Il mio nome è Annibale Bosis Carlessi sono nato sessantaquattro anni fa a Bergamo dove tutt’ora vivo dopo aver avuto l’immenso piacere di andare in mezzo mondo a conoscere i loro usi e costumi.
Trecentosessanta cinque giorni in un anno più il regalo di un altro giorno ogni quattro anni… così come le storie che narro nel mio libro “Dio. c’è per poter dire che non c’è”, da dove presi spunto da Papa Wojtyla, Loleç per tutti, nel commemorare le sue Omelie quotidianamente per un anno; così come presi spunto dal Decalogo che Papa Giovanni XXIII, Gioanì Bù per tutti, scrisse “Solo per oggi” perché si ricordasse di leggere e ripetere a se stesso ogni santo giorno dieci regole d’oro di vita… è uno spazio cui umilmente faccio dono ai lettori perché possano scrivere qualunque cosa desiderano per interagire con con me facendo parlare il loro cuore.
Trecentosessanta cinque più uno racconti, aneddoti di storie di vita reali e sempre dettate da cuore… a volte tristi, a volte serene… una mescolanza di stati d’animo che si associano ad ogni periodo dell’anno qualunque sia la situazione personale che si sta vivendo di ognuno… e per “ognuno” intendo i tanti personaggi che ho inserito nei miei racconti.
Questa lettura non parla di politica in genere, ma ne parla quando la politica tende ad opprimere il popolo con bandiere di colore sbagliato… che poi sbagliano anche molti ministri di Dio. perché l’uomo non è infallibile.
Questo mio scritto parla in prevalenza d’Amore espresso in tutte le sue ‘forme’, e che poi per me Dio. sia Amore, non influenzo mai nessuna persona che non non abbia la mia linea di pensiero e cerco di convergere sempre al Bene Comune… stacco la spina di tanto in tanto con un racconto che sa di romanzo ma pur sempre di vita vissuta dalle persone, solitamente divertenti e un poco intriganti, in oltre ho scritto di qualche mio modo di ‘vedere le cose’ che accadono alle persone nel mondo, quindi opinioni personali ma come sempre ho cercato di non impormi nel rispetto degli Altri, anche perché fermamente convinto che nessuno ha ragione dal momento che nessuno ha torto… la verità sta sempre nel mezzo dove tutti ci si possa incontrare.

P.S.

Dio. lo ‘punteggio’ sempre e riparto in minuscolo se la frase non è terminata… una persona esperta del settore ebbe a dirmi che è un “mio tratto distintivo”… molto più semplicemente io al contrario di tanti luminari “fisici teorici” che pensano che oltre “il buco nero” il nulla, penso che oltre il nulla c’è Dio. perciò per me e solo per me “punto” dopo averlo nominato.
Ringrazio per la cortese attenzione.

Annibale Bosis Carlessi.

Due vite su un treno che viaggia sui binari della vita.

Brando nacque nel cinquantuno del secolo scorso, Leonida nel cinquantotto, due vite su due binari… Brando ha patito la fame, e ha sempre idolatrato il padre nel bene e nel male nonostante avesse ricevuto da Lui pochissimo affetto che disperatamente compensava cercando di essere utile alla famiglia sin dall’età di sei anni. Leone ha sempre ‘mangiato’ a sazietà con il ‘libretto blu’ che negli anni sessanta e settanta serviva per “segnare” il debito quotidiano della bottega del pane e della mortadella.

Leone circondato d’affetto per quanto si ricordi di quella ancor tenera età, talmente tanto affetto che pur ancora non sapendo di amare infinitamente più la mamma, lo riversò nel padre imitandolo come se fosse stato un compito ereditato da geni cromosomici. Entrambi hanno ricevuto una scarsa educazione scolastica, Brando una educazione morale che perlopiù si è fatto da solo e Leone puro innocente amore che la mamma altro non gli seppe trasmettere… due vite ‘diverse’ tra loro, quanto simili in situazioni del vissuto, due persone che si sono incontrate più di settant’anni dopo per puro caso o per volere del nostro libro già scritto che alberga nell’anima da prima che noi nascessimo o per altro ancora e che ognuno dica la sua al riguardo.
Un bar gestito da una amica comune, Sara, e il loro incontro è sfociato in un amicizia confidenziale che in genere si acquisisce con il frequentarsi per anni tra due persone, come ci si innamorasse al primo incontro, nel senso puramente affettivo che lega due amici. Pochi giorni dopo la loro conoscenza, i due si erano fatte confidenze l’un l’altro che mancavano solo i segreti più reconditi. Così che Brando chiede all’amico Leone di scrivere la propria storia di vita perché fosse un lascito che voleva essere monito per i figli… Amare sempre il padre.
Leone che dopo avergli scritto il libro pensò a sua volta, sarebbe stato bello scrivesse una ‘contro storia’ che si accomunasse ad un altra storia di vita, in modo anche Lui potesse lasciare un ‘qualcosa’ al mondo, non a figli che non aveva avuto, ma sperava di compiacere più persone che in un domani avessero mai letto le loro vicende… un monito a non fare gli stessi errori… o di vivere ognuno come gli pare… ma saper tirare i remi in barca prima dell’arrivo di un temporale, un ultimo suo ricordo al mondo…. Anche Leone con il senno di poi disse e scrisse di amare il padre terreno in ricchezza e povertà quando questi è degno del suo ruolo…ma la madre gli insegnò solo a usare il cuore, è da allora più di tutto ama il Padre di tutti.
Ci sono altri milioni di milioni di vite che una è ‘diversa’ dall’altra per cultura, storia, usi e costumi. Milioni e milioni di sentimenti con nessuno uguale agli altri… come nessuna faccia o impronte digitali e nessun colore di pelle. Viaggiamo Tutti insieme sul treno della vita che corre su due binari… e non si sarebbero mai incontrati quei due “destini”, non fosse che sono arrivati in ‘stazione’.

BRuno “5”

Giusy era ed è una brava moglie, comprendeva ciò che per il meglio il cuore dovesse fare… avrà imparato dai suoi genitori che a ‘cuore’ non erano certo di meno della figlia, infatti dopo pochi mesi che eravamo sposati il papà ci consigliò di sistemare l’appartamento in casa loro sito al primo piano… così che non avremmo più dovuto pagare l’affitto, ringraziai commosso e la sera e nel tempo libero sistemai il piccolo ma confortevole appartamento… sala e cucina, una camera, un bagno e un sottoscala che fungeva da cantina e ripostiglio, pochi mesi dopo feci il mio primo trasloco da sposato, lasciammo l’appartamento in affitto e ci trasferimmo in casa dei genitori di Giusy per me quel trasloco fu un gioco, abituato com’ero a cambiare abitazioni era una cosa da niente… ero un ‘professionista’… In questo nuovo appartamento vivemmo per “3” anni, fino a un giorno che era di domenica, e tutti riuniti per pranzo, mio cognato Aldo, si rivolse a suo padre e gli disse… “papà perchè non dai il sottotetto a Giusy così che si possono sistemare in un ambiente più grande… non rimarranno sempre in due” Mio suocero senza pensarci troppo disse “ok! va bene” e ci vendettero il ‘solaio’ di ben 150mq. Lavorai tutte le sere dopo dieci ore di lavoro in cantiere, il sabato pomeriggio e tutte le domeniche che mi servirono per sistemare quel sottotetto e trasformarlo in una bellissima mansarda… un nuovo sogno da realizzare… la nostra casa… tutta nostra, di me Giusy e il bambino che le sarebbe nato di li a non molto… Giusy era incinta di Gilberto, altri problemi non cerano, Lei lavorava nel suo negozio e guadagnava bene, io anche e la vita procedeva che sembrava di volare.

Il “2” giugno del “1977” la mia vita cambiò radicalmente… ero in un corridoio dell’ospedale che attendevo fremente l’arrivo della cicogna, vidi arrivare l’infermiera con Gilberto in braccio nato da qualche minuto, il tempo di una pacca sul culo e… zac, via di taglio ombelicale e poi da me che l’emozione mi era scoppiata in lacrime… piansi e in quel momento giurai a me stesso che non avrebbe mancato di nulla di ciò che era mancato a me. Gilberto fu per noi la nostra stessa vita, rappresentava la nostra forza e il nostro coraggio, io non gli feci mancare mai nulla e tantomeno Giusy che è stata una mamma e moglie ‘perfetta’.

Io come solito occupavo la maggior parte del mio tempo per lavorare, questo costava il sacrificio di non poter giocare molto con mio figlio, ero troppo stanco per poterlo fare, ma penso comunque di essere stato un buon padre… vivevo per Lui e famiglia ”allargata”. Nel frattempo io lavoravo ancora per mio cognato Aldo, era il ”1979” ma anche ci andassi d’accordo, volli fare una ditta edile tutta mia, la mia giovanile ambizione me lo imponeva. L’impresa ebbe per nome gli omonimi dei nostri cognomi… ’nostri’, di me e il mio aiutante Levino da subito molto entusiasta di ‘entrare in società con me nella ”Pezzotta e Ravelli”.

Ebbi la fortuna di conoscere il sig. Benvi Acerbis, un architetto, Lui in passato mi vide lavorare in alcuni cantieri e seppe che avevo intrapreso il cammino imprenditoriale da autonomi. Venne da me e mi propose di ristrutturare casa del fratello, certamente risposi, avevo appena iniziato l’attività ed era manna che scendeva dal cielo e che benedicevo. La casa di mio fratello Franco Acerbis, si trova ad Albino… e fu li che ebbi il piacere di conoscere Franco, la cui amicizia resiste ancora.

La nostra impresa era composta da me il mio socio e mio padre che portavo con me per tenerlo lontano dal bere… mio padre si dava da fare sul cantiere, teneva pulito il nostro posto di lavoro, all’epoca aveva ”65”anni e era ancora robusto nonostante tutto ciò che aveva ‘provato’ nella vita. Se la cavava bene… quando si riusciva a tenerlo d’occhio, ma spesso eravamo troppo impegnati nel lavoro che facevamo per non accorgerci delle sue molteplici tracannate che dava di nascosto alla bottiglia di vino… nascosta dietro qualche angolo… e allora si che erano problemi! e capitava che lo portavo a casa a smaltire o continuare la sbornia.

Le nostre attrezzature erano ’poca roba’, ma piano piano la ditta si ingrandì e con lei crebbero anche attrezzature, mio padre era orgoglioso di me, non me lo diceva apertamente lo capivo dai suoi occhi e dai suoi sorrisi… per come la pensavo, non ero suo figlio, ma bensì suo ‘padre’, lo curavo e lo facevo stare bene come si fa con i propri figli.

Amavo mio padre, nonostante la ‘vitaccia’ che fece fare a me e ai suoi figli. E’ un brutto ricordo pensare a quando prima che mi sposassi, mio padre facesse soffrire me e tutti noi di famiglia, cento volte avrei voluto affrontarlo… addirittura per picchiarlo, tanta era la ‘rabbia’ che avevo in corpo, volle il cielo che non succedesse mai… mi ritraevo sempre all’ultimo momento… e oggi, sono fiero di non averlo mai fatto… orgoglioso di essermi sempre fermato per tempo, perchè Lui era mio padre, colui che pur sbagliando molto mi diede la ‘VITA’… ed è da questa vita che ho potuto vedere i miei figli nascere, crescere e sposarsi con le loro mogli a cui voglio un mondo di bene, soprattutto oggi che sono nonno di tre nipoti… Tommaso, Alessandro Lapo, Filippo Iago che amo alla follia… e per questo nonostante tutto non smetterò mai di ringraziare mio padre… è anche per Lui che tutto questo esiste… a oggi (“2023”) sono “29” anni che ‘manca’ ma non passa giorno senza una preghiera per papà.

Un anno con Giusy decidemmo che si sarebbe andati in vacanza all’isola d’Elba, parlando ognuno di dove si andasse in vacanza con l’amico Franco, (Acerbis a cui sistemai la casa di Albino) dissi che sarei appunto andato all’Elba, e Lui di rincalzo mi disse… perchè non vai in Sardegna a casa mia? La ho una villetta a San Teodoro… non ci pensai due volte, risposi subito di si.

Era l’estate del “1980” Giusy era incinta di sette mesi, aspettavamo l’arrivo di Alberto Gilberto. San Teodoro, un paesino di trecento anime esattamente in località Cala d’Ambra a “25” chilometri da Olbia, la villetta di Franco dava direttamente sul mare eravamo in un bellissimo posto. Il mattino dopo il nostro arrivo, appena svegli io e Giusy ci rendemmo conto che il tempo stranamente per quei luoghi era brutto… pioveva… del resto era di Maggio e non potendo andare al mare si fecero quattro passi e raggiungemmo il paese o piccolo borgo in questo caso, ‘non un anima viva’ per le strade… arrivammo in piazza e vidi un bar aperto, entrammo e facemmo colazione. Insieme a noi avventori, altre quattro persone sedute a un tavolo che giocavano a carte, appena fatta la prima colazione, mi avvicinai al loro tavolo e stetti un poco a guardarli mentre si destreggiavano carte in mano al loro gioco, dieci minuti dopo prima di andarmene, andai alla cassa e lasciai pagato quattro birre per i giocatori paesani del posto e uscii dal locale salutando cordialmente.

Il giorno dopo idem come sopra… tempo ‘brutto’ con pioggia e di nuovo andammo a fare colazione in quel bar, quel giorno non cera nessuno, bevuti i nostri caffè e cappuccino andai alla cassa per pagare, ma il gestore del bar mi disse di non preoccuparmi che era già stato tutto pagato. Non è possibile replicai… ci dev’essere un errore! ma non conoscendo nessuno in quel posto dove per la prima volta in vita nostra eravamo andati, non fu difficile capire che fossero state quelle brave persone che giocavano a carte e cui pagammo le birre… “4” birre pagaii e per “4” giorni noi trovammo il ‘tutto pagato’… vollero premiare il nostro ‘comportamento’ ma anche probabilmente vennero a conoscenza che abitavamo nel villino di Franco, il mio più che stimato amico che ce lo prestò.

Cala Ambra mi era entrata nel cuore, quel posto mi piaceva moltissimo… era un sogno tanto che cominciai a fantasticarci sopra… mi sarebbe piaciuto comprare un pezzo di terreno per la mia famiglia e fabbricarci sopra un villino tutto nostro… e perchè no, uno anche per Levino il mio socio. Con il trascorrere dei giorni qualche persona si conobbe, fra cui Ermanno, un ragazzo disabile che girava in carrozzina, fu subito amicizia, era una persona in ‘gamba’ fu a lui che mi rivolsi raccontandogli il mio sogno… questi disse di essere il fratello di Eugenio, il tecnico comunale del paese, avrebbe parlato con lui e si sarebbe visto il da farsi e poi m’avrebbe fatto sapere qualcosa. Il giorno dopo Eugenio stesso venne da me e mi chiese di cosa avessi bisogno, io risposi che mi sarebbe piaciuto acquistare un terreno per poterci costruire un paio di appartamenti… bene, prima che ve ne torniate al nord vi farò sapere disse. E fu di parola, Eugenio si ripresentò dopo qualche giorno e radioso mi disse che se mi fosse piaciuto, avrebbe trovato “10.000”mq. di terreno a “500” metri dal mare con un colore da ‘pelle d’oca’ che solo la Sardegna può dare…”5″chilometri di spiaggia ‘bianca’, ancora aggiunse che i proprietari volevano “75”milioni delle vecchie lire. Alche’ subito gli chiesi se il terreno fosse edificabile, e Eugenio rispose che se lo fosse stato bisognava si pagasse dieci volte tanto, ma mi assicurò che di li ad un anno si sarebbe reso edificabile… e lui questo lo sapeva essendo appunto un tecnico comunale… dissi, se sicuro? e rispose di si. Avendo ben visto quei luoghi che girai in lungo e in largo, la mia intuizione imprenditoriale unita all’esperienza mi fece pensare che sarebbe stato il ‘futuro’ di San Teodoro, ma mi presi comunque una quindicina di giorni per ben pensarci… tornammo a casa, parlai con Levino che subito mi disse che la decisione l’avrebbe lasciata a me, come del resto spesso faceva fidandosi del mio intuito… e del mio coraggio… ok!, la decisione spettava a me che in cuor mio avevo già deciso per il si… ma uno fra i problemi più ‘grossi’ da superare, ovviamente era il capitale da investire… soldi non ce n’erano.

Mi recai nella mia banca, chiesi al direttore se ci fosse la possibilità di avere quel denaro in prestito e mi rispose che con quattro scartoffie da compilare avrei ottenuto senza problemi il credito. Tornai in Sardegna acquistai il terreno nel contempo progettai su ‘carta’ un villaggio turistico di “35” unità abitative e presentai il progetto a Cagliari che era il capoluogo di competenza perchè dovessero esaminarlo per primi… ma era della ‘Regione’ l’ultima ‘parola’… e me lo bocciarono. Dovetti fare delle modifiche al progetto del villaggio e ripresentarlo nuovamente ma la ‘Regione’ lo bloccò un altra volta. Il proprietario era di Bergamo e in poche parole con l’avermi bloccato due volte il progetto mi stavano facendo capire che ci voleva qualcuno che ci desse una “mano”. Nel frattempo di tutti questi accadimenti, conobbi il più ‘grosso’ costruttore edile di Nuoro, diventammo amici da subito e vedendomi tribolare con la presentazione del progetto alle autorità competenti, un giorno venne da me e mi propose un affare… “dallo a me il tuo terreno… non ti preoccupare, risolverò io i problemi per i permessi che occorrono… tu mi vendi il terreno e io ti do il doppio di quanto l’hai pagato e aggiungo in permuta tre villette” un grande affare per me… per noi, quindi senza esitare più di tanto accettai. L’imprenditore edile ‘nuorese’ dopo solo pochi giorni iniziò la costruzione addirittura senza licenze di alcun tipo, altro poco tempo dopo era già in possesso di tutti i permessi approvati, firmati e timbrati per la realizzazione del progetto… lui aveva di certo chi gli desse una “mano”. Fu un buonissimo affare, oltre che aver guadagnato la stessa somma che investii, avemmo la casa vacanze dove per cinque anni i nostri figli si divertirono per lunghe vacanze estive e anche a disposizione un terzo villino per gli eventuali ospiti. Ogni volta che il lavoro me lo permetteva, li raggiungevo per passare con la famiglia momenti di spensieratezza e allegria.

Nel contempo di questi mesi passati al progetto, nacque nostro figlio Alberto… stessi battiti di cuore in gola, stesse paradisiache sensazioni, stesse emozioni che provai con la nascita di Gilberto, la famiglia aumentava, eravamo in “4”, con il numero aumentavano di conseguenza le mie responsabilità di capofamiglia.

In quei periodi di vita la mia amicizia con Franco aumentava con il passare del tempo… era sempre più forte! voglio dire che le persone che si incontrano nel cammino della nostra vita, non sono tutte uguali, hanno ‘caratteri’ e stili di vita diverse una dall’altra, certamente di animo buono tutte quante le persone, ma ciò non toglie che ci si debba sempre porre su ognuna qualche punto di ‘domanda’. Invece con Franco Acerbis dopo ben quarant’anni l’amicizia è più solida che mai e lui per me è un Vero Amico, Franco è sempre stato e ancora lo è una persona molto disponibile ad ascoltarmi, se avevo dei problemi da risolvere parlavo con Lui sapendo di interloquire con una persona di intelligenza superiore… unica, mi consigliava e se poteva mi dava volentieri una mano… per questo gli voglio bene come ad un fratello di sangue.

L’unica cosa che non andò per il verso giusto tra me e Franco, fu quando per gioco mi fece acquistare una moto da trial, quelle moto che si arrampicano anche sulle mura, mi portò in certi sentieri rocciosi che non mi capacito del perchè non mi sono mai rotto l’osso del collo. Lui era bravo con la moto, io ero un ‘pirla’ che lo assecondava… era un po’ come io gli avessi chiesto di “tirar su una casa” dalle fondamenta, finche’ un giorno mi mise davanti ad una catasta di bancali, io, con la moto sotto la montagna di legno che dovevo scalare aiutandomi con tutte le parti del corpo. Ovviamente caddi rovinosamente a terra con un ‘volo’ che nemmeno vi dico! casco moto e guanti… Franco rideva come un matto. Un giorno decidemmo di provare la monta del cavallo e ci recammo in un maneggio… ok. pronti via… uno di noi due montava Pachito, l’altro Tomoteo… pietosamente per chi legge voglio risparmiare l’epilogo di alcune vicende alquanto bizzarre che ci legano nei ricordi di quella specie di tentativo di montare a cavallo… insomma, il maestro di maneggio ci disse che non era cosa per noi montare a cavallo. Ma i due indomiti amiconi non demorsero, basta moto? basta cavallo? (che non s’era mai cominciato)… allora tutti in bici! Ok. comprammo la bici… prima sera partenza, dalla valle a Selvino… un altra volta andammo sempre dalla valle Seriana a Castione della Presolana, la terza dai monti al lago di Sarnico… la quarta volta… eravamo talmente stanchi da dichiararci quasi morti… abbiamo appeso le biciclette ai chiodi nel box e da allora non si sono più mosse.

Ma ciò che più contava non era il tipo di sport che decidevamo si dovesse praticare, contavano più di tutto le abbuffate in allegria e le risate a crepapelle che facevamo insieme… insieme io e quella bella persona di Franco… non mi sono mai posto delle ‘domande’ su di Lui, o forse l’ho fatto ma nemmeno mi ricordo, non cera bisogno che mi ponessi troppe domande su Franco era ed è vera amicizia la nostra, fatta di stima e bene reciproco… farei qualsiasi cosa per Lui, gli voglio bene.

Ricordo che una volta Franco mi volle insistentemente portare in Perù, organizzava gare di moto desiderò che io e Giusy accompagnassimo lui e la moglie… tutto ben organizzato… arrivati a Lima andammo in albergo per rinfrescarci e riposare quel poco dal viaggio, la mattina seguente partimmo a bordo di una corriera e dopo molte ore di viaggio dove si costeggiò il mare e si poteva vedere un paesaggio mozzafiato arrivammo in una città di cui ora mi sfugge il nome… non era che poco tempo trascorso dal nostro arrivo che all’improvviso sentimmo tremare la terra sotto i piedi, un terremoto di una violenza inaudita si abbatte’ su quel territorio e ovviamente sulla città dove ci trovavamo, il mare con onde altissime aveva straripato e invaso la costa inghiottendo completamente la strada che avevamo da poco percorso e tutti i villaggi che trovò sul suo cammino. Noi grazie a Dio. non subimmo alcun danno se non lo spavento più grande della nostra vita e il giorno dopo potemmo rassicurare al telefono tutte le persone che preoccupate avevano saputo di quel disastro immane che trasmisero ai telegiornali in Italia. Ma la vita per noi proseguiva e addirittura il giorno seguente salimmo a bordo di un aereo con destinazione Cuzco che si trova a “4.000” metri di altitudine rispetto al mare… L’aereo parte, stava rollando sulla pista e prese velocità ma un scoppio lo fece bruscamente fermare, era scoppiata una gomma del ‘carrello’, il pilota molto abile riuscì a fermare quel bestione con le ali, ripararono la gomma e ripartimmo.

Arrivati a Cusco andammo verso l’albergo ma ci rendemmo subito conto di fare molta fatica a respirare, a quella quota respirano solo i locali mangiando foglie di coca. Il mattino seguente Franco aveva da impostare la sua gara motociclistica, lo aiutai quel poco che vi riuscii, ma presto lasciai perdere… non si respirava proprio, allora con alcuni amici di viaggio, perlopiù meccanici e piloti al seguito si decise di andare a Machu Picchu con un pulmino almeno non avremmo fatto sforzi eccessivi da toglierci il fiato… il fiato ce lo tolse il paesaggio di indescrivibile bellezza che ci si presentò dinanzi al nostro arrivo… ma purtroppo questa volta senza metafore, il giorno seguente la mia Giusy non riusciva a respirare, fu ricoverata in un ospedale dove gli somministrarono delle flebo, ma le ‘rogne’ spesso vanno a braccetto e la stessa sorte capitò il pomeriggio stesso alla moglie di Franco e fu così che ci portarono tutti quanti in una località marina… praticamente da quota “4.000” a quota zero… e lì finalmente siamo stati tutti bene.

Ritornammo in Italia io, mia moglie e la moglie di Franco, Lui ci raggiunse a ‘competizione ultimata’ qualche giorno dopo. Ripresi i lavori che avevo temporaneamente abbandonati e non fu facile perchè eravamo oberati da tante commissioni… di lavoro appunto… ci serviva altra manodopera qualificata, chiesi a mio fratello di unirsi a noi… lui era già occupato come capo cantiere in una grossa impresa edile con sede a Milano, ma buon sangue non mente e mi disse si, vengo con voi. Ero contentissimo, mio fratello di suo era già un ottimo capocantiere… oserei dire un eccellente capo cantiere, non avrei potuto desiderare avere di meglio. poi chiesi anche a tutti i miei ex caposquadra muratori, di venire nella mia impresa, risposero all’unanimità anch’essi di si e divennero nostri dipendenti.

Mio padre era contento di tutto questo “movimento d’impresa”… contento e orgoglioso… di tanto in tanto veniva al cantiere e rivolgendosi a chiunque dei miei dipendenti vi lavorasse non perdeva occasione di dire che Bruno era suo figlio… lo diceva a tutti… io lo lasciavo fare… era il suo orgoglio venire sui cantieri per dire a tutti che era il padre del “padrone”. Intanto, costruimmo e ultimammo venti appartamenti, uno di questi lo arredai di tutto punto, fatto ciò chiamai mamma e papà li feci entrare nell’appartamento arredato, misi le chiavi di casa in mano a mio padre e dissi loro, questa è casa vostra e mai più nessuno ve la porterà via… piansero di felicità. Non contento di aver fatto questo, un giorno andai a Brusaporto esattamente alla mia casa materna, dove i miei genitori hanno vissuto probabilmente i ‘momenti peggiori’… giorni di disperazione e ancor più tristi per il ricordo che da li ci sfrattarono senza tanti complimenti famiglia e “quattro stracci compresi nel prezzo”. Avrei fatto qualsiasi cosa pur che mi si vendesse quella casa carica di ricordi strazianti… avrei desiderato dire a quei ricordi che erano loro ora a doversene, sfrattati, come noi un tempo… per far posto a accadimenti infinitamente più belli… allora mi rivolsi ad un signore che stava sull’uscio d’ingresso e chiesi… scusi, è in vendita questa casa, lui subito rispose no! l’ho da poco comperata io e non la vendo… rincalzai a viva voce dicendo, non so quanto l’ha pagata caro signore, e non mi interessa saperlo, io le offro il doppio di quanto lei mi dirà aver pagato casa sua… quasi pregandolo gli dissi, qui sono nato e ho vissuto parte della mia infanzia con i miei genitori… è importante per me… per favore… ma il proprietario scusandosi mi rispose che sua moglie c’era molto affezionata a quella casa e evidentemente non aveva nemmeno bisogno di denaro dal momento che categoricamente rifiutò la mia generosa offerta. Ci rimasi male… molto male… un ‘cruccio’ che ancora mi porto dentro e proprio non mi va giù. Non sono riuscito a realizzare un sogno che più che per me, sarebbe servito ai miei genitori per ripagarli almeno in parte dalle umiliazioni e sofferenze che hanno subito nel passato. Anche m’avesse fatto male il rifiuto d’acquisto di quella casa, mi consolò il fatto che comunque i miei genitori li avevo sistemati ‘bene’… c’era anche un pezzo di terreno nella casa dove li avevo alloggiati come proprietari legittimi, mio padre aveva un gran passione nel coltivare l’orto e anche in questo l’accontentai.

La domenica si andava da loro a mangiare con tutta la famiglia al completo… io Giusy e figli, a mio padre brillavano gli occhi quando vedeva i suoi adorati nipoti, li acchiappava abbracciandoli forte a se, ma loro divincolandosi tentavano di scappare perchè spesso il nonno aveva la barba incolta da qualche giorno e gli pungeva i visini, ma lo stesso erano contenti di essere dai nonni. Mio papà voleva molto bene a Giusy, quando aveva bisogno di ‘qualcosa’, chiedeva sempre di Lei e Giusy accorreva contraccambiando con il medesimo affetto. A pranzo di domenica noi famiglia si andava anche dai miei suoceri, mi hanno sempre considerato come un figlio e a me faceva sempre un gran piacere andare a trovarli per stare un po’ con loro. Oltre la loro casa i nonni materni avevano anche una piccola graziosa casa in collina che aveva iniziato a costruire mio cognato Franco, anche noi parenti contribuimmo di tanto in tanto a dare una mano perchè si finisse, ma quando poi mio suocero andò in pensione, con calma finì di fare le rifiniture per bene e terminati i lavori era più il tempo che passavano nella casa in collina che nella casa al paese, del resto era una meraviglia fermarsi sul patio d’ingresso ad ammirare il panorama che si estendeva al basso dello sguardo e la casa padronale preferivano vederla dall’alto sparsa insieme al resto del paese, bastava alzare un poco lo sguardo e il panorama era spettacolare, cielo e monti all’orizzonte e verde tutt’intorno… Ho sempre voluto bene alla famiglia di Giusy.

Si era nel “1981” e nel frattempo la vita scorreva con tutto che finalmente andava bene, il lavoro andava bene, costruivamo palazzi per le persone che ci avrebbero abitato e villette a schiera per noi… nel senso che le vendevamo privatamente non come le palazzine che erano commissioni per comuni o terzi… a tempo perso, si fa per dire, seguivo la mia adorata Sardegna, molti fine settimana erano dedicati ai tanti amici che mi ero fatto con il tempo in quella meravigliosa isola, e anche fossi lì per rilassarmi s’era sparsa la voce che ero un costruttore dal successo sempre più crescente e mi venivano proposti “affari” d’ogni tipo in tema di compravendita o di costruzione’. In una occasione, per esempio, mi proposero un terreno di nuovo a San Teodoro, lo acquistai, ci costruii sopra una grande casa di tre appartamenti tutti indipendenti con giardino annesso per ognuno di loro. Rivestii quella casa con ‘pietra sarda’, quella che sembra toscana per la tonalità del colore beige ‘chiaro’, ma di altra forma di pietra da posare… il risultato fu a dir poco strepitoso, tanto bello vedere quella casa rivestita con pietre della sua stessa terra che davano un ‘tocco’ di storia alla “tonalità” delle geometrie moderne e arredi annessi. Un trionfo di arte edile, non per nulla tutti i piccoli e grandi ‘costruttori edili, copiarono la mia idea e rivestirono le loro costruzioni con pietra sarda. Come già detto, avevo tanti amici in Sardegna, nutrivano rispetto della mia persona… e io della loro perchè da subito ho iniziato a frequentarli sapendo di essere “a casa loro”, quindi sapevo come comportarmi, un ospite che si comporta da tale e non avanza nessuna pretesa se non gentilmente offerta come mi succedeva accadere per le proposte di lavoro che mi venivano fatte… e dopo ‘l’affare fatto’, tutto sfociava nel ritrovarci in allegria a mangiar ‘porceddù’ e seadas al miele. Quando gli amici mi invitarono al loro desco per amicizia pura, mi fecero mangiare di tutto… dalla carne di pecora, e forse qualche sua interiora, a formaggi tipici del luogo e non mancava il pesce cucinato in mille modi… ma la zuppa… la zuppa “gallurese” era da premio ‘Oscar’.

Mia moglie con i nostri figli passarono molto tempo in Sardegna, poi dalle villette, traslocammo nella grande casa che avevo rivestito con la famosa ‘pietra’ e li vi passammo un altra decina d’anni, fino a che nel “1992” ebbi l’ennesima buona occasione di poter costruire un villaggio a Muragheddù dove manco a dirlo, tanto per non cambiare si vendette fino all’ultimo mattone posato… non molto tempo dopo, mi fu commissionata la costruzione di una villa in Costa Smeralda, esattamente in località ‘Cugnana’che ovviamente realizzammo con il massimo della professionalità.

Ma tornando sui ricordi in quel di Bergamo, nel “1993” mio padre morì, fortunatamente confortato da tutti i suoi cari che gli stettero vicino sino all’ultimo suo istante di vita… spirò proprio fra le mie braccia… ma la vita dovette continuare e si doveva andare avanti a lavorare nel miglior modo possibile… unico mio cruccio era che per carattere non so dire mai di no a chi mi tende una mano in cerca d’aiuto… non ero capace dire di no e nonostante avessi aiutato molte persone, qualcuna di queste nemmeno mi rivolge più il saluto, ma sono fiero comunque di ciò che ho fatto e se avessi l’occasione divina di poter riavvolgere il nastro della mia vita, rifarei esattamente tutto quello che ho fatto… ne più, ne meno… perchè caratterialmente sono ‘un buono’ e spesso il Cielo mette alla prova i buoni caricandoli di responsabilità sempre più grandi… perchè se da buoni sulla terra, non si venisse premiati, vi sarà il premio più ambito di tutti nello ‘spazio infinito’ e ciò non può che portare bene a me e soprattutto alla mia famiglia… e mio padre e mia madre, anche “la” sarebbero orgogliosi di me. Il più tardi possibile, non andrò al cospetto di Dio. con la paura, perchè da quel peccatore che sono come tutti, quel poco o tanto che avrò fatto in questa vita, l’avrò fatto con il cuore… perciò con amore e quando le cose sono fatte con questi sentimenti nell’animo, e impossibile sbagliare irrimediabilmente.

E per ora il mio raccontarmi finisce qui, gli altri trent’anni che sono seguiti alle vicende che ho raccontato ai e per i miei figli li racconterò in una seconda raccolta, adesso ho voluto dir loro di come ha vissuto l’infanzia il loro papà, come ho vissuto la mia adolescenza… e questo per far si che possano capire la differenza che c’è stata tra la mia gioventù e la loro… che possano capire quel che ho fatto per mio padre e per la famiglia, che possano sentirsi orgogliosi di avermi avuto come padre… questo per me è importantissimo, l’unico sollievo e che i miei figli capiscano tutto questo, perchè io sono stato, sono e sarò traumatizzato per tutta la vita, e darei qualunque cosa per poter dimenticare, ma non ci riesco proprio a cancellare, fame, paure, angosce, dolori e pianti… e tutto si riunisce in un unico grande dolore che mi porterò con me finche avrò respiro…

Bruno ”4”

“14” anni capofamiglia, ma andiamo avanti nella storia della mia vita, avevo anche lì, ancora a Scanzorosciate amici ’nuovi’ e amici di vecchia data, del resto i nostri frequenti spostamenti di casa, erano tutti pressoché vicini come distanza e più ci facevamo grandi, più le distanze diminuivano. La domenica passavo volentieri qualche ora con loro, e una di queste andammo in un paese vicino che saranno state due miglia… Villa di Serio, conobbi una ragazzina tutto pepe di nome Giusy, la rividi per qualche domenica ancora e non più per molto tempo, ma pochi sguardi e qualche suo sorriso mi rimasero indelebilmente nel cuore per sempre. Il resto della vita era il ”normale” inferno quotidiano con mio padre che accendeva la miccia del fuoco ogni giorno, mia madre che piangeva, mia sorella e mio fratellino che piangevano, entrare ogni giorno in quella casa… era sentirmi morire dentro ogni volta, lavorare ”14” ore al giorno non era solo essere il capofamiglia era anche evadere da quell’incubo a occhi aperti che avrei evitato lavorando.

Molte domeniche invece, volevo andare con gli amici ma non avevo una lira in tasca, spesso mi incamminavo verso il paese, naturalmente a piedi una volta arrivato facevo il mio pianto di nascosto e tornavo sui miei passi per casa… e questo nonostante lavorassi ”14” anche ”15” ore al giorno. Mia sorella cominciò in quel periodo trovò lavoro presso una camiceria e anche Lei si rese utile per quel ’poco’ al benessere della famiglia, unico piccolo cruccio e che si comprava qualche vestito nuovo per non sfigurare con le amiche, era bella mia sorella e la bellezza è vanità quando si è molto giovani e comunque almeno, come detto contribuiva quel ’poco alla famiglia ed era un bene… mio fratello minore Mauro era ancora troppo piccolo per aiutare in casa con uno stipendio e su di Lui ancora non si poteva ‘contare’.

La mia sola grande consolazione a quel tempo, era ascoltare le canzoni di Gianni Morandi, imitavo alla perfezione la sua “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” cosi come sapevo ben cantare tutte le sue canzoni, fu cosi che all’età di ”16” anni con alcuni amici decidemmo di creare un ’complesso’ che così si chiamavano i gruppi che si riunivano per suonare degli strumenti musicali… si intitolò The Baster. Io suonavo la chitarra che ancora oggi non ricordo come feci a comperarmela e naturalmente cantavo appunto le canzoni del mio idolo canoro Morandi. Era la mia boa di salvataggio imitare quell’uomo dalle grandi mani come grande era il suo cuore, l’unico sollievo da una vita di sacrifici… unico baluardo di serenità che mi permetteva di risollevare lo spirito quel poco per continuare ad andare avanti in una vita amara come il fiele. Tra le mille difficoltà dovevo anche fare i conti con il vedere i miei amici che scorrazzavano allegramente con i loro motorini nuovi fiammanti, sempre felici e contenti… e anche salissi di tanto in tanto sulle loro moto, io sempre con il motore dei miei piedi. Un giorno di ‘prove’ di musica con il gruppo The Baster, lo marinai… non ci andai quel giorno all’appuntamento con gli amici a fare le prove di canto e musica con loro, destino fortuito, decisi di andare al paese vicino per rivedere quella ragazzina di nome Giusy che mi aveva stregato il cuore. Quel giorno avevo di che pagarmi l’ingresso al cinema e lì la cercai… al cinematografo del suo paese, entrai in sala e la cercai con lo sguardo trovandola dopo pochi minuti seduta da sola in una poltrona, mi avvicinai e entrando nella ’fila’ di poltrone e mi chinai verso di Lei… le chiesi se potessi sedermi e mi ripose di sì. La prima cosa che mi venne da chiedergli era se avesse il fidanzato, Giusy mi disse sì… gelandomi il sangue nelle vene, ma subito riprese dicendo che però la storia d’amore era finita… meno male pensai… e mi tornò il respiro regolare e da quel momento iniziò la nostra storia d’amore vero. Lei era bella, è bella ancora la mia Giusy, ma ne sto parlando al passato… Lei era bella e corteggiata da un nugolo di ragazzi. Io ero preoccupato per non avere la moto come gli altri corteggiatori e anche per questo motivo mi sentivo svantaggiato… nemmeno una bici avevo, solo le mie gambe e il mio bell’aspetto, portavo capelli lunghi, ribelli a quel tempo, suonavo la chitarra e cantavo e avevo anche io ragazzine smaniose di mettersi con me e questo mi aiutava nella lotta da tenere a bada gli ’avversari’. Ricordo che le ragazzine che mi corteggiavano speravano che litigassi con Giusy che era diventata la mia fidanzata ‘ufficiale’, così che una di loro potesse ambire ad ’avermi’… ma io amavo Giusy e non cera posto per nessun altra nel mio cuore, dal momento in cui mi presentai in quel cinema, Lei divenne l’unico scopo della mia vita.

La nonna di Giusy abitava a Scanzorosciate, vicino a dove io lavoravo e tutti i giorni gli portavo il pane sperando di vedere il mio amore che le faceva visita all’ora in cui io di solito arrivavo. Era l’occasione di qualche minuto per potergli parlare di una qualsiasi cosa… anche ingenua e stupida, mi riempivo d’orgoglio quando la nonna diceva a Giusy che ero l’uomo che avrebbe dovuto sposare… ”sposalo, è un bravo ragazzo, con Lui che fa il fornaio, non ti mancherà mai ogni giorno il pane sulla tavola”… mentre la nonna gli diceva queste cose, dentro di me mi dicevo… se sapesse la vita grama che faccio, la Giusy non me la faresti più vedere. La Giusy era la mia forza, rappresentava il mio coraggio e la mia determinazione, era il nuovo pilastro che sorreggeva tutto il mio animo, per Lei riuscii ad andare avanti… e la nostra storia d’amore continuò.

Nel frattempo di questi accadimenti, mio fratellino Mauro iniziò a lavorare anch’egli come aiutante parrucchiere che al tempo si diceva ’barbiere’, sempre a Scanzorosciate, anche Lui era fatalmente e diligentemente entrato nel mondo del lavoro… altro prezioso aiuto per la famiglia, anche se comunque soldi in casa non ce n’erano mai abbastanza… era ’dura’ la vita che si noi si stava vivendo… tanto opprimente che mi stava ‘uccidendo’.

Il mio solo svago e ‘consolazione’ era quando la sera andavo dalla mia Giusy. Conobbi la sua famiglia e ricordo la futura suocera che si meravigliava del fatto che ogni sera andassi a piedi da Scanzorosciate a Villa di Serio, vergognandomi, mentendo, risposi che avevo moto e bici ma evidentemente capi pietosamente la mia ingenua bugia e la mamma di Giusy si offrì di prestarmi la sua bici affinché potessi andare avanti e indietro dal paese dove vivevo… finché una sera, invece che con la bici prestata di andare subito da Giusy, decisi di fermarmi per qualche minuto al bar del paese per salutare gli amici, appoggiai la bici al muro e entrai nel locale per non più di ”5” minuti… uscii… e la bici sparita d’incanto… rubata. Ancora una volta la fortuna mi aveva voltato le spalle lasciandomi sconsolato nel terrore di dover giustificare la mancanza della bici… chi lo andava a dire a mia suocera!? Trovai il coraggio e la sera dopo andai a piedi da Giusy e lo dissi a sua madre… signora! mi hanno rubato la bici… con mia grande meraviglia mi rispose di non preoccuparmi e che potevo stare tranquillo, magari disse, la ritroveremo. Anche il fratello di Giusy non disse nulla, con lui ci frequentammo da buoni amici per molto tempo andammo molto d’accordo con Franco passai dei bei momenti di serenità… era un bravo ragazzo.

Ma la ‘tegola’ più grande che mi cadde in testa in quel periodo, fu la ‘chiamata militare’, il soldato in tempo di pace e subito il pensiero che gravoso mi assali fu alla mia famiglia… come avrebbe fatto a sopravvivere senza di me? allora decisi di chiedere la ’liquidazione’ per i miei anni di lavoro al mio ’capo’ che mi diede senza fiatare le ”600”lire che mi spettavano a conti fatti. Era una bella somma a quei tempi, dovevo solo decidere a chi li avrei affidati perchè venissero distribuiti alla famiglia di mano a mano che questa ne avesse di bisogno… la solita fortuna che ancora non si era decisa a girarsi verso me, fece si che decidessi di affidare la mia ’liquidazione’ ad un mio futuro cognato, il fidanzato di mia sorella che dopo aver dato qualche volta qualche soldo a mia madre e a me, pensò bene di dissipare tutti i miei sudati risparmi nel gioco. speravo invece che ne avrebbe fatto buon uso delle mie fatiche ma aveva quel maledetto vizio e io e famiglia ci ritrovammo come sempre in brache di tela… li avrei potuti affidare a Giusy quei denari… stupido che altro non ero! Le avessi affidate a Lei quelle benedette ”600”lire… ma una maggior saggezza da parte mia non era ancora contemplata nello scritto del mio destino… e sbagliai.

Iniziai a fare il ‘soldato’, mi mandarono in Sardegna nella città di Sassari, una fortuna nelle sfortune, a me la Sardegna piaceva molto, uno dei motivi principali al che mi piacesse era per prima cosa che c’era il mare e non gli odiati monti, e non ultimo motivo che ero un tifoso di calcio del Cagliari e il mio calciatore preferito militava nelle sue file… il grande Gigi Riva… il bomber dei bomber.

Feci felicemente i primi “3” mesi in quell’isola, mi piaceva molto stare in quella caserma militare, e altri”12″ mesi successivi mi trasferirono a Padova. Ovunque mi mandassero, la vita ‘militare mi faceva un baffo’ rispetto alle difficoltà che quotidianamente dovevo affrontare con la mia famiglia… per sostenerla, per sopportarla, per amarla come ogni ‘vero’ figlio si deve comportare con la propria, ecco che allora il mio pensiero era sempre tristemente rivolto al papà, la mamma, e i fratelli… come avrebbero potuto ‘tirare avanti’ senza il mio sostegno.

Caserma militare di Sassari… dopo pochi che fui li trasferito, i commilitoni organizzarono con il permesso degli ufficiali di comando, un ‘piccolo’ spettacolo musicale, un mini festival che per loro era come fosse l’edizione musicale di San Remo. Qualcuno seppe delle mie ‘modeste’ ma sincere doti canore, o forse fui io stesso a dirlo… tanto fa che mi chiesero di partecipare come cantante. Lo spettacolo prevedeva anche la straordinaria partecipazione di Gianni Pettenati, il cantante che aveva inciso “bandiera gialla”… vieni quiii che qui si ballaaaa ed il tempo voleràààà… non bastasse c’era anche un componente dei New Trolls, il sottotenente stesso venne da me ‘rincarando la dose’ e mi chiese gentilmente di partecipare dicendomi pure che se l’avessi fatto avrei potuto vincere una vacanza premio di una settimana… in cui io pensai che avrei potuto abbracciare i miei cari e constatare le loro ‘condizioni’ di spirito e ancor prima di salute… accettai… Ok! ci sto! Ero molto preoccupato, Gianni e il ‘tipo dei New Trolls erano professionisti, io al massimo avevo cantato in osterie e feste di quartiere nei cotili delle cascine e cantavo per lo più per dimenticare gli affanni… ma Loro con me, in una grande sala su di un bel palco intonarono e cantarono alcune belle canzoni… bravi… bravissimi. Quand’è che arrivò il mio turno canoro e inutile possa descrivere il mio stato d’animo… era come avessi messo la testa in un alveare, ma cantai non una… ben cinque canzoni di Gianni Morandi. Piacque al tutto il pubblico di militari e civili tanto da applaudire come avevano fatto con i ‘big’ che mi avevano preceduto… un successo!!! Finito il concerto andai subito in branda e dormii… il mattino seguente che erano le nove, mi fece ‘chiamare’ il mio capitano in persona nel suo ufficio, comunicandomi che avevo ben vinto i fatidici sette giorni di licenza premio. Finalmente potei verificare come stava la mia famiglia, e con grande sollievo, vidi che se la cavavano decentemente, molto meglio di quanto immaginassi… meno male… in quel momento non esisteva altra alternativa che quella.

Tornai a Sassari e passati i tre mesi di “car” fui trasferito a Padova. Dalla ‘brace alla padella’ in questo caso, perchè se mi ero trovato bene in Sardegna, non mi trovai di certo meno bene a Padova… anzi mi “imboscai” che in gergo militare significa andare in un posto da privilegiati… saltare marcie e adunate scomode, mangiare molto e bene e soprattutto avere due giorni di permesso garantito una volta al mese. Mi misero come addetto alla mensa ufficiali… stavo bene, mangiavo, non bevevo alcolici, non fumavo e lavoravo poco… che a come ero abituato era niente… meglio di così!
Il mese di giugno il nostro plotone venne mandato ad Asiago, fu preludio di un brutto periodo da passare nell’odiata montagna, per questo ricordavo la ’colonia di Piazzatorre… pensai ci sono di nuovo! invece non fu un disastro annunciato, al contrario mi trovai bene ad Asiago, conobbi alcune persone del paese bravi ragazzi e ragazze compreso un vigile municipale con cui strinsi una bella amicizia.

Finalmente la fine di questa specie di riposo forzato e non molto tempo dopo, a casa! congedo illimitato. Mi piacque Asiago e i suoi luoghi, addirittura qualche mese dopo il mio ritorno a casa, ci portai Giusy per una breve vacanza… a Lei la montagna piaceva e piace tanto e io non perdevo occasione per mostrargli posti nuovi e gente ’nuova’. Non a caso in quei giorni cera una delle manifestazioni canore più importanti della musica leggera… il Festivalbar con appresso uno stuolo di cantanti di ”grido”. L’amico vigile mi fu gradito rivederlo… ci fece entrare proprio nei camerini dei cantanti, io e Giusy ci siamo visto e sentito l’emozione del canto dal vivo… talmente dal ’vivo’ che a spettacolo finito, uscimmo con i cantanti stessi mischiandoci tra loro. La folla di ragazze e ragazzi fuori dal locale, aspettava sorniona l’uscita dei ’vip’ e chiedevano l’autografo a tutti, quando fu il turno di Giusy d’uscire allo ’scoperto’ un nugolo di persone gli si accalcò addosso pretendendo un autografo… non sapevano se fosse o meno una cantante o una ’vip’, ma la sua avvenenza non lasciava dubbi dal pensare che fosse una ’stella’… Lei, Giusy, era riluttante, si vergognava di fregiarsi di un titolo non suo per davvero, io la avvicinai e gli dissi… fagli questi benedetti autografi che così ce ne andiamo! e Lei firmò, si firmò Giusy e a tutti quelli che volevano capire di che cantante si trattasse non gli rimase che dire… non so chi è, ma so che è molto bella… ma alla fine ci liberammo e viaaa.

Finita la vacanza tornammo a casa, e io ripresi a fare quello che da poco avevo interrotto, il muratore ma questa volta a tempo pieno e non frapposto dal lavoro di fornaio che avevo totalmente abbandonato, lavorai con Aldo, mio cognato, il fratello di Giusy. Lui aveva una piccola impresa edile e stetti con Lui per un paio d’anni. Ricordo che dopo pochi mesi nella sua impresa edile, comprai da un altro mio cognato, Battista, una Fiat 500, ovviamente usata che mi costò ”300”mila lire, ma siccome era difficile potessi non avere una ’disgrazia’ da aggiungere a metà del mio primo anno di società, ecco apparire all’orizzonte il triste filmato di un altro sfratto di casa… ci spostammo in una cascina non molto lontano, in mezzo ai prati e vicino al cascinale dei miei amici di quando avevo ”10”anni. Era lontana dal centro del paese, ma per me non era più un grosso problema, tiravo la levetta d’avviamento della mia ”500” tra i sedili e andavo dove volevo, anche se la maggior parte del mio tempo libero la trascorrevo nella famiglia di Giusy che mi accolse come fossi stato un figlio. La trovavo pace e serenità che sempre mi son mancate, da Loro stavo bene, mangiavo bene, fu alla loro tavola che per la prima volta assaggiai e mangiai prosciutto cotto… letteralmente la prima volta, non sapevo che nemmeno cosa fosse e se esistesse il prosciutto cotto fino ad allora.

Due anni circa lavorai con il fratello di Giusy, poi venni contattato da i miei ”vecchi capi squadra edili”, quelli che quando avevo ”10/11”anni mi prendevano a calci in culo per farmi imparare il mestiere. Una sera mi invitarono da loro per farmi la proposta di andare a lavorare con loro… non come operaio ma come socio in affari… un artigiano come loro. Accettai questa nuova avventura con il solito spirito gagliardo che mi contraddistingueva, i mie colleghi artigiani avevano una quindicina di anni più di me che ne avevo ”22” e cominciammo a lavorare come ”matti”, in una grossa impresa di Bergamo. Lavoravamo a ’cottimo’ cioè tanti metri di muro fatti, tanti soldi si prendevano… il lavoro che più mi rimase impresso fu a Castine della Presolana, costruimmo l’hotel Presolana e parecchie ville, per lo più ’seconde case’ intorno a questo Albergo, tutte di proprietà della banca Popolare di Bergamo che oggi nel “2022” nemmeno si chiama più in questo modo.

Avevamo un capo cantiere che a sua volta era ’comandato’ da un ingegnere che non era del tutto contento del suo operato, finché questo capo cantiere di li a non molto tempo andò in pensione per raggiunti limiti d’età e fu rimpiazzato da altri capi squadra… ma ancora non era soddisfatto del tutto. Avrebbe voluto una persona veramente responsabile, di cui si sarebbe potuto fidare ciecamente, una persona in grado di gestire ”50” uomini tanti eravamo a lavorare per quella ditta.

Una mattina fui chiamato nell’ufficio dell’ingegnere, senza tanti preamboli mi disse se volevo essere io quel ’capo cantiere’ tanto sospirato… mi stupii della sua scelta che ovviamente dopo qualche minuto di sbigottimento mi rese fiero e orgoglioso… ma comunque gli dissi… perché proprio io ingegnere, i miei soci hanno più anzianità di servizio e con esperienza maggiore della mia quindi a mio avviso più meritevoli… ma l’ingegnere disse di avermi osservato lavorare a mia insaputa e ribadì che se volevo sarei stato io il suo capo cantiere… aveva scelto me, per rispetto verso i miei soci gli risposi che gli avrei al più presto fatto avere una risposta… non prima che mi fossi consultato con appunto i miei ’soci’. Ci parlai con i ’soci’, qualcuno la prese bene, altri meno bene, ma giocoforza l’ingegnere aveva scelto me e non rimaneva molta scelta di decisione e perciò alla fine dissero all’unanimità, ok se te la senti fallo Tu Bruno il capo cantiere.

Io ero un buon lavoratore, un buon muratore, ma avevo anche attitudine al comando essendo che esercitavo una sorta di psicologia con i miei operai, sapevo quello che uno a differenza di un altro, sarebbe stato un grado di svolgere un determinato lavoro, così che erano contenti loro e lo ero anch’io e l’ingegnere… insomma me la cavavo bene, non avevo paura di niente, tutti si lavorava in serena tranquillità. Ricordo che un bravo muratore da noi percepiva circa ”200” mila lire al mese… io arrivavo a prendere ”600” mila lire… il triplo, erano tanti soldi allora e finalmente potevo organizzare la mia vita, non dimentico della famiglia ovviamente e fu così che potei progettare il mio matrimonio. Era il ”1974” del mese di giugno, io e Giusy ci sposammo in una grotta sita in un piccolo paese del bergamasco in una località montana, Sant’ Omobono imagna, era la grotta della Madonna della ’Corna Busa’ ’buco nella roccia’ in dialetto. Quel bel giorno ci accompagnò mio cognato con la sua bella Wolfhagen cabriolet e ’decapottati’ mi portò appena fuori l’ingresso dell’altare della grotta. Stetti ad aspettare Giusy come ancora oggi per buon gusto si conviene, inutile descriva le emozioni del momento, se mi avessero sparato rimanendo ritto in piedi, avrei detto… smettetela di sparare petardi. Giusy arrivò, era Bellissima, più di sempre! rimasi incantato nel vederla arrivare e una strana impressione mi si stampò sul viso… che altro non voleva dire che stupore e ammirazione, ma Giusy chissà per quale bizzarro motivo, interpretò quello ’sguardo’ in qualcosa di negativo, pensò, mi disse poi, che non l’avrei più voluta sposare… niente di più lontano dai miei reali pensieri, non aspettavo altro che venisse quel benedetto giorno in cui avrei coronato il mio sogno d’amore… ancora oggi, il sogno più importante e bello della mia vita… Giusy.

Fu una bellissima giornata, con tanti amici e parenti che con loro dopo la cerimonia nuziale, ci spostammo dalla val d’Imagna alla valle Seriana. Andammo tutti al grazioso altipiano di Clusone e il pranzo di nozze lo festeggiammo mangiando e brindando in grande allegria all’hotel Europa dello stesso paese.

Alla ’grotta’ mio padre prima della cerimonia era già ‘su di giri’, lo ‘tenevo d’occhio’ come si suol dire, ma nemmeno più di tanto ero giustamente preso dal mio matrimonio… avevo altro da pensare quel giorno. Ci sposammo di lunedì perché Giusy aveva un negozio di parrucchiera e lavorando per se, non aveva personale che potesse rimpiazzarla di sabato, giorno principe dei matrimoni a quei tempi. Il sabato precedente al nostro matrimonio del lunedì, si sposarono invece dei nostri cari amici, così che di comune accordo ci accordammo perché aspettassero me e Giusy per tutti insieme andare in viaggio di nozze… ma mica in un posto qualsiasi, il ’papà’ era già uno ’avanti’ allora, e portai la mamma insieme agli amici sposi in Costa Azzurra, la costa marina più bella della Francia.

Tutti felici partimmo il giorno dopo il nostro giuramento davanti a Dio. e la Madonna e le nostre coscienze, era la mattina di un martedì, un altro cognato ci prestò la sua Fiat 127 e iniziammo il viaggio più lungo che avessimo mai fatto prima… mai così lontano… ricordo che prima di arrivare alla frontiera francese, seguendo il consiglio dei nostri parenti in Italia, nascondemmo i soldi che avevamo con noi temendo ce li avrebbero sequestrati perché era una discreta somma, ma passammo dogana e frontiera senza intoppi. Eravamo diretti da alcuni cugini di mio suocero che vivevano a Tolone, una città vicina a Saint Tropez, ci ospitarono per tutti i dieci giorni della nostra permanenza in un appartamento al piano terra… piccolo ma grazioso, mentre i nostri amici erano alloggiati in una casa a una decina di metri dalla nostra… si era vicinissimi al mare, non avevo mai visto luoghi e posti tanto belli in tutta la mia vita e che mi trovassi un gran bene lo disse la bilancia… partii di “65” Kg. e tornai a casa in Italia che ne pesavo ben “74”… forse per la prima volta mi ero davvero rilassato… non fosse finita la vacanza dopo dieci giorni ma dopo qualche mese, sarei tornato obeso! Con i nostri parenti ricordo che abbiamo fatto mangiate pantagrueliche, una sera mangiai “cento” ostriche che prima d’allora nemmeno sapevo della loro esistenza… come il prosciutto cotto che mangiai in casa di Giusy qualche tempo prima… certo erano ‘salti di qualità’ enormi se si pensa che qualche anno prima mangiavo farinaccio per i vitelli e foglie a forma di trifoglio sulla strada che portava da casa al paese…

Con gli amici e compagni di viaggio Mario e Terry, girammo in lungo e in largo tutta la costa Azzurra fino a Monte Carlo, ci divertimmo tantissimo. Poi dopo i dieci giorni di pausa matrimoniale come tutto era cominciato dovette finire e ci fu il ritorno in Italia, la prima cosa che feci fu di andare a vedere come se la passava la mia famiglia, sistemai qualche problema che ormai non era più cosi grave da impedirmi di risolvere, i soldi non mi mancavano più e un aiuto era solo una questione di poco tempo da dedicargli, io ero contento e loro pure.

Ricordo con orgoglio che ci sposammo il ”3” Giugno e il ”27” dello stesso mese acquistai la mia ’vera’ prima automobile, un ’maggiolone’ nero cabriolet con capote bianca… era come viaggiassi in Ferrari oggi… la pagai ”2.700.000” mila lire, di cui ”1.700.000”lire in contanti e firmai dieci cambiali da ”100.000” mila lire per la differenza, inoltre avevamo un bell’appartamento in affitto e via… di nuovo in ’campo’! Mia moglie sapeva che aiutavo ancora i miei genitori e i miei fratelli, ma non diceva nulla… anzi era felice che io lo facessi.

Bruno ”3”

E così, altro trasloco con mio padre che camminandogli davanti trainava sulle spalle le due staffe di legno del carro che raccoglieva povere masserizie e qualche mobile che definirli tali era un eufemismo… mia madre e noi ragazzi si stava dietro il carro per spingerlo aiutando il povero cavallo sobbarcato dal peso di tutto ciò che possedevamo… così alla ’buona’… dimessi al nostro sempre difficile vivere. Strada facendo mentre spingevo anch’io per quel che potevo, sognavo ad occhi aperti che la “nuova” abitazione fosse circondata da alberi da frutto, come fu la nostra prima casa nativa di Brusaporto. Dopo ore di viaggio a piedi che servirono per percorrere i 7/8 chilometri che da Seriate ci portarono a Scanzorosciate arrivammo nella cascina ”öl casinet” omonimo dialettale di piccola cascina. Ad aspettarci c’era il ”padrone di turno”, il proprietario del cascinale. Ricordo che mentre questi parlava con mio padre, io rimasi a bocca aperta ad ammirare quella fiammante Fiat Topolino parcheggiata in mezzo al cortile… non gli tolsi gli occhi di dosso, non avevo mai visto da vicino un automobile e il proprietario che era poi il proprietario, vedendomi così stupito mi chiese se volessi fare un giro e prima ancora di avergli risposto di si ero già con un mano sulla maniglia cromata di quella magnifica ”Topolino”. Mi fece fare un bellissimo giro, ringraziai e fui felice di quell’accoglienza preludio (speravo) di buona convivenza reciproca tra noi famiglia e il proprietario stesso.

Vicino alla nostra nuova collocazione cerano altre cascine a Scanzorosciate, fu li che iniziai la “4” elementare vedevo dei ragazzi su per giù della mia età che vi scorrazzavano contenti, vennero a salutarmi nei giorni successivi al nostro arrivo, erano curiosi di capire chi fossimo e da dove venissimo così che con il tempo diventammo amici.

La scuola non mi interessava proprio, mi piaceva di più pensare al lavoro che ancora oggi ritengo che una non si può esimere dall’altra e fu per questo che da subito cominciai a pensare a quello… il lavoro che peraltro mi permetteva di aiutare la famiglia, così mi diedi subito da fare per cercarne uno. Un giorno mi recai in una cascina vicino alla mia e entrato nel suo cortile tra l’ilarità scatenata dalla mia presenza di alcune donne che parlottavano sotto una pianta, chiesi all’uomo di casa se potesse darmi un lavoro da svolgere dopo la scuola. Quell’uomo era un falegname e subito mosso forse da compassione mi disse che avrebbe gradito il mio aiuto il pomeriggio, avrei dovuto rassettare e pulire il magazzino laboratorio che egli gestiva, iniziai il giorno dopo, alle ”13” immediatamente dopo la scuola dopo che le lezioni finivano giusto giusto un quarto d’ora prima, per questo motivo non avevo il tempo materiale di mangiare e mi recavo al lavoro diligente come sempre. Le donne di quella casa di falegnami, spesso mi offrivano del cibo, ben sapendo che non avevo mangiato e io mentendo per orgoglio e educazione rispondevo loro che avevo già mangiato, ma non credendomi addentavo un panino con un ”qualcosa” che mi davano per mangiare.

Ero felice, avevo il mio lavoro e la scuola era un optional a cui non tenevo un gran che. Tutto bene in quel ennesimo trasferimento forzato, ma la ”cosa” che mi rodeva di più in petto, era sentire sempre e comunque il ritorno la sera a casa, gli stessi problemi, mio padre che con la scusante di conoscere il nuovo vicinato, passava di cascina in cascina a portare un saluto, ma non era che il pretesto per poter bere un bicchiere di vino…. anche due che gli veniva offerto dai nuovi vicini, ergo, mia madre piangeva e noi figli si era tutti costantemente preoccupati. Era inutile passassi personalmente dai vicini di casa per dir loro di non dare da bere a mio padre, questi non avevano il coraggio di rifiutare un bicchiere di vino ad un vicino, e mio padre continuava a bere e sbraitare la sera rincasando ubriaco. Un giorno presi coraggio e mi rivolsi a mio papà dicendogli… perché fai così?… si, dai, ho capito! diceva… ma nulla cambiava in positivo, devo almeno ammettere che mio padre nonostante tutto almeno non era violento e non ha mai picchiato mamma e figli. Era alcoolizzato, aveva bisogno di bere per scacciare i suoi demoni molto ricorrenti, quando non beveva era la più brava persona al mondo, grande lavoratore che non conosceva fatica… quando non beveva… per questo non prendeva il salario come tutti, il “padrone” per quel poco che faceva gli condonava l’affitto… era almeno un qualcosa di importante per la nostra famiglia.

Mio padre era una persona intelligente e fondamentalmente buona e nonostante tutto, non so perché ma gli ho sempre voluto bene… più che a mia madre… l’ho sempre rispettavo anche molte volte non lo meritasse.

Altro pensiero ricorre a mio fratello minore Mauro, un bravo fratellino che a Scanzorosciate cominciò ad andare all’asilo ma ahimè senza il grembiule con il fiocco azzurro, non ricordo il frangente di qualcuno che mi disse che a Ranica, un paese distante pochi chilometri dal mio esisteva un capannone dove molte persone vi portavano degli stracci e indumenti lisi che buttavano via. Un sabato pomeriggio che non lavorai, mi lavai muso e ascelle e andai a piedi, ovviamente, in quel di Ranica, cercai quel capannone tanto chiacchierato e per fortuna lo trovai, con il permesso del portinaio, subito mi buttai a capofitto su un mucchio di vestiti dismessi, rovistando freneticamente tra loro, trovai un grembiulino che non sembrava nemmeno fosse usato… solo stropicciato. Con qualche soldo della mia paghetta settimanale pagai l’agognato grembiule per il mio adorato fratellino e orgogliosamente glielo diedi una volta rincasato la sera, ricordo di avergli detto che anche Lui ora aveva di che essere orgoglioso di andare all’asilo vestito come tutti gli altri bambini… lo meritava, Mauro come me e Giacomo era un bravissimo bambino.

Non pago di andare a scuola e di pomeriggio lavorare in falegnameria, nelle lunghe sere d’estate quando le giornate se ne vanno a dormire molto tardi, io dopo cena andavo nei campi, cercavo scatolette di latta o tubetti in alluminio… facevo una raccolta settimanale e di fine settimana li vendevo per guadagnare ancora qualche spicciolo così che quell’anno non solo mi feci la mia prima vera Santa Lucia, ma la feci anche per Mauro, comprai dei giocattoli di cui nemmeno ricordo cosa fossero, ma ben ricordo che fecero felici tutti e due.

Ero bravo nel cercarmi lavori e lavoretti, mi davo molto da fare, ma non ero altrettanto bravo nello studio… i compiti non li facevo quasi mai, non ne avevo ne la voglia ne il tempo per poterli fare, del resto la maestra che ben conosceva la mia situazione era più che indulgente e soprassedeva spesso alle mie mancanze, almeno ero piuttosto ’sveglio’ e quel poco studio che facevo mi veniva bene. Brava la maestra con me, anche se inconsapevolmente mi faceva un gran male quando in classe parlava di me ai compagni dicendo loro che andavo compreso perché venivo da una famiglia bisognosa… povera, e puntualmente mi vergognavo come chi avesse rubato delle mele al mercato che a quei tempi era cosa gravissima. Risultato era che i giorni seguenti qualcuno dei miei compagni mi portava da mangiare delle merendine, ma io che non sono stupido le rifiutavo con la solita scusa che a casa ne avevo già mangiato avendo capito che non era altruismo gratuito ma bensì mi offrivano cibo per farsi belli agli occhi delle ragazzine della scuola, perciò era umiliante, e orgoglioso com’ero, e come penso di esserlo tuttora, dimostravo di non aver bisogno dei loro ’caritatevoli gesti cavandomela da solo…

Non mi faceva stare bene essere considerato il ’povero’ della classe e ci stavo male, ancor più perchè nella mia classe c’era una ragazzina che mi piaceva un sacco, ma questa per accentuare di più il mio malessere, prediligeva i sorrisi di altri ragazzini ’benestanti’. Mi arrabbiavo spesso per queste cose, in particolar modo un giorno, così che il mattino seguente che la notte piovve a dirotto, invece che andare a scuola ed esserci per le ”8.30”, andai di buon ora a lumache e lucertole giallastre che sembravano ramarri. Avevo tutto nelle tasche, lumache e ’lucertoloni’ vivi compresi, arrivai a scuola alle ”10” del mattino, a quell’ora le maestre si riunivano in un altra sala della scuola per fare la loro ricreazione e parlottare fra loro mangiando una pasta per colazione, lasciando ognuna al proprio ”capoclasse” ( che era il solito ”secchione lecchino”) il compito di sorvegliare che tutto fosse tranquillo e non si facesse molto baccano.
Ed erano le ”10”, la maestra non c’era e arriva ’lui’, il capoclasse che io se potevo ogni giorno l’avrei fatto salire su il più alto degli olmi e l’avrei gettato di sotto tanto mi stava sulle ”scatole”… non lo potevo vedere proprio, e lui, proprio l’odiato compagno mi chiese il perché del mio ritardo, senza risposta lo presi per le spalle e lo girai di colpo e gli diedi un ‘calcione’ in culo tanto forte che penso lo ricordi ancora adesso, poi mi sedetti sulla scrivania della maestra e ammonivo tutti di stare zitti, ero io in quel momento per rabbia e per dispetto, l’autoproclamato ’capoclasse’. Qualcuno parlava comunque, sopratutto le ragazze così toglievo di tasca lumache e lucertole tirandogliele addosso, le ragazzine gridavano per la paura e i maschi erano visibilmente intimoriti, non avrei di certo guadagnato la loro stima ma a me non importava perché sapevo che comunque sarei rimasto l’emarginato povero della classe, almeno nutrivano un sentimento vero nei miei confronti… avevano paura.

Ma un quarto d’ora dopo, puntuale, la maestra rientrò in classe e mi colse in flagrante seduto alla sua scrivania, guardò storto me e rivolse subito lo sguardo al ”lecchino secchione” per cercare una risposta al ”lecchino secchione” che ben felice fu di spiattellare spesso esagerando come andarono i fatti in quel tempo di pausa ricreativa. La maestra infuriata mi mandò via immediatamente, e io fui ben felice di andare subito al lavoro nella falegnameria invece che a casa.

Dopo l’accaduto alcuni giorni dopo la maestra fece recapitare a casa dai miei una lettera in cui v’era scritto del mio comportamento violento e diceva inoltre che per questo tutti i ragazzini e ragazzine avevano paura di me, io non ero affatto cattivo, era il loro sguardo di commiserazione che mi faceva male di più che il calcio in culo che diedi al ’capoclasse’. Forse quella volta esagerai, ma ancora oggi non mi sono pentito di aver fatto ciò che feci. Mia madre fu convocata alla scuola dalla maestra per parlare un po’ del mio comportamento e chiedergli di punirmi e invitarmi ad essere più bravo e buono… e tutto sembrò tornare come prima… in apparenza perché tutti da allora mi stettero alla larga isolandomi se possibile ancor più di prima.

Per mia fortuna la sera venivano a trovarmi i miei nuovi amici del vicinato, giocavo con loro ed ero contento come una “pasqua”, poi tutti nella stalla a mangiare il ‘farinaccio’ nei sacchi destinato come foraggio per i vitelli… era buono e dolciastro e spesso la mia cena era quella così che in casa ci rimanessi il meno possibile lasciandomi alle spalle per qualche ora i soliti, non ignoti, problemi della famiglia.

Laciavo alle spalle per qualche ora i problemi di famiglia, ma ’quelli’ mi attanagliavano alla gola e non mi volevano mollare, infatti un altro sfratto era dietro la porta… ci mandarono via di nuovo, fummo trasferiti in una frazione di scanzorosciate, Tribulina, alla cascina ”mafioil”così denominata dal abbreviativo in dialetto bergamasco del cognome dei propietari…vicina ma sempre troppo lontana dai miei affetti. Altri pianti per giorni e giorni e poi tutto da ricostruire un altra volta, stessi problemi e vita forzata nuova, intanto il tempo passava e con lui aumentava il mio vergognarsi per la nostra situazione.

Logicamente fui accompagnato da altre disgrazie, mia mamma esasperata dal comportamento di mio padre, decise di farlo ricoverare in ospedale per disintossicarsi, e fin lì niente di male se non si pensasse al fatto che l’’ospedale altri non era che il manicomio di Seriate che confinava di pochi metri da Bergamo. Ovviamente altro motivo di grande vergogna per me che da quando fu ricoverato papà, i ragazzi del posto e vicinato compreso, presero a chiamarmi ”ôl matì”, il piccolo matto… perché quello grande di matto era di conseguenza papà.
Io, sempre inquieto e ’nervoso’ come pochi… non sapevo dove sbattere la testa e il mio stato d’animo aveva rasentato la terra.

‘Marchiato ôl matì’, che lo stesso la buona e brava gente ignorante non aveva altro di che parlare, avessero quei genitori pensato di più all’educazione dei loro figli, non mi avrebbero etichettato ôl matì, il matto piccolo, forse quella gente era troppo impegnata a lavorare e non ne rimaneva per educare i figli, e forse ancora loro stessi non avevano ricevuto alcuna educazioni da genitori nati nella metà degli”800”.
Ci soffrivo comunque e lo stesso volevo e pretendevo rispetto… era il mio unico modo per dire loro che non ero matto ma spesso se non sempre, migliore di loro, in fondo non desideravo che essere spensierato e felice come tutti i miei amici… sereni.

Mio padre in ospedale, o manicomio, dove si mischiavano i pazienti alcolizzati con persone mentalmente squilibrate, e io piccolo testardo, per fortuna incallito ottimista, piangevo ma andavo avanti per la mia strada e la domenica era andare a trovare il papà in ospedale.

Percorrevo ”10” chilometri di cammino per raggiungere Seriate, ma era bello vedere l’entusiasmo di mio padre che da sobrio vedendomi arrivare mi correva incontro, mi abbracciava e mi baciava… uno dei ricordi più belli della mia vita, ricordo che porterò con me quanto mi rimanga per grazia da vivere… era tutto ciò che avessi sempre voluto, baci e abbracci dai miei genitori.

Papà mi venne incontro e mi abbracciò, ce ne fu d’avanzo per scatenare il mio buon cuore, e gli dissi, ti porto via da qua, ti porto via papà, parlerò con i dottori e ti farò uscire. Andai dai dottori, parlai con loro della volontà di portare a casa il genitore, mi gurdarono da capo a piedi come fossi un loro paziente matto… voglio portare a casa mio padre! Questi impietositi e comunque sbigottiti dalla richiesta fatta da un ragazzino di ”10”anni, mi dissero che data la mia tenera età non avrei potuto firmare alcun che documento di congedo ospedaliero, e repentino risposi loro… porterò mio fratello Giacomo a firmare per il papà… la meraviglia trasparve dai volti dei dottori, la mia determinazione li aveva stupiti.

Tornai a casa, subito chiesi di Giacomo che di anni ne aveva ”21” e lacrime agli occhi che mi scendevano a rivoli dalle guance raccontai come andò all’ospedale qualche ora prima. Anche mio fratello voleva che papà tornasse… Giacomo portiamo a casa nostro padre! mi ascoltò e andò a firmare e papà tornò a casa. Ho voluto tanto bene a Giacomo, senza di lui la famiglia non avrebbe mangiato tutti i giorni e son ’cose’ che non si dimenticano.

Mio padre tornò e con lui tutti i suoi stati d’animo che ingannevole aveva sopito nell’ospedale-manicomio, quindi, tutto tornò come prima in un battibaleno. Mio fratello Giacomo non era più il pilastro della mia rettitudine, non ne aveva più il tempo, quel poco che aveva da dedicarmi adesso era a giusta ragione speso per la fidanzata che andava a trovare con la sua luccicante ”90” Mundial, una motocicletta tutta grinta… bellissima. Andava a prendere la sua Anna a Seriate dove due sfratti prima l’aveva conosciuta… questo tutte le sere… tempo per me non de n’era più… io a casa a sopportare la solita litania di accadimenti che sempre erano tristemente legati alla figura di un padre che beveva molto… troppo, respiravo attraverso le mura la tristezza di quei momenti.

Con il tempo mio padre tornò in ospedale anche per altre ragioni, per ben tre volte si trattò di meningite e grazie al suo fisico robusto se la cavò ogni volta brillantemente. I dottori si meravigliavano che un uomo potesse sopportare tanto, era normale che a ogni ricovero, mio padre veniva privato dell’alcool e per un alcolizzato e lo stesso che togliere dun botto la droga a un tossico dipendente… e un dolore non dolore più forte di qualunque dolore…

La vita a casa per altre faccende era sempre la stessa, compreso il fatto che io tutte le mattine mi dovessi alzare alle ”5”, andare a piedi dal fornaio che distava ”3” chilometri, prendere il pane per la famiglia che di li a poco Giacomo si sarebbe alzato per andare al lavoro che iniziava alle ”6”. Perché poi mandassero solo me dal fornaio e non la mamma o altri fratelli… non l’ho mai capita! La strada era buia a quell’ora, faceva molto freddo… avevo paura ma ci andavo tutti i giorni. Ricordo che il fornaio a volte si rifiutava di darmi il pane dicendomi che eravamo in arretrato nel pagarlo da ”2”… a volte ”3” mesi, forse per questo i ’grandi di casa’ non andavano dal fornaio al posto mio! Io rispondevo al fornaio che di li a pochi mesi avrei trovato un lavoro, gli dissi di non preoccuparsi che il pane glielo avrei pagato… e così feci, dopo pochi mesi iniziai a lavorare, avevo finito la quarta elementare a scuola, mi rimandarono, ma non mi importava della ’scuola’ iniziai a lavorare.

E tutte le mattine di buonora che era sempre buio d’estate che d’inverno, in sella alla moto abbracciato a mio fratello che la guidava si andava al cantiere… mi sentivo un ‘ometto’ di tutto rispetto. Ricordo la squadra composta da muratori che per insegnarmi il mestiere picchiavano duro… e gridavano e letteralmente erano calci in culo per ogni sciocchezza o disattenzione. Solita storia, ”60” anni fa nessuno era veramente cattivo… solo molto ignorante e da questa ignoranza nasceva il pensare di fare bene ad educare al lavoro un ragazzo con calci in culo e scappellotti che ti facevano rosse le orecchie per ore. Persino mio fratello Giacomo mi rimproverava brutalmente per ogni minima mancanza, quando addirittura non mi rifilava un ceffone o calcio in culo. A star con lo zoppo si impara a zoppicare e a star con gli ignoranti non si impara nulla… ma anche Lui, mio fratello, per ignoranza si adattava all’ignoranza… e io sopportavo… come sempre e andavo avanti, dritto per ciò che il pensiero mi diceva, che mi ispirava… forse un pò più avanti dell’ignoranza che trovavo sulla mia strada.

Portavo secchi di ferro che pesavano quanto la calce e cemento, che cera dentro, “stabilitura” a spalla e in poco tempo avevo a destra e sinistra, due bei bolli di pelle scorticata dalla calce… spalle ’bruciate’, mia madre la sera di tutti i giorni, mi ungeva un unguento per medicarmi… a volte piangeva mentre lo faceva. Ripensandoci era la sua più grande manifestazione d’amore nei miei confronti, abbracci e coccole Lei non le sapeva fare, mi regalava un dono più grande… pianse di tenerezza per me, ma non lo sapevo, ora lo so.

Le piaghe sulle spalle erano grandi, ma più grande era la mia determinazione… l’imperativo era lavorare e guadagnare per la famiglia, lo stipendio a fine mese.

Con il passare del tempo capii il perché venivo picchiato dai muratori compreso mio fratello! per esempio per farmi notare dagli altri che ero ‘veloce’ nel lavoro, facevo le scale per consegnare la ”stabilitura”, ma per scendere usavo il ponteggio che abbarbica il fabbricato, come fossi una scimmia scendevo a capocollo. I muratori, aspettavano l’ora di pranzo e tutti riuniti nella ’baracca’ per un frugale pasto, era il momento dei calci in culo e… botte per la mia indisciplinatezza… così che non mangiavo e andavo a fare il mio pianto in solitaria nel cortile del cantiere accanto alla betoniera.

Altre volte quando non le ’prendevo’, mangiavo in ”5” minuti per poi correre sul posto di lavoro degli operai che servivo da manovale, e ”fratazza” alla mano sinistra con la destra ci spalmavo una abbondante “cazzuolata di stabilitura” e via, che provavo a buttare calce e cemento come finitura sulle pareti di mattoni. Intonacavo da me per imparare il mestiere… o meglio, per ’rubarlo’, all’epoca il mestiere non te lo imparavi perché ogni maestro era geloso della sua professione. Gelosia e ignoranza, gli imperativi che vigevano all’ora negli animi degli uomini… e io non capivo… mi stupivo e non capivo… volevo imparare in fretta, bolle sulle spalle di pelle scorticata dalla calce e pedate nel sedere a tutto spiano non hanno mai fermato l’impeto di lavorare… meglio degli altri, più delle altri muratori.

Ricordo di un episodio ’curioso’ e bello nel contempo, ero in un cantiere di Bergamo, proprio al centro della città, poco prima dell’ora di pranzo, i miei ’capi’ mi ordinarono di andare a comperare cibo e bevande, nel mentre che camminavo per strada, una signora affacciata al suo terrazzo, mi chiamò con un cenno di mano, guardai verso Lei che mi disse di salire un attimo in casa che aveva qualcosa per me. Io mi vergognai, ero, sporco e lercio come pochi, ma come mio solito non ci pensai due volte e salii le scale che mi portarono al cospetto della ’signora’ gentile… subito mi fece accomodare e mi disse io ho un sacco di magie e pantaloni che ti potrebbero andar bene se li vuoi… come risposta non aprii bocca, mi tolsi tutti i panni stracciati che indossavo e mi vestii con pantaloni e maglia nuova. Quella signora buttò nella spazzatura i miei vestiti e mi vestì ”della festa” che cosi s’usava dire quando si era agghindati di tutto punto per una ricorrenza come andare alla messa la domenica, il giorno di riposo anche degli animali. Tornai sul posto di lavoro con le cibarie vestito di tutto punto, mi guardarono tutti meravigliati e increduli, spiegai loro come andò la vicenda e questi scoppiarono tutti in fragorose risate… anche Giacomo rise molto.

Con mio fratello andai sui cantieri per due anni, finché un giorno si era a Villa d’Almè e si intonacava le facciate di casa, passò da quelle parti un ragazzo, proprio sulla strada che costeggiava la casa, io ero indaffarato a lavorare al primo piano sopra il ponteggio, lui da sotto mi canzonava e ridacchiava scherzandomi, lo fece per alcuni giorni e io stavo calmo e portavo pazienza. Un giorno che per me era una giornata storta per non mi ricordo quale motivo, il ragazzo passò e ancora si divertì a scherzarmi con versacci e smorfie da ‘prendi in giro’… persi la calma e senza fare le scale per scendere dal piano che mi trovavo, con due sbalzi scivolai giù da ponteggio, corsi in strada afferrai il ragazzo per il collo della maglia che indossava e gli diedi tante botte che dopo mi dolsero mani e braccia. Mio fratello Giacomo dal ponteggio vide tutta la scena e invece che semplicemente ammonirmi bonariamente, mi picchiò a sua volta… fu l’ultima volta che gli permisi di farlo. Lo guardai rabbiosamente negli occhi e gli dissi… tra noi finisce qua ma ricordati bene, quando sarò più grande ti restituirò tutte le botte che mi hai dato… ti picchierò anch’io e girandogli le spalle me ne andai.

Da Villa d’Almè mi incamminai a grandi passi verso la vicina Bergamo, “4” km. e dopo la lunga via Baioni incontrai la torretta del Galgario e da li raggiunsi Piazza S.Anna, mi ritrovai senza volerlo di fronte a una panetteria… panificio Vanotti, usciva dalla porta che si apriva di tanto in tanto che entrava un cliente, un profumo di pane che aggiunto alla fame che notoriamente avevo, mi stordì i sensi… mi sentii come attirato dal quel paradisiaco profumo e come per incanto entrai, mi rivolsi a un signore che ’serviva’ di dietro il bancone e guardando all’insù per raggiungere il suo sguardo senza esitare gli chiesi se avessero bisogno di un aiutante tuttofare… il bottegaio mi fece alcune domande poi si consultò per pochi minuti con altre persone che con lui gestivano bottega, venne da me al centro del negozio e mi disse di si, ero assunto seduta stante. Telefonarono ad una vicina di casa mia che chiamò all’apparecchio mia madre, gli dissi in due parole ciò che era accaduto un paio d’ore prima con Giacomo e chiesi il permesso di lavorare presso quel fornaio… acconsentì. Rimanevo in quella famiglia di fornai tutta la settimana e oltre la paga quella gente mi dava vitto e alloggio che poi altri non era che la soffitta di casa e tra un mucchio di scatoloni avevano messo una branda dove io mi coricavo per dormire… avevo ”12” anni e iniziavo la notte alle ”3” fino alle ”13”, il pomeriggio tra le “17” e le ”20” riposo e cena…”carosello” e a nanna alle ”9”… dieci ore di duro lavoro semi notturno da lunedì a sabato, tornavo a casa solo la domenica… feci quella vita fino ai ”14” anni.

Nel frattempo altro sfratto… che ormai lo racconto come un episodio scontato, altri problemi che non sto più nemmeno a raccontare si aggiunsero al fatto che di li a poco mio fratello Giacomo decise di sposarsi con la sua fidanzata. Tornammo ancora a Scanzorosciate in una piccola cascina di quattro stanze, due al piano terra e due al piano rialzato, era a ridosso di una grande fabbrica che produceva e ancora produce, prodotti chimici, ma non ci vivevo più di tanto in quella casa perché ci tornavo solo di domenica da Bergamo.

Mio fratello si sposò, se fino ad allora mi sentivo responsabile per la famiglia, adesso di fatto a ”14”anni ero divenuto il capofamiglia. Successe che dopo quel periodo di tempo in cui lavoravo a Bergamo, una domenica mi venne a trovare il fornaio del mio paese, mi chiese di lavorare per lui… mi presi una settimana di tempo per potergli rispondere, ero stanco di dormire in una soffitta tra quattro scatoloni polverosi da solo, inoltre capii che senza Giacomo ormai sposo e via di casa, dovevo badare da solo anche ai miei genitori… e dopo una settimana il fornaio del paese tornò per la mia risposta che fu positiva, accettai quel nuovo lavoro pensando anche al fatto che cosi avrei lavorato dal nuovo ”padrone” dalle ”3” di notte fino alle ”12” e dalle ”13” alle ”18” avrei potuto lavorare come muratore che in fondo era la mia vera passione… doppio lavoro, doppio stipendio, e la famiglia continuava a mangiare ogni giorno anche senza Giacomo, così che nel contempo ricevesse da me anche qualche ’calcio in culo’ morale.

Il fornaio di Bergamo venne per un mese intero a casa per tentare di convincermi a tornare da lui, ma gli spiegai delle mie nuove esigente e a malincuore capì… oramai avevo preso la mia decisione, caparbio e concreto come sono sempre stato feci quello che mi ero prefisso… per il bene della famiglia… come solito, anche se questo ben sapevo mi sarebbe costato ”14” ore di lavoro al giorno… a ”14”anni!

Questa nuova vita da fornaio-muratore durò per “4anni e mezzo”, fino alla ’chiamata’ militare, senza perdessi mai un sol giorno di lavoro, non avevo altra scelta dentro di me, io ero il capofamiglia e così pensavo fosse giusto dover fare.

Perciò ripresi anche la vita di casa, se così posso dire delle poche ore che mi rimanevano di libertà dopo il lavoro… bella casa! nel cortile giravano certi topi che sembrava un formicaio che si spargeva a ruota libera, ricordo che quando all’inizio della nuova abitazione mio fratello era ancora accasato con noi, con una fucilata a pallettoni ne uccise ”17” di topi… in un colpo solo! stavano mangiando il mangime delle due o tre galline che avevamo, io quella volta contai almeno una cinquantina di topi intorno a loro. Oltre ai topi bisognava si facesse i conti con la pioggia, si dovevano mettere secchi e bacinelle per cercare di contenere l’acqua che trapassava dal tetto fradicio e malconcio della cascina.


Per tornare sul ’discorso’ topi, una sera mio fratello Giacomo ci venne in visita con la giovane sposa e non so per quale motivo, dopo cena decisero di rimanere a dormire da noi. Io dormii con mamma, mia sorella e mio fratellino, tutti assieme nel lettone, all’improvviso non so per quale motivo mi svegliai nel cuore della notte di soprassalto e vidi un topo sulla faccia di mia cognata Anna, ovviamente anche lei si svegliò con un grido di spavento che non vi dico! non ricordo mia cognata e mio fratello fossero venuti ancora da noi a dormire… non credo.

Bruno (2)

Ricordo che un giorno la settimana arrivava in cascina una signora di bell’aspetto con un cesto sottobraccio.
Veniva a piedi dal paese e nel cesto portava delle ”spagnolette” di filo di lana e non so cos’altro, ma quello che importava per noi bambini del contenuto di quella cesta non erano le ”spagnolette” ne altro che potesse contenere… a noi interessava solo il momento in cui quella signora tirava fuori da quella cesta per noi… biscottini freschi freschi di forno, non vi posso esprimere con parole la felicità che provavo… un biscotto per ogni bambino. Forse per ciò che quando era il giorno che sapevamo arrivasse quella signora, la aspettavamo ore prima sotto una pianta di un grande fico e quando la si intravedeva di lontano arrivare, sembrava come la scena dei pastorelli della Basella che aspettavano l’arrivo della Madonna che avrebbe indicato loro una preziosissima fonte e li accanto chiese si edificasse il Santuario a Lei dedicato.

Il fico quale stavamo sotto per ripararci dal sole o dalla pioggia quando aspettavamo uno (se non l’unico) dei momenti più belli in settimana… i biscottini, ebbene per non farci mancare nulla in fatto di disgrazie, mia mamma un giorno vi salì per raccogliere i fichi che sarebbero serviti per pranzo o cena di quel giorno, un ramo si ruppe e Lei cadde rovinosamente a terra rompendosi non ricordo quale ossa del corpo e per questo si fece alcuni giorni di letto, per grazia guarì presto.

Anche io con mia cugina Maria rischiammo di morire senza si fosse saliti su nessun albero.
Era all’incirca il 1956 avevo quasi ”5”anni, stavamo passeggiando nei campi, nei pressi del piccolo castello di Rocca del Colle ad un certo momento sentimmo il rombo di un aereo che volando si avvicinava a noi e poco dopo lo vedemmo. Volava basso, troppo basso… notammo che il pilota sventolava un fazzoletto bianco o qualcosa del genere fuori dal finestrino, seppi giorni dopo che era per dare un saluto in modo ’originale’ alla sua fidanzata che abitava nei pressi ed era appena stata felicemente dimessa dall’ospedale dove era in cura per malattia… ma quell’aviatore innamorato volava basso, più basso addirittura della torre del castello che era nella sua traiettoria di volo… un boato e lo schianto! Il piccolo velivolo schiantandosi andò in mille pezzi che arrivarono a pochi passi da me e Maria che stavamo ancora con la bocca aperta e il naso all’insù… siamo rimasti illesi ma la paura ci aveva paralizzato le gambe e lo zio ci venne a prendere, le lacrime per il grande spavento ci scendevano a fiotti.

Per ritornare nel discorso di mio padre, il suo continuare a bere, ubriacandosi e urlando a più non posso verso le persone più care, creava molti problemi a tutta la famiglia, al punto che i ”padroni” del cascinale, puntualmente ci cacciavano di casa. Immaginatevi figli miei, la disperazione di ritrovarci per giorni e notti nella piazza del municipio, alla berlina, come messi alla gogna nella pubblica piazza.
Con grande rammarico ho viva l’immagine dei fratelli di mia madre, abitavano nella stessa piazza del comune dove noi ci accampammo e non mossero un dito per venirci in soccorso.
Amarezze, solo tristi amarezze nella mia vita da ‘cucciolo’… per grazia un mattino di pochissimi giorni dopo, il sindaco ci diede la bellissima notizia di aver trovato una cascina per dove poter stare con tutta la famiglia.

La cascina che il sindaco ci trovò, era vicina a quella che avevamo dovuto abbandonare per l’ennesima ubriacatura di mio padre, e conseguente spossamento fisico e mentale da abbandonare per troppo tempo campi da arare e animali d’accudire. La cascina destinataci era di proprietà di una Contessa di cui non ricordo il nome, e mio padre in cambio dell’affitto si sarebbe dovuto occupare dei campi e del bestiame.

Mio fratello Giacomo all’età di “12” anni, cominciò a lavorare come apprendista muratore che a quei tempi ”Bociàsa” (aiutante di ‘ultimo’ livello) si diventava adolescenti da poco,“Bociā” (aiutante di penultimo livello) a “14/15”anni d’età… poi potevi diventare muratore “finito” a ”17/18” anni o non diventarlo mai.

Cosi che Giacomo un bambino che da tale diventò il ‘capofamiglia’ di casa. Giacomo era molto bravo, lavorava per la sua famiglia e consegnava per intero lo stipendio perchè questa potesse mangiare.
La Contessa aveva dei magnifici vigneti e vendemmiava per fare il vino che poi lo rivendeva tramite il suo ’fattore’.
Di tanto in tanto, mia mamma mi mandava a prendere una bottiglia di vino e quella volta mi mandò per questo dal fattore.
Arrivai da lui e questo mi diede la bottiglia ma con un sogghigno mi invitò a berne un poco, intimorito come lo può essere un bimbo di ”6”anni in quella situazione, fui costretto a bere e dopo pochi sorsi mi ubriacai… corsi via da quella stanza e da tutta l’ignoranza di quel fattore, arrivai a casa e spalancata la porta della cucina, mi infilai sotto il tavolo con il vino rimasto nella bottiglia… la ruppi violentemente a terra e mia mamma sbraitò contro di me per quello che avevo fatto.
Fu forse l’unica ubriacatura di tutta una vita.

Un giorno mio fratello Giacomo, si arrampico su un albero e prese un nido di uccellini nati da poco per portarli a casa e farli mangiare alla famiglia. Il fattore lo vide e andò subito a riferirlo alla Contessa con la ”C” iniziale in maiuscolo che dovrebbe per quanto la riguardasse essere scritta con il carattere piu ’minuscolo’ che esista perché era parimenti al suo stato d’animo di ”cuore”, infatti senza alcuna pietà ci cacciò di casa e questa volta non fu solo colpa di papà ma dell’ennesima prova che il Cielo ci pose davanti al nostro cammino.

Altro trasloco, trovammo casa a Seriate, non più grossi alberi e colline ma grandi cascinali compreso il nostro al centro del paese dove andammo ad abitare in una sola stanza per tutta la famiglia dove si mangiava dormiva e lavava.
Seriate un grosso centro cittadino a pochi km. da dove si viveva dalla nobildonna di lignaggio ma non di cuore da saper perdonare un cosi banale errore compiuto tra l’altro per la necessità di nutrire la famiglia, magari anche fosse stato supportato da qualche comportamento non idilliaco di mio padre bevitore.

Una storia che molto somigliava ”Albero dei Moroni” scritto da Olmi, dove il fattore aveva colto in flagranza di reato, il contadino mezzadro che aveva cura dei campi… questi impietosito dal figlioletto di ”6” anni che ogni mattino si alzava all’alba per mangiare un frutto di stagione e dopo dover percorrere dei lunghi chilometri a piedi per raggiungere la scuola, sempre a piedi scalzi d’estate e d’inverno avvolti di qualche straccio.

Così che il papà mezzadro, una giorno tra la notte e il mattino, si recò in un campo distante dalla loro cascina dove la v’erano un filare di ” moroni ” che costeggiava il rio per l’irrigazione.
Il gelso (Morone) è un albero tozzo dalla fibra legnosa molto dura e resistente e ben si prestava a essere usato perché papà tagliandone uno ci facesse un paio di zoccoli cosi che il figlioletto non tornasse da scuola con le piaghe ai piedi. e così fece. Il papá tagliò un albero che era ancora buio, si fermava ad ogni colpo d’accetta per guardare se qualcuno era nei paraggi e lo potesse vedere o sentire… buio pesto, nessun problema… tagliò l’albero fin sotto il terreno che lo sorreggeva, portò via il tronco e furtivamente tornò alla cascina con il maltolto… ‘scalogna’, venne visto dal fattore nonostante tutti i suoi accorgimenti e precauzioni, fu denunciato al “padrone” dei campi che lo cacciò di casa e il mattino dopo tutta la famiglia era con le misere masserizie su di un carretto trainato dal cavallo accompagnato alle briglie dal papá che camminava disperato senza una meta dove andare.

Un altra storia simile alla nostra, il contadino della ”bassa” cioè delle zone di Urgnano cacciato da casa mezzo secolo prima per un paio di zoccoli e la mia famiglia cacciata per un nido d’uccellini e forse qualche ora di meno trascorsa nei campi da mio padre.

Non ho ricordo di una sola volta che i miei genitori mi accompagnassero a scuola, sempre solo ad accarezzare siepi e mangiare foglie quand’era stagione.
Mia sorella invece la portarono dalle suore in una frazione di Seriate, Comonte, praticamente una zona fuori a pochi chilometri da casa, ma lo stesso era un avvenimento quando la domenica andavamo a trovarla… mi dispiaceva moltissimo vederla in quel ’posto’, data la mia giovanissima età non sapevo cos’altro fare.
Nel frattempo nacque mio fratello Mauro, ero felice, vivemmo tutti in quella stanza per circa un anno, poi ci diedero una seconda stanza al piano superiore e ne facemmo una camera da letto. Un altro avvenimento che mi rendeva felice era quando il comune distribuiva pacchi dono a Natale… contenevano cibarie che per tre anni a venire consolò il mio stomachino, almeno quel giorno si mangiava!

Andavo a scuola sempre solo come ho già detto, e anche i libri me li passava il comune sempre con qualche mese di ritardo dall’inizio scolastico e per ciò con mio stupore aggiungo che la prima, seconda e terza elementare fatte con la ‘presenza’ ma non con cuore e cervello, abbiano lo stesso ottenuto il migliore del risultato.
Ancor oggi ripensandoci non mi capacito di come possa essere stato promosso in quei tre anni, magari recuperavo e non ero poi ‘tanto male’, o forse era ’Bravo’ il maestro che spesso mi aiutava.

Del resto, anche mi impegnassi nel recupero dei mesi persi senza libri attribuisco maggior merito alla bontà del mio insegnante. Io dopo le lezioni, non ero mai a casa a studiare, uno dei miei amici che abitava di fronte a casa mia era benestante se non addirittura ricco e per questo era uno dei pochissimi a possedere la tv in bianco e nero, che altro non era stato ancora inventato, per cui molti pomeriggi li passavo a guardare i cartoni animati.

La sera invece, sempre piuttosto che studiare passavo ore alla finestra della nostra camera da letto, che affacciandomi guardavo la strada sottostante… ore, magari solo per vedere passeggiare alcune persone, o per sentire il solo e unico passaggio di una moto, che se mi ero già coricato perché s’era ormai fatto scuro, mi divertivo un mondo a vedere il fascio di luce che scaturiva dal faro della moto riflettersi sul soffitto della camera, arrivava la luce e spariva in un gioco fantasioso di qualche secondo… e mi divertivo un sacco!

All’età della terza elementare quindi quando avevo tra gli ”8” e i ”9”anni, presi la decisione di cercarmi un lavoro, cosi che anche io potessi contribuire al benessere della famiglia. Non fu facile, soprattutto perché dovevo trovarmi un lavoro per il solo pomeriggio, la mattina ero a scuola.
Fortuna volle che un giorno entrai in uno stanzino dove seduto ricurvo a ridosso di una scarpa c’era un ciabattino, o calzolaio come si dice ora. Vidi quest’uomo con una gamba di legno e gli chiesi quasi supplicandolo di farmi lavorare il pomeriggio.
Ho bisogno gli dissi, devo aiutare la mia famiglia… questa brava persona si commosse e forse perché sposato ma senza figli, mi vide come fossi mandato dal cielo e subito mi disse vieni pure, vieni con me e ti farò imparare il mestiere, ero il ragazzino più felice e contento del mondo.
Avevo voglia di imparare presto, subito, e di sicuro feci bene perché il ciabattino si affezionò molto a me. Non bastasse la sua bontà d’animo, per rincarare la dose, la sua dolce sposa mi chiese se di domenica pomeriggio la accompagnassi e l’aiutassi a distribuire le ‘paste veneziane’ che Lei stessa cucinava nel forno a legna della stufa. Portavamo le paste ’veneziane all’ingresso dell’unico cinema del paese in via Cerioli, che lei stessa preparava a casa e la sera venivo pagato con qualche pasticcino che avanzava e riempirsi lo stomaco di quelle leccornie equivaleva a cento pomeriggi a guardare la tv dal mio amico, quasi al pari che ricevere il pacco dono dal comune a Natale. Poi il lunedì di nuovo scuola e lavoro, imparavo con fervore a fare il calzolaio, il bottegaio mi insegnava il mestiere e io ero sempre attento a quello che faceva e mi diceva di fare. Ricordo che avevo le scarpe rotte, dei grossi buchi nelle suola, a volte sanguinavo per il troppo camminarci sopra anche se la mamma mi avvolgeva i piedi con quattro stracci non provavo che un misero sollievo che dopo pochi minuti spariva. Finché un giorno decisi di riparare da me le scarpe buche, al lavoro ero stato attento e avevo ben capito come si potessero riparare, così feci e appena finito il lavoro, portai le scarpe rovesciate sulle suola al cospetto del mio ”padrone di bottega”, Lui le guardò seriamente con molta attenzione, poi alzò lo sguardo e mi disse… sei stato bravo, tu diventerai un bravo calzolaio, ed io ero orgoglioso di quanto avevo fatto, orgoglioso di me!

Il giorno dopo andai a scuola con le mie scarpe che anche se solo ben riparate mi sembrava fossero nuove tanto erano ben aggiustate.
Ad un certo momento della mattinata di lezione, il maestro chiese alla classe che cosa avessero fatto il giorno prima.
Tutti dissero la “loro”, io dissi la “mia”… ieri io ho aggiustato queste scarpe che erano buche… il maestro mi chiamò vicino alla sua cattedra e serio mi disse, mostrami le scarpe riparate da te! mi avvicinai, spogliai le scarpe, le capovolsi sulle suola e gliele mostrai… il maestro le osservò serio in grugno come mi aveva chiesto di andare da lui… me le tolse di di mano e girandole e rigirandole ne trasse la conclusione che non potevo di certo averle riparate io e ammonendomi come fossi uno spudorato bugiardo mi disse di non raccontare ’balle’ e mi ordinò di tornare al mio banco che era all’ultimo posto cosi che nessuno poté vedere le lacrime che cercavo di nascondere… ma incassai il colpo allo stomaco e l’indomani per me era un altro giorno da vivere… o da dover vivere e meglio ancora se poi l’indomani era uno dei pochi giorni che anticipavano la viglia della mia ‘prima’ Comunione e Cresima.
Tutto bene e bello ma il solito problema non poteva e non doveva mancare… il vestitino da indossare quel giorno! in aggiunta alla sfi.. non avevo nemmeno un ”padrino” colui che mi avrebbe dovuto accompagnare all’altare per ricevere Spirito Santo e Eucarestia.
Ero disperato, giorni tristi come fosse Gennaio in una brutta giornata… ma uno di questi giorni arrivò un ’signore’ distinto e si offrì di farmi da testimone e non fosse sufficiente mi comprò un vestitino nuovo “su misura”.
Non scorderò mai quella persona ‘vestita d’azzurro’ che per incanto fece che da una giornata buia di gennaio, io ero in sogno ad occhi aperti come in riva al mare in un giorno d’Agosto.
Non scorderò mai quell’uomo anche se sono passati più di ”60”anni è impresso nella mia memoria come fosse ieri.

Nell’intermezzo dei miei ricordi, mio malgrado ogni tanto i pensieri mi si interrompono e ricorrente è il ricordo triste del fatto che i miei genitori non m’hanno mai tenuto in braccio per ’consolarmi’ un pò…. sarebbe stato bello se mamma e papà m’avessero detto, ’bravo’… ti facciamo fare una vita di m…a, ma tu sei ’bravo’. Dio. solo sa quanto mi avrebbe fatto star bene sentirmi dire quel ”bravo”, invece mi dovevo consolare da solo tra pianti nascosti in qualche angolo di casa… solo, senza abbracci o baci… solo con le mie lacrime amare nascoste al mondo intero, ma con coraggio ’tiravo avanti’… la stessa cosa che si son detti sulla stessa via nemica un italiano e un austriaco in tempo di guerra ai tempi ’garibaldini’… “tiriamo avanti”.

Ricordo con gioia che ogni sabato, mastro calzolaio mi saldava i conti del mio lavoro svolto nella sua bottega, e mio fratello Giacomo, puntualmente era fuori ad aspettarmi. Io ricevevo la paga settimanale di ”500”lire d’argento… una moneta grossa nelle mie piccole mani… troppo grande per me! La guardavo, giravo e rigiravo tra le dita nel mentre facevo i pochi passi per arrivare in strada dove dalle mie mani, la grossa moneta d’argento che con mio grande orgoglio passava nelle mani di Giacomo. Contribuivo anch’io alla famiglia, e tanto mi rendeva felice. Del resto anche mio fratello Giacomo consegnava per l’intero la sua paga mensile in famiglia nonostante i suoi ’soli’ ”18”anni, era diventato di fatto il capo della famiglia stessa, ed era perciò che noi avevamo sempre del cibo sopra quei bei piatti colorati con più rosso che altri colori. Giacomo si permetteva il lusso (si fa per dire) di uscire qualche ora di sabato sera e ancor meno la domenica, il resto di tutto il tempo della settimana, era lavoro e fatica… fatica e lavoro. Giacomo, il mio ’fratellone’, l’unico che mi capiva, l’unico che aveva una parola buona per me, la mia figura paterna, il mio protettore.

La notte di carnevale, mia madre mi volle vestire per l’evenienza e mi mise indosso una sottana e un foulard in testa. Di che maschera mi voleva travestire lo sa solo il cielo… vagamente ricordo che uscii dal portone di casa correndo in strada… una motocicletta e il suo conduttore passava in quel fatale momento, mi viene in mente di avere le ruote della moto sopra di me, e sentivo urla disperate di chi subito era accorso al mio incidente. Fortunatamente, non mi feci un gran che male, cosi che dopo alcuni giorni di letto ero più arzillo che mai, di nuovo in campo a giocare una nuova partita con la vita.

La mia vita era ”una cotta” e una ”cruda” che tanto per rimanere in tema di guai che altro non v’era, mi ricordo della prima volta che Santa Lucia mi portò un dono… una pistola argentata… senza fiato la presi per la canna da dove tra stracci era stata riposta ma rimasi a bocca aperta di stupore quando solo la canna della pistola mi rimase in mano… non c’era il manico! Guardai la mamma e lei rispose al mio sguardo sconsolato dicendomi che Santa Lucia era sul carretto con tutti i doni per i bimbi e una buca lo fece sobbalzare e la mia pistola cadde a terra, disdetta volle che Santa Lucia era troppo impegnata a sorreggere i suoi occhi che teneva nel palmo delle mani e non potè fare nulla… la pistola cadde proprio sotto una ruota del carro e si ruppe irrimediabilmente… a me, con tutti i doni che può contenere un carretto, proprio la mia pistola doveva cadere! Tempo dopo seppi che la pistola era di un ragazzino che dopo averla rotta, stanco di giocarci, la regalò a mia madre, di nuovo non so se mio padre fosse presente o meno… io ero il ‘solito’ ragazzino sempre solo, un randagio solitario che altro non pensava che al lavoro per il bene della famiglia.

il comune di Seriate, una estate organizzò una vacanza per le famiglie meno abbienti affinché i loro figli potessero trascorrere tre settimane di vacanza in una colonia montana gestita dalle suore. Mi mandarono a Piazzatorre una località montana bergamasca a una trentina di chilometri da Seriate… passai i giorni più ’brutti’ della mia vita. Non si può incatenare uno spirito libero come era il mio abituato a lavorare e essere un randagio nel tempo libero… mi sentivo dentro come fossi in carcere, rinchiuso tra quattro mura.

Non parliamo del mio problema più grande che avevo da ragazzino, facevo la pipì a letto, mi vergognavo tantissimo, al punto che molti notti non dormii per paura di ”farla dentro” le mutande. Le suore quando vedevano il letto bagnato, mi sgridavano ad alta voce e le loro urla si sentivano in tutta la camerata… e i miei compagni ridevano… ridevano… e io piangevo di nascosto… li avrei fatti soffrire tutti, dal primo all’ultima risata. Uno di quei ”maledetti” giorni in cui soggiornai, si fa per dire, in quella colonia, giocando a palla con i compagni, inciampai maldestramente e caddi rovinosamente a terra con il braccio, le suore mi portarono all’ospedale, la venni ingessato e subito dopo riportato nell’odiata colonia.

Saputo dell’accaduto dove mi ruppi un braccio, mia madre mi venne a trovare trovando un passaggio fortuito da un probabile amico di famiglia che quel giorno, si doveva recare dalle parti di Piazzatorre.
Arrivò la mamma che invece che abbracciarmi e chiedermi di come stavo, chiese a una suora di potersi sedere perchè si sentiva male. Gli girava la testa e stava per vomitare… tutte quelle curve fatte in moto nei tornati a salire alla colonia, la fecero stare molto male, e come sempre fui io a consolarla che viceversa. Sarà per tutto quello che ho passato in quelle settimane d’inferno che ora non posso che odiare la montagna… ma più che la montagna, la ”colonia di montagna”.

Finita l’agonia di quella bella vacanza a coronare ogni altro mese dell’anno non meno sfortunato, tornai a casa, a Seriate e li non poteva mancare la sorpresa di benvenuto dopo che mi ero fatto vacanze amare… ci avevano sfrattato di nuovo e di nuovo era colpa del solito padre ’ubriacone’ che annegava i suo stato d’animo nell’alcool.

Tutto da rifare un altra volta, io ero più ‘grandicello’ dovevo ripartire da zero. Altri amici, altra scuola scuola in cui frequentai la quarta elementare, altre storie di vita da ricostruire senza un passato che mi potesse aiutare. La prima cosa che feci fu di andare dal mio datore di lavoro, (oggi si dice) Palmiro mi guardò incredulo, senza parole mi abbracciò e pianse… per Lui era come avesse perso il figlio che non aveva mai avuto e il suo dispiacere fu grande più del mio. Mi augurò ’buona fortuna’ e risposi che non avrei mai dimenticato ciò che Lui e la moglie fecero per me.

L’ALTRO “BINARIO”…

Villa di Serio fino ai suoi sei anni Leonida, e suo padre fece fare il primo trasloco alla famiglia.
Le cose per papà Giuseppe non ‘funzionavano’ bene economicamente, fu costretto a vendere casa per abitare in affitto in una cascina a Seriate, due caseggiati uno dirimpetto l’altro con nel mezzo un cortile. Nel primo caseggiato l’uso abitativo… primo piano ingresso che era l’atrio delle scale che salivano ai piani, cucina grande con al centro un tavolone patriarcale con sedie impagliate quanto bastavano, lavello con accanto la lavatrice, salotto, se così si potessero definire un divano in finta pelle tipo ‘Frau’ con una poltrona, carrello porta apparecchio televisivo per telegiornale e Carosello in bianco e nero, due stampe corniciate alle mura di Papa Giovanni Vlll e il volto della Madonna… un lampadario in bronzo stile ‘Maria Teresa’ con gocce di cristallo a sei luci, il tutto messo in una stanza lunga otto metri e larga tre, in pratica una ‘grigia’ sala d’aspetto del dottore di quegli anni che invece che introdurti nello studio si entrava nella camera da letto dei genitori e di Anselmo che non essendo ancora nato Emiliano, pur avendo sette anni era ancora il cucciolo di famiglia e dormiva in una specie di nicchia ricavata dalle mura spesse anche da ospitare i sogni di un mezzo ragazzino come lui.
Al piano superiore un lungo corridoio e due stanze lunghe quanto loro adibite a camere da letto, ancora sopra il solaio dove Adelmo suonava la batteria in un ‘complesso’ di amici come si chiamava allora un gruppo musicale… lasciava appena lo spazio per spargere qualche manciata di noci che la mamma metteva a seccare, e usava il corridoio per stenderci i panni… anche lì per sette persone e altre per canottiere e mutande di operai del padre.
Dirimpetto, al di là dell’aia, o cortile-parcheggio auto quando gli abitanti di casa l’adibirono a tali scopi, al di là, un altro caseggiato di cascinale identico ma rustico più di quanto già non fosse quello abitativo, differenziava l’uso e i piani che erano due invece che tre, il solaio non c’era… al pianterreno un terzo era adibito a ripostiglio auto che non avendo un portone che le riparasse dalle intemperie, ogni santo inverno faceva arrivare in ritardo al lavoro papà e i suoi operai… le 600 Fiat multipla a muso piatto non volevano sentir ragione di mettersi in moto dopo una tremenda gelata notturna, serviva pazienza, acqua bollente tolta dalla ‘calderina’ della stufa a legna per bagnare vetri e radiatore ghiacciati, che i refrigeranti artificiali non erano ancora stati inventati, e alla fine si trattava di far partire la macchina dal posteriore della stessa con spinte vigorose di almeno tre volenterose persone che di solito erano gli operai.
La porzione di cascina rimanente del primo piano, mezzo secolo prima era adibito a stalla per mucche, cavalli e maiali. Giuseppe lo destinò a galline da mangiare bollite quando avessero smesso di fare uova, alle anatre che si sarebbero gustate in inverno con le verza, e al maiale che ogni anno, ben pasciuto, veniva rimpiazzato da un magro maialino e a lui toccava la fine infame di essere rincorso per l’aia mentre cacciava urla di disperata agonia.
Ancora stridono le orecchie di Leonida quando per un istante immagina il “masadeck” (macellaio) nel mentre affilava quel lungo coltello che sarebbe servito a sgozzare il “povero” maiale.
Ma era festa per tutta la famiglia, soprattutto per tutti, scatenata dalla spavalderia e la generosità del capofamiglia che non contento di aver perso casa per questi motivi, forse per scongiurare la sorte, faceva si che fosse festa per i vicini, parenti e conoscenti a cui Giuseppe avrebbe promesso un cotechino, un salame o un pezzo di pancetta o altro di maiale da portarsi a casa. Lo diceva a qualcuno e qualcuna al bar, a chi per strada, ai vicini al di là del cancello, così che alla famiglia dopo pochi giorni in cambio di falsi ossequi e sorrisi, rimaneva con quattro cotechini e due salami, coda e orecchie del maiale, il quanto servisse per un ultimo pasto di “casöla” con le verze.
Il piano superiore del caseggiato era da cima a fondo il vecchio fienile con un unica botola d’un lato che serviva per foraggiare il bestiame al di sotto, nella stalla. Il fienile, un altra immagine fotografica nella mente appannata da molte vicende per un ricordo di Leonida ‘legato’ ad un episodio che ancora egli stesso non sa se frutto della sua fervida fantasia o fatto realmente accaduto… una barzelletta!

Leonida supino su una balla di paglia, in quel fienile di Seriate ascoltò una barzelletta che chissà da quale bocca gli fu allegramente detta… San Tommaso e San Giacomo vagavano per strade ignote predicando e assolvendo anime da tristi epiloghi di vita.
Raminghi, sulla strada maestra al giunger della tarda sera affaticati decisero di chiedere ospitalità presso un oste, questi rispose di non avere stanze libere, ma se Tommaso e Giacomo si fossero accontentati, il fienile di quell’osteria aveva un letto a castello di due posti… nessun costo per l’alloggio, ma all’unica condizione che non si facesse alcun rumore per non disturbare i viandanti paganti delle camere di sotto, pena, l’oste prometteva un sacco di randellate a chi avesse disobbedito.
Non daremo alcun disturbo, assicurarono i due stanchi pellegrini, così Tommaso si coricò al piano di sotto della branda e Giacomo al piano sopra.
Passò all’incirca una buona ora, e Tommaso allungò nel buio la mano verso l’alto cercando il braccio di Giacomo e trovatolo glielo scosse energicamente svegliandolo bruscamente… che c’è, che c’è!? disse con voce rotta Giacomo… grida! disse Tommaso, grida adesso, a squarciagola… Giacomo intontito dal sonno, in qualche secondo seppe solo realizzare il pensiero che fosse una prova di fedeltà nei confronti di Tommaso, e gridando a più non posso cacciò un urlo disumano dalla sua gola… accorse l’oste infuriato dicendo, vi avevo avvertito… chi ha urlato? E Giacomo alzò il braccio dal piano alto e disse, io, ho urlato io… e giù un sacco di legnate al povero martire.
Passò altro tempo e Giacomo a notte fonda, anche dolorante riuscì ad appisolarsi fra un lamento e l’altro… e ancora la mano di Tommaso che nel buio cercava un suo braccio, e di nuovo arrivò inesorabile l’alquanto bizzarra richiesta che gli chiedeva di urlare ancora… e il povero Giacomo si raccomandò a degli avi ‘martirizzati’ e obbedì nuovamente.
Arrivò l’oste, un sacco di randellate al malcapitato discepolo al piano superiore della branda e se ne andò.
Si fece quasi l’alba che come un copione scritto vide la mano di Tommaso che cercava il braccio dell’amico, il quale non dormiva di certo tormentato da lividi e dolore… gli occhi di Giacomo si sgranarono in uno sguardo che chiedeva pietà mentre guardava negli occhi di Tommaso, e questi rassicurandolo gli disse, adesso l’oste se noi si grida ancora sarà furente e solo il Cielo saprà se scamperà alle sue botte il presunto ‘colpevole’. Scendi da sopra e sdraiati sulla mia branda di sotto, io salirò sul tuo letto e griderò con tutto il fiato che ho in corpo.
E così si fece, nonostante Giacomo tentasse di dissuadere Tommaso perchè la rabbia dell’oste gli sarebbe potuta anche essere fatale… UHHHAAAA! Ormai l’urlo di Tommaso echeggiava in tutte le stanze della bettola… Arrivò l’oste… non solo, un paio di ospiti esausti dal baccano subito nella notte, randello alla mano lo seguirono… e si stavano avventando al piano superiore dove cera Tommaso… ma l’oste li fermò deciso… basta! a quello di sopra ne ho date abbastanza… ora massacriamo di botte quello di sotto… L’unico vero o immaginario ricordo di Leonida e di quel fienile è legato a una barzelletta e nulla più.


Tutti dovevano essere felici con il papà di Leonida, Anche non fossero del tutto felici madre e figli, per lui contava che fossero felici parenti, amici, conoscenti e anche i vicini, quelli al di là del vecchio cancello arrugginito che separava il cortile di casa che dava su di un altro cortile, da dove nei tardi pomeriggi d’estate c’erano donne con capelli bianchi raccolti con forcine che indossavano grembiuli neri con stampati fiorellini colorati che giocavano a tombola armate di una sacca che tenevano sulle gambe piena di chicchi di grano per segnare sulla ‘cartella’ ‘il punto preso’… e uomini che uscendo sui balconi a ringhiera, in canottiera e pantaloni con cinta ciondolante slacciata, avevano appena fatto un pisolino e stiravano le braccia insieme a uno sbadiglio al cielo.
Al di là del Cancello si sentiva… setantaset, gambe di fommle, ( ’77’, gambe delle donne ) quarantaset, mort impruisa… ( “47” morte improvvisa ) “cinquina”!!! grida una donna, “ma dai a mo’ te cùlatùna”!? (ma  ancora tu, fortunata!? )  Era questo l’allegro vociare di alcune donne il pomeriggio d’estate degli anni sessanta, disturbate solo, si fa per dire, dalle note di “ci vuole un fiore per fare un albero” di Sergio Endrigo che uscivano ‘leggere’ da una radio lasciata accesa all’interno di una stanza con finestre aperte. Il Cancello sempre lì, a guardia di un tempo che ha visto cambiare un secolo che si è tuffato nel successivo. Da principio si apriva sui due cortili senza confini, lasciando transitare i contadini con i carri trainati da cavalli con il loro carico di fieno che andava riposto su nel fienile al piano alto, o di mais che venivano appese le pannocchie a essiccare sotto negli ampi porticati rupestri.  Poi è nata la generazione di Leonida e quel cancello non si aprì più, venne chiuso con una pesante catena ed un grosso lucchetto. Al di qua nel cortile della famiglia di Giuseppe, si parcheggiavano le “600 a muso piatto”, e le “1100 Fiat” che da poco avevano spodestato le ‘giardinette’ famigliari con fiancate e cassonetto di legno e le “500Tolpolino”… al di là ed il Cancello divenne confine, e non si sentiva più nessuna gridare “tombola!!!” Catena e lucchetto arrugginirono insieme. Anni dopo il vecchio cancello ha ” visto” trasformare le cascine, in bianche palazzine confortevoli, ognuna con un entrata indipendente, a fatica chi vi abita scambia un saluto incrociando lo sguardo con il vicino. E il Cancello sta lì, inutile e stanco di esserci, arrugginito dal tempo, e non centra più nulla nel contesto del luogo se non per stupide diatribe tra uomini, sta lì e non sente più i numeri della Tombola, non separa più due cortili, solo, divide dei cuori. Ma torniamo al presente di quel ‘passato’, i ragazzi giocavano a palla, al di là del cancello nel cortile di Leonida, che adesso è Lui che si racconta nelle vicende ‘avventurose’ di quel cortile…

Giocavamo a ‘calcio’ e io ‘facevo’ il portiere, non mi andava di affrontare nei dribling quell’antipatico di ‘Mino’, era più alto di tutti e prendeva il gioco come fosse una sfida vitale, scartava chiunque osasse affrontarlo e lui con destrezza, incutendo timore con movenze repentine, avviliva l’avversario e andava a rete… che sarebbe bastato spiazzare il portiere, cioè io, ma preferiva tirare ‘staffilate’ come fossero calci di rigore, non da undici metri, ma da tre, massimo quattro metri di distanza… da me che intimorito mi facevo prontamente da parte. Il Mino, quel ragazzo biondo rossiccio, alto, era per lui che tagliavo maldestramente il tubo di scarico di piombo di sotto il lavandino della cucina di mamma per fonderlo sul fornello in una barattolo da porta lucido da scarpe creando un casino per tutta la famiglia per giorni che dovevano usare la fontana finchè non si avrebbero avuti i soldi per pagare un idraulico. Ne facevo un piattello che all’epoca sarebbe valso in denaro 250lire, e il danno al lavandino di cucina, almeno 25mila lire… cento volte di più, ma il piattello mi serviva come fosse pane per chi non mangia da giorni, giocavo a ‘piattello’ con Mino e altri ragazzini di otto-dieci anni, ma solo con lui perdevo il mio congruo pacchetto di figurine Panini dei calciatori d’allora, solo con lui perdevo anche le 500lire d’argento che erano la mia ‘paghetta’ settimanale, e per non deludere ‘un domani’ le aspettative di papà Giuseppe, aggiungevo sempre un 200-300lire di debito per la mia testardaggine. Il mio primo debito… ne seguirono molti… tanti che nemmeno me ne ricordo la metà. Una 500lire d’argento con l’effige di una nobildonna di profilo da un lato e un veliero a tre alberi in un mare tempestoso dall’altro lato. Era la mia ‘paghetta’ settimanale, prima che giocassi con Mino a ‘figurine’, con quei soldi andavo a vedere un film di Franco e Ciccio o di Giuliano Gemma, all’ingresso comperavo un sacchetto di pop corn e una bottiglietrta di chinotto… e per dolce un paio di bustine di castagnaccio in polvere che ‘tiravo su con una cannuccia, e non era finita lì, perchè uscendo dalla sala verso le cinque del pomeriggio, potevo andare al bar invitando altri amici per una cioccolata calda con panna montata… e come i ricordi del fienile sono finiti in una ‘barzelletta’, così sono finiti i ricordi del cortile della cascina di Seriate.

Seriate, secondo anno di scuola alla “Cesare Battisti”, un già attempato edificio che ricordava il ‘colonialismo inglese’, facciate a blocchi di ‘diamante’ e finestre grandi e pesanti che nessun alunno “d’elementare” potesse aprire agevolmente. ‘Seconda elementare’ con tanto di grembiule di simil raso nero e fiocco azzurro sotto il colletto rotondo bianco… calzoncini corti e calzettoni bianchi con scarpe nere nuove di zecca con ricami forati sul puntale… forse pagate, forse ancora da pagare che non mi era dato il saperlo perché io, Leonida ero ancora in età di essere considerato da mio padre… un parente, un vicino di casa, un amico… quelli che dovevano sorridere ad ogni suo regalo senza porsi domande o il perché. Forse mi accorgevo quando le scarpe non fossero ancora state pagate, quando vedevo la mamma con occhi lucidi e pensierosi seduta accanto alla stufa a legna, ma ero un bambino il cui fascino era di già catturato dalla “furbizia” del papà, e quindi lo ringraziavo e dopo appena un anno ne desideravo un altro paio.


‘Seconda elementare’… a metà anno scolastico mio padre ripete’ ciò che aveva fatto in precedenza con Giulietta, e una notte di soppiatto mi rapì e come con mia sorella Giulietta, lo fece per portarmi con lui sui cantieri di Bari e Brindisi. I telefoni cellulari non erano ancora stati concepiti, e mio padre l’alba del mattino seguente al ‘ratto del Sabino’, sul tratto appenninico della Cisa arrestava la sua Fiat 1100 ultimo modello comperata di seconda mano, andavamo in un bar con telefono a gettoni e dopo aver bevuto un caffè corretto cognac lui e un cappuccio con cornetto io telefonava alla mamma per rassicurarla, ma finiva che la telefonata si interrompeva perché la mamma inveiva a gran voce contro il babbo che lo stesso la ignorava attaccando nervosamente la cornetta al telefono. Così per due mesi, a passare i giorni con pescatori o con le massaie nell’orto, o ancora la mia più grande passione del momento, raccogliere al porto all’ombra di una grande nave da carico attraccata con il fedele guardiano seduto su una seggiola sgangherata che la stava a sorvegliare con un occhio solo, l’altro si curava che non cadessi in mare o mi sbucciassi le ginocchia quando correvo felice sulla battigia, in realtà cercavo pepite d’oro, e le trovavo qua e là sparse fra un sottile strato di sabbia nera che ammantava le grosse pietre del pavimento portuale. Era pirite o semplice ottone scarto di forgia, ma per me erano pepite d’oro, tanto per “non” scatenare la mia già troppo ‘colorita’ fantasia.

Aspettavo il papà finisse il suo turno di lavoro, così d’andare in trattoria e rinfrescarci quel poco lavandoci a mezzo busto con un mastello di lamiera colmo d’acqua scaldata al sole sul balconcino… e ripetetti la ‘seconda elementare’, e dopo averla recuperata con un altr’anno, ai miei nove anni cioè alla ‘terza elementare’ mio padre mi rapì di nuovo, altro ‘ratto del Sabino’, non più a Bari e Brindisi ma Taranto, altra gente con cui passavo le giornate, altri posti da vedere… e un altr’anno da ripetere a scuola.

Due grossi alberi di noce fungevano da pali della porta ‘unica’ che era difesa a turno di uno di noi perché nessuno voleva fare il “portiere”, troppo deludente prendere goal dai compagni di gioco che per quanto fosse l’impegno di ‘parare’ qualcuno aveva comunque da lamentarsi delle reti subite.

Poi, si crebbe, i più fortunati avevano sfolgoranti biciclette con cartoline attaccate alle forcelle con delle mollette affranca panni,  che facevano un falso rumore di motore strusciando sui raggi delle ruote quando queste giravano spinte da vigorose pedalate, immancabili le frangette di plastica multicolori inserite ai lati delle manopole che rigogliose scendevano come edera di una ventina di centimetri dando un tono di ‘chopperismo’ alla bici.

 E il tempo passa come il sole e la notte scorrono senza sosta, e arrivava il momento degli anni settanta. Solai e cantine, venivano adibite a improvvisate sale di ritrovo, ci si organizzava con un giradischi che emetteva suoni scricchiolando sulle note di Barry White  o Burt Bacharah per poi passare a Lucio Battisti che per rimanere in tema cantava …Quella cantina buia dove noi…respiravamo pianoooo, … Le bibite erano preparate il giorno prima, aranciate, spuma nera, Campari e Martini per i più grandi, a volte qualche pasticcino ma di rado. Ad un certo punto della giornata, sul tardi del pomeriggio che di solito era di domenica, si richiudevano le finestre e qualunque pertugio lasciasse passare un filo di luce, veniva coperto con teli o manifesti con le foto dei divi canori del momento, quasi odiavo quel Mal dei Primitives che cantava Betty Blu, con i suoi capelli tirati sulle spalle che sembravano una parrucca. Lui era onnipresente, Gianni Morandi e Adriano Celentano mi erano più simpatici, ma le ragazze preferivano Elvis Presley o Bobby Solo, suo antagonista in versione italiana.

 

Le ragazze, le ragazze…forse sarebbe meglio dire la ragazza, ragazzi sei sette, donne una barra due quando andava bene che ci fosse l’amica della prima. Nel fioco chiarore dell’unica lampadina accesa rigorosamente dipinta di rosso che poco dopo fumava emettendo acri odori di vernice,  iniziava l’angosciante attesa di chi fosse il fortunato che sulle note di un lento tipo Je T’aime noi non plus, potesse imboscarsi dietro quel separe’ per ‘limonare’ a più non posso con una delle due sventurate che si accollavano l’incombenza di essere contese tra tutti gli astanti. Una misera tenda tirata alla bene meglio in un angolo della stanza, divideva gli uni dagli altri, l’ansimare dei piccioncini appartati, era coperto dalla musica, e per chi restava senza compagna, non restava che passare dalla spuma nera al Martini bianco, che altro non poteva per loro succedere. Sette e mezza, festa finita, andate via le ragazze, si finiva con le solite lamentevoli discussioni sul prossimo ‘uomo’ “procurasse” altre donne per la prossima settimana. Spesso, in coro, gli sfiduciati che non avevano cuccato si tirava fuori dicendo che avrebbero fatto altro, ma la domenica successiva, un martire si era di nuovo immolato per tutti e rimorchiato la ‘carina’ con amica ‘racchia’ al seguito. Di nuovo tutti presenti con rinnovato vigore di sciupa femmine, che li si sciupava solo del tempo rubato allo sport o ad altro che di meglio si potesse fare.

 

Jeans usati strappati di due o tre taglie più grandi di quanto servissero, arrivati di fresco da Prato, imballati come merce da macero, andavano a ruba nei modernissimi negozi d’abbigliamento del l’usato o seconda mano dir si voglia. Si stringevano in vita con ampi cinturoni con fibbie tipo Aquila o testa di indiano forgiate a mano da abili artigiani, Clarc ai piedi, maglia anche questa di due tre taglie in più, e giubbotto di jeans possibilmente strappato, questo l’abbigliamento del figo più figo degli anni 80, capelli rigorosamente lunghissimi che semi coprivano gli occhi lucidi e rossi di troppe “canne” fumate e birre bevute all’insegna di quel momento di prepotente disfattismo controllato. Certo era difficile stare fermi e buoni sulle note delle rock star, Michael Jackson, ballava e cantava Billie Jean, i Bandolero suonavano per tutte le età massa” dei meno turbolenti con Paris Latino e Raf stava nel mezzo con Self Control, l’immancabile Lucio, faceva innamorare tutti con il suo magnifico indimenticabile album Una Donna Per Amico.

Il Cancello sempre lì, a guardia di un tempo che ha visto cambiare un secolo che si è tuffato nel successivo. Da principio si apriva sui due cortili senza confini, lasciando transitare il contadino con il carro trainato dal cavallo con il loro carico di fieno che andava riposto su nel fienile al piano alto, sotto il suo ampio porticato dove erano appese miriadi di pannocchie ad essiccare.     Poi è nata la mia generazione e quel cancello non aprì più, venne chiuso con una grossa catena ed un pesante lucchetto, e al di qua e là, vi si parcheggiavano le “500 Topolino”, e le 1100 famigliari che da poco avevano spodestato le ‘giardinette’ famigliari con fiancate e cassonetto di legno, ed il Cancello divenne confine, catena e lucchetto arrugginirono insieme.

 Ora ai tempi nostri, il vecchio cancello ha ” visto” trasformare le vecchie cascine, in bianche palazzine confortevoli, ognuna con un entrata indipendente, a fatica chi vi abita scambia un saluto incrociando lo sguardo con il vicino. E il Cancello sta lì, inutile e stanco di esserci, arrugginito dal tempo, e non centra più nulla nel contesto del luogo se non per stupide diatribe tra uomini, sta lì e non sente più i numeri della Tombola, non separa più due cortili, solo, divide dei cuori.

 

 

Bruno (1) Un treno che corre sui binari della vita.

Il mio nome è Brando e sono nato nel mese d’Aprile subito l’anno seguente al mezzo secolo scorso in un paese paese del bergamasco che all’epoca si chiamava Rocca del Colle.

Nacqui in una cascina posta sulla cima di una ridente collina con vista spettacolare che dava sul paese sottostante e ancor oggi é uno dei posti più belli del circondario.
Il cascinale era circondato sul davanti da vigneti ben curati e coltivati, piante di noci, ciliegi e fichi, ai piedi della collina nelle distese pianeggianti si coltivava il granturco.
Dietro casa un bosco bellissimo di piante di rubinia che con il loro fiorire bianco in primavera mi riempivano lo sguardo di stupore e l’aria era pervasa dai profumi delicati e inebrianti di primule gialle e mughetti che davano colore al sottobosco.
In questa casa vivevo con mamma Giuseppina, papà GiovanBattista, mio fratello più grande Girolamo e mia sorella Arianna, ed era divisa anche con mio zio Antonello e mia zia Luigia con appresso i loro 6 figli, Gianni, modesto Alfredo, Mario, Laura e Marisa che per me erano e sono come fratelli, si mangiava tutti insieme, o almeno ci si sedeva a tavola per quello, ma eravamo molto poveri e il cibo era solo il contorno spesso scarso di quei pranzi e di quelle cene.

La domenica si andava a sentire la Santa Messa e noi tutti insieme si faceva una strada che era poco più di un sentiero rurale… in dialetto bergamasco veniva chiamata, ”la strada del luf”, che significa ”la strada del Lupo”, il nome non era casuale, nel secolo precedente alla mia nascita i lupi ancora c’erano a branchi sulle colline semideserte.
Genitori, fratelli zii e cugini si percorreva quel lungo estenuante tratturo che ci divideva da casa alla chiesa, il paese era molto distante e con i cugini ci si distraeva correndo e saltellando accarezzando siepi verdi che avevamo su di un lato della strada, e dall’altro lato di tanto in tanto ci fermavamo ad aspettare i ’grandi’ che camminavano più lenti per mangiare quelle foglie di forma come il trifoglio, erano buone, cosi come a noi piccoli piaceva mangiare anche i fiori di primula che a detta dei ’grandi’ dicevano essere il pane di Dio. ma a mio parere era solo il modo di placare i morsi della fame mangiando un qualcosa… avevamo una gran fame.

Nella nostra casa non c’era corrente elettrica e nemmeno acqua dal rubinetto, nelle lunghe interminabili giornate d’inverno quando il buio regnava sovrano sin dal primo pomeriggio, si accendevano le lanterne a petrolio per poter vedere il quasi niente di polenta nei piatti e raramente un pezzo di stracchino da metterci nel mezzo quando era ancora calda o il giorno dopo quando era fredda e la si metteva su di una graticola ad abbrustolire cosi che il poco formaggio (quando c’era) vi colasse era come si mangiasse la più buona delle leccornie… serviva a questo e per poco altro la lanterna a petrolio, per cena e per salire le scale quando si andava a nanna o quando il destino birichino faceva si che un bimbo o una bimba avesse da nascere di notte dove le madri partorivano nello stesso letto di materassi di paglia e canapaccio in cui dormivano ogni santo giorno.

L’acqua dal rubinetto… non era nemmeno un sogno perché si sogna ciò che si conosce e noi si conosceva solo il ‘fontanino’ che era a quasi un chilometro da casa, e l’acqua la si procurava a secchi per lavare i piatti che si usavano nei pranzi, erano un regalo di nozze di mamma e papà, ricordo che erano bellissimi e dipinti a mano con fiori multicolori, lo potevo ben vedere ogni volta che la tavola veniva apparecchiata per 13 persone, tanti eravamo in quella grande famiglia allargata, e li ben potevo notare quei piatti semi nudi, perché tuttalpiù contenevano quello che la natura poteva offrirci, qualche fico, qualche noce o dell’uva se era autunno… questo per noi bambini, i grandi sovente ci stavano a guardare, a loro non rimaneva che radunarsi poco dopo una cena non consumata se non con lo sguardo, nella stalla.

Gli anziani toglievano di tasca un quarto di ”garibaldi’ e dopo aver ciucciato la punta del toscano per inumidirlo, lo accendevano con un solfanello che si toglievano dal taschino del gilet e si sedevano sulle balle di paglia per guardare gli uomini più giovani giocare a carte di fianco a due buoi che di giorno lavoravano nei campi e di sera scaldavano un po’ l’ambiente con il loro fiato, noi bambini e adolescenti li si raggiungeva sperando che i nonni raccontassero qualche storia…

Ōl mē nōnō n’dí serade dē frēc, dopo it senāt con önā patata buida e ü gnoç de polenta púgiàt sölä stüä a lègna, l’indaā nelā stālā al calür del fiāt di hachę, e a l’glhá contàā shö i storie ai nēuc.

Al ghė pārlāā del lupo catif c’hal rapìã i scętí c’aī fàā mia giôdesē. La üs del nōnō la sera faccia basā, fina fina, n’pō tenebrusa, e l’tecàā a contá sô la storia…

Quan chel vegniā fosc, ōl lupo l’pāsāā cá per cá è sal vedià o al sentìà ōna mama scontētā, al portàā vià ol fiölet o la fiöla cātīā.

I neùcç i scōltāà ōl nōnō a bocā dervidā sensā fìatá. Piö de tōt, i pensāà mal chi ierā puciāt i dit nel vaš per rōbà la mārmelāda o chi ierā n’dač al fiōm sensā pērmēs de nesü.

Ōl terur l’era come la lama d’ō cortel bel mūlat, al teaā l’aria dēlā stalā che t’ha sentiet adoma ol respir di acke.

Po all’impruisa ōl nõnõ al disia, sá, n’endem in lēc ades fiōī che domanmatina an ghá de leá shō al prim cant del gal.

Neüc car, al sī che ghī de otam a mōnsz i acke prima de n’dā a scōlā e dopo disnat an vá a fá la fōiā n’del bosch per goerná õl besciam.

El vegnerá amó a domassira e vè cōnteró shó come l’e n’dacia a finí chelā del lupo e cominserò ōnōtra storia.

Mio padre e mio zio erano mezzadri, coloro che lavoravano i campi di grano e vigneti del “padrone” e dividevano i raccolti a mezzo con lui, ero piccolo ma sentivo dire che davano sempre molto di più a lui, lo facevano per fare ’bella figura’ e accattivarsi la sua benevolenza, a quei tempi era un attimo che per una fatale banalità si venisse cacciati di casa per essere sostituiti da altre famiglie di contadini e tutto questo ancor più se in una malaugurata stagione ci fosse stato brutto tempo quando non tempesta… ma il ”padrone” il suo risultato lo otteneva sempre a suo favore, nel bene e nel male.

Ricordo mio padre e lo zio che quando il tempo volgeva al peggio e si faceva brutto e pensavano avesse di li a poco tempestato, per scongiurare che un disastro si abbattesse su campi e vigneti coltivati, ’sparavano’ nel cielo carico di nubi scure e minacciose una sorta di fuochi d’artificio che le avrebbero ’spaccate’ cosi che non grandinasse rovinosamente… botti che facevano un frastuono tremendo che si sentiva vibrare fin nello stomaco.

In quella cascina avevamo anche galline e anatre che durante il giorno gironzolavano in cortile, le anatre sempre intorno a pozzanghere dell’ultima piovuta e in mancanza di fango fresco andavano a bagnarsi le piume nei rigagnoli che servivano ad irrigare i campi, e di sera, tanto i pennuti erano preziosi per uova e carne a Natale e Pasqua, le ricoveravamo direttamente nel sottoscala fronte cucina.

Era possedere un gran tesoro avere galline e anatre e di certo non aveva un gran che di importanza che noi bimbi fossimo zeppi di pidocchi che si insinuavano nei capelli ed è perciò che ce li tagliavano a zero per poterli togliere più agiatamente.

E poi, e poi ricordo con molto piacere che una volta l’anno si uccideva il maiale, era la festa non liturgica più bella si potesse avere in tutta la famiglia.
Certo il piacere non era sentire le strazianti urla del povero maiale che fatto uscire dalla stalla, veniva inseguito dagli adulti per essere legato e appeso ad un traliccio per essere… il piacere era che per alcuni giorni si sarebbe mangiato carne… e sangue perché neppure quello andava sprecato, lo si mescolava a farina e acqua per ottenere una sorta di torta che cosi la chiamavano.
Non si sprecava niente.
In quei giorni era festa per tutta la famiglia sopratutto per mio padre e mio zio, che appena il maiale era stato ucciso, con il solito pretesto si toglievano l’incombenza del fardello di noi bambini dicendoci che dovevano recarsi alla cascina di amici e parenti al di la del bosco per chiedere in prestito lo ”Sgüra ôregê” ( lo stura orecchie ) un attrezzo che sarebbe servito per pulire i peli delle orecchie del maiale che in realtà non esisteva ma davano il pretesto per tre giorni di ubriacature da mane a sera.

Lo ”sgüra ôregê”… che non esisteva… oppure come quando a noi bambini si chiedeva di andare nella latteria dalle sciüra Maria a prendere le caramelle “petamen-tante”, (dammi tante botte)

Anche i parenti complici di papà Giovanni e zio Antonio, partecipavano a quei tre giorni di bagordi vignaioli e per distrarsi della nostra presenza ci davano un sacco di juta grezza avendo cura di metterci dentro prima di richiuderlo con un laccio di spago, un sasso tanto pesante da portare in solaio al Mario che dopo ore di fatica quando ci vedeva arrivare ci diceva che lui non aveva chiesto nulla, e bisognava riportare il sacco giù per scale di legno irte e scricchiolanti… un po’ come quando da poco più che grandicelli sul cantiere edile il capomastro ti ordinava di andare nella baracca degli attrezzi a prendere la ”squadra rotonda” cosi che dopo un altro bel po’ di tempo si tornava sconsolati dicendo di non averla trovata… perché non esiste che un attrezzo quadrato possa servire a misurare un angolo… e loro, papà, zio, parenti e amici in un orgia di vino se la ridevano alle nostre spalle nel mentre facevano ciò che più andava loro di fare… ubriacarsi.
Ci sono voluti degli anni prima che noi bambini si capisse che erano ’scherzi’… che sulla loro reale ’innocenza’ dubito ancora.

Cosi che da rari momenti belli da trascorrere durante un intero anno di privazioni, bisognava fare i conti con gli ’scherzi’ e con un padre ubriaco che tornando la notte, gridando non parlava d’amore alla mamma, nemmeno al resto della famiglia.

Per rimanere in tema di quello che era la quotidianità di sempre, ricordo di una mia zia Lucia che soffriva di esaurimento, uno sciagurato giorno decise di buttarsi dalla terrazzo.
Fu la disperazione di tutti quanti noi, si era frantumata le ossa di gran parte del corpo e passarono mesi con lei agonizzante in un letto, non c’erano soldi per poterla curare e perciò l’agonia della zia terminò non troppo fatalmente.

Ricordo mia nonna, una donna stanca da tutto il lavoro fatto in vita da ormai più di ”80anni”, a quei tempi si era molto vecchi, molto vecchi!
Lo stesso mia nonna, anche ciondolante mi accompagnava per brevi passeggiate nel cortile di casa e se era di ’buona giornata’ andavamo pure nei campi.
Quando si camminava nel cortile, prima di rincasare era scontato che la nonna mi accompagnasse alle casse delle anatre, quelle casse con un letto di paglia in cui vi covavano le uova.
“Peccato solo“ che una volta, chissà per quale bizzarro motivo mi appisolai dentro una di queste casse… l’avessi mai fatto, un anatra infuriata si scaglio contro di me per reclamare il diritto di possesso di proprietà privata, avevo invaso la sua cassa, me la sono vista brutta, molto brutta… fortuna volle che mio zio era lì vicino e accorse tempestivamente per salvarmi da quella furia scatenata… le anatre sanno essere cattive se tocchi le loro casse da cova.

Lì vicino al pollaio delle oche c’era un pezzo di lamiera che faceva da cuccia a un cane lupo sempre legato alla catena, era molto cattivo, distrattamente a volte passavo davanti alla sua cuccia e ho rischiato di essere sbranato, un incubo quel cane lupo… il mio incubo quando di notte mi appariva in sogno quel cagnaccio cattivo… o forse non era cattivo… non più di quando non lo diventerebbe qualunque uomo legato al collo con una catena per tutta una vita… questo lo so ora, ma quand’ero piccolo avevo il terrore di quel cane. E non bastasse il lupo a terrorizzarmi, come preludio ben augurante di buon incubo, la sera quando con lanterne alla mano salivamo le scale per andare a dormire, sulle mura ai lati si allungavano delle figure d’ombre sinistre spettrali che si muovevano vibrando al muoversi dello stoppino della lanterna che ciondolava nelle mani di qualche mio cugino più grande di me che invece di rincuorarmi, ridendo sotto i baffi mi diceva che erano le figure di fantasmi.
Che paura passare senza accorgermi vicino alla cuccia del lupo… che paura salire le scale e che paura addormentarmi.

In realtà qualche attimo di tregua al fiato corto prima di dormire l’avevo, la mamma veniva a prendersi lo “scoldalec”, (lo scaldaletto) una doppia pentola bucata con dentro brace viva di camino, veniva da Lei riposta un ora prima mi coricassi tra le lenzuola sotto le pesanti coperte e se la veniva a riprendere ormai tiepida o poco più per metterlo nel suo letto o in quello di qualcuno delle nove persone tra fratelli e cugini che dormivano in quella stanza con me compreso.
In un altra stanza mio padre e la mamma, accanto un altra stanza ancora per mio zio e zia.

Paure e incubi a parte, “fin qui tutto bene”… “si fa per dire”. Il grande problema era e rimaneva mio padre, una sera si e un altra ancora era ubriaco, sbraitava con mamma e noi piccoli terrorizzati. Si ubriacava spesso mio padre… troppo spesso, ancora non so il perché lo facesse in continuazione, ma ripensandoci, Lui ha fatto ”8” anni di guerra, e dopo quella non è stato più Lui. In racconti degli anni successivi ebbi modo di ascoltare da molti amici che mi diedero testimonianza di padri tornati dalla guerra sconvolti. Forse l’alcool era una valvola di sfogo per ognuno di loro, un modo per essere storditi e non sognare la guerra ma la violenza riusciva a trionfare in quel tentativo di evadere la realtà delle notti insonni, e si sfogavano contro le famiglie il conseguente retaggio di incubi indelebili vissuti in guerra. Del resto, anche tenti di sforzarmi di ricordare non mi viene in mente di una sola volta che i miei mi presero in braccio, così, semplicemente per ‘consolarmi’ un po’, che è così che definivamo ‘il fare le coccole’.
Purtroppo, mi ricordo fervidamente soltanto di angosce e paure senza un attimo di pura felicità, e non lo dico per impietosire, era solamente la mia quotidianità, sarebbe bastato anche qualche attimo di serenità, ma con il senno di poi capisco che non era ’cosa’, il cielo aveva già tracciato il mio percorso su questa terra.

Il mattino si andava nel bosco dove al centro di esso vi si trovava una splendida ’sorgiva’, acqua pura e fresca che sgorgava dalla roccia e nel suo rivo, ci potevi fare il burro con il mortaio di legno anche ad agosto… il nome di quel posto incantato era comune per tante altre sorgenti di collina… ”Ôl fontanì”. ( la piccola fonte ) La piccola fonte che serviva alla nostra famiglia per bere ogni giorno insieme al poco cibo, lavarsi la faccia ogni giorno e lavarsi in un mastello di lamiera, una volta la settimana. Da quella fonte si attingeva anche l’acqua per dissetare gli animali… quella fonte era ed é la vita perché sgorga ancora oggi.

Ricordo che a pochi passi da casa c’era un ruscello gonfio d’acqua in almeno tre stagioni l’anno, era ai piedi del bosco lungo la strada che portava al paese, quella di siepi e foglie buone da mangiare.

In questo ruscello, tragicamente morì mio fratellino a soli quattro anni. Tornando dall’asilo, se non ricordo male perché io non ero ancora nato e mi fu raccontato poi, mio fratellino con mio fratello e un mio cugino, si fermarono ai piedi del bosco dove la siccità di quel periodo, aveva seccato erba e spini, venne loro in mente di accendere un bel fuoco, che però da subito non riuscirono a contenere. Le fiamme divampando lambirono il grembiule del mio fratellino che prese fuoco in un attimo, vani furono i disperati tentativi di salvare il fratello e cugino, impotenti urlavano disperati e nessuno li sentiva, e, mio Fratellino di ”4” anni morì ustionato. Troppo tardi arrivarono mio padre e mio zio, non c’era più nulla da fare che tentare di resistere alla disperazione.
ancora oggi con precisione non so esattamente come ’andarono le cose’, in casa ne parlarono poco… oltre la guerra di ”8” anni in Russia, forse anche questo contribuì a far si che mio padre bevesse molto, non arrivare in tempo per qualche minuto a salvare tuo figlio, credo sia una disgrazia tanto grande da lasciare immaginare ad ognuno di noi quanta disperazione comporti… anche sia un fardello troppo grande da sopportare, si va avanti, per moglie e figli rimasti, in qualche modo bisogna si vada avanti.

UNO DEI DUE ‘BINARI’.

Mi hanno battezzato con il nome Leonida un nome della mitologia greca, figlio del re di Sparta, lo stesso nome che acquisii dal nonno per sua precisa volontà in un giorno in cui si sentì venir meno, e all’epoca era uso si tramandasse il nome dei nascituri quando un parente ‘stretto’ era in procinto di ‘trapasso’, ma poi il nonno stette meglio fino a che non morì che ai miei 14 anni d’età.

Nacqui a Villa di Serio, un piccolo paese di provincia nel bergamasco, venni al mondo sul tavolo da cucina alle undici di un mattino del primo giorno d’autunno del mille novecento cinquantotto.

La nostra prima casa di famiglia ce la costruì il ‘Selvadec’ che tradotto significa il ‘selvatico’… soprannome quanto mai indicato per descrivere un uomo serio dal ‘grugno’ sempre all’erta e lo sguardo severo.
Mio padre pagò per quella casa in via Lunga al n.3, due milioni delle vecchie lire, duecento banconote rosse da diecimila lire grandi come fogli da mettere nella macchina da scrivere, versate una sull’altra da mio padre Giuseppe all’atto del possesso delle chiavi.

Era una casa color giallo pallido che poggiava su due piani per un totale di centottanta metri quadri, aveva le comodità di acqua e corrente elettrica, con una tazza ‘turca’ posta all’esterno per i bisogni corporei… mio fratello maggiore cadde nella fogna accanto e rischiò d’affogare sommerso dalla ‘cacca’ ma venne miracolosamente salvato da un mio zio che in quel momento stava appunto svuotando il liquame dal troppo pieno della fogna.

Si era in sette persone in quella casa nuova di zecca di nostra proprietà, papà Giuseppe, mamma Anna, le mie seconde “mamme” Angelica e Maria, due gemelle nate per prime alla fine degli anni quaranta dello scorso secolo dall’Amore o dal ‘fato… ‘boria’ di papà che per antica rivalità militare dell’epoca, si vantava che al “primo colpo due” come solo un Bersagliere come Lui potesse fare a dispetto degli antagonisti Alpini… ridicolo!? forse sì, ma è ancor prima di quando ci fu l’Arena con i Gladiatori che la gente si osteggia per gioco e qualche calice di vino di troppo, aiutava di certo l’ego dell’antagonismo.

Dopo il ‘gemellaggio la cicogna nel “cinquanta” portò un altra femmina, Giulietta che nome fu fortuitamente azzeccato per caso, dato che era l’unica della famiglia che aveva ‘preso’ dal nonno materno, Paolo, che in bontà era insuperabile ma non in altezza… era ed è minuta e non di grande statura ma molto graziosa da renderla somigliante a una ‘giapponesina’ tutta pepe, anche qui, aneddoto burlone di papà che per gioco accusava mamma di essersi concessa ad un dottore dove Lei prestava servizio come crocerossina volontaria negli anni della seconda guerra mondiale in un campo militare a Milano.

Mio padre credo che egoismo acquisito a parte, (retaggio di una guerra combattuta ) amasse tutti i suoi figli indistintamente, a dimostrazione Giulietta una notte venne ‘rapita’ da mio padre all’insaputa della mamma, semplicemente perché la voleva con Lui per il periodo di un mese, in un cantiere del Veneto dove stava lavorando, solo il giorno dopo la mamma seppe di questa forzata vacanza… in un altra occasione di vita invece, la ‘giapponesina’ fu presa da mio padre per la collottola e sicuramente per incutergli ‘solo’ spavento la minacciò di poggiargli il capo sui cerchi roventi della stufa a legna se non avesse smesso di partecipare alle sfilate in piazza dei Propilei a Bergamo a sostegno politico di falce e martello del partito Comunista degli anni ‘sessantottini’… direi che mio padre fosse ‘abbastanza’ imparziale almeno su questo punto di veduta perciò penso abbia amato tutti i figli allo stesso modo… non quando beveva a dismisura… ma è un altro capitolo dove desidero raccontarmi.

E finalmente nel proseguo dei primi anni ‘cinquanta’ arrivò quel benedetto maschio di famiglia, Adelmo, poi alla fine del mezzo secolo scorso venni al mondo io, Leonida e per non farsi mancare nulla i miei genitori concepirono il terzo maschio di famiglia… l’ultimo ma non certo per importanza, Emiliano nacque nei primi anni ‘sessanta’, fu l’unico dei sei figli a nascere in un ospedale, ad Alzano Lombardo, due chilometri di distanza dall’unica casa di proprietà dei miei genitori a Villa di Serio e fu anche l’ultimo anno in cui ci abitammo. Quattro donne e tre uomini in quella casa gialla in via Lunga ‘3’, non asfaltata ma bianca granulosa come la sabbia della spiaggia di Solvey a Cecina.

Dei miei ricordi d’infanzia non ho fatto nella mente il ‘santuario’ della memoria, avevo altro da fare… sempre impegnato a inseguire il futuro ho avuto il ‘bene’ di rimuovere parecchi periodi del mio passato… forse per ‘fortuna’ o forse per disdetta di come possa essere stata la mia età dal primo al sesto anno della mia esistenza conservo solo fotografie che mi ricordano episodi sporadici… come quando a due anni, sulla lingua di cemento di fronte casa dove mia madre, in un mastello lavava a mano i panni di sette persone più quelle degli operai di mio padre perché alcuni di loro erano di altri paesi al di fuori della nostra provincia, io piccolino ero stato messo in terrazza perché mi distraessi, e ancora oggi lo sa solo il cielo come feci ad arrampicarmi alla ringhiera e finire tre metri di sotto cadendo… un po’ di sangue ad un orecchio, mia madre che gridava disperata e fini li, come cento incidenti in moto e in auto che nella vita ho fatto senza lasciare traccia se non cicatrici in tutto il corpo.

Altra fotografia di memoria, l’asilo nido… avevo tre anni e ci andai per pochi mesi… un giardino grande un fazzoletto di terra, un cavallo a dondolo nella camerata un pallottoliere, grembiulini con fiocchi rosa o azzurri non potevano di certo contenere la mia bramosia del sapere cosa ci fosse d’altro da scoprire nel mondo che mi aspettava, come aspetta tutti.

Avevo quattro anni e ricordo che nella stanza dove sapevo d’essere perché ho in fotogramma l’immagine d’un angolo di letto in ferro semi nascosto da una coperta marrone con strisce beige come il poncho del protagonista di “per un pugno di dollari”, mio padre mi cospargeva di unguenti medicamentosi le braccia, le mani, le gambe e i piedi, poi mi bendava con fasce per fare in modo non mi grattassi la pelle orticata da eczema… mi diedero anche del cortisone in dose massicce e questo mi procurò in futuro l’impossibilita di procreare, e di questo ringrazio il Cielo, non avendo mai usato preservativi, ne avrei messi al mondo almeno quattro o cinque di figli ognuno di mamma ‘diversa’, ma ancor più lodo il Cielo perchè non ho mai sentito dentro me nemmeno per un sol giorno il desiderio di essere un giorno ‘padre’, una parte di destino preannunciato molto gradito.

Avevo circa cinque anni e ho memoria vivida di un fatto molto singolare, tanto strano e misterioso da associare alla caduta di tre metri che feci ruzzolando malamente dal balcone di casa senza mi feci un graffio… tre vie più lontano da casa nostra, vale a dire circa un chilometro e mezzo, abitava una sorella di mia mamma, la zia Ginetta, sposata con mio zio Fausto, e avevano come figli i miei due cugini Francesco e Tino, di tanto in tanto mamma e papà si recavano da loro in visita, magari per una cena in compagnia, come quella notte d’inverno. Io normalmente dormivo nella stanza con i miei genitori, mi svegliai che sarà stato un ora dopo che era finito Carosello e mi accorsi che il loro letto era vuoto… elusi la sorveglianza delle mie sorelle e senza far rumore, andai per strada con il solo pigiama anche ci fossero stati tre o quattro gradi di temperatura mi diressi spedito a casa degli zii, bussai alla loro porta e fra lo stupore generale la mamma che era seduta al tavolo balzò in piedi e venendomi incontro mi prese in braccio e fra le lacrime e mi potò vicino alla stufa a legna perché mi scaldassi.
Una situazione anomala, un po’ strana per tutti, si disse che avevo sofferto di sonnambulismo e successe ciò che accadde… un po’ strana per loro… per me a dir poco bizzarra se non incredibile, si era a tre isolati di distanza ubicati con svolte e cambi di direzione… ma io non ero mai stato che a poche centinaia da casa e sempre accompagnato da qualche famigliare… ancora oggi a distanza di mezzo secolo, senza navigatore non riesco a raggiungere con esattezza una data via qualsiasi di un paese vicino… ma tant’è che così fu.

Di fronte casa c’era la villa anni ‘sessanta’ di due coniugi, Lei Adelina, una vedova con due figli… un maschio Mauro, con qualche problema nella reazione cognitiva e segnato in viso da acme persistente nonostante i suoi trent’anni… morì giovane quella ‘faccia da Adriano Celentano’ con uno smagliante sorriso che regalava ogni volta si incontravano i suoi occhi azzurri. Leonida di Mauro non ricorda altro che immaginarlo un Angelo in Cielo che era servito a Dio. prima della fine del suo tempo. Una figlia, Azzurra, ragazza ventenne molto avvenente e ambiziosa con lunghi capelli del colore del sole, un giorno prestò il suo cottage di montagna al fratello che ovviamente invitò Leonida, Giorgio e altri amici suoi, furono due giorni di sciate e risate che non si possono scordare… arrivò ad alte vette sociali nel corso della sua vita, per poi ruzzolare rovinosamente a valle sui tappeti verdi del casinò.

Lui, il marito di seconde nozze Nagirj un già attempato ex militare della marina ungherese in pensione anch’egli vedovo che di figli ne ebbe ‘uno’ da Adelina ed era mio coetaneo, il suo nome è Imbre, si era ancora all’età dei cinque anni e ogni tanto mi invitava nel solaio di casa sua quando suo padre faceva il riposino pomeridiano, agli occhi di un bimbo qual ero, la soffitta di casa sua era come fosse un museo… un binocolo da guardia marina metallo e ottone troneggiava sul davanzale della finestra, in parte un tavolino con sopra tante cornici d’argento ‘appassito’ che ritraevano la prima moglie di papà Nagjrj, era una ballerina americana degli anni trenta, la bella epoque che morì prematuramente di un male incurabile. E ancora valige di cuoio con cinture aperte, un grande baule che conteneva divise e berretti della marina militare ungherese e molte cianfrusaglie e di souvenir… entravo con occhi spalancati di stupore e uscivo dalla basse stanze con la bocca aperta… era come se stessi leggendo un libro d’avventura per ragazzi più grandi della mia età. Leonida e Imbre, sempre insieme… anche a pranzo quando di sotto il tavolo si scambiavano la pelle del pollo perchè a uno dei due non piaceva, sempre insieme anche a sei anni quando si frequentò la prima elementare a Villa di Serio… maestro Zoldan, il peggiore di tutte le classi per severità, per non chiamarla cattiveria, fu lui che vedendo sul vialetto d’ingresso alla scuola che noi si camminava con Imbre che mi poggiava il braccio cingendomi una spalla e per questo fu punito in classe con vigorose bacchettate sulle mani… oggi i Gay aspetterebbero il maestro mentre rincasa e lo coprirebbero di frutta e uova marce.

A pochi isolati da noi, abitava una famiglia con papà e mamma amici dei miei genitori… Lei, la “sciùra” Carlotta, Lui, “sciùr” Gianni con quattro figli, Nadine, Davide, Genio e Giorgio, e fu con quest’ultimo che diventammo amici… Imbre e Giorgio gli unici amici di cui ho ricordo sino ai miei sei anni, poi mio padre che aveva probabilmente fatto ‘il passo più lungo della sua gamba’ assumendo troppe persone e pensando che il vino e qualche “gonnellina” di troppo fossero più attraenti che lavorare 10 ore al giorno, per problemi economici fu costretto a svendere la casa e ci trasferimmo in un cascinale a Seriate… pochi chilometri da dove si viveva, nonostante questo non ho memoria mi sia mai mancato un sol giorno il cibo, forse qualche ristrettezza che perlopiù faceva quella santa donna di mia madre che pur di non far mancare nulla ai suoi figli, spesso rinunciava Lei ad un pasto. Leonida ne ebbe testimonianza dai racconti della zia Angelica che gli parlò di questi suoi sacrifici.
A centodue anni dal letto della casa di riposo dove si trovava mi raccontava che quando la mamma la andava a trovare alla Basella dove Lei era rimasta anche da sposata con mio zio Tasso che era stato insignito dal Titolo di Cavaliere del Lavoro dal Duce, veniva rifocillata e nutrita dalla sorella perchè era evidente che dal viso troppo scarno qualche pasto l’aveva ‘saltato’.

Persone umili i miei, figli di contadini mezzadri che prima hanno lavorato per i “padroni” poi per il regime fascista e dopo… ancora per i “padroni”. (Ci sono ancora i “padroni”… è una razza onnipotente sulla terra che non si estingue.)
La mia non era una famiglia ricca, ma mio padre fece di utilizzare la sua intelligenza per ampliare lo spazio a vita diversa dai sacrifici e cartellini da timbrare… volle bruciare le tappe… dopo un breve periodo di lavoro come operaio in una grande cascina adibita a fabbrica per la costruzione del manufatto di mattoni refrattari, pensò di mettersi in proprio rimanendo nel settore degli ‘isolamenti termici’. Si mise in ‘proprio’ e con cuore ma tanta spavalderia cominciò l’attività di isolamenti termici, quei materiali che si applicano alle tubazioni per preservarne la conduttura di calore o freddo esso sia, quindi risparmio energetico delle caldaie o impianti elettrici da cui venivano alimentate.

Non ho memoria che i miei mi coccolassero o meno, ma nemmeno mi ricordo di averne mai sentito il bisogno, per cui penso proprio di avere ricevuto sempre le attenzioni che un bimbo dovrebbe avere dai suoi genitori.
Non eravamo benestanti, i miei genitori erano umili contadini che venivano dai campi della Basella, un pezzo di terra d’Urgnano, mio padre nonostante ciò ci regalò qualche ‘sprazzo’ di ricchezza alternandolo a guai e preoccupazioni, ma lo stesso ha lasciato ai figli l’eredità di un lavoro che ancora dopo sessant’anni sfama più che dignitosamente tutta la famiglia ‘allargata’… perciò nonostante tutto porto del rispetto per Lui.
Mia madre nacque proprio accanto al Santuario intitolato alla Madonna della Basella. Avevano ricevuto entrambi l’istruzione della terza elementare il resto fu lavoro nei campi e ancora lavoro… L’istruzione alla vita l’avevano ricevuta dai loro genitori, i miei nonni, Paolo e Adelaide da parte di madre, Annibale e Maria da parte di padre… lavorare dodici ore al giorno, fare l’amore quando si volesse esclusivamente far figli… (che peraltro era obbligatorio, quindi due… tre volte l’anno, sollevando la sottana ‘Lei’, abbassando il ‘mutandone Lui’… per qualche minuto, poi, aver timor di Dio. e obbedire al “padrone”… questo il bagaglio culturale di mia mamma e mio papà impartito dai nonni.

Nonno Annibale diceva ai suoi nipoti… Ardì scec che bisogna iga timur del Signur e fa chel che al dis ôl padrù e ôbediga ala mama e al papà… d’oter ghi mia de fa… V’è cônte sô chesta storia… ôl poaret del siùr Gino, al faa ol mezader in’di cap del siùr padrù Pelandi… ôn inveren a la robat mes sac dè patate perché la sò famea a la muria dè fam… ergü a la êst e la fac la spia al padrü di cap… ailà serat sö!!, i la metit in presü per mes sac dè patate… la sò fomla la gà scric al Duce dê faga la grazia perché l’Gino l’era robat per fà mangià la famea, in risposta al gà mandat la scarceraziù al Gino e quater palanche per tirà n’ante alâ môer. Edì scec, bisogna sta atenc… anche a ülì fa del bë, diôlte sfà del mal… la etâ l’è i’sê!

Ma i tempi cambiano e mio padre non poteva o non voleva aggrapparsi “solamente” al timor di Dio. o al timor degli uomini ‘padroni’… voleva diventare come loro… i “padroni” e ci provò ma malamente… a malapena raggiunse qualche cima di speranza e successo che lo portava inesorabilmente a valle in men che non si dica.
Questo faceva si che spesso si doveva sfogare con bevute gigantesche per tuffarsi negli amari ricordi combattuti con 4 anni di prigionia degli inglesi a Tobruk e lo sfogo terminava a casa, di notte, quando tornava ubriaco e svegliava tutti con ‘prediche’ di chi fosse stato quell’uomo che ancora credeva d’essere… e qualche volta, forse quando ricordava che prigioniero in Libia a quaranta gradi all’ombra, riceveva un litro d’acqua al giorno che beveva e ripisciava nella borraccia per berla ancora e ancora… allora ‘alzava le mani su mamma e noi figli quando osavamo opporci… cioè quasi sempre.
Una guerra di “merda” inutile come tutte le guerre che ha rimandato a casa soldati per sempre segnati nello spirito che a loro volta avrebbero lasciato il segno anche nel cuore di consorti e figli.
Mio padre beveva ma non era alcolizzato, beveva spesso ma non sempre e con il cibo che non mancava mai che lo soddisfacesse a sufficienza combatteva il demone del puro alcolismo… per molta sfortuna e poca fortuna era intelligente mio padre… come me che sto tentando di trasformare tutto in più ‘fortuna’ che ‘sfortuna’, che per principio non credo ne a una ne all’altra, credo entrambe esistano a seconda di come ci comportiamo… mio padre era intelligente e furbo come tutti gli uomini che a quell’epoca degli anni cinquanta vedevano al di là della sola prospettiva di ‘timbrare il ‘cartellino’ per otto ore al giorno per sei giorni la settimana e aspettare quarant’anni dopo la pensione… tutti ‘furbi’ negli anni cinquanta, bastava si firmasse una cambiale per comprare quel che si voleva e mio padre imparò presto a farlo, ci prese tanto gusto che per qualche anno di ‘gloria’ ha passato il resto della vita nella sconfitta morale coinvolgendo anche la moglie fino alla riscossione della sua prima e unica rata pensionistica per poi morire in modo atroce di cancro allo stomaco, e coinvolse i figli nella misura degli anni che trascorsero in famiglia prima di liberarsi dal giogo ognuno con il proprio matrimonio.



Tutto pronto…

PREFERISCO PENSARE CHE NULLA ACCADE PER NULLA. E SPERO VIVAMENTE CHE CIO’ CHE SCRIVO, NON SIANO “COINCIDENZE” MA MESSAGGI D’AMORE DESTINATI A RIMANERE NEL TEMPO…………….

Tutto pronto… titolo compreso, ma dopo aver riletto il manoscritto per più volte, ho deciso di mettere a disposizione il titolo di “Solo per oggi” per chiunque quel giorno fosse ispirato in un pensiero da immortalare su carta, e aggiunsi “il tuo pensiero Solo per oggi”, avrei offeso la memoria del Papa Buono, me lo fossi tenuto per me. Così il titolo del mio libro si intitolò. Dio c’è, per poter dire che non c’è, e spiegare il perchè di questa scelta sarebbe come riscrivere adesso tutti i brani del libro.

E’ LA PRESENTAZIONE DEL MIO NUOVO LIBRO-RACCOLTA………………………

Certezza.

Speranza e sogno vanno a braccetto come due scolaretti di prima elementare sul viale d’ingresso che porta alla scuola. La bambina e il bambino si tengono teneramente per mano, e nel tanto vanno al loro giovane insegnamento quotidiano, e anche ancora non la conoscano, in cuor loro sono ‘speranzosi’ che tutto vada per il meglio… e si impari la lezione della maestra. I ragazzini non conoscono il significato specifico della parola ‘speranza’, ma i sogni li fanno già da metà della loro vita perciò anche non sappiano… sanno. Poi si diventa ‘grandi’ e la ‘speranza’ si sa bene cosa sia… molti delusi che non ci credono più, molti che credono a “tratti” e un infinità di persone che ancora ci credono e per sempre ci crederanno. La speranza è riuscire a realizzare un qualche cosa che faccia bene allo spirito, quindi avere una meta da raggiungere… anche su una sedia a rotelle. La speranza ti aiuta a non abbandonare i sogni per il solo motivo di essere ‘grandi’. La parte divertente nell’attesa che si realizzi il desiderio riposto nella speranza è sognare… e non ci sono parole migliori per dire che chi smette di sognare… smette di vivere.

Agosto

Un affare mi venne proposto e per compenso una parte in denaro e per il saldo un cavallo. Già, il mio primo cavallo arrivò così, ti do tre milioni di lire e Ulisse, un cavallo mezzo sangue italiano e arabo mi disse “Gige”, è bravo, docile, mansueto, va bene per te che non sei un esperto. 

Ulisse era, come si dice in gergo, “rotto in bocca”, e una volta preso il galoppo non si fermava mai. Solo mesi dopo venni a sapere che Gige me lo aveva dato perché un giorno, in prossimità di un funerale, si scagliò a spron battuto tra la folla, facendo cadere rovinosamente la bara con feretro annesso.

Cedetti Ulisse a un altra persona, e andai al mercato di un importatore di cavalli. Mi avvicinai al recinto dei cavalli Argentini, e lo vedi lì il ‘mezzosangue’, in mezzo a cento, bello, impetuoso, nervoso, fiero.  A nulla valsero i tentativi del capo mandriano, il gaucho che mi diceva implorante, no buono per te, cavallo per ‘grande’ cavaliere… e lo presi. Baio scuro, bello. Ricordo che spesi la stessa cifra del suo ‘acquisto’ per agghindarmi a tono. Sembrava che io e Kenzo dovessimo partecipare alle finali dei campionati del mondo di Dressage. Anche la mia nuova fiamma aveva una splendida cavalla arabo-polacca, ma si stancò trasmettendo la passione al papà e con Lui ci recammo da Piero a Ossimo un ridente paesino montano nel bresciano.  Mi innamorai di Solita, una bella argentina maculata incinta che ci diede uno splendido puledro, che purtroppo morì pochi giorni dopo la nascita. Sempre da Piero acquistai un cavallo del Don, Bauwer e, anche se Flaminio, mio suocero, mi sconsigliò di prenderlo perché era “intero” cioè con gli attributi, io non sentii ragione e lo volli.
Due giorni dopo lo riportammo dall’ex proprietario, aveva demolito la stalla a suon di calci tanto era impetuoso, ed era pure impossibile cavalcarlo tanto era brioso e incontenibile. Dopo quella esperienza,  Benvenuto, un maestro di cavalli, mi consigliò una magnifica cavalla tedesca alta due metri al garrese, bianca, con macule leopardate (Ubero). Il suo nome mai fu più appropriato, si chiamava Signora, era stupenda, non fosse che era un’ex “saltatrice d’ostacoli” e dopo una lunga carriera, non ne voleva giustamente più sapere di cavalcare a ritmi forsennati e nemmeno di fare tutto quello che un esuberante cavaliere come me volesse, e allora dopo poco tempo, ciao Signora…