembravano ramarri. Avevo tutto nelle tasche, lumache e ’lucertoloni’ vivi compresi, arrivai a scuola alle ”10” del mattino, a quell’ora le maestre si riunivano in un altra sala della scuola per fare la loro ricreazione e parlottare fra loro mangiando una pasta per colazione, lasciando ognuna al proprio ”capoclasse” ( che era il solito ”secchione lecchino”) il compito di sorvegliare che tutto fosse tranquillo e non si facesse molto baccano.
Ed erano le ”10”, la maestra non c’era e arriva ’lui’, il capoclasse che io se potevo ogni giorno l’avrei fatto salire su il più alto degli olmi e l’avrei gettato di sotto tanto mi stava sulle ”scatole”… non lo potevo vedere proprio, e lui, proprio l’odiato compagno mi chiese il perché del mio ritardo, senza risposta lo presi per le spalle e lo girai di colpo e gli diedi un ‘calcione’ in culo tanto forte che penso lo ricordi ancora adesso, poi mi sedetti sulla scrivania della maestra e ammonivo tutti di stare zitti, ero io in quel momento per rabbia e per dispetto, l’autoproclamato ’capoclasse’. Qualcuno parlava comunque, sopratutto le ragazze così toglievo di tasca lumache e lucertole tirandogliele addosso, le ragazzine gridavano per la paura e i maschi erano visibilmente intimoriti, non avrei di certo guadagnato la loro stima ma a me non importava perché sapevo che comunque sarei rimasto l’emarginato povero della classe, almeno nutrivano un sentimento vero nei miei confronti… avevano paura.

Ma un quarto d’ora dopo, puntuale, la maestra rientrò in classe e mi colse in flagrante seduto alla sua scrivania, guardò storto me e rivolse subito lo sguardo al ”lecchino secchione” per cercare una risposta al ”lecchino secchione” che ben felice fu di spiattellare spesso esagerando come andarono i fatti in quel tempo di pausa ricreativa. La maestra infuriata mi mandò via immediatamente, e io fui ben felice di andare subito al lavoro nella falegnameria invece che a casa.

Dopo l’accaduto alcuni giorni dopo la maestra fece recapitare a casa dai miei una lettera in cui v’era scritto del mio comportamento violento e diceva inoltre che per questo tutti i ragazzini e ragazzine avevano paura di me, io non ero affatto cattivo, era il loro sguardo di commiserazione che mi faceva male di più che il calcio in culo che diedi al ’capoclasse’. Forse quella volta esagerai, ma ancora oggi non mi sono pentito di aver fatto ciò che feci. Mia madre fu convocata alla scuola dalla maestra per parlare un po del mio comportamento e chiedergli di punirmi e invitarmi ad essere più bravo e buono… e tutto sembrò tornare come prima… in apparenza perché tutti da allora mi stettero alla larga isolandomi se possibile ancor più di prima.

Per mia fortuna la sera venivano a trovarmi i miei nuovi amici del vicinato, giocavo con loro ed ero contento come una “pasqua”, poi tutti nella stalla a mangiare il ‘farinaccio’ nei sacchi destinato come foraggio per i vitelli… era buono e dolciastro e spesso la mia cena era quella così che in casa ci rimanessi il meno possibile lasciandomi alle spalle per qualche ora i soliti, non ignoti, problemi della famiglia.

Laciavo alle spalle per qualche ora i problemi di famiglia, ma ’quelli’ mi attanagliavano alla gola e non mi volevano mollare, infatti un altro sfratto era dietro la porta… ci mandarono via di nuovo, fummo trasferiti in una frazione di scanzorosciate, Tribulina, alla cascina ”mafioil”così denominata dal abbreviativo in dialetto bergamasco del cognome dei propietari…vicina ma sempre troppo lontana dai miei affetti. Altri pianti per giorni e giorni e poi tutto da ricostruire un altra volta, stessi problemi e vita forzata nuova, intanto il tempo passava e con lui aumentava il mio vergognarsi per la nostra situazione.

Logicamente fui accompagnato da altre disgrazie, mia mamma esasperata dal comportamento di mio padre, decise di farlo ricoverare in ospedale per disintossicarsi, e fin lì niente di male se non si pensasse al fatto che l’’ospedale altri non era che il manicomio di Seriate che confinava di pochi metri da Bergamo città. Ovviamente altro motivo di grande vergogna per me che da quando fu ricoverato papà, i ragazzi del posto e vicinato compreso, presero a chiamarmi ”ôl matì”, il piccolo matto… perché quello grande di matto era di conseguenza papà.

Io, sempre inquieto e ’nervoso’ come pochi… non sapevo dove sbattere la testa e il mio stato d’animo aveva rasentato la terra.

‘Marchiato ôl matì’, che lo stesso la buona e brava gente ignorante non aveva altro di che parlare, avessero quei genitori pensato di più all’educazione dei loro figli, non mi avrebbero etichettato ôl matì, il matto piccolo, forse quella gente era troppo impegnata a lavorare e non ne rimaneva per educare i figli, e forse ancora loro stessi non avevano ricevuto alcuna educazioni da genitori nati nella metà degli”800”.
Ci soffrivo comunque e lo stesso volevo e pretendevo rispetto… era il mio unico modo per dire loro che non ero matto ma spesso se non sempre, migliore di loro, in fondo non desideravo che essere spensierato e felice come tutti i miei amici… sereni.

Mio padre in ospedale, o manicomio, dove si mischiavano i pazienti alcolizzati con persone mentalmente squilibrate, e io piccolo testardo, per fortuna incallito ottimista, piangevo ma andavo avanti per la mia strada e la domenica era andare a trovare il papà in ospedale.

Percorrevo ”10” chilometri di cammino per raggiungere Seriate, ma era bello vedere l’entusiasmo di mio padre che da sobrio vedendomi arrivare mi correva incontro, mi abbracciava e mi baciava… uno dei ricordi più belli della mia vita, ricordo che porterò con me quanto mi rimanga per grazia da vivere… era tutto ciò che avessi sempre voluto, baci e abbracci dai miei genitori.

Papà mi venne incontro e mi abbracciò, ce ne fu d’avanzo per scatenare il mio buon cuore, e gli dissi, ti porto via da qua, ti porto via papà, parlerò con i dottori e ti farò uscire. Andai dai dottori, parlai con loro della volontà di portare a casa il genitore, mi gurdarono da capo a piedi come fossi un loro paziente matto… voglio portare a casa mio padre! Questi impietositi e comunque sbigottiti dalla richiesta fatta da un ragazzino di ”10”anni, mi dissero che data la mia tenera età non avrei potuto firmare alcun che documento di congedo ospedaliero, e repentino risposi loro… porterò mio fratello Giacomo a firmare per il papà… la meraviglia trasparve dai volti dei dottori, la mia determinazione li aveva stupiti.

Tornai a casa, subito chiesi di Giacomo che di anni ne aveva ”21” e lacrime agli occhi che mi scendevano a rivoli dalle guance raccontai come andò all’ospedale qualche ora prima. Anche mio fratello voleva che papà tornasse… Giacomo portiamo a casa nostro padre! Mi ascoltò e andò a firmare e papà tornò a casa. Ho voluto tanto bene a Giacomo, senza di lui la famiglia non avrebbe mangiato tutti i giorni e son ’cose’ che non si dimenticano.

Mio padre tornò e con lui tutti i suoi stati d’animo che ingannevole aveva sopito nell’ospedale-manicomio, quindi, tutto tornò come prima in un battibaleno. Mio fratello Giacomo non era più il pilastro della mia rettitudine, non ne aveva più il tempo, quel poco che aveva da dedicarmi adesso era a giusta ragione speso per la fidanzata che andava a trovare con la sua luccicante ”90” Mundial, una motocicletta tutta grinta… bellissima. Andava a prendere la sua Anna a Seriate dove due sfratti prima l’aveva conosciuta… questo tutte le sere… tempo per me non de n’era più… io a casa a sopportare la solita litania di accadimenti che sempre erano tristemente legati alla figura di un padre che beveva molto… troppo, respiravo attraverso le mura la tristezza di quei momenti.

Con il tempo mio padre tornò in ospedale anche per altre ragioni, per ben tre volte si trattò di meningite e grazie al suo fisico robusto se la cavò ogni volta brillantemente. I dottori si meravigliavano che un uomo potesse sopportare tanto, era normale che a ogni ricovero, mio padre veniva privato dell’alcool e per un alcolizzato e lo stesso che togliere dun botto la droga a un tossico dipendente… e un dolore non dolore più forte di qualunque dolore…

La vita a casa per altre faccende era sempre la stessa, compreso il fatto che io tutte le mattine mi dovessi alzare alle ”5”, andare a piedi dal fornaio che distava ”3” chilometri, prendere il pane per la famiglia che di li a poco Giacomo si sarebbe alzato per andare al lavoro che iniziava alle ”6”. Perché poi mandassero solo me dal fornaio e non la mamma o altri fratelli… non l’ho mai capita! La strada era buia a quell’ora, faceva molto freddo… avevo paura ma ci andavo tutti i giorni. Ricordo che il fornaio a volte si rifiutava di darmi il pane dicendomi che eravamo in arretrato nel pagarlo da ”2”… a volte ”3” mesi, forse per questo i ’grandi di casa’ non andavano dal fornaio al posto mio! Io rispondevo al fornaio che di li a pochi mesi avrei trovato un lavoro, gli dissi di non preoccuparsi che il pane glielo avrei pagato… e così feci, dopo pochi mesi iniziai a lavorare, avevo finito la quarta elementare a scuola, mi rimandarono, ma non mi importava della ’scuola’ iniziai a lavorare.

E tutte le mattine di buonora che era sempre buio d’estate che d’inverno, in sella alla moto abbracciato a mio fratello che la guidava si andava al cantiere… mi sentivo un ‘ometto’ di tutto rispetto. Ricordo la squadra composta da muratori che per insegnarmi il mestiere picchiavano duro… e gridavano e letteralmente erano calci in culo per ogni sciocchezza o disattenzione. Solita storia, ”60” anni fa nessuno era veramente cattivo… solo molto ignorante e da questa ignoranza nasceva il pensare di fare bene ad educare al lavoro un ragazzo con calci in culo e scappellotti che ti facevano rosse le orecchie per ore. Persino mio fratello Giacomo mi rimproverava brutalmente per ogni minima mancanza, quando addirittura non mi rifilava un ceffone o calcio in culo. A star con lo zoppo si impara a zoppicare e a star con gli ignoranti non si impara nulla… ma anche Lui, mio fratello, per ignoranza si adattava all’ignoranza… e io sopportavo… come sempre e andavo avanti, dritto per ciò che il pensiero mi diceva, che mi ispirava… forse un pò più avanti dell’ignoranza che trovavo sulla mia strada.

Portavo secchi di ferro che pesavano quanto la calce e cemento, che cera dentro, “stabilitura” a spalla e in poco tempo avevo a destra e sinistra, due bei bolli di pelle scorticata dalla calce… spalle ’bruciate’, mia madre la sera di tutti i giorni, mi ungeva un unguento per medicarmi… a volte piangeva mentre lo faceva. Ripensandoci era la sua più grande manifestazione d’amore nei miei confronti, abbracci e coccole Lei non le sapeva fare, mi regalava un dono più grande… piangeva di tenerezza per me, ma non lo sapevo, ora lo so.

Le piaghe sulle spalle erano grandi, ma più grande era la mia determinazione… l’imperativo era lavorare e guadagnare per la famiglia, lo stipendio a fine mese.

Con il passare del tempo capii il perché venivo picchiato dai muratori compreso mio fratello! per esempio per farmi notare dagli altri che ero ‘veloce’ nel lavoro, facevo le scale per consegnare la ”stabilitura”, ma per scendere usavo il ponteggio che abbarbica il fabbricato, come fossi una scimmia scendevo a capocollo. I muratori, aspettavano l’ora di pranzo e tutti riuniti nella ’baracca’ per un frugale pasto, era il momento dei calci in culo e… botte per la mia indisciplinatezza… così che non mangiavo e andavo a fare il mio pianto in solitaria nel cortile del cantiere accanto alla betoniera.

Altre volte quando non le ’prendevo’, mangiavo in ”5” minuti per poi correre sul posto di lavoro degli operai che servivo da manovale, e ”fratazza” alla mano sinistra con la destra ci spalmavo una abbondante “cazzuolata di stabilitura” e via, che provavo a buttare calce e cemento come finitura sulle pareti di mattoni. Intonacavo da me per imparare il mestiere… o meglio, per ’rubarlo’, all’epoca il mestiere non te lo imparavi perché ogni maestro era geloso della sua professione. Gelosia e ignoranza, gli imperativi che vigevano all’ora negli animi degli uomini… e io non capivo… mi stupivo e non capivo… volevo imparare in fretta, bolle sulle spalle di pelle scorticata dalla calce e pedate nel sedere a tutto spiano non hanno mai fermato l’impeto di lavorare… meglio degli altri, più delle altri muratori.

Ricordo di un episodio ’curioso’ e bello nel contempo, ero in un cantiere di Bergamo, proprio al centro della città, poco prima dell’ora di pranzo, i miei ’capi’ mi ordinarono di andare a comperare cibo e bevande, nel mentre che camminavo per strada, una signora affacciata al suo terrazzo, mi chiamò con un fischio e un cenno di mano, guardai verso Lei che mi disse di salire un attimo in casa che aveva qualcosa per me. Io mi vergognai, ero, sporco e lercio come pochi, ma come mio solito non ci pensai due volte e salii le scale che mi portarono al cospetto della ’signora’ gentile… subito mi fece accomodare e mi disse io ho un sacco di magie e pantaloni che ti potrebbero andar bene se li vuoi… come risposta non aprii bocca, mi tolsi tutti i panni stracciati che indossavo e mi vestii con pantaloni e maglia nuova. Quella signora buttò nella spazzatura i miei vestiti e mi vestì ”della festa” che cosi s’usava dire quando si era agghindati di tutto punto per una ricorrenza come la Domenica, il giorno di riposo anche degli animali. Tornai sul posto di lavoro con le cibarie vestito di tutto punto, mi guardarono tutti meravigliati e increduli, spiegai loro come andò la vicenda e questi scoppiarono tutti in fragorose risate… anche Giacomo rise molto.

Bruno (2)

Ricordo che un giorno la settimana arrivava in cascina una signora di bell’aspetto con un cesto sottobraccio.
Veniva a piedi dal paese e nel cesto portava delle ”spagnolette” di filo di lana e non so cos’altro, ma quello che importava per noi bambini del contenuto di quella cesta non erano le ”spagnolette” ne altro che potesse contenere… a noi interessava solo il momento in cui quella signora tirava fuori da quella cesta per noi… biscottini freschi freschi di forno, non vi posso esprimere con parole la felicità che provavo… un biscotto per ogni bambino. Forse per ciò che quando era il giorno che sapevamo arrivasse quella signora, la aspettavamo ore prima sotto una pianta di un grande fico e quando la si intravedeva di lontano arrivare, sembrava come i pastorelli della Basella che aspettavano l’arrivo della Madonna che avrebbe indicato loro una preziosissima fonte e li accanto chiese si costruisse il Santuario a Lei dedicato.

Il fico quale stavamo sotto per ripararci dal sole o dalla pioggia quando aspettavamo uno (se non l’unico) dei momenti più belli in settimana… i biscottini, ebbene per non farci mancare nulla in fatto di disgrazie, mia mamma un giorno vi salì per raccogliere i fichi che sarebbero serviti per pranzo o cena di quel giorno, un ramo si ruppe e Lei cadde rovinosamente a terra rompendosi non ricordo quale ossa del corpo e per questo si fece alcuni giorni di letto, per grazia guarì presto.

Anche io con mia cugina Maria rischiammo di morire senza si fosse saliti su nessun albero.
Era all’incirca il 1956 avevo quasi ”5”anni, stavamo passeggiando nei campi, nei pressi del piccolo castello di Rocca del Colle ad un certo momento sentimmo il rombo di un aereo che volando si avvicinava a noi e poco dopo lo vedemmo. Volava basso, troppo basso… notammo che il pilota sventolava un fazzoletto bianco o qualcosa del genere fuori dal finestrino, seppi giorni dopo che era per dare un saluto in modo ’originale’ alla sua fidanzata che abitava nei pressi ed era appena stata felicemente dimessa dall’ospedale dove era in cura per malattia… ma quell’aviatore innamorato volava basso, più basso addirittura della torre del castello che era nella sua traiettoria di volo… un boato e lo schianto! Il piccolo velivolo schiantandosi andò in mille pezzi che arrivarono a pochi passi da me e Maria che stavamo ancora con la bocca aperta e il naso all’insù… siamo rimasti illesi ma la paura ci aveva paralizzato le gambe e lo zio ci venne a prendere, le lacrime per il grande spavento ci scendevano a fiotti.

Per ritornare nel discorso di mio padre, il suo continuare a bere, ubriacandosi e urlando a più non posso verso le persone più care, creava molti problemi a tutta la famiglia, al punto che i ”padroni” del cascinale, puntualmente ci cacciavano di casa. Immaginatevi figli miei, la disperazione di ritrovarci per giorni e notti nella piazza del municipio, alla berlina, come messi alla gogna nella pubblica piazza.
Con grande rammarico ho viva l’immagine dei fratelli di mia madre, abitavano nella stessa piazza del comune dove noi ci accampammo e non mossero un dito per venirci in soccorso.
Amarezze, solo tristi amarezze nella mia vita da ‘cucciolo’… per grazia un mattino di pochissimi giorni dopo, il sindaco ci diede la bellissima notizia di aver trovato una cascina per dove poter stare con tutta la famiglia.

La cascina che il sindaco ci trovò, era vicina a quella che avevamo dovuto abbandonare per l’ennesima ubriacatura di mio padre, e conseguente spossamento fisico e mentale da abbandonare per troppo tempo campi da arare e animali d’accudire. La cascina destinataci era di proprietà di una Contessa di cui non ricordo il nome, e mio padre in cambio dell’affitto si sarebbe dovuto occupare dei campi e del bestiame.

Mio fratello Giacomo all’età di “12” anni, cominciò a lavorare come apprendista muratore che a quei tempi ”Bociàsa” (aiutante di ‘ultimo’ livello) si diventava adolescenti da poco,“Bociā” (aiutante di penultimo livello) a “14/15”anni d’età… poi potevi diventare muratore “finito” a ”17/18” anni o non diventarlo mai.

Cosi che Giacomo un bambino che da tale diventò il ‘capofamiglia’ di casa. Giacomo era molto bravo, lavorava per la sua famiglia e consegnava per intero lo stipendio perchè questa potesse mangiare.
La Contessa aveva dei magnifici vigneti e vendemmiava per fare il vino che poi lo rivendeva tramite il suo ’fattore’.
Di tanto in tanto, mia mamma mi mandava a prendere una bottiglia di vino e quella volta mi mandò per questo dal fattore.
Arrivai da lui e questo mi diede la bottiglia ma con un sogghigno mi invitò a berne un poco, intimorito come lo può essere un bimbo di ”6”anni in quella situazione, fui costretto a bere e dopo pochi sorsi mi ubriacai… corsi via da quella stanza e da tutta l’ignoranza di quel fattore, arrivai a casa e spalancata la porta della cucina, mi infilai sotto il tavolo con il vino rimasto nella bottiglia… la ruppi violentemente a terra e mia mamma sbraitò contro di me per quello che avevo fatto.
Fu forse l’unica ubriacatura di tutta una vita.

Un giorno mio fratello Giacomo, si arrampico su un albero e prese un nido di uccellini nati da poco per portarli a casa e farli mangiare alla famiglia. Il fattore lo vide e andò subito a riferirlo alla Contessa con la ”C” iniziale in maiuscolo che dovrebbe per quanto la riguardasse essere scritta con il carattere piu ’minuscolo’ che esista perché era parimenti al suo stato d’animo di ”cuore”, infatti senza alcuna pietà ci cacciò di casa e questa volta non fu solo colpa di papà ma dell’ennesima prova che il Cielo ci pose davanti al nostro cammino.

Altro trasloco, trovammo casa a Seriate, non più grossi alberi e colline ma grandi cascinali compreso il nostro al centro del paese dove andammo ad abitare in una sola stanza per tutta la famiglia dove si mangiava dormiva e lavava.
Seriate un grosso centro cittadino a pochi km. da dove si viveva dalla nobildonna di lignaggio ma non di cuore da saper perdonare un cosi banale errore compiuto tra l’altro per la necessità di nutrire la famiglia, magari anche fosse stato supportato da qualche comportamento non idilliaco di mio padre bevitore.

Una storia che molto somigliava ”Albero dei Moroni” scritto da Olmi, dove il fattore aveva colto in flagranza di reato, il contadino mezzadro che aveva cura dei campi… questi impietosito dal figlioletto di ”6” anni che ogni mattino si alzava all’alba per mangiare un frutto di stagione e dopo dover percorrere dei lunghi chilometri a piedi per raggiungere la scuola, sempre a piedi scalzi d’estate e d’inverno avvolti di qualche straccio.

Così che il papà mezzadro, una giorno tra la notte e il mattino, si recò in un campo distante dalla loro cascina dove la v’erano un filare di ” moroni ” che costeggiava il rio per l’irrigazione.
Il gelso (Morone) è un albero tozzo dalla fibra legnosa molto dura e resistente e ben si prestava a essere usato perché papà tagliandone uno ci facesse un paio di zoccoli cosi che il figlioletto non tornasse da scuola con le piaghe ai piedi. e così fece. Il papá tagliò un albero che era ancora buio, si fermava ad ogni colpo d’accetta per guardare se qualcuno era nei paraggi e lo potesse vedere… buio pesto, nessun problema… tagliò l’albero fin sotto il terreno che lo sorreggeva, portò via il tronco e furtivamente tornò alla cascina con il maltolto… venne visto dal fattore nonostante tutti i suoi accorgimenti e precauzioni, fu denunciato al “padrone” dei campi che lo cacciò di casa e il mattino dopo tutta la famiglia era con le misere masserizie su di un carretto trainato dal cavallo accompagnato alle briglie dal papá che camminava disperato senza una meta dove andare.

Un altra storia simile alla nostra, il contadino della ”bassa” cioè delle zone di Urgnano cacciato da casa mezzo secolo prima per un paio di zoccoli e la mia famiglia cacciata per un nido d’uccellini e forse qualche ora di meno trascorsa nei campi da mio padre.

Non ho ricordo di una sola volta che i miei genitori mi accompagnassero a scuola, sempre solo ad accarezzare siepi e mangiare foglie quand’era stagione.
Mia sorella invece la portarono dalle suore in una frazione di Seriate, Comonte, praticamente una zona fuori a pochi chilometri da casa, ma lo stesso era un avvenimento quando la domenica andavamo a trovarla… mi dispiaceva moltissimo vederla in quel ’posto’, data la mia giovanissima età non sapevo cos’altro fare.
Nel frattempo nacque mio fratello Mauro, ero felice, vivemmo tutti in quella stanza per circa un anno, poi ci diedero una seconda stanza al piano superiore e ne facemmo una camera da letto. Un altro avvenimento che mi rendeva felice era quando il comune distribuiva pacchi dono a Natale… contenevano cibarie che per tre anni a venire consolò il mio stomachino, almeno quel giorno si mangiava!

Andavo a scuola sempre solo come ho già detto, e anche i libri me li passava il comune sempre con qualche mese di ritardo dall’inizio scolastico e per ciò con mio stupore aggiungo che la prima, seconda e terza elementare fatte con la ‘presenza’ ma non con cuore e cervello, abbiano lo stesso ottenuto il migliore del risultato.
Ancor oggi ripensandoci non mi capacito di come possa essere stato promosso in quei tre anni, magari recuperavo e non ero poi ‘tanto male’, o forse era ’Bravo’ il maestro che spesso mi aiutava.

Del resto, anche mi impegnassi nel recupero dei mesi persi senza libri attribuisco maggior merito alla bontà del mio insegnante. Io dopo le lezioni, non ero mai a casa a studiare, uno dei miei amici che abitava di fronte a casa mia era benestante se non addirittura ricco e per questo era uno dei pochissimi a possedere la tv in bianco e nero, che altro non era stato ancora inventato, per cui molti pomeriggi li passavo a guardare i cartoni animati.

La sera invece, sempre piuttosto che studiare passavo ore alla finestra della nostra camera da letto, che affacciandomi guardavo la strada sottostante… ore, magari solo per vedere passeggiare alcune persone, o per sentire il solo e unico passaggio di una moto, che se mi ero già coricato perché s’era ormai fatto scuro, mi divertivo un mondo a vedere il fascio di luce che scaturiva dal faro della moto riflettersi sul soffitto della camera, arrivava la luce e spariva in un gioco fantasioso di qualche secondo… e mi divertivo un sacco!

All’età della terza elementare quindi quando avevo tra gli ”8” e i ”9”anni, presi la decisione di cercarmi un lavoro, cosi che anche io potessi contribuire al benessere della famiglia. Non fu facile, sopratutto perché dovevo trovarmi un lavoro per il solo pomeriggio, la mattina ero a scuola.
Fortuna volle che un giorno entrai in uno stanzino dove seduto ricurvo a ridosso di una scarpa c’era un ciabattino, o calzolaio come si dice ora. Vidi quest’uomo con una gamba di legno e gli chiesi quasi supplicandolo di farmi lavorare il pomeriggio.
Ho bisogno gli dissi, devo aiutare la mia famiglia… questa brava persona si commosse e forse perché sposato ma senza figli, mi vide come fossi mandato dal cielo e subito mi disse vieni pure, vieni con me e ti farò imparare il mestiere. Ero il ragazzino più felice e contento del mondo.
Avevo voglia di imparare presto, subito, e di sicuro feci bene perché il ciabattino si affezionò molto a me. Non bastasse la sua bontà d’animo, per rincarare la dose, la sua dolce sposa mi chiese se di domenica pomeriggio la accompagnassi e l’aiutassi a distribuire le ‘paste veneziane’ che Lei stessa cucinava nel forno a legna della stufa. Portavamo le paste ’veneziane all’ingresso dell’unico cinema del paese in via Cerioli, che lei stessa preparava a casa e la sera venivo pagato con qualche pasticcino che avanzava e riempirsi lo stomaco di quelle leccornie equivaleva a cento pomeriggi a guardare la tv dal mio amico, quasi al pari che ricevere il pacco dono dal comune a Natale. Poi il lunedì di nuovo scuola e lavoro, imparavo con fervore a fare il calzolaio, il bottegaio mi insegnava il mestiere e io ero sempre attento a quello che faceva e mi diceva di fare. Ricordo che avevo le scarpe rotte, dei grossi buchi nelle suola, a volte sanguinavo per il troppo camminarci sopra anche se la mamma mi avvolgeva i piedi con quattro stracci non provavo che un misero sollievo che dopo pochi minuti spariva. Finché un giorno decisi di riparare da me le scarpe buche, al lavoro ero stato attento e avevo ben capito come si potessero riparare, così feci e appena finito il lavoro, portai le scarpe rovesciate sulle suola al cospetto del mio ”padrone di bottega”, Lui le guardò seriamente con molta attenzione, poi alzò lo sguardo e mi disse… sei stato bravo, tu diventerai un bravo calzolaio, ed io ero orgoglioso di quanto avevo fatto, orgoglioso di me!

Il giorno dopo andai a scuola con le mie scarpe che anche se solo ben riparate mi sembrava fossero nuove tanto erano ben aggiustate.
Ad un certo momento della mattinata di lezione, il maestro chiese alla classe che cosa avessero fatto il giorno prima.
Tutti dissero la “loro”, io dissi la “mia”… ieri io ho aggiustato queste scarpe che erano buche… il maestro mi chiamò vicino alla sua cattedra e serio mi disse, mostrami le scarpe riparate da te! mi avvicinai, spogliai le scarpe, le capovolsi sulle suola e gliele mostrai… il maestro le osservò serio in grugno come mi aveva chiesto di andare da lui… me le tolse di di mano e girandole e rigirandole ne trasse la conclusione che non potevo di certo averle riparate io e ammonendomi come fossi uno spudorato bugiardo mi disse di non raccontare ’balle’ e mi ordinò di tornare al mio banco che era all’ultimo posto cosi che nessuno poté vedere le lacrime che cercavo di nascondere… ma incassai il colpo allo stomaco e l’indomani per me era un altro giorno da vivere… o da dover vivere e meglio ancora se poi l’indomani era uno dei pochi giorni che anticipavano la viglia della mia ‘prima’ Comunione e Cresima.
Tutto bene e bello ma il solito problema non poteva e non doveva mancare… il vestitino da indossare quel giorno! in aggiunta alla sfi.. non avevo nemmeno un ”padrino” colui che mi avrebbe dovuto accompagnare all’altare per ricevere Spirito Santo e Eucarestia.
Ero disperato, giorni tristi come fosse Gennaio in una brutta giornata… ma uno di questi giorni arrivò un ’signore’ distinto e si offrì di farmi da testimone e non fosse sufficiente mi comprò un vestitino nuovo “su misura”.
Non scorderò mai quella persona ‘vestita d’azzurro’ che per incanto fece che da una giornata buia di gennaio, io ero in sogno ad occhi aperti come in riva al mare in un giorno d’Agosto.
Non scorderò mai quell’uomo anche se sono passati più di ”60”anni è impresso nella mia memoria come fosse ieri.

Bruno (1)

Il mio nome è Bruno Pezzotta e sono nato il 25 04 1951 nel paese di Brusaporto che all’epoca si chiamava Rocca del Colle.

Nacqui in una cascina posta sulla cima di una ridente collina con vista spettacolare che dava sul paese sottostante e ancor oggi é uno dei posti piu belli del circondario.
Il cascinale era circondato sul davanti da vigneti ben curati e coltivati, piante di noci, ciliegi e fichi, ai piedi della collina nelle distese pianeggianti si coltivava il granturco.
Dietro casa un bosco bellissimo di piante di rubinie che con il loro fiorire bianco in primavera mi riempivano lo sguardo di stupore e l’aria era pervasa dai profumi delicati e inebrianti di primule gialle e mughetti che davano colore al sottobosco.

In questa casa vivevo con mamma Giuseppa e papà Giovanni, mio fratello più grande Giacomo e mia sorella Adriana, ed era divisa anche con mio zio Antonio e mia zia Luigina con appresso i loro 6 figli (Nomi) che per me erano e sono come fratelli, si mangiava tutti insieme, o almeno ci si sedeva a tavola per quello, ma eravamo molto poveri e il cibo era solo il contorno spesso scarso di quei pranzi e di quelle cene.

La domenica si andava a sentire la Santa Messa e noi tutti insieme si faceva una strada che era poco più di un sentiero rurale… in dialetto bergamasco veniva chiamata, ”la strada del luf”, che significa ”la strada del Lupo”, il nome non era casuale, nel secolo precedente alla mia nascita i lupi ancora c’erano a branchi.
Genitori, fratelli zii e cugini si percorreva quel lungo estenuante tratturo che ci divideva da casa alla chiesa, il paese era molto distante e con i cugini ci si distraeva correndo e saltellando accarezzando siepi verdi che avevamo su di un lato della strada, e dall’altro lato di tanto in tanto ci fermavamo ad aspettare i ’grandi’ che camminavano più lenti per mangiare quelle foglie di forma come il trifoglio, erano buone, cosi come a noi piccoli piaceva mangiare anche i fiori di primula che a detta dei ’grandi’ dicevano essere il pane di Dio. ma a mio parere era solo il modo di placare i morsi della fame mangiando un qualcosa… avevamo una gran fame.

Nella nostra casa non c’era corrente elettrica e nemmeno acqua dal rubinetto, nelle lunghe interminabili giornate d’inverno quando il buio regnava sovrano sin dai pomeriggi, si accendevano le lanterne a petrolio per poter vedere il quasi niente di polenta nei piatti e raramente un pezzo di stracchino da metterci nel mezzo quando era ancora calda o il giorno dopo quando era fredda e la si metteva su di una graticola ad abbrustolire cosi che il poco formaggio (quando c’era) vi colasse ed era come si mangiasse la piu buona delle leccornie… serviva a questo e per poco altro la lanterna a petrolio, per cena e per salire le scale per andare a nanna o quando il destino birichino faceva si che un bimbo o una bimba avesse da nascere di notte dove le madri partorivano nello stesso letto di materassi di paglia e canapaccio in cui dormivano ogni santo giorno.

L’acqua dal rubinetto… non era nemmeno un sogno perché si sogna ciò che si conosce e noi si conosceva solo il ‘fontanino’ che era a quasi un chilometro da casa, e l’acqua la si procurava a secchi per lavare i piatti che si usavano nei pranzi, erano un regalo di nozze di mamma e papà, ricordo che erano bellissimi e dipinti a mano con fiori multicolori, lo potevo ben vedere ogni volta che la tavola veniva apparecchiata per 13 persone, tanti eravamo in quella grande famiglia allargata, e li ben potevo notare quei piatti semi nudi, perché tuttalpiù contenevano quello che la natura poteva offrirci, qualche fico, qualche noce o dell’uva se era autunno… questo per noi bambini, i grandi sovente ci stavano a guardare, a loro non rimaneva che radunarsi poco dopo una cena non consumata se non con lo sguardo, nella stalla.

Gli anziani toglievano di tasca un quarto di ”garibaldi’ e dopo aver ciucciato la punta del toscano per inumidirlo, lo accendevano con un solfanello che si toglievano dal taschino del gilet e si sedevano sulle balle di paglia per guardare gli uomini più giovani giocare a carte di fianco due buoi che di giorno lavoravano nei campi e di sera scaldavano un pò l’ambiente con il loro fiato, noi bambini e adolescenti li si raggiungeva sperando che i nonni raccontassero qualche storia…

Ōl mē nōnō n’dí serade dē frēc, dopo it senāt con önā patata buida e ü gnoç de polenta púgiàt sölä stüä a lègna, l’indaā nelā stālā al calür del fiāt di hachę, e a l’glhá contàā shö i storie ai nēuc.

Al ghė pārlāā del lupo catif c’hal rapìã i scętí c’aī fàā mia giôdesē. La üs del nōnō la sera faccia basā, fina fina, n’pō tenebrusa, e l’tecàā a contá sô la storia…

Quan chel vegniā fosc, ōl lupo l’pāsāā cá per cá è sal vedià o al sentìà ōna mama scontētā, al portàā vià ol fiölet o la fiöla cātīā.

I neùcç i scōltāà ōl nōnō a bocā dervidā sensā fìatá. Piö de tōt, i pensāà mal chi ierā puciāt i dit nel vaš per rōbà la mārmelāda o chi ierā n’dač al fiōm sensā pērmēs de nesü.

Ōl terur l’era come la lama d’ō cortel bel mūlat, al teaā l’aria dēlā stalā che t’ha sentiet adoma ol respir di acke.

Po all’impruisa ōl nõnõ al disia, sá, n’endem in lēc ades fiōī che domanmatina an ghá de leá shō al prim cant del gal.

Neüc car, al sī che ghī de otam a mōnsz i acke prima de n’dā a scōlā e dopo disnat an vá a fá la fōiā n’del bosch per goerná õl besciam.

El vegnerá amó a domassira e vè cōnteró shó come l’e n’dacia a finí chelā del lupo e cominserò ōnōtra storia.

Mio padre e mio zio erano mezzadri, coloro che lavoravano i campi di grano e vigneti del “padrone” e dividevano i raccolti a mezzo con lui, ero piccolo ma sentivo dire che davano sempre molto di più a lui, lo facevano per fare ’bella figura’ e accattivarsi la sua benevolenza, a quei tempi era un attimo che per una fatale banalità si venisse cacciati di casa per essere sostituiti da altre famiglie di contadini e tutto questo ancor più se in una malaugurata stagione ci fosse stato brutto tempo quando non tempesta… ma il ”padrone” il suo risultato lo otteneva sempre a suo favore, nel bene e nel male.

Ricordo mio padre e lo zio che quando il tempo volgeva al peggio e si faceva brutto e pensavano avesse di li a poco tempestato, per scongiurare che un disastro si abbattesse su campi e vigneti coltivati, ’sparavano’ nel cielo carico di nubi scure e minacciose una sorta di fuochi d’artificio che le avrebbero ’spaccate’ cosi che non grandinasse rovinosamente… botti che facevano un frastuono tremendo che si sentiva vibrare fin nello stomaco.

In quella cascina avevamo anche galline e anatre che durante il giorno gironzolavano in cortile, le anatre sempre intorno a pozzanghere dell’ultima piovuta e in mancanza di fango fresco andavano a bagnarsi le piume nei rigagnoli che servivano ad irrigare i campi, e di sera, tanto i pennuti erano preziosi per uova e carne a Natale e Pasqua, le ricoveravamo direttamente nel sottoscala fronte cucina.

Era possedere un gran tesoro avere galline e anatre e di certo non aveva un gran che di importanza che noi bimbi fossimo zeppi di pidocchi che si insinuavano nei capelli ed è perciò che ci tagliavano i capelli a zero per poterli togliere più agiatamente.

E poi, e poi ricordo con molto piacere che una volta l’anno si uccideva il maiale, era la festa non liturgica più bella si potesse avere in tutta la famiglia.
Certo il piacere non era sentire le strazianti urla del povero maiale che fatto uscire dalla stalla, veniva inseguito dagli adulti per essere legato e appeso ad un traliccio per essere… il piacere era che per alcuni giorni si sarebbe mangiato carne… e sangue perché neppure quello andava sprecato, lo si mescolava a farina e acqua per ottenere una sorta di torta che cosi la chiamavano.
Non si sprecava niente.
In quei giorni era festa per tutta la famiglia sopratutto per mio padre e mio zio, che appena il maiale era stato ucciso, con il solito pretesto si toglievano l’incombenza del fardello di noi bambini dicendoci che dovevano recarsi alla cascina di amici e parenti al di la del bosco per chiedere in prestito lo ”Sgüra ôregê” ( lo stura orecchie ) un attrezzo che sarebbe servito per pulire i peli delle orecchie del maiale che in realtà non esisteva ma davano il pretesto per tre giorni di ubriacature da mane a sera.

Lo ”sgüra ôregê”… che non esisteva… oppure come quando a noi bambini si chiedeva di andare nella latteria dalle sciüra Maria a prendere le caramelle “petamen-tante”, (dammi tante botte)

Anche i parenti complici di papà Giovanni e zio Antonio, partecipavano a quei tre giorni di bagordi vignaioli e per distrarsi della nostra presenza ci davano un sacco di juta grezza avendo cura di metterci dentro prima di richiuderlo con un laccio di spago, un sasso tanto pesante da portare in solaio al Mario che dopo ore di fatica quando ci vedeva arrivare ci diceva che lui non aveva chiesto nulla, e bisognava riportare il sacco giù per scale di legno irte e scricchiolanti… un po come quando da poco più che grandicelli sul cantiere edile il capomastro ti ordinava di andare nella baracca degli attrezzi a prendere la ”squadra rotonda” cosi che dopo un bel po di tempo si tornava sconsolati dicendo di non averla trovata… perché non esiste che un attrezzo quadrato che serva a misurare un angolo… e loro, papà, zio, parenti e amici in un orgia di vino se la ridevano alle nostre spalle nel mentre facevano ciò che più andava loro di fare… ubriacarsi.
Ci sono voluti degli anni prima che noi bambini si capisse che erano ’scherzi’… che sulla loro reale ’innocenza’ dubito ancora.

Cosi che da rari momenti belli da trascorrere durante un intero anno di privazioni, bisognava fare i conti con gli ’scherzi’ e con un padre ubriaco che tornando la notte, gridando non parlava d’amore alla mamma, nemmeno al resto della famiglia.

Per rimanere in tema di quello che era la quotidianità di sempre, ricordo di una mia zia Lucia che soffriva di esaurimento, uno sciagurato giorno decise di buttarsi dalla terrazzo.
Fu la disperazione di tutti quanti noi, si era frantumata le ossa di tutto il corpo e passarono mesi con lei agonizzante in un letto, non c’erano soldi per poterla curare e perciò l’agonia della zia terminò non troppo fatalmente.

Ricordo mia nonna, una donna stanca da tutto il lavoro fatto in vita da ormai più di ”80anni”, a quei tempi si era molto vecchi, molto vecchi!
Lo stesso mia nonna, anche ciondolante mi accompagnava per brevi passeggiate nel cortile di casa e se era di ’buona giornata’ andavamo pure nei campi.
Quando si camminava nel cortile, prima di rincasare era scontato che la nonna mi accompagnasse alle casse delle anatre, quelle casse con un letto di paglia in cui vi covavano le uova.
“Peccato solo“ che una volta, chissà per quale bizzarro motivo mi appisolai dentro una di queste casse… l’avessi mai fatto, un anatra infuriata si scaglio contro di me per reclamare il diritto di possesso di proprietà privata, avevo invaso la sua cassa, me la sono vista brutta, molto brutta… fortuna volle che mio zio era lì vicino e accorse tempestivamente per salvarmi da quella furia scatenata… le anatre sanno essere cattive se tocchi le loro casse da cova.

Lì vicino al pollaio delle oche c’era un pezzo di lamiera che faceva da cuccia a un cane lupo sempre legato alla catena, era molto cattivo, distrattamente a volte passavo davanti alla sua cuccia e ho rischiato di essere sbranato, un incubo quel cane lupo… il mio incubo quando di notte mi appariva in sogno quel cagnaccio cattivo… o forse non era cattivo… non più di quando non lo diventerebbe qualunque uomo legato al collo con una catena per tutta una vita… questo lo so ora, ma quand’ero piccolo avevo il terrore di quel cane. E non bastasse il lupo a terrorizzarmi, come preludio ben augurante di buon incubo, la sera quando con lanterne alla mano salivamo le scale per andare a dormire, sulle mura ai lati si allungavano delle figure d’ombre sinistre spettrali che si muovevano vibrando al muoversi dello stoppino della lanterna che ciondolava nelle mani di qualche mio cugino più grande di me che invece di rincuorarmi, ridendo sotto i baffi mi diceva che erano le figure di fantasmi.
Che paura passare senza accorgermi vicino alla cuccia del lupo… che paura salire le scale e che paura addormentarmi.

In realtà qualche attimo di tregua al fiato corto prima di dormire l’avevo, la mamma veniva a prendersi lo “scoldalec”, (lo scaldaletto) una doppia pentola bucata con dentro brace viva di camino, veniva da Lei riposta un ora prima mi coricassi tra le lenzuola sotto le pesanti coperte e se la veniva a riprendere ormai tiepida o poco più per metterle nel suo letto o in quello di qualcuno delle nove persone tra fratelli e cugini che dormivano in quella stanza con me compreso.
In un altra stanza mio padre e la mamma, accanto un altra stanza ancora per mio zio e zia.

Paure e incubi a parte, “fin qui tutto bene”… “si fa per dire”. Il grande problema era e rimaneva mio padre, una sera si e un altra ancora era ubriaco, sbraitava con mamma e noi piccoli terrorizzati. Si ubriacava spesso mio padre… troppo spesso, ancora non so il perché lo facesse in continuazione, ma ripensandoci, Lui ha fatto ”8” anni di guerra, e dopo quella non è stato più Lui. In racconti degli anni successivi ebbi modo di ascoltare da molti amici che mi diedero testimonianza di padri tornati dalla guerra sconvolti. Forse l’alcool era una valvola di sfogo per ognuno di loro, un modo per essere storditi e non sognare la guerra ma la violenza riusciva a trionfare in quel tentativo di evadere la realtà delle notti insonni, e si sfogavano contro le famiglie il conseguente retaggio di incubi indelebili vissuti in guerra. Del resto, anche tenti di sforzarmi di ricordare non mi viene in mente di una sola volta che i miei mi presero in braccio, così, semplicemente per ‘consolarmi’ un pò, che è così che definivamo ‘il fare le coccole’.
Purtroppo, mi ricordo fervidamente soltanto di angosce e paure senza un attimo di pura felicità, e non lo dico per impietosire, era solamente la mia quotidianità, sarebbe bastato anche qualche attimo di serenità, ma con il senno di poi capisco che non era ’cosa’, il cielo aveva già tracciato il mio percorso su questa terra.

Il mattino si andava nel bosco dove al centro di esso vi si trovava una splendida ’sorgiva’, acqua pura e fresca che sgorgava dalla roccia e nel suo rivo, ci potevi fare il burro con il mortaio di legno anche ad agosto… il nome di quel posto incantato era comune per tante altre sorgenti di collina… ”Ôl fontanì”. ( la piccola fonte ) La piccola fonte che serviva alla nostra famiglia per bere ogni giorno insieme al poco cibo, lavarsi la faccia ogni giorno e lavarsi in un mastello di lamiera, una volta la settimana. Da quella fonte si attingeva anche l’acqua per dissetare gli animali… quella fonte era ed é la vita perché sgorga ancora oggi.

Ricordo che a ”500” metri da casa c’era un ruscello gonfio d’acqua in almeno tre stagioni l’anno, era ai piedi del bosco lungo la strada che portava al paese, quella di siepi e foglie buone da mangiare.

In questo ruscello, tragicamente morì mio fratellino a soli quattro anni. Tornando dall’asilo, se non ricordo male perché io non ero ancora nato e mi fu raccontato poi, mio fratellino con mio fratello e un mio cugino, si fermarono ai piedi del bosco dove la siccità di quel periodo, aveva seccato erba e spini, venne loro in mente di accendere un bel fuoco, che però da subito non riuscirono a contenere. Le fiamme divampando lambirono il grembiule del mio fratellino che prese fuoco in un attimo, vani furono i disperati tentativi di salvare il fratello e cugino, impotenti urlavano disperati e nessuno li sentiva, e, mio Fratellino di ”4” anni morì ustionato. Troppo tardi arrivarono mio padre e mio zio, non c’era più nulla da fare che tentare di resistere alla disperazione.
ancora oggi con precisione non so esattamente come ’andarono le cose’, in casa ne parlarono poco… oltre la guerra di ”8” anni in Russia, forse anche questo contribuì a far si che mio padre bevesse molto, non arrivare in tempo per qualche minuto a salvare tuo figlio, credo sia una disgrazia tanto grande da lasciare immaginare ad ognuno di noi quanta disperazione comporti… anche sia un fardello troppo grande da sopportare, si va avanti, per moglie e figli rimasti, in qualche modo bisogna si vada avanti.



Tutto pronto…

PREFERISCO PENSARE CHE NULLA ACCADE PER NULLA. E SPERO VIVAMENTE CHE CIO’ CHE SCRIVO, NON SIANO “COINCIDENZE” MA MESSAGGI D’AMORE DESTINATI A RIMANERE NEL TEMPO…………….

Tutto pronto… titolo compreso, ma dopo aver riletto il manoscritto per più volte, ho deciso di mettere a disposizione il titolo di “Solo per oggi” per chiunque quel giorno fosse ispirato in un pensiero da immortalare su carta, e aggiunsi “il tuo pensiero Solo per oggi”, avrei offeso la memoria del Papa Buono, me lo fossi tenuto per me. Così il titolo del mio libro si intitolò. Dio c’è, per poter dire che non c’è, e spiegare il perchè di questa scelta sarebbe come riscrivere adesso tutti i brani del libro.

E’ LA PRESENTAZIONE DEL MIO NUOVO LIBRO-RACCOLTA………………………

Certezza.

Speranza e sogno vanno a braccetto come due scolaretti di prima elementare sul viale d’ingresso che porta alla scuola. La bambina e il bambino si tengono teneramente per mano, e nel tanto vanno al loro giovane insegnamento quotidiano, e anche ancora non la conoscano, in cuor loro sono ‘speranzosi’ che tutto vada per il meglio… e si impari la lezione della maestra. I ragazzini non conoscono il significato specifico della parola ‘speranza’, ma i sogni li fanno già da metà della loro vita perciò anche non sappiano… sanno. Poi si diventa ‘grandi’ e la ‘speranza’ si sa bene cosa sia… molti delusi che non ci credono più, molti che credono a “tratti” e un infinità di persone che ancora ci credono e per sempre ci crederanno. La speranza è riuscire a realizzare un qualche cosa che faccia bene allo spirito, quindi avere una meta da raggiungere… anche su una sedia a rotelle. La speranza ti aiuta a non abbandonare i sogni per il solo motivo di essere ‘grandi’. La parte divertente nell’attesa che si realizzi il desiderio riposto nella speranza è sognare… e non ci sono parole migliori per dire che chi smette di sognare… smette di vivere.

Agosto

Un affare mi venne proposto e per compenso una parte in denaro e per il saldo un cavallo. Già, il mio primo cavallo arrivò così, ti do tre milioni di lire e Ulisse, un cavallo mezzo sangue italiano e arabo mi disse “Gige”, è bravo, docile, mansueto, va bene per te che non sei un esperto. 

Ulisse era, come si dice in gergo, “rotto in bocca”, e una volta preso il galoppo non si fermava mai. Solo mesi dopo venni a sapere che Gige me lo aveva dato perché un giorno, in prossimità di un funerale, si scagliò a spron battuto tra la folla, facendo cadere rovinosamente la bara con feretro annesso.

Cedetti Ulisse a un altra persona, e andai al mercato di un importatore di cavalli. Mi avvicinai al recinto dei cavalli Argentini, e lo vedi lì il ‘mezzosangue’, in mezzo a cento, bello, impetuoso, nervoso, fiero.  A nulla valsero i tentativi del capo mandriano, il gaucho che mi diceva implorante, no buono per te, cavallo per ‘grande’ cavaliere… e lo presi. Baio scuro, bello. Ricordo che spesi la stessa cifra del suo ‘acquisto’ per agghindarmi a tono. Sembrava che io e Kenzo dovessimo partecipare alle finali dei campionati del mondo di Dressage. Anche la mia nuova fiamma aveva una splendida cavalla arabo-polacca, ma si stancò trasmettendo la passione al papà e con Lui ci recammo da Piero a Ossimo un ridente paesino montano nel bresciano.  Mi innamorai di Solita, una bella argentina maculata incinta che ci diede uno splendido puledro, che purtroppo morì pochi giorni dopo la nascita. Sempre da Piero acquistai un cavallo del Don, Bauwer e, anche se Flaminio, mio suocero, mi sconsigliò di prenderlo perché era “intero” cioè con gli attributi, io non sentii ragione e lo volli.
Due giorni dopo lo riportammo dall’ex proprietario, aveva demolito la stalla a suon di calci tanto era impetuoso, ed era pure impossibile cavalcarlo tanto era brioso e incontenibile. Dopo quella esperienza,  Benvenuto, un maestro di cavalli, mi consigliò una magnifica cavalla tedesca alta due metri al garrese, bianca, con macule leopardate (Ubero). Il suo nome mai fu più appropriato, si chiamava Signora, era stupenda, non fosse che era un’ex “saltatrice d’ostacoli” e dopo una lunga carriera, non ne voleva giustamente più sapere di cavalcare a ritmi forsennati e nemmeno di fare tutto quello che un esuberante cavaliere come me volesse, e allora dopo poco tempo, ciao Signora…

Londra

Inghilterra, conservatrice a tutto campo, preserva bellezze che raccontano la storia. Magnifica la cattedrale di Westminster, dove entrando si è nel mezzo di una parte importante della storia del mondo, a partire del primo sovrano che nel 1066 vi fu incoronato Guglielmo il conquistatore, e in tempi più recenti, Re Giacomo, e la Regina Elisabetta I. Negli androni del seminterrato si possono vedere e calpestare lapidi commemorative di illustri nobili ivi sepolti da, Lord Byron, Charleston Dichens, William Shakespeare, Oscar Wilde, Winston Churchill, e molti altri personaggi che hanno fatto la storia d’Inghilterra e del mondo intero.  Ultima ma non per importanza, l’indimenticabile Principessa del Galles Lady Diana Spencer, che nella cattedrale stessa vi furono svolti i suoi tristi omaggi funebri.

Il quartiere di Portobello Road, con le sue vie multicolore e i suoi negozi stracolmi di souvenir e curiosità di ogni genere, e li vicino, un castello meraviglioso, residenza estiva dei reali, dove un ala è aperta ai visitatori.  L’Abbei road NW8 city of Westminster, il più prestigioso locale dei Beatles, un lange bar con al suo interno una sorta di museo stravagante allestito per il famoso gruppo musicale, dove si può ammirare uno dei reggiseni da scena di Veronica Ciccone.

Una bella coda di almeno tre quarti d’ora, per entrare nel locale allestito per Hard Rock café, dove una maglietta autobiografica costa tre giorni di lavoro.  Facce strane, come quelle degli Ebrei con barba e cappello a tesa dritta, che non regalano troppa confidenza e uomini elegantissimi di origine africana che passeggiano con capelli lunghissimi a treccine da ‘rastafariano’, donne con chioma rasata da una parte, e capelli lunghi e fluenti dall’altra, colorati come fosse un carnevale di plastica.

Una città Londra, che ben si sposa con il promiscuo razziale, nel rispetto di ogni tendenza sessuale, religiosa e politica, una città che vale la pena di vedere e visitare per la sua straordinaria moltitudine di stranezze e ambiguità, che comunque vivono di fatto in uno dei posti più conservatori del mondo, e anche per perciò affascina, e sarà per questo che invade gli occhi e i sensi. Da Bergamo… a casa, su viale Papa Giovanni a “far vasche”, pensando a te. I Love Londra. E’ un altro anno, saranno altre gioie e meno dolori perchè chiusa una porta, la speranza spalanca un portone per orizzonti migliori.

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Biker

É un’altra estate che se ne va, piano piano meno chilometri da macinare dietro la visiera scura del casco. Ogni volta mi chiedo quanto avrò il piacere di ritenermi ancora come ora, un motociclista, un bikers, un ‘bastardo’ su due ruote con tatuaggi sui bicipiti. Che se i tatuaggi dovrebbero  intimidire e affascinare, a me rimane la Madonna delle Grazie su una spalla, e una Croce cinta d’Alloro sull’altra che dopo un ventennio sbiadiscono sulla pelle ma mi si imprimono saldamente nell’Anima… al riparo dalle cazzate che ancora combino.

Ma alla fine sono un motociclista ‘bastardo’, un bikers ormai solitario che sogna come quando aspettavo con ansia mi si sostituisse un carburatore “14” Bing con un “16” Dell’Orto… due cavalli in più aggiunti al motore mio ‘cinquantino’ Gerosa Zundāpp…
La moto è un pezzo di ferro e non ci si può innamorare ma ci si può innamorare del senso di libertà che  ti regala il vento in faccia e tanta innocente spavalderia. Quel sentirsi a posto anche dopo trecento kilometri macinati di fresco tra strade di molta polvere, sporchi sul giubbotto di pelle ma puliti e liberi dentro da pensieri indesiderati.

È una vera passione la moto, anche se non può minimamente competere con l’amore che si prova per una Persona che ci possa innamorare, e ‘lei’ gelosa si vendica ricordandoti che quando ti sei presentato a cavalcioni sulla sua sella, hai fatto palpitare il cuore di chi hai amato o di chi ami.

Con il passare del tempo il tuo corpo ti suggerisce di frequentare meno la palestra e fare più passeggiate nei boschi o in riva al mare. Avanti nel tempo non si beve e non si mangia più senza conoscerne la quantità.  Mille cose hanno assunto una dimensione diversa del solito modo d’essere di una persona con molte primavere che si è  caricata sulle spalle… è tutto come prima ma al rallentatore. Ecco la spiegazione del perché  si amino tanto le due ruote, forse perché invece che rallentare, si apre sempre più la manetta del gas, e ti fa rimanere un “giovane vecchio bikers” testardo e indomabile ‘bastardo’.

Al di la del balcone.

Di là del balcone, seduto vedo la nebbia che scende a coprire le case. I lampioni sembrano palle luminose color delle arance, sospese nel buio velato da una coltre nebulosa. Sale la nebbia agli irti colli… come sale uno stato d’estasi celestiale. È virgulto incontenibile per lo spirito, è come stare nella ‘dimensione’ che più desidero. Il momento per ognuno di Noi. Il momento che dura il tempo di un momento per ritrovare se stessi in una disamina dello spirito per poter continuare a sperare… a vivere, un momento di quiete, un momento serenità con il mondo, un momento dove il mondo non esiste.