Paolino Paperino.

Due sosia. Due persone molto simili tra loro per sesso e figura e per potersi trovare in due posti diversi nello stesso momento fanno un piccolo azzardato passo verso l’ubiqiutá degli dei. L’orso Yoghi e l’orsachiotto Bubu difendono con indomito coraggio Cindy, l’orsachiotta di famiglia, bravi orsi.  Disdetta che Yoghi abbia il vizio di mangiare i dolci rubandoli dai cestini della merenda di ignari gitanti o torte appena  sfornate e appoggiate sui davanzali delle finestre a raffreddare. Si crede furbo Yoghi ma in realtà la sua ingenuità lo fa puntualmente incappare sul Ranger Smith, anche perché non vuol mai stare a sentire il timido Bubu che lo consiglia di non rubare cestini e torte.  Yoghi è uno sfigato cronico ma si può consolare perché oltre raschiare il barile, c’è anche scavare nella terra e i Wile E. Coyote non ha rivali per sfortuna cronica. Quasi certamente, Wile E. Coyote, anche lo catturasse, non mangerebbe mai la preda ambita Beep Bepp. Quell’uccellaccio del malaugurio che con il suo “Biip Biip” scoraggia qualsiasi tentativo di Wile E. Coyote di poterlo cucinare arrostito su brace  generosa. Ma é come cercare pagliuzze d’oro setacciando sabbia sulle rive del Rio Negro. Wile E. Coyote è un lupoide che si crede furbo ma rasenta l’ingenuità totale, tanto da sembrare persino Bubu, quel tenero orsacchiotto compagno inseparabile di Yoghi, parenti alla lontana di Bugs Bunny il coniglio più furbo di tutti, mangia carote in quantità e le coglie direttamente dall’orto del guardingo Taddeo che ha sempre in spalla il suo fucile da caccia. Ha sparato mille cartuccie il prode cacciatore Taddeo, ma non ha mai colpito Bugs Banny e mai lo colpirà. Come del resto  il gatto Silvestro non catturerà mai il timido uccellino Titty e Mr. Magoo  nonostante non ci veda una cippa  eviterà certamente di incappare in un incidente che lo possa anche solo scalfire. Questi sono i cartoni animati, e nessuno è vittima di un altra “vittima” è la bomba che scoppia accanto a Paperino e Paperoga colpendo solo Paperino che nella vita reale è uno sfortunato a vita. Siamo un po’ tutti come degli Yoghi o dei Wile E. Coyote, dei Taddeo e diavoli di Tasmania, gatto Silvestro, molto sfortunelli ma tutti molto simpatici come Paolino Paperino… i MIGLIORI.

Dove si va a finire.

 

Dove si va a finire.

Pensare al male è come pensare all’infinito… tutt’e due spaventano… allora con il pensiero dove si va a finire.

Addentrarsi in un pensiero che non ti fa stare bene, può anche semplicemente essere di un cane si sia dovuto sopprimere per evitargli delle sofferenze ulteriori a causa di una malattia. In questo caso il male lo si comincia a vedere da molto lontano. È un dispiacere l’eutanasia di un cane ma se necessario è indispensabile, il peggio sarebbe vedere un cane legato alla catena per il resto della sua vita. Come pensare a cosa c’è oltre le nuvole… un mistero dell’infinito… e proseguendo tra i misteri pensando all’immensitá del nulla, sarebbe duro pensare a cosa esiste oltre la stratosfera.

Pensare al male e come pensare all’infinito, spaventa!

Se dal male fatto a un cane tenuto per tutta la vita alla catena il pensiero va ad immaginare un cuore infranto per amore, ecco che perseguire nel pensiero del male, non può che ferire di più il cuore e il peggio non può essere che perdere una persona cara. Addentrarsi con timore nell’ignoto dello spazio e sentirsi a bordo di una navicella spaziale che ha appena acceso i razzi di spinta incute timore ma è ancor più sgomento pensare se gli occupanti riusciranno a raggiungere la luna…

Pensare al male è come pensare all’infinito, fa paura!

Che perdere una persona cara è atroce ma non c’è mai fine alle paure di un uomo che pensa a quando morirà. Mille gli interrogativi di in che modo, ma ancor più della domanda rimandata per anni da tutti che è per il quando avverrà questo tristissimo momento, e non c’è mai una risposta per nessuno, rimane solo un grande senso di inquietudine, lo stesso che andare oltre la luna per viaggiare con la mente ad occhi chiusi nell’immensitá del cosmo sfiorando a velocità pazzesche milioni di asteroidi e nel continuo navigare, arrivare allo sconvolgente immenso buco nero quello che oltre, per Stephen Hawking non c’è più niente di niente… nemmeno Dio.

Lo scienziato ha affermato ciò su circa dodici milioni di libri venduti nel mondo a persone che credono in quello che ha scritto. Rimangono sempre un miliardo e centomila persone che non la pensano come lui per fortuna… e non si parla solo della “teoria” dei buchi neri… forse allora è meglio pensare al bene.

Anche pensare al bene è come pensare all’infinito.

Pensare al bene e vedere un cane libero seduto accanto al suo “padrone” mentre legge un buon libro e gli carezza le orecchie e ancor meglio passeggiare tra i boschi o in riva al mare con lui, l’amato quattrozampe. Pensare al bene è sentirsi certi di un amore sincero e se disgraziatamente si perde una persona cara si ricorda con affetto ma mai con disperazione, e non bastasse chi pensa al bene lascia che il suo momento di fine vita avvenga quando sarà senza troppe paranoie e addirittura si aspetti una risposta di dove si andrà a finire.

Pensare al bene è vedere le nuvole come fossero pecorelle al pascolo che si contano per addormentarsi beati, e dopo l’atmosfera semplicemente non si respira ma mica ci abitiamo lì. Pensare al bene è realizzare il sogno di un astronauta al suo primo decollo che in seguito raggiungerà la luna e se la mente fugge e va oltre viaggiando in un astronave che sfreccia sicura tra milioni di asteroidi, non si avrà più nessuna paura al pensare che dopo il buco nero c’è il niente di niente, si è già pensato a dove andremo a finire.

 

 

 

 

Frecce al cuore.

Frecce al cuore.

La primavera riveste di timido bianco candore i rami di un albicocca, e sembrano frecce che scocca l’albero per andare dritte al bersaglio di un giovane cuore innamorato. Il pesco, stanco di questi ultimi inverni burloni s’è fatto furbo e al momento mostra solo foglioline verdi perché sa che il freddo capriccioso può fare retromarcia e soffiare ancora parole gelate. Un po come dire che di questi tempi il ciliegio prima di fiorire, aspetta ancora qualche improvvisa brinata che possa battezzare la verza per poter cucinare una buona ‘casöla’.
Il clima sulla terra è cambiato… è aumentato di un grado, e in qualche parte del mondo sta scomparendo la pantera nera e gli elefanti africani sono in via d’estinzione e non si può pretendere di avere le verza solo in autunno inoltrato, il termometro è impazzito, un giorno s’alza l’asticella di mercurio, e indossi un maglioncino di cotone, un altro giorno indossi ancora il cappotto riposto con cura nell’armadio avvolto dalla naftalina. Quando fra degli altri anni se ne andrà un altro ‘grado’ di temperatura, i ghiacci ai poli si scioglieranno, si estigueranno orsi polari, foche e trichechi. Noi avremo due o più ricambi di vestigia al giorno, pesanti il mattino, leggeri di pomeriggio e ancora pesanti la sera, insieme, le api saranno sostituite da enormi calabroni che invece di miele sputeranno veleno.

Pensieri scritti e parole dette all’interno di una sala d’aspetto di un pronto soccorso, perché ora una semplice influenza ti aggredisce accompagnata da forme d’asma e allergie collettive d’ogni tipo, ed è un sol passo che si va da un raffreddore ad una polmonite con complicazioni a latere d’ogni dove ma non v’è da preoccuparsi di nulla perché tutto questo scisma raggiungerà l’apice solo tra dieci o anche quindici anni, quindi per gli ultra ottantenni nessun problema. Pensieri scritti e parole dette all’interno di una sala d’aspetto di un ospedale in città o di provincia, i giovani incolpevoli dottori hanno poco tempo per godersi l’auto nuova, ed ecco che le medicine abbondano come nevicasse nel deserto e i loro figli godranno di un incerto e scontato destino, triste, come le ricette dei loro papà.

L’inquinamento del globo parte dal nostro cuore.

L’inquinamento del mondo parte dal nostro cuore.

Non una faccia d’uomo è uguale ad un altra, non un palco di renna è identico ad un altro e tra milioni e milioni di foglie ognuna è diversa da un altra. Un fulmine non cade mai nello stesso punto anche se Zeus perennemente arrabbiato ne scaglia in grande quantità ogni giorno su di questo mondo. Non esiste un monte che solo si somigli ad un altro, così come nessun fiume in terra scorrendo percorre lo stesso tratto, i mari si somigliano molto ma sono salati in modo differente come diverso è il loro colore. Non s’é mai vista una nuvola della stessa forma di un altra ne un cielo con parimenti tonalità d’azzurro.

Il clima cambia da mane a sera a seconda dei ritmi stagionali di ogni nazione, adesso è sicuro sia aumentata dappertutto  la temperatura sul nostro universo, e Greta, una sedicenne che proviene da uno dei paesi svedesi con il tasso più alto di suicidi del pianeta per l’insofferenza al saper vivere, alza la voce e grida a squarciagola il suo messaggio d’allarme al surriscaldamento globale. I suoi comizi sono seguiti da proseliti di migliaia di persone che invadono Kilometri di strade che percorrono a piedi con cartelli alla mano per inneggiare la salvaguardia di ciò che rimane di questo vivere e immondano il suolo che calpestano di sporcizia e maleducazione civile.

Intanto, oggi camminando nel bosco si nota un televisore anni 80 con tubo cadodico gettata nella scarpata che ieri non c’era. Chi l’ha fatto non ha sentito Greta. Adesso, passeggiando sulla spiaggia tra gli effluvi di un aria salmastra gli occhi si socchiudono in un piacevole respiro di pace, e quando aimé si riaprono, vedono bottigliette di plastica e cellophane sospinti a riva da onde deboli mattutine. Chi ha gettato rifiuti che sono  arrivati al mare non ha sentito Greta. Ora, fiumi e ruscelli hanno acque che assumono i colori varianti tra il violaceo e un verdognolo che sa di putrido, inquinamento di scarichi industriali, laghi con proebizione alla balneazione… responsabili di aziende e gente comune sicuramente non hanno sentito Greta. Forse per il semplice motivo che Greta è in ritardo per essere ascoltata. Forse perché non era una ragazzina di sedici anni che si doveva mettere in cattedra per ammonirci severamente sulla incombente catastrofe ambientale, probabilmente assoldata per due soldi a farsi autrice di un ultimo appello disperato all’umanita intera. Sedici anni non possono alimentare il sentimento di propositi tanto nobili, non certo perché manca il cuore, ma di certo manca l’esperienza di vita per capire quello che realmente si vuole dire.

Bisognerebbe che quando mamma e papà vanno a fare una passeggiata nel bosco e danno la merendina ai figli mentre camminano, non permettano che questi gettino la confezione sul sentiero e gli spieghino anche il perché non farlo. Gli stessi genitori che ai fiumi e al mare proebiscano ai figli di gettare in acqua o sulla spiaggia qualunque genere di oggetto di scarto non biodegradabile e anzi gli facciano imparare il rispetto dell’ambiente e di chi lo vive, insegnando loro che qualora vedranno in futuro ruscelli fiumi e mari schiumanti di luridume ne denuncino la provenienza. Bisognerebbe che ogni volta si fumi una sigaretta conservare in tasca il mozzicone spento sino a gettarlo nel cestino apposito più vicino. Inutile stare ora a sentire la ragazzina Greta, dipendeva e dipende dall’insegnamento di mamme e papà.

Non un solo viso, albero o elemento in natura è stato creato uguale ad un altra, solo la stupidità umana è rimasta tale e quale e mille Greta affamate non me ce lo possono solo che ricordare… nulla più.

L’amore è indivisibile.

Non si può dividere un qualcosa che non si è accumulato prima, il niente è indivisibile.É come l’amore, non si può dividere per poterlo distribuire se non si è accumulato prima. È la storia di Dario, un ragazzo nato e cresciuto in un paese dal nome Ungherese pur essendo in terra Italico calabra. I genitori erano di altra nazionalità e per esigenze più o meno giustificabili,  lo lasciarono in affido ad una famiglia calabrese. Tempi duri. Da poco scemata la guerra del 40 partotita dalle menti confuse da menzogneri ideali d’uguaglianza e prosperità e la famiglia calabra composta da mamma Concetta, babbo Fedele e figlia Adele che aimé di bellezza aveva solo il cuore, si sfamava con la raccolta delle arance, e tanto bastava riuscendo ad ospitare anche Dario, che lo chiamavano tutti simpaticamente Jmmi, anche a lui non piacesse molto perché più che ungaro pareva un ‘nomignolo’ americano.

Per Jmmi, vivere in un paese di duecento e poco più anime, di cui la metà  con più di cinquant’anni e l’altra metà divisa fra bimbi, adolescenti e ragazzi, fatti due conti significava ridurre al lumicino il numero delle possibilità di maritarsi. Così Jmmi dall’alto dei suoi trent’anni non conosceva amore e conseguente fu che andò per ragionamenti, pensò male di maritarsi con la sedicenne Adele… senza amore, per convenienza, sposarla significava ereditare di diritto l’aranceto che contava più di trecento piante… e così fu.

Voleva amore quel ragazzo, ma non disdegnava per questo il corteggiare la misera messe di fanciulle in primavera con sensi accesi che albergavano in quello sperduto paese di pietre e calce. Voleva amore quel ragazzo ma non contento di possedere un ricco podere, circuì Adelmo, quel signore grassone attempato che aveva una proprietà confinante con quella di Jmmi e non gli fu difficile ottenerla con quattro soldi dopo tre bicchieri di vino bevuti tra risa e malfidenza con il malcapitato Adelmo. Voleva amore quel ragazzone dagli occhi azzurri freddi come il clima della sua terra d’origine, ma non conoscendolo sapeva solo impartire ordini e l’ordine è la parte costituente di ogni regime autoritario, niente a che vedere con affari di cuore. Jmmi voleva un figlio maschio e invece ebbe due figlie, una da Adele sua moglie e una da Linda la bella locandiera che servì abbondanti caraffe di vino la serata del contratto truffa tra il suo amante e Adelmo che adesso di vino ne beveva da mane a sera perché senza agrumi da cogliere preferiva sbronzarsi forse per dimenticare…

la vita trascorse per Jmmi come chiunque, inesorabile con gioie e dolori, finché negli anni a venire una siccità troppo testarda, brució di colpo il frutteto, nel senso biblico del significato, perché l’arsura mandó in fumo il raccolto di una intera stagione. Jmmi non aveva risparmiato sino ad allora, così che investendo tutto il denaro raccolto per aqustare nuovi terreni, si ritrovò sul lastrico, senza il becco di un quattrino per controbattere la malasorte che gli aveva regalato troppo sole. Ma i guai non vengono mai soli, si accompagnano con compagni della loro risma. Babbo Fedele viene a mancare in quel triste frangente, ora Jmmi doveva badare anche alla suocera oltre che moglie e figlie. Probabilmente i guai vengono sempre accompagnati, ma bisogna proprio che un Santo in Cielo si distragga e volga lo sguardo altrove per non accorgersi di una numerosa comitiva di guai che gozzovigliava allegramente e che quando fu chiamata al proprio destino fosse e rimanesse numerosa. Uno starnuto. Uno starnuto di un Santo, una distrazione d’un battito di ciglia, basta un niente per essere quantificato immenso per ogni minuto di un Santo. E magari non si tratta di un semplice starnuto, ma di una distrazione voluta. All’osteria Linda non degnava più d’uno sguardo Jmmi,  a volte faceva servire al marito il bicchiere di vino bevuto a credito, si era spento il sorriso sulle labbra di Linda, e non solo perché Jmmi era diventato improvvisamente povero, la loro figlia era incinta di padre che abitava in un paese vicino ma non voleva riconoscere il nascituro. Lenny era incinta e Romeo se ne fotteva, Jmmi stava a guardare senza ne fare, ne potere nulla se non finire il suo bicchiere di vino che avrebbe pagato forse in futuro.

Non sono più trenta gli anni di Jmmi, sono oltre gli “anta” che si avvicinano correndo alla mezza di un secolo.  A Jmmi ‘rimane’ la moglie Adele e la figlia Luisa che di bello ha preso tutto dalla madre, cioè solo il cuore, che è già votato al figlio del mugnaio, un ragazzone tutto muscoli, poco cervello e tanto cuore, lo stesso che rispetta e ama Luisa… gli ‘rimane’ solo Adele, e ora per Jmmi non contano più labbra sinuose, fianchi stretti e seni che sembrano ebri di latte da sballo, Jmmi ora vede il colore degli occhi di Adele e ci si specchia estasiato. Ora osserva tutte le gesta gentili che compie la sua sposa nel porgergli un piatto di minestra. Adesso la sente vicina come a sentire il calore della sua pelle in quel letto che si è fatto piccolo ma fino ad allora tanto grande da aver paura di starci. Forse Jmmi non si era innamorato di Adele, forse aveva conosciuto l’amore di Adele, e come i guai non vengono da soli, anche le gioie si accompagnano, perché come si semina si raccoglie e se si semina pioggia sarà tempesta, se si semina sole sarà l’aurora… Dario si innamorò di Adele e scoprí che pur non avendo più nulla, aveva tutto.

Profumi e odori.

Profumi e odori.

Aprendo l’uscio di casa, si sente profumo di torta margherita, e da subito si immagina la farcitura che per qualcuna spera sia di marmellata, mentre per qualcuno spera sarà di cioccolata.
La vita è fatta di profumi e odori … che uno inebria e l’altro puzza ma entrambi sanno dirti un qualcosa. La città all’alba si muove, si riempie di frenesia e voglia di fare, anche per chi si sbatte per la dose giornaliera o per chi va in ufficio a rubare del tempo alla loro vita, e per altri ancora che raccolgono pomodori da mane a sera per 10 euro. Intanto il mondo gira, e nel suo roteare mescola profumi e odori mettendo alla prova ognuno di noi.
Una armoniosa sfida in cui ci imbattiamo ad ogni risveglio. È il fare dei ragionamenti che alla fine sceglie tra il profumo inalato per sublimare lo spirito o l’odore che pizzica salendo sulle nari. Si muovono città con rumori e frastuoni, così come il mare quieto che poi magari se gli gira storta s’agita e regala ventate di salmastra imponenza, si sente l’odore del pesce e la freschezza del mare. Il bosco si riempie di zampilli di luce che si fanno largo dall’ingordigia delle fronde, e il muschio ai piedi degli alberi sembra faccia un gran respiro per poi emanare un effluvio di maschi sapori arborei.  Le pianure si vestono di verde speranza e tra le boscaglie di betulle una brezza leggera trasporta con se essenze profumate inumidite dalla rugiada delicata di un mattino in stagione lieve. Nel mezzo di tutto ciò, profumi e odori che sono l’antipasto dei sapori, come sentire il gusto di tinca ripiena pensando ai laghi, o di trote al forno pensando ai fiumi  Indelebili sapori che riportano alla mente ricordi di momenti del proprio passato e fanno discernere il buono dal bello e il bene dal male in un miscuglio di sensi che vengono separati con il senno di poi.   Nel caos di queste emozioni ogni giorno il mondo si confronta, e nascono accese discussioni su quanta quantità di profumi e odori da inalare ogni giorno.
Si apre l’uscio di casa, si sente profumo di torta margherita…
Invece è di mondine. Varcando la soglia, avanzando quel poco si sente il profumo di quelle castagne essiccate sul solaio, e ora bollite. Non c’è torta margherita, ne con marmellata ne con cioccolata, ci sono le mondine cotte con un cucchiaio di zucchero.  Un imprevisto del pensiero. Un altra possibilità di separare i profumi dagli odori, troppo profumo stordisce, troppa puzza avvilisce, sensazioni da provare ricordando sempre che il destino non è stato scritto da noi.

Perché arrabbiarsi.

Poi, ripensandoci non è l’unica cosa che avremmo potuto fare per evitare per un “arrabbiatura” fuori luogo. A cominciare dagli onnipresenti invadenti lavavetri ai semafori. Antipatici, ti annaquano il parabrezza con la velocità della lingua di un cobra che saggia l’aria e nel mentre le loro mani si tendono schiuse per una moneta. Paiono piante grasse carnivore ma in realtà sono primule sparse agli elementi del mondo. Anche al povero lavavetri si doveva e si poteva riservare qualche “vaffa” in meno. E dovrà pur finire la storia di farsi fregare il parcheggio da quella morettina la’… fosse almeno bella! No è bruttina e pure antipatica… ma è la figlia del ‘capo’.

E se ancora bene più a fondo si vuole spalare nella sabbia torbida dei ricordi delle arrabbiature, capita di rivederci ingrugniti per quella stupida macchina del caffè che ruba sempre soldi. Oggi poi giornata negativa con aggiunta di parolacce e bestemmie, più del solito, ma quando ce vò ce vò, quando non ci vorrebbero mai. Toccando il fondo della banalità, ci arrabbiamo se l’auromobilista che ci sta davanti ad un semaforo non scatta al verde, bastano pochi secondi in più dopo il segnale di partenza a scatenare il putiferio mentale di una persona… che strombazza dall’auto al pari di chi spara una raffica di mitra per esortare la ripartenza di chi gli sta davanti. Nei paesi nordici il problema non esiste, all’apparire del segnale di semaforo verde il norvegese che sta in prima fila e parlotta con il compagno di viaggio, non interrompe il suo dialogare finché non ha espresso appieno il concetto del suo pensiero al viaggiatore di fianco. Difficile dopo questa lezione di civiltà inferta dai paesi più a nord, riuscire a capire il perché gli stessi paesi, abbiano il triste primato nel mondo di chi si toglie la vita per disperazione.

Ancora, ci siamo inutilmente arrabbiati di andare a pranzo in quel solito ristoro che del resto è il più vicino al posto di lavoro, e cosi volenti o nolenti ci tocca di sopportare quell’antipatica cameriera, che se la tira oltre misura, la ‘gatta morta’ amante fissa del proprietario che se la fa, sotto gli occhi di quella scorbutica di sua moglie, e per ciò lei si sente protetta dal suo modo sfrontato di ostentare bellezza arricchita da molta fiducia e tanta ingenuità personale.

E con un lungo sospiro, il giorno finisce ma di smettere di arrabbiarsi nemmeno se ne parla. Che barba i suoceri a cena. Lei, la suocera a dito puntato, blatera che non si deve fare questo e quello, sempre pronta ad ammonire figlia e genero di come si devono educare i figli, come se lei avesse educato con perfezione i suoi. Mentre il suocero fa il gran filosofo su qualsiasi argomento si intavoli, bravo solo lui che si è guadagnato la sua fetta di nobiltà negli anni migliori del progresso dopo guerra, e sputa sentenze su ciò che ci ha lasciato in eredità, e allora, zitti tutti ad ascoltare, un po’ per dovere, un po’ per rispetto. Stasera, mio figlio Riccardo era insopportabile, e mia figlia Serena quando fa capricci inutili, bisognerebbe gli si mollasse due ceffoni ben assestati. Poi ripensandoci, non vedo perché dovrei arrabbiarmi con mia figlia e Riccardo che frigna per un nonnulla ma si stanno comportando quanto è stato insegnato dai loro genitori… mal che si vuole, non duole… e non deve dolere, sennò l’errore è doppio. Arrabbiamoci di meno e amiamoci di più.

Morir d’Amor.

Morir d’Amor.

Io e Susy stiamo pensando che se il mondo girasse al contrario di quanto non faccia ora la natura scambierebbe il giorno per la notte, così come per gli animali e le persone. Non cambierebbe nulla per le cose, oggetti senza cuore, e nemmeno sarebbe differente per la vita perché la notte arriverebbe prima del giorno o viceversa, anche se nessuno può dire con certezza che il giorno è nato prima della notte, del resto molti racconti iniziano narrando che dalla notte dei tempi ebbe inizio la vita, ma se il mattino ha l’oro in bocca potrebbe essere che abbia fatto nascere la vita di pomeriggio.

Se il mondo girasse al contrario ogni seme nascerebbe albero e alla fine del suo tempo morirebbe germoglio. Le spine di una rosa non potrebbero proteggere i suoi petali in fiore, e il grano d’inverno non potrebbe di certo dorar le sue spighe. Una stella alpina non nascerebbe sulle rocce della cima di un monte ma senza profumo già fiore in un vaso sul balcone. I mari sarebbero agitati senza nessun preavviso lasciando desolazione e distruzione prima della nascita della quiete, e i monti neri di rabbia aiutati da fulmini e vento ucciderebbero il rigoglìo della vita trascinando con se profumi e colori. Il cavallo nascerebbe già stanco e non salterebbe nessun ostacolo cosi come la gallina farebbe il primo uovo ancor pulcino. Se il mondo girasse al contrario, i salmoni nati vecchi e stanchi smetterebbero di combattere contro le rapide di un fiume e morirebbero prima di deporre le uova. Un cane malfermo sulle zampe non potrebbe più abbaiare per difendere i suoi amici e le loro proprietà, rimarrebbero poche briciole di immenso amore quale invece avrebbe potuto in stragrande quantità poter dare. Mucche senza latte, gatti spelacchiati e lucciole che non brillano più nei prati… forse è meglio che il mondo giri nel senso in cui gira.

Se il mondo girasse all’incontrario, per gli uomini sarebbe come svegliarsi innamorati con la luna e andare a letto con il sole che riscalda il mondo. L’uomo nascerebbe con i testicoli pendenti e teste bianche quando non calve, la donna con ancor più intelligenza ma molto meno avvenenza non avrebbe molte api che le volano attorno preferendo fiori più freschi e belli. Tutte le persone nascerebbero molto avanti con gli anni, vecchi e stanchi, poi a ritroso del tempo stesso acquisirebbero vigore sino a diventare giovani e forti. Le rughe scomparse dai visi, potrebbero far sentire ancora dentro quel senso di stupida onnipotenza giovanile che per alterigia prende le decisioni più importanti di una vita. Ancor più che il tempo passa se il mondo girasse le lancette dell’orologio in senso antiorario, saremmo bimbi ignari di quello che la vita ha in serbo per noi, perciò all’oscuro delle grandi verità del bene e del male… e dopo di ciò si morirebbe tutti in un magnifico orgasmo.

Susanna & Annibale

Il buio della notte illuminato dal sole.

Il buio della notte illuminato dal sole.

È arrivata di nuovo la notte. La notte che porta o dovrebbe portare consiglio. La notte si presenta nell’animo leggera e sinuosa che nemmeno s’ode ma all’improvviso si fa sentire come un fiume in piena. Si presenta con abiti scuri ma riluce di amor proprio e se la sai ascoltare può penetrarti fin dentro regalandoti sensazioni meravigliose, prima fra tutte la pace. La pace dei sensi ancor svegli ma svenevoli. La pace dell’animo che vede nella notte la regina dell’oscuritá, e regna sovrana sul giorno di luce che le ha appena stretto la mano in un arrivederci sicuro con la testimonianza dell’alba che si frappone da padrino tra il duello infinito del chiaro e lo scuro. L’alba e l’aurora che si mostrano in sordina al mondo ancora dormiente che quasi pare ripulito da angustie e cose belle… come la notte del netturbino o di ragazzi gonfi d’ormoni che sentono il profumo di un fiore da cogliere in una macedonia di sensi confusi fra promesse e spergiuri futuri. Notte degli sbandati e degli scapestrati, notte di luna e d’amore. Notte che non fa differenza con il giorno per delle persone che per scelta o per forza, vivono coperte di stracci. Persone che erano ricche o non lo sono mai state. Rifiuti dell’umanità scartati direttamente da umani come me, e la notte non è tenera con i clochard e i diseredati d’ogni appartenenza o risma. Non sempre basta il cartone per ripararsi quando la notte si accoppia in un orgasmo con una tramontana. La notte non è clemente con nessuno quando il suo cielo si vela indossando un mantello nero, di stoffa molto pesante per riparasi dal signor inverno, nemico naturale del giorno perché permette alla notte di rubare spazio alla sua parte di luce. La notte è furba, e se la cava bene anche d’estate. La notte è lo spazio che diviene per magia un grande lume acceso che viene avvolto da un foulard di broccato nero, da dove le sue trame arriva la luce delle stelle e fra tutte, vicina, timida e pallida la luna che fa innamorare. C’è un momento particolare per tagliare i capelli, come per seminare o per procreare. Questo momento è quando la luna è colma del suo splendore e detta le sue leggi come quando fa innamorare in riva al mare o quando non è impegnata a sbirciare tra le conifere due innamorati nel bosco… ma senza la notte la luna non potrebbe esistere e i due sposi esistere e i due sposi non avrebbero dato alla vita il figlio sole.

 

Stasira la mê Spusã la ghé mia… Questa sera, la mia Sposa non c’è.

Questa sera la mia sposa non c’è. Stasįra, ghô vià la mē spüsa.

È andata ad una dimostrazione di creme o ben non so cosa fosse. Len’dacia a ōna dimostraziū de creme o al sō mia mē cosa l’era.

La mia sposa era meglio che andasse a ballare piuttosto che pensare di diventare magari più bella unta di creme. La mē spüsa l’era mei che l’handāā a balā invece che a pensā de dientá magare piö bēlā perché ûnciadā de creme.

Sino all’ultimo momento, non m’ha detto che andava alla ‘dimostrazione’. L’ha ma mia dic fina l’holtem che l’andāā alā dimostraziü.

Non mi ha detto fino all’ultimo momento che andava con la cognata e la sua amica. La mā mia dic fina in ôltem che l’ha n’dāā con la cognadā e la sō amisa.

È furba la mia donna, come tutte le donne. A l’he furba la mē flommla, come tōtē i fommle.

S’é fatta furba da quando ha capito che io non ho più voglia di fare bordello. Le se facia fürba da quando l’há capit che mē, ghö mia pìõ oia dè sbordelâ!

Forse perché ho sessant’anni, ma più di tutto è perché ne ho ‘fatte’abbastanza’. Al sará che ié sesanta, e amó piō de tot ōl perché n’no face a sē.

Allora che vada con sua cognata e la sua amica o con chi alla fine si trovi meglio. Alurā, chē l’andaghe cô la cognadā è la só amisa o con chi ala fī, là se troa piō bhē.

Intanto io aspetto che arrivi. Mē, stō chē a spetālā quanch che l’a rierá.

Intanto i miei cagnolini d’oro, la mia Minnie è il mio Roccia mi tengono compagnia e ci bevo sopra una grappa dietro l’altra, così “impara” a lasciarmi a casa da solo. Intat i mē cagní d’or, la mē Mini e öl mē Rocia i ma thè compagnia e ghā biè drê öna grapa viá dre l’otra… issé l’ha m’para a lasām a cá de per me..

Io non porto rancore, sto bene anche da solo, con i miei due cagnolini. Ma mē ghō mia rabia, sto bhē a de per mē cōnt… coi mē dù cagnī.

Quando la ‘bella’ arriva, fingo indifferenza. Qual che la bēla la riā, fō a finta de negōt.

Io lo só, Lei si sentirà in colpa, e chissà che non mi capiti che mi si conceda ancora una volta. Mē l’sò, l’Ē, la sā sentirà n’colpa, e chi lo sa che me capitē mia che m’la concede a mō una ōltā.

Buonanotte bambine e bambini, sogni d’oro che voi quello che ho scritto non potete capirlo…

Nessuno vi ha mai più insegnato il dialetto, perché nessuno lo conosce più, a parte i vecchierelli come me. Nēsü l’vá n’segnā piô ōl diālēt, perché nēsū la conos piô a parte i veci come mē.

In Italiano ho detto così per i ragazzini… a loro bisogna ‘raccontarla’ in un altra modo. In italiano hō dic issė per i scęčć… Alür bisogna contãglà sō n’dō notrâ manēra.

Mio nonno nelle serate di freddo, dopo aver cenato con patate bollite e un gnocco di polenta appoggiato sulla stufa a legna, andava nella stalla al tepore del fiato delle mucche e raccontava storie ai nipoti. Gli parlava del lupo cattivo che rapiva i bambini che non facevano giudizio. La voce del nonno si faceva bassa, fine fine, un po’ tenebrosa, e iniziava a raccontare la storia… Quando veniva buio, il lupo passava casa per casa e se vedeva o sentiva Una mamma scontenta, portava via il bimbo o la bimba cattiva. I bambini ascoltavano il nonno a bocca aperta, senza fiatare. Più di tutti la pensavano male chi aveva pucciato il dito nel vaso della marmellata, o chi fosse andato al fiume senza il permesso di nessuno. Il terrore era come la lama di un coltello ben affilato, tagliava l’aria della stalla che si sentiva solo il respiro delle vacche. Poi all’improvviso il nonno disse, su, andiamo a letto a dormire adesso figlioli, che domattina ci dobbiamo alzare prima che il gallo canti. Nipoti cari sapete bene che dovete aiutarmi prima di andare a scuola, e dopo pranzo andremo per foglia per il giaciglio del bestiame. Verrà ancora domani sera e vi racconterò come è finita la storia del lupo e inizierò un altra storia. L’Annibale aspetterà ancora la sua donna che sarà andata a fare una ceretta o altro, e speriamo non si porti con sè anche i cani. Buona età a tutti, belli e brutti.

Ōl mē nōnō n’dí serade dē frēc, dopo it senāt con önā patata buida e ü gnoç de polenta púgiät sölä stüä a lègna, l’indaā nelā stālā al tepür del fiāt di hachę, e a l’glhá contàā shö i storie ai nēuc. Al ghė pārlāā del lupo catif c’hal rapìã i scętí c’aī fàā mia giôdesē. La üs del nōnō la sera faccia basā, fina fina, n’pō tenebrusa, e l’tecàā a contá sô la storia…

Quan chel vegniā fosc, ōl lupo l’pāsāā cá per cá è sal vedià o al sentìà ōna mama scontētā, al portàā vià ol fiölet o la fiöla cātīā. I neùcç i scōltāà ōl nōnō a bocā dervidā sensā fìatá. Piö de tōt, i pensāà mal chi ierā puciāt i dit nel vaš per rōbà la mārmelāda o chi ierā n’dač al fiōm sensā pērmēs de nesü. Ōl terur l’era come la lama d’ō cortel bel mūlat, al teaā l’aria dēlā stalā che t’ha sentiet adoma ol respir di acke.

Po all’impruisa ōl nõnõ al disia, sá n’endem in lēc ades fiōī che domanmatina an ghá de leá shō al prim cant del gal. Neüc car, al sī che ghī de otam a mōnsz i acke prima de n’dā a scōlā e dopo disnat an vá a fá la fōiā n’del bosch per goerná õl besciam. El vegnerá amó a domassira e vè cōnteró shó come l’e n’dacia a finí chelā del lupo e cominserò ōnōtra storia, el Nibel li speterá amó la shō dona che la sarà n’dacia a far la cērētā o d’oter, e sperem che la pōrte mia viá pò ai cá. Buna etā a tōcc, bei ę brōcc.