Bis

Sono da poco sbiaditi sogni e pensieri fatui e la mente si sveglia e sbadigliando annuncia un altro giorno di vita e ancora risorge.

Rinascere un altra volta dalle macerie del terremoto delle azioni che sconquassano puntualmente ogni periodo di vita, obbligando a ricostruire ogni volta la stessa chiesa, le stesse case e la stessa strada che sorgono nei meandri della mente. È come essere stati registi di un film vietato ai minori, “girato” e sceneggiato per compiacere il pubblico e se stessi… e la censura interviene.

In ogni vicenda “girata” c’è dolore e gioia ricevute quanto date, l’odio non è mai contemplato perché per qualcuno è solo stato sfiorato, e chi per timore non l’ha più considerato nemmeno nei casi più bui di vita vissuta.

Piccolo viaggio con la mente ogni giorno, da casa a dove si respira aria pura e ritorno.

Un viaggio con se stessi per immergersi fra errori e piaceri passati mescolando entrambi per estrarne buon senso e saggezza per il futuro, consapevoli che la scuola di vita non chiuderà mai i battenti e sarà sempre un continuo cercare di migliorarsi.

Un viaggio con se stessi dove riaffiorano volti ed emozioni, parole e azioni, albe e tramonti,  dove la mente spazia serena, e libera gioca con grigiore e colore. Un altro “ciak” sul palcoscenico del mondo, un altra storia da vivere e da scrivere nel proprio cuore per chi leggerà. La strada, grigia macchiata di sangue e dolore ma basta un sol fiore per far che nasca l’Amore.

Lasciar che la mente vaghi tra mille pensieri. La mente, l’unico organo si possa comandare, ciò nonostante naviga senza barriere e a volte lasciamo valichi ad oltranza tutti i confini. Pensieri e meditazioni, supposizioni e per malasorte giudizi. La mente vaga nelle insenature della vita, e voluttuosa si inerpica su cime impossibili e onde di mare impenetrabili. La mente dilaga nel l’uomo senza pericolo di dominio, nascosta tra le viscere di un cervello risponde ad emozioni ricevute e risponde al l’unico comando concesso ad un uomo sul suo corpo. La mente siamo noi… ‘nel bene’ e ‘nel male’, nessun li separi. Continua a leggere

Playboy della vita.

 

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento a volte sferzante quant’altro delicato che ci adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo per uccellini dal tempo inclemente, accartocciati tra le piume che si nascondevano dalla rada pioggia che riusciva a sfuggirei dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto il grande albero un uomo rugoso stringe la mano al nipote, che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo al suolo, morendo, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande. Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non ci sei mi manchi, amore, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che ho nel cuore. C’è voluto il tempo si ingiallissero i capelli per scegliere l’amore, non fu facile trovarlo tra tanti miraggi. Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo da pagare al passaggio di ogni sua stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande… e questa è la sua storia…

 

Essere proiettati  in un film dove il protagonista o l’attrice principale, chiudessero la storia della loro avventura con un sorriso finale, come quando la scrittrice Jessica Flechter aiuta spesso la polizia investigando privatamente su casi irrisolti e sorride nel l’ultima ‘scena’ dopo l’ennesimo enigma che riesce a risolvere a Cabot Cove.

Trasformare una antipatia in simpatia o viceversa non è cosa di poco conto, nessuno lo sa meglio di un attore che vive di questo tipo di ‘trasformazioni’.

La signora in giallo’  giocando con emozioni, coraggio e saggezza, trasforma la sabbia in oro davanti lo sguardo illuminato di chi l’ascolta mentre con le parole crea prove che incriminano i veri colpevoli.

Proiettati nel film della vita ed a ogni giorno, riverire ringraziando il ricevuto… di mattino, prima ancora di aver “ricevuto”.

Così Mery faceva ancor prima di ogni colazione, a Lei piaceva compiacere l’inizio del giorno regalandogli il primo sorriso, quello che si smorza in una smorfia mentre ci si “stira il corpo”.

Mery viveva giorno per giorno il suo film come chiunque al mondo faccia, senza per questo, non sempre esserne consapevoli, e desiderava sempre il finale con un sorriso come nella ‘la signora in giallo’. La differenza tra le due donne è che la ‘signora in giallo’ aveva insito per grazia ricevuta il dono della scrittrice fin dalla nascita e perciò poteva dedicarsi serenamente senza l’incombenza del fardello del vivere, alla nobile causa della giustizia, mentre Mary in evidente stato confusionale, era stata mal consigliata dalla vita lasciandosi da essa sopraffare…

Gli intenti di Jessica erano gli stessi di Mary, una riusciva a realizzarli l’altra no, anche i loro cuori battessero al l’unisono nel film della loro vita. Due vite diverse… per questo il male se non creato dal l’uomo non esiste. Gli intenti e i valori sono semplicemente un binario che al ritorno della tratta percorsa dal treno, ritorna su se stesso alle origini celesti. Quando un ‘Amore finisce’, non c’è mai stato perché un vero Amore non finisce mai… per questo Mary esiste anche se non più.

La sua ultima apparizione fu che era l’inizio di un altra estate. Quel giorno, nel piazzale antistante allo stadio Atleti Azzurri d’Italia, Mary scese da una Smart car, quella macchina due posti che nuda ricorda lo scheletro di un piccolo dinosauro. Camicia bianca, giacca blu e jeans alla moda, come sempre, mocassini raffinati e capelli tirati al l’indietro bagnati da una crema. Bella persona Mary, d’aspetto e di cuore, quel l’ultimo giorno si vide con un altra persona tra lo stadio e il notaio, e in quel l’occasione chiese a Mario un prestito di mille euro per poter pagare un “pagherò” giunto al l’ultimo giorno in cui si poteva “salvare” da un “protesto” che non è altro che una macchia infamante sul curriculum personale di dove si è stati ‘piazzati’ dal mondo che ci governa.

Una cambiale che doveva assolutamente essere pagata, perché la prima di dodici, emessa per sanare parte di un debito con tasso d’interessi abbastanza elevato da preoccupare il firmatario. Una delle mille volte che tra Mary e Mario ci fu un accordo che era fatto di sguardi nel cuore, lasciando fuori dal l’uscio il timore della ragione. Una delle mille volte in cui i due si scambiavano vicissitudini di una vita strampalata, quanto desiderata. Mario era stato un ‘galoppino’ di Mary, e per molto tempo gli fece da servitore per 50mila lire al giorno, e doveva comprendere il pranzo e la benzina per gli spostamenti la propria automobile, lo stesso che lavorare in fabbrica ma senza spese e con tanto di diritti per l’infortunio e il pensionamento.

Mary è Massimo. Mario è lo scrivente ma non si chiama Mario.

Massimo il giorno in cui chiese al l’amico Mario mille€ per pagare la cambiale, disse di avere contratto un cancro leucemico in aggiunta al suo diabete, che nei due brevi periodi trascorsi in carcere si sviluppò cattivo. Glielo disse a Mario candidamente come annunciasse un raffreddore, intanto si accomodava i capelli impiastricciati di gel e non guardava negli occhi buttando lo sguardo altrove. Erano i primi giorni di giugno, trascorse un mese, qualche telefonata sporadica scambiata tra i due perlopiù per convenevoli, poi venne agosto, faceva caldo quel 2019, talmente caldo che era inutile Mario disturbasse Massimo per chiedergli di restituire il denaro prestato più di due mesi prima, faceva troppo caldo, lo chiamava settimanalmente per chiedere come stesse di salute, e Lui rispondeva che le chemio stavano facendo il loro lavoro.

Finché un giorno del l’ultima settimana d’agosto fu Massimo che chiamò Mario e con voce rauca ma felice, disse che era arrivato in anticipo il midollo di un donatore e si sarebbe sottoposto con un mese d’anticipo al trapianto del midollo osseo. Fu l’ultima volta che Mario fece coraggio al l’amico, rimase senza notizie di Massimo per alcune settimane che nel frattempo furono di settembre.

Mario compie gli anni di settembre, e con la moglie quella volta decisero di andare a passare quel giorno in Trentino Alto Adige. Una decisione per togliersi dalla routine del solito pranzo in famiglia o cena di rito con gli amici. Mario quanto la sua adorabile sposa avevano bisogno di riposare, era stata per loro un estate intensa d’impegni e di lavoro e le brevi vacanze di luglio non bastarono.

Partirono per quella meta forse senza una reale convinzione, e si immersero nella natura di quel luogo montano pulito come la Svizzera e severo come l’Austria che fa loro da “troppo” sottile confine, acque verdi di laghi cristallini e serate a base di cene “trugne” che sei stanco di consumarle dopo un giorno, vino che sa di frutti di bosco e grappe che stordiscono… e questo fu il primo giorno trascorso in val Pusteria da Mario e Maria.

Il mattino appresso i due colombi bianchi con qualche penna grigia, visitarono il bellissimo lago di Brais, e a Mario forse illuminato da quest’alito di beltà che gli entrava dagli occhi, chiamò al telefono Massimo per sapere come stesse, erano più di tre settimane che non sapeva niente di Lui. Rispose Giuliana… Giuliaanaaa!??, Mario si sarebbe aspettato di tutto fuorché rispondesse Giuliana… che oltre tutto non aveva riconosciuto subito al micro telefono. Giuly singhiozzando mestamente disse a Mario nel mentre aveva lo sguardo su di un lago verde con alture imponenti alle spalle, a volte brulle e spoglie da mostrar muscoli nella roccia, altre tempestate di alberi aghiformi.  Giuly gli disse che Massimo non aveva retto il trapianto del midollo osseo. I suoi occhi piangevano lacrime di sangue e fu a quel punto che si rese lucidamente conto di essere arrivato al termine della sua strada. Giuly continuò singhiozzando, ti chiamo più tardi Mario, ora, scusa non ho tempo, e salutò.

Mario scioccato, occhi spalancati di dietro le lenti solari, bocca un poco aperta e senso immediato d’angoscia che gli pervase la mente lasciandogli solo lo sfogo di rivolgere lo sguardo verso Maria, per dirgli con voce rotta ciò che Giuly gli disse. Massimo non c’era più su questa terra, e Mario si sentì come se una parte di se cessasse di esistere e quando dopo alcune ore, riprendendosi quel poco reagì come d’impulso primitivo e parlando con Maria, in camera d’albergo disse che era meglio fosse durato poco il calvario del suo carissimo Amico.

Del suo carissimo Amico Massimo, non ugualmente era per Lui nei confronti di Mario. Massimo non aveva amicizie particolari. Chi viveva dei momenti con Lui, diventava l’Amico n.1 del giorno, non della notte, quella era un altra parte della sua vita. Mario capì tutto questo, e da”portaborse”, si accontentò con il passare degli anni di essere indipendente e rispettato alla pari con Massimo. Anzi in alcuni casi, anche se rari, Mario si preoccupava di quel Massimo che lo chiamava al telefono richiedendo gentilmente la sua presenza nel suo bellissimo bar Montecarlo, Mario accorreva da Amico e non più da portaborse e quindi lo faceva volentieri, ciò che invece lo preoccupava era che arrivato al cospetto del l’amico, lo stesso diceva di aver risolto diversamente, o lo risolveva con la presenza di Mario da cui veniva amorevolmente consigliato, non bastasse passava da un discorso ad un altro con lo sguardo confuso rosicchiando nervosamente le unghie di cui sulle punte delle dita, rimaneva un pallido ricordo.

Era di molto dimagrito Massimo negli ultimi tempi, capelli radi senza gel e quel viso preoccupato. Questo disse Giuly in una seconda telefonata. Si stupì molto Mario, conosceva Giuliana perché Massimo negli anni novanta con l’aiuto di Mario, gli avevano montato una lampada solare nel suo negozio, voleva ammodernare le sue apparecchiature da estetista… il ricordo di Mario che associava a quel l’unico episodio la presenza di Massimo e Giuly… e ora Lei stringe tra le mani il telefonino di Massimo.

Ma Giuly, Mario la rivide ancora, la sorte ignara li fece rincontrare perché lei si fidanzò con Arnaldo che nel corso del tempo era diventato di fatto un amico di Mario. I due si videro per la prima volta in quel negozio che ospitava alla tentata vendita, dei magnifici lampadari e applique affissi al muro. Mario al l’epoca era un antiquario con la predilezione a tutto ciò che illuminava, nel passato e nel presente. Quel giorno, nel negozio di Arnaldo ammirò la merce esposta del ‘presente’, arte vetraria di Murano, e Mario amava Murano per i suoi vetri e cristalli, e Burano per i merletti ricamati da mani pazienti e sapienti, inoltre è raro si ricordi un luogo associandoli alla suocera. Mario fece il viaggio di un giorno con la suocera, da Jesolo partirono un mattino alla volta di Murano per visitare le focaie dei mastri vetrai e poi fu la volta di Burano, quella magnifica isola zeppa di pizzi e belle persone, o belle si vedono in quel l’isola incantata.

 

 

 

La forma del l’Amore.

 

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento a volte sferzante quant’altro delicato che ci adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo per uccellini dal tempo inclemente, accartocciati tra le piume che si nascondevano dalla rada pioggia che riusciva a sfuggirei dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto il grande albero un uomo rugoso stringe la mano al nipote che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo al suolo, morendo, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande. Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non ci sei mi manchi amore, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che ho nel cuore. C’è voluto il tempo di ingiallire i capelli per scegliere l’amore. Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo al passaggio di ogni stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande.

 

 

 

 

 

Dedicata a MASSIMO.

Auree magnonche sensazioni

Auree magnonche sensazioni.

Magnonche sensazioni pervadono l’essere.
“Magnonche”… giganti, perciò grandi sensazioni di benessere si snodano abbracciando il corpo come fosse un velo di sposa adagiatovi sopra.
Ora è sera, l’aria è umida d’autunno, si sente sui visi. Gli alberi silenti abbassano di un poco la cresta come fossero obbedienti votivi, si inchinano al al nuovo “signore” in arrivo che si stringe tra le dita di una mano il manto gelido del l’inverno…  che pare morte ma è riposo della terra e selezione degli animali in natura. Vinca il più forte e abbia ancor più gloria il perdente, qui… o la.
Ora è notte che copre mille mondi in metà mondo.
Ora è l’alba e adesso è giorno, stasera è un altra volta che bagnerà il viso di nebbia. Bisogna ancora andare oltre, dove il ghiaccio sul fiume sia solido e lo si possa attraversare sereni con pensieri e parole. Bisogna andare incontro a una nuova stagione che non umetta i visi ma li accarezza di gelo, e gli alberi inerti lascino al fin  vedere ciò che l’estate nasconde… altri scorci di vita dietro i rami nudi, ora lo sguardo spazia su Chiese, case e giardini vissuti da persone e animali al di là che si poteva vedere prima, oscurati da prepotenti foglie ricche di sole. Altri battiti di cuore che fan su e giù con l’’umore’ del l’animo ed è magnonche iniziando da “magno”,  il grande…”nche” è il finale che moltiplica e ancor più ne esalta la grandezza. Magnonche. Il futuro è nelle nostre mani, per questo si deve rispettare il passato…

É di nuovo la fine di un giorno tardo d’ottobre, si scrive e si pensa o si guarda la tv… o si fa al l’amore, che è la cosa di gran lunga migliore.

 

Tempo d’autunno, sapore di mare.

È avanti l’autunno, lo scenario invernale si sta “facendo sotto”, e d’incanto tutte le cose cambiano.
Cambiano le stagioni con le loro tinte e anche il colore del sole sulla pelle se n’è andato con il dolce ricordo delle belle passeggiate di sera lungo la riva del mare, per sentirne il profumo salmastro nel mentre si raggiungeva un punto di ristoro.
Si chiacchierava allegramente tra gruppetti di amici e parenti nel l’intanto che si camminava.
Qualcuno fumava una sigaretta e guardava il mare che chiacchierava spumeggiando delicato e si accasciava a riva, qualcun altro ridacchiava di un qualche cosa detto tra zii e nipoti.
È il riposo del guerriero.
Sono momenti di quiete… che vuol dire pace, intanto si raggiunge il tavolo dove ospiterà le ginocchia frementi degli astanti villeggianti.
Vino bianco, pesce cotto e crudo, un caffè per le donne, un bicchierino di superalcolico agli uomini e il dolce per i più piccoli… che qualcuno gli anta li passa di gran lunga ma li mangia lo stesso insieme a loro.

Sapore di sale, sapore di mare che hai sulla pelle anche dopo una doccia di bagnoschiuma al cocco che ricorda oasi lontane dove nel l’acqua che non si vede vi galleggiano barche sospese sorrette da un limpido splendore… ma un granello di sabbia rimane sempre la sera tra le lenzuola.
Il sole stanca, anche senza fare niente il sole spossa, è allora che stanchi infilandosi tra le lenzuola si sentono tra le dita dei piedi granelli di sabbia in fondo al letto… e il sapore rimane sempre di sale… e di mare.
È dove ci si lascia, cullare dalle onde e dai sentimenti, dove tra serenità e riposo si fa la “conta” di chi sei.
Come fosse capodanno.

Ma la scena finalmente per chi ama l’inverno cambia, sta cambiando.
L’autunno comincia a tessere tappeti di variopinti colori bruni, una parte del vestito di foglie di cui gli alberi si stanno spogliando… di lì a poco il vento gelido sferzerà inclemente quei rami tronfi della loro natura e assopirà ogni anelito di resistenza delle foglie gialle che non vogliono staccarsi, e il contadino o chi possiede un giardino staranno a guardare.

Amo l’inverno e il suo compagno autunno, quanto amo la primavera, sto imparando a convivere con la meravigliosa estate che ultimamente mi lascia ricordo di una vacanza felicemente trascorsa.
Le ho dimenticate in gran parte le mie vacanze, può essere non valessero e tutt’ora non valgano la pena di essere ricordate, ma ora il tempo lo risparmio e non lo spreco più… o almeno ci provo.
Vivrò ancora vacanze felici, il celo voglia con la mia famiglia.
Si ripresenteranno le stagioni che hanno riposato per un buon periodo di tempo a ricordarmi di desiderare ancora un altra magnifica estate come quella trascorsa.

Adesso é tempo di castagne e funghi accompagnati dal l’immancabile polenta che tramonterà La sua esistenza con l’ultima persona di origine Bergamasca.
È tempo di guardare le colline dal balcone di casa mentre una pioggerella fina inumidisce il viso e i pensieri che vadano alle prossime piccole grandi sfide del percorso sempre più lungo da percorrere tra i sentieri del bosco che sta imbrunendo. Non c’è più sabbia tra le dita dei piedi ma pioggerella tra le dita delle mani.

Mete da raggiungere… ad ogni stagione. Braccio di ferro con quel che rimane nei muscoli del corpo e nella mente per l’affrontare una nuova stagione… perché se si rinnova Lei… ci dobbiamo rinnovare anche Noi.
Sempre… ad ogni stagione della nostra vita, così vivremo senza sopravvivere e essere felici di stare in questo mondo.

Penna e momenti…

Penna e momenti.

Ci si sperde a scrivere un libro. Si parla di tutto quotidianamente ma si scrive solo quello che è inerente alla memoria del racconto che si sta scrivendo. Così che pensieri e parole, vengono condivisi sul posto di lavoro o al bar e non c’è posto per il mondo quando si scrive. L’ultimo spazio di giornata è scrivere quel libro, il resto sono discorsi da cortile e telegiornali serali. Si scrive meglio quando si ha la mente sgombra, e notizie come quella che l’ex marito, dopo numerose precedenti minacce ha teso un agguato alla moglie e l’ha aggredita colpendola alla gola con una lama di coltello ferendola a morte… foto sul giornale Lei bellissima e giovane, lui, mediocre e più vecchio. Lei dei paesi del l’est, lui italiano. Lei povera, lui povero… Non poteva che finire male la loro storia d’amore. Bisogna guardarsi allo specchio e controllare la carta d’identità prima di frequentare una ragazza del l’Est. E bisogna chiedersi se non è meglio spostare la mira alla freccia del l’arco teso d’amore verso una donna o uomo di qualunque paese del mondo che abbia almeno l’età per cui nella vita si possa competere nel stare al passo con corpo e mente… oppure un portafoglio molto gonfio che saprà ‘comprare’ e forse amare, ma quasi mai potrà essere contraccambiato.

Quando si scrive un libro, queste vicende interessano solo il momento di essere ascoltate e dopo una breve riflessione si ha voglia di notizie semplici, fatte di e da persone comuni, e non con persone disturbate mentalmente dai loro stessi errori.  L’incontro al bar per un caffè e scambiare quattro parole con ti sta accanto. Notizie frivole, a volte tristi come quel l’uomo magro con gli occhiali piccoli, rettangolari e argentei che a occhi quasi sbarrati disse con un aria disinvolta ma preoccupata che di lì a una ventina di giorni gli avrebbero asportato parte del l’apparato genitale causa malattia del secolo scorso e presente. Lucilla parla del suo ‘Torino calcio’ che solo il celo sa perché Una nata a Bergamo e vissuta in gran parte per lavoro a Roma, faccia il tifo per il “Toro”. A Lucilla brillano gli occhi quando parla di suo figlio che tira di scherma in modo egregio, gli occhi gli brillano anche quando parla del suo adorato cagnolino che gli sta attaccato come una cozza… quando parla del marito, gli occhi guardano…

Sono queste le uniche notizie che interessano una persona che sta scrivendo un libro. Si assorbono con un niente perché fanno parte della sua stessa esistenza e non possono interferire nel dialogo del suo raccontare scrivendo. Momenti di quiete dove la mente respinge ogni forma di presenze non positive che perlopiù sono notizie con con il finale non necessario e spesso scontato. Momenti in cui una persona che scrive, sta scolpendo nel suo cuore parole d’amore.

Sulla strada dei ricordi su due ruote 5

Intanto mi trovavo di già in Comenduno di Albino che non ho mai capito se è un paese a sé o un agglomerato di Albino un bel ‘paesotto’ che da inizio alla Valle Seriana. Che di fatto è il paese di Alzano Lombardo lo starter di partenza, ma Alzano è l’inizio dei clivi dove la pianura viene inghiottita dalla valle per questo non da la giusta impressione di essere il vero ‘inizio’.

Comenduno di Albino. Dove lavorò Suzza per alcuni mesi in un supermercato d’abbigliamento. Suzza è il nome con cui chiamo ora più che affettuosamente la ‘mia’ Susanna, il mio tutto su questa terra, la mia ragione di vita… su questa terra. Accanto, di confine al ’Bottegone’ che era il luogo di lavoro di Susy, l’albergo Valle d’Oro, ricordo di molteplici cazzate che non mi par vero di aver combinato in compagnia di altre donne che non erano il mio vero amore ma che da allora cominciò ad essere Susanna.

Forse capii lo squallore di quel luogo per chi come me l’abitava ad ore, quand’ecco che il locale fu chiuso per un fattaccio accaduto una notte. Due amanti ‘troppo’ focosi, si erano lasciati andare in straordinarie follie amorose, e nel l’impeto irrefrenabile di quei momenti, l’uomo strinse troppo sulla gola della sua partner con quella maledetta calza nera di nylon… strinse troppo perché koca e alcool offuscano gesti e pensieri alterandoli non poco. Alché il locale fu chiuso dalla magistratura per regolari accertamenti sul caso.

Forse fu a quel punto che capii di aver fatto cose stupide, inutili, deleterie allo stato d’animo che non era m?ai in pace con se stesso, ho vissuto a ore ciò che sapevo di non voler vivere, ma una mia carissima Amica disse e dice che è meglio uno “scotto” che un rimpianto. Mille storie al Valle d’Oro, operai, rappresentanti, gente che si trovava lì temporaneamente per ragioni lavorative, tutti in cerca di imitare chi usava le stanze ad ore a partire dal l’approccio con le belle locandiere tra un piatto e l’altro servito per la cena. Tanti di loro in cerca di uno sbaglio sicuro. Non esiste un amore ‘ad ore’ che dura per sempre, rimane solo sesso che si spegne come un moccio di candela subito dopo l’atto del coito.

É finito il rettilineo che collega Comenduno con Albino, mi tolgo dalla vecchia ‘provinciale’ e a sud faccio un inversione di marcia e percorro la via principale del paese con i giri del motore al minimo per non disturbare con fastidioso rumore di motore tra i vecchi stretti caseggiati che lambiscono una lingua di ciottolato, che al primo colpo d’occhio pare il lastricato di un piccolo torrente scozzese, ghiacciato e sporco di fango e rami secchi. La banca a destra, la gelateria di un mio caro conoscente a sinistra, il Giorgio, che vent’anni prima gestiva il bar caffè de Paris in Viale Papa Giovanni VIII, la via principale di Bergamo che dalla stazione ferroviaria a sud, si ricollega al non meno importante Viale Vittorio Emanuele che termina alla porta di S.Agostino, uno degli ingressi ad est di Città Alta, la parte più antica di Bergamo posta sui clivi di colline… che identifica un bergamasco d.o.c. con la classica domanda del … ‘Berghëm dè süra o Berghëm dè sôta? L’antico portale con nel l’arcata incisa nella pietra l’emblema di chi governò Bergamo a quel l’epoca, il leone alato della Repubblica Veneziana al tempo Michelangelo.

Passo da Fulvio ad Albino di tanto in tanto, per gustarmi uno dei più buoni gelati della zona, solitamente per mostrargli l’ultima fantasia di moto che mi son “fatto”. Sinceramente non capisco se gradisca o meno, risponde quasi sempre la stessa cosa guardandomi dritto nelle lenti a contatto… ho una Bmw parcheggiata nel box e quest’anno non ho avuto nemmeno il tempo di avviarla una volta sola. Bollo e assicurazione regolarmente pagati, e non la uso mai… mi dice ogni volta Fulvio. Me lo dice con occhi languidi e tristi, non credo possano mentire. Saluto ogni volta cordialmente, ma con Lui parlo sempre meno delle mie moto, preferisco non intristirlo.

Sempre a sinistra una ferramenta e di nuovo sulla destra dopo la banca, un fruttivendolo e il negozio di abbigliamento della mia amica Daniela che immette direttamente nella via maestra del paese di Albino che è Via Mazzini. Dovetti fermarmi a bere il quarto caffè della giornata a metà di quella via. Casa era vicina e una sosta per ricordare in santa pace la mitica Via Mazzini fu doverosa quanto desiderata.

Fu doveroso e insieme ossequioso fermarmi per una sosta caffè, e lo feci nel bar che gestiva tanti anni prima, Mariolina che se il nome inganna, preciso che di tenero Mariolina aveva il burro per le tartine al l’ora del l’aperitivo. Lei era e ancora sarà una bella ragazza piena di vita. Una bella donna bionda con tutte le ‘curve’ al posto giusto distribuite nel longilineo corpo da un metro e ottanta con i tacchi.

Era una ragazza ambita Mariolina, ma una porche parcheggiata fuori dal suo locale, faceva presagire che il proprietario avesse buone chance per conquistare il cuore della bella. Quella Porche la guidava Piero, due baffi su di un corpulento omone di un metro e ottanta senza tacchi, e siccome la benzina costava già cara sin da allora, era facile immaginare che non ci fosse possibilità alcuna di conquista. Poi Piero morì una tragica notte a bordo della sua potente Porche… strada sdrucita dalla pioggia battente, gli fece imbattere in una pozza di acqua e fango e la sua macchina si schiantò a 150 chilometri contro un platano che per abbracciarlo servivano quattro braccia tese.

Mi fermai in quel bar, ora gestito da una mamma con figlia. Non c’era posto sul ciottolato della via Mazzini per ospitare lo sbranamento del mio corpo su di una sedia, e mi accomodai nel retro che dava su un bel pezzo di giardino con tavolini e sedie sparpagliati su di un lembo di ghiaia… e cominciai a pensare a quella via dove aveva raccolto tante testimonianze della mia vita.

Era da poco iniziato un nuovo anno, “91”, “92”… non ricordo con precisione, mamma mia! Ricordo quando ci pensavo anni fa’ quando la vita era nelle mie mani, quando ne ero il padrone incontrastato o mi illudevo fosse così come tutti i giovani nel pieno del loro vigore, della loro alterigia, del loro essere tali, giovani, semplicemente giovani. Mi tornò alla mente quando in qualche rara occasione mi divertivo a pensare quanti anni avessi avuto oggi, forse per gioco forse per schernire il fato dall’alto della mia invulnerabilità, come se a me non potesse mai accadere di avere gli anni che ora ho.

Sempre facevo un rapido calcolo per sapere quanti anni mi separavano da quella età a questa, erano talmente tanti gli anni che mi separavano da quella data futura, che inevitabilmente sorridevo tra me e me e andavo oltre col pensiero, talmente era assurdo preoccuparsene…

Solo al raggiungimento di un nuovo decennio mi preoccupavo, e puntualmente ricalcolavo, ma ne rimanevano sempre molti di anni e dopo una breve crisi esistenziale riprendevo ad essere il comandante indiscusso della mia vita. Bei tempi, qualunque difficoltà era facile, qualunque problema risolvibile, e per uno come me incosciente ottimista quello che non risolvevo,  lo “aggiravo” a mio vantaggio, per cui rendevo tutto bello, tutto semplice. Non mi sono mai piaciuti i problemi, ne per me, ancor meno per chi mi è stato vicino, e siccome sono stato dotato dal Cielo di un altissimo grado di ottimismo e buonismo, in aggiunta se non bastasse ho un animo caritatevole che ha sempre cercato di semplificare tutto, anche l’apparente impossibile… ciò mi ha sempre agevolato nelle vicende della vita, pur pagando il dazio quotidiano di preoccuparsi degli Altri. Sempre.

Gli anni passano, lentamente e velocemente scorrono ritrovandoti inesorabilmente alla triste realtà che ti dice che non ci sono più, allora rifaccio e rifacciamo un resoconto della nostra vita chiedendomi e chiedendoci se ancora ci riserverà emozioni. Gioie e dolori, e se ancora potremo dire la nostra nel mondo che lavora e tra le ali del l’effluvio dell’amore, “digerire” il tutto e trovare spazio per noi.

Meglio essere ottimisti mi dissi, il tempo che ci rimane si è assottigliato e non va sprecato in inutili polemiche e invece di lamentarmi in continuazione, provai a pensare come quando da ragazzi credevamo  di avere tutto ancora davanti a noi. Pensai che tutto ancora si potesse avere, come scalare una montagna o “serfhare” a cavallo di un onda alta tre metri.

Tutto ciò che noi si voleva, e ancora vogliamo, ora. Non necessariamente un conto in banca ben pasciuto e un automobile nuova più bella di quella del vicino o degli stupidi abiti firmati o che altro, ci e’ rimasto di poter passeggiare nel bosco senza pensieri bui, nuotare al mare, mangiare e bere, giocare a carte, a bocce, al pallone, a scacchi… al calcio balilla e saltafosso…

Potrei e potremmo anche piantare del l’insalata, potare un albero, adottare un cane un gatto un cinghiale una zebra, coltivare un hobby sopito, inventarci un lavoro che non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Volersi bene, amarsi, fa’ bene amare, molto più che odiare, fa’ bene ridere, molto più che piangere, inutile sprecare tutto il tempo a lamentarci delle persone più ‘fortunate’ o “furbe”.

I più fortunati non c’è dato sapere esattamente se lo siano veramente, e i furbi, credetemi, devono fare i conti con la loro coscienza poco pulita e non vanno sereni nei boschi o a nuotare al mare, devono sempre stare all’erta da quelli più furbi di loro con la coscienza più sporca ancora. A quel punto la serenità non ha misura e non ha prezzo. Meglio star fuori da certe ‘fortune’ e imparare a convivere con le ‘sfortune’, che alleviando le loro sofferenze se ce ne facciamo carico noi di una piccola parte… tutti INSIEME.  Servirà alla ‘sfortuna’, servirà a noi come carico dolente di vita, indispensabile per capire come saper vivere.  La nostra vita vale più di ogni altra cosa al mondo e per quanto mi riguarda ne ho già sprecata troppa a lamentarmi di questo e di quello. Quel che il cielo mi riserverà di vita , lo vivrò il più felice possibile, come quando da ragazzo dicevo… che brutto avere …anta, ma si che mi importa, ho ancora tanti anni prima di arrivare li’… ma non ci penso più, non li conto più, adesso me li godo uno per uno, non li spreco più.

Era il periodo delle ‘vacche grasse’, e le emozioni mi servivano come un tozzo di pane quotidiano, e non mi fermai di certo dal fare cazzate in quantità industriale, e tra le tante, mi ricordai di quella sera che dopo la discoteca Antares, verso le due di notte, io, Gigi, Rollo e Marco, salimmo a bordo della mia Mercedes nera, quella che comprai sulla ’parola’ tra me e Carlo, e ci recammo nel vicino parcheggio di un grosso supermercato, proprio a pochi passi dalla discoteca. Al buio, fari accesi della macchina, noi quattro fuori, in piedi, affiancati uno al l’altro con una mano sulla patta dei pantaloni e con l’altra si sorreggeva “l’arnese del comando”, un ‘pistolino’ che urinava birra e quant’altro avevamo ingerito nello stomaco e nei polmoni.

Stavamo “pisciando”, alché vedemmo dei fari che si avvicinavano a noi senza fretta. Qualcuno ritrasse “l’arnese”, altri dovevano finire e vennero sorpresi dal l’auto che lentamente sopraggiungeva verso di noi. L’auto blu di pattuglia dei Carabinieri chesi fermò a pochi passi da noi. Scesero due uomini, un appuntato e un Maresciallo per un normale controllo d’identità, e data l’ora, era più che giustificato. Noi, oltre che in corpo, si aveva in tasca rimasugli di estasi proibita dalla legge e dal buon senso. Per fortuna riconobbi il Maresciallo che a quel tempo mi era amico perché lavoravo in tribunale come appendice ad un servizio di avvocatura, anche se avevo di fatto solo il titolo della terza media. Tirai un sospiro di sollievo nel vedere quel volto amico, infatti dopo avermi fatto aprire il bagagliaio per un controllo che era pieno di strenne natalizie ricevute in dono da clienti e amici la settimana di Natale, il Carabiniere amico non trovò alcunché di losco quindi, a parte le nostre condizioni psico fisiche, ma al tempo per nostra fortuna ancora in vigore la giusta legge restrittiva sul l’abuso alcolico, che quello narcotico era ancora un mistero per gli stessi inquirenti.

Si congedò con un saluto che puzzava di monito per l’ora tarda a lasciare quel posto ambiguo, se ne stavano andando il Carabiniere scelto e superiore e il collega, ma un gesto inconsulto di Gigi, fece tornare sui suoi passi l’appuntato. Pila in mano, si avvicinò a Gigi e puntando il fascio di luce ai suoi piedi, riconobbe facilmente un paio di “bustine bianche”. Due grammi di koca che non era liquida cola scura, ma sostanza polverosa bianca come la neve che si vedeva accatastata a mucchi nel parcheggio, tutti in caserma. Ore interminabili per il riconoscimento delle nostre generalità, e perquisizione nel l’abitacolo della Mercedes, dove rinvenirono altre “bustine” dal cruscotto. Cacca totale… se ne stavano andando, non c’era bisogno di sbarazzarsi di quelle due bustine. Troppa paura per Gigi. Fu troppo grande per lui quel l’incombenza, che poi il risultato di quel l’avventura fu anche il risultato  della sua vita non di certo vissuta al l’insegna di un grande coraggio e grandi soddisfazioni. Ma l’ho perdonai, non è colpa sua, non è colpa di nessuno. Ognuno è su questa terra con una strada già indicata da percorrere, ci si deve solo preoccupare di non intralciare il cammino altrui su quella strada… Quindi non pensavo male di Gigi che non pensava certamente di intralciare la mia di strada.Un amico.

Marco lo conobbi quella sera in discoteca, mi disse essere un bancario e non ricordo il perché, ma mi avvicinò al bancone del bar per parlarmi. Era disperato, e nelle ore estenuanti d’attesa nel l’anticamera della caserma, non resse al terrore di perdere il lavoro per colpa di quello “stupida” serata. In un attimo di distrazione ingollò un grammo che gli era rimasto in tasca. Subito divenne paonazzo e sudava sette camice pur restando fermo seduto su di una sedia. Bussai alla porta del Maresciallo che stava svolgendo accertamenti su ognuno di noi, e lo pregai di lasciarlo andare a casa, in cambio mi sarei accollato la responsabilità di averlo trascinato in quella squallida storia. Il Maresciallo mi accontentò e io, solo io dovetti pisciare a Milano in uno dei bagni del Niguarda una volta ogni mese per sei a venire. Porta aperta del bagno sotto l’attendo controllo di un sorvegliante incaricato di controllare se fosse la mia pipì e non quella di un altro nascosta in tasca in un apposito contenitore, l’avvilimento più grande era essere in una fila di persone che avanzavano a passi lenti verso la visita dal dottore, per aver consumato un prodotto non consigliato dallo Stato, ma di fatto lasciato passare il perlopiù delle volte dal confine dello stesso… per ragioni economiche, per ragioni politiche, per ragioni di potere, e i “perlopiù” che avevano accesso a toccare il celo con un dito dopo aver ingerito un qualcosa di… “stupefacente” proveniente da confine, marciavano in riga, in fila come settecento anni prima fecero i loro antenati messi al pubblico ludibrio, nella pubblica piazza attanagliati da una gogna… e ognuno che passava poteva tirare loro in faccia uova marce o verdura  e frutta marcita. Lo stesso che ai nostri tempi immaginare il Colosseo come fosse lo stadio Olimpico di Roma.  Eravamo lì, in fila come erranti briganti della antica Barbagia, colpevoli di aver provato ciò che questo mondo .. ….. ci ha trasmesso con il suo messaggio in quel momento… o almeno quello che si era in grado di recepire. Fu umiliante ma necessario a non voler mai più ripetere l’esperienza negativa di essere tacciati come chi stava contaminando il mondo con spinelli e qualche “riga”, mentre a casa i nostri “educatori” magari picchiavano moglie e figli, squallido proseguire perché non c’è che di peggio, e non sia condanna unanime di un qualcosa di malfatto verso istituzioni, persone e cose… e la vita, quella che ci siamo faticosamente costruiti da due millenni a questa parte. Da quando Gesù venne tra Noi a risvegliare gli animi di ognuno.

Molte altre cose ad Albino, per mia fortuna, molto più belle e gradevoli, come aver fatto parte della squadra di calcio a sette della gloriosa squadra albinese capeggiata dal presidente Daniela e dal vice presidente Annibale, che sono lo scrivente. Daniela è la ragazza che gestisce un negozio di abbigliamento, a destra del ciottolato scozzese al l’ingresso del paese di Albino dopo la banca e il fruttivendolo. Ebbi forse un “qualcosa di amoroso” con Dany, la fragile ma caparbia e capace Daniela. Si facevano feste da non dimenticare su, alla baita del Mauro, tutti insieme alla squadra, che era composta da sette giocatori senza riserve al nostro attivo. Si mangiava carne arrosto di porco e si beveva tanto di quel vino, grappe, e wischey e quant’altro, che ne annullavano il sapore, rimaneva solo lo stomaco pieno e tanta voglia di mandare affanculo il mondo.

Ricordo di una volta che dovetti sostituire Daniela che doveva presenziare alla visita medica a cui sono sottoposti tutti gli l’atleti prima del l’inizio del campionato. Andai io per Lei, io e i sette del “l’Ave Maria”. Arrivati in ritardo di venti minuti dal l’orario della visita. Il medico si era di già spazientito. Fece fare una serie di esercizi ai sette ragazzi “calciatori”, uno consistette nello stare fermi il più possibile su di una sola gamba. Sei di loro barcollarono paurosamente per tutta la durata del l’esercizio che il più “forte” resse per un minuto e mezzo… il settimo non riuscì a reggersi in piedi su di una sola gamba nemmeno per qualche secondo. Occhi rossi di chi l’ultima canna l’aveva fumata un ora prima, capelli arruffati di una persona che ci dorme sopra tre giorni e sguardo che più fesso non poteva sembrare. Altri disastrose prove attendevano i sette del “l’Apocalisse”, una compiuta più rovinosa del l’altra… ma l’ultima, l’ultima prova fu quella che riscattò il gruppo riuscendo ad impietosire il Medico visitante.

Fu il momento della prova di analisi psicologica. Il Doc. Mostrò ad ognuno dei sette ragazzi molte immagini raffigurate su dei fogli di carta. Immagini strane, confuse, geometriche quando non rotonde, mischiate tra loro come a formare un garbuglio dove cercare nel mezzo di trovare la forma di un animale o di persona, un aereo, un disco volante o anche un nuovo pianeta. I ragazzi dovevano dire al medico sportivo, quali fossero le immagini che riuscivano a cogliere con un colpo d’occhio.

Ci voleva la giusta distanza tra occhi e foglio, la giusta concentrazione e molta calma anche se spinta dal l’istinto che spingeva di più. Ci volle tutto questo per i ragazzi che riuscirono facilmente a riconoscere nel disegno un elefante in un mare di fango grigio come la sua pelle in mezzo a migliaia di scarabocchi assennati, come riconobbero un ufo in mezzo al disegno di mille rottami di un auto demolitore o riconoscere un uomo di colore, dipinto  nel mezzo di una notte africana senza luna… rimaneva in risalto solo il bianco degli occhi e dei denti, il medico si impietosì, la squadra fu abilitata.

Uno dei sette probabilmente aveva fumato una canna un ora prima della visita, gli altri sei sicuramente l’avevano fumata la sera prima… per questo quelle menti offuscate da mille pensieri irrisolti tramutati in immagini, riuscirono senza grandi difficoltà ad interpretare quei pasticci colorati. La loro mente era accomunata da tutto quel disordine, fu facile per loro, e io ero il loro vice presidente… o presidente… non ricordo, ricordo che in una della mangiate pantagrueliche e bevute a fiumi di fine settimana, promisi alla mia squadra di calcio, che qualora ci fossimo ritrovati primi alla fine del campionato, si sarebbe festeggiato in un nightclub del luogo, con una bellissima ragazza per ognuno al fianco… Finimmo quarti su cinque squadre partecipanti. Non ultimi, quindi in un certo qual modo, onorai la mia promessa e regalai alla squadra molte altri venerdì goliardici, e se non si andò al nightclub, si portarono direttamente tre delle ballerine, ospitate e riverite da noi tutti, Maria la Rumena,  Yelena la Russa insolitamente altruista e Elēna anch’essa Rumena.

Rispetto e amicizia da parte di tutti noi, che la malizia la lasciammo nelle fantasie della nostra libidine personale. Venivano a pranzo o a cena fuori dagli orari ordinari che le obbligavano a bere e ballare per ubriachi e “fatti” di ogni categoria…  alle nostre feste non venivano pagate ma ci venivano per pura amicizia, e non solo perché intanto nascevano sentimenti e gelosie come in qualunque altra storia di ordinaria vita tra uomini e donne.  Maria ora è una ragazza pienamente inserita nel giusto contesto sociale e gestisce un bar tutto suo, Yelena e Elēna non ne so più di quanto non ricordi del periodo della loro conoscenza. Yelena si innamorò di me e io non di Lei, era una bravissima ragazza e sarà tuttora una orgogliosa mamma di una bimba ormai donna. Elēna, rumena, piccola, bella come una bambola, con capelli neri lunghi, mossi, che gli arrivavano al sedere che sembrava l’immagine della salute… occhi scuri e sguardo beffardo e spavaldo insieme. Gli occhi di Elēna erano la chiave del suo fascino interiore, l’esteriore erano due tette grandi sul suo esile e bel corpo, talmente grandi che spesso ci si dimenticava di guardare i suoi occhi parlando con Lei.

Mi invaghii di Lei, Lei si innamorò di me dopo che tutto era finito ormai da anni. Il “capriccio” costò caro al mio portafoglio, ma ancora di più al mio cuore. Lei capì dopo questo, e il mio rimase una bellissimo sogno da inseguire, e rimasto senza fiato, mi fermai a riflettere con il finale di sfociare nel più sicuro e placido fiume di Susanna. Anche Elēna come Yelena aveva di già una figlia, e durante il nostro vederci per quel periodo ne aspettava un altro… ovviamente non da me che son sterile, ma questo non fu il nocciolo della questione, il punto cruciale fu che da Lei non seppi mai ne della della figlia vivente, ne della neo nascente… lo dovetti sapere da Caterina, la sua amica, una ragazza alta un metro e ottanta, capelli neri corvini tagliati a “caschetto”, truccatissima con una mise sempre al l’altezza di ogni occasione. Me lo disse quella sera in un albergo di Magürâ in Romania sul confine Moldavo. Venne da me per consolarmi dalla improvvisa partenza di Elēna che disse di dover correre in tutta fretta al capezzale del babbo Jhoesep, un vedovo alcolizzato che viveva a poca distanza dal l’albergo Magürâ, poi maliziosamente Caterina mi fece capire che non correva al capezzale del babbo, bensì tra le lenzuola di suo marito, o il suo “uomo”, significando che comunque me la gettava nelle braccia con il sorriso sulle labbra.  Katy, mi consolò talmente tanto, che il mattino seguente la ricompensai per il “consolo” ottenuto.

Mauro era il proprietario della baita o “casotta” che dir si voglia, in pratica era una stanza grande con un lungo tavolone al centro che poteva ospitare almeno una ventina di commensali, un vecchio televisore che non ho mai visto funzionare, una stufa a legna e in un angolo il camino sempre acceso per cuocere costine e carni d’estate e caldarroste d’inverno. Con Mauro mi vedevo anche per lavoro oltre che per divertimento, e in quelle serate, poi scoprii ben presto che possedeva un “anti dono”, l’invidia, e stupido non fu nel mascherarla e lo scoprii circa dopo un anno. Un anno in cui uscimmo spesso accompagnati da compiacenti signorine, anche per brevi gite al mare, o dove a spese mie si andava spesso al ristorante o in discoteca. Scoprii anche che era invidioso di me addirittura sfiorando la cattiveria perché i suoi occhi che mi gettava addosso dopo qualche bicchiere di vino, non riuscivano più a mentire e non riusciva nemmeno a controllare bene le parole che gli uscivano dalla bocca che volevano essere di tono allegro ma sprizzavano cattiveria da tutti i pori delle corde vocali.

Mauro era invidioso e geloso di me perché le gite al mare o ingressi al nightclub, vino, costine e caldarroste, le pagavo sempre e solo io e non è così che si fa tra veri amici. Peggio suo, io di amici ne ho sempre avuti molti in ogni fase della mia vita e potevo scegliere, lui no, il suo cuore non era ancora in grado di meritare questo dono. Poi, le serate in baita Mauro le trascorse con il suo camino che si accese malinconicamente solo di domenica per lui e qualche anziano parente. Ora non so… spero di no.

Bevvi un altro caffè. Avevo altro da pensare del paese di Albino. Accesi un altra sigaretta per accendere l’eccitazione del caffè con lo stordimento del fumo. Vinse il fumo nei polmoni, e lo stordimento anche se lieve, porta ai ricordi più lontani, un po’ malinconici. In un attimo, ero con i miei genitori al Mulinello, una frazione di albino, il “rifugio” di mio padre. Avrò avuto su per giù dodici, tredici anni, giù nella piccola valle vidi pescare nel torrente che scorreva di fianco la nostra umile casa in affitto, una magnifica trota fario maculata con chiazze tonde e violacee. Si dibatté disperatamente prima di cedere alla forza della lenza che la trascinava a riva, era la forza di quel cibo di cui si nutriva nel torrente in acque cristalline di quei cinquanta anni che erano trascorsi tra me e quei pensieri di ricordi. Forse fu da quei giorni che imparai ad amare la montagna, e anche il “rifugio” che oggi è il mio Albero dei Moroni, un magnifico gelso ormai immaginario, in cui rifuggo tra le braccia dei suoi rami… in alto… molto in alto, la, che possa sentirmi al sicuro dalle cattiverie che faccio e che vedo fare dagli Altri uomini.

Spensi la cicca, alzai il culo da quella seggiola con il solito odioso scricchiolio della tuta ad accompagnarmi nei passi che feci per recarmi alla cassa. Pagai, salutai ringraziando e risalii a bordo del mio drago scorreggione a due teste. Di Albino avevo altro da dire, ma la sigaretta mi portò una freccia diretta al cuore che mi colpì tanto,  che il resto erano perlopiù sciocche goliardie di un tempo passato, un poco sprecato. E quindi rombando quel poco uscii da quel paese subito diretto a Nembro… che altro nome di paese tanto antipatico ricordo solo quello dove vivo. Ma anche lì, a Nembro i ricordi eran belli tosti, personaggi e avvenimenti molto singolari.

Il più vecchio accadimento che mi lega a Nembro, e quando io mi separai da mia moglie e comprai un monolocale su quel viale alberato che in fondo alla strada dava direttamente sul bar della bocciofila. La casa che iniziò il rapporto di convivenza, anche se part-time con Monica che chiamerò Monila in questo finale al narrar di strada macinata con i ricordi che finì felicemente con l’incontro di Susanna, e per non farmi mancare nulla, nel frattempo continuai a solcare inutili ‘tacche’ sul calcio della mia pistola di altre avventure perlopiù vissute con persone disturbate da un qualcosa che non ho sempre cercato di capire, ma ancor oggi non ho una risposta, inventai nomi nel mio pensiero da associare ai fatti, anche perché di almeno metà dei nomi “veri” non ne ho memoria.  quello di Monila lo ricordo, ma preferisco dimenticare. Monila e monile sono la stessa cosa per associazione di valore, nome e oggetto che tendono al lusso, a una vita che ti è propria solo se ricco lo sei di “famiglia”, diversamente è una disperata e continua ricerca al l’impossibile… e siccome io ero un modesto artigiano cominciarono i guai… per questo preferisco si parli di Monila. Seppi che conduceva una vita decorosa e dignitosa, mantenendo il suo stato di ‘bella donna’ pur avendo alle spalle una buona metà di vita.

Significa che non sporcherò il ricordo di Lei, perché l’amore non si cancella, si costudisce nel cuore con qualche sospiro di tanto in tanto… badando bene che sia un anelito di benedizione e non più di quel ‘tipo di sospiri d’amore’. I ricordi di storie di già vissute devono rafforzare l’animo, e mai spegnerlo. Se i ricordi fanno i pompieri di professione si rivolgano altrove, magari al vento, che si disperdano e non disturbino l’animo di nessuno.

L’Amore con la A maiuscola può arrivare subito o nel trambusto di una lunga serie di scorribande sessuali. Quando quella A arriva e rimane con te per Trentuno anni tra alti e bassi e una sera va a giocare al Bingo e ti manca da morire per le due ore e mezza della sua assenza. Quella A che anche i nostri cagnolini che erano Chiwawa due chili prima di ingrassare e che ora sono il bene della nostra salute. Minnie e Roccia, anche loro quando manca Susy sembrano essere in un noioso dormiveglia. Non sanno dove accucciarsi, non hanno lo sguardo di chi vuole un biscotto o una coccola ancora. Aspettano la mia A, che è anche la loro.

Questo è Amore vero pensai, senza che lo stesso sia sfregio del ricordo di altri amori che ho vissuto, che rivivrei uno per uno, anche non era amore con la A… lì a Nembro, in quel bellissimo bilocale fatto su misura della personalità esuberante che avevo, che spero abbiano tutti i giovani…

Paola era una manager che lavorava nella torrefazione di prelibati ed esclusivi granuli di caffè. Dopo aver fatto l’amore, correva in bagno a lavarsi nervosamente e rassettarsi il viso con badilate di fondotinta e rimmel a go go… che il rossetto se lo metteva anche durante l’amplesso.

Giuliana che mentre faceva l’amore, piangeva per il rimorso di far becco il marito, Adriana che faceva l’amore nuda al di fuori di maglietta della salute bianca e calzini bianchi corti che non spogliava mai. Adriana che per Lei e per gelosia di un suo ex, una sera vidi bruciare di sotto casa nel viale alberato la mia fiammante Jeep che Massimo riuscì a farmi comprare a rate da un suo amico. Massimo è il ragazzo di 60anni che stava lottando tra la vita e la morte.

Marilena venne una notte, non era il mio tipo e io certamente non il suo. Sembrava che spuntasse da un mondo fiabesco dove ad ogni incontro fosse obbligata a baciare il principe azzurro. Fece l’amore con me pur sapendo in cuor suo che non ero il suo principe.  Da quella sola notte, non la rividi più… e nemmeno la cercai, Lei aveva altri castelli da visitare lungo il suo cammino.

E ancora una vicina di casa “molto premurosa” quanto “molto gentile” e sguardi penetranti di donne d’altri uomini che per amicizia frequentarono quella casa, il tutto in quel sottile interminabile momento di transizione tra Monila che mi aveva lasciato e Susanna che per un soffio di luce venne dopo tutta questo burrascoso periodo avventuroso, un inutile tempo in cui mi sottoposi per orgoglio al test del se si è ancora “Super”.

Una sola Amica vera in quella casa, con me per otto mesi. La ‘Corbarina’, una ragazza da fisico alla Tomb Raider. Dormivamo insieme, mangiavamo spesso insieme, si andava in discoteca insieme anche due volte in una notte, magari al Vaya vaya nel bergamasco o al Charlie Braun di Milano. Facemmo tutto insieme fuorché al l’amore, per questo è bello rivederla ogni tanto e salutarla con sincera amicizia. Anna ebbe le sue storie e io le mie e le condivisi a tal punto di fare al l’amore con una ragazza e Lei accanto che dormiva o fingeva di farlo. Cazzate di gioventù, stupidaggini senza senso che prevaricano mente e cuore di un uomo, lasciando spazio solo al corpo e la sua “famosa appendice”.

Ricordi tanto belli che non mi scorderò mai. Anna sarà per sempre un bel ricordo della mia vita, un amica. Come non mi scorderò mai di Massimo che anche in quella occasione ci ospitò in quel suo momento di realtà che era essere a sua volta ospite di Lillo che possedeva per beneplacito governativo, una intera collina coltivata a vitigno e annessa alla cima, una bellissima villa con la dependance per gli ospiti attigua alla scuderia dei cavalli.  Quelle Volvo con antenne lunghe sei metri sopra il tettuccio!? La comprò Max per primo e tutti gli altri pecoroni “industrialotti” a corrergli dietro. 5 Volvo con canna da pesca sopra il tetto per i primissimi telefonini mobili che costavano tre stipendi secchi… e Massimo l’ebbe per primo. Lui arrivava sempre Prima. Arrivava, perché Massimo che lottava tra la vita e la morte, non ce l’ha fatta. Il nostro amico, l’amico di mille donne e cento uomini, è stato aggredito a malo modo da un male incurabile… lo stesso non morirà nei cuori di tutte le persone che hanno avuto il piacere di conoscere ed amare, me per primo.

Attraversai quel paese di ritorno da un bel viaggio che mi portò al lago d’Iseo, dopo molte rotatorie con al centro obelischi che ricordavano Roma nuova, uscii dal paese e spostando lo sguardo alzandolo verso destra del mio camminare sulle ruote, vidi Lonno dov’è altre storie d’amore colorarono le mie felici giornate di gioventù.

Lonno era la mia Città Alta, la mia fantastica antichissima Bergamo Alta. Era nel senso che “era mia” perché divisa dai soli abitanti per una piccola  parte del l’anno. Un guardare dalla collina, per vedere un immenso panorama ai tuoi piedi. Miriadi di puntini color salmone rischiavano la sottostante visione. Era lì, a Lonno che incantavo le giovani donne con cui accompagnavo il mio sguardo. Il ricordo più antico che ho di Lonno risale a quando con amici, affittai una stanza per poterci passare delle giornate di sabato e domenica con delle allegre pulzelle, ma ahimè, il primo appuntamento fu anche il più tragico di tutta la mia storia di Lonno. Conobbi Raffaella che non avevamo trentasei anni in due. Lei lavorava come designer in un studio d’arredamento, al l’epoca molto conosciuto, e non ricordo per quale bizzarro motivo ci demmo appuntamento a Lonno di domenica pomeriggio successiva, probabilmente semplice attrazione  giovanile.

Alle due in punto. Che al tempo si andava sulla fiducia del solo nome scambiato con una stretta di mano, e lo sguardo degli occhi se la persona fingeva o era di serie intenzioni… una reminiscenza di come si faceva negli anni sessanta che erano trascorse da solo un solo ventennio, ma era ancora un ‘sistema infallibile’. Alle due di quella domenica, Raffaella non era ancora arrivata a Lonno. Io mi ero profumato di tutto punto e giorni prima, avevo fatto preparare alla mamma i vestiti della domenica. Ma alle tre di quel pomeriggio, Lei non era ancora arrivata… e non arrivò più ne quel giorno ne mai. Seppi poi della sua tragica dipartita in quel disgraziato incidente che avvenne il sabato precedente alla domenica del nostro incontro, che più non fu.

E Lonno mi terminò di sotto le ruote giù a valle, così svanirono altri pensieri che ora riguardano perlopiù le magnifiche passeggiate in mezzo ai suoi boschi che faccio sovente per stare con me stesso senza ruote e motore di sotto il culo. Solo sui miei passi in compagnia dei miei adorati cagnolini, salii  quella collina dal lato ad ovest che da Ranica mi portò al ristorante belvedere da Romano sulla collina di Alzano e da lì abbandonare il manto asfaltato per arrivare alla chiesa in località Brumano, una boccata di fiato e percorro l’ultimo chilometro che sale sul sentiero che si snoda a lato del più piccolo cimitero che abbia mai visto e arrivai sulla cima di Lonno, decisi se andare dal Marco, o dai nostalgici ragazzi con idee rivoluzionarie di estrema sinistra che gestiscono una pizzeria, dove l’equivalente del conto di un pasto consumato con caffè e grappa corrisponde alla metà del prezzo da dover pagare normalmente in un punto di ristoro in città, alla sola condizione che chi ti “serve” il cibo non si considera un “servitore” semplicemente sta compiendo il suo dovere-piacere ad un suo pari chiunque socialmente esso sia. Una pizza da Loro o da Marco, un ragazzone grande e grosso che sembra un guerriero vichingo ma vende panini imbottiti nel suo supermarket, con il vino alla spina migliore che abbia bevuto prima e una grappa nostrana da far girare letteralmente la testa perché supera di gran lunga i 40 gradi.

Lui preferisce identificarsi in un guerriero Apache. Il suo animo è alla ricerca di una nuova compagna con cui poter vivere gli anni che ancora gli rimangono in gioventù, da passare il più possibile con la sua adorata figlia avuta dal precedente matrimonio. E questo struggente motivo lo fa combattere con tutte le forze alla continua ricerca di ciò che più desidera. Marco beve meno alcolici se non per niente, e l’ho visto mangiare mele per cena. I suoi occhi risplendevano del loro azzurro e non erano più iniettati di rosso malessere.e spuntando dalle folte sopracciglia scrutando sinceri di sotto il ciuffo di capelli mossi di biondo colore. Ma lo sguardo di Marco deve guardare un po’ più in basso, dove ha il cuore se vuole osservare il suo punto di forza, spesso se ne dimenticava e lasciava il posto a quel pizzico di malinconia che accompagnavano i suoi occhi. Ora non fa più panini, quelli li mangia nei momenti di pausa pranzo al l’aereo porto dove  guida limousine e auto ‘particolari’ come autista privato… forse un altro passo verso la conquista di una nuova personalità. Lasciai Lonno con lo sguardo mentre ero nel frammezzo di Viana, una frazione con una chiesa bianca e poche case a ridosso dei docili pendii.

Lina, era di Lonno e non so più di dove sia da oltre quarant’anni. Lina fu “la mia prima volta”. Si presentò quel giorno in casa di Claudio, era un pomeriggio di domenica. Perché fossi lì quel giorno non ricordo, forse il vederla come era “vestita” Lina prima di intrufolarsi con me nelle lenzuola, mi fece dimenticare altri inutili particolari di quei momenti. Sembrava mi trovassi attore principale in un film di Tinto Brass deglii anni 70, e di fatto si era in quegli anni. Lina indossava Una lingerie da infermiera “per ricchi”. Bianco il mini reggiseno tutto traforato i ricami che a malapena riusciva a contenere i capezzoli, mutandine come sopra, e calze velate anch’esse bianche con reggicalze che mi sembrava di avere accanto Ursula Andress, occhi azzurri e capelli biondi a caschetto, una pelle liscia e abbronzata di fine estate, fecero scempio del perché fossi lì quel giorno. La mia prima volta… e siccome non ero ‘uscito’ dal film, ingenuo come sempre, pensai che fosse amore, invece i miei ‘amici’ dissero che fu per il regalo di un paio d’occhiali Ray Ban che gli donai il giorno prima. Dare loro torto era dura… all’epoca con un paio di occhiali da piloti di elicottero che proveniva direttamente dal l’america al costo di 140mila lire, si poteva ingaggiare qualunque comparsa di paese a recitare per un film di basso contenuto morale… tanto per rimanere in tema di un film. Ma il tutto mi piacque comunque moltissimo e pensai senza trarre delle ulteriori conclusioni, che anche fossero “stati gli occhiali” a combinare la mia prima volta, il film avrebbe avuto un grande successo.

Lasciai anche Viana di Nembro dove non conservavo altri ricordi, e quel viale alberato condusse me e la mia moto ad Alzano che essendo “l’imbuto” obbligato del mio ritorno a Ranica, ancora mi fece pensare ad un più recente presente…

Ho fatto amicizia con il mio sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico ‘io molto piacele lavolale pel Te’.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni. ‘Non potele taliare botoni, toco qua, su spala’… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che mi son perso camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, mi aveva affascinato molto tempo fa per la sua simpatia, e per la sua serietà professionale.

Un anno prima gli diedi dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Lui mi accorciò il “cavallo” quel tanto che potette farlo, ma lo stupore più grande fu quello che innescò la nostra amicizia…

Plus mi disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mi stupì molto, e apprezzai che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori era evidente provenisse dal Mexico. Questo suo modo di vedere radiosamente un altro ‘mondo’ oltre che apprezzare il “nostro”, fu per me un segno di altruismo gratuito che apprezzai moltissimo. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il bellissimo figlio per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, altre tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. Una ottantina di giorni l’anno di riposo per Plus e più di duecent’ottanta di lavoro, ogni giorno per almeno una decina di ore lavorative.

Desidero conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà per andare sui monti bergamaschi a ritemprarsi con la sua famiglia al seguito. Desidero conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnarmi perché ho molto da imparare, oggi da Plus, che vive ad Alzano e seppellisce i suoi morti in Cina, e ora Alzano ove son giunto al l’andata del mio viaggio e poi al ritorno, al finire del mio viaggio al lago, in sella alla mia moto.

Stavo per giungere a Ranica da dove son partito, il paese dove divido i miei respiri con il sonno quando m’addormento.  Pochi ricordi che ancora mi sovvennero nel breve tratto di strada che separava le mie ruote artigliate da Alzano a casa. Uno di questi ricordi è di Giorgio che non è  il suo nome vero ma del padre a cui il figlio con i veri nomi di Leopoldo Clemente, dedicò il nome della trattoria che gestisce a Ranica. Una persona che viene chiamata Giorgio Leopoldo Clemente che viene abbreviata con Giò, Leo, Clemenz, non può che essere una persona dai mille volti.

Non può essere che una persona eclettica, esuberante e sincera. Clemenz, come lo chiamo affettuosamente io, possiede una comoda casa in centro al paese, ma si è comprato un rudere in collina che poi ha saputo trasformare in una gradevolissimo e confortevole nido in mezzo al bosco. Due Asini, anatre, due cani meravigliosamente meticci e liberi di gironzolare a piacimento nel bosco e tre gatti randagi adottati più qualche gallina che gironzola intorno alla casa di Leo, una raccolta originale completa di Tex Willer accatastata sopra delle botti, che fanno da arredo nel salotto di casa, piccolo come un confetto, grande quanto potevi ammirare dalla finestra che si apriva sopra il mondo giù a valle, sono il contorno del tutto. Questa ora è la sua nuova casa che divide con la compagna Dorian.

Quando Clemente non è in baita, di notte fonda, dalla mia casa a valle (che tanto mi piacerebbe fosse il contrario ) si sente un forte e disperato ragliare dei suoi asini. È come avessero paura della presenza di tre Gnomi che si aggirano nella proprietà del Giò. Leo li vide una notte, e li filmò sul l’ingresso del viale in discesa che porta alla sua alcova. Disse che erano simili a bagliori con colori del l’aurora boreale, ma raccolti con tratti ben definiti in figure di uomini luminescenti di poca e goffa altezza. Quegli Gnomi discutevano tra loro per un fattaccio successo moltissimi anni prima, quando la proprietà di Leo era di un contadino che chissà per quale motivo decise di togliersi il dono della vita, proprio in quel punto dove li vide e li filmò Clemente. Evitai di ricordare come decise di ‘andarsene’… e gli Gnomi ancora si ritrovano di tanto in tanto  Clemenz dipinge, Leo inventa, Giò ora si gode la pensione e va sugli sci ogni volta che nevica, fa in modo che per Lui ogni giorno sia sempre una festa, trattoria da Giorgio adesso la gestisce il figlio.

Amici ‘nuovi’ a Ranica, il parroco Don Francesco che ha fatto come il Carabiniere in carriera che “andrà lontano” solo se avrà modo di conoscere bene chi delinque… perché prima di avere in affido il gregge del suo paese Don Francesco era un bancario e lavorava in un istituto di credito… Sono felice di aver conosciuto il Curato Don Giampietro e Don Paolo. Don Giampietro lo amo perché ‘predica’ in un modo dal sapore antico quasi come il mio tempo vissuto… esprime concetti e aneddoti semplici e chiari da capire che solo un grande cuore può riuscire a far uscire dalla bocca parole tanto sensate che arrivano direttamente al l’animo. Non bastasse è un prete dalla faccia sincera, ha la “faccia da Prete. Don Paolo ha il fervore dentro e per gridare al mondo la Parola si rivolge ad un pubblico giovane, fresco, che scemerà con l’età avanzata di chi l’ascolta in retorica Sacra più consona a chi lo saprà ascoltare, perché il vino buono ha bisogno del suo tempo per maturare, così come tutti Noi… e Don Paolo sarà ancor più degno della tonaca che indossa.

Ranica ora è casa, il mio rifugio, entro nel box e tolgo voce al boxer che anche oggi mi ha trasportato in con i suoi due potenti pistoni nel fantastico viaggio su ruote nella strada dei ricordi.

Dalla tuta di pelle da moto alla tuta di ginnastica, una doccia e magnonche sensazioni di benessere invadono il mio spirito. Sono stanco e felice come un contadino dopo una giornata di lavoro nei campi, e dal balcone vedo l’immagine riflessa… è di una biforcazione di due rami in fondo allo sguardo, e vedo immaginariamente il mio corpo vestito di scarponcini da montagna e da pantaloncini a gambe corte, io, proteso a quattro membra avvinghiato alla base e al l’estremo dei rami biforcuti di un grosso platano in segno di pace, come fossi l’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, quello dei 2€.  La in alto, dove mi piace stare… più vicino a chi dico io che È Immensamente più grande di chiunque e qualunque cosa, l’Amore, che io chiamo Dio. e che ognuno chiama e chiamerà come meglio il suo cuore gli consigli.
Mi vedo la, su quel l’albero maestoso che reclama la mia presenza, un atto dovuto per dimostrare ancora una volta i limiti delle proprie possibilità. Quel Platano ultra centenario che si erge in fondo a quel giardino rasato al l’inglese, proprio di fianco a pochi metri d’una Quercia altrettanto vecchia. Salire seminudi e arrampicarsi sull’albero come si faceva da ragazzi, sfidare l’altezza che ci separa dal terreno e con qualche sbucciata di pelle raggiungere la meta.
La meta che non deve essere necessariamente di aver fatto il proprio dovere lavorando, ogni tanto bisogna sfidare se stessi in natura, perché un conto verde in banca non da la vera felicità.
Confrontarsi con la natura invece che con la politica o il lavoro, vedere chi sei come Uomo o Donna, dove è arrivato il percorso del tuo cammino, a che punto si è nel l’affrontare il lungo viale che al Cielo piacendo è ciò che ci rimane.
Se dopo un abbondante mezzo secolo si riesce a salire sul platano per scattare una fotografia irripetibile, si possono ancora sopportare “balletti di danza” tra “bianchi, verdi, rossi e neri“, e dire di tutti buone e cattive parole.
Si può ancora lottare per convivere tra tutti i colori di pelle di ogni Popolo. Si può ancora cercare di vivere… invece che sopravvivere e buona giornata al mondo che incombe e troppo spesso soccombe.

Buona giornata alla vita che ci attende accompagnata mano nella mano con i nostri ricordi. Che sono i ricordi di tutti, i miei sulla moto, altri a cavallo e molti a piedi… come altri ancora a prendere emorroidi, fama e soldi, seduti su di una poltrona sbandierando il proprio “colore” di appartenenza che varia come in natura secondo le stagioni. Quella sulla terra, è una lotta a chi ha più emorroidi.

Ma questo lo so, ed è inutile me lo ripeta nella mente dopo un così bel viaggio in moto con me stesso alla ricerca dei ricordi più belli.

Angolo

Si va alla ricerca di spazi sempre più grandi e si finisce sempre in un angolino di tutto.
Puoi avere una casa con giardino spazioso, puoi avere in affido un bosco o l’ansa di una baia marina, ma di giorno sei intorno ad un tavolo posto in un angolo o al centro fra quattro angoli per un pasto, la sera sei in un angolo del divano, e la notte sei in un angolo retto nel tuo letto.
Puoi avere tutto lo spazio che vuoi ma finirai sempre come una coppia di giovani innamorati che vivono negli angoli di un monolocale soppalcato… in un angolo!
Bisogna saper uscire da questi “angoli”. Se si è costretti facciamo di necessità virtù e ammiriamo tutto lo spazio infinito che il nostro sguardo possa avere, che anche un cieco lo vede se vuole… e lì di angoli non ce ne sono.

Osservo dal solito terrazzo dove fumo e bevo grappa. Al mio fronte un caseggiato lungo venti famiglie con una quindicina di luci che si spargono come zucchero granellato sulla torta appena tolta dal forno. Da molte finestre provenire bagliori violastri di apparecchi televisivi. Persone e cose.
Alzando lo sguardo vedo due lampioni accesi che danno luce sulla strada color di zucca matura… dietro e sopra i lampioni, un magnifico quarto di luna, e alla sua destra, dal l’altro lato Sirio, la stella che si accende prima di tutte le altre.

Dietro le quinte di questo scenario del Creato, un blu inchiostro a colorare i confini del l’universo con un manto di stelle capricciose che si fan vedere quando vogliono.
Bello essere in un angolo… magari anche fatto di cartoni raccattati, un angolo dove poter ritrovare te stesso ammirando le meraviglie del l’immenso. Spero sia un buon giorno anche per Voi… ed a ognuno il proprio finale di racconto… e di vita.

Sulla strada dei ricordi 3 +

Abbandonai con moderata velocità anche questo paese insieme a ciò che mi ricordò  uno spezzone di vita con il babbo, altre magnifiche curve scavate nella roccia e intravidi Riva di Solto, altra tappa “obbligata” per una sosta, non fosse che per ammirare la bellezza di quel luogo. Ad accogliere il visitatore un grazioso paese arroccato sulle rocce al ridosso del lago, uno dei due paesi in cui si  riempire il cuore di altre vivide emozioni… dove mi piacerebbe morire…

In un borgo di si tanta bellezza ricordai la ‘Margetì’, forse il soprannome di Margherita… piccola Margherita perché di fatto non era molto alta, una donna d’altri tempi come la sua stessa veneranda età, 116 anni. Una fiera signora alta un metro e qualcosa di più con tanta voglia di crescere. Diceva che la sua longevità la doveva al fato di essere felicemente rimasta vedova in giovane età, tanto felice che ingombrata dal l’unico figlio maschio avuto in vita che non s’era sposato, anch’esso  alla venerabile età di 83 anni lo fece ricoverare alla casa di riposo perché per accudirlo si privava di un suo prezioso spazio di tempo. Ergo il segreto della sua lunga esistenza la Margetì lo giustificava per il fatto di aver fatto poco sesso e mangiato tanto pesce di lago che Lei stessa vendeva aiutando la mamma alle bancarelle del mercato fin dal lontano tempo della prima guerra mondiale.

Margetì, un po’ come Giuseppina Morano 126 anni, pugliese, la donna più anziana d’Europa, diceva di essere arrivata a quella veneranda età perché mangiava da sempre tre uova fresche ogni santo giorno e sopratutto, sempre a suo dire non aveva mai fatto sesso. Quella arzilla vecchietta era ciò che mi dicevano le fotografie della mia memoria nel l’osservare quel paese con il lungolago più corto e più bello di tutti gli altri paesi nelle vicinanze.
La storia del mio medico di fiducia non ha nulla a che vedere con quella di Giuseppina, dott. Guglielmo, che al contrario ancora oggi mi dice di essere un degno discendente della sua famiglia, il padre morto a cent’anni si vantava di aver fatto sesso dai 15 ai suoi 90 anni con la sola prerogativa di mangiare sano e fare al l’amore almeno una volta al giorno, commemorato quotidianamente con grande rispetto dal figlio dottore ancora in vita. Altro modo di “vedere la vita.
E si riparte dalla fiaba che gli occhi mi hanno ricordato che ancora scema dolcemente con il vento che sfiorerà il casco, portandosela con se.
Ognuno fa l’ultimo gesto scaramantico prima di salire in sella alla moto, per me il segno della croce, e in genere allacciarsi e stringere per bene la mentoniera del casco a mani nude per poi infilarsi i guanti, accomodarsi la tuta pizzicandola, aggiustandosela nei punti dove stringe, e tante altre cose quanto meno curiose. Io, per ultimo, tastandomi il petto impacciato dai guanti già calzati, cerco il pippiolino della lampo del giubbotto che regolarmente dimentico abbassata di un po’ dal suo fine corsa, e subito dopo porto sistematicamente l’indice puntato in direzione della visiera aperta, per sistemarmi gli occhiali da sole già calzati facendovi pressione al poggia naso, e via, salgo in sella e parto, la visiera l’abbasso in marcia di un qualche centinaio di metri percorsi, amo avere sino all’ultimo istante possibile, aria in faccia che mi preannuncia un senso di altri avventurosi ricordi e ovviamente il tutto deve essere confacente allo stile della moto che cavalco, altrimenti e come mettersi in giacca e cravatta con scarpe da tennis, e un verace motociclista non incappa certo in questo deprecabile errore.
In pratica le stesse identiche piccole grandi emozioni che popolavano la mente di quando si era quindicenni, anche se allora le cose non andavano in questo modo. Unico accessorio, era un lusso se ti potevi permettere una panciera elastica da crossista, che di solito mettevi in bella mostra sopra di una giubbetto tipo di cellophan, possibilmente colorato, gli adesivi o lo stampe erano tutt’al più una fascia tricolore sulla manica, o sulla calotta del casco jet, senza mentoniera e per pochi una avveniristica visiera,  per nessuno gli occhiali da sole, optional sopraffino e costoso per quegli anni.
 Gli stivali di cuoio li indossavano solo i professionisti del settore motociclistico che nella maggioranza dei casi veniva acquistata dagli stessi a proprie spese, per noi ragazzi, quelli di gomma per la pioggia, o scarpe grosse da montagna, pantaloni sempre e solo jeans, e per finire mani nude senza veri guanti, troppo oneroso il loro costo,  e ricordo che in occasione delle mitiche  “Valli Bergamasche” una gara competitiva da enduro di livello nazionale che si svolgeva negli anni 70 quasi sempre in primavera, indossavamo delle calze di lana perché il freddo all’epoca era davvero pungente.
Che sono passati secoli, da allora, ed e’ cambiato solo il modo di vestire grazie ad una maggiore agiatezza economica, ma le emozioni sono rimaste invariate, quando pigio il tasto che mette in moto il motore del mio “panzer tedesco”, il rombo rotondo che esce dai terminali di scarico e già preludio di goduria, montare in sella e affrontare le prime curve con sapiente dolcezza diventa uno star bene che ti fa dimenticare chi sei ora, perché e’ come fossi su quel “cinquantino” stridente in cui mettevi con foga le quattro marce a disposizione per provare l’ebrezza  dei 60 km. orari che ti parevano i 180 di adesso. Bello quando incroci altri motociclisti l’intanto che vai, e fraterno il gesto che ti scambi a mo’ di saluto, con la sola prerogativa di avere un tipo di moto che ha le caratteristiche della tua, altrimenti smorfia delle labbra sotto la visiera e via di gas.
Bello anche quando in compagnia si decide con gli altri compagni di viaggio di fermarti in un bar per un caffè, o per un panino, sarà per l’abbigliamento, sarà per la freschezza e gioia che emani da tutti i pori della pelle che i gestori si rivolgono chiedendoti… Cosa prendete ragazzi?!   E spesso chi te lo chiede potrebbe tranquillamente essere tua figlia/o, e nemmeno ti meravigli più di tanto, oggi, per quel giorno sei un ragazzo con tutti i tuoi cavalli nel motore e nelle vene pronti a scatenarsi al tuo comando. Le sgasate davanti ai rettilinei che te lo permettono, fanno sollevare l’anteriore della mia due ruote ad ogni cambio di marcia, e insieme si solleva lo spirito, che si sprona insieme alla potenza del “mezzo”… intravedere le curve, osservarle preventivamente, ridurre la velocità scalando la marcia secondo necessità, lasciare che il freno motore faccia il cattivo accompagnato dal rombo che ringhiando furiosamente spegne a fatica la furia dei suoi giri tesi allo spasimo per lo sforzo, piegare a più non posso il bolide, e farla al massimo della velocità di cui son capace. Finita la curva in “piega” se “presa bene” mi compiaccio con il mio ego e soddisfatto come poco proseguo, se “presa male” provo a correggerla come meglio posso fare e mi prefiggo di fare meglio alla prossima, sempre e lo stesso l’adrenalina mi esalta, lasciandomi contento in ogni caso. La moto e’ una emozione continua il solo pensare di salirci per farci un giro, e io nel mezzo ci sbatto i ricordi. La moto per me e’ sinonimo di assoluta libertà, tanto che mi dimentico qualunque affanno e tribolazione della vita una volta in sella, non rendendomi mai realmente conto della carta d’identità che mi avverte di essere sempre più cauto perché con lei porto ancora i calzini di lana sulle mani, al posto dei guanti di pelle.
Svegliarsi il mattino che segue una giornata di “sella”, e allo specchio mentre lo spazzolino accarezza i denti, guardarsi e vedere rughe in viso che sono apparse solo con il bagliore del sole riflesso… e smorzo gli occhi, i capelli son diventati sapienti di luce grigia e la pelle e’ arrossata di spento, solo allora mi rendo conto della mia età, ma ogni volta che accenderò il motore della mia moto, il mio cuore farà a botte con l’età che porto dentro e scatenerò di nuovo tutti i cavalli vapore che scorrono silenti nelle mie vene, facendomi dimenticare la realtà, regalandomi ancora nuove quindicenni sensazionali emozioni, e di nuovo in un altro bar sarà… Salve,  cosa prendete da bere ragazzi?
Il viaggio continuò e i pensieri girarono con le ruote che mordevano molli il caldo asfalto d’estate.
 É bella Riva di Solto, è tanto bella che merita di avere una sorella di nome Solto collina, che se la prima abita sulle rive del lago, l’altra sparge anch’essa quattro case sul dorso della collina a ridosso della sorella. Solto Collina abita in collina, e gustare un qualcosa da bere e da mangiare in uno dei suoi ristoranti che spaziano la vista su gran parte del lago, e come avere una cartolina illustrata con il sole davanti agli occhi. Quel lago che sotto i piedi sembra l’enorme cruna di un gigantesco ago, con nel mezzo l’isola di Montisola, quel bel posto dove si mangia bene alla locanda di mamma MariaRosa. Un paesaggio a dir poco affascinate, ogni volta che ho avuto il piacere di ammirarlo, ho sempre pensato con un pizzico d’invidia agli abitanti di Solto Collina di dietro le finestre in una sera d’inverno. Chissà quale meraviglia di scenario appare guardando un lago cheto che riverbera i timidi raggi di un sole d’ottobre, dove l’acque scure, si fan piatte di quiete serena, oppure vedere quel lago punzecchiato da miriadi di gocce che cadono dal celo lì, e da dietro la finestra appannata da dove volge lo sguardo, sarebbe bello assaporare tanta intimità solo osservando. Nel tanto li passai, dissi per un ultima volta a me stesso, è proprio bella Riva di Solto e non scherza nemmeno Solto Collina… e fu subito Castro, praticamente la fotocopia dei due precedenti…
Non ho mai avuto il piacere di conoscere nessuno nel paese che stavo per attraversare, sembrava la fotocopia di Riva di Solto, forse un po’ più piccolino, anch’esso grazioso, e allora rimisi in moto la mia fulgida fantasia e rimembrai  un viaggio che feci in Calabria, non in moto questa volta.
Possedevo una motocicletta sovietica con motore boxer, ma non era una Bmw, bensì una Ural Dneper 600 di cilindrata, ma in quel viaggio nel profondo del sud della nostra penisola, non l’avevo con me, con i suoi venerabili 15 anni alle spalle e kilometri macinati perlopiù in Russia dove le strade non son gentili, difficile potesse reggere nemmeno per la metà della distanza che ci eravamo prefissi di percorrere per raggiungere la punta dello stivale. 

Infatti quando usai la mia bicilindrica russa per l’unico viaggio che feci con Lei, fu alla Puerta del Sol, un esclusivo club sulla riviera ligure. Io e Luisa eravamo stati invitati da mio fratello Adelio e Anna, la sua di allora consorte, e nonostante questo posto si trovasse a sole tre ore di marcia da casa mia, mi piantò bellamente a piedi per ben due volte, candele sporche e carburazione sballata come chi fuma una canna, non ne voleva sapere di ripartire. Non restava che smontare e pulire per bene le candele, dare qualche colpo a “vuoto” con il pedale d’avviamento per far asciugare i cilindri dal troppo carburante che la ingolfava, rimontare le candele e dare poderose pedalate perché l’avviamento a pulsante, la Ural non lo conobbe mai. Bisognava mettersi di lato, e come i piloti della Parigi Dakar degli anni 80, bisognava mettersi di fianco, sollevare il piede destro e poggiarlo sul cilindro così che alla stessa altezza, con il destro si facesse più forza sul pedale d’avviamento avendo così più probabilità di far partire la moto, in quel caso il mio quasi residuato bellico.

Certo non fu bello compiere quelle operazioni su un cavalcavia percorso da migliaia di macchine che ti sfrecciavano accanto a folli velocità, al tempo non v’era alcun limite alla velocità da tenere, si era liberi di ammazzarci l’un con l’altra, la legge lo permetteva… Volavano i capelli e si gonfiavano i giubbotti, si possa immaginare quando a sfiorarti erano camion con il rimorchio. Eravamo sul tratto del ponte Morandi, quello che crollò quasi quarant’anni dopo portandosi con se decine di vittime, di certo quel giorno, io e Luisa, non si corse alcun rischio. Possedevo una moto nera, ma per quel viaggio di cui mi stavo ricordando  in quel di Castro, usammo una nuova fiammante auto Djane beige.

L’ età più bella diciannove/vent’anni almeno demograficamente parlando, era l’inizio degli anni ottanta. Per noi maschi i capelli lunghi e spettinati da ribelle erano una costante.  I jeans li portavamo rigorosamente strappati due o tre taglie più del dovuto, e le automobili in voga erano la mitica due cavalli e la dyane della Citroen, per i più abbienti invece la pallas DS, per non parlare della stratosferica citroen maserati, un conoscente, öl Filūgel, ne possedeva una con una pantera rosa disegnata sul cofano, inutile dire che con quella bomba di macchina, rimorchiava come Alain Delon.   

Comunque la mia era una modesta ma nuova fiammante Citroen Dyane 600 di cilindrata tre marce a closche in parte al volante, anzi dovrei dire la nostra Dyane, perché era in comproprietà con quella che era mia fidanzata Luisa.  Decidemmo infatti di trascorrere le vacanze di agosto in quel della Calabria ospiti di una famiglia di Alzano Lombardo composta da madre calabrese e papà e figli bergamaschi che possedevano una grande casa senza tetto a Trebisacce vicino alla più famosa Castrovillari e tra le due lo splendido lungomare di Roseto Calabro. Non ricordo se per scelta o perché i miei non si fidassero a lasciarmi andare solo,  ma ricordo di aver portato con noi anche mio fratello Emilio, che al tempo aveva tra i dodici e i tredici anni, bisogna pensare che 40 anni or sono era quanto meno inusuale che un ragazzo non ancora ventenne quale ero io, si avventurasse per un viaggio così lungo per giunta con la responsabilità di un ragazzino e una ragazza.

Ebbene partimmo con la Dyane che a dir poco era stracarica di tutto e di più, il paraurti posteriore era sollevato da terra di una spanna, questo fu motivo di una accesa discussione tra me e Luisa perché dissi io non era il caso che per una semplice vacanza di una quindicina di giorni ci portassimo praticamente l’impossibile, in pratica mancava solo il Frac che tra l’altro non possedevo per i concerti di musica classica, poi a casa nostra, di vestiario non era rimasto nulla se non tre maglioni e due cappotti.

Ricordo che alla stecca della capote della Dyane, si era appesa persino una sveglia di quelle della nonna…per non parlare poi dell’orario di partenza davvero impossibile, scelta sempre da Luisa che fu di partire alle dieci di sera in modo che non avremmo avuto problemi di traffico intenso. Si certo, non fosse stato per l’insignificante particolare di svegliarmi di sopprassalto a pochi centimetri dal paracarro almeno in un paio di occasioni sulla tratta Firenze Napoli, rischiando di terminare drammaticamente la vacanza non ancora iniziata in un catastrofico incidente. Il mattino seguente alla partenza, tra Napoli e Battipaglia il paesaggio si presentava ai nostri occhi come un paese sconosciuto assumendo toni desertici, a tratti brulli ma sempre fascinosi, la temperatura era completamente cambiata il caldo si era fatto molto  intenso, torrido ma non umido, asciutto, meno appiccicaticcio e fastidioso del nord.

I profumi e gli odori assumevano una loro precisa caratteristica, tutto era diverso, tutto sembrava strano. Fu così che dopo quindici, sedici ore giungemmo a Trebisacce, in provincia di Cosenza, la meta agognata. Che emozione essere lì a 1300 km. da casa, che meraviglia il mare di un azzurro intenso, con i fondali trasparenti, ricordo che più volte vi scendevo nuotando pensando di raggiungere quella stella marina a pochi metri, ma in realtà molto più distante di quanto l’acqua ti lasciasse credere, e spesso dovevo risalire in fretta perché le riserve di ossigeno nei miei polmoni si erano esaurite, perciò invidiavo Giovanni, uno dei figli della famiglia che ci ospitava, egli padrone di miglior tecnica, risaliva in superfice festante per aver catturato l’ennesima stella marina o qualche meravigliosa conchiglia, a quei tempi il mare ne era pregno.

Ho ben in mente una foto che scattai a Emi in un posto termale del luogo, era rivestito completamente di fango nero e vedutolo seduto su uno scoglio a grogiolarsi al sole, pareva una canna da pesca ancorata a terra per pescare.  Lascio immaginare le risate che faccio tutte le volte che rivedo quella foto, ovviamente con il disappunto di mio fratello, che non manca di ricordarmi che neanche io ero quell’omone che pensavo di essere, diciamo che in due pesavamo come una persona di media corporatura.

Oppure quella volta di notte che venni invitato su una lampara, tipica imbarcazione del luogo adibita per battute di pesca alle tonnette. 

Lascio al l’immaginazione di ognuno, pensare di uscire con quella piccola barca in mezzo al buio nero del Mar Ionio a parecchie miglia di distanza dalla riva, pareva di galleggiare nel nulla. Il mare era una immensa tavola nera e in un punto vi si rifletteva la luce della lampada a prua che serviva ad attirare i pesci stordendoli e poterli catturare con una lenza da gettare e ritirare a mani nude, non appena le tonnette davano strattoni che identificavano la loro presenza all’amo. Impaziente e con una certa inquietudine chiesi più volte ad Arturo e suo figlio Giovanni quando fosse arrivato il momento propizio per pescare. Quella calma nel buio e nel nulla mi inquietavano, di rimando loro risposero di avere pazienza che a breve avremmo pescato. Allorché verso le quattro del mattino o di notte dir si voglia, il primo strattone fu avvertito da Giovanni che con un sobbalzo accompagnato da un gridolino di gioia si affrettò a recuperare la lenza, che una volta terminata tra le mani, lasciò intravedere una sgusciante argentea tonnetta  che sbattendo a destra e a manca sul fianco della barca fu issata a bordo con tanto stupore da parte mia. Poco dopo anch’io catturai un pesce ma non sobbalzai, feci un salto tanto e non feci un gridolino ma urlai a squarciagola. Poi, ancora Giovanni, poi Arturo poi di nuovo io, in una ininterrotta secuenza che durò un’ora… poi esattamente un ora dopo, alle prime luci dell’alba come era cominciata la pescata, tutto finì. Riempimmo un secchio di pesce tonnetto e mi fu detto che quel tipo di pesca era praticata solo ed esclusivamente a quell’ora, in quel dato momento.

Tutto in quei giorni assumeva un fascino unico, tipico, come quando ci si recava il mattino per le vie del paese per fare la spesa. Le botteguccie dei fruttivendoli esponevano prodotti tipici locali come le melanzane, o i pomodori e verdure varie dai colori intensi, forti come il sole che li avevano generati. L’immancabile peperoncino calabrese che assaggiavamo forse per la prima volta nella nostra vita mi ha lasciato un ricordo indelebile che ancora oggi non dimentico, diverso fra tutti quelli che negli anni a venire ho assaggiato. Fu tra quei negozi e botteghe che mi innamorai dell’arte artigiana del posto, che perlopiù fabbricava oggetti in terracotta, magnifici manufatti finemente colorati a mano. Tutt’oggi conservo un “brigante” seduto su un sasso che ripone nel suo sacco del cibo frutto di refurtiva.

Per non parlare delle persone che con grande passione creavano questi oggetti… non avevano di certo meno di quarant’anni, come i mastri vetrai veneziani, che tengono a bottega il figlio o il nipote per tramandargli la loro arte, ma solo in età molto avanzata riveleranno l’ultimo segreto di come fare, e figli o nipoti saranno sposati con prole, come le donne calabre vestite di nero con dei foulard bianchi con fiori neri in testa, e gli uomini con pantaloni di velluto di panno grosso, con camicia rigorosamente bianca e gilet senza maniche con anche loro l’immancabile foulard in tinta unita ma portato al collo. Visi fieri attraversati da grandi solchi scavati dal sole cocente e dall’aria fortemente salmastra.

A quei tempi il turismo non era nemmeno contemplato,  sembravamo tanto diversi!  Noi ci stupivamo di loro e loro di noi, entrambi simili ma profondamente diversi per usi e costumi. Gente molto ospitale che come da caratteristica della gente del sud, se chiedevi ad un vicino di casa un peperone o una zucchina, come minimo ti riempivano la sporta con chili di roba, e se ti veniva offerto del pesce, apriti cielo e pancia fatti capanna… ne avevi da scoppiare. Come successe quella volta che fummo invitati, io, Emi e Luisa a mangiare la tettarella di mucca ripiena di interiora, certo detta così la cosa potrebbe sembrare  a dir poco rivoltante, ma assaggiare quella prelibatezza sapientemente cotta alla brace era una prelibatezza. Cibi semplici, unici, come quella stupenda pasta alla carbonara che ci venne preparata da quel poliziotto romano di origini calabresi, Achille, in vacanza anche lui in in quel periodo, non ricordo di averla mangiata anni dopo così buona nemmeno dalla buonanima ‘sora’ Lella a Roma nel quartiere trasteverino dove la sorella del compianto Aldo Fabrizi gestiva una famosa trattoria con la peculiarità di fare pasta e fagioli appunto la carbonara, meglio che in qualunque altra parte d’Italia.

Sono a Castro, e ricordo posti fantastici in Calabria, come sul lungomare che da Trebisacce portava verso Roseto Calabro, ci si recava alcune mattine per fare il bagno lungo quella magnifica spiaggia di ciotoli  grigi e neri perfettamente lisciati dal corrodere del l’acqua e ancor più dal tempo. All’ ombra delle rovine di una torre saracena posta all’angolo di un castello,  ci sdraiavamo in cerca di refrigerio dalla calura torrida e inclemente. La sera quando la luna illuminava lo stesso castello, dal lungomare potevi ammirare la sconcertante bellezza di quel luogo stupendo che assumeva tratti fiabeschi e guardando la vastità del mare, mi faceva pensare a quanto ero distante dalla mia casa, dal mio mondo, facendomi sentire in un’altra dimensione e fantasticavo su quello che sarebbe stato il mio futuro che vedevo già roseo se già potevo bearmi di tali sensazionali emozioni.

Forse fu quella la prima volta in cui credetti in quel Dio. tanto decantato e insistentemente professato da mia mamma quando ero più piccolo, fu il mio primo segno del suo Esistere. Innanzi quella magnificenza della natura, sentivo forte la presenza di uno Spirito Onnipotente quale risposta a tanta beltà che mi riempiva gli occhi e il cuore.    La brezza sul viso con il suo forte odore salato, quel senso di irriverente potenza della mia giovane età, la conquista della mia indipendenza, a sua volta alla conquista di una metà tanto agognata… fu bello quel viaggio in Calabria. Mai più la rividi con gli stessi occhi di un ventenne che nulla sa’ e tutto vuole sapere, stupenda Calabria sarai sempre nel mio cuore a ricordarmi quei tempi felici, che tanto belli, a volte stento a credere siano stati parte della mia vita.

Lasciai la Calabria con la fantasia e Castro con ruote e motore, lasciai l’ultimo paese che mi separava da Lovere, meta d’arrivo e di ritorno dal mio viaggiare quel giorno in moto, tra i ricordi di un tempo fra paesi e persone, Lovere. Entrando in quella cittadina dai viali palmati, mi fece subito pensare a quand’ero sulle sue rive in una notte di luna agostina. Una breve scogliera, una lingua di sabbia grezza e l’infinito del lago d’Iseo sin dove dove poteva spaziare al di là della barriera  di monti che si perdevano al l’orizzonte. Luana era la luna. Acque nere accarezzate da una brezza che le smuove increspandole con riflessi bagliori di luce notturna di  luna che gentilmente le rischiara con scintillii di luce che facevano brillare tante ballerine luminescenti che danzavano su di un palco scuro come una notte senza stelle. Ero in compagnia di Luana quella notte quando un fascio di luce cadendo dal cielo si tuffava radioso nelle acque di quel fantastico lago scuro. E io ero preso dal combattere mille sentimenti per cercarli di indurli alla ragione.

Mille emozioni facevano a gara con cuore e mente mentre e  mi accompagnavo a Lei, primo fra tutti il rimorso di un tradimento che va oltre il lato materiale. Luana non era la mia compagna di vita, era un avventura che di sicero non aveva nulla, l’amore si paga solo per necessità estreme e comunque se di già non si è accoppiati di fatto. Scagli la prima pietra chi non ha mai peccato… ed io ero con Lei, quella notte in cui, ora, in sella al mio panzer, ricordo quei momenti di felice smarrimento. Luana era con me, sotto di un pino di lago in quella piccola baia irrorata dalla luna. Si guardava insieme quello spettacolo della natura, per qualche attimo, ognuno pensava per se, senza altre parole di circostanza. Luana, pensavo io, non si chiamava Luana, era un nome d’arte, Luana lavorava in un nightclub vendendo grazie agli ubriachi o strafatti di turno, quando non tutt’e due le cose insieme. Una notte in quel night ci andai anch’io ubriaco e assetato di risposte da dare alla mia virilità che a quel tempo era incontenibile. Poi gli effetti del l’alcol il giorno seguente sparirono quasi del tutto e mi ritrovai con Luana o Maria, il suo vero nome, me lo confessò e mi disse anche che l’unica serata libera a sua disposizione l’aveva dedicata a me, e questo per una ragazza del Portorico significava qualcosa di speciale. D’un tratto capii che mi stavo intromettendo nei suoi sogni, Maria con me aveva dato il primo colpo di chiave che apriva la porta del suo cuore. Un cuore che dopo tanta sofferenza era pronto ad aprirsi alla speranza di un amore sincero, mentre io avevo solo soddisfatto la mia brama di scoccare un altra freccia nel cuore di una donna. Mi piacerebbe tanto poter riavvolgere il nastro e tornare indietro col tempo, potrei correggere tutti gli errori commessi e uno dei primi sulla lista sarebbe senz’altro non prendersi gioco del sentimento delle persone ma mi chiedo anche come avrei fatto a conoscere Maria e quindi ricordarmi del male che le posso aver arrecato illudendola con del bene invece che vero amore… un enigma uguale a quello del cane che si morde la coda.

Lovere, un’altra sera, ero più giovane di quando ero sul lago d’iseo con Maria, ora,  poco più che adolescente. Lavoravo in “proprio” con mio padre, è quella volta fu la prima delle mie trasferte inteso che dormivo fuori casa per cinque giorni la settimana. Eravamo artigiani nel settore della coibentazione, un lavoro proteso al risparmio energetico, quindi per molti anni ancora a venire, parecchio redditizio. In occasione di quella trasferta io e Giovanni, andammo a Edolo in una delle fabbriche della Union Carbide, che il nome lascia intendere il lapis, la ‘mina’ della matita, quindi di fatto quando si entrava in quella fabbrica, non tardavamo a diventare neri di fuliggine anche senza ci muovessimo, per questo forse Carbide voleva voler dire semplicemente carbone. Io e Giovanni che era il nostro dipendente, che io chiamavo di soprannome, Duruddu, che quando glielo affibbiai, sicuramente faceva riferimento al fatto che fosse per parte di madre meridionale.

Duruddu era il mio modo per voler intendere “manbruco” che era il modo rispettoso di dire che usava mio padre facendo riferimento a persone che a Lui parevano “Strane”. E lo stesso lo chiamavo, Duruddu per prenderlo un po’ in giro. Giovanni non pareva un ragazzo sveglio ma forse era più sveglio di me, un po’ come l’asino che sembra un animale stupido perché prende le botte per non voler ubbidire… e lavorare. Non ricordo con esattezza per quale motivo un fine settimana volemmo rincasare prima del solito venerdì dopo l’orario di lavoro, probabilmente perché  quel giorno io e Duruddu, a pranzo, stanchi di farci prendere in giro dagli operai della Union Carbide perché noi si beveva solo acqua a tavola, decidemmo di bere un mezzo litro di vino sfuso. Era la prima volta che bevevo del vino, non immaginavo di certo che non avrei più smesso di berlo.

Non si andò a lavorare quel pomeriggio di un giovedì, tornammo in albergo a cercare di ‘riprenderci’, s’era bevuto troppo, e facemmo i bagagli di poca biancheria e un maglione per la sera, che a Edolo faceva di molto freddo e per questo si portava in bisaccia. L’albergo, una sinistra locanda arroccata sulla nuda roccia nerastra con davanti per giardino, una strada ad unica corsia di marcia, e ancor più avanti, una fabbrica che sembrava una miniera di carbone, non sottoterra, ma a cielo aperto. Comignoli di altiforni ergersi nel tentar di raggiungere le cime delle montagne imperiose e severe che aveva di spalle, quadrati giganti di mura con poche finestre che erano sempre sbarrate da robuste grate corrose dalla ruggine. E ancora camion con motori stanchi come le persone che percorrevano le stesse vie sparse tra i capannoni. Un andirivieni di tute blu divenute ”fuligginosamente” nere, nello sfondo il resto del cielo visibile era contornato da tre colori… il grigio fumo di Londra, il grigio scuro e il nero. Tre colori per cinque giorni, a sedici anni, non è bello!

Forse per questo, aiutati dal vino che ancor più ci aveva inquietato, quel giorno si decise di tornare a casa anzitempo. Il problema sussisteva nel semplice fatto che il babbo ci veniva a prendere in auto di venerdì, saldando il conto dell’alloggio e ristoro, perciò a noi non serviva denaro per tornare, e quel poco che si aveva, serviva per coca cola e caramelle durante la settimana. Ecco qual era il problema, non avevamo i soldi sufficienti per tornare a casa. Interrogai Giovanni Duruddu e fissandolo con occhi supplichevoli gli chiesi, hai dei soldi che ti sono avanzati? Giovanni, (che quando avevo bisogno di lui lo chiamavo con il suo vero nome) di nuovo chiesi, se hai dei soldi e me li presti, poi domani te li rendo raddoppiati, sennò la vedo dura per tornare a casa per sera… e mi diede pochi denari che uniti ai miei ci permisero di acquistare un biglietto di sola andata da Edolo che è nel bresciano, a Lovere in sponda bergamasca.

Testardo volli partire lo stesso, anche se il rimanente della strada da Lovere a casa nostra era l’esatta metà del percorso, e anche se l’unico pullman disponibile per raggiungere Lovere che da Edolo partiva dalla stazione alle 20.30. Poco meno delle 22 arrivammo nella piazza principale di Lovere, dove venimmo fatti scendere dalla corriera davanti ad una magnifica e imperiosa statua, e lì rimanemmo per alcuni minuti a pensare cosa si sarebbe dovuto fare. Non ho mai capito se Giovanni fosse il “Duruddu” che credevo, l’ho scanzonato parecchie volte, ma in cuor mio, spesso capivo che il suo essere con la testa fra le nuvole era un modo per volgere a suo vantaggio questo apparente segnale di esagerata ingenuità. Ecco perché insistetti con Giovanni ai piedi di quella bella e austera statua di pietra, insistetti nel chiedergli ancora se davvero non avesse con sè altro denaro. No! Di nuovo rispose, e mi diventò di nuovo Duruddu. Allora che fare, si fece l’autostop, pollice alzato e tanto fiato per camminare parecchio.

Non c’era altra soluzione che quella dal momento che non era passato da troppo tempo il famoso 68 e andava alla grande la novità che veniva dal l’America in cui si dava volentieri un passaggio a viandanti che lo chiedevano a pollice alzato intanto che di spalle ai veicoli camminavano lungo la strada. Era di moda fare l’autostop, ma la buona riuscita del l’intento diminuiva notevolmente quando a farlo erano persone di sesso maschile, e noi eravamo due maschi…  ancor meno ti ‘caricavano’ nei paesi di provincia in Italia, sopratutto di notte. Fu così che dopo varie peripezie nel l’insieme di una scarpinata pazzesca, e qualche pietoso raro passaggio, io e Gio Duru, al l’alba del mattino del venerdì, facemmo finalmente ritorno a casa, ognuno alla sua per poter finalmente rinfrescarci e fare una dormita gigantesca. Così che la sera di quel venerdì, prima di cena io e Giovanni ci incontrammo per scambiarci alcuni effetti personali che avevamo riposto maldestramente, uno nella borsa del l’altro. Ciao, come va dissi io, e sul cancello d’ingresso il cortile di casa sua Duru rispose, bene, sto benissimo grazie… e continuò a parlarmi emozionato e contento con un sorriso sulle labbra beffardo quanto malizioso… sono mica scemo io! ieri sera avevo in tasca 12mila lire, ma sono stato furbo, le ho tenute così le ho risparmiate… io replicai… ma se ti ho promesso il doppio di quanto denaro mi avresti prestato, perché non hai accettato?… rispose lui, oggi ho dormito tutto il giorno e Tu mi hai pagato comunque la giornata… 12milalire che ti avrei dato + 12mila che mi avresti dato tu. è = a 24mila£. e tu mi stipendi con 30mila£. al giorno, ho guadagnato altre 6milalire, per giunta senza fare un bel nulla.

Non potuto nemmeno tentare di ucciderlo con le mie stesse mani, perché il giovanotto era più alto di me d’una spanna ed era robusto quasi il doppio… Giovanni o Duruddu? Entrambi ma sempre e solo quando faceva comodo a Lui, prima uno dopo, l’altro… Anche sul lavoro era entrambi, il mattino era Giovanni perché era puntualissimo e spaccava i maroni quando si partiva da casa mia per recarci sul cantiere al lavoro. 7 in punto era lì, cascasse il mondo… diventava Duruddu quando gli spiegavo poi cosa dovesse fare e siccome non capiva con rapidità, (o non voleva capire con rapidità) la maggior parte delle volte evitavo di chiedergli di fare una qualsiasi cosa lavorativa che io avrei fatto subito, così che la maggior parte del tempo di una giornata lavorativa del Giò Duru, era trascorsa nel l’andare a comperare qualcosa da mangiare per il pranzo e al massimo passarmi questo o quel l’attrezzo da lavoro quando glielo chiedevo, perché di sua iniziativa non mi avrebbe mai passato nel giusto momento il fil di ferro o la tenaglia che mi servivano, anche se erano due anni che mi vedeva fare le stesse cose ogni santo giorno. Giovanni o Duruddu, era Duruddu sul posto di lavoro, ma quando si andava al Quien Sabe a ballare era il fiero Giovanni. Ricordo che andammo con Lui una volta al Quien Sabe una balera discoteca di quegli anni di Albano S.Alessandro.

Noi, si stava lì a guardare coppie che ballavano tango e valzer perché non lo sapevamo ballare e comunque si stava lì perché ci vergognavamo a fare il filo alle tipe. Giovanni che nemmeno sapeva ballare, lo stesso si alzava dalla poltrona con scatti a volte repentini e andava a chiedere alle ragazze sedute da sole, se volessero ballare. Ridevamo come cretini io, il Vigá, l’Imbre, il Giüst, il Vittorio e l’Ugo, seduti nella penombra di un angolo di balera scura, si rideva del Duruddu che addirittura andava a chiedere di ballare a signorine già accompagnate dal cavaliere. Si smetteva di ridere noi cretini, quando Duru diventava Giò perché su tanti tentativi ( ricordo anche alcuni ceffoni presi che ci facevano morir dalle risate ) prima o poi nel corso di una serata la sfigata o la tardona di turno Lui se la beccava, e noi sconsolati a casa soli, si rideva meno, anzi non si rideva per niente perché finiva con la solita squallida storia, la vigliacca lotta del finto “macho”… cinque contro uno. Lovere e Giovanni Donadoni, un amico dei tempi che furono, un amico anche ora che è felicemente sposato e abita a Villa di Serio.

E ancora mille ricordi di quel Lovere sul lago che a diciott’anni pareva irraggiungibile anche il solo arrivarci, magari per andare al suo lido con le piscine comunali, d’estate gremite di ragazze che non se ne contava la fine, o magari per portarci la ragazza un sera dopo la pizza a bere un qualcosa a bordo di un barcone ormeggiato fisso al porto che faceva da bar con musica. Lovere con quello che oggi è la caserma dei carabinieri ma un tempo era un carcere vero e proprio dove negli anni settanta poteva capitare di scontarci una pena detentiva di tre mesi, anche solo per aver guidato l’auto senza patente.

Carcere mandamentale e non di rigore lo chiamavano, ma le grate alle finestre che guardavano sul lago facendone vedere solo l’orizzonte, anche se di cemento invece che di ferro, erano sempre poste per impedire la fuga dei detenuti, e gli stessi non indossavano ‘pigiami a rigoni’ ma vestiario personale, lo stesso i passi permessi alla sola ora d’aria quotidiana erano sempre nello stesso angusto cortile cintato da mura altissime. Un triste ricordo di Lovere di cui ometto il nome del personaggio protagonista di quella infame vicenda burocratica degli anni 70 per salvaguardarne l’integrità morale… Oggi per andare in galera tre mesi, devi almeno aver trasportato qualche etto di cocaina da un posto al l’altro, all’epoca bastava viaggiare senza patente ed essere fermato ad un semplice posto di blocco per normali controlli.  Posso felicemente solo aggiungere che oggi quella persona è un industriale di notevole successo con un alta carica amministrativa nella sua città d’origine.

Lovere, non sono mai “impazzito” per Lovere, e ancora meno sono rimasto colpito dai suoi abitanti se non in senso negativo. Ovviamente parlo della maggioranza e non della totalità dei suoi cittadini, il bello e il brutto ci sta sempre dappertutto, voglio dire che a Lovere in cambio di disponibilità e cordialità ho ricevuto alterigia e quindi poco modestia, semplicemente antipatia, dove manca l’umiltà albergano raramente sentimenti ‘puliti’,  ed io amo solo il buon cuore della gente…

Non ho amato in modo particolare questa cittadina lacustre, dove per altro ho convissuto con la mia compagna in un appartamento per circa nove mesi di cui conservo in particolare due ricordi di quel tempo, uno bello ed era Luana, Maria, la ragazza color del Portorico, l’altro ricordo bellissimo perché fu l’unica volta che ospitammo mio padre una settimana pochi mesi prima che venisse a mancare. Stette con me, soli, perché la mia compagna partì in vacanza al mare il giorno dopo il suo arrivo.

Me ne andai anche da Lovere dalla parte orientale del lago d’Iseo, una strada che si compie in salita perché si va verso valli  e montagne, dove sulla strada del ritorno volli cancellare quelle tristezze di pensieri a suon di sgasate e curve fatte per stupire i miei limiti di baiker dirigendomi verso Pianico, il primo paese dopo Villongo appena prima di Sarnico che avrei percorso senza la vista del lago sulla mia destra di marcia. Pianico è una bella lingua di paese che ti scorre di fianco e lo puoi fare come il lago d’Iseo che contorna Montisola su due lati, uno su di una strada comoda e con poche curve dove come dissi, il paese ti scorre veloce di fianco alla moto, oppure dal l’altro lato ci si inerpica quel poco in un continuo saliscendi zeppo di curve e con paesaggi che a tratti ricordano squarci di montagne crude, rocciose e allo sguardo inospitale, migliore quest’ultimo, ma lo evitai perché si deve per forza passare di fianco ad un cimitero, e non che la cosa mi inquietasse per il campo santo in se stesso, ma questo in particolar modo mi ricordava e mi ricorda anche adesso, che ci seppellirono la loro bambina nata da pochi giorni e già riportata in paradiso, suo luogo d’origine.

Rebecca si chiamò per pochi giorni quella creatura, ed è come averle dato un nome di fatto, l’amore di mamma Teresa, e Massimo il papà con che con questo angioletto seppellirono anche il loro rapporto che dopo un esaurimento nervoso di Lei, finì miseramente e definitivamente.

Ora Massimo, quello del “motoscafo”, è ricoverato in ospedale per cure di chemio per tentare di combattere la leucemia. Penso a Lui, e mi vengono alla mente fatti che mi riconducono inesorabilmente ad una delle mie “massime”, il credo di un destino già scritto. Chi soffiava sulle “righe” di cocaina appena stese su di un piatto spargendole a terra era Massimo, lo stesso che non beveva più di due o tre bicchieri di campagne anche se la notte era lunga, colorata e promettente. Massimo che ha sempre viaggiato con auto di lusso e donne da far girar la testa, con sempre almeno vent’anni meno dei suoi. Massimo che ha sempre pasteggiato con cibo di prima scelta in ristoranti esclusivi, che a sua volta ha sviluppato idee sulla ristorazione, in molte località esclusive che quasi sempre erano di lago o di mare. Massimo che negli anni 90 trainò con la Jeep un paracadute con me a bordo su per le colline di Cecina. Massimo che mi portò in Spagna per comprare cavalli Andalusi, dove invece che quello, io feci il ‘filo’ alla moglie Olandese del proprietario del l’albergo dove eravamo graditi ospiti.  La feci alla Duruddü… quel mio amico, quello che scemi gli sembravano gli altri, non Lui. Michele era un altro componente del l’allegra brigata, praticamente ha trascorso i tre giorni di vacanza in una camera d’albergo a ore con una tipa che aveva rimorchiato, tale Selen, che diceva essere una cameriera di sala… dimenticandosi di avere a casa una moglie e due figli maschi non ancora adolescenti.  Un altro ragazzo del gruppo era il bel Marco Girotto, altro unito al gruppo che mi derideva per la mia “mossa” impossibile per il semplice fatto che era la moglie del proprietario del l’albergo, che non era una persona “comune” ma un boss locale di cui tutte le persone del luogo, portavano un notevole rispetto.

Le cose a poco piu di trent’anni, non vanno mai come vorresti fossero, e così la boria rivale su tutto e vanifica ogni logica conclusione. Mi invaghii di Olga, probabilmente era per il troppo alcol ingurgitato prima del l’arrivo in Spagna. In aereo porto in partenza da Milano Malpensa per la Spagna ero già carico di due bianchi che mi ero bevuto al bar, sul l’aereo bevvi anche la razione di un quarto di vino di Michele, Marco e Massimo… ho paura di volare, e non è solo paura, è panico, la paura è andare a 200 km.orari con la moto in curva, salire a bordo di un aereo , per me significa essere in bilico tra la vita e la morte… peccato non aver mai avuto il coraggio di fumare una canna in pubblico, avrei affrontato quel viaggio in un altro modo, sicuramente più sereno e felice.

Massimo mi portò li, e mi ritrovai in una Mercedes 5000 coupé nel tentativo di fare al l’amore con Olga. Lì sotto un lampione, e di vino ne avevo bevuto, prima del viaggio, sia al l’arrivo in Andalusia, che al l’accoglienza ti offrono del vino versato dal l’alto di un mezzo metro, direttamente nel bicchiere. Avevo bevuto, molto, sempre, fu quello che mi fece sopportare l’alito di Olga che sembrava un rigoglio di aglio appena pestato., e sul più bello, quando le mutandine della non più giovane virgulta signora erano finalmente calate, li, sul lampione, quello dove ero comodamente parcheggiato con la super lusso, si sentirono risatine soffocate, era il Marco abbarbicato, Dio. solo sa come, proprio sul lampione… e sorrideva quel coglione, rideva di noi spiandoci dal tettuccio aperto della Mercedes, inutile aggiungere che finì tutto sul più bello… mutandine rosse di pizzo rincalzate e fine del programma.

Massimo, era discreto e stava in disparte da queste cazzate, e si limitò solo ad ammonirmi severamente sulla tipa, la Olga. Conosceva bene il proprietario e non voleva noie a chi ci aveva ricevuto al l’aereoporto con una Mercedes coupé di grossa cilindrata. Vedemmo una sola Fasenda ben curata con un paio di cavalli Andalusi nel cortile, tutto contornato a vasi di fiori sulle facciate bianche di calce e piccole piscine ricolme di pesci rossi e gialli. Due cavalli, magnifici, stupendi, dal collo raccolto, corti di reni, tozzi sul dorso e con due chiappe da cavallo Indiano Americano. Uno bianco, l’altro nero, che tutt’e due alla nascita son neri, l’uno rimane tale l’altro si imbianca. Un viaggio organizzato da Massimo per l’eventuale acquisto di cavalli Andalusi… ed è finita con il sopravvento degli ormoni che a trent’anni la facevano da padroni… i cavalli li comprammo poi, dopo mesi, in Italia, ognuno scelse un magnifico pezzato Argentino, che su per i nostri monti, la bellezza è l’eleganza di un Andaluso è sprecata, sui monti serve un cavallo di media statura, robusto che possa reggere ore di marcia in salita, quanto in ripide insidiose discese scoscese. Il cavallo Argentino, galoppa quando deve, trotta quando serve, e perlopiù cammina attentamente su sentieri impervi usando la “testa” evitando ostacoli e pericoli, l’eleganza in quei posti non serve… e siccome stavo ricordando Massimo intanto cavalcavo la mia moto, mi vien da aggiungere che anche una moto è come un cavallo, ci vuole quella giusta per ognuno di noi, e nessuna e più brutta di un altra, ognuna è la migliore per chi la possiede. La mia moto in questo momento mi sta portando dolcemente, verso Pianico ad un passo da Sovere, e la mente non la fermi, se non con qualche inganno mediatico, ed io ero sereno… e continuai a sognare ricordando, cullato da me stesso che ognuno quando può si culla da se. Massimo… che è in attesa di un donatore per il trapianto di nuovo midollo osseo.

Allora scelsi il lato di strada più comodo, quello un poco più noioso ed ecco perché non avendo ricordo di altre persone a Pianico, lo percorsi pensando ad un viaggio che feci in compagnia di una persona che ritenevo amica ma poi per lo sporco, vile denaro, si dimostrò un piccolo insignificante “omuncolo” a cui avevo dato eccessiva amicizia e fiducia…

Era il duemilauno, e ho ben presente l’anno in quanto eravamo a ridosso tra il passaggio dalla lira, ahimè, che si trasformò in euro. La banconota europea doveva sanare i bilanci della nostra povera Italia… ai posteri l’ardua sentenza della riuscita o meno di questo intento. Nessun problema, fu un buon periodo lavorativo e quindi ero del tutto indifferente a questo “cambio” della guardia. Infatti decisi di comune accordo con un mio amico (per fortuna ora ex) di fare un viaggio spensierato anche se un poco azzardato. Destinazione Russia. Avremmo, come sempre, deciso per un viaggio da soli, senza consorti, e con le quali avremmo dovuto ovviamente fare i conti, prima e dopo la partenza, ma con il giusto dosaggio fra tempo e parole, riuscivamo sempre a spuntarla e quasi sempre l’epilogo era: “è l’ultima volta che te lo chiedo amore” …e poi si sa, ogni uno usa la sua tecnica persuasiva, che quasi sempre contiene piccole bugie. Eravamo tanto esuberanti e incontenibili a quei tempi, che le mogli non si opponevano più di tanto. Anzi, a parer mio, erano ben felici di togliersi dai piedi i propri consorti, e la loro debole opposizione era più che giustificata. Per quanto riguarda mia moglie, ammetto che non ero mai molto contento di tanta magnanima accondiscendenza, del resto lei era ed è anche oggi una bella donna e sarebbe rimasta sola…  Mi sa che alla fine il più preoccupato dei due ero io, ma l’uomo è uomo, caspita! Gioco-forza reggevo la parte del duro fino in fondo, ma mezzo cuore lo lasciavo a casa…accidenti!

E così, dopo la necessaria burocrazia per i documenti da consegnare all’Ambasciata russa di Milano, partiamo alla volta di Mosca. Mosca: già il nome incute rispetto che unito alla paura per il volo che da sempre è il mio tallone di Achille, faceva cominciare il viaggio più con i dubbi che certezze.

Tre ore, tanto durò il volo che mi ha fatto venire i brividi…letteralmente, anche per la presenza poco prima dell’atterraggio di piccole stalattiti ciondolanti sulle ali del velivolo. Appena sbarcati all’aeroporto di Mosca ad attenderci c’era un freddo gelido di circa meno20°, ma non fu l’unica cosa gelida. Le guardie, in maggioranza donne, nelle loro vestigia grigio verde spento e logoro, certo con il loro aspetto severo non ci misero a nostro agio, poliziotte senza sorriso, capelli raccolti stile vecchia signora e sguardo truce. Come non bastasse fummo “incanalati” a gesti verso delle corsie segnate per terra da due righe bianche parallele che ci indicavano rigorosamente la “retta via”, con una severità accentuata dal disegno sul pavimento di un busto di donna in divisa militare che con il dito indice proteso verso il naso, stava a indicare SILENZIO!  Un accoglienza da non associare ad uno sbarco a Honolulu nelle Hawaii, dove si avvicinano delle splendide ragazze con costumi sgargianti di colori buttandoti delle collane di fiori a cingerti il collo, l’intanto  dimenando il gonnellino di frasche palmizie cinte sui fianchi.

A Mosca si viveva una sorta di pena del contrappasso che  solitamente contrasta di tutto ciò che rappresenta la comunione dei popoli. Ma finalmente, tra lo stupore e la perplessità, ritirammo il nostro bagaglio e, preso un taxi, ci recammo al nostro albergo. Un albergo immenso di 500 stanze e un numero di cui nemmeno ricordo i ristoranti al suo interno che dalle sue finestre si affacciava direttamente  al Moscova, il grande fiume che attraversa Mosca vicinissimo alla Piazza Rossa con il famoso Cremlino, le cui mura di cinta merlate furono progettate e costruite da un famoso architetto milanese, ovviamente qualche secolo fa.

In un ala dell’albergo Imperial si intravedevano pure le maestose guglie della Basilica di S. Basilio, anch’essa nelle vicinanze della Piazza Rossa. Lo splendido e regale paesaggio che non è certamente l’equivalente dei moscoviti, dai quali si percepiva nei nostri confronti, un dispiacevole senso di ostilità. Le donne forse un po’ meno, ma gli uomini non ci guardavano certo con simpatia, ma con sguardi sprezzanti e ostili, comunque di sufficienza quando ci andava bene. Del resto Galina, una guida turistica che ci accompagna per le vie e i musei della città, più volte venne fermata da guardie severe che, senza nemmeno farci cenno di nulla per il disturbo che ci stavano arrecando, afferravano la povera Galina per un braccio, e, divincolata da noi, veniva interrogata del perché fosse in nostra compagnia, nonostante fosse evidente che fossimo dei turisti che si accompagnavano ad una innocente interprete. Il finale era sempre lo stesso, si vedeva chiaramente la povera donna estrarre dalla borsa qualche moneta da allungare furtivamente ai poliziotti per essere poi libera di proseguire il proprio onesto lavoro. Ovviamente, prontamente subito dopo io e l’ “amico” si provvedeva a rimborsarla di questo ricatto legale che gli si perpetrava.

Ma quello che appena narrato è nulla in confronto all’episodio che ci capitò una sera e che ci regalò una grandissima paura mai provata prima…  la più grande paura mai provata in vita sino ad allora…  Cenammo verso le 20 in uno dei ristoranti dell’albergo, mi pare fosse il ristorante Ucraino, ci abbuffammo con pietanze tipiche e bevemmo solo vodka. Sarà stato il luogo o quella città fredda come i suoi abitanti, ma ammetto che la vodka a quelle gelide temperature scendeva nello stomaco come fosse acqua minerale. Dopo cena decidemmo di andare in un locale poco distante (non ricordo il nome), accompagnati da due simpatiche cameriere conosciute tra una portata e l’altra al ristorante Ucraino. Una di loro era incinta e fu proprio lei, Maria, che si offrì di accompagnarci in quel locale dove quella sera si sarebbe esibito un famosissimo cantante russo. L’amica Elena poi ci dice in uno stentato italiano misto a inglese che se ci fossimo annoiati di sentire quel cantante, nel locale vi si trovava pure una sala casinò. Che altro aggiungere, ben felici di andarci in questo famoso locale ambivalente, quindi: taxi e via…e in pochi minuti raggiungemmo il posto. Un bell’ ingresso, bodyguard in livrea, tappeto rosso, una folla incredibile che aspettava di entrare, ma non per noi, che fummo subito invitati a varcare la soglia.

Stesso copione dei giorni precedenti, donne che ti sorridono con sufficienza e uomini che ti guardano schifati…insomma l’ostilità la faceva da padrona. Ok, buon viso a cattivo gioco. Che ore sono? Presto, infatti il noto cantante non era ancora arrivato, che si fa? Le ragazze ci invitano a ballare, ma noi preferiamo andare nella sala casinò, quindi in qualche modo riuscimmo a  capirci e loro andarono nella sala di ballo a ballare, noi a giocare e ci si sarebbe rivisti più tardi. Roulette, io nonostante le giocate pareggiai mentre il mio amico “beccò” un “pieno” 36 volte la posta…non male: 350 euro di vincita. Molta gente non giocava, osservava. Dopo un po’ Elena ci venne a chiamare, finalmente il cantante arrivò, ce ne rendemmo conto dalle urla festanti e deliranti dei fans. Andammo tra la folla per sentirlo cantare, solo poco dopo capimmo del perché tutti i cantanti italiani che non hanno grande successo al loro paese, vanno a fare concerti in Russia. La musica e le parole del cantante russo erano a dir poco obsolete e patetiche, ecco perché in quel posto i Phoo e Toto Cotugno spadroneggiano con i loro concerti. Ma si resistette… per circa un paio d’ore per non offendere le nostre amiche.

Si fecero, grazie al cielo, le due di notte e tutti d’accordo decidemmo di tornare in albergo, casa temporanea ospitante per noi , e fissa dimora per le “tipe” che ci lavoravano. All’uscita del locale, improvvisamente, mentre si stava attendendo il taxi, si avvicinarono minacciosi due poliziotti in divisa. Parlarono a voce roca  alta e severa con Maria e Elena, e poco dopo le afferrano per le braccia e le trascinarono verso un auto di servizio. Le ragazze si girarono per cercare di parlarci, ma vennero ripetutamente strattonate, e noi non capendo cosa loro tentavano di dirci in quel russo misto all’italiano dal quale l’unica cosa certa eravche traspariva un velo di disperazione. Rimanemmo sbigottiti, io e Michele, senza parole, e cercando di capire cosa avremmo potuto fare. Nel mentre si avvicinò un ragazzo sulla trentina di bell’aspetto e si propose a gesti di portarci in albergo con la propria auto. Noi, ancora trafelati e un po’ sgomenti accettammo subito pensando fosse stata una coincidenza fortunosa quell’invito. Ci avviciniamo all’auto, una jeep di piccole dimensioni, e da una delle due porte vi scese una seconda persona per reclinare il sedile e farci accomodare nel posteriore. Anche l’altro era un giovanotto dalla bella apparenza. Inizialmente sembra tutto normale, del resto noi eravamo preoccupati solo dalla sorte delle due povere ragazze. Partimmo e mentre uno dei ragazzi guidava, l’altro si era girato verso di noi per conversare, e mentre lo faceva ci accorgemmo che sembrava prenderci in giro. Anche l’amico alla guida sghignazzava di tanto in tanto senza apparente motivo. Improvvisamente estrasse delle foto dalla tasca e indicandocele ci disse se desideravamo compagnia femminile, proponendoci alcune sue presunte ‘cugine’.

Alla nostra risposta negativa, incalzò con l’offrici droghe, e ancora una volta noi rispondemmo di no. Immediatamente ci rendemmo conto che la strada fino ad allora percorsa era molta di più dell’esigua distanza che ci separava dall’albergo. Io con gesti e parole sconnesse feci presente ai due il particolare, e per tutta risposta il tipo alla destra di guida, estrae una pistola di grosso calibro dalla tasca e la rivolge verso di noi sorridendo beffardo. Merda, la tensione si fece altissima. Il mio amico non diceva nulla, atterrito e totalmente incapace di reagire. Io non fui da meno, ma del resto pensai… Questi se avranno tutto ciò che abbiamo in tasca ci lasceranno andare, ed è così che cominciai implorante ad intrattenere una specie di trattativa.

Per cominciare con gesti pacati, mi sfilai il Rolex per infilarmelo lentamente nelle mutande, aiutato da un buio pesto. Infatti mi accorgo che ci hanno portato in una fabbrica enorme dismessa, priva di qualsiasi forma di illuminazione. Doveva essere stata una siderurgica a giudicare dal suo aspetto ferroso e sinistro. Scena da film, ma di film non c’era un cazzo, era tutto maledettamente vero. Ho davvero sinceramente pensato che la nostra ora fosse  giunta. Fanculo…morire così a tremila km da casa. Con la forza della disperazione, mi rivolsi al mio compagno di sventure invitandolo a darmi tutto ciò che aveva in tasca, vincita compresa. Metto tutto il denaro insieme e lo offro a quello con la pistola cercando di spiegargli che era inutile che ci uccidesse, e anzi se ci avesse accompagnati all’albergo gli avrei consegnato altro denaro. Questo prese il denaro sorridendo da stronzo come per risposta, grazie a Dio positiva, il suo amico alla guida avviò  l’auto e ripartimmo. Ad un certo punto, percorso poche centinaia di metri intravedemmo un bagliore in lontananza. Sembrava una pattuglia di polizia, di quelle che controllano gli ubriachi o i drogati di notte, e così fu. Il mio amico finalmente ebbe un sussulto di gioia, e io con lui. Siamo salvi, pensammo. Ma ecco che senza essere fermati, i nostri due sequestratori si fermarono proprio di fianco ai poliziotti e tranquillamente si misero a confabulare tra loro. Di tanto in tanto, con le sigarette accese, poliziotti e stronzi si rivolgono a noi ridacchiando schernendoci palesemente. Avremmo dovuto  ricominciare ad implorare, e peggio di prima se pure le forze dell’ordine erano tacitamente complici. Terrore a mille! Poi inaspettatamente, improvvisamente come era cominciato quell’incubo tutto finì.  Ci lasciarono andare dopo circa un ora, esattamente fuori dall’ingresso dell’albergo, che scoprimmo il giorno dopo essere distante solo qualche miglio dal casinò, pochi minuti di auto trasformati in un ora di paura.

In camera di corsa a farci passare lo spavento ringraziando Dio. dello scampato pericolo. Non appena ci riprendemmo dallo shock ricomponemmo tutta la storia, ci fu chiaro che al casinò ci stavano tenendo d’occhio. Da lì è partito tutto, ma la cosa più disgustosa è stato che anche la polizia era d’accordo. E le ragazze? Arrivarono  verso le 6 del mattino dicendo di essere state sequestrate in una stazione di polizia, e ci fu dato pensare che avevano subito violenza per poter tornare indenni. O forse erano tutti complici? Chi se ne frega! L’importante è che fosse finito quell’incubo tremendo. Mancava ancora un giorno alla fine della vacanza, ma lo trascorremmo interamente in camera, la voglia della partenza dall’Italia lasciò ora il posto alla voglia di tornare al più presto sui nostri passi. Era il primo mese del primo anno del nuovo millennio che noi si iniziava con la paura di morire.

Non sono pentito di aver fatto quel viaggio, non mi pento mai di ciò che faccio, al limite rimedio, è stata lo stesso un’esperienza indimenticabile, di certo non la ripeterei mai più, non almeno in quel modo, vittima di superficiali bulletti da città. Pensai che la prossima volta che semmai volessi ritornare in Russia, non andrei di certo a Mosca, ma a S. Pietroburgo… e con mia moglie, mentre ora ritorno sulle ruote della mia moto che sta salendo su per la strada che porta da Pianico a Sovere, direttamente spedito senza indugio al Santuario della Madonna della Torre. Scorro veloce il rettilineo e al suo finire, davanti sempre dritto per la Valle Borlezza e nel mentre scorsi di sotto, a fondo valle, una vecchia fabbrica del l’ottocento. Un fabbricato che sembrava un enorme scatola di scarpe, con decine di buchi asimmetrici per finestre. Una fabbrica che la fantasia mi suggerì essere tessile, costruita sul greto di un importante torrente che ora pare l’enorme schiena scheletrica di un dinosauro che serpeggia ai piedi della valle. Una fabbrica che mi fece pensare alle centinaia di famiglie che in quegli spazi donarono gioventù, speranze e futuro. Una fabbrica che per soggezione ispira rispetto e anche tenerezza, e proseguii per il Santuario della Madonna della Torre… quel posto incantevole che ispira quiete promessa ad ogni sguardo.

Alla Madonna della Torre, unii il mio cuore ad un Altra persona, l’ho unito per la parte riservata al grande rispetto che nutro per una grande amicizia. Aristea, che non mi interessa dire cosa abbia fatto o chi sia, mi importa solo dire di Lei che mi fa vedere il sangue sulle camice dei pistoleros del Far West colpiti da un proiettile… e… non si vede mai sangue nei film dei pistoleros, lo si deve solamente immaginare, e io con il prezioso dono della sua amicizia, ora viaggio immaginando la realtà che vivo… e questo è tutto, questo è Lei, la mia Ari.

E mi si imbiancarono gli occhi davanti al Santuario. Ero arrivato. Arrivai con il minimo del motore in sforzo per non fare rumore, per non infastidire quel l’incanto di mura bianche dov’è si respira serenità, dove si respira Santità, alla Madonna della Torre. In Sovere.