Sento ciò che Amo…

Sento ciò che Amo. Si sente sento dentro un emozione forte, un misto tra voler bene, essere felici, uno strafare d’amore. Non si sa bene da dove venga, pare dal cuore, ma nemmeno, forse dallo stomaco, e non si può dire dall’anima, non si è ancora  sicuri di esserne degno. E penso quanto sarebbe bello si potesse trasmettere questa sensazione a tutti al mondo, per far star bene, o anche solo per far pensare che c’è speranza, c’è amore, che si può fare all’amore e non si può odiare, non si può pensare al peggio quando dentro batte una forte emozione.

E lo stesso abbiamo ben presente il nostro presente, quindi da dove arriva questo star bene? Siam certi,  rispondiamo, è la speranza, forse tutto si può sistemare, qualunque sia il problema che assilla ognuno di Noi nel quotidiano trascorrere di vita, che non c’è problema che non si possa risolvere se ti senti così.

Per me e’ un regalo del Signore, o della Madonna, ma per un non credente potrebbe essere negativo e non positivo…  bianco e non nero, fortunato e non, che mi frega, io lo chiamo ‘azzurro’, e sto bene, come faccio a dirlo al mondo affinché serva anche a Lui. Perché è incontenibile, non si può tener dentro, domani può finire ed io non so come dirlo, ma sto proprio di un bene che ne ho d’avanzo per il colore della pelle di ognuno.  almeno per oggi la vita non ha ostacoli se non ci sono ‘alt’ superiori, eppure è un giorno come un altro, o forse no.

Stamane una brava persona mi ha aiutato come comunque sta facendo da anni, un Angelo mandatomi dal cielo, e il cielo stesso lo aiuterà, poi sono andato da quell’altra persona nel primo pomeriggio, il netto contrario del primo, una persona cattiva se non malvagia che inverso mi ha minacciato velatamente per un nostro regresso, il cielo sentenzierà, vive male chi ha rancore nel cuore…

Torno a casa dai miei cagnolini, li accudisco prima, e poi vado con loro nel bosco, mentre che leggo un libro di una cara amica che desidera un mio modesto parere al riguardo avendolo Lei scritto.  Inciampo di tanto in tanto sul sentiero costernato da ciottoli e sassi, arrivo al punto dove questa estate ho iniziato a costruire un muro a secco, la, dove spunta il sentiero dove il Tullio faticosamente l’ha tracciato, e già che ci sono ne proseguo un pezzo a destra e sinistra. Le preghiere quotidiane le ho già dette il mattino di ritorno dal mio amico Claudio, che anch’esso ho visto al suo allevamento per quel favore che mi ha fatto. E ora mai se fatta l’ora di riportare verso casa il corpo e i cani, che sanno da sfamare con pollo e crocchette… svelto, che dopo sono atteso da Carlo, che mi ha invitato a cena perché oggi Lui compie una ragguardevole età che guarda caso sono i miei stessi anni di vita con tre giorni in meno, motivo per cui ci prendiamo sempre in giro perché Carlo a onor del vero e più giovane di me di tre giorni, quindi io son l’anziano fra i due.

Il resto degli invitati, e’ bella e brava gente con l’insieme dei suoi figli che amo e la moglie simpaticissima nella sua malcelata timidezza. La serata finisce con una bevuta senza misura come nostro solito. E sto bene, di un bene che non so spiegare, che nessuno e niente oggi mi può ferire,

Mi piacerebbe tanto darvi anche solo un po’ di quello che sento nel mio io ora… immaginate un momento molto felice della vostra vita, e moltiplicate il tutto per mille e vi arrivi tutto l’amore che potete immaginare, perché vi amo, come amo ciò che sento, e sento ciò che amo.

L’oro della sera

Un sentiero si fa largo tra gli alti fusti dei pini, percorrendolo con fiato grosso in miscela con battiti vigorosi del cuore, insieme distratti dal vento che alterna sibili di nenie lontane, ora lievi, ora di padronanza e rispetto.

I pensieri si alternano susseguendosi l’un con l’altro per non lasciar libera la mente dal pensare alla fatica del tuo incedere, normale fermarsi in fasi distaccate per riprendere fiato, perché la mente aiuta e regge fin dove puro sulla fatica che velatamente ingannevole ha vinto.

Si accorcia di molto il respiro che s’è fatto affannoso, e in quei frangenti, solo gli occhi operano senza interruzioni, e butto lo sguardo tra gli abeti, i pini ed i faggi, che per quanto faccian scura la visione a te dinanzi, lasciano loro malgrado spazi aperti che non posson colmare di verde e marrone.

Sollevando di poco il capo, la luce prende a farsi largo tra le fronde, e rivela di contorno le macchie scure che compongono le montagne alte e maestose con le sue cime necate da un inverno che sta litigando con sorella primavera che arriva e non la vuole ancora, montagne che si stagliano protese come a voler abbracciare il cielo in un vano tentativo di riuscirvi continuando a scivolare nel vetro celeste.

Le nuvole corrono veloci e si inseguono nel tentativo di ricomporsi, il sole dietro di loro padrone incontrastato di tutto lo scenario, con prepotente iridescenza sferza il cielo, sbiancandolo fin dove impone la sua onnipotenza con i colori dell’oro.

Mi trovo nel protettivo caldo abbraccio dell’amico bosco, che mi da appuntamento ad un prossimo incontro perché lui sa che domani torno al fiume, l’ha capito dal mio sguardo sconsolato, e mi saluta con i suoi colori, con i suoi profumi, con i suoi suoni.

Ma io gli chiedo di regalarmi di nuovo qualche momento, che il sole non è ancora andato nell’altra metà del mondo a rallegrarlo e a farlo rivivere di luce propria con la sua presenza, ancora qualche istante con lo spettacolo della vita nell’anima, ancora qualche minuto prima di riprendere con gli affanni del vivere imposto, aspetta natura, ancora un poco prima che intinga l’indice sulla punta della lingua per cambiar pagina con questo giorno, sii buono con me bosco, lasciami ancora un pò della tua presenza nel cuore, sarà lo stesso sole, che quando smette di irradiare di luce mi avvertirà, perché non avrò più negli occhi, l’oro della sera.

 

Signore di quel posto

Signore di quel posto, vieni via con me, ti prego non lasciarmi tornare da solo in quel luogo di mille finestre e luci che mi crea paure, insicurezze e angoscie. Signore di quel posto piccolo, su là in montagna, domani vieni con me, e già che ci sei, se vuoi accontentarmi del tutto, porta la tua Mamma con te, che io passo da Lei, per venire da Te, che io prima prego Lei. Che Tu le dai retta, chi non da retta alla sua mamma e anche chi non lo fa, lo vorrebbe fare, e’ solo una questione di situazioni, dove ti ci trovi dentro, o dove ti ci hanno messo, ma e sicuro che ogni figlio ama la sua mamma, più di ogni altra persona. E tu Signore, vieni con me domani, ti ho trovato qua ad aspettarmi qualche giorno fa, che io quando arrivo ti trovo, in verità non sei mai mancato, ma amo pensare che qui ti trovo di più. Sarà perché ti cerco nel bosco, che solo qua trovo, ogni momento che volgo lo sguardo in ogni dove, tu ci sei con la bellezza infinita degli alberi, del sole che spunta dalle sue cime spoglie che vestono ancora l’inverno, o dal semplice crepitio del fogliame che calpesto col mio incedere, e mi sento protetto da quel mondo che non ha quel ritmo in cui devi per forza fare qualche cosa. Sarà perché solo qui ho costruito quel velo di protezione che cerca ognuno nei suoi dubbi, sarà quel che sarà, ma tu domani, vieni con me Signore, non mi lasciare in quel che penso non sono in grado di risolvere, perché io senza Te ho paura, e sono insicuro. Signore di quel posto, domani vieni con me in città, che senza di Te non parto, rimango qui, non c’è la posso fare da solo a fare quello che mi sembra troppo grande se ci penso ora, e tutto troppo grande senza di Te, Signore di quel posto, vieni con me, porta la tua Mamma ti prego.

Cara Amica ti scrivo 2016

  • Cara amica ti scrivo. Un amica, che tale dovrebbe essere una persona che conosci da un po e che con Lei hai trascorso del tempo il quale ci ha visti partecipi protagonisti di alcune vicende e molte se non troppe vicissitudini, verbali ma anche palpabili.

Un amica lo diventa per caso, ma mai per caso, non te la scegli e Lei arriva, legata ad una situazione ancor prima che dall’amore che si elegge a tale sinonimo d’unione fraterna.

E sei arrivata Tu con il fascino speciale di un traguardo irraggiungibile, una imbratta pagine vuote che sai riempire di cuore e di vita, una traduttrice simultanea di sentimenti, e ti ho seguita fin dove ho potuto e voluto tentando di mirarne le gesta, ma presto mi sono reso conto che i comportamenti son propri di ognuno, e ancora sono stantio a capirne i perché  dominato dal cuore, ma vi rinuncio anche se bramoso di risposte, a volte è bene non capire ciò che è meglio non sapere.

Sei arrivata Tu con il tuo entusiasmo forse sempre o quasi malgrado a volte sopito, con quella gioia di dire chi sei e ti manifesti nell’esporti a “guerriglia”, con tocca e fuggi che lascia stupiti e fa confondere i sensi nel giudizio da darti, semmai si possa esprimere in un qual modo il volerti conoscere.

La vita è una scuola di sentimenti emotivi che apre i battenti ogni giorno dalla propria nascita, e li chiude al tramonto dimenticandosi di morire, e il voto finale che prendi non ti lascia mai pago di niente perché ancora avresti voluto dare, quindi bisogna sapersi contentare.

Solo la parsimonia e la tolleranza ti sono supplenti, e se li ascolti ti portano a capire non tutto ma molto del pensiero altrui, se per trino, ma non ultimo, aggiungi la pazienza.

Di te ho capito l’essenza di essermi amica, che tutto trascende dalla normalità del quotidiano pensiero, così ti tengo, così ti ho, ti apprezzo e pure ti stimo ed evito il contrasto di un unione carnale del vissuto, per immergermi nell’ignoto del solo fremere di cuore nel sapere chi sei al di là del tuo volto.

D’accordo, prima o poi ci faremo quella birra che forse non ci “faremo” mai, perché è già chiaro che ce la siamo già “fatta”.

Ciao Amica Mia

 

 

Meglio un fiore tra le mani.

Tra le mani non ho niente, solo tu mi ascolterai, così recita una melodia di un mondo che non c’è se non nella nostra anima, che è più che averla stretta nel cuore.

Si va in cerca di pace e armonia, si vaga con cuore pesante in un sentiero che si spera porti al viale della serenità, si accendono ricordi vividi e lucidi che sbaragliano se non per molto ciò che basta a rintemprarti in un rinnovato fiducioso camminare con i tuoi pensieri. Perché e’ solo tuo quel pensare, e di nessun altro in quel momento, si apre una nuvola di speranza, eterea presenza, come di notte a letto tirarti le coperte sul viso a ripararti dalle insidie quotidiane, chiedere quel l’attimo di tregua dal mondo.

È un cerchio che ti rende immune dalle cattiverie esterne che al fine son solo vivere, riappropriarti di qualcosa che qualcuno o nessuno ti può togliere, ma riconquisti un terreno perduto. Cammina che ti passa, passeggia in compagnia della tua ombra nella vita al riverbero del sole, il te stesso che fai rivivere ti accompagna fedele.

Nessuno ci ha obbligato ad avere due auto quando ce n’è d’avanzo d’una, e nemmeno di due cellulari e due televisori con mille canali anche se ne vedi solitamente tre, e due computer, non sia mai che uno si guasti e ci rimani senza per qualche giorno, non obbligati ad avere neanche un frigorifero americano che ti spara ghiaccio per dei cocktail che non ti fai mai se non quando l’hai acquistato, perché l’aperitivo e’ d’obbligo al bar, in compagnia e neppure avevi bisogno di avere due cappotti per un inverno che a malapena hai vissuto perché la neve non hai avuto il tempo di toccarla se non per calpestarla, così come per dieci paia di pantaloni e altrettante scarpe per ogni occasione che sempre sono due, calda e fredda,  ma meglio abbondare che deficere, meglio avere un pensiero in più per la testa che mancarti nell’armadio un colore di una maglia che non metti…ma almeno c’è.

E cerchi pace, armonia e serenità, pensando di rilassarti quel tanto che basta per una buona pensata che ti faccia star bene con il consumo che si è impadronito del l’essenza di ciò che realmente ti serve, immerso come sei nel trovare nuove soluzioni a del benessere superfluo quanto i tuoi pensieri. E cammini intanto che la natura si fa vedere con i suoi colori, afferri tra le mani un fiore che se ci pensi non costa nulla, ed è tanto bello nella sua straordinaria semplicità. Osservi i petali rosei e i gialli pistilli, per qualche attimo ritorni uomo, cioè sei un fanciullo con mente libera e cuore aperto, e bisognerebbe afferrare quell’attimo d’insieme con il creato e farlo vivere con la tua carne, capire cosa significa esistere.

Potresti essere nudo, ricco dei colori che ti circondano, e vivo con l’aria che respiri, basterebbe niente per avere tutto, noi si cerca oro nelle tasche, ma basterebbe un sorriso  e un fiore tra le dita delle mani.

È sempre Amore

Si sente provenire da lontano un borbottio del tempo. Chissà se sta brontolando perché fa troppo caldo. Chissà se il tempo stasera sarà piovoso. Il tempo è arrivato con uno stuolo di nuvole cariche di rabbia, annuncia il suo arrivo con loro alle spalle che si pavoneggiano nere di minaccia all’orizzonte.

Meglio si sia rispettosi e non lo si faccia arrabbiare il temporale. Giove non gradisce lo si prenda per i fondelli, dice che non è Ballanzone ne Pulcinella… non deve far ridere nessuno Lui, se si arrabbia sul serio scaglia saette lanciandole con tutta la potenza del suo braccio. Zeus, Giove per gli antichi romani, il Re dei re della mitologia greca.

Noi mortali qua sotto. Sotto il cielo, attaccati alla terra con l’inferno sotto i piedi. Noi uomini che crediamo nella mitologia del presente, siamo i re di noi stessi. Alcuni accadimenti della vita ci fanno paura, ma non lo diamo a vedere… noi siamo i re di noi stessi. Ci rendiamo conto di non essere ‘nessuno’, quando sentiamo il fragore di un tuono che preannuncia l’arrivo su di una biga trainata da due cavalli neri con Giove che li sprona a suon di frustate di saette. Zeus, Giove, il Re dei re della mitologia greca, e Noi ci rendiamo conto di essere tanto piccini all’arrivo del dio delle tempeste che alla fin fine è solo un brutto sogno.

La Natura siamo Noi. Ne facciamo parte integrante e purtroppo, dominante.

siamo i re di questa terra e ci caghiamo addosso al suono del fragor di un temporale… una volta!… adesso son bombe d’acqua, tornadi e tempeste… siamo Noi, siamo ciò che abbiamo dato alla Natura, e Lei risponde adeguatamente, con il solito garbo, ma lo stesso non si può esimere da rimandare sulla terra tutto il “bene” che gli è stato dato, magari il doppio perché la Natura e generosa!

La Natura siamo noi… i re che si inchinano al bagliore accecante di un solo attimo, e non abbiamo ancora capito che questo ‘bagliore accecante’ non è che una delle mille lampadine di luce nella stanza da letto dove Dio. riposa. Dio. è Amore.  L’Amore è la base di qualunque credenza, filosofia, religione o appartenenza di pensiero al mondo. Esiste un solo Dio. ed è l’Amore, ognuno dia il nome che più gli aggrada, è sempre Amore.

L’ultimo figlio del Cielo e l’Ultimo della terra. Solo per oggi.

PU YI, all’età di tre anni siede sul trono come l’ultimo Imperatore della Manciuria, un piccolo ometto a cui venne tolta la madre e il padre perché “divinizzato” e segregato in un magnifico nido d’oro, con al seguito migliaia tra eunuchi, ciambellani, balie, guardie, insegnanti e servitori di ogni specie. Il suo compito era di governare un popolo senza di fatto averne il potere perché altri per lui decidevano cosa doveva dire e fare, e alla fine, una enorme porta rossa sbarrava la strada per uscire dalla sua città, tenendolo di fatto prigioniero di se stesso.

Mario a tre anni viene mandato all’asilo del suo paese, Villa di Serio un paese della Lombardia,  assistito e sorvegliato da un nugolo di persone tra suore, cuochi, maestre e assistenti sociali. Il suo compito nel mondo se lo scelse da solo crescendo e decise di fare l’imprenditore, nessuno lo comandava o gli diceva ciò che doveva fare, a parte qualche particolare episodio in cui doveva chiedere prestiti alle banche per finanziare la sua impresa, anche se ufficialmente nulla era nero su bianco.

Mario era davvero una persona libera e non aveva nessun “portone rosso” chiuso davanti a se, a condizione che avesse i documenti in regola con la questura per poter espatriare, nessuna pendenza economica con l’agenzia delle tasse e la Guardia di Finanza non avesse nulla da eccepire, del resto anche i Carabinieri non creavano situazioni di ostacolo se non fosse anche solo sospettato ingiustamente di qualche reato di carattere civile.  Certo, alle elezioni politiche, era meglio che votasse per il partito di maggioranza, mettendo da parte le sue convinzioni e ideologie, del resto per ottenere gli appalti per far lavorare i suoi operai, doveva pur fare un piccolo sacrificio di rinuncia. Nessuno ha mai deciso per Mario, si doveva solo attenere ad una estenuante burocratica e onerosa condizione di vita dettata, ma niente più.

PU YI, l’ultimo Imperatore della Cina, fini’ la sua vita povero in canna e gli fecero  curare i giardini di Mao Setung dopo aver trascorso dieci anni di prigionia in un carcere riabilitativo comunista.

Mario, ora settantenne, vive del minimo della pensione statale in un monolocale di periferia, dopo aver scontato qualche mese di carcere per non essere riuscito a pagare le tasse imposte dal suo paese.

PU YI l’ultimo Imperatore del cielo sempre con un “Portone rosso” che gli sbarrava la strada davanti a se. MARIO, l’ultimo imprenditore Italiano con la porta sempre aperta sul l’inferno dei vivi. L’Ultimo figlio del Cielo e l’Ultimo della terra.

DICEMBRE. Solo per oggi. (13)

01 DICEMBRE 2017 Ara da mettere al 8 dicembre  S. Eligio

Dicembre se la fa comoda con Gesù che nasce e se la neve gli fa da contorno, i suoi 31 giorni sono ricordi che dureranno almeno per il doppio del tempo. Gennaio ti riporta alla vita un po’ bruscamente con il rigore del suo gelo, per questo la “scasadà del Zenerü”, ( la scacciata del ‘Gennaione’ il 31 di Dicembre) esorta il ritorno di un tempo più clemente, non perciò saranno lustrini e luci in strada e nel cuore.

Dicembre è il mese del candore per eccellenza, vuol dire inverno con tutti i suoi magnifici colori sbiaditi, vuol dire serenità e culmine delle speranze di un anno appena trascorso… o appena iniziato. Dicembre porta candore negli animi e li avvicina di più alla vera luce quella da cui una volta irrorati saremmo luminosi.

02 DICEMBRE 2016 ARA  Santa Bibiana, Santa Viviana, Santa Evelina

03 DICEMBRE 2014   S. Francesco Saverio, S. Cassiano

Immacolata Concezione. E chi ci pensa più, e chi ha presente un concetto tanto puro e grande. Che poi non è colpa di nessuno, a nessuno si è inaridito il cuore a tal punto, e solamente una cosa che non ci appartiene più per una serie di sfortunate avveniristici accadimenti,  se non per la simbologia del Natale che incalza. Che la vita si è presentata sotto altro aspetto dinnanzi ai nostri occhi. E non c’è più spazio per sentimentalismi puri, e non è più cosa pensare, e lasciarsi trasportare da da velleità dell’anima, non c’è più tempo, non c’è più l’armonia necessaria, ci hanno asciugato l’umore dell’anima, ci hanno prosciugato le riserve idriche di sana bontà. I fatti nudi e crudi come si presentano, il problema dell’integrazione razziale, che non dovrebbe essere un problema se l’umanità non l’avesse trasformato tale, fatti criminosi di ignominia degradante, eclatanti storie di mala sanità, degrado sociale, disoccupazione  in costante aumento, problemi socio-economico di svariato genere, mafia, camorra, drangheta, cupole di ogni tipo, insomma stato nello stato, corruzione e… fermiamoci che l’elenco e’ troppo lungo e fa male solo il pensarlo, tanto la lista e’ lunga. E Lei li, paziente a tentare di aggiustare ciò che rompiamo in continuazione, Lei, l’immacolata concezione,  che sembra sempre più impotente davanti al trionfo del nostro male, imperterrita davanti ai secoli, in paziente e silente aspettativa, che prima o poi tutto finisca, e qualcuno, sempre meno, a sostenerla in questa estenuante lotta, o forse sempre più come io amo pensare. Che Lei l’immacolata l’ha promesso, che i momenti saranno duri e a volte brutali nella loro smarcante attualità, ma Vinceremo assicura, non abbiate paura, Vinceremo. Il bene prevarrà sul male, il bene trionfa sempre sul male, e nel frattempo noi abbiamo perso il puro e sano concetto dell’ immacolata Concezione, distratti dal tutto che non serve a niente, se non a far sorridere il male. E allora Madonna Santa, perdonaci, non perdere la calma, tu Regina dei cieli e della terra, continua con il tuo incessante aiuto, ignorando che noi sempre più ti ignoriamo, o verresti meno a ciò che ci hai promesso… Che vinceremo con il tuo aiuto, e verrà di nuovo il tempo in cui riprenderemo a Venerarti come tu meriti, si rafforzeranno gli animi e di nuovo entreremo in possesso di quel ormai flebile etereo pensiero che ci accomunava, e di nuovo abbasseremo lo sguardo per terra, immeritevoli d’altro, ogni volta che nomineremo il tuo nome Maria Vergine Santa, sospiro di Dio, Immacolata Concezione.

04 DICEMBRE 2014 ARA e 2020 da riportare al n.8   Santa Barbara, Santa Ada, Santa Isa, S. Addo, S. Cirano

05 DICEMBRE 2014 ARA S. Dalmazio, Santa  Crispina

06 DICEMBRE 2019 ARA   S. Nicola di Bari, Santa Angelica, S. Terzo, S. Fortunato, S. Emiliano

07 DICEMBRE 2018 ARA    S. Ambrogio

08 DICEMBRE ARA del 01 12 2017 da riportare  Santa Immacolata concezione, Santa Concetta, Santa Immacolata, Santa Conchita

09 DICEMBRE 2017  S. Siro, S. Amleto, S. Cesare, S. Sirio

Non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al cuore di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene

È facile dire a parole ti amo, il difficile è metterlo in pratica, ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto, è quello vero.  Per qualcheduno, non è facile capirne le differenze che ci si illude di conoscere. Pretendere di conoscere l’Amore è pretendere di possedere il cielo ed io ne possiedo solo la parte che per grazia mi vien data per respirare… per questo mi illudo

Non è facile sfuggire a se stessi, è scappare da una realtà che ci è stata cucita addosso, ma molti non amano gli si faccia un abito per una cerimonia a cui non vorrebbero partecipare. Imperativo e fuggire per primo da ipocrisie e falsità, delle maldicenze non ci si deve preoccupare perché si ritorcono sempre sulla bocca che le dice.

Poche le persone che non scappano dal quotidiano, e forse nessuna che non voglia tenersi per se qualche momento di privata solitudine.

Uno spazio di intimità personale ottenuto dal fuggire dalla realtà per qualche periodo di tempo… quel tanto che basta per tentare di sgarbugliare l’intricata matassa della vita. Quel gomitolo di filo d’Arianna che si sa solo quando ha iniziato ad avvolgere i nostri corpi ma non si sa quando, e se saremo in grado uscire da quel groviglio di fili.

È facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’Anima, come è facile vedere uno stormo di rondini che migrano per dirti che il sole quel giorno tramonterà prima per andare altrove portandosi con se i nostri pensieri che variano con la stagione che si sta cambiando l’abito.

Facile… difficile, basta saper mescolare le carte e tutto diventerà ciò che vogliamo sia, e per questo motivo parlerò scrivendo delle mie e delle vostre mani… quell’intreccio di dita che segna il tempo incipiente del nostro trascorrere che tanto confà con il facile fare e difficile metterlo in pratica… Alla fine rimane che è facile vivere ma ci vuole molto più coraggio per sopravvivere.

Uno spazio di intimità personale ottenuto dal fuggire dalla realtà per qualche periodo di tempo… quel tanto che basta per tentare di sgarbugliare l’intricata matassa della vita. Quel gomitolo di filo d’Arianna che si sa solo quando ha iniziato ad avvolgere i nostri corpi ma non si sa quando, e se saremo in grado uscire da quel groviglio.

Quel gomitolo che troppo frequentemente è avvolto a più di due mani ed è difficile sapere quando sono mani sincere, o invece imbrogliano la matassa. Allora bisogna che ci si prenda il giusto tempo per cercare di capire e comprendere, possibilmente senza addossare colpe ad… altre mani.

Mani che si intrecciano in supplichevole preghiera congiungendosi in segno di pace e serenità. Mani che implorano e mani che amano, le mani si stringono o si salutano, mani che dicono chi sei.
Mani nude e mani con guanti che non vorrebbero, mani che gesticolano per convincere o per insegnare.

Mani tranquille e mani che fremono e procurano sensazioni di erotismo supposti e poi consumati… Mani pulite che mentono perché possono dire molte cose, mani sporche di terra che possono dire solo verità.

Le mani lavorano, le mani amano, le mani soffrono, le mani oziano oppure si difendono. Il futuro è nelle nostre mani… per questo dobbiamo portare rispetto al presente non scordando il passato, solo in questo modo si “fanno i calli”, e che il mondo possa vivere un altro bel giorno illudendosi sia tale.

Scappare dalla realtà quotidiana ma solo momentaneamente e con la consapevolezza di ritornare con i piedi per terra per mettere in pratica il sollievo ricevuto da pochi attimi di tregua cercata nell’intimo del proprio animo che allegro volteggia tra i meandri della beatitudine.

Ho scritto qualcosa di ‘Noi’ parlando di me, un intreccio di pensieri e di mani perché tutti si prendano qualche momento per se’… e al cominciar del far della sera, il pensiero sia solo positivo che il negativo lo si affronta con la luce del sole in modo si vedano meglio le buche in strada. La sera e poi la notte, servono per portare consiglio e lasciare che la mente ci porti per qualche tempo nel posto che desideriamo sia.

10 DICEMBRE  2019   S. B. V. Di Loreto, S. Amanzio, Boris, Santa Loredana, S. Nazzareno

Essere un buon Cristiano, non significa conoscere questo o quel passaggio della Bibbia alla perfezione, non significa andare alla messa con ritmi incessanti, non è necessario essere puri e immacolati, non è indispensabile pregare molto e sempre, non è obbligatorio essere casti, tutto ciò e consigliabile, non categorico. Per essere un buon Cristiano o semplicemente una bella persona, basta seguire un Comandamento che il Signore ci ha insegnato, rispettare il Prossimo tuo come te stesso. C’è dentro tutto quello che ci serve. Io non ci sono ancora arrivato, ci sto provando… E voi? Buona vita al mio prossimo anche a chi non è Cristiano purché creda in qualcuno o qualcosa volto al bene, ugualmente tutto riconduce alla scala che porta in cielo.

11 DICEMBRE  2019  S. Damaso, S. Sabino,

PU YI, all’età di tre anni siede sul trono come l’ultimo Imperatore della Manciuria, un piccolo ometto a cui venne tolta la madre e il padre perché “divinizzato” e segregato in un magnifico nido d’oro, con al seguito migliaia tra eunuchi, ciambellani, balie, guardie, insegnanti e servitori di ogni specie. Il suo compito era di governare un popolo senza di fatto averne il potere perché altri per lui decidevano cosa doveva dire e fare, e alla fine, una enorme porta rossa sbarrava la strada per uscire dalla sua città, tenendolo di fatto prigioniero di se stesso.

Mario a tre anni viene mandato all’asilo del suo paese, Villa di Serio un paese della Lombardia,  assistito e sorvegliato da un nugolo di persone tra suore, cuochi, maestre e assistenti sociali. Il suo compito nel mondo se lo scelse da solo crescendo e decise di fare l’imprenditore, nessuno lo comandava o gli diceva ciò che doveva fare, a parte qualche particolare episodio in cui doveva chiedere prestiti alle banche per finanziare la sua impresa, anche se ufficialmente nulla era nero su bianco.

Mario era davvero una persona libera e non aveva nessun “portone rosso” chiuso davanti a se, a condizione che avesse i documenti in regola con la questura per poter espatriare, nessuna pendenza economica con l’agenzia delle tasse e la Guardia di Finanza non avesse nulla da eccepire, del resto anche i Carabinieri non creavano situazioni di ostacolo se non fosse anche solo sospettato ingiustamente di qualche reato di carattere civile.  Certo, alle elezioni politiche, era meglio che votasse per il partito di maggioranza, mettendo da parte le sue convinzioni e ideologie, del resto per ottenere gli appalti per far lavorare i suoi operai, doveva pur fare un piccolo sacrificio di rinuncia. Nessuno ha mai deciso per Mario, si doveva solo attenere ad una estenuante burocratica e onerosa condizione di vita dettata, ma niente più.

PU YI, l’ultimo Imperatore della Cina, fini’ la sua vita povero in canna e gli fecero  curare i giardini di Mao Setung dopo aver trascorso dieci anni di prigionia in un carcere riabilitativo comunista.

Mario, ora settantenne, vive del minimo della pensione statale in un monolocale di periferia, dopo aver scontato qualche mese di carcere per non essere riuscito a pagare le tasse imposte dal suo paese.

PU YI l’ultimo Imperatore del cielo sempre con un “Portone rosso” che gli sbarrava la strada davanti a se. MARIO, l’ultimo imprenditore Italiano con la porta sempre aperta sul l’inferno dei vivi. L’Ultimo figlio del Cielo e l’Ultimo della terra.

12 DICEMBRE  9191   S. B.V. Maria di Guadalupe, Santa Lena , S. Rosalinda

13 DICEMBRE  8139   Santa Lucia, S. Antioco, S. Oreste

14 DICEMBRE  7182   S. Giovanni della Croce, S. Pompeo

15 DICEMBRE 2017 ARA.  Santa Virginia, Santa Cristiana, Santa Noemi, Santa Naomi, S. Crocefisso

16 DICEMBRE 2016 ARA.  Santa Adelaide, Santa Adelaide, S. Adone, Santa Albina

17 DICEMBRE   7171   Santa Olimpia, S. Modesto, S. Lazzaro, Santa Olimpia

18 DICEMBRE 2015 ARA… e 2020 da riportare al n.17   S. Graziano

19 DICEMBRE 2014 ARA. S. Dario m., S. Anastasio

20 DICEMBRE 2019 ARA S. Liberato

21 DICEMBRE 2018 ARA   S. Pietro Canisio, S. Temistocle

22 DICEMBRE  8912   S. Demetrio, S. Remo, S. Spartaco, S. Dimitri

23 DICEMBRE  9875   S. Ivo, S. Giovanni da  Key, S. Dagoberto, Santa Vittoria

24 DICEMBRE  1234    Santa Paola Elisabetta Cerioli, Santa Adele, Santa Irma, Santa Adelia, S. Adelio

25 DICEMBRE  7548   San Natale di Gesù, S. Nerea, Santa Eugenia

26 DICEMBRE  2845  S. Stefano

27 DICEMBRE  2719   Santa famiglia di Nazareth, S. Giovanni ap. Santa Delfina, Santa Fabiola

28 DICEMBRE  2299   Santissimi Innocenti martiri, Santa Donna, S. Innocente, Santa Iolanda

29 DICEMBRE  8118   S. Tommaso Beket, S. Davide re

30 DICEMBRE  8282  S. Ruggero, S. Raniero

31 DICEMBRE   2022   S. Silvestro, Santa Fiore, Santa Ilaria, Santa Melania, S. Sesto, Santa Donata, S. Fiorello

”la storia di Ilaria che è  S. Eros “…………………….

31 DICEMBRE 2015 E MEZZO PENSIERO CHE I SANTI OGGI SON TUTTI QUANTI in dovuto dovere di tempo all’incedere del ‘bisesto’.

Y LOVE LONDRA

Vuoi, che sia stato un periodo della mia vita un po’ giù di tono, vuoi che mio fratello Adelio, mosso a compassionevole amore fraterno abbia voluto che l’accompagnassi in uno dei suoi innumerevoli viaggi nel mondo, di fatto fui invitato con la mia compagna Patrizia a trascorrere con Lui e Anna, nella splendida città cosmopolita chiamata Londra. E ci si prepara prima, che la lingua da parlare non fu un gran problema, non è mai un problema muoversi e comunicare con la gente, comunque sempre se vuoi ti fai capire, o a gesti o con qualche stentata parola in inglese, e quindi si parte. Che il problema non era tanto il saper parlare correttamente la lingua, il problema era affrontare il viaggio in aereo, che da sempre per me, e’ l’equivalente di agonizzare per l’ansia tre giorni prima della partenza, rischiare di morire d’infarto durante il volo, e se sopravvivo, turbamenti e incubi, tre gioni prima del ritorno.

Che quella volta non potevo conportarmi così, ero da poco tempo con Patrizia, e come potevo presentarmi ai suoi occhi azzurri come un pavido, pauroso e piagnucoloso uomo!?  Dissi tra me e me, in qualche modo si farà, mi farò coraggio e sicuramente Patty mi aiuterà.  E passo addirittura all’epilogo di questo, stupido e un po’ vigliacco capitolo… Durante il decollo, nella nostra fila di tre posti, eravamo così composti: io sulla destra, la hostess nel mezzo che stringeva la mano a me, e Patrizia sulla sinistra che a sua volta stringeva la mano della hostess. E non fini li, mi incazzai parecchio pure con Adelio, che al di la del corridoio, nella nostra stessa corrispondenza di fila, consumava tranquillamente un pasto frugale offerto per il viaggio dagli stuard, che non ci sarebbe motivo per arrabiarsi, non fosse che pensavo che mio fratello avesse più paura di me, invece aveva preso lezioni precedenti di volo “anti panico” non so bene dove è quando, e per di più se la rideva del terrore che invece avvolgeva me e Patty. Ma si arrivo’ in quella meraviglia di citta, che sembra ospiti il mondo intero fatto a pezzetti per farcelo stare tutto, non avevo visto mai tante etnie in un posto solo.

E racconterò le cose in ordine sparso, che la precisione dei dettagli non è mai stata amica mia, le emozioni abbisognano di sfumature particolari, per questo ci sono le riviste specializzate e dettagliate, e il primo luogo che mi viene alla mente, e’ Piccadilly Circus, una grande piazza londinese zeppa di negozi e persone ‘strane’, attrattiva turistica tanto da essere uno degli stessi simboli di Londra. Situata nella immediata adiacenza al quartiere Soho, che insieme a Piccadilly, fanno il centro della vita notturna Londinese, ed epicentro Gay della capitale, con i loro locali a luci rosse. Il capodanno di quell’anno lo festeggiammo proprio a Piccadilly Circus, migliaia di persone con noi, che nella loro confusione erano più ordinati che merce esposta in un super mercato, regolati da “bobbit” a cavallo che ben preservavano l’ordine, tanto che per ogni facinoroso ubriacone, scattava l’immediata forzata “rimozione”, che a Londra funziona così, come agli stadi, nessuna paratia di contenimento, nessuna barriera anti intrusione, ma tutti in ordine e tutti si possono divertire, che divertirsi non significa necessariamente rompere le palle agli altri rompendo barricate.

Uno dei posti più suggestivi, e’ certamente Buckingham Palace, e per la sua stupenda cancellata, e per il maestoso palazzo dietro che ospita la Regina, quando è a casa, con la bandiera londinese issata sino alla cima dell’asta se Elisabetta e’ a palazzo, a mezz’asta se non c’è.   E se si ha la pazienza di aspettare il momento propizio, si può ammirare il cambio della guardia, con le sentinelle in divisa impeccabile bianca e rossa con bottoni e alamari e mostrine d’oro, stivaloni a mezzo ginocchio neri, e il classico colbacco, che nel 1998 era ancora d’orso…

NOVEMBRE. Solo per oggi. (4)

01 NOVEMBRE 0102    Santa solennità di tutti i Santi

1primo giorno di Novembre che nell’anno liturgico, festeggia tutti i Santi nei Loro rispettivi nomi di Battesimo. Solo che i Santi si riconoscevano dal sorriso, ora sono mischiati alle disgrazie degli umani e indossano mascherine chirurgiche, perciò sono difficilmente distinguibili sopratutto per chi in Loro non credeva prima.

Molti Santi del passato hanno placato epidemie in ogni dove nel mondo, prima fra tutte, se per pandemia intendiamo la peste, Santa Rosalia “eris in peste Patrona” che fece si dopo aver chiesto a dei fedeli di pregare tutti insieme, per la salvezza concessa da parte del Cardinale palermitano di quel inizio “1600” di due donne ingiustamente condannate a morte. La grazia arrivò così come arrivarono preghiere sincere al Cielo e di lì al giorno dopo calò drasticamente il numero delle povere vittime del terribile morbo della peste fino a scomparire del tutto.

Tantissimi Santi si sono prodigati nel far cessare pandemie e guerre e molti ci sono riusciti… tutti quelli che c’hanno provato, sennò non sarebbero dei Santi. E oggi oltre a essere “fuori moda”, in aggiunta portano la mascherina, che se la porta un medico con il camice bianco la mascherina non stona, così come la portasse un distinto signore in giacca e cravatta che entra in un laboratorio sterile, o un operaio che non vuole respirare polvere di cantiere con la camicia a ‘quadrettoni’ e l’elmetto giallo in testa… ma il pensare che S. Francesco porti sulla bocca una mascherina chirurgica vestito con pochi stracci fa impressione, al tal punto che come un immensa tristezza invaderebbe i cuori che nel vederlo parlare di dietro una benda a un uccellino poggiato su di un ramo.

Verrebbe voglia di mandare tutto a “farsi benedire”, ricominciare a pensare come alla passata gioventù dove sprizzavamo ottimismo da tutti i pori della pelle… invece la paura si è insinuata nei nostri animi, è ciò non giova perché la storia insegna che nei secoli le pandemie si sono susseguite e sopratutto propagate grazie alla paura dettata dall’ignoranza della gente. Ed è difficile adesso fare dietro front, difficili per molti di noi che non riconoscono il Santo di dietro la mascherina che gli è stato più caro nel remoto della sua storia di vita, sembra di pensare ad un passato con il biglietto di sola andata per il percorso di vita di ognuno di Noi.

Ognissanti. Questo è il loro giorno su questo calendario. Certo non è bello immaginare la ‘protezione’ dei Santi del passato, sembrano figure malinconiche che si spengono sempre più e di certo non ti aspetti nessun aiuto da Loro, sono solo vecchi retaggi del passato. “10” Ottobre 2020, Carlo Acuti è stato proclamato beato dalla chiesa cattolica Cristiana. Da essere proclamato beato a essere Santo è un piccolo saltello, e Carlo sarà il Patrono  di Internet. Meglio si ritorni al pensiero di buona speranza e ottimismo spavaldo giovanile. La paura talvolta è figlia dell’ignoranza amiche entrambe dei virus di tutti i tempi, del resto non è vero che i Santi non si riconoscono più perché coperti di stracci con la mascherina in viso, il beato Carlo la indossa in jeans e tra le mani ha un p.c. portatile

02 NOVEMBRE  3281  Commemorazione di tutti i defunti, S. Tobia

03 NOVEMBRE 2017 ARA  S. Martino da Porres, Santa Silvia, Santa Dalila, Santa Silvia, S. Uberto, S. Giusto

04 NOVEMBRE 2016 ARA S. Carlo Borromeo, S. Amauri, S. Arrigo, S. Vitale, S. Chiaro

05 NOVEMBRE  2015  S. Guido Maria Conforti, Santa Elisa, S.

Quando ricevi una delusione per qualcosa provocato da un  ‘qualcuno’, prenditi un po di tempo, fermati, e pensa, fatti due conti, pensieri che anche capovolti nell’ordine divengono indissolubili e vanno ragionati nell’insieme del loro intimo. Mi ha spezzato il cuore, è uguale che dire ho il cuore a pezzi, e nel mezzo ci sta la spiegazione, che la croce e fatta da due pezzi di legno, uno più lungo dell’altro, ma separati non la compongono, e siccome si parlava d’amore la faccenda può essere intesa in molti altri modi e le delusioni hanno altre cento facce con mille colori, e esiste sempre un ‘qualcosa’ ed un ‘qualcuno’ che li dipinge.

La soluzione paziente è il chiodo che tiene unita la croce, è sempre lì nel mezzo come la verità, o come una bella rosa rossa al centro di un aiuola ma quasi mai nessuno la coglie, forse è più comodo aggirarla e passare oltre per vincere la propria vanità,  in realtà è solo il più semplice dei modi per arrivare ad un accordo che pacifichi entrambi gli animi.

Allora mi fermo nel bel mezzo di una splendida giornata di sole, il clima somiglia sempre più agli uomini e ne copia i lati strani, perché è autunno inoltrato e ci confonde.  Sono seduto a ridosso di una cascatella del mio fiume, il fiume di tutti. Osservo l’acqua che scende copiosa dal salto scosceso e sento il rombo melodioso che la compone, in ogni rivolo colgo un piccolo rumoreggiare di scroscio che nell’insieme si fonde in una nenia di un unico afono suono e ti lascia pensare senza disturbo di niente, è un contorno di ciò che la mente comincia a mettere a fuoco con una storia di vita, e in questo preciso istante assiemi i giorni trascorsi, tra affanni, piccole gioie e il normale scorrere del tuo vivere, e ti godi il meritato riposo del giusto, che è il meritevole risultato di ognuno che si senta bene con se stesso. L’armonia del quadro che hai di fronte, a larghe pennellate ti si presenta chiara come lo spumeggiare biancastro dell’acqua che sbatte sulle pietre senza spigoli, come che un grande pianoforte a coda stia d’incanto per intonare le note di una musica suadente, e di colpo svanisce ogni dubbio su cosa puoi avere sbagliato, perché tutto l’impasto sta dando colore ai tuoi pensieri con i toni adatti alla tuo operare.

06 NOVEMBRE 2015 ARA e 2020 che va posizionato al n. 5  S. Leonardo, S. Emiliano

07 NOVEMBRE 2014 ARA. S. Ernesto, Santa Carina, Santa Urania, S. Ercolano

08 NOVEMBRE 2019 ARA.  S. Goffredo, S. Quarto, S. Diodato

09 NOVEMBRE 2018 ARA. s. Oreste, S.Teodoro

10 NOVEMBRE  2019  S. Leone I Magno, Santa Fiorenza, Santa Ninfa

Sò bôtat sōh sôlā pultrüna, l’è l’ürā de n’dā n’lèc. Sò in mõdanda ê maglīēta.  L’êè sô, n’dô n’camera de lèc è metè söh ōl pigiama. Turnė n’sala, ė ghê dighe ala mē spüsa… anvai in lèc!?

Sono sul divano in mutande e maglietta, vista l’ora tarda mi alzo e vado in camera da letto, indosso il pigiama e ritorno in salotto chiedendo a mia moglie se andiamo a riposare.

A stô punto l’sô piõ cōsa pensá. O sõ fò di strāss perché ô biìt ō bicēr dé ví in piô è stô bhê, senó stô bhê è sõ fò di strãss n’dônōtra manērā.  Sarál püsibel caà söh öl pigiama per indá a ciamá la mōēr e düsí caalfó dú minüc dopo!?

A quel punto non sapevo più se pensare di avere il cervello “fuori dagli stracci” per aver bevuto troppo vino, e lo stesso mi sentivo bene, oppure stavo semplicemente bene “fuori dagli stracci” in un modo diverso. Sarà mai possibile indossare il pigiama, chiamare la moglie per andare a letto e doverlo spogliare due minuti dopo!?

Al s’è liberat  n’pô di fang n’del servel e n’del cör… la turna la ôia de scrif, chel al tè tira n’sema perché gaôl tace grii n’del cò chei nas dal cör, a condisiù chē al lacrime mia sanc.

Che s’è liberato un po’ di fango dal cervello e dall’animo.  Che torna la voglia di scrivere.  Per scrivere è necessaria molta fantasia che nasce nel cuore solo se non lacrima sangue.

Chè ghè toca dè robá n’pò de tep per entrà nel nostr serç de eta, per stà con noter stess, con chel che an voleres fa, igha, sognà… è alüra fôrsa per chei come mê è come tê… me proe a scrif, te fa l’amur… e tê zogâ, grigna, schersa, chè domá l’é onoter dè. Noter an sè mei perché mi stá bhe con chel neghot che n’gha.

Ci tocca rubare un po’ di tempo per entrare nel cerchio di vita, per stare con noi stessi, con quello che vorremmo fare, avere, sognare…  E allora forza per quelli come me e Te… io provo a scrivere, e tu fai l’amore, e tu gioca, e tu ridi, e tu scherza, che domani e’ un’altro giorno.   Noi siamo meglio, siamo molto meglio con quel niente che abbiamo.

Ciaö nhé bēlā zēt, se và capita de metsô ōl pigiama e pò n’da n’lec è caâl fò sôbet, figa mia trop caso, l’é n’atem de smariment po ta s’à riprendet sôbet.

Heilá, ciao bella gente, se vi capita di indossare il pigiama e poi subito coricarsi e doverlo spogliare poco dopo, non fateci troppo caso… è un attimo di smarrimento, poi ci si riprende subito.

11 NOVEMBRE 2020 S. Martino di Tours

É l’11 Novembre ma sto scrivendo ora, di sera, che è il 20 Ottobre, una cosa strana come strana è la vita… e spesso è meglio non porsi dei perché e mettersi fiduciosi in ‘Mani’ sicure.

La vita che ci insegue con ritmi sempre più incalzanti, la vita che ci perseguita con il suo trascorrere del tempo. E Noi lì, nel bel mezzo a beccar frutta marcia alla gogna. La vita è pesante per ognuna entrata di denaro mensile che una persona possa percepire… meritare o rubare…

La vita pretende un tributo presente, quotidiano metodico. È un esattore delle tasse che non fa mai un giorno di ferie… ne comandato da festività e ne per riposo del corpo. La vita non ha ‘corpo’… la vita è “Corpo”. E mi devo sforzare di tralasciare i particolari che la mia Religione m’insegna nel portar giusto paragone  come bene assoluto della vita, in segno di rispetto a chi non appartiene al mio Credo. E… cerco altre logiche motivazioni umane, dettate dal cuore… che io senza di quello non ci ragiono.

La vita è un Dono. È un Dono della terra, o delle stelle… magari della luna o può anche essere un Dono dal Cielo… e qui non si discute! Il Cielo è l’immenso dell’Universo. Oltre l’universo non c’è nulla, c’è un buco nero, ha detto per tutta la sua vita quel famoso scienziato.

Il nulla disse Stevens,  il “buco nero”… oltre, il nulla. Ma se non c’è nulla oltre il nulla da chi e da cosa siamo nati?  Perdonatemi… senza volerlo, ho parlato ancora del mio Dio.

12 NOVEMBRE 2018.  S. Giosafat, S. Renato, S. Diego, S. Aurelio, S. Diego, S. Renato

Nel buio di una notte che scema, si sente solo l’allegro chiacchiericcio del torrente accompagnato da un tenue armonioso  starnazzare di rumori  clementi all’udito del mondo che non respira ancora profondamente.  Ogni un qual tanto il soave ‘suono’ di vita assopita viene interrotto da qualche rumore, e l’incantesimo si rompe nel sentire il fastidiosissimo ululare di una  sirena stridula di perfezione, ed è un guaio per il pensiero che è ancora immerso nel finale di un sogno. Si sente, lo senti quello sfregare di parti d’acciaio finché lentamente sfuma col macinare metri d’asfalto spegnendosi come fosse entrato in un cono vuoto di gelato. Ma il male liberato nell’aria c’è, anche all’alba la sirena della autoambulanza lo ricorda.

L’intanto il risveglio è osservare il cielo per ricollegarsi allo stesso come fosse alla risposta di esistere, così che la sera si possa di nuovo stare a  guardar le stelle.

Succede spesso, di non volersi svegliare in quel modo, anche quando la sera e la notte,  le stelle sono coperte da un capriccio del tempo, il suo padrone.  Forse perché le stelle le cerchi nel cielo e anche si nascondessero al nostro sguardo, si guarda il cielo, e lassù  c’è qualcuno o qualcosa che per fare star bene al cuore non è necessario si veda,  e allora se non si vedono le stelle, pazienza… beato sia chi le vede senza vederle.

E ritorna il pensiero che vien più gradito se frivolo.  Intanto l’ora tarda della sera, si mischia con il suono del ruscello e continua ad ammaliare stordendo in una soave omelia quanto chi la predica, e per questo conta molto la “faccia” di chi la dice, il ruscello ha una faccia sincera, come quando dietro un viso c’è il cuore di una persona.

Quella musica torrenziale da sogno fa pensare ad un gigante che rumoreggia per farsi sentire, un guardiano di casa che mostra i muscoli avanzando senza sosta nello scrosciare al fiume che lo porterà con se sino al mare che lo restituirà all’infinito ciclo della vita.

Perciò è ancora un sentir fluir d’acqua con un orchestra di suoni che le fa da stuolo lungo quanto il più bello dei sogni di una donna all’altare.

È ancora un celestiale udir di forte ruscello primaverile che corre, salta e si accavalla intrecciandosi in un ballo, finché sul far della notte, quell’acqua  sembra danzare fra cristalli di luce irrorati dai raggi di una luna che li bacia nonostante si debba far largo tra la moltitudine di rami di fresco esplosi alla vita.   Il pensiero s’e’ fatto cheto e sereno tanto da far capir che ci vuole un niente per stare bene, basta saper ascoltare il suono della vita di tutte le stagioni in modo si possa combattere il suono stridulo di una sirena nella notte.

13 NOVEMBRE 2019  S. Eugenio, Santa Agostina

Non si può dividere un qualcosa che non si è accumulato prima, il niente è indivisibile.  É come l’amore, non si può dividere per poterlo distribuire se non si è accumulato prima. È la storia di Dario, un ragazzo nato e cresciuto in un paese dal nome ungherese pur essendo in terra calabra.

I genitori erano di altra nazionalità e per esigenze più o meno giustificabili,  lo lasciarono in affido ad una famiglia calabrese. Tempi duri. Da poco scemata la seconda guerra mondiale partorita dalle menti confuse di menzogneri ideali d’uguaglianza e prosperità e la famiglia calabra composta da mamma Concetta, babbo Fedele e figlia Agostina che aimé di bellezza aveva solo il cuore, si sfamava con la raccolta delle arance, e tanto bastava riuscendo ad ospitare anche Dario, che lo chiamavano tutti simpaticamente Jimmy anche a lui non piacesse molto perché più che ungherese pareva un ‘nomignolo’ americano.

Per Jimmy, vivere in un paese di duecento e poco più anime, di cui la metà  con più di cinquant’anni e l’altra metà divisa fra bimbi, adolescenti e ragazzi, fatti due conti significava ridurre al lumicino il numero delle possibilità di maritarsi. Così che dall’alto dei suoi trent’anni non conosceva amore e conseguente fu che andò per ragionamenti, pensò male di maritarsi con la sedicenne Agostina… senza amore, per convenienza, sposarla significava ereditare di diritto l’aranceto del padre Fedele che contava più di trecento alberi… e così fu.

Voleva amore quel ragazzo, ma non disdegnava per questo il corteggiare la misera messe di fanciulle in primavera con sensi accesi che albergavano in quello sperduto paese di pietre e calce. Voleva amore quel ragazzo ma non contento di possedere un ricco podere, circuì Adelmo, quel signore grassone attempato che aveva una proprietà confinante con quella di Jimmy e non gli fu difficile ottenerla con quattro soldi dopo tre bicchieri di vino bevuti tra risa e malfidenza con il malcapitato Adelmo.

Voleva amore quel ragazzone dagli occhi azzurri freddi come il clima della sua terra d’origine, ma non conoscendolo sapeva solo impartire ordini e l’ordine è la parte costituente di ogni regime autoritario, niente a che vedere con affari di cuore.

Jimmy, voleva un figlio maschio e invece ebbe due figlie, una da Agostina sua moglie e una da Linda la bella locandiera che servì abbondanti caraffe di vino la serata del contratto truffa tra il suo amante e Adelmo che adesso di vino ne beveva da mane a sera perché senza agrumi da cogliere preferiva sbronzarsi forse per dimenticare…

14 NOVEMBRE 2019  S. Nicola Tavelić, S. Venerando, S. Filomeno.

… La vita trascorse per Jimmy come chiunque, inesorabile con gioie e dolori, finché negli anni a venire una siccità troppo testarda, brució di colpo il frutteto, nel senso biblico del significato, perché l’arsura mandó in fumo il raccolto di una intera stagione. Jimmy non aveva risparmiato sino ad allora, così che investendo tutto il denaro raccolto per acquistare nuovi terreni, si ritrovò sul lastrico, senza il becco di un quattrino per controbattere la malasorte che gli aveva regalato troppo sole.

Ma i guai non vengono mai soli, si accompagnano con “compagni” della loro risma. Babbo Fedele venne a mancare in quel triste frangente, ora Jimmy diventato povero, doveva badare anche alla suocera oltre che moglie e figlie. Probabilmente i guai vengono sempre accompagnati, ma bisogna proprio che un Santo protettore in Cielo si distragga e volga lo sguardo altrove per non accorgersi di una numerosa comitiva di guai che gozzovigliava allegramente dalle parti di Jimmy e che quando fu chiamata al proprio destino fosse e rimanesse numerosa.

Uno starnuto. Uno starnuto di un Santo, una distrazione d’un battito di ciglia, basta un niente per essere quantificato tempo immenso per ogni minuto di un Angelo custode… che magari non si tratta di un semplice starnuto, ma di una distrazione voluta.

All’osteria Linda non degnava più d’uno sguardo Jimmy,  a volte faceva servire al marito il bicchiere di vino bevuto a credito, si era spento il sorriso sulle labbra di Linda, e non solo perché Jimmy era diventato improvvisamente povero, anche la figlia di Lei e del ‘cornuto’ era incinta di padre che abitava in un paese vicino ma non voleva riconoscere il nascituro. Leonora era incinta e Romeo se ne fotteva, Jimmy stava a guardare senza ne fare, ne potere nulla se non finire il suo bicchiere di vino che avrebbe pagato forse in futuro.

Non sono più trenta gli anni di Jimmy , sono oltre gli “anta” che si avvicinano correndo alla mezza di un secolo.  Gli ‘rimase’ la moglie Agostina e la figlia Luisa che di bello ha preso tutto dalla madre, cioè solo il cuore, che è già votato al figlio del mugnaio, un ragazzone tutto muscoli, poco cervello e tanto cuore, lo stesso che rispetta e ama Luisa… gli ‘rimase’ solo Agostina e ora per Jimmy non contano più labbra sinuose, fianchi stretti e seni che sembrano ebri di latte da sballo per la poppata di un neonato, Jimmy ora finalmente vede il colore degli occhi di Adele e ci si specchia estasiato.

Ora osserva tutte le gesta gentili che compie la sua sposa nel porgergli un piatto di minestra. Adesso la sente vicina come a sentire il calore della sua pelle in quel letto che si è fatto piccolo ma fino ad allora tanto grande da aver paura di starci. Jimmy non si era innamorato di Agostina, ma ora conosceva il suo amore, e come i guai non vengono da soli, anche le gioie si accompagnano, perché come si semina si raccoglie e se si semina pioggia sarà tempesta, se si semina sole sarà l’aurora… Dario si innamorò di Agostina e scoprí che pur non avendo più nulla, aveva tutto.

È una foto vecchia Gigi. Pesavo 8 chili di più ma ero felice come lo sono adesso. Per questo ho scritto una fiaba, perché non è una fiaba, è la storia della mia vita. Sono contento del tuo mi ‘piace’, significa che mi vuoi bene e io ho imparato a volertene perché lo meriti. Anche a me piace la tua pagina di facebook, sopratutto per il sottile sarcasmo che usi per dare un significato particolare alle vignette… che poi come degno compagno di sarcasmo c’è Ivano… il malandrino Ivano, che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Bravo, bravi, grazie Gigi per la tua gentilissima attenzione ai miei scritti, li scrivo con il cuore e ci tengo siano visti.

15 NOVEMBRE 2014 S. Alberto Magno, S. Arturo, S. Enea, S. Leopoldo

La pioggia.  Pioggia, un immensità di gocce che cadono dal cielo copiose e uniformi, un addensamento di vapore acqueo che prende forma in nuvola, ed è un po’ come strizzare con forza un cencio bagnato, e sembra di vederlo fare da due mani possenti e gigantesche, lassù, in alto, nel cielo scuro. A volte la pioggia cade con il sole che ancora splende nel cielo e quando accade, gli adulti dicono ai bimbi da dietro le finestre bagnate che si stanno pettinando le streghe! e il tutto dura poco sennò che favola sarebbe! Piove, il ticchettio incessante sul tetto, e sui davanzali, non da tregua, è autunno, che è il suo tempo, è il suo vestito naturale, insieme ai colori brunastri della natura, e il grigiore che sta invadendo prepotentemente gli orizzonti quasi a dare un tono definito all’inverno che avanza, il tutto insieme alla pioggia, il contorno per eccellenza.

A qualcuno piace vestirsi di pioggia, uscire nella strada, o andare per il bosco, o in riva ad un fiume, o al lago o in mezzo al mare, e sentirsi scivolare addosso quella miriade di goccioline, magari rivolgendo lo sguardo al cielo e pensare a qualche cosa di bello per fermare quel momento, un miscuglio di emozioni, ma chiare al tuo cuore. Buttare l’ombrello, passeggiare con l’acqua che scende a rivoli tra i tuoi capelli e da sopra le ciglia, sino ad infilarsi giù per la schiena, fra tremiti e brividi che si confondono con i tuoi pensieri più intimi… camminare sotto la pioggia senza riparo.

A qualcuno piace vedere la pioggia da dietro una finestra di casa, al riparo, afferrarsi le braccia con le mani e sentire il calore della fiamma che arde nel camino, e non di rado un pensiero va a chi non è cosi fortunato…  chissà com’è per loro la pioggia, probabilmente altro disagio in più. La pioggia è l’elemento naturale più potente a disposizione della natura, impossibile fermarla, la sua forza è incontrollabile, può essere  paragonata all’Amore, il male si può fermare, il bene e l’Amore no.  Ma serve, la pioggia serve. Occorre per irrorare i campi, serve per trasformarsi in neve, dare sollievo ai deserti, a rinfrescare i boschi d’estate, ad alimentare i mari, serve ai nostri cuori aridi ed ai nostri animi asciutti… Il sole serve ad illuminare e scaldare il pianeta, la pioggia a bagnare il mondo di vita.

16 NOVEMBRE  5555 Santa Margherita di Scozia reg., Santa Geltrude, S. Elpidio

17 NOVEMBRE 2017 ARA Santa Elisabetta d’Ungheria, S. Eugenio

18 NOVEMBRE 2016 ARA S.  S. Noé, Santa Alda, S. Frediano

19 NOVEMBRE   5271    S. Fausto

20 NOVEMBRE 2015 ARA e 2020 che va posizionato al n.19   S. Ottavio, S. Benigno, S. Edmondo

21 NOVEMBRE 2014 ARAPresentazione della Beata Vergine al Tempio, S. Celso

22 NOVEMBRE 2019 ARA Santissimo Cristo Re, Santa Cecilia, Santa Ernesta

23 NOVEMBRE 2018 ARA   S. Clemente, Santa Adelinda, S. Clemente, S. Adelasio

24 NOVEMBRE   8879   Santa Flora

25 NOVEMBRE  4455   Santa Caterina d’Alessandria

26 NOVEMBRE  2019.  S. Corrado, S. Leonardo, S. Delfino, S. Bellino, S. Bello

Stasira ghô viá la mē Spüsa. Questa sera la mia sposa non c’è. Questa sera la mia sposa non c’è è andata ad una dimostrazione di creme o ben non so cosa fosse. La mia sposa era meglio che andasse a ballare piuttosto che pensare di diventare magari più bella unta di creme. Sino all’ultimo momento, non m’ha detto che andava alla ‘dimostrazione’. Non mi ha detto fino all’ultimo momento che andava con la cognata e la sua amica. È furba la mia donna, come tutte le donne. S’é fatta furba da quando ha capito che io non ho più voglia di fare “bordello“. Forse perché ho sessant’anni, ma più di tutto è perché ne ho ‘fatte abbastanza’. Allora che vada con sua cognata e la sua amica o con chi alla fine si trovi al meglio, aspetterò con i miei cagnolini d’oro, la mia Minnie e il mio Roccia mi tengono compagnia e ci bevo sopra una grappa dietro l’altra, così “impara” a lasciarmi a casa da solo. Io non porto rancore, sto bene anche da solo, con i miei due cagnolini. Quando la ‘bella’ arriverà, fingo indifferenza. Io lo só, Lei si sentirà in colpa, e chissà che non mi capiti che per questo mi si conceda ancora una volta. Intanto mi fumo una sigaretta e i miei pensieri volano insieme al fumo che sbuffo insieme al pensiero di dolci ricordi.  Mio nonno nelle serate di freddo, dopo aver cenato con patate bollite e un gnocco di polenta appoggiato sulla stufa a legna, andava nella stalla al tepore del fiato delle mucche e raccontava storie ai nipoti. Gli parlava del lupo cattivo che rapiva i bambini che non facevano giudizio. La voce del nonno si faceva bassa, fine fine, un po’ tenebrosa, e iniziava a raccontare una storia… Quando veniva buio, il lupo passava casa per casa e se vedeva una mamma scontenta, portava via il bimbo o la bimba cattiva. I bambini ascoltavano il nonno a bocca aperta, senza fiatare. Più di tutti la pensavano male chi aveva ‘pucciato’ il dito nel vaso della marmellata, o chi fosse andato al fiume senza il permesso di mamma e papà. Il terrore era come la lama di un coltello ben affilato, tagliava l’aria della stalla che si sentiva solo il respiro delle vacche. Poi all’improvviso il nonno disse, su, andiamo a letto a dormire adesso figlioli, che domattina ci dobbiamo alzare prima che il gallo canti. Nipoti cari sapete bene che dovete aiutarmi a mungere le mucche prima di andare a scuola, e dopo pranzo andremo a far foglia per il giaciglio del bestiame. Verrà ancora domani sera e vi racconterò come è finita la storia del lupo e inizierò un altra storia. L’Annibale in futuro aspetterà ancora la sua donna che sarà andata a fare una ceretta o altro, e speriamo non si porti con sè anche i cani sennò rimane da solo con i suoi pensieri sognanti. Buona età a tutti, belli e brutti…

27 NOVEMBRE 2019.  S. Virgilio, S. Gustavo, S. Zefiro, Santa Gustavina.

… Stasira, ghô vià la mē spüsa. Len’dacia a ōna dimostrasiū de creme o al sō mia mē cosa l’era. La mē spüsa l’era mei che l’handāā a balā invece che a pensā de dientá magare piö bēlā perché ûnciadā de creme. L’ha ma mia dic fina l’holtem che l’andāā alā dimostraziü. La mā mia dic fina in ôltem che l’ha n’dāā con la cognadā e la sō amisa. A l’he furba la mē flommla, come tōtē i fommle. Le se facia fürba da quando l’há capit che mē, ghö mia pìõ oia dè sbordelâ! Al sará che ié piô de sesanta, e amó piō de tot ōl perché n’no face a sē. Alurā, chē l’andaghe cô la cognadā è la só amisa o con chi ala fī, là se troa piō bhē… mē stō chē a spetālā quanch che l’a rierá. Intat i mē cagní d’or, la mē Mini e öl mē Rocia i ma thè compagnia e ghā biè drê öna grapa viá dre l’otra… issé l’ha m’para a lasām a cá de per me. Ma mē ghō mia rabia, sto bhē a de per mē cōnt… coi mē dù cagnī. Qual che la bēla la riā, fō a finta de negōt. Mē l’sò, l’Ē, la l’sā sentirà n’colpa, e chillà sà che me capitē mia che la ma faghe contet a mō ôna ōlta. N’tat mè föme öna sigareta e i mê pensêr i vulá n’sema al föm chè böte fò n’sema ai memorie dolse del me pasat… Ōl mē nōnō n’dí serade dē frēc, dopo it senāt con önā patata buida e ü gnoç de polenta púgiàt sölä stüä a lègna, l’indaā nelā stālā al calür del fiāt di hachę, e a l’glhá contàā shö i storie ai nēuc. Al ghė pārlāā del lupo catif c’hal rapìã i scętí c’aī fàā mia giôdesē. La üs del nōnō la sera faccia basā, fina fina, n’pō tenebrusa, e l’tecàā a contá sô la storia… Quan chel vegniā fosc, ōl lupo l’pāsāā cá per cá è sal vedià o al sentìà ōna mama scontētā, al portàā vià ol fiölet o la fiöla cātiā. I neùcç i scōltāà ōl nōnō a bocā dervidā sensā fìatá. Piö de tōt, i pensāà mal chi ierā puciāt i dit nel vaš per rōbà la mārmelāda o chi ierā n’dač al fiōm sensā pērmēs de nesü… ghé mama ne papà. Ōl terur l’era come la lama d’ō cortel bel mūlat, al teaā l’aria dēlā stalā che t’ha sentiet adoma ol respir di acke. Po all’impruisa ōl nõnõ al disia, sá n’endem in lēc ades fiōī che domanmatina an ghá de leá shō al prim cant del gal. Neüc car, al sī che ghī de otam a mōnsz i acke prima de n’dā a scōlā e dopo disnat an vá a fá la fōiā n’del bosch per goerná õl besciam. El vegnerá amó a domassira e vè cōnteró shó come l’e n’dacia a finí chelā del lupo e cominserò ōnōtra storia, el Nibel li speterá amó la shō dona che la sarà n’dacia a far la cērētā o d’oter, e sperem che la pōrte mia viá pò ai cá senò reste de per mê coi me penser. Buna etā a tōcc, bei ę brōcc.

28 NOVEMBRE 2015   S. Giacomo della Marca, Santa Teodora

imageCIAK SI GIRA.

Io mi beo della piacevolissima compagnia di due rompiscatole di cani, i più piccoli che mamma natura ha ‘confezionato’. Il maschio alfa che di ‘alfa’ non ha nulla si chiama Roccia, la timida e indifesa femminuccia si chiama Minnie, ma Mini basta e avanza… 8 chili di cane in due. E tutto comincia quando di soprassalto mi trovo catapultato in un pensiero strano. Già perché non capisco cosa caspita ci facciano i miei due piccoli messicani al terzo piano di un prestigioso palazzo in città.

Uno, il maschio in braccio ad un signore che a stento lo trattiene per la collottola, l’altra, la femminuccia che invece segue mestamente con orecchie abbassate una signora, sullo stesso terrazzino, che ben guardandola mi sembrò… è proprio lei, un giudice della corte suprema del foro di Milano, la signora Mariagrazia. Io la conosco, e’ stata una mia graditissima cliente quando avevo una bottega di antiquariato, proprio vicino a dove vive lei, in quel sontuoso palazzo, e lui l’uomo sarà il fratello o un parente, dal momento che non mi risulta fosse sposata.

Sento un improvvisa vampata di calore che mi pervade fermandosi con tutto il suo impeto sul mio viso, e non riesco a trattenermi dal gridare a faccia in su, che cosa ‘cazzo’ ci facciano i miei cagnolini da loro, e continuo ad inveire dicendo che se non me li restituiscono immediatamente, giudice o chi che siano, salgo, e spacco tutto. È questione di un attimo che non vedo più i miei cagnolini e nemmeno i loro presunti rapitori.

È  questione di un attimo e mi trovo in compagnia di un bel ragazzo, ma la sua bellezza non me lo fa piacere più di tanto, anzi c’è molta ostilità, almeno da parte mia, e con lui c’è mia moglie Susy… o almeno, non la vedo chiaramente ma intuisco che è con lui, e non con me, anche se lei è tra noi, ne con lui, ne con me… fra noi.  Mi sento di nuovo pervaso da una strana sensazione di calore assalirmi come una vampata improvvisa, questa volta mista a impotenza, mi incazzo ma non reagisco, anzi sono fortemente interessato e affascinato da una motocicletta che mi lascia intuire sia di proprietà del l’’antipatico’. La moto non è particolarmente bella, anzi, e’ spoglia, semplice, disadorna di particolari, ma mi piace del perché non so, e desidero averla cominciando a trattarla con il ragazzo, lasciando da parte l’impeto di prenderlo a pugni per gelosia.

Questa era una mia notte preceduta da un giorno intero con la conseguente sera. Mi sono destato, era un sogno! Oggi e’ un altra storia, gli attori sono pronti, il giorno e’ nato pronto, io sarò  pronto appena avrò bevuto l’ultimo sorso di cappuccino e premerò quel piccolo tasto che accende il telefonino, e allora…  Ancora una volta, un nuovo film, tra finzione e verità, tra bugie e trasparenza, tra sogni e realtà, coraggio e’ un altro giorno, oggi non si sogna… Ciak si gira.

29 NOVEMBRE 2015 S. Bernardo di Nazareth, S. Fedro

Incredibile, ma credibile con il senno di poi. Che la colazione al bar, in genere mi rigenera, forse perché  fin tanto che non e’ terminata non apro il contatto con il mondo, e non accendo di proposito il telefonino, quindi sono Annibale, che anche una litania al terzo Mistero del Dolore recita: Coronazione di spine a Gesù; Ti chiedo e ti prego per e con l’indispensabile intercessione di Maria Tua Sposa, di avere un grande disprezzo del mondo. Disprezzo del mondo che abbiamo creato, non della gente. Allora accendo il telefonino alle 9 e lo spengo alle 19.30.

Ma poi, dopo aver letto qualche rara notizia seria e molte stupidaggini sul quotidiano, scambio qualche sana e ingenua battuta con altri avventori, dove ovviamente non può mancare l’accenno al tempo e alla squadra di calcio del cuore.  Poi, più per forza che per amore, bisogna obbligatoriamente pigiare quel tastino che ti fa’ aprire il contatto con tutto, che per la maggior parte vorresti… si avvia il telefonino. Di fatto  lo squillo di introduzione che hai programmato arriva puntuale come le tasse, e se prima ti piaceva ora lo odi quel suono ormai stridulo. Ed è solo la prima telefonata, e ti si chiede da parte di un qualcuno, di fare una certa cosa, che tu trovi assurdo compiere, è già motivo di discussione, che con certa gente era meglio nemmeno iniziare ad avere rapporti.  Con il secondo trillo non va altrimenti del primo, altra persona che se non ci fosse, non solo sarebbe un enorme vantaggio per me, ma per molti altri… ma la terra è di tutti, persone “sbagliate” e persone giuste, che una senza l’altra non potrebbe coesistere.

Che allora chiamo io, tento di giostrarmela come meglio credo e posso, difatti mettendoci una buona carica di quell’entusiasmo che al mattino mi assiste, imposto quello che sarà l’unica cosa positiva della giornata, le mie batterie sono cariche… anche quella del telefono. A tarda mattinata alcuni dubbi mi tormentano, e’ sempre così che mi guasto del tempo prezioso, casualmente sono nei pressi di un cimitero dove ho di più caro tutto ciò che avevo e avrò, i miei genitori.

Prima di entrare per una prece, chiamo un amico, e per sentire come va, e per chiedere un piacere che favorirà entrambi, che quando si aiuta, sempre ci si aiuta. Certo non immaginavo che peggiorasse il mio stato d’animo che si voleva stabilizzare in preghiera, ma lo stesso, inverso , non pensavo sentirmi dire ciò che udii dall’altro capo del telefono. Ma cazzo, chi lui? Ē già, proprio lui!  Ma non ci credo! Credici… Addirittura il nostro amico dei tempi andati è finito là, in quella topaia di comunità? Lui il “maestro”, il bullo, il sicuro di se… quello che diceva Lui era ‘legge’ e tutti gli altri giudizi non contavano…

30 NOVEMBRE 2015   S. Andrea ap.

… Ti dico di si, e nemmeno in una camera isolata, ma in mezzo a tutti, in camerata, e senza nemmeno un paio di mutande pulite per cambio.

Riattacco io… va bene! qualcosa si farà, ma bada io ne rimango fuori, almeno nel senso che non voglio sappia che sto facendo qualcosa per lui, di me ha sempre avuto poca stima e troppa confidenza, col tempo tutto mi si ritorcerebbe contro, ok? Certo, va bene ci si vede sabato e qualcosa faremo.

Oggi non rientro per pranzo, non faccio spadellare mia moglie, e approfitto per farmi firmare quel contratto pubblicitario con quei miei amici del ristorante. Nel primo pomeriggio faccio un salto in quel posto, e ci porto anche Susy, così mi tiene compagnia. Strada facendo, squilla ancora il telefono , lui caspita! E quello di Brescia, che insiste perché lo aiuti a pagare le bollette della luce, non capisco la sua insistenza, del resto ci siamo conosciuti solo in un occasione tempo fa, dove si, mi aveva favorito in un affare ma era già stato lautamente ricompensato, speriamo di poter fare qualcosa anche per lui. Del resto non mi posso esimere dall’aiutare nemmeno l’altro di Pavia, si trova senza l’acqua corrente in casa, gli hanno interrotto il servizio per morosità, e speriamo che Piero, in carcere si sia fatto bastare quel poco che gli ho mandato.

E’ buffo, solo oggi ad altrettante persone ho detto di pazientare per quello che devo dare loro da molto tempo, dal lontano tempo di qualche anno fa, in cui il ceto medio a cui appartenevo e stato drasticamente soppresso, per lasciare il posto solamente a due categorie, i ricchi e i poveri, relegando me di conseguenza alla seconda ovviamente, ma lo stesso io, luce ed acqua in casa ancora c’è l’ho, insieme a una dose inesauribile di ottimismo autolesionista, quindi qualcosa faremo anche per quest’ultimi.

Ultimo appuntamento di giornata, che Dio se lo invochi ingraziandoti la sua Mamma, non ti abbandona, e di riffa o di raffa, il tuo angelo custode te lo attiva sempre, e questo ‘angelo’ stasera per me aveva le sembianze di Giuseppe, l’ultima persona che ho visto, un Angelo a ‘paga fissa’. Tutto bene allora, che tanto son di strada, ed è da tempo che volevo fermarmi da quella persona amica, la sua razza e’ del mondo, come disse Alfred,  ma nello specifico e’ iraniano, e tratta tappeti antichi con tanto di negozio  con esperienza pluridecennale, ed essendomi rinfrancato moralmente, mi va di sistemare una questione che mi stava a cuore da tempo, per un mio acquisto di qualche anno prima, questa volta spero di tener testa, alla proverbiale capacità di trattare degli arabi in genere! La batteria del telefonino, e’ poco meno della metà, e si pigi il pulsante, togliamoci la maschera dell’attore quotidiano, alla cena di casa mia, sono io, di nuovo me stesso… spengo il telefono.

OTTOBRE. Solo per oggi (completo)

01 OTTOBRE 2020 Santa Teresa del Bambin Gesù. S. Remigio

Ottobre, è ora di rivedere felpe e maglie di lana. Si fa la conta degli amori perduti o di quelli appena sbocciati, qualcuna o qualcuno spera ancora, la speranza è sempre l’ultima a morire è questo mese la rafforza ancora di più tra un bicchiere di vino e un dolce ricordo. È il mese delle castagne e dei buoni propositi, l’inverno è alle porte… forse per chi ancora ‘spera’ è bene si bussi a un altra porta… se ne aprirà una più grande, e per chi si sente in Paradiso è meglio scendano quel tanto da saper mettere radici in un terreno più umile e sicuro.

Ottobre è un bel mese che sono belli tutti i mesi dell’anno… ad eccezione di “quel mese” che proprio non va giù per via di sfortunate ‘coincidenze’ ma se ben ci si pensa, non si è trattato solo di coincidenza, quel che accade ‘deve’ accadere. Ottobre è il mese di belli pensieri, è la fine di un estate sempre più afosa e tribolata da tempeste improvvise e marasmi d’ogni tipo. Ottobre ti dà le castagne e un clima mite… è un bel mese… è un mese che ti fa pensare e sognare, ti fa entrare in un bosco con il tappeto di foglie sotto i piedi, ti fa passeggiare sulla riva di un mare un poco agitato intanto che i pensieri sono pesanti come la scia di impronte che si lasciano nella sabbia bagnata.

Ottobre è un mese mite… come Febbraio, come Marzo… il loro compito e di mediare un passaggio di temperatura ad un altro… non è facile per ‘lui’… l’Ottobre. Si imbatte nel malumore della gente che reclama una temperatura, è uno dei mesi che fa da pagliaccio e che prende le torte in faccia al luna park. Per grazia è anche il mese che ti fa ricordare di andare nel bosco… eran mesi che non si faceva, sentire il suo profumo ancora vivo che pulsa gli ultimi giorni di vita del fogliame. Si ritorna per qualche ora nella natura… per buttare lo sguardo nell’infinito delle foglie e perdersi tra di esse, in un piacevole ‘nulla’. Attimi preziosi per la mente che nello spazio di pochi secondi, riassetta il suo ‘sistema’… e si dà pace. Attimi d’Ottobre.

02 OTTOBRE 2014 Festa dei nonni. S. Berengario

Mio nonno Annibale è nato nel fine “800” ed è mancato nel “900”. Nel mentre guardo una sua foto nelle mie memorie, cerco di associare il suo viso al mio e ancor prima cerco di associarlo al viso di mio padre. Non vedo nessuna similitudine ne con me ne con suo figlio. Lo sguardo severo e sommesso come tutti gli sguardi dei contadini mezzadri di quell’epoca, non fa trafelate nulla ‘al di fuori’ del foulard che porta al collo mio nonno sotto il colletto di una camicia bianca che significava per Lui… non ho niente ma sono orgoglioso di quello che ho. Noi, niente a che vedere con uno sguardo severo perché io e papà non l’abbiamo mai avuto anche quando sarebbe ‘servito’.

Io porto i foulard e mi piacciono quanto piacevano a Lucio Battisti, e mio papà portava sempre camice bianche ogni volta che si sentiva libero è bello… laggiù in riva ad un fiume con i piedi nudi e pantaloni arrotolati dalla caviglia sino a metà polpaccio, andava a caccia di trote che si nascondevano sotto le pietre… con la camicia bianca slacciata di tre bottoni sul petto… era felice.

Mio nonno Annibale stette molto male poco prima che mia mamma mi desse alla luce. Era in età avanzata e si era preoccupati per la sua salute, così, come da tradizione fu promesso di tramandare il suo nome e dal momento che nacqui di lì a pochi giorni della ‘promessa’ mi diedero per nome Annibale. Mio nonne visse ancora per una quindicina d’anni dalla mia nascita per grazia sua.
Forse è un nome che cambierei, certamente è un nome che non voglio cambiare. Annibale è un nome della Storia ed è affascinante pensare che una donna dell’inizio “800” diede alla luce un figlio dandogli per nome Annibale.
A quell’epoca l’istruzione era ridotta ai minimi termini, per cui affascina sapere che ci fosse una mente tanto aperta da aver studiato la Storia e da lì il nome per il suo nascituro con tutte le connessioni del caso.

Quando ero piccolo, papà Giuseppe mi portava da mio nonno Annibale, in quella grande stanza al piano superiore con al centro una stufa a legna, nonna Maria mi faceva accomodare vicino al grande letto alto pieno di cuscini bianchi. Mio nonno era sotto le coperte con le braccia distese al di fuori con le dita delle mani incrociate a mo’ di preghiera. Una cuffia bianca sulla testa pelata e un sorriso tenue stampato sulle labbra. Io cominciavo a parlare di me e nel frattempo mia nonna mi aveva dato dei biscotti da mangiare, preparava il caffè per due parenti del piano di sotto della grande cascina rurale che salivano volentieri per scambiare due parole con il nipote “prodigio”.  Poco dopo, tutti riuniti, seduto accanto al letto del nonno mi fu chiesto da Martino e la sua sposa Rita cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande. Risposi guardando il nonno… mi piacerebbe fare il ‘poliziotto’ oppure guidare le ruspe giganti. Nel mentre le dicevo con la convinzione di un bimbo di 10anni, stupivo gli astanti e il nonno metteva mano al Borsellino appoggiato sul comodino, estraeva una moneta di latta da 10£. e me la poneva come a ringraziarmi di quanto fossi stato bravo.

Ore di biliardo e calici di vino dopo, mio padre mi veniva a riprendere per portarmi a casa, la nonna sulla soglia della porta, prima di salutarmi, mi dava una moneta di ferro da cento lire dicendomi di scusare il nonno che non conosceva più il valore della moneta corrente, era rimasto alle 10£. che con al massimo ci compravi le caramelle, per Lui valevano 100£. La differenza era che con la moneta pesante di ferro ci compravi anche il castagnaccio, si beveva un chinotto mentre si guardava un film al cinema dell’oratorio.

Guardando meglio la foto del nonno una somiglianza c’è… anzi due, no, tre… il naso storto, le origini contadine perche amo la terra e le piante ed aveva anche lo sguardo di chi ha vissuto. Forse non ho ancora vissuto abbastanza… ma somiglio molto a nonno Annibale.

03 OTTOBRE 2014.  S. Gerardo di Brogne, S. Candido

Torno a casa dai miei cagnolini, li accudisco prima, e poi vado con loro nel bosco, mentre che leggo un libro di una cara amica che desidera un mio modesto parere al riguardo avendolo Lei scritto.  Inciampo di tanto in tanto sul sentiero costernato da ciottoli e sassi, arrivo al punto dove questa estate ho iniziato a costruire un muro a secco, la, dove spunta il sentiero dove il Tullio faticosamente l’ha tracciato, e già che ci sono ne proseguo un pezzo a destra e sinistra. Le preghiere quotidiane le ho già dette il mattino di ritorno dal mio amico Claudio, che anch’esso ho visto al suo allevamento per quel favore che mi ha fatto. E ora mai se fatta l’ora di riportare verso casa il corpo e i cani, che sanno da sfamare con pollo e crocchette… svelto, che dopo sono atteso da Carlo, che mi ha invitato a cena perché oggi Lui compie una ragguardevole età che guarda caso sono i miei stessi anni di vita con tre giorni in meno, motivo per cui ci prendiamo sempre in giro perché Carlo a onor del vero e più giovane di me di tre giorni, quindi io son l’anziano fra i due.

Il resto degli invitati, e’ bella e brava gente con l’insieme dei suoi figli che amo e la moglie simpaticissima nella sua malcelata timidezza. La serata finisce con una bevuta senza misura come nostro solito. E sto bene, di un bene che non so spiegare, che nessuno e niente oggi mi può ferire,

Mi piacerebbe tanto darvi anche solo un po’ di quello che sento nel mio io ora… immaginate un momento molto felice della vostra vita, e moltiplicate il tutto per mille e vi arrivi tutto l’amore che potete immaginare, perché vi amo, come amo ciò che sento, e sento ciò che amo.

04 OTTOBRE 2014  S. Francesco d’Assisi, Santa Berenice, S. Petronio

Sento ciò che Amo. Si sente sento dentro un emozione forte, un misto tra voler bene, essere felici, uno strafare d’amore. Non si sa bene da dove venga, pare dal cuore, ma nemmeno, forse dallo stomaco, e non si può dire dall’anima, non si è ancora  sicuri di esserne degno. E penso quanto sarebbe bello si potesse trasmettere questa sensazione a tutti al mondo, per far star bene, o anche solo per far pensare che c’è speranza, c’è amore, che si può fare all’amore e non si può odiare, non si può pensare al peggio quando dentro batte una forte emozione.

E lo stesso abbiamo ben presente il nostro presente, quindi da dove arriva questo star bene? Siam certi,  rispondiamo, è la speranza, forse tutto si può sistemare, qualunque sia il problema che assilla ognuno di Noi nel quotidiano trascorrere di vita, che non c’è problema che non si possa risolvere se ti senti così.

Per me e’ un regalo del Signore, o della Madonna, ma per un non credente potrebbe essere negativo e non positivo…  bianco e non nero, fortunato e non, che mi frega, io lo chiamo ‘azzurro’, e sto bene, come faccio a dirlo al mondo affinché serva anche a Lui. Perché è incontenibile, non si può tener dentro, domani può finire ed io non so come dirlo, ma sto proprio di un bene che ne ho d’avanzo per il colore della pelle di ognuno.  almeno per oggi la vita non ha ostacoli se non ci sono ‘alt’ superiori, eppure è un giorno come un altro, o forse no.

Stamane una brava persona mi ha aiutato come comunque sta facendo da anni, un Angelo mandatomi dal cielo, e il cielo stesso lo aiuterà, poi sono andato da quell’altra persona nel primo pomeriggio, il netto contrario del primo, una persona cattiva se non malvagia che inverso mi ha minacciato velatamente per un nostro regresso, il cielo sentenzierà, vive male chi ha rancore nel cuore.

05 OTTOBRE  2014 S. Placido, S. Attila, Santa Felicia, Santa Tullia, Santa Flaviana

Quando due ideologie si contrappongono nel modo di intendere e volere, cercano nel dialogo la miglior risposta per ‘incontrarsi’ e se ragionevoli entrambi, al fine capiscono di aver parlato la stessa lingua nell’interesse senza ‘colore’ del popolo, ammettendo ognuno le proprie convinzioni spesso alterate da ego e alterigia.

Nessuno ha ragione per lo stesso naturale contrario che nessuno ha torto, e questa è la base fondamentale di ogni principio di dialogo che voglia intraprendere per instaurare un costruttivo nuovo modo di intendere e pensare… Buon lavoro ‘politici’.

06 OTTOBRE 2017 ARA  S. Bruno, Santa Alberta, S. Bruno

07 OTTOBRE  2018  S. Beata Vergine del Rosario, S. Adelchi, S. Becco, S. Adalgiso, S. Rosario, Santa Adelca

Si giudica ma non si ascolta. Cosa ne pensa Alfredo di quel giudizio dato per la più bella d’Italia. Quei voti dati per la vittoria di Miss Italia anche a giudizio avvenuto sono discutibili, magari parlandone in un bar che lascia trapassare ogni discorso dalle sue mura, modificato, ingigantito, esasperato, il tutto per stupire e poter criticare.
Per questo Alfredo, persona distinta e raffinata, inventore di mille mestieri e possessore del solo vestito in doppiopetto grigio che indossa con il cambio di poche camice e molte cravatte sbiadite dal tempo, ama confrontarsi ancora con i pareri della gente nel credere in un futuro migliore e nei ritagli di tempo ci stanno pure i “90”, “60”, “90”. Per questo Alfredo ama opinare, forse perché ‘dire la sua è gratis’, e una nobile opinione non conosce prezzo, del resto è ciò che gli rimane oltre l’abito con quattro camicie sbiadite e cravatte senza colore.

Lorenzo, non ne capisce nulla di ‘miss’, o quel che capisce, lo capisce solo Lui. Non veste in doppiopetto, anche perché ha molti anni meno di Alfredo,  jeans e maglietta d’estate, maglione e giubbotto in inverno. Lorenzo non da giudizi sulla donna più bella d’Italia… se ne frega lui, ha interesse solo per il giuoco del calcio. Lorenzo probabilmente non ha vinto la sfida con la vita, per questo è divorziato e pensa solo alla squadra del suo cuore parlandone sin dal mattino con gazzetta sportiva in mano e nel l’altra la tazzina del caffè che nel frattempo puntualmente si fredda e lo butta giù d’un botto non ricordandosi di non averlo nemmeno zuccherato, una ciofeca, come la sua vita in jeans e maglietta… senza opinioni.

Andrea non esprime opinioni, ascolta e valuta, poi in separata sede, al riparo da maldicenze e invidie di gruppo, sentenzia giudicando su carta stampata e anche sul cielo. Andrea è un distinto signore di tanti di quegli anni che si piega in due ogni volta che si solleva da una sedia… Lui è stato un politicante, veste in abito blu, camicia bianca e cravatta nera. Iniziò la sua carriera politica che indossava gessati di tessuto che pungevano la pelle, e negli anni sessanta passò agli abiti in blu che non smette mai di portare anche adesso. Non ha tempo per dire il suo parere o la sua opinione sulla donna ritenuta più bella d’Italia, è impegnato sui fatti politici di fazioni diverse, come non ha tempo di cambiare il colore dei vestiti. è troppo occupato a guadagnare più denaro possibile anche ora che è in pensione. Perciò se ne frega e dopo aver bevuto il caffè al bar, tira diritto per la sua strada… e lascia che di “misure” se ne occupino altre persone.

Alfredo esprime un opinione su Miss Italia e arrotolandosi con le dita un barbiglio di baffo, di sotto sogghigna perché al fin fine non gliene frega niente…… Lorenzo ha una sola opinione della bellezza e la dedica per intero alla sua squadra di calcio, Andrea annuisce e non gliene importa nulla, tutti giudicano, nessuno ascolta. Le Miss Italia, siamo ognuno di noi, elette quindi giudicate, la critica migliore secondo il parere di chi la esprime, ma si giudica e non si ascolta.

08 OTTOBRE  2020  S. Pelagia, S. Ivano, Santa Onesta, Santa Porzia, S.Taide, Santa Lorenza

Chi non ha pietà per un animale, non è degno di avere il dubbio che ci sia differenza tra un uomo e un animale. Chi non ha pietà per un animale non ha pietà per nessun uomo… un vero uomo e una vera donna non possono rimanere indifferenti davanti a una grande e piccola tragedia come l’abbandono di un cane o un gatto per strada… gli stessi che spingono il bottone più piccolo dello sciacquone… meno acqua rubata a chi ne ha più bisogno.

Pietà per me, pietà per Noi, pietà per Tutti… anche per gli Animali.

09 OTTOBRE 2020 ARA S. Diomede, S. Abramo

10 OTTOBRE 2014 ARA… e 2015 da mettere al numero 9. S. Daniele, S. Alderico, Santa Dana

11 OTTOBRE 2019 ARA  S. Giovanni XXIII, S. Filippo diac., Santa Emanuela, S. Fosco, S. Placido

12 OTTOBRE 2018 ARA  S. Serafino di montegranaro, S. Amico, S. Amore, S. Serafino

13 OTTOBRE  2016 S. Edoardo, S. Benedetto

Per punire chi si fosse macchiato di un delitto, d’eresia, d’infamia, di furti, di violenze e di qualunque altra forma di crimine, nel lontano medioevo, venivano applicate ai condannati il più delle volte sommariamente, svariate forme di tortura.

Pene corporali, inflitte ai malcapitati, mediante strumenti di atroce crudeltà, che spesso portavano alla morte il condannato, non certo prima e dopo una lunga agonia, tale si premuniva fare il boia, specializzato alla bisogna.

Il medio evo, certamente non fu un buon periodo per vivere, sopratutto se paragonate alla luce dei nostri comodi standard moderni. La maggior parte del popolo era poverissimo, soffriva spesso di malattie, e la loro vita stessa, era nelle mani dei ricchi proprietari feudali, o invasori di varie etnie. Quindi impossibile per quella povera gente permettersi di pagare, anche solo una multa, la loro mano veniva recisa, così come poteva accadere alla lingua. Se le autorità desideravano far confessare una qualunque cosa, anche di non commesso realmente, vi riusciva facilmente,  con l’uso di indicibili torture, con marchingegni, che erano veramente spaventosi anche al solo vedersi.

I giudicati di eresia che perlopiù eran semplici persone ‘eccentriche’, venivano bruciati sul rogo, ovviamente vivi. Dalla Spagna poi furono importate svariati strumenti di tortura, in occasione della santa inquisizione,  ( che usare la parola “santa” disgusta, ma è solo per indicare il periodo storico ) per esempio la gogna, dove il prigioniero condannato di reati lievi, era imprigionato in ceppi di legno, mani e piedi, ed era esposto al pubblico ludibrio, nella pubblica via, e chiunque lo desiderasse, poteva esercitare sul malcapitato, qualunque genere di torture: dal solletico senza sosta, al lancio di cibarie marcie, fustigazioni, schiaffeggi, e altro ancora, senza contare sputi e insulti ripetuti all’infinito.

Poi la “stiratura”, che consisteva nell’adagiare l’individuo su di un tavolaccio con al suo centro un cilindro chiodato, che roteava ogni qualvolta la persona che era legata mani e piedi alle estremità della tavola veniva ” stirata” in pratica tesa allo spasimo.  La famosa “gabbia”, il condannato vi entrava a forza in posizione eretta, perché il boia si avvedeva di sceglierle apposta strette per infliggere più dolore, dopodiché si appendeva, in genere alla sommità di una torre, e lo si lasciava morire di fame e di sete, anche se di solito, moriva prima, mangiato vivo dai corvi, che iniziavano con cavargli gli occhi.

E non si può dimenticare  ‘la pera vaginale’, quel “simpatico oggetto, fatto a forma di cavaturaccioli, che inserito nella vagina, o analmente, si allargava sino alla lacerazione degli stessi organi procurandone dopo molte ore di spasmi, la morte.  Torture come quella tedesca che sfoggiava la famosa  Vergine di Norimberga, uno strumento di tortura con la forma in ferro di una donna vestita dell’epoca, una volta aperto il davanti, vi si introduceva la vittima, nulla di grave, se non fosse che al suo interno, vi erano degli aculei che sapientemente posti, trafiggevano in più parti il corpo della persona introdotta senza lederne mortalmente gli organi vitali, in modo che l’agonia si protraeva il più possibile. Noi Italiani non volevamo certo essere inferiori agli spagnoli e ai tedeschi, e oltre che applicare con cinismo, e chissà forse anche con sadico piacere tali torture, a nostra volta “inventammo” lo squartamento di tutti e quattro gli arti. Il solito condannato, veniva legato alle estremità degli arti, ( polsi e caviglie ) e ogni uno a sua volta assicurato alla sella di un cavallo, quest’ultimo assieme agli altri tre, veniva spronato in direzioni opposte l’uno all’altro, cosicché da procurare appunto lo squartamento. O ancora quel triangolo appuntito di legno, dove la vittima vi veniva “calata” a gambe divaricate per poter offrire la cavità anale alla suddetta punta del triangolo, quest’ultima la tortura preferita da Vladimir l’ impalatore ( Dracula) molti anni dopo a venire…

14 OTTOBRE 2016   S. Callisto, Santa Fortunata, Santa Guendalina.

… Oggetti di tortura del passato che si possono “ammirare” nel museo di Amsterdam e in tempi più recenti anche nel castello di Peschici, sul Gargano in Puglia, quindi nella nostra Italia, da qui mi sorge spontanea la domanda! Quando sono iniziate queste orribili pratiche di confessione forzata? E quando sono terminate? Ed è quantomeno inquietante la risposta che ci si può dare… si, perché, son mai finite?

Gli  strumenti di tortura del medio evo furono sostituiti, dalle armi, anch’esse  portatrici di dolore e morte.

Nel 12 aprile 1861 iniziò la guerra fratricida di secessione americana che fini nel 12 aprile di quattro anni dopo, (1865) con il bilancio catastrofico di 620 mila vittime e un numero di molti più invalidi permanenti, questi i numeri dello scontro di entrambe le due fazioni. Da la, ci si sposta nel 1915 al 1918 prima guerra mondiale, con cinque nazioni principalmente coinvolte, tra cui l’Italia che conto’ da sola 700mila morti, dei 120,000 uomini impiegati.

Il totale stimato delle vittime contate a fine conflitto mondiale, fu di  otto milioni  cinquecentomila e ovviamente un numero maggiore di invalidi. Passerò oltre, alla seconda guerra mondiale, per  citare lo sterminio nelle camere a gas ( l’olocausto) di circa 6/7milioni tra…malati di mente, omosessuali, testimoni di Geova, e ancora, Rom, Sinti, e altre popolazioni slave e ovviamente Ebrei. Ci penso’ quella geniale mente malata demoniaca di adolf  hitler a dare seguito a tutto ciò, mentre un altro demente malato demoniaco nella vicina Russia. Senza destare lo stesso scalpore, ma facendo molte più vittime  del suo degno antagonista, Stalin non voleva essere certo da meno,  infatti, reprimeva con la sua giustizia privata, ogni forma di ribellione e di insurrezione, con torture, morte e deportazioni. Almeno 20.000.000 ( venti milioni ) di persone, perirono per mano di questo demonio con baffi.

Nel 1945, precisamente l’8 agosto, l’America rispose all’attacco di Pearl bar or, lanciando enola gay, una terribile bomba nucleare, che provoco’ 254.000 ( duecento cinquantaquattro mila ) morti, per lo più civili.  Tra il sessantotto e i primi anni settanta, Corea del Nord, Vietnam, Cambogia, Laos, venivano decimati a migliaia, sperimentando di persona, le terribili armi chimiche, inerente il “nepal”, sostanza incendiaria che ci riporta di colpo al medio evo, rievocando una delle più antiche torture, il rogo.

Questi solo alcuni esempi di torture e dei morti provocati dalle stesse, ma per fortuna ai tempi nostri, sembra che siano diminuite in gran numero, almeno per la grande maggioranza dei casi. Ora per punire la gente che compie delle malefatte, o peggio che evade le tasse, esiste una tortura efficacissima, invisibile… Si chiama terrore psicologico, il tormento più infimo, più infame tra tutti, viene indotto gradualmente nella tua mente, senza che l’individuo se ne avveda, creando angosce, paure, insicurezze, frustrazioni e malcontento generale. I nuovi feudatari in giacca e cravatta infatti cominciano con prometterti riforme e lavoro che tu non avrai mai, e lentamente, ma inesorabilmente, inducono chi li ha votati, imprenditori, artigiani e operai, ad un lento e progressivo salassamento di tasse, contributi, e ancora tasse… ma le chiamano con altri nomi, tanto ridicoli da offendere l’opinione pubblica delle persone al disfacimento fisico e psitico e inducendo persino qualcuno al suicidio.

Altri imbracciano un mitragliatore e fanno stragi in uffici pubblici, scuole e ritrovi, senza un senso apparente, per non  contare un sempre crescendo impulso alla immoralità totale, e alla mancanza di quel minimo di rispetto reciproco e di solidarietà umana, che almeno una volta apparentemente esisteva.

I nostri moderni regnanti (politici di ogni categoria e colore di pelle e bandiera, non hanno più bisogno dell’uso delle torture, con le loro relative apparecchiature per essere messe in pratica, quando una persona e’ messa in condizione di non poter provvedere al mantenimento della sua famiglia, e’ quanto di peggio si possa fare ad uomo, non esiste forma sadica che regga il confronto… ci pensiamo da noi stessi ad infliggerci le pene più crudeli, prima e quando arriva la cartella esattoriale, a morire poi, fisicamente e nello spirito che l’Anima è l’unica cosa che ci rimane.

15 OTTOBRE  2017 Santa Teresa d’Avila, Santa Edda, S. Ruggero

Il vero sapore libero… conta se per oggi si abbia guadagnato abbastanza per soddisfare le nostre esigenze ma se la mia Susy dice che la cervicale la opprime, io quel giorno non ho guadagnato niente.
Lo stesso che se la mia Mini ( mia Adorata Cagnolina Minnie )  ingurgita un osso e gli si conficca di traverso, io ho rovinato la mia giornata… e non solo.    Se gli Altri stanno poco bene, non può essere una buona giornata, al contrario si deve lottare perché gli Altri stiano bene e fare diventi un buon giorno.

Non sono le medicine o pastiglie che possono guarire il malessere altrui, bensì il tuo Amore può lenire per primo il disagio di un malessere
Il sapere trasmettere Amore gratuito e quindi sofferto, è assorbire un poco o forse più del non stare bene di una persona a noi Cara. Il non stare bene degli Altri che è affar Loro oggi, domani può servire a Te e diventa affar Tuo… che il domani è come l’oggi uguale e sistematico come il mangiare, il bere e il respirare… lo si fa sempre e quindi comunque si Ama sempre.        Il vero sapore della libertà è saper Amare.

Siamo stati invitati ad una festa di un nostro bar di montagna. Non ci andremo, abbiamo vissuto troppi di quei momenti che ora li viviamo nel momento stesso che ci hanno invitati, è stata di già una bellissima festa.

Il vero sapore della libertà è saper Amare perché sembra facile a dirsi,… ma molto difficile al farsi   Amare Tutte le persone del mondo è possibile solo a Dio..

Chi appena si avvicina all’Amare il proprio vicino di casa è già sul sentiero del bene e se persegue quel tanto che ci vuole per imparare ad Amare anche chi sta nel quartiere più lontano del suo paese, si è sulla strada illuminata che porta a scoprire quale è Il Vero Sapore della Libertà… Sapere Amare, non c’è altra plausibile spiegazione.

Il vero sapore della Libertà è non avere nulla vicino che ti dica di dire o di fare qualche cosa che non si voglia fare. Vento a parte e il calore del Sole, il bagnato della pioggia sulla pelle e sopra la testa tante Stelle con il buio e la Luce che aprono ogni giorno il sipario della vita.

Il Vero Sapore della Libertà è sentire ogni giorno il tuo Spirito cosa ti dice di fare…  serve per imparare ad aprire a tutto gas il carburatore che alimenta il motore che produce energia d’Amore, Anima del cuore.

Il vero Sapore della Libertà ha il gusto di  grandi sferzate di vento sul viso mentre corri in sella ad una moto su dei tornanti in sublime solitudine,… che non significa essere soli nel mondo, significa vivere un momento che appartiene nell’intimo di solo Te.

16 OTTOBRE  2020 S. Edvige

Una scimmia disse alle altre del suo gruppo, io sono più forte di voi e andrò sola alla conquista dei confini del mondo.
Vedrò le cinque torri che si ergono come dita protese verso il cielo. La scimmia detto fatto dall’alto della sua superbia, si rifornì di noccioline e partì verso mondi sconosciuti…  cammina, cammina…

La domenica di mattino è il giorno all’ascolto di proferir della SacraParola, litanie di fede e di rito d’ogni giorno, e poi per pranzo, polenta funghi e formaggio che cola, un immancabile bicchier di vino e un sigaro da fumare in un giardino o nel prato.

Niente di meglio che guardare le cime delle montagne ‘mangiate’ da una coltre di nubi che minacciano pioggia. Il grande platano con accanto la quercia centenaria non muovono foglia mentre più in basso arrendevoli e più deboli, la betulla, faggio e il rubino, sventolano le cime dei loro rami mosse dal vento che scende dai monti. Gettare lo sguardo al confine del suo vedere e immergerlo nella soffice bambagia nebulosa. Nel mentre interrogare l’intimo tirando un grosso respiro per farlo diventare qualche attimo dopo un sospiro di sollievo perché le preoccupazioni si sono disperse nell’umidità del vento e rimangono solo momenti di serenità che si sono mescolate con il dolce far niente dell’Amore, perché a tutto pensa il cuore.

La scimmia raggiunse un immensa radura dove oltre il nulla. Ce l’ho fatta!… pensò tra se la scimmia orgogliosa quanto vanitosa. Davanti a lei quell’immensa distesa di verde e cinque torri che raggiungevano il cielo… oltre il nulla, pensò bene di seminare alcune noccioline per poter dimostrare al suo ritorno nella tribù dei primati di aver raggiunto la meta e quindi poter ritornare al punto di conoscere tutto quanto si potesse sapere alla fine del mondo.

Dio. capovolse la sua mano e la scimmia che era nel suo palmo con le cinque dita erette, cadde nel vuoto del nulla perché niente aveva imparato che Lui non volesse e l’alterigia della scimmia non l’aiutò venendo di colpo umiliata.
La domenica regala serenità

17 OTTOBRE   2015  S. Ignazio di Antiochia, Santa Eloisa, Santa Marisa, S. Rodolfo, Santa Luigia, Santa Gina

È Ottobre. Tiepidi evanescenti pensieri in questa fresca umidiccia serata. L’estate zoppica e ancora non se n’è andata dagli armadi, tanto è il cotone come troppo il colore sui suoi scaffali.  La pelle  non è malata dal pallore invernale, ancora vuole debolmente dirti è farti credere che ‘scuro’ è bello e la bruna non resiste.

C’è stasi, è come si dovesse entrare in un altra stanza dove trovi un altra ‘dimensione’, e aprire quella porta senza voler realmente varcarne la soglia con sincera volontà.  Difficile abbandonare  le sbicchierate urlate a voce grossa nelle notti calde, condite da inutili quanto necessarie grasse risate, per passare poi a un  repentino buon film che al momento che lo guardi proprio non capisci perché mischi ad altro pensare, un po’ come voler leggere un libro senza la giusta sintonia con ciò che ti circonda, lo stesso che indossare una felpa il mattino, per rimanere a mezze maniche e così a singhiozzo sino al pomeriggio… nella stagione del melograno.  Non sai più cosa fare in mezzo ai colori del bosco che da tinta unita calda, diviene brullo variopinto in attesa dell’arresa delle foglie.

Il mare sulle rive aveva colori chiari, ora s’incupisce per un nonnulla, il fiume prima cheto che lo capivi dallo scintillio del sole che giocava con il suo rio sottile, ora rumoreggia largo e scuro, gonfio di rabbia sopita scagliata dai monti dove nasce.

Varcata la soglia, ci si trasferisce in un altra fase… che la vita è tutta una storia fatta di piccole memorie, composte in un immenso puzzle che termina quando finisce la tua fantasia, spegnendoti la fiamma del sentimento che tiene insieme la carne.  Chissà perché la stagione estiva ti porta ad essere spavaldo allegro ad oltranza e profumi di avventura, mentre adesso sembra che tutto debba assumere il volto serio del che cosa farò da grande.   Forse lo dice il buon senso che il sole mette allegria, mentre la pioggia porta rigori, o semplicemente i due elementi si divertono a giocare tra di loro influenzando l’umore della gente, mischiando le carte con sorrisi e pianti, gaiezza e seriosita’ in uno scherzoso farci vivere.

È così che vanno le cose quando arriva il sapore dell’intimità che si veste d’autunno, in questo modo ti senti quando apri una farinosa castagna cotta che l’hai già mangiata di voglia prima che con la bocca, un attimo ti vesti e poco dopo ti svesti, come le tue idee e pensieri, li devi accatastare nel giusto comparto che  dal verde della chioma degli alberi, passa al bruno finché si spoglia, per accogliere a mani nude la coltre bianca, il soffice manto, la neve.

Qualche tempo prima a buio stellato con finestre spalancate sul mondo, lasciavi che i lampi festosi e tonanti dei fuochi d’artificio invadessero le stanze, illuminandoti con bagliori scioccanti a occhi e cuore.

Ora soltanto il  rilassante ticchettio della pioggia battente sui tetti delle case, che come  in un duetto,  associa ritmicamente il crepitio del socco che arde allegramente nel camino, ed insieme regalano momenti di pace interiore e pian piano prendono forma frivoli pensieri sfuggenti, divenendo composte sensazioni di spicciola saggezza, intanto che la fiamma, che ti accarezza di tepore.  Con lo sguardo oltre il vetro che ancor non s’appanna,  la natura con simpatia mi prende in giro con falsaprimavera che porta inganno ma adesso è tempo di un altro tempo, è tempo di nuove passioni, è autunno, è Ottobre.

18 OTTOBRE   2017  S. Luca

imageC’era una volta…

Una mamma e un papà, un giorno chiesero al Cielo di poter avere una bella bimba che potesse allietare la loro vita.  Ma badate bene, non volevano un maschietto, volevano una bella bambina! E come non bastasse, non ne volevano una qualsiasi, i due genitori avevano già avuto due splendide bimbe, belle come il sole, e brave come di meglio non si poteva desiderare, e allora cosa chiedere di più, perché chiedevano al Cielo un altra perla che aggiungesse Luce al loro focolare. Una Principessa, questa volta desideravano avere una Bellissima Principessa.

I problemi che sorsero per la richiesta che i due sposi avevano fatto al Cielo erano tanti, primo fra tutti fu che le Principesse nascevano solo nei Castelli e nelle fiabe, e poi tutti sanno che per essere una Principessa il papà bisogna che sia un Re e mamma una Regina e poi neppure possedevano un Castello, e non vivevano in una fiaba, ma in una casa di città.

Allora che fare, oramai era troppo tardi per fermare la cicogna che volava con le sue grandi ali nel l’azzurro del Cielo, il fagotto che portava con se, conteneva di già una bellissima bambina con gli occhi chiari come le nuvole, aveva due guanciette paffutelle e rosa, agitava le manine e con grandi vagiti si faceva sentire al mondo. Era davvero bello quel batuffolo vispo e  cicciottello, e anche se Lei non aveva il vestitino azzurro delle Pricipessine, mamma e papà la amarono da subito e la chiamarono Beatrice e ringraziarono il Cielo per avergli portato quella splendida creaturina.

Beatrice cresceva felice, giocava con le amatissime sorelle, andava a scuola volentieri, e voleva bene ai suoi genitori, ogni tanto mentre faceva i compiti, si fermava con lo sguardo fisso al soffitto e pensava alle Pricipesse delle favole, le immaginava e vedeva come fossero lì con Lei, poi come d’incanto riprendeva a studiare e interrompeva quel sogno ad occhi aperti, ma la sera quando andava a dormire, dopo aver detto le preghiere al buon Gesù Beatrice si addormentava cullata dai sogni che continuava a fare, ma ora con gli occhi chiusi, e sognava di essere in un grande Castello tutto d’oro luccicante, e sulle quattro torri poste ad ogni suo lato, sventolavano bandiere con tante perline colorate che anch’esse luccicavano di mille bagliori con i raggi del sole e brillavano nella notte con la luna che le illuminava.

Al Castello fu dato il nome Felicius, e sul suo ponte levatoio vi  facevan la guardia due soldati vestiti di bianco, sul loro elmo una grossa piuma di struzzo veniva  spostata dal vento, ma loro fermi, impassibili brandivano una spada infuocata che tenean fissa davanti al petto impugnandone l’elsa e le lame non erano d’acciaio ma di fuoco a difesa di qualunque ignobil Drago avesse avuto l’ardire di provare a rapire la bellissima Principessa Beatrice.

Molte altre guardie sorvegliavano giorno e notte quella splendida fanciulla, la Principessina Beatrice era al sicuro tra le mura di Felicius, non aveva nulla da temere, e viveva felice con le sorelle  Bebenia e Lucreziana Principesse anche loro, insieme al papà Re Adeliuno e mamma Regina Rossitania.

Ma un triste giorno, mentre giocava nel cortile della reggia, un ombra sinistra volteggiava minacciosa sopra di Lei, era un Drago verde alato che all’improvviso calò in picchiata e ghermendola con i suoi potenti artigli, in un lampo se la portò lassù in alto nel cielo infinito.  Il papà Re e mamma Regina erano disperati, così come lo furono le adorate sorelle Principesse… Nessuno si dava pace per il rapimento improvviso della piccola adorabile Principessa Beatrice che lasciò tutti in una profonda disperazione…

19 OTTOBRE 2017 S. Paolo della Croce, Santa Cleopatra, Santa Laura, Santa Loretta.

… Seguirono giorni di dolore, le guardie uscivano di buon mattino alla ricerca della sfortunata Principessa, ma a tarda sera tornavano sconsolate e tristi per dover dire che non avevano trovato traccia alcuna di Lei.  Finché un giorno papà Re Adeliuno, fece affiggere dei manifesti in tutta la regione del suo regno di Bergamolandia, l’editto diceva… Il giovine  virgulto che riporterà la Principessa Beatrice tra le mura del Castello Felicius, sana e salva, l’ avrà in promessa sposa alla età del giusto convolar di nozze e regnerà al mio posto come unico Re di queste terre.

Giunsero da ogni dove schiere di giovin virgulti e baldi cavalieri, quasi tutti Principi delle contee vicine.   Milanolandia, Veneziolandia, Bolognilandia e Torinolandia inviarono subito i loro migliori guerrieri con scintillanti armature, spade e lance bene affilate, e spavaldamente cavalcavano dei magnifici destrieri purosangue.

Giorni dopo, per ultimo,  dalla vicina Pavesilandia, giunse il Pricipino Alessandrino, non aveva alcunché di armatura, ne spade, ne lance affilate e nemmeno possedeva un destriero, ma con passo sicuro procedeva a piedi con a tracolla una bisaccia, al suo interno un giaciglio di pagliericcio e accovacciato nel mezzo, un grosso uovo verdolino di Drago.

Al cospetto del Re e della Regina, promise di ritornare vincitore, e si incamminò verso le montagne rocciose di Trentinolandia. Passò del tempo  e poi settimane, piano piano fecero ritorno tutti i Principi a cavallo, erano tutti a mani vuote, tristi e sconsolati riposero le loro armi nelle fondine e si congedarono dal Re di Bergamolandia. Uno solo non fece ritorno, il Principe Alessandrino, di Lui non si seppe più nulla, sino a quel giorno…

Una guardia, di lontano scorse una figura che sopraggiungeva sul viale alberato di ciliegio in fiore che portava a Felicius, spostando con la mano di poco la piuma bianca che svolazzando dinanzi agli occhi lo infastidiva, vide meglio e si accorse che le figure eran due persone che camminando si tenean per mano e lentamente che avanzavano, entrambe le persone prendean forma sino a divenir due giovinetti di bel l’aspetto, e allora la bianca guardia esclamo’ a gran voce… È LA PRINCIPESSA BEATRICE CON IL PRINCIPE ALESSANDRINO…PRESTO IMMANTINENTE, AVVERTITE LE MAESTÀ NOSTRE!!! Poco dopo  Felicius era in festa, una grande folla si era accalcata di fuori dalle mura e osannava i due bentornati piccoli regnanti, intanto a Castello dopo essersi ben ripuliti e  rifocillati, il Re Adeliuno volle subito sapere come Alessandrino riuscì a liberare l’adorata figlia Beatrice.

Molto semplice rispose quasi timidamente il Principino, appena avuta notizia del rapimento della Principessa che il Drago verde fece, mi recai dalla maga Susitanna, colei che vive negli acquitrini dove noi di Pavesilandia si raccoglie il riso, Lei sorridendo mi disse che era già al corrente del perché di quel rapimento, il Drago verde che in realtà è una Draghessa, vide giocare gioiosa nei giardini di palazzo Reale la bella Principessa Beatrice e essendo che non aveva figli, decise di rapirla per sottrarla a chi ne aveva più d’una.

Bisognava solo di andare dalla Draghessa con un uovo di Drago verde, che dopo una breve periodo di cova gli avrebbe dato un piccolo Draghino, così che fosse come uno scambio dove nessuno rimaneva offeso o ferito. La Draghessa era sola soletta, e malata, ma non di un mal di pancia e nemmeno di un mal di capo, era malata al cuore che era triste, voleva solo un po d’amore che pensava di avere con quella bianca cucciola d’uomo.  Fu molto felice di quello scambio, mi ringraziò  si scusò con la Principessa Beatrice, e si raccomandò tanto di chiedere scusa prima fra tutti alla Regina Madre Rossitania, …e questa è la fine del sogno…

La luce dell’ alba irradio’  la stanza di Beatrice, e Lei si svegliò di soprassalto e il sogno come era cominciato svani’. Si alzò dal letto, si lavò il visino e si lavò i denti, poi colazione con caffellatte, un bacio a mamma e papà e via a scuola a prendere ottimi voti in tutte le materie.

Il pomeriggio di ritorno a scuola, la merendina i compiti e poi un poco di giochi con le amate sorelle e il suo cagnolino Gepponio, una cena con tutta la famiglia, quel poco di teleschermo permesso e poi di nuovo a letto a sognare ancora un poco, altri Regni, altri Principi, altre Principesse da sognare sino al mattino. Ogni sera, mamma e papà prima di rimboccare le coperte alla piccola brava bambina, si guardano l’un l’altro compiaciuti per Lei e sorridendo si dicono di aver avuto ciò che più desideravano, una stupenda Principessina da amare, perché Principessa se non si nasce, si può diventare, come Te Beatrice.  E vissero tutti felici e contenti.

20 OTTOBRE 2017 ARA  S. Cornelio Santa Aurora

21 OTTOBRE 2014.    (2016 ARA da spostare al 22)  S. Orsola, S. Bertoldo, S. Dacio, Santa Zaira, S.Artemisio, Santa Ursula, Santa Celina, Santa Clementina

Il tenue crepitio di una buona legna di faggio, che fa poco fumo emanando un intenso calore da dietro quel vetro che ormai veste di moderno i nostri camini. Le castagne appena tolte dal forno della cucina, e fuori dalla finestra una cappa grigiastra che ha preso il sopravvento sull’ultimo sole, che non ne voleva sapere di arrendersi, e finche ha potuto, faceva capolino sino a qualche ora prima, tra la coltre nuvolosa che inesorabile l’ha lentamente soffocato, nascondendolo definitivamente dalla nostra vista, al nostro piacere.

Una alzata di spalle sommessa, un borbottio lamentoso, di non si sa ben cosa, indirizzato alla noia che incomberà nostro malgrado, inghiottiamo una castagna, e prima di un’altra la innaffiamo con buon bicchiere di vino, che prima uno e dopo l’altro, stiamo li a pensare che tra un soffio di tempo sarà di nuovo Natale. Nemmeno l’ora zoppa ci aveva avvertito di questo cambiamento di stagione, il sole ingannevole, sembrava non andarsene più in altri posti, quasi a voler farsi perdonare, di quell’estate mai vista, se non sul calendario, di quella estate che ci aveva accomunati ai nostri fratelli scozzesi e inglesi, con giacche di gomma e ombrelli.

Già, quel sole che ormai non serviva più ne per far scura la pelle, ne per maturare l’uva, serviva solo a riscaldare i cuori da dietro le finestre degli uffici, dov’ era tornata la noia di tempo sprecato, di un inutile tempo dedicato al logorio della mente e alla disfatta dell’intelletto… ‘fermi sul pezzo’. Adesso, il paesaggio circostante, di colpo ti fa vedere i colori con il loro giusto tono. L’ erba si è ammosciata e vuole riposare, gli alberi e le foglie in un ultimo anelito di vita, fanno sfoggio di molteplici colori, dall’arancio allegro di alcuni, al bruno marrone di altri, al rosso di chi si sta arrendendo, al color giallo di chi si è arreso prima che una coltre biancastra di milioni di stelline li copra.

E intanto, si sorseggia ancora del vino, che ti butta giù ingordamente l’ultima castagna nel gargarozzo e guardi quella fiamma che arde allegramente in una tumultuosa danza di gioia, e ti cambi d’abito dentro di te, cambi vestito ai tuoi pensieri, che l’autunno non è meno bello di altre stagioni, ha la sua da dare e da dire. Le strade si riempiranno di colori di plastica, la gente farà festa, che anche quest’anno si festeggia, un dolce evento, nonostante tutto, malgrado tutto, che non possiamo non sperare, che non si può morire dentro prima, mai. La natura si veste di nuovi esaltanti colori, e anche noi ci cambiamo d’abito, e ne mettiamo uno pesante e gioioso, fin dentro il cuore, e avanza della stoffa per coprire anche l’anima, se lo desideriamo. E’ arrivato l’ inter mezzo, ma non è la primavera, non sono i suoi colori, … è l’autunno.

22 OTTOBRE  ARA 2016.   S. Giovanni Paolo II, S. Donato, S. Apollo

23 OTTOBRE 2015 ARA… e 2020 da riportare al n. 22  S. Giovanni da Capestrano, S. Manlio

24 OTTOBRE 2014 ARA S. Antonio Maria Clavet, S. Raffaele,

25 OTTOBRE 2019 ARA   Santa Daria, S. Miniato, S. Gavino, Santa Tabita, S. Daria

26 OTTOBRE 2018 ARA S. Alfredo, S. Evaristo

27 OTTOBRE 2018  S. Fiorenzo

La droga… le droghe. Che se fossero legalizzate, darebbero libertà di scelta a chi ne vuole fare uso, scartando di fatto il consumo a largo raggio nel tempo… perché ciò che è proibito è come fosse l’erba più verde e bella nel giardino del tuo vicino di casa.

Fosse legale non sarebbe proebita e quindi si tratterebbe come il caffè, prima droga di dipendenza quotidiana, dove chi ne abusa è in minoranza e chi ne prende una dose mite è in stragrande maggioranza. Perché il caffè è  una droga legalizzata, potendo usufruirne a volontà, l’abuso è  spesso ignorato.

L’alcool  rimane sempre al primo posto per il consumo nel mondo tra le droghe legalizzate e anche in questo caso la maggior parte delle persone se ne avvantaggia non abusandone. La droga e furba e intelligente… la nostra ignoranza nel conoscere il potere della sua intelligenza non ha confini. La droga apre orizzonti nuovi e con lei si scoprono mondi nuovi, bisogna saperla dosare e nessuno lo sa fare, quindi fosse legale ed economica molta gente avrebbe la possibilità di capire che a lungo andare non è un bene.  È come mangiare la cioccolata con panna, una tazza è buonissima, due son buone, tre son troppe e non avendo problemi per procurarsela, la quarta tazza di cioccolata con panna si evita volentieri. Chi persevera con droga o cioccolata ed esagera, ha altri problemi alla base da sistemare nel suo esistere. Chissà quanti uomini dell’etá della pietra avranno ingerito sostanze stupefacenti e avranno anche imparato a discernerla tra mille fiori, piante e foglie e se ne saranno serviti giusto il fabbisogno per evadere da una realtà quotidiana talmente ‘pesante’ da sopportare che stroncherebbe la vita nel giro di 15 giorni di una persona dei nostri tempi… ammesso e non sempre concesso, che nell’arco della durata dei quindici giorni, una fiera selvaggia non l’avesse aggredita. Non avendo proibizionismi di sorta, l’uomo antico non aveva bisogno di evadere oltre, il rimanente in forze e lucidità lo preservava per il fabbisogno della sua compagna e dei suoi figli… come madre natura ‘comanda’.

Legalizzando la droga in genere, si ridurrebbe certamente il consumo, la libertà di scelta è sempre il motore di spinta per riflettere e ragionare bene su ciò che è bene o male di quel che si sta facendo. La libertà di scelta, è libertà di decidere se drogarsi o meno senza l’influenza negativa della trasgressione che infiamma gli animi del proebito e scatena inutili e dannosi entusiasmi.  Libertà di scelta è ottenere un prodotto controllato e a prezzi più economici, debellando di fatto il commercio illecito alla base, quindi niente trafficanti di droga, niente spacciatori. Un discorso che si potrebbe allargare alla prostituzione in genere, e bisognerebbe reimpugnare la legge della chiusura delle  “case chiuse”.

28 OTTOBRE 2019 S. Simone e Giuda app., Santa Cirilla, S. Taddeo, S. Simeone, Santa Simona, S. Giuda

Auree “magnonche sensazioni”.  Ottobre, abbraccia le anime come un velo di sposa adagiato sul capo e sensazioni di benessere pervadono gli esseri che vivono  questi momenti
Ora è sera, l’aria è umida e l’autunno, si sente sui visi. Gli alberi silenti abbassano di un poco la cresta come fossero obbedienti votivi, si inchinano al “nuovo signore” in arrivo che si stringe tra le dita di una mano il manto gelido del l’inverno…  che pare morte ma è riposo della terra e selezione degli animali in natura. Vinca il più forte e abbia ancor più gloria il perdente, qui… o la.
Ora è notte che copre mille mondi in metà mondo.
Ora è l’alba e poi farà giorno, stasera è un altra volta che la sottile nebbia bagnerà il volto delle persone.  Bisogna ancora andare oltre, dove il ghiaccio sul fiume sia solido e lo si possa attraversare sereni con pensieri e parole. Bisogna andare incontro a una nuova stagione che non umetta i visi ma li accarezza di gelo, e gli alberi inerti lascino al fin  vedere ciò che l’estate ha nascosto… altri scorci di vita dietro i rami nudi.  Lo sguardo di nuovo si apra spazi su case e chiese, posti vissuti da persone e animali al di là di dove non si poteva vedere prima, oscurati da prepotenti foglie che rubavano ricco sole. Altri battiti di cuore che fan su e giù con l’umore del l’animo inizia flebile per raggiungere un finale che moltiplica e ancor più esalta. Il futuro è nelle  mani della natura, per questo si deve rispettare il passato… E adesso è di nuovo la fine del giorno di tardo d’ottobre, si scrive e si pensa o si guarda la tv… o si fa al l’amore, che è la cosa di gran lunga migliore.

29 OTTOBRE  2018  Santa Ermelinda, Santa Cordelia, Santa Ermenelinda, S. Narciso, Santa Eusebia

Amore ‘amichevole’. Si vorrebbe scoprire cose e mondi nuovi, e non sappiamo distinguere un amicizia vera da una menzogna. Bisogna che in un momento di quiete si fermi il corpo e si liberi la mente per pensare.

Un albero nasce e cresce di germoglio in germoglio e non si cura di sapere se il vento spirerà forte o leggero, non si cura di pioggia o troppo sole, non ha bisogno di sapere se un amicizia e franca e sincera, ogni albero pensa per se stesso e si affida agli elementi della natura, consapevole che lei penserà bene anche per gli altri. L’albero non ha bisogno di sapere perché un presunto amico o amica ti menta.

Ci si pongono  mille domande per cercare di capire un altra persona che si ritiene tua amica ma a volte dice bugie, e scartato il fattore timidezza che in genere si usa come scudo bugiardo, eliminata la probabilitá di voler compiacere a tutti i costi, scartata anche la possibilità di una insana invidia non rimane che il triste motivo di bugia patologica, quella che nemmeno ci si rende conto di dire cose false, così l’insieme diviene imperscrutabile, allora ci si affida a tre croci ponendoci nel mezzo tra ladri e assassini, perché scagli la prima pietra chi non ha mai peccato e Pasqua, senza amicizie particolari, arriverà anche il prossimo anno testimoniando di essere sempre viva con la sua presenza

L’albero non ha bisogno di innamorarsi, il suo Sposo l’ha impalmata dalla nascita e l’accompagnerá anche fosse abbattuto da un fulmine. Gli Adamo e le Eva nel mondo si fanno in quattro per cercare di capire se la freccia ha colpito il centro del cuore amato e ancor più si disperano nel dubbio tormentoso di essere stati a loro volta colpiti al cuore per amore. È difficile ma non impossibile capire se si è amati e se succede che malauguratamente  così non sia, rimane sempre la scelta di cambiare strada e andare per nuovi orizzonti.

Più difficile provare a capire se un amicizia è cristallina come l’acqua che sgorga da una fonte o confonderla con quella che scende da un rubinetto, entrambe simili per trasparenza ma il sapore è del tutto differente.  É molto  difficile capire l’amicizia.  L’amore lo si legge negli occhi che brillano, l’amicizia porta sempre occhiali da sole come il giocatore baro di poker. L’albero prende ciò che viene, vento, pioggia e sole, così fa il cuore per amicizia e Amore.

30 OTTOBRE  2020.  S. Gemano, S. Vittorio, Santa Benvenuta, S. Gerardo

Ciò che si legge ogni giorno non si è capaci di ripeterlo parola per parola una sola volta dopo anni della stessa lettura. È come far imparare all’asino per sua volontà, a girare in tondo e far girare la macina da mane a sera per tutta la vita, non accadrà mai. Si fanno polente di farina gialla tutti i giorni dell’anno in terra bergamasca, ma ogni giorno vien diversa di gusto per ognuno che la cuoce… così che come in terra sicula, una triglia cucinata nello stesso identico modo per due volte pur se fatto dallo stesso cuoco. Ciò che si legge ogni giorno per giorni e giorni a venire, il giorno dopo non si è in grado di ripeterlo a voce per intero senza sbagliare… anche il Prete sfoglia pagine di Sapere nel officiare la S. Messa… anche se la dice ogni giorno da anni. Forse non è la ‘quantità’ che conta, ma la ‘qualità’ di ciò che rimane nel cuore.

31 OTTOBRE  2020.   Santa Lucilla, S. Volfango

L’ha raccontata in un omelia della Messa un Padre Monfortano…
A quei tempi contadini di inizio secolo scorso, in casa, durante le dure giornate d’inverno c’era sempre un nonno e una nonna… Lei che rassettava e Lui accanto al camino che si sfregava le mani beato.
La nonna venne a mancare, rimase solo il nonno e altro che sfregare le mani accanto all’allegro chiacchiericcio del fuoco nel camino non sapeva fare, le sue ormai deboli ossa lo stavano abbandonando.
Erano rimasti in cinque in quella famiglia. Nonno, suo figlio Tarcisio, la nuora Adelaide e due bambini, uno maschietto di nome Mauro e una femminuccia che di nome faceva Maria.
La sera Adelaide cucinava la minestra, la serviva in piatti poveri ma bianchi a figli e marito, mentre per il Nonno Anselmo, la minestra gli veniva servita accanto al suo adorato camino vivo, ma in una scodella di terracotta e non in un piatto di ceramica.
Anselmo tremava ogni giorno di più nel reggere quella scodella bollente, il suo tremore aumentava sempre di più nei mesi e perciò una sera gli cadde dalle e si rovesciò rovinosamente a terra rompendosi in tanti pezzi.

Adelaide per punire questo gesto secondo Lei inconsulto, decise di lasciare i cocci della scodella per terra… per giorni, perché così il malcapitato nonno Anselmo si ricordasse del piccolo disastro che aveva combinato.
Il figlio Tarcisio invece, per ‘punire’il padre, gli comprò una ciottola di legno, così che se il nonno la dovesse ancora rovesciare con il tremolio delle mani, questa non si romperebbe rimbalzando agilmente.
Passarono alcuni giorni e una sera, il piccolo Mauro sedette accanto al nonno e cominciò a raccogliere i cocci della scodella di andata in frantumi, alche il padre visibilmente stupito si alzò dalla sedia impagliata e si avvicinò al figlio seguito dall’altrettanto stupita moglie, e chiese lui, perché raccogli i cocci della scodella rotta del nonno?
Cerco di rimetterla insieme, rispose Mauro.
E perché? Replicò papà Tarcisio.
Perché ho capito come fare con voi, miei genitori, quando sarete vecchi. Comincerò con il darvi la ciottola che avete scartato e quando non basterà, vi darò una bella ciottola di legno.

Finisce la funzione della S. Messa, c’è una canzone che si canta in coro ad inneggiare Maria come saluto finale, e a metà di questo inno il Prete o Frate o Padre Missionario o altro delegato ministro di Dio abbia officiato la Messa, si accomiata nella Sagrestia. Lo raggiungo, mi congratulo con una gomitata e una strizzata d’occhi per il bel pezzo dell’omelia… racconto carico di umanità e sensibilizzazione umana, complimenti Padre… Lui sorride, mi guarda dritto negli occhi piccoli e sinceri e mi dice, fratello caro, non l’ho scritta io questa bellissima storia d’Amore!
L’ha scritta il grande Poeta…
si, rispondo, io prima che me lo dicesse Lei Padre non lo sapevo e adesso che lo so lo ripeto anche ad altri come me…