Playboy della vita 3

@Si sentì un altro starnuto possente alle spalle di Mario, il “cv19” non era ancora arrivato in Italia e quindi non poteva che essere un altra ‘vittima dell’incenso’, si girò incuriosito pensando fosse la stessa Amanda, ma il fazzoletto lo aveva tra le mani Clorinda la ex di Astolfo, un bel giovanotto con il nome che gli fu dato alla nascita dai genitori, nobili d’altri tempi senza più titolo nobiliare ma con un cognome importante che i ‘Della Torre’ dovevano accompagnare con nomi altisonanti e singolari. Per gli amici era sempre e comunque solo ’Asto’ che a quei tempi si associava a una nota marca di sigarette (Astor) che neanche a dirlo, aveva sulle due facce del pacchetto, l’immagine a mezzobusto di un lord inglese con parrucca bianca. Semplicemente Astolfo, un ragazzo che di nobile aveva i sentimenti, la moralità e la serietà e queste doti non decadono mai.

Ero sul treno che mi portava da te, e Tu già non eri più ‘mia’.
Binari che obbligavano la via come due mani a palmi aperti protesi in avanti con le punta delle dita che si perdevano nell’orizzonte, come fosse una preghiera che si univa alla supplichevole voglia di averti tra le mie braccia.
Un treno senza fumo ma solo rumore che si confondeva con il frastuono del mio pensiero. Pensavo che fosse ad aspettarmi alla fine di quelle mani scure mai congiunte che mi avrebbero portato a quella stazione… pensavo ci fosse Lei ad aspettarmi.
E Lei, Clorinda, c’era quando con uno stridore di ferro che mordeva altro ferro il treno si fermò.
Poco dopo scesero i passeggeri, qualcuno con ansia, altri con stanchezza e qualche ‘vecchio’ con un sorriso di sollievo.
Clorinda era là, Statuaria come in un film di fine ‘ottocento’.

Negli occhi di Clorinda non c’era il colore dell’amore, ma una velata e malcelata parvenza di ‘tristezza’ che aleggiava tra le sue ciglia.
Erano mesi che i due fidanzati non si vedevano.
Astolfo era un dirigente di una nota industria italiana nel settore edilizio, più precisamente fu scelta la sua persona per un lavoro in Sicilia, dove ‘serviva un esperto’ del calcestruzzo… il viadotto programmato aveva da terminarsi a regola d’arte in tempi brevi.
Una bretella molto importante che avrebbe collegato due importanti realtà cittadine… Astolfo aveva da dare un risultato sicuro per la “tenuta” del calcestruzzo nel viadotto, perciò stette lontano da Clorinda per 9 lunghissimi mesi.
Mesi passati in gran parte immersi nel lavoro e con il tempo restante cercare di riposare quel poco, e riservare l’ultimo barlume di ‘vitalità’ rimasta, al pensiero dell’amata Clory.
A volte pensava con il cuore, a volte con un altro organo del corpo che ha solo l’uomo e con cui spesso suo malgrado “ci ragiona”, in quel caso il “ragionamento” sfociava nella lotta dei vigliacchi… ‘5 contro uno’… perché le dita delle mani le aveva tutte. Astolfo pensava a Clorinda dopo una abbondante bevuta di tumbler colmi fino all’orlo, scolati davanti al bancone di un bar o a volte anche dopo una malinconica storia d’amore appena vista in uno sceneggiato televisivo. Pensava molto alla sua bella, l’ultimo pensiero era sempre per Lei, che ora finalmente di li a poco avrebbe visto e abbracciato in carne e ossa. Astolfo incontrò senza troppo entusiasmo l’abbraccio di Clorinda, e Lei rispose con ancor meno ‘affanno’, cingendogli la vita con braccia molli e dita mosce.
Gli occhi di Clorinda eran chiari come la luce e malinconici come una giornata uggiosa, era giunto il triste momento sempre rimandato in quelle lunghe telefonate che diventavano man mano sempre più corte.
La resa dei conti.
Come poter dire all’uomo che torna dopo nove mesi per chiederti di sposarlo, che il loro non era amore… che a Clorinda il ‘vero’ amore entrò nel cuore quando Massimo gli consegnò un auto nuova. Il ‘povero’ Asto, fu l’ignaro artefice di questa bella pensata… non immaginava che un regalo di compleanno tanto costoso potesse mandare in fumo i suoi futuri progetti di famiglia.

Certo non avrebbe dubitato dell’amico ma ancora non poteva certo immaginare che Clorinda andasse da Massimo a ogni spia che si accendesse sul lunotto anche si spegnesse qualche secondo dopo aver avviato l’auto… e Massimo resistette a una… due… tre spie “accese”, poi pensò addirittura di fare una cortesia all’amico Asto, aprirgli gli occhi sulla donna che pensava di sposare… e se la “fece”, la ‘scopò, non era certo fare all’amore.
Tra una “strombettata” di clacson e l’altra, Massimo la invitò una sera a cena e il finale fu il solito di tutte le ragazze senza ‘ciclo’ che si accompagnavano al fascinoso Massimo.
Clorinda si innamorò ‘pazzamente’ di Lui, del suo essere fuori dalle regole e vivere la vita giorno per giorno, senza ‘cantieri autostradali’ lunghi mesi per essere terminati. E adesso cosa fare, pensò Clorinda.
Come posso “chiudere questa brutta faccenda?”
‘Chiuderla lì, accanto ai binari con i treni che stanchi ripartono. Andare a casa, andare a dirglielo dove, che è finita!? Pochi minuti e si fece qualche passo, prima si entrasse all’interno della stazione… nel mentre che camminavano arrivarono alla soglia d’ingresso e Astolfo che era davanti a Clorinda, la prese per una spalla fermandola, Lei si girò guardò stupita e ammutolita.
Il suo sguardo era serioso e cupo come una notte senza luna, prese delicatamente le mani nelle sue, la guardò intensamente nel profondo degli occhi e dopo pochi istanti che parvero ore intere, senza parole le rilasciò girandosi sui suoi tacchi senza voltarsi… in cerca di un altro treno da prendere.

Un altro treno che lo riportasse tra catrame e cemento di quella strada siciliana, altri binari che come mani quasi congiunte protese in avanti si perdono all’orizzonte. Un treno che lo riportasse da Concetta, la bella segretaria che in ufficio sorrideva spesso a ogni richiesta di Astor, fosse preparare dei disegni-progetti o servigli un caffè con cornetto presi al bar accanto. Quella bella ‘mora’ timida come un alba e radiosa come una giornata di sole, focosa come il peperoncino della sua terra. Quella bella ‘mora’ dagli occhi neri pieni di colori dell’Africa che Astolfo aveva sempre evitato anche solo di guardare troppo a lungo per non illuderla e per non illudersi dal momento che era fidanzato con Clorinda. Ora Asto, deluso, con la morte nel cuore cercava quel treno per poterla rivedere. Come improvvisamente si fosse liberato di un fardello. Deluso è afflitto per aver perso del tempo inutilmente a cercare di sopire il vero sentimento che si ravvivava ogni volta che Concetta bussava alla porta per consegnare i giornali e la posta del mattino, su, nell’ufficio container del cantiere. Quanta amarezza nel suo cuore, per Clorinda per Massimo, ma non passò che qualche anno e Astolfo li ringraziò pubblicamente ad una rimpatriata di ‘vecchi’ amici attorno a una tavola imbandita… in fondo gli avevano fatto un grosso favore.

Una storia d’Amore che Mario conosceva bene. Conosceva Clorinda, aveva sentito parlare di Lei, o forse non aveva solo “sentito” ma non importa. Mario era avvezzo a storie ‘strane’… era abituato che la vita gli si complicasse, e pensava fosse insito in Lui il conoscere persone ‘particolari’, e pensava anche che gli fosse destinata dal Cielo.

Storie Strane come la storia stessa di Mario che si racconta nella sua mente ogni volta che pensa a uno ‘sbaglio’ d’amore, che a ben pensare non è mai uno ‘sbaglio’, l’errore, è la persona ‘sbagliata’…

Qualcosa si muove nell’aria. È qualcosa di nuovo, forse il vento, forse un idea perché non fa rumore, si sente solo percepito dal cuore.
È il pensiero che parte solitario e arriva ad un grande amore. È stato bello cominciare non sapendo che doveva finire, nel mezzo momenti belli e brutti, tristi o dolci come il miele di castagno che profuma d’amaro. Dolce e salato come un rapporto naufragato.

Da sempre qualcosa si muove nell’aria, qualcosa che rende felici e infelici. Non fa rumore, sembra di respirare un emozione che va diritta al cuore. Dolce e salato, chi fa ridere ha bisogno d’amore e sarà consolato, chi fa piangere, piangerà… ogni lacrima che scende per amore dai solchi di un viso, il Cielo le conterà una ad una e le riporterà sulla terra al mittente… non per rancore o vendetta ma, la vita stessa che restituisce il doppio di ciò che riceve in bianco e in nero. Si muove qualcosa nell’aria… è la vita che reclama un altra storia d’amore e bussa insistente alla porta di chi non crede più possa nascere un fiore nel giardino del l’animo.
La vita non molla, si sente nell’aria, bussa, bussa alla porta e quando finalmente si apre, alita addosso un profumo di speranza. La vita chiude la porta da dove è entrata e ne apre sempre un’altra più grande… e si muove qualcosa nell’aria… è nato un nuovo amore.

@E Tu dove sei ora. Mi chiedo se ti nascondi ancora dietro i rami di un albero per sbirciare giù, a valle, sperando possa nascere un fiore. Lo stesso sicura di Te oltre ogni limite.  Timida e gagliarda che avevi costruito un castello intorno al nostro amore. Amore di ragazzi. Una sera mi scesero due lacrime, chiedevo al Cielo mi facesse fidanzare. Ero stanco, 17 anni e mi sentivo già grande, piansi pregando Dio. davanti al bancone di quella ‘latteria’ in cui nel tempo d’un soffio, per la prima volta ti vidi e fui esaudito. Iniziò un amore di rispetto che per me, rimase tale e per Te andò dove deve andare un sentimento ‘pulito’… nel ‘magico castello’. Ma un castello non mi poteva rinchiudere a lungo.

Le agiatezze presunte mi lusingarono ma preferendo in qualche modo “guadagnarmele”, scelsi un altro modo per poter dire che c’ò provato, tanto per rimettermi in gioco ogni volta… perché chi lotta, vive. Lei, la mia futura sposa si presentò nel migliore dei modi in tutte le situazioni che richiedono moralità, rettitudine e fedeltà.  La mia moralità me la sto ancora ‘costruendo’, la rettitudine è motivo principe di ogni riflessione che faccio quotidianamente la sera da tempo immemore dopo che ho fumato e bevuto una tazzina di grappa… per la fedeltà non ho mai fatto ‘sacrifici’ di sorta, a volte, mio malgrado, sicuro di essere un incallito donnaiolo che non aveva nessun tipo di freno inibitore che mi potesse trattenere dal passare una serata al lume di candela con una persona, anche non fosse la donna a cui avevo giurato amore prima di uscire di casa.

La solita scusa, il ‘solito’ vile e banale pretesto di dover partecipare a una noiosissima rimpatriata tra coetanei… o qualche altra stronzata suo pari. Mi resi conto presto di avere questa attitudine a ‘tradire’. Un tradimento che lasciava sempre l’amaro in bocca, prima e dopo averlo compiuto… il più delle volte se non tutte, mi pentivo di essere stato con una persona che per farci l’amore, dovessi prima farmi un bicchierino. A Mario piaceva il preludio di intraprendere una situazione dove poter sfoggiare tutta la sua arte da ‘conquistadores’, una cenetta dove incantare al suono del piffero il cobra che esce dalla cesta. L’Amore vero e aspettare la persona che ami, Lei che torna da una vacanza, e nemmeno lasci che varchi la soglia per fare l’amore con lei subito, dietro la porta… e quel che non si spoglia si strappa, con bagagli ancora a terra.

Qualcuno capisce presto, altri come me, tardi. Ma non è mai troppo tardi per dire al mondo che sei vivo. C’è sempre un tempo per questo. Ci fidanzammo, il lunedì non ci si vedeva e nemmeno di mercoledì… o forse giovedì, comunque i giorni di “libertà vigilata” erano due per ogni settimana. Il venerdì sera la tv con i suoi genitori seduti sul divano del ‘salotto’, magari dopo aver consumato un lauto pranzo a base di polpettone, con l’aggiunta di un bicchiere di vino, seduti intorno a un tavolino ricoperto di formica azzurra che lo stesso mi sembrava di essere a capotavola nel grande salone del castello dei nostri sogni… o più dei suoi, che lo scoprii poi. Il sabato era il solito rituale di sempre, nella casa di Lei, pulizie come fosse primavera e sbocciassero fiori nuovi nei prati o la neve li coprisse… a mezzogiorno prosciutto crudo tagliato fine preso in quella drogheria con il padrone che era oltre la pensione da un pezzo, ma il S.Daniele l’aveva buono solo lui.

Il pomeriggio dopo un sonnellino ‘giretto’ in centro per shopping che comunque si finiva sempre in quella boutique che per un giubbotto per me è una gonna per Lei, si spendeva una buona parte dello stipendio di un mese, in cambio un foulard di Versace regalo ai clienti migliori a Natale. La domenica di mattino niente Messa, perché ci si credeva, ma a Gesù tanto doveva “bastare il sol ‘crederci’, allora una passeggiata tra le colline in compagnia dei nostri cani da pastore bergamasco e pranzo da quel ‘signore scapolo’ che preparava da mangiare per una decina di persone che si prenotassero per tempo, dove gli scontrini fiscali non erano nemmeno ‘usati’ dalle trattorie in paese aperte tutta la settimana, figuriamoci in mezzo al bosco. I cani legati fuori ad aspettarci, Bloda, Baiüs e la “zia” Barbina. Il pomeriggio una passeggiata nella parte vecchia della città per sfoggiare l’ultimo capo acquistato.

Quattro anni di fidanzamento che avrebbero fatto capire anche a un ‘tonto’ che quello era il castello di Lei e non il mio. Anche a un ‘tonto’, non a Mario che credeva di non esserlo perché tronfio dei suoi vent’anni aveva di fatto già avviato una vita parallela meno noiosa e sistematica, pensando così fosse, pensando così si facesse per gli ultimi anni di ‘liberta’ a disposizione di un uomo degli anni “80”.

Ci sposammo, un bel matrimonio con tanto bene per me e amore per Lei. La differenza tra i due sentimenti è enorme, ma c’è chi la ‘vede’ subito e chi non la ‘vede’ mai, io la vidi nel mezzo di due anni trascorsi nel continuato della routine dei giorni vissuti nel fidanzamento… sabato pulizie generali, mobilia ribaltata e accatastata a lato come fosse sempre primavera, ed era allora che si estraevano i tre pennelli di puro pelo di cinghiale. ‘Uno’ per la pulizia di zoccoli e piastrelle da cucina, uno per pulire i contorni della tv che per passarle pennellate su tutto il dorso del tubo catodico dell’apparecchio televisivo, che più grosso era, più erano il numero dei suoi pollici per grandezza… e noi eravamo ‘due sbruffoncelli’ e di pollici ne avevamo quanto ne avessero potuto inventarne. Il terzo e il più piccolo pennello fatto con pelo di un animale meno ruvido di quello del cinghiale, serviva a spennellare le superfici delle cornici della camera letteralmente detta ‘da letto’, cioè per dormirci dentro, che altro difficilmente succedeva che dormirci… le solite passeggiate del sabato pomeriggio tra le vie del centro a sprecar denaro per dare un senso a ciò che di sbagliato s’era già fatto per apparire.

Le solite passeggiate domenicali che per grazia mi rinfrancavano lo spirito quando ai piedi avevo scarponcini e jeans con un bel giubbotto scozzese. Perciò il pensiero di Mario non s’addormentava presto. Si faceva notte, e ‘quelle ore’ passavano con Lui che pensava… pensava… pensava a quella vita che non gli apparteneva perché un leone adulto non si farà mai addomesticare, perché un cane adulto che ‘perde’ il suo ‘padrone’, non sarà mai del tutto felice con ‘quello nuovo’. Mario ripensa spesso a quell’amore ‘sbagliato’, ma anche non sprecato come quello di Astolfo e Clorinda, o come quello di Gloria e Andrea…

@Folate di vento intimoriscono cuori e pensieri che si intrecciamo furiosi fra ululanti rami nudi. Alberi mossi a danza che ondeggiando a braccia alzate, ma lo stesso non riescono a nascondere la luna.
A passi lenti con cuore veloce un altra giornata si spegne ed è l’alba del tormento più grande degli innamorati che hanno imboccato una strada a ‘senso unico’, quelli che vivono una storia d’amore con un solo partecipante.

Che per Andrea, Giorgia é la sola che conta fra tutte le donne del mondo.
Andrea che vive la sua storia d’amore offuscato dal tormento di averla senza poterla mai “avere”.
Il giunger della sera non è amico e la notte ancor meno che con il suo lungo silenzio attanaglia i sentimenti e li stringe in una morsa che sa togliere il respiro.
Meglio il giorno che ha da venire che obbliga a faccende di vita e con il suo chiarore scaccia pensieri ossessivi.
Giorgia che è il sole nascente dal bel tempo e irrora i fiori di luce.
È la rugiada che bagna fiori e dona la vita.
Il sole che nel cuore brilla anche di notte e regalando musica e colori.

Andrea sente musica e vede colori quando sta con Giorgia ed è una sinfonia di emozioni che scendono da un rivo di rubato disgelo da una fonte senza fine… una fonte da cui ci si può tutti dissetare per questo è tormentato.
Passarono giorni, mesi e anni.
Il ‘fiore’ ora sta appassendo ma l’amore d’Andrea, risorge fresco come il sole ogni volta che tiene acceso quel lume di poco chiarore… che all’improvviso risplende come fosse luce viva di torcia.
Giorgia ora ha capito o l’aveva sempre saputo.
Gli piaceva crogiolarsi nella noia del suo trascorrere, forse illudendosi potesse far finire una giornata grigia nel vederci al suo posto un giorno splendente, il tutto con un sorso d’acqua bevuto a palmo aperto dal ruscello.
Ora sa che Andrea non beveva mai dal rivo per lasciar posto ai desideri dell’amata, beveva alla fonte inesauribile del suo amore che non attende mai alcun disgelo.
Torcia, luce e rugiada fanno nascere un fiore nuovo che emana un delicato profumo, ossequioso chi ha saputo amare respira. È il profumo che riporta la realtà tra le navate della parrocchia. Andrea e Gloria non erano presenti all’estremo ossequio di Massimo, erano conoscenti di Mario. Neanche la mamma di Massimo era presente alla mesta cerimonia che stava terminando. Non avrebbe retto all’immenso dolore della perdita dell’amato figlio. Nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli, e Lei ora era sola, anche papà se n’era andato, nessuno l’avrebbe sorretta nel dolore, forse per questo non voleva rischiare di morire accanto al suo Massimo, aveva altri figli adorati a cui pensare.

@Molte persone non erano presenti quel “21” settembrino, del resto Massimo negli ultimi giorni della sua vita, non fece più sapere nulla di se a nessuna delle ‘amiche’ più care. Si rintanò in quell’ospedale vergognoso di mostrarsi senza capelli e con il viso trasformato dalla inclemente bastarda malattia che lo colpì. Nessuna amica, e tantomeno nessun amico, nemmeno Mario, nemmeno Ivano il pittore che aveva occhio… perché ne aveva uno solo e l’altro di vetro. Una manganellata sferrata il giorno di carnevale con una clava di gomma quando era adolescente, e un occhio azzurro tumefatto si nascose per sempre dietro i suoi lunghi riccioli d’oro. Così portava i capelli Ivano, il ‘pittore’, quando si spogliava il casco della sua moto, esplodeva un mazzo di riccioli ribelli lunghi fin oltre le spalle… il resto lo faceva la sua avvenenza di uomo ‘asciutto’, carino, molto ben fatto.

Ivano era l’amico ‘artista’ di Massimo. Glielo ha fatto conoscere Mario, che figuriamoci potesse mai mancare nella vita del ‘dormiente’. Nella fine del secondo millennio, a Massimo fu presentato Ivano, e subito 8spiccarono le sue doti di intelligenza non comune, ma non conoscendolo profondamente, lo collocò da subito al rango di “testa di legno”, il modo più gentile di dire che fosse un ‘portaborse’, ruolo ufficializzato all’epoca da Mario che preferì così farsi chiamare dopo averlo guadagnato sul campo di battaglia dei disordini sociali che gli si sono creati facendo da testa di legno a molte persone oltre a Massimo stesso. In un lampo, Ivano era a capo di due ditte… una individuale s. d. f. che significava pagare di Persona eventuali negligenze aziendali e infatti tempo dopo rimase in mutande. L’altra ditta che Ivano si ritrovò a dirigere senza sapere cosa stava ‘dirigendo’, era una s. r. l., società responsabilità limitata. Ma lo stesso in tutte due le varianti, Ivano una decina d’anni dopo, si ritrovò a subire un processo civile e a dover sborsare all’erario, la considerevole somma di 72mila€… almeno questa somma risultò al dirigente d’aziende l’ultima volta che si interessò del debito…

Poi con il tempo, Massimo capì di aver “usato” l’uomo sbagliato al momento conseguentemente sbagliato. Capì che Ivano fece ciò che ha fatto non per denaro che tuttora disprezza accartocciandolo alla rinfusa in una tasca qualsiasi senza sapere quanti soldi ha in saccoccia… non per denaro ma per l’amico… allora nel mentre capiva questo, Massimo confuse ancora una volta il vero ruolo che Ivano avrebbe dovuto realmente assumere… d’amico. Lo confuse ancora.

Ivano il pittore. Eravamo attorno all’anno 2000 la fine del 900 comunque, mandato da Massimo, con l’aiuto di amici vado in un negozio di tappeti “vendendomi” per un geometra di un’azienda che aveva bisogno di tappeti per arredare gli uffici. Avrei pagato con comode ricevute bancarie la somma di 30 milioni di lire, il resto è storia nota, un anno dopo forse due non ricordo di preciso sto passeggiando in centro con un amico Tossico quando sento una voce gridare, ehi, geometra tal dei tali, sto aspettando i soldi… era la proprietaria del negozio di tappeti.

Naturalmente, con la mia faccia di “Tola” che non cambia colore nemmeno se mi prendono a schiaffi, ho recitato la parte di chi non l’aveva mai vista. Che non so da dove venisse quel momento ma passò la polizia, vide l’alterco in strada e gli agenti mi chiesero se volessi far denuncia contro la signora che inveiva contro di me pretendendo a squarciagola il suo credito per i tappeti che acquistai per Massimo con pagamenti ovviamente fasulli di una delle due ditte che mi venne addossata, magnanimo, senza aver cambiato colore in viso, dissi agli agenti di soprassedere perché la donna in evidente stato confusionale mi aveva scambiato per un altra persona. Ma aveva ragione Lei, forse i tappeti non valevano tanto quanto era il loro prezzo, ma non avendo pagato che il solo misero anticipo, era giusto che gridasse dandomi del ladro.

E finalmente Massimo capì che Ivano non doveva essere “usato” in nessun modo che non fosse abbellire le pareti delle sue molteplici case che cambiava con la velocità in cui un rappresentante cambia l’auto ogni paio d’anni circa, con i suoi magnifici dipinti contemporanei dal retrogusto retrò che sa affascinare lo sguardo di chi li vede. Lo invitò spesso alle sue feste, come quando Ivano andò ospite un venerdì in un albergo di Riccione, Massimo lo accolse a braccia aperte invitandolo a rimanere quanto volesse starci, anni 80, anni d’oro. Ivano commosso, rispose timidamente di non potersi fermare a lungo perché rovesciando le tasche, avrebbe rimediato si e no pochi spiccioli. Massimo per contro risposta, mise tra le mani di Ivano la chiave della sua camera d’albergo e gli spiegò dove si trovasse una mazzetta di ‘centoni’ dove poteva attingerne quanto ne avrebbe abbisognato, e non bastasse, accanto al gruzzolo c’era un cassetto che conteneva estasi artificiale in polvere… anch’essa quanta Ivano ne volesse. Ivano aprì molte volte quel cassetto nei giorni che si trattenne in riviera, molte più di quanto non prelevò denaro dalla mazzetta. Massimo aveva capito chi in realtà fosse l’amico e lo invitò altre svariate volte solo a divertirsi, magari sui tappeti di casa. Ivano quel giorno non c’era, sapeva del “21”, ma la sua adorata metà quel giorno subiva un delicato intervento chirurgico all’ospedale della sua città e decise che fosse opportuno pensasse ai vivi, che i ricordi non muoiono mai.
Poi, ancora quella volta che Ivano è stato invitato da Massimo in quella discoteca che aveva affittato per un martedì d’estate. La baia del Re, che basta il nome per dire quanto fosse costata quella serata per Massimo e i suoi 75 invitati al seguito… 45 Donne e 30 uomini, tanto per non cambiare ‘sistema’. Sabrina era la Regina d’onore, la soubrette degli anni “80” Sabrina, due tette mozzafiato e un culo da paura. Ivano passò una bella serata e un ancor più piacevole notte quella volta. Anche Sabrina amava trasgredire, aveva poco più di vent’anni e come tutti il proibito era, ed è, l’eccellenza di esaltanti sensazioni emozionali. Piacque anche a Lei provare ciò che Ivano trovava nel cassetto del comò della stanza all’hotel di Riccione.

@Fotocopia di quanto prima. Altro locale, all’epoca il più ‘IN’ di Bergamo era il ‘Boba’. Massimo era di casa, e una sera delle tante, organizzò una festa, non del tutto privata perché occupava solo un angolo della famosa discoteca, ma l’ospite d’eccezione era un’altra soubrette, Serena, che le tette gli scoppiavano e il culo nemmeno interessava vedere. Labbra carnose, non rifatte, sguardo sensuale anche quando guardava altrove. Occhi verdi come il mare da dove proveniva. Serena. E Mario quella sera era stato l’ospite d’onore, solo che arrivò dopo la mezzanotte. Come Babbo Natale che arriva con la neve e un carico di dolci. Era andato sino a Firenze quella sera Mario. Era partito per l’appuntamento con un folletto che l’aspettava al casello autostradale in periferia di Firenze. Mario era partito presto quel giorno, alle quattro del pomeriggio a bordo della sua Lancia Thema verde con interno in Alcantara verde, si avviava a far si che Babbo Natale arrivasse anche fosse ottobre. E puntuale arrivò al Boba poco dopo la mezzanotte, ringraziamenti e strette di mano con Sabrina, con Massimo e il proprietario del locale, poi Mario distribuì il regalo ai commensali di quell’allegro convitto, e, presa la sua parte involò verso casa dove meglio stare per tutti i suoi piaceri. Mario non amava stare nella grande villa bianca al lago di Massimo perché ciò che vedeva non lo affascinava, bensì lo spaventava, da allora preferì tornare tra le mura domestiche per il proseguo di una lunga notte di piaceri… e dispiaceri il giorno dopo, perché dopo il sole arriva la pioggia. La benefica pioggia, che a dirlo sembra si parli del peggio, ma la pioggia e vita. Può essere linfa vitale per la vegetazione e ripartenza di chi sta sbagliando.

@O ancora quando Massimo acquistò con Luca un sette metri di motoscafo e per il suo ‘battesimo’ tanto per essere coerente al suo personaggio, organizzò una escursione da milionari da un capo all’altro di due promontori marini nel nostro stivale, al ritorno, in porto, insieme a Mario e Massimo, il Bigio lo volevano affondare a picconate…

Quattro amici al bar, ma in questo racconto gli amici abbondano, sono il doppio, otto amici. Amici che si incontrarono casualmente per l’aperitivo in un bar di un venerdì sera qualsiasi. Ad un tavolo del bar, Massimo e Luca seduti comodamente, sorseggiavano il loro drink mangiucchiando olive e patatine. Di li a poco nel bar entrarono Mario e Panna che dopo un cenno di saluto scambiato sull’uscio, si riunirono allo stesso tavolo per raccontare e chiacchierare con Massimo che allora il suo nome era abbreviato a Max, ( ma a Lui non piaceva) e Luca detto “Scaramello” un nomignolo storpiato per pochi intimi, cosa significasse, nessuno ricorda, difficile associare Scaramello a un personaggio tanto distinto nei modi e nel parlare, ma tanto era.

Al che i quattro accorgendosi della loro presenza salutarono anche Milena, alias Milly, e Giorgio che conversano allegramente tra loro poco più in là con altri due amici, il Bigio e la Laura. È un attimo che si ritrovarono tutti stretti uno al l’altra in un tavolo allargato alla bisogna e Massimo propose al gruppo un escursione a bordo dello scafo, fresco fresco di cambiali appena firmate per l’acquisto che fecero venire i crampi alle mani tante erano.

Il giorno dopo, di buonora si partì per Cecina e come previsto, la domenica all’alba, a stomaco ‘rovesciato’ per i bagordi di una notte appena trascorsa, i magnifici otto partirono alla volta dell’isola d’Elba.  Max propose di imbarcarsi su quel motoscafo lungo che non finiva mai, con due potenti motori e uno piccolo ausiliario in caso di panne. Una gita al quale il sabato tutti alzarono i calici in segno di adesione per quella  inconsueta avventura.  Bagagli e sorrisi negli zaini pieni di speranza e voglia di vita che si apersero nel viaggio di andata. Un mare piatto, quasi sembrasse paludoso, caldo, e il motoscafo vi sfrecciava veloce tagliando l’acqua senza sollevarla quel più di tanto d’uno zampillo. Furono brindisi tra chi beveva inneggiando alla buona sorte e chi festeggiava sonnecchiando beatamente. Ed erano per tutti sorrisi a ‘zaino aperto’, anche per chi sonnecchiava con una dolce smorfia di benessere sulle labbra disturbati solo dai raggi del sole. Un bel viaggio. A tratti noioso, ma dopo quasi tre ore, i magnifici otto giunsero alla agognata meta.

Al l’attracco, Mario scendeva per primo aiutando Panna, Milly e Laura e con loro si avviava su di un viale tra i bassi pini marini dove al fondo si scorgeva un qualcosa che ricordava un bar. Alle spalle arrivano anche gli inseparabili Max e Scaramello, amici per la pelle (ma di qualcun altro ) seguiti dal Bigio e il Giorgio che discutevano animatamente sulla partita di calcio di quella domenica… quanto di peggio non si poteva fare per ammazzare lo spirito di quel luogo incantato… ma poi per grazia o per fortuna, si ripresero, rinsavirono, vinse la natura, come sempre e insieme si calarono nel ruolo degli avventurosi marinai d’altri tempi, dividendo le loro emozioni con gli altri del gruppo.

Mario che era sceso per primo dallo scafo, era anche chi sonnecchiò di più nella traversata leggera come viaggiare su di un tappeto volante, fu il primo ad entrare nel bar e rivolgendosi al barista,  chiese in uno stentatissimo francese di potere avere un “cafè ôlé”, un cappuccino, al che, grasse risate dei sette alle sue spalle che gridando in coro gli ricordarono che l’isola d’Elba è in Italia… non in Francia. Mario pensava che da Cecina si fosse sbarcato in Corsica… aveva dormito troppo. Poi l’allegra combriccola fece una lunga passeggiata alla scoperta di una fetta d’isola che perlopiù erano rovi, pini e sguardi infiniti verso il mare… che guardandolo in quei momenti non sembrava fosse piatto come prima, ma increspato da una brezza dal sorriso birichino.

La camminata fu lunga e un poco estenuante, niente di meglio per un buon appetito e voglia di un bicchiere di vino, così che l’allegra compagnia di amici decise di pranzare in una locanda del luogo. Dopo una mezz’ora di brindisi e antipasti,  i discorsi tra gli “8” amici si fecero caldi. Le donne perlopiù annuivano soltanto sui discorsi in generale e parlottavano tra loro scoppiando in grasse risate di tanto in tanto per chissà quale misterioso motivo. Gli uomini si erano accalorati nel progettare nuove uscite in barca per il futuro. Mario per far ridere tutti propose una traversata futura in Corsica, e nonostante tutti ridessero a crepapelle, sosteneva con vigore di volerlo fare. E poi Max che proponeva questo e Bigio quest’altro, mentre Luca proponeva  Malta che dista 1000 miglia almeno da dove si trovavano e Giorgio che sbottava dandogli del pazzo. Si fece l’ora buona per tornare e ancora ripercorrendo quel viale si discuteva di dove sarebbe stata la loro prossima gita in motoscafo. Intanto il tempo s’era guastato e il sole sparito, adesso il mare non era più increspato ma un pochino arrabbiato.

Gli intrepidi natanti sono ripartiti dall’isola D’Elba per quel di Cecina infervorati da progetti di fantastici viaggi e altri tipi di cibo e vino . Appena raggiunsero il largo dopo un qualche minuto di navigazione, al loro orizzonte un cielo scuro che sembrava un lenzuolo di seta nero tirato sugli occhi. Onde sempre più alte e minacciose iniziarono a sollevarsi davanti allo scafo, e Max che lo pilotava cercava di prenderle di petto con la prua della barca per fendere la loro consistenza. Dopo un ora di viaggio il mare non era più arrabbiato ma incazzato forte. Le onde a volte superavano i quattro-cinque metri d’altezza e gremivano l’imbarcazione con una violenza inaudita.  Qualcuno già stato preso dalla paura, era entrato nella modalità  panico. Bigio si mise a prua e in piedi arrancato con una mano al parapetto,  gridava a squarciagola al vento come un indomito marinaio dei gelidi e impetuosi mari del nord, come a dire che si sfidava il tempo inclemente senza averne nulla da temere. Con l’altra mano stringeva forte la destra alla sua Laura cercando forse di scongiurare la paura e fingere celata calma e indifferenza per infonderle coraggio.

Il motoscafo avanzava a fatica tra schiuma e sobbalzi tanto violenti da sollevarlo per aria come fosse un guscio di noce in una vasca da bagno con l’acqua agitata con vigore da mani forti.  Ad ogni onda Milly seduta a prua si sollevava di sotto il sedere rimanendo anch’essa aggrappata con le mani al parapetto posto sui lati, finché gridando di paura disse a tutti che gli era venuto il ciclo in anticipo, e purtroppo per lei i pantaloni bianchi lo testimoniavano. Panna e Mario erano nel sottocoperta del semi cabinato e con occhi sgranati nel nulla guardavano fuori dagli oblò, forse era una supplica perché tutto finisse. Giorgio e scaramello si misero di fianco a Max che impugnava il timone stringendogli con tutta la sua forza le dita addosso. Scaramello indicando la costa che si intravedeva tra schizzi e lampi in lontananza, pregava Max insistentemente perché attraccasse in un punto qualsiasi attendendo il chetarsi della furia degli elementi, ma Giorgio disse che non era una buona idea anche solo avvicinarsi alla costa, perché le onde li avrebbero sbattuti come uova marce contro gli scogli. Goccioloni di pioggia anticiparono l’incalzare di sferzanti folate di vento e Nettuno sembrava divertito nel rincarare la dose scagliando rumoreggianti tuoni e accecanti saette che illuminavano il crepuscolo come fosse una giornata di sole. In un violento sobbalzo si staccò il motore ausiliario che finì negli abissi terrorizzando se più si poteva gli occupanti di quel l’ormai fragile mucchio di legname e metallo. Sembrava non finire mai, ma per fortuna o buona sorte, i sette amici alla fine riuscirono a raggiungere il tranquillo porto di Cecina, e ringraziando ripetutamente l’ostinatezza di Massimo che diceva di dover continuare a tutta potenza per fendere le onde cattive. A terra, quasi in sordina, gli amici si salutarono con ancora negli occhi il terrore di quella avventura disperata.

Due anni dopo Max e Scaramello finirono di pagare l’ultima cambiale firmata per l’acquisto di quel che rimaneva del motoscafo, che nel frattempo era stato trasportato in un quieto lago al nord per essere rivenduto a prezzo stracciato ad una tranquilla famiglia locale. Del resto il Bigio, imbestialito dalla traversata, lo voleva prendere a picconate una volta arrivato in porto salvo, ma non troppo sano.

Panna e Mario si sposarono, e poiché già programmato tempo prima, fecero loro malgrado il viaggio di nozze su di una nave che poteva ospitare 3000 passeggeri, senza per questo riuscire ad evitare si svegliassero di soprassalto nel cuore della notte alla prima avvisaglia di mare mosso nel golfo del Leone, onde che non potevano certo mettere in pericolo la navigazione di una nave lunga trecento metri.

E ancora, due anni dopo quel nubifragio, Bigio e Laura per un impegno di lavoro inderogabile, dovettero forzatamente andare al casinò di Venezia per una conferenza, ci andarono a bordo di un bus-battello che ve li condusse a destinazione dopo un quarto di ora tra i calmi canali della bella città lacustre. Ma lo stesso i loro volti erano imbiancati dalla paura memori del triste ricordo della navigazione che hanno fatto all’isola d’Elba.

Giorgio e Milena non andarono più in barca, ne sull’acqua dolce e tanto meno salata, e nemmeno si fecero più il bagno in una vasca, solo docce anche trent’anni dopo quel bel tragico sfigato giorno.

Otto amici al bar che molti anni dopo, si ritrovarono, stringendo una caraffa di birra tra le mani, parlando di quel che si sarebbe potuto fare la domenica che aveva da venire. Chi aveva proposto la visita di un bel parco, chi di andare sui monti a mangiare e bere, chi diceva di fare una gita in bicicletta pedalando sul greto di un fiume, ma i soliti indomiti temerari, Max e Luca insistevano nel proporre audaci, il parco sospeso per adulti al livello più alto di pericolo.

Il mare rimase e rimane per tutti il solito hotel sulla spiaggia con ombrelloni aperti dai bagnini il mattino, e il bagno in mare si fece e si fa sino che l’acqua salata cinge la vita di ognuno è non oltre. Mario giammai scorderà quel tragico giorno in motoscafo, e giammai lo scorderanno i suoi compagni di ventura, ma nessuno di loro si dimenticherà il Carissimo Massimo, senza il suo sangue freddo, quella gita sarebbe finita in tragedia.

@Per rimanere in tema di storie raccontate in prima persona, non poteva mancare l’affranta Simonetta, che non era la solita Giovincella di primo pelo ma era stata parte integrante della vita di Massimo nonostante appunto non fosse più in tenera età. Era in fondo alla chiesa quel giorno, sembrava che nelle prime file degli inginocchiatoi proprio di fronte all’altare ci fossero solo le sbarbate. Simonetta la donna del “boss” come la chiama Mario.

Ricordi tanti. Il buongiorno tutte le mattine e tutte le sere la buona notte, se non lo facevo si incazzava pure. Primo appuntamento gli do il 2 di picche. Mi invita a casa sua al lago. Gli regalo dei funghi e gli scrivo la ricetta per cucinarli… risposta “stronza proprio”. Da quella sera passò ogni giorno al mio bar per farmi un saluto, senza dimenticare di darmi ogni volta della ‘vecchia’ per canzonarmi sulla mia non più giovane età, lo stesso tutte le sere ci si ritrova a cena. Lui dopo la sua consueta sauna mi precede al ristorante e ordina per tutt’e due dicendomi che tanto conosceva i miei gusti e tra un boccone e un bicchier di vino, mi confidava cose sue molto personali che a suo dire non aveva quasi mai detto a nessuna delle sue frequentazioni. ( che scrivere amanti infastidisce ) Normale pensavo, la “vecchia” serve, le ragazzine non possono dargli l’aiuto morale di cui un uomo maturo ha bisogno nei momenti di sconforto. Alle ‘barbi’ non puoi raccontare cose private perché non hanno nessuna risposta da darti. Devono vivere ancora molto per poterlo fare, e lo stesso non tutte ci riusciranno mai.

Un altro invito a casa per scommessa, pranzo e poi… con suo stupore si finì a letto. Il suo stupore fu perché continuava a dirmi che con le ‘vecchie non riusciva’, con me è riuscito eccome. Forse tanto vecchia non sono. Questa era la scommessa, per la prima volta non ha avuto parole. Ci leghiamo tantissimo, ne io ne lui prendevamo decisioni senza prima consultarci. Da allora fu un passo che decidiamo l’apertura di un bar non senza per questo accendere discussioni enormi. Alcuni mesi estenuanti per la marca del caffè da scegliere, fornitori di bibite e liquori, operai, architetti e mille lavori da fare e il Montecarlo intestato interamente a me, debiti compresi, apre.

Inauguriamo noi, festeggiamo la sera con cena e bottiglie e… il solito bel finale. Sono da tempo malata alla tiroide, ma Massimo non mancava di prendermi in giro anche durante le cure periodiche a cui mi sottopongo ormai da molto tempo… mi diceva che non potevo morire o lasciarmi perdere, sennò chi gli avrebbe fatto da badante quando avesse compiuto i sessant’anni? Arrivarono i suoi sessanta, ma quel momento non arrivò mai.

Arresto: mi telefonò dicendomi sconvolto, ‘corri’ alla Guardia di Finanza mi stanno arrestando, subito ho pensato a uno dei suoi scherzi invece è stato il giorno più brutto che potessi passare. Arrivo sul posto, me lo portano ammanettato, un finanziere mi consegna dei documenti e chiavi del bar e ci lasciano soli per cinque minuti. In quei brevi momenti ho visto il mitico Massimo… invecchiato di dieci anni, mi bacia e mi dice, mi fido solo di Te, sia per il bar, sia per farmi uscire da questa situazione, e piangendo aggiunge, non abbandonarmi, lo sai cosa provo per Te anche se sono il solito stronzo.

Passa tutto questo bruttissimo periodo della sua vita esce dal carcere, e viene affidato alla detenzione domiciliare… chi lo deve andare a prendere e accudire tutti i giorni? Io, Simonetta che affettuosamente Mario chiama ‘saponetta’ come fa con sua cognata, Simo, Sapo, saponetta.

Massimo rientra al Montecarlo, ci fanno litigare e per due mesi non ci sentiamo, finché un giorno si presenta sulla soglia della mia pasticceria, come se nulla fosse successo e presenta la scusa banalissima che doveva fare un intervento agli occhi, che peraltro risultò poi essere un intervento di chirurgia estetica. Con la sua faccia da schiaffi mi fa sedere ad un tavolino e bellamente esordisce… lo sai che sei la mia ‘vecchia’, dirti ti amo non è niente in confronto a ciò che provo realmente per Te, e lo sai. Sai anche che sono una gran testa di cazzo e non meriti certo di soffrire per uno come me.

Pera cotta, ci riavvicinammo, altri venerdì cenammo in casa da Lui, poi dopo cena se ne andava per fatti suoi, non io! Non la ‘vecchia’, io non potevo uscire con nessuno, se prendevo un appuntamento, Massimo trovava una scusa qualunque per rompermi le uova nel paniere. Una sera alle 11 mi telefonò… Ciao disturbo!? Sei a cena? Si ho risposto, sono con un amico… dovresti venire qui al bar da me perché non trovo un documento. Beh, vengo domattina ho risposto, ora non mi sembra il caso, no, no! Devi venire ora, subito. Arrivo poco dopo al suo bar e con la sua solita risatina da ebete mi dice, “vecchietta ti ho fatto saltare la serata?” Non ti preoccupare per la mia serata, di che carta hai bisogno? Nulla grazie, poi l’ho ritrovata in fondo al cassetto. Sapessi quanto mi dispiace Simo, va beh dai, beviamoci su e non pensiamo più alle scartoffie. Non era certo un comportamento da chi se ne sbattesse altamente di una donna. Era fatto così, mi accolse alle 11.30 di sera sulla soglia del bar con quel mezzo sorrisetto da ‘bastardello’. A Massimo piaceva scherzare, come quando mi chiamò al telefono perché lo raggiungessi a casa, gli avevano fregato il cruscotto della BMW che gli avevo noleggiato io per qualche mese. Il cruscotto!? uno dei suoi soliti scherzi idioti pensò Simonetta, ma ad accoglierla non c’era il sorrisetto da pirla ma una faccia seria. Il cruscotto mancava per davvero… 3000€ di danno e un triste sospetto che preferii non approfondire mai.

Compleanno. Al mio organizza una cena in un ristorante. Arriva con un mazzo di fiori in una mano, che mi disse un suo amico che lo accompagnava, fece rifare per ben tre volte, e nell’altra un biglietto scritto di suo pugno, aggiungo solo che mi fece piangere e non riuscivo a fermare le lacrime tanto mi commosse. Ti Amo e basto per tutto. Al compleanno di Massimo, gli regalo un orologio che non s’è mai tolto e lo ha voluto tenere anche in ospedale. Festeggiamo anche quella volta nel migliore dei modi che possa desiderare una donna di mezza età, innamorata come lo ero io.

Con Massimo, quello vero che poche persone hanno avuto la fortuna di conoscere, si faceva festa insieme anche nelle ricorrenze più importanti del nostro calendario, la vigilia di Natale a cena mi ha dato il suo ultimo regalo, girocollo di pietre preziose e piume a mo’ di collare. Il giorno dopo colazione al mio bar e poi Lui con famiglia e io con mio adorato figlio. Capodanno, uguale, con me da mattina e sera, poi Lui a festeggiare come da copione con gli amici, sera del suo ultimo primo giorno dell’anno, ancora con me a cena al lume di candela in un bellissimo locale. Anche del mio onomastico si ricordava, mitico. Massimo, quello ‘vero’ era con me nei momenti nelle tappe più importanti della nostra vita, ma è sempre esistito anche “l’altro” Massimo, lo sbruffone, quello pieno di ragazzine, pieno di boria e straboccante di malcelata sicurezza, il “boss”.

Tutte queste cos’è nessuno le ha mai sapute, era il nostro segreto, la nostra complicità. Pensavo fosse immortale, invece purtroppo non è stato così, ci ha lasciato in poco più di due mesi nei quali mi chiamava tre volte al giorno per avere conforto e sapere come stavo. Massimo era questo, generoso oltre misura e attento a tutto per tutte e tutti, dolce e testardo.

Una telefonata, ‘vecchietta’ mi sa che è l’ultima volta che ci sentiamo, (parlava a fatica) volevo dirti che hai sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Volevo dirti che sono stato fortunato a conoscerti, scusa per i casini che ti resteranno addosso. Colpo tremendo al cuore, il giorno dopo ricevo la telefonata che Massimo non c’è piu. CHI TI HA FATTO LA TELEFONATA? Il mio, il nostro ”casinaro” dolce testardo Massimo, o testa di cazzo come amava definirsi, non c’era più.

Ridendo parlavamo di un ipotetico funerale e mi diceva: vedrai che risate, ci saranno, tutte le mie donne saranno sparse tra le fila dei banchi della chiesa e non si guarderanno… anzi ognuna con lo sguardo all’insù che osserveranno la mia corona di fiori, e così è stato, anche in quel caso aveva ragione da vendere, io quel brutto schifoso giorno in fondo alla chiesa vedevo le ragazze nei primi banchi e pensavo tra i capelli… Avevi ragione amore, se potessero si strapperebbero i capelli l’un con l’altra.

img_0427

@Di nuovo in partita. Un altra giornata da vivere nel nulla che ci siamo costruiti e sembra tutto, ma tutto non è niente se non si costruisce la propria casa sulla roccia. Pensare al sistema in cui siamo coinvolti spaventa non poco, la paura si fa largo a gomitate tra la realtà e d’improvviso apre le porte all’angoscia. Siamo condizionati da un infinita’ di cose inutili e futili e quando la realtà pretende la sua parte viviamo nel contesto di un impasto programmato in ogni dettaglio, sistematicamente a tal punto di non rendercene realmente conto… Anche perché sarebbe superfluo capire che siamo dentro all’impasto programmato di una vita frenetica e dispersiva che sempre più ci allontana dal vero piacere del vero semplice saper vivere.

Ci allontaniamo da sentimenti e valori, così… senza sapere il perché, che così si deve fare in questo nostro modo di esistere. Con più Umiltà, saremmo ancora quelli che sanno annusare un fiore per sentire i profumi della terra. Saremmo ancora persone che tra vicini ci si presta lo zucchero e farina, saremmo ancora persone che tra conoscenti ci si presta qualche soldo senza interesse nei momenti di bisogno, magari in qualche caso aspettandoci pure in qualche disgraziato caso di non riaverli più indietro che non è il “perché li abbiamo prestati” ma è per cosa lo abbiamo fatto. Il vero ‘sapore’ libero non è sapere di avere guadagnato abbastanza in denaro per soddisfare le nostre esigenze. Se una persona a cui si vuol bene dice che un malessere la opprime, sia esso economico che di sanità, nessuno ha guadagnato un bel cavolo di niente.
Lo stesso che il proprio cane ingurgiti un osso e gli si conficchi di traverso in gola, l’armonia è guasta e non si è guadagnato nulla. Se Altre persone stanno poco bene, non può essere una buona giornata, si deve lottare perché Altri stiano bene. Non sono solo le medicine che possono guarire il malessere altrui, bensì l’amore può lenire per primo il disagio di un malessere. Il saper trasmettere amore gratuito e quindi sofferto, è assorbire un poco o forse molto del loro non stare bene. Il non stare bene degli Altri è cosa Loro oggi, domani può servire a Te e diventa cosa nostra. che il domani è come l’oggi uguale e sistematico come il mangiare, il bere e il respirare… cambiano solo i colori nel cielo e nel cuore.

Ancora in partita, che tra un calcio ad un pallone è un tiro a rete, forse un giorno si segna anche se comperare un pallone fabbricato in Asia può averlo cucito a mano un bambino al di sotto dei dieci anni, anche a questo bisogna pensare quando si tira un calcio di rigore. Perché quando si è giovani c’è tempo per fare ogni cosa, anche se in quel periodo della vita, si pensa di non riuscire a fare mai abbastanza. 

Quando si è giovani c’è tempo per fare all’Amore, il fare all’amore è cosa collegata alla mente che in genere è più spensierata e libera quando si è giovani. Quando si è giovani i pensieri e le preoccupazioni ogni inizio serata si dissolvono nel parcheggio di un posto che se ne ricorda il punto esatto il mattino successivo quando i fumi alcolici hanno sgombrato la mente. Quando si è più avanti con gli anni e non si è più giovanotti, nostro malgrado i pensieri e le preoccupazioni si sono impadroniti quasi completamente di Noi. Allora ecco che quando si fa all’Amore è solo per gentile concessione degli stessi sentimenti malaugurati compagni di viaggio di cui appena descritti che ci concedono brevi attimi di pausa dagli affanni e tribolazioni della vita.Quando si è giovani nemmeno si conoscono certi pensieri e certe preoccupazioni. Nemmeno ci si rende conto che un giorno eri al bar e tracannavi una birra, intanto  entrava una biondina niente male e senza perdere tempo, in breve avevi in braccio un figlio, e pensando mentre lo cullavi per farlo dormire, ti chiedevi un po’ preoccupato se quell’anno avevi i soldi per poter portare il bimbo al mare, … che si sa un bambino ha bisogno di mare,… e si è fatto conoscenza dei primi pensieri e delle prime preoccupazioni, il primo meccanismo che ti fa fare l’amore a fasi alterne e non spensieratamente ogni qualvolta si vorrebbe. Dopo tante volte che varchi la soglia dell’essere spensierati e onnipotenti non si assapora più l’intenso desiderio che un tempo rapiva le emozioni e le costringeva all’incognita del giorno dopo, con il passare degli anni non vedi l’ora di entrare in quella casetta al calduccio per ripararsi dai rigori dell’inverno o al fresco nascondendoci dal caldo torrido di una estate inclemente.

Quando i dubbi e i problemi insinuano il benessere, la pioggia sembra scendere dispettosa e fragorosa come ti aspettasse dietro l’angolo con una pistola ad acqua in mano, e si aspetta che ogni tanto venga solennemente richiamata al nobile scopo di creare vita e il suo ruolo riprende assumendo un aria seria mentre scende copiosa e quando smette si ritorna a giocare. Quando si è giovani, nemmeno lo sai che stai giocando una partita, una disputa, un conflitto, una gara, una gioia, un dolore, di raro per fortuna odio ma si spera sovente amore. Partite di vita, partite di calcio, Massimo amava giocarle tutt’e due coinvolto da una serie di circostanze che lo vedevano come avesse dovuto giocare nel ruolo del n.10 su tutti i campi di calcio che il passar degli anni gli facesse calpestare.

Come la sua Inter che tifava con grande passione e per non cambiare il suo stile, evitava di essere spettatore di partite di calcio tra la sua squadra del cuore e altre di minor spessore agonistico. Andava allo stadio in occasione di partite importanti o faceva trasferte all’estero che in genere costavano molti soldi e molto tempo da dedicarle… e Massimo ogni volta era di nuovo in partita.

Anche Simonetta era ed è una ‘sfegatata’ interista, quando Massimo era impegnato in uno dei suoi molteplici casini, Lei lo aggiornava minuto per minuto al telefono nel mentre che seguiva la partita su Skay nella rubrica dedicata a Inter Channel. Di sera Massimo al ritorno di un suo appuntamento d’affari si ritrovava in veranda al loro Montecarlo ed imprecava per quella squadra del cuore che negli ultimi tempi non regalava grandi gioie. In verità i colori della loro squadra primeggiavano in vetta alla classifica, in zona Champion ma le maglie non erano indossate dall’Internazionale ma dai giocatori della Dea che il nero blu li aveva ‘adottati’ nel 1907, un anno prima della nascita dell’internazionale che nacque nel 1908. Negli ultimi due anni di Massimo, l’Atalanta di cui Mario é super tifoso è sempre stata ai primi posti in classifica di campionato di serie A, e questo era motivo di discussione tra i due amici che si contendevano i colori a suon di date. Massimo non contento inveiva contro l’Inter perché non giocava un gran gioco di calcio, ma per indispettire Mario e Simonetta diceva che caso mai sarebbe passato alla Juventus piuttosto che all’Atalanta.

Alla termine di ogni discussione sul giuoco del calcio, Massimo la chiudeva con il solito finale, tutti al suo bar a festeggiare con una mega pastasciutta e bollicine in quantità industriali. Come sempre nessuno pagava, tutto offerto dalla premiata ditta Massimo Simonetta.

@Avessi un milione di euro in banca non cambierebbe niente. Mille volte ho sognato ad occhi aperti di vivere isolato in una baita sui monti. Tutt’intorno ricoperta di neve alta quanto il tetto, e io rinchiuso in quel rifugio di tronchi. Nella cantina tutto rifornito di salami e formaggi e una buona scorta di farina per il pane quotidiano e polenta. A volte i sogni di quel nido erano a scopo erotico-amoroso con il proprio partner, le finalità facili da immaginare, altre era un rifugio dai problemi del mondo, altre volte ancora, era il volerci morire dentro quei tronchi, con una mucca da mungere in una stalla e un orticello da continuare a coltivare. Poter cogliere cicoria sparsa dalla natura su di un campo in primavera, e fumare un sigaro al tramonto sulla veranda di casa. Erano questi gli scopi principali di quei sogni. Era come quando sognavo a occhi chiusi in un sonno inquieto o aperti in un sogno dettato da una triste realtà. Un leone che sta appostato dietro la siepe del giardino. Che quando ci porti i cani a pisciare lo immagini che ti sorveglia di soppiatto dietro una siepe, sempre pronto ad aggredirti, poi finisco di fumare la cicca di sigaro e risalgo gli ultimi passi, varco la soglia e con l’ultima ‘girata’ di chiavistello, mi beffo di tutte le folte criniere del mondo, sono al sicuro nella mia baita, e i leoni non vivono sui monti e nemmeno in un giardino. Adesso i leoni non hanno più criniera e non hanno più confini, vivono dove gli pare e piace. Il nuovo re dei leoni non ha né corpo ne denti… si chiama virus, si presenta invisibile come una spada brandita dal nulla. Una spada più potente di Excalibur sempre al fianco di re Artù e più potente della daga di Giulio Cesare. Più potente della spada di Napoleone o la scimitarra di Aladino. Una spada di fuoco invisibile. È la guardia che protegge la mano è a forma di V. Ognuno ha bisogno di una baita in questo momento difficile, un focolare con camino che arde faggio e pino per polenta e castagne. Adesso è bello che io mi senta in baita. Recitando nella mente una preghiera, nel Salve Regina mi accorgo di essere avvolto da un manto aureo che mi protegge da tutto e da tutti. È solo il c19 che mi rompe le palle. Ma non nella maniera più buia, al contrario sento una forza interiore che mi accomuna a tutta la gente, una situazione che mi era sfuggita di mano. Prima la famiglia ma l’abbraccio fraterno mi si estende sempre più al vicino di casa. È una guerra. Peccato solo che il nemico non si veda, e ti possa colpire alle spalle. Non esiste armatura per tale guisa, ma la contesa può essere la preghiera, in fondo, mi chiedo qual sia l’arma più efficace da usare in questo nefasto momento, e dopo i coltelli da cucina che servono solo a tagliare vettovaglie non ho altra arma che la preghiera. Altro non ho in casa di più efficace per ripararmi dalle insidie della vita, ho dei coltelli per verdure e un crocefisso appeso al muro. In baita mi sento sicuro, ma non sono i suoi tronchi a proteggermi… o sono loro che controvoglia hanno fabbricato una barriera, prima intorno all’Anima che al corpo. La baita è sicura, se mi ammalo guarirò, pregai, ho pregato e prego ancora. È un momento strano. Sembra che siano sempre le tre di notte. C’è un silenzio assordante, e dal balcone mentre guardo il giardino e la strada, sono le 8 della sera. In primavera d’ogni anno, i pochi uomini sposati che escono per una birra rientrano poco dopo le 23, i ragazzi fidanzati tornano tra la mezzanotte e la 1una, invece i giovanotti scapoli fan le 2 e anche più a sorseggiare lentamente l’ultima birra della notte. L’ultimo sguardo al décolleté di chi l’ha servita in caraffa media. 23 Marzo, la primavera è arrivata carica di tristezze e pochi colori, poi prevarrà su tutto, Lei è la Natura, prevale sempre. Sembra siano sempre le 3 di notte… quando tutti sono rientrati, quando anche il ‘barbone’ ha trovato un giaciglio di cartone, e allora tutto tace. Il frastuono del mondo si placa, quasi tutto si spegne e c’è pace nell’animo. Sono le 3 di notte e domattina alle 7, saranno ancora le 3. Il mondo ha smesso d’urlare. Adesso parliamo tutti sottovoce e scorriamo veloci le pagine dei quotidiani per fare la conta dei morti, e vedere se qualcuno tra loro era un nostro conoscente o un parente. Sono le 3 di notte e tutto tace. Si sente più forte il battito del cuore. Ora il leone non è più in giardino ma è in casa e si apposta sotto il tavolo della cucina e ti segue fino al bagno, poi te lo ritrovi sotto il letto. Io lo sconfiggo con sicurezza e preghiera, ma lui, il leone incazzato va da quei due signori della stalā di Mostacc. Ceravano stati a Natale in quel bel posto di quel boscaiolo. Gran parte della mia famiglia era seduta alla tavolata imbandita per il pranzo di Natale. Ci volle andare una mia sorella quel Natale di covid2019. Io e mia moglie Panna fummo felici di questa decisione. Era da moltissimo tempo che Mario non ci andava, almeno 15 anni, in pratica da quella volta che con il suocero e il ‘barbiere’ Tiziano, Mario e loro in sella ai loro destrieri, fecero un lungo percorso per arrivarci e verso sera giunsero alla stāla di mostacc, stanchi, felici e affamati. Tanto per essere coerente con se stesso Mario non si risparmiò nel mangiare e ancor meno del bere. I tre si fermarono per la notte, ma non in una comoda stanza con i letti, giammai dei Baldi cavalieri potevano riposare tra due guanciali, fienile e paglia sotto il culo per tutti. Era Maggio e in alta Valle Seriana è ancora tempo di gelate e brinate da pieno inverno in città, Mario si svegliò e poi Tiziano e il suocero. Tutti ancora un po’ stravolti, ma il bruciore di stomaco era solo di Mario che aveva abusato con il vino forte di quella cantina e le grappe nostrane avevano accelerato il processo di bruciore allo stomaco. Aveva poco più di trent’anni Mario e non sapeva cosa si sarebbe dovuto fare in quel caso, così, dal fienile, invece di entrare al calduccio nella locanda e bersi un tè caldo con un biscotto intinto, si affrettò baldanzoso alla fontana giù nel cortile. Acqua di sorgente viva che scendeva direttamente dall’altura del Monte che ci sovrastava. Era gelida e di certo era poco più di zero gradi di temperatura. Un bel sorso, un respiro gelido e una bella sciacquata a mani faccia e collo. Fu il viaggio di ritorno a cavallo più brutto che Mario ne abbia ricordo. Eravamo lì quella volta di sera, alla stalla di Mostacc, avevamo mangiato e chiacchierato con Felice e bevuto con lui un paio di grappe, dopo che a cena avevamo gustato l’agrodolce di zucchine e cipolle inimitabile della signora Caterina per gli amici, quindi per tutti Katy. E poco dopo l’inizio di questa terribile epidemia, vent’anni dopo, il leone è andato da loro e se li è mangiati, prima Lei e quattro giorni dopo Lui… se li è mangiati tutti e due e Mario con il suocero e la suocera, non potranno rivedersi a primavera. come si erano ripromessi a quel Natale. Adesso è primavera, non potranno ricongiungersi per una allegra serata in compagnia degli amici d’infanzia perché non ci sono più, anche perché il leone sceso dall’alta valle pare si sia trasferito nelle siepi che circondano la chiesetta di S. Rocco dove vivono come custodi i genitori di Panna. Ma grazie alla generosa e sfacciata disponibilità di un giovane medico, che definirlo eroe come tutti gli operatori sanitari che si stanno prodigando per contenere l’espandersi del virus maledetto, è chiamarlo semplicemente per nome, forcone alla mano tiene a bada la fiera che ruggisce contro i mal trovati, consegnando direttamente a mani una bombola d’ossigeno che forse sarebbe arrivata il giorno appresso… o forse mai dalla farmacia del paese. Un eroe quel dottore che ringraziato calorosamente da Mario e Panna, ringrazia a sua volta per aver ricevuto affetto e stima, disse che molta altra gente inveiva contro di lui tutti i malefici possibili e lamentele d’ogni genere. Un eroe, tutte e tutti eroi le persone con croci rosse sul petto. Ora il leone non è più nel giardino di casa, è nel giardino di tutte le case del mondo.

Flavio e l’Anemone

È stato bello inventare la vita di ogni giorno… inventare ogni volta un modo nuovo di respirare emozioni che nascono dentro e scoprirne insieme il segreto di custodirle per sempre.

Bello urlare a squarciagola la felicità a tutte le primavere, scendere senza età da una collina a cavallo di una bici, e correre con il vento in faccia a braccia aperte e cuore libero incontro al destino che accarezza la vita.

Bello vivere la cocente delusione di un amore per poi scoprirne uno migliore… come guarire da malanni e salire su un monte con un panino, un cane e un bicchier di vino.

Bello aver visto una stella alpina sulla cima e una rosa nel giardino in riva al mare, riempire lo sguardo di fiori in un arcobaleno di colori.

Bello averti nei miei pensieri come averti nelle mani e stringere i pugni per non farti più partire in un posto senza fine, tenerti stretto al petto che palpita e ti dice quanto ho amato il tuo discendere dal Cielo. Ti amo da prima Tu fossi, perché dall’amore non può che nascere il più bello dei fiori d’ottobre che tra il bianco dei petali, adagiato su di un bottone d’oro sei nato Tu, Flavio.

C’è, c’è silenzio.

C’è il sole e c’è silenzio, ci sono nuvole in cielo e c’è ancora silenzio. Il rumore del mondo s’è fermato nei cuori della gente. Non si sente volare una mosca, ma ogni tanto si sente un ronzio acuto di una sirena, parte piano lo stridore del suo grido, e all’arrivo della sua meta, poco prima di scemare, assorda l’animo nel triste pensiero di chi fosse la persona che lo ha ascoltato per tutto il suo viandante percorso. C’è luce e c’è silenzio, vien sera e ancora la nostra terra non reclama il fragore del nostro vivere ed è ancora silenzio come essere sotto una campana di vetro dove tutto ciò che è al di fuori della nuda sfera trasparente davanti ai nostri occhi ci giunga in un filmato di tempi futuri. Regole e confini che lo stesso non arginano gli orizzonti della socialità. Silenzio che ammorba l’aria e costringe i rapporti tra le persone a farsi più intensi e… più umani. Non c’era il bisogno di un virus, ma lui nel silenzio è arrivato e ora con prorompente e prepotente entusiasmo si fa sentire come cento orchestrali che suonano lo “Schiaccianoci” di Cajkovskij. Sembrava non bastasse nemmeno invocare un Santo protettore per placare questo incessante silenzio che in realtà ti spacca dentro come onde gigantesche che si infrangono contro le scogliere degli oceani. Ma il silenzio del mondo da molto ostile si è trasformato nel Re dei valori e si chiama Amore… che è ancora Dio. e si ripresenta silente ma più presente che mai. Facessimo come i cani, avremmo memoria di pochi secondi di un torto subito. A Loro è stato dato l’istinto che supplisce quasi immediato sulla ragione , e poco dopo un cane non si ricorda del torto subito, sia fisico che all’idea che hanno dell’amore. Quel grande amore che hanno dentro tutti gli Animali del mondo che attaccano solo in caso estremo di difesa, per sé o per i propri cuccioli… e lo fanno in silenzio perché una cattiveria è tale solo se annunciata. C’è buio è c’è silenzio, da rompere i timpani di chi vorrebbe ascoltare e non ode, e allora facciamo parlare i cuori che quelli non hanno bisogno di comunicare, ‘quelli’ sanno trasmettere speranza e Amore, aspettando fiduciosi che tutto finisca con il buon senso di tutti… Ci voleva il silenzio per allontanare la gente e avvicinare i cuori perché “Un bel tacer non fu mai scritto”.

Tutta luce in una stanza

Ombre nere, e Te che mi fai star bene. Tutta la luce in una stanza, una fiamma sempre accesa e acqua che disseta la voce del cuore che sei Tu mio grande Amore. Avanzare nel buio di una notte cercando una luna nascosta tra pensieri nuvolosi che ti inseguono oltre il niente e ti trovano fra queste quattro mura… tutta luce in una stanza. La tua presenza è sogno dolce… amaro in lontananza… è come il vento che spira d’ogni dove senza saper dove andare, e il cuore aspetta il suo placarsi. Sei la torcia della vita che arde dentro come fosse un manto di stelle nel Cielo. Tutta luce in una stanza per i miei occhi che vedono solo Te.

Andrea e Giorgia

Folate di vento che intimoriscono cuori e pensieri che si intrecciamo furiosi fra i rami nudi. Alberi mossi a danza con braccia alzate, e ondeggiando non riescono a nascondere la luna. A passi lenti con cuore veloce.

Un altra giornata si è spenta ed è l’alba del tormento più grande degli innamorati che hanno imboccato una strada a ‘senso unico’, quelli che vivono una storia d’amore con un solo partecipante. Che per Andrea, Giorgia é la sola che conta fra tutte le donne del mondo. Andrea che vive la sua storia d’amore offuscato dal tormento di averla senza poterla mai “avere”.  Il giunger della sera non è amico e la notte ancor meno che con il suo lungo silenzio attanaglia i sentimenti e li stringe in una morsa che toglie il respiro. Meglio il giorno che ha da venire che obbliga a faccende di vita e con il suo chiarore scaccia pensieri ossessivi. Giorgia che è il sole nascente dal bel tempo e irrora i fiori di luce. È la rugiada che bagna fiori e dona la vita. Il sole che nel cuore brilla anche di notte e regalando musica e colori.

Andrea sente musica e vede colori quando sta con Giorgia ed è una sinfonia di emozioni che scendono da un rivo di rubato disgelo da una fonte senza fine… una fonte da cui ci si può tutti dissetare e Andrea per questo è tormentato. Passano i giorni, i mesi e gli anni. Il fiore sta appassendo ma l’amore d’Andrea, risorge fresco come il sole ogni volta che tiene acceso quel lume di poco chiarore… che all’improvviso risplende come fosse luce di torcia. Giorgia ora ha capito o l’aveva sempre saputo. Gli piaceva crogiolarsi nella noia del suo trascorrere, forse illudendosi potesse far finire una giornata grigia nel vederci al suo posto un giorno splendente, il tutto con un sorso d’acqua bevuto a palmo aperto dal rivo. Ora sa che Andrea non beveva mai dal rivo per lasciar posto ai desideri dell’amata. Beveva alla fonte inesauribile del suo amore che non attende mai alcun disgelo. Torcia, luce e rugiada fanno nascere un fiore nuovo che emana un delicato profumo che chi ha saputo amare ossequioso respira. È nata una rosa rossa.

Gli occhi più belli.

Se guardo negli occhi di un gatto, nelle sue pupille ci vedo Nefertiti sposa di Akhenaton, ci vedo le dune sabbiose del loro antico deserto che lambiscono le ‘zampe’ di Giza, sfinge che protegge le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Ci vedo l’amore.

In quegli occhi felini fieri si vedono orizzonti lontani, sin alle origini. Sin da quando una tigre ad occhi socchiusi segue silente la sua preda tra il largo fogliame del sottobosco di una giungla dei paesi dove le albe scaturiscono colori e timori che paiono una bocca di vulcano che si spalanca in un eruzione. In quegli occhi di gatto vedo quelli di una lince che a passi felpati poggia sapientemente l’impronta nella neve in cerca anch’essa della sua preda… ma è a fin di bene, ha due cuccioli nella tana da sfamare, con una cattura non ci compra un auto nuova… e ci ‘vedo’ amore.

Negli occhi di un cane, ci ‘vedo’ l’amore. Quando un cane ti guarda, che di solito è ‘fissarti’, non si coglie nessuna ‘sensazione fuorviante’. Ci ‘vedo’ la bontà per prima cosa, e poi il ‘vederci’ la tenerezza e l’affido con cui si concede a chiunque li accarezzi. Non si ‘vede’ malizia, perfidia, ipocrisia, maldicenza… non ci vedo nulla che solo Amore. Ci vedo la bontà per prima cosa, e poi segue il ‘veder’ la tenerezza, l’affido con cui si concedano a chiunque gli faccia una carezza. Ci vedo quell’amore che dovrebbe esistere tra tutti gli uomini. Come i gatti, come i cani.

Sarà quel che sarà

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore, dove non fa mai freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano.

Sarà quel che sarà e intanto si vola. Si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita, e Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata.

Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ogni uno con la sua precisa parte per comporre la croce che ognuno deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate. Si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino, e cosa grande da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza, la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre sarà quel che sarà.

Sei ancora qui. A.C.

Bello averti nei miei pensieri in una sera di quiete del l’anima. 

Sono su un cuscino di stelle partorito da un tralcio di vite nei campi, e tra visioni fluttuanti,  ancor più ti vedo d’incanto e volo con gli occhi nel mentre ti vengo a cercare sulle ali d’aliante o su di un tappeto volante.

È solo un ricordo che non vuole sia dimenticato, un altro modo di dire che di Te non mi sono scordato.

È un tempo che non dev’essere sprecato e tutto il resto per adesso sia dimenticato.

Star bene con un passato senza prepotenze e lascia fuori casa dolori e esperienze.

Fuori dal l’uscio di ieri ci sono pensieri che possono macchiare solidi sogni che non vogliono essere cancellati da nubi grigie in cielo, e se del doman non v’è certezza, sia ciò che sia… purché sia.

Destino che cambia quando cambia il cuore che oggi non ha voglia di pensare e si ferma a riposare.

Seduto su di un sasso al l’ombra di una quercia in un momento d’amore che s’è perso, poi solo Tu nel mezzo del mio universo.

Piove. A.C.

Piove.

È quasi Natale e piove. Fosse neve accontenterebbe i monti e scontenterebbe le città.
Invece piove a dirotto con sferzate di vento che fa tremare l’abete ricolmo di sfere e luci colorate… le palle di Natale… e non è contento nessuno.
Fa caldo.
Fa troppo caldo negli ultimi anni e quando arriva il freddo è il momento in cui si sente voglia di primavera.
È tutto scombussolato come lo sono gli animi della gente.
Le castagne arrivano a settembre piuttosto che a ottobre, e si va a prenderle senza giacca, nei boschi o al supermercato, ancora non si è messo a riposo la due ruote, fa caldo.
I cachi arrivano sulle mensole della cucina un mese prima che a novembre, e i fichi secchi ‘arrivano’ in bella confezione di un colore che del sole ne hanno visto gran poco.
A dicembre il melograno trionfa a condizione lo si lasci ‘riposare’ un paio di settimane in un luogo asciutto.

La gente una volta nel periodo natalizio si riuniva in grandi banchetti conviviali tra le mura domestiche, ora è alla ricerca del locale “in” che prepara cibi che sanno di burro, e vino che costa dieci volte di più di sempre.
Però si ha l’occasione di vedere quel “tipo fico” che sta con la sua “tipa fica” e se va bene, si riesce pure ad ammiccare un sorriso nella loro direzione dopo attimi interminabili di snervante attesa, dopo che stanchi occhi sbirciavano malcelati per cogliere il momento propizio.
Un semplice saluto in un sorriso rubato tra una portata e l’altra che “serve” all’autostima ormai tanto spenta di chi si accontenta di un così misero vigore.

Quando i mesi eran giusti e la luce artificiale non c’era, le fragole eran rosse a marzo inoltrato, le prime pesche eran gialle a luglio e le mele a ottobre e poi era bello riunirsi in serate di famiglia tra le mura di casa.
Due o tre mamme si ‘immollavano’ alla cucina, e chi preparava il coniglio arrosto con patate al forno, e chi pensava al contorno e l’immancabile polenta, la torta era esclusiva delle nonne e quella alle mele era un ‘classico’, le nonne più giovani, le più ‘sprint’, aggiungevano noci e abbondavano con il velo di zucchero.
Agli uomini era riservato l’onore della scelta del vino che come solito veniva servito come ai tempi di Gesù… si serviva prima quello buono e quando i commensali erano in un altra visione del mondo in cui venivano trasportati da fumi alcolici, si serviva vino di ogni giorno.

Poi si rideva, si scherzava senza malizia deridendo la donna o l’uomo del gruppo ancora scapoli a trent’anni o perché una giovane coppia di sposi non aveva avuto figli dopo ben tre anni di matrimonio e si consigliava al l’uomo di indossare gli scarponi da neve prima di un amplesso…

Si rideva del bimbo che stupiva a bocca aperta quando il nonno gli rivolgeva gioviali parole che uscivano rauche e parevano severe da dietro quei lunghi baffi bianchi.
A tarda sera gli ultimi bicchieri e il saluto ai nonni di casa che preferivano coricarsi, non prima gli si avesse augurato altri cent’anni di vita… e loro rispondevano sospirando, magari!

Serate al posto giusto nel mese giusto, perché al tempo non nevicava a febbraio e marzo, e nessuno elemosinava sorrisi…
O è ora il posto giusto al momento giusto!?
È Natale, e lo scopriremo al dessert… mangeremo panettone o colomba pasquale…