Lui è la, tra le Nuvole di Natale. A.C.

NUVOLE.

Meno di un mese ed è un altra volta Natale. Qualcuno si prepara a gozzovigliare di cibo e di vita, molti ‘Qualcuno’ semplicemente passeranno momenti di spicciola serenità.

Altre persone alzeranno al massimo il volume che da voce allo spirito.

Sarà Natale, ancora una volta saranno dolci e luci colorate in ogni dove.     In ogni posto ci sarà sole, pioggia e neve. 

In Florida si festeggerà indossando un berretto di Babbo Natale di cotone rosso con bordo bianco in testa, maglietta rossa e calzoncini corti bianchi.  Brinderanno al Natale con gioie e dolori… i più di ‘speranze’, lo faranno ballando a piedi nudi sulle spiagge dorate irrorate di sole. 

In Lapponia finalmente Elfi e Gnomi si potranno riposare, una breve pausa prima che il fabbricar giocattoli per il mondo intero debba ricominciare con l’anno nuovo che già bussa alle porte, qualche giorno per potersi gustare in pace un buon Lonkero che fa rimanere il gusto in bocca di limone.

In Italia saranno strade festanti e colorate, confessioni per i fedeli che il ‘Venticinque’ mangeranno polenta con la neve, o capitone con mare mosso,Brinderanno al Natale di gioia o di tristezze… i più di ‘speranze’.

E tutt’intorno un brulicare di buone intenzioni, perlopiù, celate, volte al proprio tornaconto. Gente che serve alla tavola della mensa dei poveri e altri che nemmeno hanno da mangiare ma hanno sempre un sorriso dai più dimenticato… e sarà un altra volta Natale… a dire dove abbiamo sbagliato per poter rimediare.

Altri alberi di Natale da addobbare e presepi da abbellire.

Lui è la.

Intorno contadine e fabbri, l’une che danno mangime ai polli o trasportano al villaggio acqua fresca di fonte e fasce di fieno mietuto.

C’è anche l’asino che per quel giorno, finalmente riposa, così come il bue e insieme sdraiati sbuffano un caldo sospiro che raggiunge il volto di Gesù… per favola o fervida credenza.

E ancora mugnai, falegnami, lavandaie, e in fondo, molto in fondo al l’orizzonte, tre puntini neri a cavallo di creature del deserto dalle lunghe gambe che si stagliano nella penombra fin dove si può vedere.

Lui è la, su di un lato del presepe, sotto quella grotta, o sotto quella capanna accanto. Intanto non si vede, è coperto da un piccolo lembo di lino bianco che per tradizione, Gesù  non sa da vedere. Non sono ancora due millenni e diciannove primavere, non è ancora inverno, non è ancora nato… e mentre scendono timidi fiocchi di neve, per favola o per credenza che tutt’e due fanno sognare.

Playboy della vita 2

Non era al momento giusto la lamentela di Marghe, e a Mario diede fastidio sentir parlar male così di un amico intimo appena scomparso. Patrizia era imbarazzata e si vergognò un poco per quella incresciosa ituazione, quasi certamente fu coinvolta, chissà poi perché quel giorno si dovette accompagnare a Marghe ma è troppo buona per saper dire di no. Patrizia una ragazza fragile, ‘buona’, tanto da essere ormai una donna matura innamorata di una sola persona che divide con un altra da almeno vent’anni, ma per Massimo avrebbe di sicuro fatto un eccezione e una ‘scappatella’ se la sarebbe fatta. Massimo no! Non se la “sarebbe fatta”, troppa incompatibilità di carattere. Del resto Patrizia era la ‘donna’ di Claudio e per questo il divario tra i due era di fatto incolmabile. Chi ama una persona, ne assume di fatto le ‘somiglianze’, e per questo motivo Massimo con Claudio si è sempre presentato con un cenno o una stretta di mano. Lo stesso che avrebbe fatto molto volentieri Margherita con Massimo ma venne preceduta dalla figlia Marika che di anni ne aveva metà della mamma ed ebbe una relazione seppur breve con Massimo. Ora Marika vive in Spagna e ha un figlio. Marika non era tra le fila di panche delle navate, come del resto non v’era Patrizia e Marghe che si sistemarono in fondo, vicino ai grossi boccali di marmo d’acqua benedetta.

Dopo nemmeno un ora ci saremmo ritrovati tutti sul sagrato, è così fu. Uomini in giacca e maglia nera che sembravano le Jene di canale 5 in cerca di notizie, ma di nuovo c’era solo Massimo in quel l’umile bara di color chiaro, Lui, l’avesse saputo con anticipo, l’avrebbe voluta nera con finimenti in metallo alla ‘Versace’ ma con il tocco di classe in più rappresentato dai profili argentei piuttosto che pacchiani d’oro. Massimo era la ‘finezza’, ed ora si era lì in chiesa, un prete ‘figo’ con capelli argento e pietose parole d’oro parlava di Lui riservandogli elogi da benefattore. Parole che si riservano ad un amico discreto e Massimo era delicatamente discreto, era un “signore”. Ed ora si era lì, in quella chiesa divisa da una navata importante che divideva gruppi di persone che perlopiù erano donne che piangevano di un amico perduto… ma più di un amore mancato. Le donne più giovani compreso la sua ultima fiamma Denise sedute sulla sinistra di dove era Mario. Quattro ragazze che la più ‘vecchia’ era Denise che se fosse stata un uomo alla fine del secondo secolo, avrebbe da poco finito il servizio obbligatorio di leva…

Sedute al primo banco, tra altre ragazze, la figlia di Giuliana e Arnaldo che sali nel l’omelia del l’ultimo commiato ricordando Massimo come un papà mancato. Martina disse che non avrebbe mai scordato di quella volta che Lei era triste per la perdita di papà, e Massimo per tirarla su di morale, uscì nel parcheggio del locale dove si trovavano, l’aiutò a salire sul tetto del suo potente fuoristrada e salì anch’egli ed insieme ballarono al suono della musica che usciva dai finestrini. Altra gente arrivò attirata da questa piccola follia e alle tre di notte furono molti i temerari che osarono riempire le loro auto di ‘fossette’ su cofani e tettucci calpestati a suon di musica. Più che temerari erano allegri o ubriachi, ma fu festa per Martina, lo disse con voce rotta e i singhiozzi non gli permisero di dire altro se non Ciao Massimo non ti dimenticherò mai.

Mario conobbe Denise solo al telefono. Bastava non frequentare Massimo per un breve periodo di tempo per non conoscere la sua ultima fiamma, e Lei fu l’ultima fidanzata ufficiale del Playboy della vita che Mario non conobbe personalmente. Un giorno Massimo al telefono chiese a Mario se fumasse ancora le canne, e avendo ricevuto la risposta positiva, aggiunse al l’amico se non potesse procurare del ‘fumo’ per la sua Denise… Sai bene che non ho mai fumato ne mi sono mai drogato con schifezze di alcunché tipo… la Denise vuole un po’ di fumo me lo puoi procurare? Fumo o “maria”rispose Mario? Aspetta, aspetta che ti passo la ‘tipa’ così parli con Lei che io non ci capisco una mazza di ste cose… ok., e gli passò Denise… Ciao, ciao cara cosa vorresti? “maria” disse, quanta? o beh! un “centino”. Un centino a me dura un mese e anche più rispose Mario, è meglio che ti dia il nome e il numero di telefono del ‘tipo’ che me la vende una volta ogni due o tre mesi, così vi arrangiate tra voi che oltretutto avete su per giù la stessa età, a… benissimo replicò Denise, ti ringrazio molto e salutando passò di nuovo la linea a Massimo. Scusa disse Mario ma pensavo volesse un paio di spinelli, io sai che ora ne fumo una al giorno giusto per dormire meglio e mangiare un po’ di più invece che solo buttar giù alcolici e quindi non ho grosse quantità, anche perché non ho più l’età per certe trattative, hai fatto bene rispose Massimo, se la vedano loro, grazie.

Mario non conobbe mai Denise, ma a detta di tutti tanto per non cambiare è bellissima, come tutte le donne di Massimo, come tutte le donne che hanno l’età di un fiore appena sbocciato, anche se al suo funerale c’erano fiori sbocciati e altri un poco appassiti con mariti al seguito. Sembrava di essere in un film satiro comico anche se qualcuna era meglio piangesse o doveva piangere. Mario non sapeva se Denise fosse bellissima come per sentito dire dagli amici e dalle amiche, non l’aveva mai vista… solo sentita. Un giorno di un mese dopo la richiesta di Denise, si accorse che la sua scorta di benessere ‘fumoso’ si stava assottigliando, si stava esaurendo, così che Mario fece la classica telefonata di rito ad GiovanniMaria, che il Giovanni è inventato e Maria era stato aggiunto per indicare il venditore di ‘fumo’, o marijuana che dir si voglia.

Eilà ciao come va, un caffè!? Si volentieri rispose Giovanni, alla solita ora al solito supermercato, ok. rispose Mario, ciao. Solita ora, solito posto e i due scesero insieme dalle loro auto. Ciao Gio, ciao Ma, come va? e avvicinandosi a mano tesa verso Mario, Giovanni sgranando gli occhi disse, ma che f..a mi hai mandato lììì!? Mario visibilmente stupito chiese, di che f..a vai parlando… quella che gli hai dato il mio numero di telefono! Ma è troppo fi ….. è troppo bella. Non riuscivo nemmeno a parlargli perché dovevo alzare il capo… e lo sguardo si fermava puntualmente su quel seno scolpito nel marmo… no, no! È troppo per me… Mario un poco ripresosi dallo stupore e avendo finalmente capito che Giovanni parlasse di Denise gli disse con tono ironico ma sincero… ôôôô!!! “grosso pirla mica te la devi fare” la donna del mio amico, gli devi solo dare ciò che chiede, se vuoi, oppure libero di non farlo! Si, lo so rispose Giovanni abbassando il tono di voce alterato dal l’eccitazione del ricordo di Denise, mi ha pure detto di essere pazzamente innamorata del suo uomo che ha sessant’anni e sta passando un bruttissimo momento di salute… ma una f..a così quando mi ricapita!… nemmeno nei sogni.

“Gioan”, ma vaffangol che l’è mei, disse Mario nel suo dialetto! Che non aveva bisogno di conoscere la nuova fiamma del l’amico, sapeva di non aver bisogno di ulteriori conferme che fosse la bellissima “donna di Massimo”. È tanto bella Denise che stordì il Giovannimaria. Mario è un fervente Credente, forse un illuso ma non per questo perdente, e pensa che la marijuana sia una figlia della terra che non alterata da altre sostanze, e se ben ‘distribuita’ al corpo e alla mente di certo non può nuocere, comunque non più di un bicchierino di grappa al giorno. L’eccesso è sempre deleterio e non solo per droghe leggere… l’alcol è ancora il problema di dipendenza che fa più ‘disastri nel mondo, Mario anche adesso preferisce fumare una ‘canna’ al giorno piuttosto che un pacchetto di tabacco e catrame, per questo motivo assecondò volentieri Denise che voleva sballare, se poi ‘questa’ come d’uso comune non si fermasse solo al piacere del fumo, non era cosa che interessasse lo stesso Mario… pensava che chiunque deve fare il suo percorso, quello che aveva da tempo abbandonato in ‘piaceri polverosi’ che all’inizio ti fanno sentire un leone e poco tempo dopo un gran coglione.

Nelle file di banchi subito dietro le quattro ragazze, altre donne in ordine sparso e una era Anna che si accompagnava con un amica, Katia che Mario conosceva molto bene. Anna invece era una sua amica da tempo, sin da quando Katia si fidanzò con Mario. Un fidanzamento che durò pochi mesi fra i due. Katia era una ragazza alta e magra, scura di pelle con folti capelli tinti di un biondo che non riusciva a prevalere sul castano scuro del suo colore naturale, così che le rendevano il viso da zingara, oltretutto portava sempre degli orecchini tondi da Gitana ed era come in realtà lo fosse, e forse fu per ciò che al povero Mario non si concesse, non ‘era zingaro abbastanza’ per Lei. Infatti ben presto si lasciarono e ancora più velocemente, Katia si fidanzò con un ragazzo Ungherese e non passò il loro primo anno d’unione che diede alla luce il suo primogenito.

Anna era una ‘tipa’ alla Sandra Bullock ma nonostante l’aspetto e il comportamento spavaldo e sicuro è ancora una ragazza di sani principi. Anche Lei ha voluto bene a Massimo perché ai suoi occhi rappresentava il maschio alfa, l’uomo che non deve chiedere per avere. Disordinato e composto, benefattore e malfattore, amante fervente di chi non si può fermare al primo amore… nemmeno al secondo… per questo si innamorò di un amico di Massimo, Beppe. Tra i due “boss” di vita c’era molta similitudine nel modo di vivere. Amavano molte cose in comune primo fra tutte Donne e automobili da sogno. La differenza la faceva sempre Massimo, che il carisma non lo si compra al mercato della verdura, e comunque la Ferrari rossa l’ebbe solo Lui.

Anna semplicemente si comportò da ammiratrice e sostenitrice del mito di Massimo. I due rimasero solo amici e per questo Anna veniva invitata a dei fine settimana da favola organizzati da Massimo, magari sulle colline toscane in una villa sul promontorio da cui si vedeva e respirava il mare di Cecina. Massimo la fece volare su di un aquilone trainato a tutta velocità da un fuoristrada andando su e giù dai dolci clivi, la portò spesso a ballare in compagnia di altre persone, oltre, a quell’epoca, l’immancabile Mario, la portò anche a fare dei bagni rigeneranti nell’acqua solforosa e puzzolente delle terme di quel Luogo. Anche Anna a modo suo era affascinata da Massimo, chiunque lo era. Giuliana, nei primi banchi, colei che rispose al telefono di Massimo per parlare con Mario annunciandone la dipartita. Portava un velo nero sul viso ed era provata come chi piange da troppo tempo…. e ancora Mario non s’era dato pace del perché era come se per Massimo gli fosse stata da molto tempo una presenza costante e preziosa… era ‘fermo’ alla lampada u v a e ancora per Mario nebbia fitta.

Martina al discorso di commiato, aveva fugato gran parte dei dubbi di Mario, salì sul tetto del fuoristrada con Massimo e non è una cosa che si fa con la prima persona che capita. Del resto Arnaldo, papà di Martina, era solo una conoscenza di Massimo, probabilmente fu anche un suo “cliente”, e non certo di lampadari perché Massimo cambiava abitazione molto spesso e solitamente le sceglieva già arredate e cioè illuminate, come quella magnifica villa sulle rive del lago di Sarnico. Tutta bianca da sembrare una di quelle case greche senza tetto, solo terrazze dove di notte venivano illuminate a giorno e si beveva e si ballava con la musica che rompeva i timpani. Feste da urlo in quella dimora sul lago dove anche Mario fu invitato più volte, ma spesso si recava lì per commissioni che faceva per conto di Massimo. I soliti assegni rigorosamente postdatati o cambiali presi o consegnati a, e per delle persone, quando non si trattava di oggetti tipo quadri, orologi di pregio, monili in oro o semplicemente cibo e bevande particolarmente estimati.

Mario non si tratteneva mai più del necessario in quella grande maison, gli incuteva disagio, anche perché più di tutto preferiva coricarsi con la sua Panna e i due rompiballe a quattro zampe, ma un bel giorno disse si a Massimo che insistette perché rimanesse per la serata, e ovviamente per la notte… a malincuore Mario disse si. Aveva sempre quel qualcosa che lo ‘bloccava’ nel frequentare Massimo. Abiti alla moda, donne che pareva andassero ogni sera a festeggiare il capodanno, auto da sogno e un modo di vivere i momenti di felicità con l’eccesso, sesso compreso. Tutte cose ostentate all’esagerazione che infastidivano Mario che ‘forse’ era di un ‘gradino’ più alto nel livello d’umiltà. Si sentì a disagio Mario quella sera. Era vestito bene, ma non da “figaccione”, era senza la compagna ma di donne ce n’era d’avanzo, caso mai l’avessero ‘cagato’. La sua auto la lasciò al parcheggio per il presunto idolatro del sesso, e stette a guardare quel che succedeva in quei locali festanti e urlanti di gente con poco ritegno.

Ancora una volta sembrava ci si preparasse a girare la scena di un film porno. Ancora una volta per Mario si riproponeva l’orgoglio di maschio latente in lui, che gli suggeriva di non sprecare l’occasione. Bottiglie di champagne in ogni tavolo o tavolino, mani di uomo che toccavano il culo della donna dell’amico, e ragazzi che limonavano avvinghiati l’un l’altra con sigaretta in una mano e nell’altra un tamber con del wischey, il tutto ‘farcito’ con parolacce perlopiù rivolte alle “signore” che invece di indignarsi, sghignazzavano contente per essere state protagoniste di un insulto alla propria dignità. I Gay casomai c’è ne fossero quella sera, erano ancora nascosti dalla “vergogna per il diverso”, e sicuramente avevano scelto un posticino appartato tutto per loro al riparo d’ignoranza e ipocrisia.

Mario cercava di ‘sopravvivere’ a tutto questo o almeno sperava in cuor suo di potersene vantare il giorno dopo con gli amici sfigati che conoscevano Massimo ma che non furono mai invitati alle sue fantastiche feste…

Cercò di resistere a quella che per Lui non era una festa ma un imbarazzo infinito, e ce la fece Mario, finché Danilo un ragazzone dai modi raffinati e gentili che sembrava provenire direttamente dalla terra dei cavalli Andalusi, attraversò la stanza con un vassoio d’argento con al centro un mucchietto di “bamba” e accanto una tessera sanitaria per ‘preparare’ le sniffate… Massimo passò di lì, fermò Danilo per un braccio e veloce come un fulmine, soffiò sulla “bamba” che si sparse svolazzante sul pavimento di tutta la stanza.

Qualche secondo di gelo, le voci si ammutolirono, e poi Massimo che scoppiò in una fragorosa risata anche se aveva appena buttato sotto le suole delle scarpe due o tremila euro di merda bianca, e tutti ad imitarlo e a ridere forte anche se in realtà avrebbero pianto… molto di più… ma l’aveva fatta Massimo quella cazzata e ordinò subito a una coppia di amici che si andasse a prendere altra ‘merda’, non per se ma per tutte le persone presenti ad accezione di Mario che “pippava” ma non con quel genere di compagnia. Danilo è un uomo di buona cultura e ‘parlantina’ che sa di saggio, e un bell’uomo che ricorda Banderas, con quel tanto di ‘spagnolo’ e pelle ambrata di sole caliente. Massimo l’ha sempre “posizionato” in situazioni in cui dovesse fare l’allenatore di una squadra di altre persone perché sapeva anche scrivere parole gentili…

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore dove non fa mai freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano. Sarà quel che sarà e intanto si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. 

Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori  vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita. E Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata. Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ognuno con la sua precisa parte per comporre la croce che si deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate, si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino. 

È cosa ’grande’ da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre  sarà quel che sarà… questo pensava Danilo della vita, e con questa filosofia veniva assunto da Massimo con ruoli sempre di buon livello.

Fu la Spagna per Lui quella volta, Massimo l’assunse come direttore di un ristorante creato di sana pianta su una spiaggia a Formentera, Danilo partì a bordo di una Mini Cooper decappottabile e non sapendo ‘chiaramente’ come l’avesse ‘persa’, Massimo gli fece avere anche una splendida Bentley coupé n’era come la notte senza luna… ma anche per ‘lei’ ci fu un problema, perché si fermò in casa del fornitore di carne del ristorante che dirigeva Danilo a Formentera. Il macellaio se la trattenne a fronte di parecchie forniture di filetto di bue, che perlopiù si sbafavano quello che non si mangiavano i clienti mancanti. La ‘Mini’, probabilmente ceduta al fornitore di vini che con il suo champagne, aveva annaffiato la carne e le voglie di chi la mangiava. Altri ‘vizietti’ consumati da chef, camerieri e ‘intrattenitori vari’ che mandarono in fumo i pochi reali guadagni del ristorante… Danilo tornò in Italia pieno delle solite ‘belle parole’, e Massimo, magnanimo come sempre, trascurò anche in quel caso, un ammanco di 200mila€, adducendolo come fosse un fatto ‘scontato’ sin dall’inizio. Massimo era così, e lo é ancora nei cuori di moltissime donne e molti uomini.

Ma ritornando con il pensiero scritto a Mario, intanto, quella notte, nella bella villa bianca sul lago, viveva un incubo ad occhi aperti, l’alano con “fari gialli” che lo fissavano, era lì davanti a lui. Cercò di resistere Mario alle tentazioni di quel ‘mondo’ che gli sembrava ‘troppo’ di plastica, di resistere a tutto quello che stava accadendo. Resistere a Danilo, belle donne e cocaina che lo facevano sentire fuori luogo. Per farlo di tanto in tanto aveva bisogno di uscire sul patio adiacente a un grande giardino che si allungava per un bel po sulle rive del lago. Mario uscì un ennesima volta, era da poco passata la mezzanotte e si spostò un po’ più in là, andò fino giù alla cuccia del grosso cane nero Danese addestrato che Massimo gli aveva fatto orgogliosamente vedere all’inizio della serata.

La cuccia era un casetta di legno non meno grande di una stanza comune, e di certo Mario non poteva nemmeno lontanamente immaginare che Massimo, forse un po’ brillo, aveva dimenticato di chiudere ermeticamente con il catenaccio l’uscio di Nerone… Mario ha sempre amato i cani nella misura di quanto in realtà ne avesse paura e timore, e gli occhi gialli di quel cane che lo fissavano nel mentre ringhiava mostrando i denti, si avvicinavano sempre più nel buio della notte… Mario scappò sull’ulivo più a portata di mano per sfuggire alle fauci incazzate di Nerone che con due balzi era sotto l’albero. Scena comica ma allo stesso tempo di paura che si fece dramma dopo minuti che diventarono ore in cui Mario abbarbicato su esili rami della cima del l’albero gridava a squarciagola per farsi sentire da qualcuno… ma quella notte non venne nessuno e a Massimo non passò nemmeno per la mente di voler sapere dove fosse l’amico, aveva ben altro da pensare… e da fare… non con una, ma con due bellissime ragazze.

Doveva essere “una”, ma quando verso la mezzanotte, poco prima che Mario uscì per la sua ultima sfortunata volta dal salone della villa, Massimo irruppe nudo nel salone principale, braccia aperte e ‘arnese ciondolante’ gridò se non fosse l’ora di farla finita di bere e “pippare”… drogati di merda piantatela con quella “merdaglia” e andiamo tutti a scopare. Scherzava Massimo, dicendolo, più che altro desiderava fosse la sua tipa a raggiungerlo, ma la coca fa “scopare”come un riccio solo i primi tempi, dopo anni spesso si ama solo ‘lei’… che non geme, non teme, non ama perché si fa amare… a senso unico, perciò non è Amore.

Per Elisa non esci più a prendere il giornale, per Elisa non sai più che giorno è… “ La cantava Alice, e chissà come lo sapesse quel birbante di Battiato che la scrisse come ci si sente in “coca” o in “ero”. Fatto stette che alcuni uomini preferirono “Elisa” alla compagna… e Massimo grazie a “Elisa” e alle misure “dell’arnese ciondolante a riposo” che sfoggiò nella sua ‘entrata’, finì nel letto con due donne… e Mario sull’albero.

E venne l’alba, un pescatore stava costeggiando quella riva in cerca di un bel posto per pasturare sperando nella cattura di pescare alborelle, notò la scena di quell’uomo sulla cima dell’ulivo, remò alla villa in cerca d’aiuto. Roberto, il fratello di Massimo era nel porticciolo e stava fumando la centesima sigaretta di quella notte appena trascorsa e subito, allertato, accorse in aiuto di Mario anche perché Nerone rispondeva solo ai comandi dei fratelli e subito obbediente si ritirò a cuccia.

Ritornò mesto mesto a casa sua Mario, la sua Panna lo derise per giorni e Lui gli fece promettere di non raccontare agli amici quanto accaduto. Promessa vana ovviamente, per Panna era l’occasione d’oro per ‘vendicarsi’ delle numerose scappatelle di Mario, compresa quella sfortunata serata, nottata e poi parte del giorno.

Una villa con porticciolo annesso che doveva essere dragato per manutenzione ordinaria ogni qualche anno e in quel periodo fu il momento giusto, perché Massimo per colpa del fondale sporco di alghe e fango non riusciva ad ormeggiare il gommone con cui si recava dall’altra sponda del lago dove sorge Montisola, un isola nel lago d’Iseo in cerca di qualche bella trattoria del luogo per consumare una ‘cenetta’ al lume di candela con la bella di ‘turno’.

Quel porticciolo andava pulito, bisognava si dragasse con una apposita imbarcazione che fosse una grande chiatta con draga al posto polena per pulire i fondali. Massimo si informò sul costo e guarda caso corrispondeva su per giù ad un credito che aveva con Massimino e per questo lo incaricò di occuparsene… e pagare il conto… forse!

Massimino era un bel ragazzo, forse troppo magro, e anche avesse una gamba “sifolina” non gli impediva di approcciare belle donne, e anche Lui come Massimo e Daniele, aveva avuto molto più di quando la natura di norma conceda al sesso di un uomo… e anche se claudicante per via della gamba devastata da polio infantile, non gli fu mai impedito di avere delle belle donne, unica differenza che non era lui a “scaricarle” come faceva Massimo e Daniele, erano le donne che lo mollavano stanche di avere un giorno 1000€ e un altro dover rovistare nelle tasche per comperare un pacchetto di sigarette, stanche di vane promesse di ‘redenzione’.

Massimino diventò amico di Massimo, quando ancora si parlava in “lire”, si riunivano in un maneggio gestito da amici che avevano in comune. Massimo all’epoca, nel tempo libero ‘montava’ a cavallo, tanto per non cambiare, era la moda del momento in quegli anni 80. Ogni “pacchettaro”, “tira bidoni”, sfaccendato, “fatturista”, “cravattaro” e quant’altro di illecito che si rispettasse, aveva almeno un cavallo, e quando ne avevano due o tre con paddok e stalle annesse, era il boss dei boss… fintanto che durava, perché non erano mai persone che avessero una lunga ‘carriera’ davanti a sé. Inutile dire che Massimo aveva nella stalla del maneggio, due magnifici cavalli Andalusi, un femmina bianca e uno stallone baio, preparati alla doma spagnola, un elegante passo del cavallo spesso associata alla elegante doma di dressage.

La sera in quel maneggio si giocava “pesante” a carte. Partite di poker interminabili che a volte iniziavano all’ora di cena e finivano all’alba del giorno dopo, con puntate medie che superavano quasi sempre lo stipendio medio di una persona che lavorasse in fabbrica… allora c’erano ancora. (le fabbrMassimino volle tentare la sorte e iniziò a giocare “pesante” e senza rendersene conto dopo una settimana era ‘sotto’ di una settantina di milioni delle vecchie lire, in pratica lo stipendio di sei, sette anni di una assistente alla poltrona di un dentista. Passò un mese dopo di quelle disgraziate serate di gioco, finché una sera Massimino si presentò con tutta la cifra del debito da Massimo e gli saldò l’intero ammontare… anzi lo invitò ad andare al casinò per spendere insieme altri 40milioni di lire… che regolarmente perse tutte in una sola notte. 110 milioni di lire, Massimino s’era presentato da Massimo con 110milioni di lire in contanti.

Assegni circolari “sfilati alle Poste italiane”, con la complicità di un portalettere che appunto “sfilava” dal sacco della corrispondenza, assegni circolari di pensioni o pagamenti di fornitori. Il trucco era togliere sapientemente il nome e cognome del destinatario e sostituirlo con chi intendeva andare allo sportello a riscuoterli monetizzati in contanti con regolare documento d’identità. Quel giorno Massimino aveva preparato un quindicina di quegli assegni e li aveva riscossi a due a due in più uffici postali. Fu logicamente “preso”, gli chiesero perché si trovasse in possesso di tutti quegli assegni, e rispose che aveva giocato a Poker con degli sconosciuti e aveva vinto tutta quella somma… fu ovviamente condannato con i benefici della ‘condizionale’, una specie di bonus che all’epoca corrispondeva a 30 mesi di limite massimo che la legge italiana “regalava” la prima volta che un ‘soggetto’ fosse condannato per reati minori.

Massimo e Massimino, diventarono buoni amici, il gamba “sifolina” perennemente in debito nei confronti di Massimo, che per “rientrare” il più delle volte faceva fare cose assurde allo strampalato amico. La parlantina di Massimino era leggendaria, sedendosi al tavolo con lui per discutere un presunto affare, dopo un quarto d’ora si era rincoglioniti di cifre e promesse… troppo tardi per liberarsi dalla ragnatela… o meglio, si finiva per accettare il presunto ‘affare’, non fosse che per liberarsi dalla miriadi di parole e cifre che si era dovuto ‘sorbire’.

Massimino era geometra, imprenditore, venditore di auto, muratore, ragioniere, commercialista, capo cantiere, direttore d’azienda, giornalista, manovale, clochard… era mille persone e non era ‘nessuno’, ma nonostante fosse sempre in debito con Massimo, i due rimasero amici per sempre… anche se non si fece vedere quel 21 di settembre. Le ultime chiacchiere, lo davano al mare ad amministrare una serie di condomini, aveva ‘chiuso’ la relazione con la ballerina di Milano, o Lei aveva ‘chiuso’ con Lui, e ora Massimino era sulla riviera romagnola in compagnia di una bella donna che abitava lì… Compagna, casa e ‘lavoro’, il solito Massimino che a più di cinquant’anni ha più culo che anima… “ce l’aveva fatta ancora”, ma non c’era quel cupo giorno di settembre che Massimo salutava il mondo, e celeste doveva essere per Mario che festeggiava un altro anno di vita. Non ci fu quel giorno Massimino ma non era l’unico ‘grande assente’, Mario tra la gente non vide neppure Jasmine una ragazza che come al solito bellissima, fu per un paio d’anni la fidanzata del ‘boss’. Jasmine aveva passato i ventitré anni, lavorava e viveva a Milano in un negozio di calzature. Panna e Mario la conobbero in occasione della nuova gestione di un ristorante che Massimo inaugurò sulle rive del lago di Garda. Quella sera fu come si fosse a una nuova svolta di vita, l’ennesima volta in cui Massimo si reinventava per sé e per gli ‘Altri’. Servì ai tavoli come fosse un cameriere e portò in tavola cibi e bevande da ‘sballare’ qualunque fine palato.

Fu una bella sera per Mario che per quella occasione si portò con sé l’amato fratello, il dispotico simpaticissimo Emi, diminutivo di Emilio. Non ‘dispotico’ perché cattivo, ma perché a volte (spesso) “lunatico”… Emiliano un giorno ride e l’altro piange, nel mezzo non esiste un sorriso conciliatore. Emiliano l’amato fratello di alcuni anni in meno di Mario che lo considera da sempre il ‘cucciolo’ da salvaguardare… anche se in realtà riesce a salvaguardare con molta fatica, solo se stesso, l’amata consorte e due cagnolini che mangiano come pastori tedeschi. Indipendente, serio, lavoratore e papà presente e grazie alla moglie che per sua natura lo ‘accudisce’ come un figlio, Emiliano viveva una vita felice, lontana dai baluardi di folgorante effimero “successo” di un fratello che sembrava cogliesse la vita come un ‘dono vero’ e che perciò “prendeva” giorno per giorno come venisse. Emiliano per sua fortuna o per un destino segnato, era ed è tuttora una persona “posata” che per una bizzarra associazione di “casi” emula il fratello andando su vie non incerte. Vuol vivere la vita con una certezza ‘più terrena’, anche se forse, a discapito di qualche repressione di ‘dentro’ difficile da riuscire a soffocare e accetta suo malgrado lo “scotto” di un prezzo che si deve “pagare”. Le stesse ansie e angosce che si insinuano ognuno di noi quando qualcosa non va, e tentano di assalire i nostri sentimenti. Spesso non è solo il denaro a fare la differenza tra il bene e il male che abbiamo dentro, sovente sono situazioni di convivenza quotidiana con una vita che si vive non del tutto soddisfatti di come le emozioni che ci accompagnano, prendano vita.

L’alba raccoglie il resto delle mie malinconie sparse nelle lenzuola che per dispetto mi riportano fra queste quattro mura bianche che non parlano di niente. Il sole sorge laggiù, dove vivi tu, e appena sveglio, scalda tiepido come i cuori che versano luce senza ardore. Il mio amore si mostra giovane tra il vecchiume di una città che ancora dorme, e spinto da manciate di semi sparsi a mani aperte in ogni solco, spavaldo spazia tra le dune di un deserto di pensieri per cercare di arenare in una landa sicura. Vedo tra luci stanche e un poco addormentate della mente, il sorriso sulle tue labbra ha la forma di un bacio senza tempo che ogni volta riesce a stupire. È l’alba, e di nuovo mi nutro di sogni che parlano di Te che giochi a nascondino al di là sole che nasce… ed io vorrei ‘gridare liberi tutti’ ‘per ‘poterti salvare’. Ad occhi aperti, bagnati da quel velo di tristezza di quando mi manchi che a Te mi incatena. Non so cosa fare quando la botte che mi racchiude vien buttata giù dalla cascata del fiume delle parole e giorni vissuti con Te. Ho paura di morir d’amore dopo un tuffo nel tuo cuore… paura di sciogliermi dalle catene e riaffiorare in una pozza d’acqua senza veda il tuo sguardo sulle rive. Sei al di là del sole, sei oltre le cime dei monti al di là del mare. Sei tutto ciò che desidero sia con me ora, e pur sei tanto lontana, io t’aspetto da sempre e vorrei fosse per sempre. Devi fare un gran salto e scavalcare il sole e lo potrai fare solo con l’amore. Io t’aspetto intanto che abbraccio il mio cuscino e ti rivedo nel mondo che vorrei… dove vivi Tu. Come avere le parole sulle dita o le dita sulla punta delle parole e rimanere senza l’inizio di un esempio. Come quando sto con Te. Non ‘sei come’. Non ‘sei’ più. Dove vivo io, ‘sei’.

Emiliano era questo o avrebbe desiderato essere questo, un poeta dell’anima e invece è un dirigente d’azienda di una ‘grossa’ multinazionale, e quella sera era stato invitato con Mara (sua moglie) all’apertura di un ‘nuovo’ ristorante di Massimo… e vide per la prima volta insieme al fratello, la bellissima Jasmine. Seduti al tavolo per la cena, l’aveva proprio di fronte e ogni tanto improvvisamente si abbassava come a darsi una grattatina veloce vicino al calcagno, era Mara che gli dava delle pedate negli stinchi ogni qual volta volgeva lo sguardo al décolleté di Jasmine tardando di molto il guardare da un altra parte. Fu una bella rimpatriata di amici d’altri tempi, persone con cui Massimo aveva un rapporto di stima e affetto. Tante coppie non più giovanissime che rispondevano ben volentieri agli inviti del ‘prezioso’ stare con un così brillante e generoso anfitrione come Massimo, anche perché se fosse passato almeno un anno da quando non ci si vedeva, sicuramente ci si chiedeva quale fosse la “bella di turno”, che quella sera era l’ammaliatrice Jasmine che aveva lasciato senza parole Emiliano, e non solo per la sua avvenenza ma ancor più perché era affascinante sotto il profilo umano, bella, senza che per ciò si appropriasse del diritto di “tirarsela”, e parlava, e sorrideva con tutti i commensali… aveva in braccio il suo bellissimo chihuahua che di tanto intanto lo sollevava per potersi alzare per dare una mano a Massimo a servire i piatti in tavola. Inutile dire che chi si offriva per tenere sulle ginocchia Sissy, la cagnolina di Jasmine, era il ‘solito’ Emiliano che per questo se la vide grama qualche ora dopo quando rincasò con Mara, di fatto, esagerò nel non sapersi contenere a tavola con gli amici. Massimo poco tempo dopo vendette l’auto di Jasmine a Mario perché la regalasse a Panna. Una Bella cabriolet color oro con ‘capotte’ beige che però Massimo sostituiva con un altra decappottabile nera con tettuccio bordeaux pensando che questa combinazione di colori fosse più modaiola e quindi più adatta alla sua Jasmine che di anni ne aveva venti meno di Panna. Parve ‘strano’ che poi la storia di Massimo con la bella milanese finì, Mario pensava non potesse mai accadere tra loro che si lasciassero, una ragazza che lo fece dormire con la Sissy sotto le coperte, tra le sue gambe obbligandolo ad addormentarsi per ben due anni, nella posa in cui più aggradava la dolce chihuahua. Mario ricorda di una volta che Massimo imprecava perché preoccupato della salute della cagnolina che fu sottoposta ad un delicato intervento chirurgico, di certo non gli importava delle 1880€ del costo dell’operazione, pensava solo che la meravigliosa creatura guarisse… non era il Massimo di tutti i giorni, era Lui, quello ‘vero’. Di Jasmine non si seppe più nulla, e quel giorno infausto non c’era. Non c’era tra le navate, forse perché la storia con Massimo finì non per sua volontà, forse nemmeno seppe della sua dipartita, forse perché Massimo s’era “dimenticato” di pagare il dovuto al papà di Jasmine che gli aveva prestato una discreta somma di denaro… Non c’era Jasmine quel giorno…

Massimo non c’è più e Mario e Panna tengono da conto la loro cabriolet, con l’intenzione di farla invecchiare insieme a loro, così che sul ‘ricordo’ del loro indimenticabile amico ci possano poggiare il culo per sempre. Massimo era partito per un viaggio senza ritorno, e non ha avuto il tempo di mostrare l’altra faccia della medaglia, ciò che fosse la sua ‘vera’ natura che mostrava a modo suo con gesti caritatevoli e buone azioni sempre rivolte ai deboli, anche se purtroppo si doveva presentare al mondo con la ‘faccia’ del ‘duro’ che faceva vedere agli spavaldi e ai prepotenti di qualunque categoria sociale. Massimo si comportava in un certo modo e faceva e pensava il contrario… lo ‘dicevano’ i suoi gesti generosi e buone azioni che rivolgeva ai più deboli… lo ‘dicevano’ i suoi reali pensieri…

I soldati di tante inutili guerre, mandati allo sbaraglio per difendere gli ideali di qualcun altro, dove vanno a finire? Quando gli veniva comandato l’assalto e uscivano dalle loro trincee dove poco prima si interrogavano dei perché si trovassero in quel posto, e rivedevano il film della loro vita in pochi attimi, dove  ivi giungeva il volto dei loro cari e della loro amata, dei loro affetti, delle loro gioie, l’amore più grande, la vita, che di li a poco veniva falciata da proiettili sparati da altre persone come loro, con gli stessi sentimenti e pensieri, tutti incolpevoli e tutti accomunati dall’uccidere per non essere uccisi, tutti indifferentemente con i loro inutili implorevoli perché. Dove sono andati a finire? E dove vanno le migliaia di persone che muoiono sui barconi maledetti, naufraghi nel mare della vergogna, il nostro mare, scuro come le nostre coscienze. Dove sono finite le milioni di persone che nell’olocausto sono state immolate per per una assurda inesistente causa e un pretesto spregevole e maledetto, anche loro accompagnate dall’indifferenza e dall’abbandono… Dove sono?  Dove, le migliaia di migliaia di vittime che in tutto il mondo muoiono di fame e noi li si guarda in uno spot televisivo mentre abbiamo davanti del buon cibo e una bottiglia di vino, e per sistemare il rimorso un offerta ad un numero verde pur sapendo che gli istituti di beneficenza faranno fermare nelle loro casse il 98% per ‘nota spese’. Che fine hanno fatto le anime immolate al l’odio, all’apatia e alla trascuranza del nostro quieto vivere.

Se per tutto ciò non trovassi la risposta necessaria a farmi continuare a pensar di esser uomo fra gli uomini, mi sarebbe insopportabile mangiare, dormire, vivere, desidero pensare siano tutti insieme, nel grande magazzino dell’amore, nei campi Elisi dell’apoteosi. Li ha raggruppati tutti un Dio. che non frequento ma amo e rispetto, e che con l’indispensabile aiuto di una Madre che a braccia aperte accoglie Tutte e Tutti trovando per ognuno una degna e giusta sistemazione. Ad ognuno il benvenuto, rincuorati, accuditi, nutriti d’amore e infine collocati liberi in uno spazio immenso, tanto grande che la Luce non ha confini, non sono stipati, ne ammassati, tanto meno abbandonati. Senza più dolori, senza più rancori sono la, nella pace di un mondo che abbiamo a portata di mano e che cerchiamo di evitare, perché qui sulla terra, terreno di prova, non riusciamo a scorgere il male che appare come uno scudo impenetrabile e perciò ci rifugiamo nel buio totale dell’ipocrisia. La, in quel posto, stanno tutti bene, aspettano, sorridendo per il nostro stupido affanno al meno di nulla che cerchiamo di raggiungere. Grazie Dio. di essere Tutto, ora so’ dove sono tutti… e dove finirò anch’io.

Pensava questo Massimo tra sè e sè nei capelli quando lo si vedeva assorto e pensieroso con lo sguardo sperso nel vuoto intanto che si mordeva la pellicina delle unghie, e allora, per uscire dal buio , l’altra ‘voce’ tinta d’azzurro sulla sua spalla gli diceva… Massimo, non farti inghiottire dal mondo. Sono solo mille affanni di giorno e mille luci di sera. Solo oggetti che per mantenerne lo sfarzo fanno “pedalare” in salita su di una bicicletta quando sei alto “1uno” e tanta voglia di crescere ma pesi il doppio di quanto dovresti. Il mondo ti “tira fuori” dalla beata consuetudine, non gli va di vederti felice racchiuso nel tuo guscio che con l’occhi spii ciò che succede intorno… ti chiede di tendergli la mano e al primo accenno di ingenua credenza, l’afferra tanto forte da non lasciartela mai più… e ti porta nella sua “sfera” lasciandoti vedere il cielo senza mai lo si possa toccare. E Mario per un fantastico farneticare, pensava anche lui questo nel momento in cui il Don distribuiva l’Ostia ai fedeli, e pensò altro. Mario pensò che se tutte queste Donne erano lì per Massimo, voleva dire che era importante per loro quanto lo è stato nel suo cuore, e lì lo lasciò oggi e domani, e il giorno dopo e ancora. Non si deve dimenticare il passato. È uno ‘spettro’ che può riapparire, e lo fa quando vuole senza nemmeno aver la gentilezza d’avvertire, perciò perché rinnegare di aver fatto molte cazzate subito dopo averle compiute, al contrario tirando le somme son ‘servite’ per migliorare.

 Donne a destra della navata della chiesa, donne sulla sinistra che Mario riusciva a vedere meglio, e ‘tutte’ le parvero personaggi di un film. Attori come a Cabot Cove, il regno di Jessica. Davanti all’inginocchiatoio di Panna e Mario, la ‘reginetta’ degli anni ottanta, Emi, che in quegli anni fu candidata a Miss Italia, l’avevano proprio lì davanti. Emi fu un altra ‘fiamma’ che arse nella storia d’amore con Massimo, la mamma di suo figlio Yary.  Ora è sposata con una persona che all’apparenza sembra per bene e con Lui ha avuto altri due ragazzi ormai barbuti. Uno di loro è un ragazzo alto quanto basta con barba incolta e sguardo serio, il fratello è la stessa ‘cosa’ ed entrambi, ‘forse a ragione’, sembrano ‘distanti’ da quella triste funzione. Il padre dei due fratelli lo si poteva facilmente ricomporre nel contesto di un immaginaria visione di Jakline accanto a Onassis per l’aspetto esteriore, per quello economico non c’era niente da lasciare all’immaginazione, il marito dopo essere stato un valido calciatore nella squadra di calcio dell’Atalanta, seppe mettere a buon frutto diventando un rispettabile imprenditore.

 Emi, la bella mamma raccolta in un tailleur blu, colei che Mario vide qualche volta al maneggio, ma senza gli rivolgesse la parola perché aveva timore di sfigurare con la ‘miss’. Finché, anni dopo, Massimo si dovette recare a Riccione per una questione che andava sistemata con gente che abitava sulla riviera Adriatica. La solita Porche o altre supercar da sdoganare senza I.v.a. per conto di qualche “faccendiere” del posto, e per questo avendo con se Emi, invitò per il fine settimana anche Mario e Panna perché gli facessero compagnia nei momenti in cui si sarebbe dovuto assentare. A saperlo Mario gli avrebbe parlato al maneggio anche prima, non solo era una ragazza bella ma si dimostrò anche intelligente e simpatica, e non passò che un paio d’ore da che Massimo per affari si dovette assentare, che i tre poco prima dell’ora di pranzo avevano fatto amicizia a tal punto passare dei momenti nel fare ‘cose’ che in genere si dividono tra amici che si conoscono da molto, molto tempo. A quel tempo era una faccenda ‘delicata’ il fare una “certa cosa” con chi non si conoscesse bene, ma con Emi andò così da subito, anche perché sicuri non ci fosse pericolo che al ritorno di Massimo lì avesse trovati con gli occhi che uscivano dalle orbite, a fumare una sigaretta dietro l’altra… a quei tempi fare una “certa cosa”, significava rimanere lo stesso calmi e sereni, si poteva anche mangiare e bere tranquillamente anche subito dentro. Per Emi fu forse la prima e l’ultima volta e Mario e Panna che da anni hanno smesso, ancora oggi non saprebbero dire se fosse perché raffinata al kerosene la rendesse più buona o semplicemente perché a trent’anni una sniffata è migliore che farla a cinquanta. Da quel fine settimana a Riccione, Mario e Panna, con Emi non si rividero che quel giorno tra le panche della chiesa.

Yari più avanti, in prima fila, il figlio di Emi, la bella Emi, e bello Lui, il figlio di Massimo che ora lavora in Spagna e ha creato una linea cosmetica per la cura del corpo. È alto più dei genitori ed è fascinoso come Loro. Occhi profondi e scuri, sguardo dolce come il suo modo di parlare, lineamenti del viso alla James Dean.  Porta i capelli castani lunghi e fluenti raccolti da una coda annodata alla “spagnola” che lo fa sembrare un ballerino di Flamenco.Veste con jeans, giacca scura e una camicia bianca… come il padre le sa indossare con disinvoltura e eleganza. 
Mario ha avuto poche occasioni di stare con Yary, la penultima fu l’ultima estate che Stefano gestiva quella bella trattoria in riva al fiume Serio, circa tre anni prima di ritrovarci in chiesa . Mario si doveva incontrare con Massimo che si accompagnò con il figlio Yary che quel giorno era in Italia, e si diedero appuntamento in quella trattoria all’aperto. Sotto un platano si pranzò tutti tre, e come solito Massimo mangiò l’unico piatto ordinato, e bevve un bicchiere d’acqua con la velocità di quanto aveva impiegato a sedersi a tavola, Yary, degno consanguineo, finì di pranzare poco dopo e bevve un bicchiere di acqua, Mario non aveva ancora ordinato il secondo piatto e beveva frettolosamente il suo bicchiere di vino per paura che i due amici fossero stanchi di aspettarlo. 

Caffè, e Massimo ancora tronfio di quel figlio, parlò con l’amico della ‘questione’ che avevano da risolvere, poi si rivolse a Yary. Non fu chiaro cosa i due si dissero, ma lo sguardo di Yary si accigliò quando a Mario parve di avergli sentito dire con tono serio, mi raccomando papà, e Massimo che lo rassicurò con una carezza pesante sul suo capo come a dire stai tranquillo… Mario seppe più tardi che Yary aveva a disposizione una forte somma di denaro contante e lo lasciava amministrare al padre per un certo periodo di tempo senza volere alcunché di interessi. Adesso Yary era lì nella prima fila a destra accanto a Roberto il fratello più giovane di Massimo. Insieme quando entrarono in chiesa, incontrando Mario lo abbracciarono che piangeva come nemmeno fece al funerale dei “suoi”… Piangevano, e Roby disse “hai visto Mario cosa ci ha combinato?! Ce l’ha fatta grossa quello s….o” e ades cosa n farà noter!? Adesso cosa faremo noi!? Già, cosa avrebbe fatto Roberto che riusciva a mettersi nei guai anche se li detestava. Anche Lui un Silvio Pellico per più di un occasione, con l’aggiunta di un brutto vizio mai perso.

Senza Massimo che gli dava la possibilità di commerciare auto con l’estero per evitare di pagare il dazio della tassa governativa esistente in Italia. Senza il caro fratello che spesso pagava i conti di vizio del fratello nonostante ogni volta dicesse promettendo e imprecando che sarebbe stata l’ultima. È quasi il tramonto di un altra quotidiana storia vissuta, e si tirano le somme mettendole in fila indiana nella mente. Si tirano le somme di un periodo di vita che volge al termine regalando spazio ai ricordi come fosse un momento di quiete. Per chi rimane sarà un altro dire che anche oggi ce l’abbiamo fatta nonostante le notizie dei telegiornali. Ad ogni stagione il suo frutto, per ogni vita la sua storia, per ogni amore la sua pena, e per tutti sia molta gioia, perché se fa caldo ci spogliamo, se freddo ci copriamo, in autunno facciamo tutt’e due, in primavera come viene viene. Per questo Mario non pensava certo che all’età di molte rughe in viso, con gli occhi sempre più piccoli e furbi, potesse incontrare di nuovo lo sguardo di quella amica, una ex di Massimo, persona tanto ‘buona’ di carattere che non vedeva da molto tempo.

Una ‘vecchia’ amicizia, fresca come una rosa bagnata dalla rugiada di un mattino primaverile, innocente come si era un tempo da ragazzi e forse fu per questo che in una notte di sconforto, si concesse a Mario per consolarlo di una ‘storia d’amore’ tristemente naufragata, aveva ‘chiuso’ con un grande amore… Non fu sesso ne amore, fu qualcosa che servì a stordire un poco i pensieri tiranni e maligni che in quel momento non volevano la felicità di nessuno… nonostante bevvero molto e fecero “altro”, riuscirono a malapena di concludere una notte dove draghi e streghe svolazzavano più o meno allegramente nella stanza. E successe di nuovo qualche anno dopo, in un altra circostanza, Mario non era più triste e nemmeno Amanda. Ancora non fu per sesso e nemmeno per amore, forse solo per malinconia o per semplice amicizia. Ma non perché fosse un amica che vuol già dire un gran tesoro, ma un amica ‘speciale’ perché anche se con meno rughe e molto più graziosa e pur sempre una mamma che ama il proprio figlio. Lo ama quel bel bambinone cresciuto, come tutte le mamme, ma trova tempo per se stessa o per stare in compagnia di amici.

Amanda ama il figlio frutto di un amore che nel travolgente scorrere del l’acqua impetuosa che sgorga da un ruscello in disgelo, non è stata fermata dalla diga eretta dai castori… e cristallina è scorsa a valle scemando da un muscoloso amore per passare alle tinte tenui del fratello bene. Bene adesso, per quel l’uomo con cui ha diviso la grande gioia di diventare madre. Ha amato Massimo che non c’è più, ora ama una divisa, orgogliosa come il marito Alessandro che l’indossa accettando di servire la giustizia, quando questa si presenta con l’abito più lindo. Alessandro, un bel ragazzone in carriera che per amore forse finse o ancor finge di non voler conoscere il passato dell’amata, pur non solo ma in buona compagnia di altri ‘sventurati’ mariti e accompagnatori che tra le fila dei banchi della chiesa, riuscivano a stento a trattenere un sottile sorriso di velato sarcasmo, una piccola insignificante rivincita che lo stesso non avrebbe cancellato il passato di nessuno… il passato è il passato, ma non v’e presente senza di ‘lui’. ‘Lavoratori’, bravi papà, cornuti e adesso anche contenti. Finalmente ora potevano lasciare che le loro donne piangessero vere lacrime d’amore, quelle che forse non saranno mai versate per loro, ma lo stesso sorridono malignamente da sotto i baffi mentre guardano il cofano di fiori al centro della navata.

Amanda è stata un amica di Massimo che Mario, stupito, pensava che nemmeno la natura ne conservasse memoria ed invece rieccola. Una ragazza che non è più una ragazza ma vive la vita come lo fosse perché per Lei il tempo si è fermato quando Massimo l’assunse per un impiego da segretaria per l’ennesima ditta fantasma che doveva servire per coprire altre attività poco lecite dove tanto per non cambiare stile di vita, Amanda, fu l’impiegata “poco modello”, ma con tanto di tette da sembrare una prosperosa balia a ore dei primi anni del dopoguerra, labbra sinuose e altre ‘curve’ al posto giusto che tanto bastava quanto saper usare egregiamente un computer anche se in realtà non ne fosse capace. Lo sguardo fatto dai suoi occhi era la ciliegina sulla torta, come vedere il verde di un mare profondo che si staglia sulle rive sabbiose di un isola tropicale. Un esplosione smeraldo che non si poteva ammirare per più di pochissimi secondi… forse il segreto stesso di Amanda, affascinante impenetrabile Amanda.

Si innamorò di Massimo, come del resto succedeva a quasi tutte le donne che avevano il piacere o il dispiacere di frequentarlo per qual motivo volesse il destino. Mario la conobbe un giorno che la vide arrivare con una decappottabile che guidava Massimo. Amanda era sbracata nel mezzo ai sedili posteriori con degli short che obbligano chi li porta a fare la ceretta almeno ogni 15 giorni, il seno prorompente metteva a dura prova la resistenza del terzo bottone di una camicetta bianca, sandali alla schiava pieni di lacci, capelli lisci, corti e neri e un trucco con un pizzico di volgare che voleva solo dire oggi sono “sua” ma domani non sarò di nessuno ch’io non voglia. Mario seduto ad ascoltare parole del prete che dal pulpito si infrangevano tra le alte finestre della chiesa che facevano entrare luce mesta di colorata tristezza… Mario che aveva nelle nari l’odore d’incenso, e per colpa d’uno starnuto malandrino volse d’istinto lo sguardo altrove, girandosi di spalle a testa bassa con un fazzoletto in mano scorse Amanda in fondo alla chiesa, con accanto il figlio… proprio vicino ad Anna e la sua amica, davanti a Patrizia e l’irriverente incazzata Laura, la donna che sicuramente l’amore con Massimo se lo sognò appena, perciò era ancora arrabbiata, ancor più arrabbiata forse perché fu la figlia a rubarle quel sogno.

Amanda, che dopo essere stata l’impiegata di Massimo per i pochi mesi di durata del tempo che serviva per mascherare un attività fittizia, prese l’ultimo stipendio con cui decise un bel giorno di partire per una vacanza negli Emirati Arabi. Amanda aveva deciso di partire, viaggiando con un amica che all’ultimo momento per motivi di causa maggiore, rinunciò a quella breve vacanza. Partì sola e tornò al termine di una settimana. Mario la incontrò in un supermercato e gli chiese come fosse andata la vacanza, benissimo rispose, tanto bene che domani riparto di nuovo. Sei ‘matta’ disse Mario… ma buon per Lei pensò tra i capelli ricci e sorridendo si salutarono perdendosi di vista per qualche mese. Finché tempo dopo, una sera, a tavola dopo cena, Panna raccontò al compagno che aveva saputo dove fosse andata Amanda due giorni dopo il suo arrivo da quella vacanza.

Era tornata tra le dune del deserto, ma non in un villaggio turistico alla moda pieno di comodità, bensì in un accampamento di tende a strisce rosse e bianche tra le dune. Un Emiro che nonostante il colore dei capelli di Amanda, la prese di “mira” e l’invitò a passare del tempo con lui, e Lei come risposta, dopo essere tornata per il tempo necessario di cambiare la biancheria, fece ritorno tra il sole la sabbia e le gobbe dei cammelli. Amanda passava dal lusso di vita offerta da un Emiro, alla nobile povertà di un contadino che allevava mucche in una valle del bergamasco. Val Stracchino, dal significato di… Acā stracā de müt. (una mucca stracca d’alpeggio) tanto per rimanere in tema con i formaggi.Mungeva le mucche e aiutava il suo compagno anche per rassettare la stalla, e andava fiera delle coppe e trofei in bella mostra sui mobili di casa che la proclamavano miglior allevatrice di mucche, o miglior ‘proprietaria’ del toro più bello. Dai gioielli pegno di una notte d’amore, ai formaggi girati e rigirati sull’asse per la ‘maturazione. Dalle dune del deserto, alle stalle di montagna… e poi con Massimo, Alessio, Mario e solo il cielo sa quant’altri coiti, metà fatti per amore, metà per compiacere.

Amanda faceva spesso “cose” per compiacere, tant’è che un giorno sullo stanco del suo finire, si recò in casa di Carla e Camillo, due amici a quell’epoca comuni. Amanda, un poco imbarazzata e nel mentre stupidamente divertita, chiese a Camillo se potesse costudire dei suoi ‘cadò’ nella loro casa. Carla, stupita chiese di chi fossero quei ‘brillocchi’ da mani e collo. Una splendida collana con pietre preziose, due anelli che uno voleva dire ti amo, e l’altro voleva dire ti amo. Amanda rispose con un sorriso che accentuava le sue belle gote e allargava la linea delle sue labbra sinuose che sfociando in una smorfia di innocente imbarazzo, si schiusero per dire che erano regali fatti dal suo datore di lavoro… che, misero, cosciente della grande differenza di età tra i due, non desiderava altro che un ‘pompino’ di tanto in tanto, e in cambio, ‘brillocchi’. Amanda faceva spesso ‘cose’ per compiacere. Amanda è l’unica ex donna di Massimo, che ha saputo reinventarsi, non una, ma più volte. Forse l’unica che ha pensato… mi hai “usato”? Okay, quanto io ho “usato” te! E la sua vita adesso continua un po’ più noiosa ma serena con Alessandro che con l’amore ha saputo domare la pantera nera dagli occhi verdi che forse non con altrettanto amore ma con ‘bene’ e rispetto rispose regalandogli altri figli.

Presentazione (la strada)

Rinasco un altra volta dalle macerie del terremoto delle mie azioni che sconquassa senza ordine ogni mio periodo di vita obbligandomi a ricostruire ogni volta la stessa chiesa, le stesse case e la stessa strada. È come fossi stato regista  di un film vietato ai minori,  “girato” e sceneggiato per compiacere me stesso e il pubblico, ma che ogni tanto viene ‘fermato’ dalla censura.

In ogni vicenda “girata” c’è dolore e gioia ricevute quanto date, l’odio non è mai contemplato perché avendolo conosciuto anche solo sfiorandolo, spaventato non l’ho più considerato nemmeno nei  casi bui di una vita vissuta.

Un viaggio di un giorno in moto, da casa al lago e ritorno. Un viaggio con me stesso per immergermi fra errori e piaceri, del passato, mescolandoli entrambi per estrarne buon senso e saggezza per il futuro, consapevole che la scuola di vita non chiuderà mai i battenti, e sarà sempre un continuo cercare di migliorarsi.

Un viaggio in moto con me stesso dove riaffiorano volti ed emozioni, parole e azioni, albe e tramonti dove la mente spazia serena e libera giocando con grigiore e colore. Un altro “ciak” sul palcoscenico del mondo, un altra storia da vivere e da scrivere nel cuore per me e per chi leggerà. La strada, grigia macchiata di sangue a indicare le difficoltà, ma che con un sol fiore sul ciglio fa nascere l’Amore.

Lasciar che la mente vaghi fra mille pensieri di gioie e dolori. La mente che senza barriere valica ad oltranza tutti i confini. Pensieri e meditazioni, supposizioni e per malasorte giudizi. La mente vaga, nelle insenature della vita, e voluttuosa si inerpica su cime impossibili e onde di mare impenetrabili.

La mente dilaga nel l’uomo senza pericolo di dominio, nascosta tra i meandri della testa risponde ad emozioni che riceve e al l’unico comando concesso ad un uomo al suo corpo. La mente siamo noi, siamo la “strada” che percorriamo, e io, oggi che è già ieri, scrivo la mia.

Ciak… si gira. A.C.

Sono da poco sbiaditi sogni e pensieri fatui e la mente si sveglia e sbadigliando annuncia un altro giorno di vita e ancora risorge.

Rinascere un altra volta dalle macerie del terremoto delle azioni che sconquassano puntualmente ogni periodo di vita, obbligando a ricostruire ogni volta la stessa chiesa, le stesse case e la stessa strada che sorgono nei meandri della mente.

È come essere stati registi di un film vietato ai minori, “girato” e sceneggiato per compiacere il pubblico e se stessi… e ogni tanto si censura la visione per “troppa gioia, l’odio non è mai contemplato perché per qualcuno è solo stato sfiorato, o chi per timore non l’ha considerato nemmeno nei casi più bui di vita vissuta.

Piccolo viaggio con la mente ogni giorno, da casa a dove si respira aria pura e ritorno.

Un viaggio con se stessi per immergersi fra errori e piaceri passati mescolando entrambi per estrarne buon senso e saggezza per il futuro, consapevoli che la scuola di vita non chiuderà mai i battenti e sarà sempre una continua ricerca al migliorarsi.

Un viaggio con se stessi dove riaffiorano volti ed emozioni, parole e azioni, albe e tramonti,  dove la mente spazia serena, e libera gioca con grigiore e colore. Un altro “ciak” sul palcoscenico del mondo, un altra storia da vivere e da scrivere nel proprio cuore per chi leggerà. La strada, grigia macchiata di sangue e dolore ma basta un sol fiore per far che nasca l’Amore.

Lasciar che la mente vaghi tra mille pensieri. La mente, l’unico organo si possa comandare, ciò nonostante naviga senza barriere e a volte lasciamo valichi ad oltranza tutti i confini. Pensieri e meditazioni, supposizioni e per malasorte giudizi. La mente vaga nelle insenature della vita, e voluttuosa si inerpica su cime impossibili e onde di mare impenetrabili. La mente dilaga nel l’uomo senza pericolo di dominio, nascosta tra le pieghe di un cervello risponde ad emozioni e risponde al l’unico comando concesso ad un uomo sul suo corpo.

La mente siamo noi… ‘nel bene’ e ‘nel male’, nessun li separi. Continua a leggere

Playboy della vita. 1

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento, a volte sferzante o delicato che le adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo dal tempo inclemente per uccellini che si nascondevano dalla pioggia che riusciva a sfuggire dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto l’albero grande un uomo rugoso stringe la mano al nipote, che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo a terra morenti, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande.

Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non c’è amore  mi manca, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che a volte ho nel cuore. C’è voluto il tempo si ingiallissero i capelli per scegliere l’amore, non fu facile trovarlo tra tanti miraggi e mille concupiscenze.

Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo da pagare al passaggio di ogni sua stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande… e questa è la sua storia…

Essere proiettati  in un film dove il protagonista o l’attrice principale, chiudessero la storia della loro avventura con un sorriso finale, come quando la scrittrice Jessica Flechter aiuta spesso la polizia investigando privatamente su casi irrisolti e sorride nel l’ultima ‘scena’ dopo l’ennesimo enigma che riesce a risolvere a Cabot Cove.

Trasformare una antipatia in simpatia o viceversa non è cosa di poco conto, nessuno lo sa meglio di un attore da palcoscenico che vive di questo tipo di ‘trasformazioni’.

La signora in giallo’  giocando con emozioni, coraggio e saggezza, trasforma la sabbia in oro davanti lo sguardo illuminato dello sceriffo che l’ascolta mentre con le parole crea prove incriminano i colpevoli.

Proiettati nel film della vita ed a ogni giorno riverire ringraziando il ricevuto… di mattino, prima ancora di aver “ricevuto”.

Così Mery faceva ancor prima di ogni colazione, a Lei piaceva compiacere l’inizio del giorno regalandogli il primo sorriso, quello che si smorza in una smorfia mentre ci si “stira il corpo”.

Mery viveva giorno per giorno il suo film come chiunque al mondo faccia, senza per questo, non sempre esserne consapevoli, e desiderava sempre il finale con un sorriso come nella ‘la signora in giallo’. Ciò che tra le due donne avevano in animo che le differenziava, è che la ‘signora in giallo’ aveva il dono della scrittrice  e perciò poteva dedicarsi serenamente alla nobile causa della giustizia senza l’incombenza economica del vivere, mentre Mary aleggiava in uno stato confusionale, era stata mal consigliata dalla vita stessa da persone e cose, lasciandosi da principio abbindolare e poi sopraffare…

Gli intenti di Jessica erano gli stessi di Mary, una riusciva a realizzarli l’altra no, anche i loro cuori battessero al l’unisono nel film della loro vita. Due vite diverse… e distintamente capirono che il male se non creato dal l’uomo non esiste. I loro intenti e i valori viaggiavano su un binario che al ritorno della tratta percorsa dal treno, ritornava su se stesso alle origini celesti. Quando un ‘Amore finisce’, non c’è mai stato perché un vero Amore non finisce mai… per questo Mary esiste anche se non più.

La sua ultima apparizione fu che era l’inizio di un altra estate. Quel giorno, nel piazzale antistante lo stadio Atleti Azzurri d’Italia, Mary scese da una Smart car, quella macchina due posti che nuda ricorda lo scheletro di un piccolo dinosauro raggrinzito dal freddo intenso che fosse stato sorpreso  dall’era glaciale.

Camicia bianca, giacca blu e jeans alla moda, come sempre, mocassini raffinati e capelli tirati al l’indietro bagnati da una crema. Bella persona Mary, d’aspetto e di cuore.

In quel l’occasione che fu anche l’ultima tra i due, Mary chiese a Mario un prestito di mille euro per poter pagare un “pagherò” giunto al l’ultimo giorno in cui si poteva “salvare” da un “protesto” che non è altro che una macchia infamante “creata” dall’uomo moderno, posta sul curriculum personale di dove si è stati ‘piazzati’ dal mondo nel mondo… come si ‘governano’ le pecore all’ovile.

Una cambiale che doveva assolutamente essere pagata, perché la prima di dodici, emessa per sanare parte di un debito con tasso d’interessi elevato tanto da preoccupare il firmatario.

Una delle mille volte che tra Massimo e Mario ci fu un accordo che era fatto di sguardi nel cuore, lasciando fuori dal l’uscio il timore della ragione. Una delle mille volte in cui i due si scambiavano vicissitudini di una vita strampalata, quanto rincorsa e desiderata.

Mario per molti anni fu uno dei ‘galoppìni’ di Mary, e per molto tempo gli fece da servitore per 50mila lire al giorno, e doveva comprendere il pranzo e la benzina per gli spostamenti con la propria automobile, all’epoca la stessa somma percepita lavorando ‘tranquillamente’ in fabbrica ma senza spese e con tanto di diritti per l’infortunio e il pensionamento… ma Mario era un ‘adepto’ di Mary ed entrambi rabbrividivano al sol pensiero di passare otto ore al giorno chiusi fra quattro mura a fare le stesse cose… Meglio mille ‘pensieri non proprio azzurri nella mente’ e 50mila lire con spese… ma liberi di combinare ciò che sembrava portarli ogni giorno alla ricchezza ma che li portava invece inesorabilmente ad accumulare nuovi guai con la giustizia e con le persone.m

Mary è Massimo. Mario è lo scrivente ma non si chiama Mario.

Massimo il giorno in cui chiese al l’amico Mario 1000€ per pagare la cambiale, disse di avere contratto un cancro leucemico in aggiunta al suo diabete, che quest’ultimo, nei due brevi periodi trascorsi in carcere si sviluppò cattivo. Era impossibile per Massimo languire in un posto fra quattro mura e qualche sbarra, rispettato fosse ma comunque non fu bello per Lui passare da champagne a bere coca cola il giorno di spesa. La mente può avergli ‘giocato’ un cattivo scherzo portandosi con se ordini impartiti  per la salvaguardia del suo corpo ed è lì che probabilmente iniziò il suo declino fisico. Glielo disse a Mario candidamente, con non curanza come annunciasse un ‘brutto’ raffreddore, intanto si accomodava i capelli impiastricciati di gel e non guardava negli occhi l’amico buttando lo sguardo altrove per non lasciar trasparire alcunché d’emozione.

Erano i primi giorni di giugno, trascorse un mese, qualche telefonata sporadica scambiata tra i due perlopiù per convenevoli, poi venne agosto, faceva caldo quel 2019, talmente caldo che era inutile Mario disturbasse Massimo per chiedergli di restituire il denaro prestato più di due mesi prima, faceva troppo caldo. Lo chiamava settimanalmente per chiedere come stesse di salute, e Lui si limitava a rispondere che le chemio stavano facendo il loro “lavoro”.  Massimo non ha mai desiderato addossare angosce alla gente, preferiva donare gioia che dispiaceri e quando gli ‘capitava’ suo malgrado di farlo, non era di certo nei suoi intenti.

Finché un giorno del l’ultima settimana d’agosto fu Massimo che chiamò Mario e con voce rauca ma felice, disse che era arrivato anzitempo il midollo di un donatore, e per appunto si sarebbe sottoposto con un mese d’anticipo al trapianto del midollo osseo. Fu l’ultima volta che Mario fece coraggio al l’amico, rimase senza sue notizie per alcune settimane che nel frattempo furono di settembre.

Mario compie gli anni in settembre, e con la moglie Elisa quella volta decisero di  passare ‘quel giorno’ tra i famosi monti del l’Alta Badia. Una decisione per togliersi dalla routine del solito pranzo in famiglia o cena di rito con gli amici con candeline sempre più numerose, e inutili, da spegnere. Mario quanto la sua adorabile sposa avevano bisogno di riposare, era stata per loro un estate intensa d’impegni e di lavoro e le brevi vacanze di luglio non bastarono a buttar fuori fatiche e preoccupazioni.

Cani, bagagli che figli non ebbero, partirono per quella meta forse senza una reale convinzione, perché dovettero con cuore dispiaciuto rifiutare un gentile invito di una coppia di amici che li avevano invitati in Sicilia al sole settembrino ancora caldo ma, non si riuscì ad ‘imbarcare’ sull’aereo gli otto chili dei quattro zampe, perciò si immersero nella natura di quel luogo montano pulito come la Svizzera e severo come l’Austria che fa loro da “troppo” sottile confine, ed entrando in un paese da quelle parti ci si rende conto di una fastidiosa “differenza” che non accontenta nessuno al di fuori della gente chi lì vi abita… i cartelli stradali danno indicazione scritte in tedesco prima che in italiano e all’ingresso di un qualsiasi locale pubblico, accolgono il viandante con guten Morgan prima che Buongiorno… anche che la guerra è finita da un pezzo…

Acque verdi di laghi cristallini e serate a base di cene “trugne” che sei stanco di consumarle dopo un giorno… vino che sa di frutti di bosco e grappe che stordiscono… ma il paesaggio di quei monti e vallate che sembrano cartoline da spedire nelle feste mettono d’accordo tutti, perché hanno dei nomi ma non hanno confini… perché sono di tutti e di nessuno, appartengono alla natura. Questo fu il primo giorno trascorso in val Pusteria da Elisa, che Mario amava e ancora chiama Panna.

Il mattino dopo i due colombi bianchi con qualche penna grigia, visitarono il bellissimo lago di Brais, e a Mario forse illuminato da quest’alito di beltà che gli entrava dagli occhi, gli venne di  chiamare al telefono Massimo per sapere come stesse, erano più di tre settimane che non sapeva niente di Lui.

Rispose Giuliana… Giuliaanaaa!??, Mario si sarebbe aspettato di tutto fuorché rispondesse Giuliana… che oltre tutto non aveva riconosciuto subito al l’apparecchio telefonico. Giuly piangeva lacrime vere e tra i singhiozzi mestamente disse a Mario, nel mentre che questi avesse lo sguardo su di un lago verde con alture imponenti alle spalle, che mostravano muscoli di roccia, e  alberi aghiformi che facevano collana di tutto quanto… Giuly gli disse che Massimo non aveva retto il trapianto del midollo osseo.

Intanto Mario che in un secondo rimase senza saliva, ascoltava le parole fra i singhiozzi di Giuly, e nella mente formulava istantaneamente immagini di come “vedeva” l’amico ormai agonizzante, così che si immedesimava accanto a Lui tra quelle quattro pareti bianche con quadri con cornici d’acciaio, e vedeva i suoi occhi che piangevano lacrime di sangue così come le sue orecchie e i suoi adorati bellissimi denti bianchi di cui andava fiero come mostrasse ad ogni sorriso uno steccato inglese appena riverniciato di bianco in primavera.  Fu a quel punto che si rese lucidamente conto di essere arrivato al termine della sua strada… disse Giuly continuando a singhiozzare, ti chiamo più tardi Mario, ora, scusa non ho tempo, e salutò o forse non lo fece ma non era importante l’avesse o meno fatto.

Mario scioccato, occhi spalancati di dietro le lenti solari, bocca un poco aperta e senso immediato d’angoscia che gli pervase la mente lasciandogli solo lo sfogo di rivolgere lo sguardo verso Elisa, la sua Panna, per dirgli con voce rotta ciò che Giuly gli disse.

Massimo non c’era più su questa terra, e Mario si sentì come se una parte di se cessasse di esistere, e quando dopo alcune ore, riprendendosi quel poco, reagì come d’impulso primitivo e parlando con Elisa in camera d’albergo disse che era meglio fosse durato poco il calvario del suo carissimo Amico Massimo. “Carissimo Amico” che non era del tutto lo stesso sentimento che Massimo provava per Mario, o perlomeno bisognava togliere il “carissimo” e lasciare “l’amico” con la a minuscola.

Massimo non aveva amicizie particolari. Chi viveva dei momenti con Lui, diventava l’Amico n.1 del giorno, non della notte, quella era un altra parte della sua vita, quella più affascinante. Quella di serate incantate da fiumi di champagne e poltroncine nel posto migliore del locale più in voga del momento. Del resto Massimo non poteva essere l’unico ‘Amico’ di Qualcuno, il suo compito era di essere Amico di Tutti.

Serate come quando Mario, in compagnia di Massimo e un altro paio di persone oltre l’immancabile Mario, andarono a passare la notte in un noto locale molto ‘conosciuto’ della Milano ‘bene’ anni ‘70’. ‘Signorine accondiscendenti”, ballo, spogliarello, bollicine e tanta voglia di trasgredire vivendo. Il conto lo pagò Mario, con un “blocchetto” d’assegni che puzzava d’imbroglio. 4milioni e 300milalire di conto finale. Una firma in calce al l’assegno, nessun documento richiesto, e la serata dei quattro mattacchioni, fu gratis.

E la stessa cosa si ripetè una sera a Ferrara dove Massimo fu ospite di un amico che sembrava il figlio del campione di wrestling Hulk Hogan. Un biondo’ alto un metro e novanta che arrivò nel parcheggio a bordo di una Mercedes decappottabile blu, scese e corse incontro a Massimo e i due si abbracciarono fraternamente ed entrarono nel night allegri e sorridenti. Il locale a quell’ora tarda era gremita di gente sballata e assetata di vita e la folla si aperse ad ala come fosse l’ingresso di due star.

Daniele era e certamente ancora sarà un bellissimo ragazzone.

Contrariamente al detto popolare che giudica la “grandezza del sesso maschile” mostrando con le dita della mano rivolti a mo’ di pistola puntata al petto per indicare che l’uomo rappresentato dal pollice all’insù è piccolo, e l’indice ad indicare il “sesso grande” o invertendo la posizione ottenendo il “senso” del significato contrario, Daniele quella notte smentì categoricamente che solo nella botte piccola c’è del buon vino… la sua botte era grande così come buono era il vino che conteneva.

Si fece l’alba. Mario era arrivato al nightclub di Ferrara in compagnia di Claudio a bordo di una Fiat ‘uno’, che aveva sulle spalle 14anni di vita dura, 250 chilometri da Bergamo a Ferrara, più ritorno, che solo il celo sa come ci sia arrivata laggiù quella ‘vecchia bagnarola’.

Si fece l’ora di tornare.

Di solito Mario a quel l’ora si sarebbe accompagnato ad una bella figliola e avrebbe passato il rimasuglio della notte e gran parte del mattino in un hotel del posto… ma Claudio che si vantava di non aver mai pagato per sesso, tronfio del suo bell’aspetto e di un ‘varicocene’ al pene che gli prolungava di gran lunga un qualsiasi amplesso, facendolo diventare una specie di “superman dei poveri” che non doveva pagare, ovviamente volle tornare a casa.

Mario si arrabbiò perché conosceva il vero motivo per cui Claudio non voleva scopare a pagamento, l’aspetto e il varicocene non centravano una fava, piuttosto il motivo principe era il denaro da sborsare per hotel e “compagnia” che gli avrebbe spento ogni tentativo di erezione al sol pensiero… a malincuore i due si ritrovarono nel parcheggio del night per ringraziamenti e saluti di rito.

Massimo salutò Mario con un abbraccio così come lo accolse, e salutò  Claudio con una semplice flaccida stretta di mano… così come lo accolse. Tra i due non è mai ‘corso buon sangue’, due galli in un pollaio non vanno d’accordo, sopratutto un gallo ‘brillante’ come la sua generosità che sfociava prorompente nei cuori, e l’altro ‘opaco’ come la sua avarizia che apriva l’animo all’egoismo, piume di colori diversi quei due galli.

Fu la volta di salutare anche Daniele che nel frattempo girato di spalle stava pisciando sulla ruota della sua Mercedes, e finito di far pipì, si girò riponendo ”l’atrezzo” nelle mutande per salutare… al che Mario e Claudio capirono il perché della nomea del “figlio di Hogan”… non sempre il pollice e indice posti a mo’ di pistola vogliono indicare “uomo piccolo grande uc….o”, Daniele è grande ma non di meno sono i suoi “25centimetri di attrezzo da pipì a riposo” che lasciò strabiliati i due ancor più stupefatti amici. Che tutto ciò, conta solo nell’età della “stupidêrâ”, più avanti non ha alcun senso.

Mario e Claudio salutarono anche Daniele il ‘vichingo’, e se ne andarono con la tacita preghiera in animo rivolta alla Fiat ‘uno’, ferma nel l’angolo più nascosto del parcheggio, affinché li riportasse a casa sani e salvi. Preghiera di doppia valenza, una rivolta al Cielo e una alla Fiat, che per grazia quella notte vollero esaudire. La esaudì il Cielo o la macchina?… l’aria o lo smog… lo smog forse… ma solo ‘forse’ è necessario, il Cielo è indispensabile.

Mario capì tutto questo, e accettò volentieri di fare da”portaborse”, quella vita di apparente luce e lustrini lo affascinava e si accontentò con il passare degli anni di essere indipendente e rispettato alla pari di Massimo, nel contesto del loro mondo di plastica.

Anzi in alcuni casi, anche se rari negli ultimi tempi, Mario, addirittura si preoccupava di quel Massimo che lo chiamava al telefono richiedendo gentilmente la sua presenza nel suo bellissimo bar Montecarlo. Mario accorreva da Amico e non più da portaborse e quindi lo faceva volentieri, ciò che invece lo preoccupava, era che arrivato al cospetto del l’amico lo stesso diceva di aver risolto diversamente, o lo risolveva con la presenza di Mario da cui veniva amorevolmente consigliato. Non  bastasse questo insolito atteggiamento, passava da un discorso ad un altro con lo sguardo confuso rosicchiando nervosamente le unghie di cui sulle punte delle dita, rimaneva un pallido ricordo.

Altri nightclub, e casinò, per i due amici, niente assegni post datati e tantomeno presentati con documenti che alla luce fioca dei locali notturni lasciano solo intravedere il volto in calce alla foto della carta d’identità, Dollari, quando Massimo andò a Las Vegas per una settimana di vacanza… in Nevada Mario non ci andò, e perché non fu invitato e comunque troppo costoso, in aggiunta al peggio, il volo in aereo sarebbe stato di parecchie ore di volo e Mario odiava volare su ali d’acciaio, preferiva volare dopo un ‘tiro… di canna’ o un bicchiere di vino… e quella volta non andò con Massimo.

Da dietro le finestre chiuse si sentiva ululare il vento, che rabbioso insieme alla complice sorella pioggia sferzava le mura tonde di un faro di mare.
Di dentro la torre del faro, un uomo che i ‘sessanta’ li passava d’un piccolo pezzo.
Se ne stava lì seduto a guardar oltre i vetri la furia degli eventi, di tanto in tanto accartocciandosi alla gola il bavero della giacca con una mano mentre con l’altra stringeva tra le dita un bicchierino, antico regalo di nozze quasi colmo di grappa nostrana… quella che fa il Bigio, giù, al porto del paese… in bocca tra labbra e denti stringeva una cicca di sigaro che “sfumacchiava” nervosamente al ritmo di lampi e tuoni.

Si fa coraggio il marinaio, fuma e beve, e… guarda fuori dalle finestre del faro che non s’aprono mai.
La moglie dorme nella stanza tonda accanto, e lui, Salvo, la protegge seduto davanti alle finestre e finge di non avere paura quando le onde arrabbiate del mare si abbattono quasi fin sopra la lanterna del faro che lampeggiando instancabile avverte le navi in transito di fare attenzione agli scogli che si spingono ben oltre la terra ferma… e sirene, ingannano occhi e buon senso del capitano della nave.

Salvo iniziò a lavorare giù al porto che non aveva tredici anni nelle saline di don Gigaro, dieci anni dopo smise perché la salsedine gli si era addentrata anche nel sangue. Passarono altri sette anni di cui visse in gran parte di carità dei pochi compaesani e lavoretti finché gli venne proposto il lavoro di custode del faro, quello posto sul promontorio che a strapiombo si getta nel mare… unica condizione aspettasse che il signor Guglielmo attuale custode del faro, decidesse di smettere con quella vita solitaria, e ciò successe dopo tre anni a venire.
Salvo seppe aspettare, nel tanto Giuseppina crebbe da quando giocava a saltafosso con lui sul sagrato della chiesa dedicata alla Madonna Stella Maris… crebbe tanto da non voler più giocare con Salvo, ma fare sul serio… e dopo un breve fidanzamento i due “poveri in canna” si sposarono… proprio con lo sposo che pedalava la bici nera con la sposa adagiata sulla canna, e si allontanarono in bicicletta sino alla china di quel promontorio.

Il loro viaggio di nozze volgeva a quel faro che sarebbe stato il loro nido d’amore per gran parte o tutta la vita.
Guglielmo alla veneranda età di ottantuno anni, come regalo di nozze in dono ai giovani sposi, decise di andarsene da quel faro per mille versi maledetto e per mille volte benedetto.
Andò a vivere con la sorella Filomena che di anni ne aveva dieci in meno, e rimasta vedova, viveva in una modesta casetta di legno dipinta in calce bianca a riverbero di un sole instancabile quanto cocente.
Davanti al balcone scricchiolante con lo sguardo sul mare che nel l’ansa tra barche e pontili rumoreggiava cheto, trascorreva ciò che ancora aveva da vivere tra ricordi e dolci malinconie.
Guglielmo, l’attempato guardiano, visse lì le ultime aurore orizzonti del mare ricurvo, e tramonti violacei che che gli orizzonti cancellava tingendoli piano piano di buio, visse su quella baia tranquilla come il suo animo ormai un poco sopito e passò il ‘testimone’ alla coppia di innamorati.
Ora ha passato i sessanta da un piccolo pezzo di tempo e Salvo guarda fuori dalle finestre del faro, vede lampi e sente tuoni, fuma e beve grappa… domani sarà un altro giorno e tornerà a risplendere il sole anche per Lui.

Era di molto dimagrito Massimo negli ultimi tempi, capelli radi senza gel e quel viso preoccupato. Questo disse Giuly all’apparecchio in una seconda telefonata. Mario rimase stupefatto, conosceva Giuliana perché Massimo negli anni novanta con l’aiuto di Mario, gli avevano acquistato una lampada solare per il suo negozio. Voleva ammodernare le sue apparecchiature da estetista, ma 18milioni di lire erano troppe per le sue entrate e Mario aveva un debito nei confronti di Massimo di metà della somma per la lampada solare e l’acquistò dimenticandosi di pagare alcune rate, praticamente quasi tutte. Il ricordo di Mario che associava a quel l’unico episodio la presenza di Massimo e Giuly… e ora Lei stringe tra le mani il telefonino di Massimo.

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Le cose accadono improvvise, che quando meno te lo aspetti, ti può succedere che stai male, o qualcuno affettivamente vicino a te ha un malaugurato malore, che è ancora peggio. Mario sapeva  come reagire al dolore, Lui sa cosa significa star male, Mario sa  che prima pensa che gli passa, e ancor  prima il malessere se ne andrà… o si illude di saperlo.

Così che a star male oggi non è Mario ma è la donna della sua vita, Elisa, che preferisce chiamare ‘Panna’. Il che complica tutto perché fa star male più lui che doppiamente assiste impotente, e tanto vorrebbe far suo quel disagio che non può  affrontare ne allontanare perché si tratta di carne e di mente di un’altra persona che peraltro ama.

Mario è sempre stato sensibile nel veder soffrire chiunque… nemmeno il mio cane voglio soffra diceva, e ancora dice, figuriamoci la persona che amo. Niente panico, nemmeno quando  Panna disse a Mario di chiamare l’auto ambulanza, che arrivò  con una certa celerità, forse perché “l’officina del corpo” era situata a un chilometro di distanza da dove abitavano. Quella volta  niente di grave per fortuna… ma Mario era un “affeccionados” e si ritrovò presto nell’ennesimo ospedale, al pronto soccorso, con gli occhi attenti alla guardiola di quel l’infermiere  addetto a venirti prima o poi ad avvertire che puoi raggiungere il tuo caro, o è arrivata l’ora del tuo turno, quando la situazione non è drammaticamente grave. Stesse scene, quasi fossero sempre le stesse facce, perché la tristezza di chi e’ sconsolato, impaurito e smarrito, è sempre la stessa… ha un solo sfocato colore.

Tra le corsie una mamma che abbraccia seduta il suo bimbo che accusa dolori al pancino e lo consola con languide carezze, un ragazzo seduto che per orgoglio trattiene le lacrime per il dolore di un incidente d’auto appena accadutogli, una donna africana sembra smarrita nel nulla del chissà cosa succede qua, e parenti che annoiati si accasciano sulle sedie guardando stancamente la tv nella sala d’attesa.

Di tanto in tanto si incontrano gli sguardi come a consolarsi vicendevolmente, o per i più fortunati consolare come a dire povero te ai meno contenti in viso.

Quante volte Mario è entrato in un ospedale, talmente tante che per ognuna delle situazioni, da subito le associava per assurdo a bei ricordi, come quando da ragazzo, si sentì  poco bene in quel posto in riva al mare. Pietra Ligure, che sembrava di essere in un posto esotico, tanto le palme si pavoneggiavano ai lati del viale d’ingresso, e subito quel guardare benevolo lo guarì dall’effetto del suo primo stupido spinello consumato in quella comune di hippyes alla sessantottina. Che non si era tanto distante da quel “68” essendo il 72 o73, che ancora il disagio maggiore non era venuto tanto per l’effetto dei due tiri di cannabis, ma da un ambiente che lo disgustava, infatti fu trascinato  quasi a forza da Imbre, un amico di origini ungheresi che per non contraddirlo lo assecondò, e il sentirsi poco bene fu più una scusa per fuggire da quella ‘comune’ che gli stava stretta come un paio di scarpe indossate due numeri di meno.

Quando Mario era un ragazzino dovette operarsi alle  tonsille nella bella clinica bergamasca San Francesco. Ebbe una bella stanzetta comoda con mamma sempre accanto a fargli ingurgitare gelato in quantità industriale dopo l’intervento, quindi da necessità virtù, e ne trasse beneficio. O in quell’altra clinica con il nome di un noto personaggio bergamasco, Castelli, anche la, Mario con un ventennio in più sulle spalle, andò per visite ad acquisire punteggi d’invalidità (che non arrivarono mai) in una bella stanzetta vezzeggiato non più dalla mamma ma da gentilì infermiere.

Che ancora Mario non se lo spiega come gli crebbe un testicolo in più. Che gli piaceva pure essere diventato un discendente del Colleoni, ma tre palle le aveva solo il condottiero al Mario era venuta poi, molto poi, ergo non saveva d’avere perché non era un “coglione” tanto grande. Così che riandò nella clinica di  S. Francesco… una parte tanto delicata da ‘riparare’ aveva bisogno di un Santo molto “delicato”.

Ma non fu l’ultima occasione di andare alla clinica del “Santo”, Mario dovette riandare. Curioso il fatto che si presentò  da uno specialista per un ernia inguinale, dapprima venne accolto con la sufficienza di un ricovero a media lunga distanza, ma quando il dottore scopri’ che era coperto da una assicurazione personale, ‘magicamente’ il ricovero era di li a pochi giorni in camera privata, con l’aggiunta di un sorriso smagliante da parte della infermiera, che non si capiva prima dove lo avesse nascosto. Ed anche allora un bel ricovero, un abbraccio tenero e sicuro in “officina” per eseguire una perfetta riparazione, tanto accurata che una settimana dopo Mario era di nuovo in palestra anche se con esercizi ridotti da sforzi eccessivi.

L’ospedale preferito da Mario, nel tempo era in quel grazioso paese di montagna, Groppino in alta valle Seriana, che a metà valle ci andava periodicamente in un altro ospedale, a Gazzaniga per sapere quanti litri di aria riusciva ad espellere dai polmoni in un soffio di fiato sparato a tutta forza, e a quel punto si ripropongono alcol e tabacco e la carta d’identità che non smette di sbiadire l’inchiostro delle sue parole, riduce sistematicamente le quantità di aria che buttasse fuori nel corso degli anni.

Ma tornando all’ospedale dei polmoni in quel di Groppino, si dice fosse il preferito di Mario. Si presentò negli  anni novanta prestandosi  volentieri a sperimentare la cura che lo vedeva tra uno delle prime cavie di quelle molteplici protuberanze che sorgevano cutanee sulla pelle delle braccia, in pratica le intolleranze ad acari di ogni specie, e pollini e polveri varie iniettate volontariamente.

Per due anni si prestò in questo ospedale stile liberty, per farsi bucare sistematicamente la pelle, ma ancora il pensiero a lui più gradito, fu quando venne ricoverato per esami specifici ai polmoni, di cui soffriva per eredità dei filamenti della vita di chissà quale antecedente antenato assillato perennemente da una forma allergica asmatica. Era come se Mario ogni tanto andasse in vacanza per un po’ da quel dottore primario dello stesso ospedale che fumava due pacchetti di sigarette al giorno, e lo trattava come fosse un nipote, il Dott. Sepe che nacque a Roma e dopo una lunga carriera perlopiù passata a Groppino, vi tornò per morirci.

Aveva un assistente il primario dott. Sepe, il dott. Guido Scandia, all’epoca aveva su per giù gli anni di Mario, e da allora diventarono ‘paziente conoscente’… ora, a fasi alterne malato e amico sempre. Guido lo dimostrò fin da quel giorno che dalla gradinata dell’ospedale vide salire tre ‘ceffi’ forse non loschi, ma lo stesso incutevano un leggero timore. Uno di loro di altezza e corporatura nella media era Arnaldo, il ‘tipo’ di Giuliana, gli altri due erano i suoi fratelli, uno magro e scuro di pelle con capelli corti e ricci, un altro paffutello se non grasso con capelli lunghi e un poco unti. I tre salirono la gradinata ed incontrarono lo sguardo del dott. Guido che camice aperto venne fermato per un informazione sul dove dovevano andare. Cercavano il Mario, forse increduli, vollero controllare di persona se Mario aveva detto il vero quando un giorno prima di essere ricoverato all’ospedale telefonò ad Arnaldo per dirgli che quel mese non avrebbe potuto onorare il pagamento di alcuni assegni postatati che scadevano di lì a pochi giorni.

Il dott. Guido indicò ai tre la stanza dove Mario era degente li seguì, e arrivati, rimase sull’uscio ad ascoltare il colloquio fra le quattro persone, forse intuendo che non fossero ‘esattamente persone di famiglia’… Arnaldo vide e constatò, Vittorio e Gianni pure e si allontanarono dopo poche parole e un augurio a Mario lasciando che finisse in santa pace la flebo… e si allontanò anche Guido che non smise di seguire con lo sguardo i tre fratelli che scomparvero dopo aver disceso lo scalone principale.

Paziente e dottore hanno in comune l’amore per i cani, e i loro amici non riescono a capire chi dei due è più rincoglionito dell’altro nel accudirli con troppo esasperante ‘amore’

Mario e Panna hanno adottato due piccole pesti a quattro zampe che insieme sembra di vedere un cappuccino. ‘Latte’ è la cagnolina che dopo aver ricevuto il centesimo biscottino del giorno va a letto con Panna e aspetta che si addormenti per potersi infilare sotto le lenzuola tra le gambe di Mario che in genere arriva qualche mezz’ora dopo.  ‘Cacao’ che ha la sveglia nel culo, circa un ora prima della mezzanotte vuole essere accompagnato in giardino per fare pipì e sperare ci sia ancora qualche persona intrepida che porti a fare la stessa cosa al proprio cane, così che gli possa abbaiare contro sulla soglia del cancello, tutto il suo avvertimento di ‘stare alla larga’, e più è grosso il cane che passa, e più ‘cacao’ si arrabbia e raspa all’indietro come a dire vieni qui che ti mangio, ma data la sua stazza potrebbe al massimo mangiare un criceto… ma ben cotto.

Guido ha anch’egli due cani, da ‘caccia’ un po’ più grossi, di taglia media e siccome entrambi son chiazzati di bianco e nero così gli diede per nome lo stesso colore del loro pelo, Bianco e Nero, non fosse che l’istinto di cacciatori insito nel loro sangue canino gli fa fare buche nel giardino di casa del dottore e della dottoressa sua signora moglie. Buche di anche mezzo metro, e la pipì sulla siepe di lauro ‘brucia’ le sue radici. Guido sopporta, non pago li fa entrare in casa quando il tempo è inclemente, a discapito del parquet di casa e delle urla della moglie Arianna. Difficile per gli amici di Mario e Guido dire chi sia il più rincoglionito dei due perché ognuno pensa che sia chi ha ricevuto più amore dai loro amici cani. Pari e patta.

Il dott. Sepe fumava come un ‘turco’ ma anche lui smise alla veneranda età del pensionamento, magari perché si dovette impiantare due o più by pass alle coronarie. Quasi inutile aggiungere di dire di quanto fu preso in giro per questo controsenso del suo stesso ‘lavoro’. ‘Cose di vita’, ordinaria scombinata composizione di un “disegno” superiore alle normali capacità comprensive, e ancora oggi Mario lo ringrazia per avergli  segnalato mediante una visita di routine, “polipetti” tumorali alle corde vocali, tempestivamente asportate pochi giorni dopo in un ospedale bresciano in quel di Darfo. In quel luogo trovò la consueta “protezione” e rassicurante assistenza, non fosse per l’anestesia, che in quella occasione fu particolarmente drammatica… Su quel trasportino di acciaio Mario ebbe più paura ad addormentarsi sinteticamente che per tutto il resto dell’intervento previsto.

Ma si risvegliò, semplicemente più rimbambito del solito. Tutto aveva funzionato per il meglio, un po’ di mal di gola per qualche giorno, il tempo strettamente necessario perché Mario potesse comunicare con monosillabi a quel ‘signore’ proprietario dell’unico supermercato di un piccolo paese in una valle per dirgli che aveva trovato la soluzione per quel suo ‘problema’ con la patente di guida. Mario disse a quell’uomo di origini inglesi o tale si comportasse tanto da farlo credere,  che per dire il nome basterebbe si facesse in parte il nome di una marca di sigarette William…son) che il suo parente avrebbe riavuto la patente di guida con tre mesi d’anticipo, avesse sborsato 10milioni di lire. È così fu, così andò a finire la ‘faccenda’. A Mario venne consegnata una busta nell’atrio dell’ospedale di Darfo contenente il pattuito e qualche giorno dopo il fratello o il cugino o lo zio di William…son, poté guidare la sua automobile. Espedienti per ‘campare’.

Espedienti mischiati con la grande volontà di lavoro vero, quello ‘sano’, espedienti che vincevano troppo spesso sopra la logica di pensiero. Mario viveva in parte suo malgrado di espedienti, e non potrebbe aver avuto un insegnante migliore di Massimo che di espedienti ci viveva a tempo pieno. Massimo curato, o almeno si è provato a fare al meglio al San Giovanni VIII dove salutò per l’ultima volta il mondo con il sangue tra i denti, un ospedale in cui Mario non fu mai ricoverato per motivi di salute… solo visite a parenti ricoverate per parto dove ad ognuna veniva dato in dono al neonato una mini maglietta con il nome del n. “10” attaccante dell’Atalanta.

Anche il vecchio ospedale San Biagio di Clusone  era noto a Mario per le numerose visite che vi fece.  La più “dura” in termini di dolore, fu quando alla seconda di Pasqua subito dopo pranzo decise di seguire dei ragazzi che andavano per sentieri con moto dalle gomme artigliate. Una bella impennata alla partenza con la sua potente moto Hp2 bicilindrica, due grappe di troppo appena assunte che non lo aiutarono a far bella figura con alcuni spettatori avventizi del momento e cadde rovinosamente a terra con legamenti andati del ginocchio destro,  e l’uscita per mulattiere terminò prima ancora iniziasse.

Invece la volta peggiore in cui  venne temporaneamente ricoverato d’urgenza, fu ancora al San Biagio per un malaugurato incidente ancora con la moto, un’altra questa volta, da enduro. Una botta tremenda presa direttamente dopo aver invaso la corsia di un auto che sopraggiungeva dal lato opposto dal suo senso di marcia.

Bacino fracassato, e emorragia interna, da subito si capi’  che non potevano operare in alcun modo causa gravità dei traumi, e venne trasferito d’urgenza quasi subito all’ospedale Maggiore di Bergamo con la presenza fissa di Panna che venne alloggiata su di una lettiga nel corridoio in via del tutto eccezionale. Amorevoli cure delle infermiere assieme a forti dosi di morfina e undici giorni passarono in fretta, un po’ meno il rientro a casa, tre lunghissimi estenuanti dolorosissimi mesi, dove il mattino Mario agognava la visita benefica di una signora che gli leniva il dolore con due potentissime iniezioni di anestetico, ma ancor più avrebbe preferito essere ancora nel caldo accogliente e rassicurante ospedale Maggiore. Non che gli mancasse perché c’era già stato per altri motivi di lieve entità come per una colonscopia eseguita a mente serena che nel mentre la guardava al monitor, Mario osservava in diretta l’asportazione di polipi al suo retto e per quanto inverosimile, anche in quella occasione si sentì protetto tra le mura di quella stanzetta ora in disuso.

Due volte Mario non volle essere ricoverato in “officina”, la prima era “marcata” Romania. A Bucarest si rifiutò di farsi visitare in una struttura ospedaliera dove gli dissero che doveva portare lenzuola pulite, e la sera chiudere a chiave le medicine nel proprio comodino, un ricordo del 2001, ora probabilmente è diverso, fatto fu che si portò a casa in Italia una “bella” infezione intestinale che lo fece calare di 7chili di peso. Mario ha ancor oggi ben vivo quel ricordo di quella triste esperienza.

Ospite nell’ufficio-casa di Nello, un amico italiano che a Bucarest vendeva profumi sciolti e preconfezionati. Mario si contorceva da spasmi che gli attanagliavano lo stomaco, e lo obbligarono per 48 ore a stare tra la stanza da letto e il water accanto, e per tutto lo stesso tempo si dovette sorbire le urla e gli schiamazzi festanti della di un matrimonio rumeno in onore di due giovani sposi Rom che usano festeggiare tale evento per sette giorni consecutivi. Al centro del cortile, un grande fuoco sempre tenuto acceso per tutta la durata dei festeggiamenti. Al di là della staccionata che divideva le due proprietà, una fisarmonica che non smise mai di suonare e gente che ormai non cantava ma biascicava urlando senza rime e ballava con ritmi forsennati quanto scombinati.  Rumori di bottiglie che svuotate dal loro alcolico contenuto venivano lanciate contro il muro di casa degli sposi, lo stesso che fanno i greci che dopo il Brindisi di buon augurio agli sposi, si buttano alle spalle i bicchieri vuoti o come gli Ebrei che subito dopo il ‘si’, brindano è bevuto il contenuto del bicchiere lo avvolgono con un tovagliolo e depositandolo a terra lo calpestano anch’essi per ‘segno’ buon augurante. Cibi che arrivavano sulle tavole senza sosta, cucinati da ogni donna anziana della congrega che a turno fosse ancora in grado di farlo, e per contorno al tutto, una bella scazzottata di tanto in tanto tra parenti ubriachi, per le solite questioni d’invidia “populista” o per il solito denaro di m… raramente per le donne che consideravano meno importanti delle due principali precedenti “questioni”… o considerano ora, si spera. Si era sempre all’epoca dei comodini accanto al letto da controllare a vista, anche di notte, lì, al Gheorghe Marinescu, l’ospedale di Buku’reSt’.  

Nello era un amico di Mario che lo stesso non avrebbe mai presentato a Massimo perché avrebbe con Lui avrebbe scambiato tutt’al più tre parole prima di mandarlo ”affanculo”. Tra i due uomini c’era l’Oceano Pacifico che li divideva per pensieri e modo di vedere e affrontare la vita, forse nessuno migliore dell’altro perciò entrambi insindacabili. Chi ‘amava’ Massimo amava l’imponenza e la fierezza del Gran Canyon, eroso dall’acqua nei secoli, chi amava Nello amava Boot Hill, così chiamate le tristi ‘colline degli stivali’  che perlopiù erano adibite a cimiteri militari della guerra di Seccessione americana, alture molto differenti non solo per altezza.  Chi ‘amava’ Massimo viaggiava con Lui a bordo di auto fuoriserie e non lo vedeva mai rifornirsi di benzina perché aveva almeno mezzo serbatoio pieno prima di partire, chi ‘amava’ Nello viaggiava con lui su delle monovolume e puntualmente anche per un viaggio breve si riforniva di gasolio appena partiti con la speranza che l’ospite si offrisse di dare il proprio contributo… ottenuto lo scopo, fatto il pieno, Nello non riponeva subito la pistola di rifornimento, aspettava qualche attimo che la schiuma del gasolio nel serbatoio si perdesse scemando e ospitare ancora un mezzo litro di gasolio… Mario non poteva presentare “un Nello” a Massimo. Mario andò a Bucarest e anche in alcuni altri paesi della bella Romania con Nello, e ogni volta come nel suo perfetto stile da taccagno scarsamente intelligente, faceva sentire l’amico in dovere di ringraziare anche se oltre la buona compagnia, Mario spesso sborsava per due persone tutte le spese che  necessitavano per il viaggio e permanenza di un luogo.

Così accadde anche quella volta che Nello portò con se Attilio a Barcellona. Attilio un uomo di origini pugliesi, faccia da ebete, alto come un giocatore di basket che aveva da poco tempo “tagliato” con una tipa e si trovava in un brutto momento con il concilio del cuore. Accettò quel viaggio, si voleva distrarre da quel pensiero che gli attanagliava la gola, desiderava trascorrere qualche giorno di spensieratezza insieme all’amico, sicuro che gli avrebbe tenuto compagnia per buona parte della vacanza, così che si distraesse da quei brutti momenti. Per pochi mesi non si era ancora all’inizio del terzo millenio, che le date non si ricordano mai con esattezza, le memorie diventano fotografiche e discontinue, e si cerca di fare al meglio per ingentilirne i dettagli. Al ritorno di quel viaggio, Attilio in un pub, seduto a un tavolo davanti a una caraffa di birra e due amici che lo ascoltavano, raccontava sconsolato la triste esperienza vissuta in quello che doveva essere Spagna e… ancora Spagna… e invece fu di ritrovarsi per una settimana con Nello in una confortevole prigione senza sbarre di una qualsiasi parte del mondo…

Gente strana nella mia vita ne ho conosciuta a bizzeffe, che poi siamo tutti strani, e ancora ci sono i gentili, i buoni e i cattivi, i seriosi, i moralisti e continuerei a lungo, non mi fossi di già stancato. In quel 2000 che aveva da venire, conobbi un antipatico, categoria molto comune, ma era pure invidioso e a volte burbero, insomma una persona da evitare. Quello fu per me un periodo davvero triste, ero al culmine della disperazione, la mia donna mi aveva lasciato, per colpa solo mia, anche se i legni che formano una croce, son sempre due, uno corto e uno lungo, diciamo che il mio era lunghissimo, e tante’ che mi ritrovai disperato e solo. Che solo non ero mai, una compagna, l’ho sempre comunque avuta, ma se non è quella che fa battere ‘forte’ il cuore, e come  fossi l’unico uomo soppravvissuto sulla terra. Le altre non contano, nulla conta più se sei davvero innamorato di una donna, lei diventa la tua ragione di vita. E forse sarà per questo motivo che per distrarmi dai miei tormenti, o illudermi mi succedesse, accettai l’invito di andare a Barcellona, con quell’antipatico scorbutico che malauguratamente conobbi, che chiamo con un nome di fantasia, Nello. Si fanno e si compiono cose strane, quando sei ‘ferito’ e innamorato, ed io accettai quell’invito. Nello disse che doveva recarsi dalla sua donna spagnola, un avvocato, per stare con lei qualche giorno, così si vedevano, un po’ in Italia, e un po’ in Spagna, e contenti loro, pensai, nulla da eccepire.

Partimmo e una volta arrivati, io mi sistemai in un bellissimo albergo “82” stelle, di cui ricordo bene solo il bagno, spazioso, modernissimo, e di colore prevalentemente scuro, di marmo con venature bianche, situato in una mini suite all’ultimo piano. Una delle fobiche manie di Attilio, e’ di non alloggiare mai in grandi palazzi se non ai piani superiori, possibilmente l’ultimo, quello che più tocca il cielo. Un altra fobia per me è volare sulle ali di un aereo e continuando a parlare con gli amici pazienti, Attilio disse, preferisco un intervento chirurgico, se non grave ovviamente. Pensai che Nello si occupasse gran parte del tempo, per distrarmi, per farmi visitare la città, e perché no, anche per invitarmi di tanto in tanto nell’appartamento dove alloggiava con la compagna, magari per pranzo, o per cena, al contrario, quando ci sentivamo telefonicamente, rispondeva sempre con voce cupa, e a volte pareva persino contrariato, e trovava sempre una stupida scusa, per glissare e rimandarmi ad un altro momento.  Una sola sera su sei che rimanemmo a Barcellona mi venne a prendere per portarmi nel loro appartamento. Fu una cena veloce, frugale, fredda, come del resto era lui e la sua donna, chiesi cosa avrei dovuto portare e nello rispose che due bottiglie di ottimo vino potevano bastare a condizione fosse il ‘tinto Tempranillo, ed insieme di mia iniziativa omaggiai l’avvocato con delle profumatissime rose bianche e gialle. Alle 10 della stessa sera, eravamo già al secondo liquore che stavamo bevendo in un anonimo bar di Barcellona, e verso le 11, dopo la terza telefonata che riceveva dalla sua degna compagna, mi riaccompagno’ all’hotel dove ero alloggiato. 

Ancora oggi, ripensandoci, non mi capacito del perché di quell’invito tanto ‘strano’ quanto inutile. E fu così, che tra un pianto nel bagno di marmo nero, e un altro pianto nel bagno nero, per i restanti giorni della mia permanenza, decisi di visitare la vicina città di Madrid in cui una piazza con al centro Don Chisciotte della Mancha a cavallo del suo scalcinato ronzino, con il fido scudiero Sancho Panza con il suo asino, che teneva per mano le briglie del quadrupede, fermi nella medesima posizione statuaria, fissi nel bronzo. E poi in un bar a bere, successivamente, in un altro bar a bere. In un altro giorno invece, tanto per non cambiare, di mattino entrai in un bar per la colazione, poi camminai per le vie, e poi in negozi in cerca di souvenir,  e nel pomeriggio ancora in altri bar della città a bere aperitivi, ma finalmente reagii. Basta bagno nero e bar, basta, cambio città e vado al museo del Prado, famosissimo, così mi vedo qualche ‘grande’ della pittura e della scultura, dissi tra me e me, così do un senso a sta vacanza di merda. Arrivai davanti al maestoso museo, salii sulla gradinata antistante al colonnato che immetteva all’ingresso, e mentre stetti per varcarne la soglia, un sorvegliante mi fermo’ con un cenno, e mi disse in perfetto italiano che il museo chiudeva di li a poco, e che quindi era inutile che vi entrassi, perfetto no!?…

Non era cosa… Ne il viaggio, ne lo scopo, ne l’amico, se così si può chiamare quella “cacca” d’uomo che mi chiese di portare per cena due bottiglie di Tempranillo che costavano come lo stipendio di un mese di un operaio italiano, e con il costo delle rose ci potevo pagare un giorno all’hotel di “82 stelle” e poco prima di riaccompagnarmi, al bar pagai una piccola fortuna anche quattro Cardenal Mendoza riscaldati a vapore in coppa. Niente di più probabile che il caro Nello fece la “cresta” anche per l’alloggio e il viaggio in aereo, entrambi prenotati e anticipati da lui. Per fortuna, la tenacia e la mia testardaggine, fecero si, che a Madrid ci ritornai qualche anno dopo, con la mia donna, che avevo nel frattempo, faticosamente riconquistato. Ci andammo con due cari e veri amici. Una splendida crociera che tra altri luoghi,  fece scalo a Madrid e potemmo visitare le realizzazioni artistiche di Salvador D’ali, bizzarre costruzioni architettoniche come del resto la stessa famosissima Sagrada Famiglia,  una cattedrale dai mille confusionari stili, una accozzaglia di stravaganti mescolanze etniche, bellissima per molti, ma che non trova entusiasmo in altri che preferiscono uno stile più ‘pulito’ come quello della basilica di S.Ambrogio, il Duomo di Milano. Madrid Milano, ogni scarrafone, e’ bello a mamma süia. I due amici di Attilio erano stupefatti dal racconto dell’amico, e dopo qualche attimo di smarrimento, uno di loro ruppe il gelo e rivolgendosi a Tina la cameriera del pub, ordinò tre sangria e finì tutto in una fragorosa risata.

Bel matrimonio e mal di pancia per Mario a Bucurešt e dulcis in fondo cattiva compagnia. Un altra volta in Egitto a Sharm el-Sheikh, nemmeno si volle  informare se esistesse una struttura di cura. Impaurito dallo “spettro” di un ospedale in quei luoghi, Mario era al principio della lunga strada (in seguito percorsa) che divide i cuori nascosti dietro il muro dell’intolleranza. E ancora si portò a casa ‘caccarella’ e una crisi d’asma, che però incoscientemente come di suo uso comune, non gli impedì  di effettuare una immersione nell’acquario di Allah. sicuro che l’acqua salata e leggera l’avrebbe sostenuto. Anche con il fiato corto che più corto non c’era, Mario riuscì ad avere il muso di una murena a pochi centimetri dal naso, come di vedere sguazzare allegramente una piccola razza, e centinaia di altre splendide creature nuotanti di Dio., di Allah che sono la stessa meravigliosa simbiosi d’amore sparso anche nel mar Rosso. Sono tutte storie di vita comune, dove ci si rinfranca il corpo, la mente e lo spirito.

Due volte Mario se ne andò anche dal l’ospedale del suo paese, in entrambe ancora sanguinante dopo l’ennesimo grave incidente di moto, due, tre ore di inutile attesa con il codice verde, firmò e se ne andò.  Capì da se di non essere fratturato e non avere bisogno di punti sutura per semplici escoriazioni, altre volte successe il contrario e fu ben curato da crisi di respiro d’ogni sorta. Ma Mario poi percorse un po’ di quella strada del cuore, e ora sa che tutto ciò non è il peggio, una capatina nei reparti di oncologia di ogni ospedale, dove bambini pelati sgranano gli occhi guardandoti con un perché che non avrà mai risposta, e noi ci si lamenta di cose futili e inutili che non abbiamo o che vorremmo avere… visitare qualche reparto terminale dove la gente ospitata per l’ultimo vano tentativo di salvezza terrena, non alza lo sguardo per vedere chi sei, perché sinceramente non gliene importa più nulla di saperlo, e la lista prosegue ma non cambierebbe in alcun modo il pensare che siamo fortunati ad aver visitato quelle oasi di speranza, pur anche senza esserne ‘usciti’ troppo felicemente… ma senza danni. La, in tutti quegli ospedali dove a quel punto, il colore della pelle non contava assolutamente nulla. Il dolore è uguale per tutti, fortunati o meritevoli, che solo una linea sottile divide le due teorie.  E ora Mario sa che altra gente soffre.

Ma Giuly, Mario la rivide ancora, la sorte ignara li fece rincontrare perché lei si fidanzò con Arnaldo che nel corso del tempo era diventato di fatto un amico di Mario. I due si videro per la prima volta nel negozio di Arnaldo che ospitava alla tentata vendita dei magnifici lampadari e applique affissi in bella mostra al muro. Mario al l’epoca era un antiquario con la predilezione a tutto ciò che illuminava, nel passato e nel presente. Quel giorno, nel negozio di Arnaldo ammirò la merce esposta di ‘stile presente’, in gran parte arte vetraria di Murano. Mario amava quel territorio veneziano per i suoi vetri e cristalli, e subito accanto, non di meno amò Burano per pizzi e merletti ricamati da mani pazienti e sapienti, e ogni volta ricordava rivedendo nella mente quelle calle e quei canali. Gli  faceva strano associare quel luogo alla suocera. Mario fece il viaggio di un giorno con la signora Margherita, sua suocera, da Jesolo partirono un mattino alla volta di Murano per visitare le focaie dei mastri vetrai e poi fu la volta di Burano, quella magnifica isola zeppa di pizzi e merletti ricamati, belle cose e belle persone su quel l’isola incantata.

Mario capitò di proposito nella boutique di Arnaldo, cercava spesso di adornare la vetrina della sua bottega che vendeva perlopiù arte vecchia a volte antica, e gli piaceva mischiarle col moderno per il “gusto” di presentare ai passanti che camminavano sul ciottolato della antica strada che dava direttamente sulla vetrina della bottega.  L’Arte di diversi stili, la memoria e il presente, che per il futuro, ancora ci si sta attrezzando per migliorare la vana ricerca dell’infinito.

Erano i primi anni del secondo millennio, l’antiquariato stava morendo, allora Mario si adeguava pensando che anche le abitazioni moderne con le pareti e mobili di un solo colore chiaro illuminate da  lampade di gesso che emanano luce da sala operatoria, potessero benissimo sposarsi con il “gran gusto” di abbinare alla sala pranzo, un magnifico lampadario ‘MariaTeresa’ con mille gocce di cristallo di fine ottocento riadattato con lampadine al posto delle candele, che emanavano il colore dell’aria di un alba.  Perciò Mario era in quel negozio.

Mario entrò e per prima cosa tra mille sfavillanti bagliori  pendenti da soffitto e pareti, vide Arnaldo seduto a mezzo negozio dietro una piccola scrivania di cristallo. Non sembrò certo la ‘figura’ esatta di un “venditore” d’Arte ma piuttosto una faccia da scoprire.

Arnaldo staccando la penna dal foglio su cui stava scrivendo, sollevò di poco gli occhi da sopra i piccoli occhiali da lettura e dopo un buongiorno, invitò il possibile cliente con voce un filino roca e biascicata  ad entrare e guardarsi in giro, aggiunse che se fosse servito il suo aiuto lo avrebbe volentieri accontentato.

Così andò perché Mario dopo qualche passo fra i due saloni espositivi, chiese ad Arnaldo il prezzo di qualche pezzo esposto e anche da dove provenisse quel ‘luminoso incanto’. I due parlarono di prezzi e provenienza e al fine di come fossero i pagamenti considerando che si trattava fra  ‘rivenditori’. Mario capì al volo che Arnaldo in quel negozio contava come il due di coppe quando la briscola è a spade, lo capì subito forse perché era lo stesso motivo che lui stesso ‘c’entrasse’ con la sua bottega di Antiquariato, gestita perlopiù da passione per i lampadari antichi, anche se in realtà un staff di persone alle spalle, restauravano per Lui qualunque cosa e oggetto.  I dipinti erano curati dall’unico occhio esperto di Ivano che dipinge tutt’ora nonostante Mario spera che spiri… i suoi quadri varrebbero molti più soldi, ma Ivo spavaldo risponde sempre che non si è mai sentito meglio che in quel momento. Così che Mario glielo augura ancora, perché sa che gli prolunga la vita.

I lampadari erano curati quasi a tempo pieno dalla Giusy, una bella ragazzona che pareva essere un mix tra ex “sessantottina” di idee molto umili e sempre volte al debole.

Giusy vestiva spesso di nero con grandi camice e pantaloni svolazzanti e portava i capelli dritti e scuri, raccolti da una coda. Con la sua bravura sapeva riportare al suo antico splendore un magnifico Maria Teresa 24 luci. Un lampadario che gli veniva presentato con tanta polvere secca da sembrare un albero nella nuda radura sferzato dal gelo di un inverno impietoso. Nessuna ‘goccia’ dei suoi pendagli brillava più, e gli spilli di ferro che univano i pezzi di cristallo, si sbriciolavano al solo contatto con le dita. Ogni volta Mario ammirasse un lampadario che Giusy sistemava, rimaneva incantato per tanto ritrovato splendore. Lo stesso di quando vedeva un quadro appena finito di Ivano, sempre era come se ricevesse il più bello dei regali di un oggetto. Molto brava Giusy, talmente brava che ancora a bottega riuscì ad ottenere una importante commissione di lavoro, il più prestigioso si potesse avere in quella città, un teatro da curare per la pulizia e riparazioni delle sue innumerevoli lampade a muro e maestosi lampadari.  Era ancora a bottega ma… il lavoro lo prese a nome suo… era brava Giuly, brava e umile nel  parlare e vestiva sempre di scuro.

Mobili, vasi e antichi suppellettili, erano affidati alle mani ‘sapienti’ di restauratori e decoratori con la loro bottega e per non farsi mancare niente, Mario si avvaleva anche della preziosa quanto inutile collaborazione di Charlie, un ex parrucchiere dalla mano d’oro ma dalla “canna facile”… è non era un cacciatore. Fumava come un turco e beveva birra da mattino a sera come un tedesco. Charlie era un bellissimo ‘biondo’ sciupato da alcol, donne e da altro, e oramai dal tempo. Sostituiva Mario di dietro la scrivania in noce spaparanzato sulla grande poltrona Luigi VI e sapeva vendere merce in un anno tanto da far guadagnare la bottega per tre mesi che di solito erano di Natale e Pasqua dove anche un bambino avrebbe venduto un vecchio binocolo di ferro e ottone della prima guerra mondiale ad un anziana signora… anche senza una lente. Gli altri 9 mesi erano sulle spalle di Mario che trovava tempo la sera e giorni festivi per almeno arrivare a pagare metà delle spese.

Se la doveva cavare diversamente Mario per far quadrare il bilancio. Con la collaborazione di società fasulle “gonfiava fatture” a chiunque ne richiedesse, e per questo gli servivano sempre grosse quantità di denaro in “nero” da restituire ai complici dell’evasione fiscale. Quelli come “Lui”, Mario li ‘fiutava’ a distanza e capì con uno sguardo e quattro parole che Arnaldo era lì per coprire un altra o altre attività più o meno lecite, del resto era lo stesso di ciò che faceva Mario. La passione per quel lavoro esisteva veramente nei due nuovi amici, ma di certo entrambi non si procuravano il necessario per vivere con attività di ‘facciata’ anche se di piacere, e si capì poco tempo dopo di cosa i due in realtà vivessero…

Mario pagò con assegni post datati una consegna di merce e al prezzo totale aggiunse una somma che Arnaldo restituiva in contanti detraendo un proficuo interesse non certo bancario… Mario aveva trovato il centesimo amico che gli prestava denaro con interessi che di solito dopo un po’ non si riusciva più a sostenere e quindi a restituire. Da lì minacce e vita grama zeppa di angosce, insicurezze e paure da non augurare nemmeno a un delinquente incallito. Finché  Mario come Massimo, finivano per fare cose sempre più grandi e stupide per guadagnare di più e poter ripagare il debito che una volta sanato se n’era creato uno più grande. Per guadagnare molto in poco tempo non c’era che un modo, volto a illegalità sempre maggiori, così che Mario era un aspirante attore, Massimo un attore di grido…

Attori per saper vivere una vita tra le mura di casa con gli affetti più cari di persone e cose, riuscendo a mantenere un atteggiamento apparentemente tranquillo per non turbare la loro serenità.

Essere attori, proseguire il resto della giornata supplicando bancari di turno di portare pazienza per la rata del mutuo o di posticipare di qualche giorno il versamento di un assegno di data già scaduto. Impiegati bancari annoiati di sentirsi dire ogni giorno ormai da anni le stesse cose… che è l’ultima volta, perché c’è un “affare” importante che sistemerà tutto in breve tempo, che sarebbe stata l’ultima volta che si staccherà un assegno senza fondi, che c’è un bonifico in arrivo di cui non si spiega il ritardo…

Essere attori di “quella” vita, significava passare dalle suppliche alla Oliver Hardy,  ad essere persone  come James Dean che proponevano lucrosi affari in cambio di cose losche. Persone tutte d’un pezzo come Rambo che non vacillavano con documenti falsi alla mano per acquistare merce a rate con il solo deposito di un misero anticipo di denaro e rivenderle ad un prezzo inferiore del loro valore. Il trucco “dell’artista attore” era fissare dritto negli occhi del malcapitato venditore per infondergli la fiducia necessaria, ovviamente ‘dimenticando’ di saldare il debito che comunque era intestato ad una persona sconosciuta.

Essere attore della vita o aspirante tale, significava far parlare di se stessi come “personaggi”, quindi per i due amici era indispensabile curare interessi sociali nel loro ambito ‘operativo’, bisognava si curasse l’aspetto e avere l’orologio “giusto” al polso e un auto che facesse parlare di se.

Quando Mario o Massimo si presentavano ad un appuntamento d’affari, che voleva dire dammi del denaro che in qualche modo lo ripago, ottenevano prestiti o finanziamenti di 2 o 3milioni di lire, se si presentavano con una utilitaria, se al colloquio sfoggiavano un bel sorriso e si arrivava a bordo di una Mercedes, potevano arrivare ad avere dieci volte tanto quanto avuto con la ‘cinquecento’.

L’abito non fa il monaco, ma la gente ai tempi moderni sembra ignorare questo modo di dire, sembra aver dimenticato il valore di chi va ascoltato così che l’immagine prevalga sulla ragione.

Trent’anni prima del loro incontro, Mario non viveva di assegni datati  e nemmeno Arnaldo a quel tempo viveva di ‘prestiti facili’. I due divennero amici e fu una fortuna per Mario, perché ad ogni scadenza degli assegni che firmava, raramente era puntuale nel pagamento, così che i due fratelli di madre ma non di padre portavano sempre pazienza rassicurati da Arnaldo e prorogavano le scadenze anche se con crescente antipatia, e ‘interessi’ sempre in aumento.

Mario trent’anni prima di conoscere il nuovo amico, era un onesto lavoratore nel mondo del l’industria e comprò una Jaguar XJ e per non farsi mancare nulla acquistò anche una moto Bmw gran turismo, non ‘troppo’ per un buon artigiano del l’epoca che lavorasse sodo, molto per Mario perché su quel l’auto sportiva nera con interno beige e su quella moto marrone con profili e cerchi d’oro, ci caricava sempre più frequentemente delle ragazze… che non erano mai le stesse per periodi lunghi, e logicamente le sue visite in cantiere diminuivano settimana per settimana e cominciò ad usare il metodo assegno a scadenza con ‘mancia’ appresso…. forse Mario conobbe così anche Massimo…

Arnaldo trent’anni addietro, le macchine le truccava e un Alfa 1750 diventava un bolide che riusciva facilmente a fuggire dalle ‘gazzelle’ dei Carabinieri o le ‘pantere della polizia, dopo che con amici aveva messo a buon segno una rapina. Facile  diceva, le banche a quel tempo non avevano vetri antiproiettile e nemmeno bussole anti rapina, tantomeno guardie giurate al l’ingresso delle stesse… le nostre pistole automatiche calibro 9  erano pericolosamente precise, mentre le forze del l’ordine avevano in dotazione residuati  bellici del l’ultima guerra che se ti sparavano addosso a distanza ravvicinata, colpivano dei cartelli stradali lì accanto.

Le moto le cambiava ogni volta che una “rapa” riusciva, e quella “usata” di nemmeno un anno di vita, insieme ad altre moto guidate da compagni di merende ubriachi o strafatti o tutt’e due, si lanciavano a folle velocità su un pontile di mare o di lago e dopo un volo nel vuoto finivano in acqua riemergendo solo gli uomini.

Alla fine degli anni 70, le banche cominciarono a proteggere i loro impiegati con vetri antiproiettile sempre più alti e spessi e non bastavano pochi colpi di mazza per buttarli giù, le “bussole” furono inventate poco tempo dopo come ciliegina sulla torta. Nuove e potenti Alfa Romeo in dotazione agli agenti, sostituirono le vecchie “dragone”, così come vennero sostituite pistole stanche con mitragliette e pistole automatiche.

Erano diventati amici i due, pranzi e cene insieme, e anche brevi gite fuori porta, come quella volta che decisero di andare in un agriturismo sulle colline toscane il fine settimana per fare delle passeggiate a cavallo.

Arnaldo e Flavio che era il suocero di Mario, marito della signora Cristina, che ingaggiò Piero, l’autista con camion per il trasporto cavalli. Piero che a guardarlo sembrava Cico il piccolo messicano panciuto amico di mille avventure tra le paludi in compagnia di Zagor the Nay. Piero non faceva quel lavoro di professione e i tre cavalieri se ne accorsero ben presto dagli scossoni del camion e frenate brusche, al l’inizio del viaggio sembrava guidasse un ubriaco mentre una volta giunti alla meta se ne resero conto senza alcun dubbio… e Katubia una splendida cavalla araba, si ferì per la caduta a terra della cassetta degli attrezzi dovuta alla guida maldestra di Piero, il Cico, Gonzales y Martinez, y Gomez…

In quella occasione, Mario raccomandò più volte ad Arnaldo di evitare di parlare dei rispettivi ‘passati di vita’ dei due in presenza del suocero, e infatti alla cena del primo giorno d’arrivo consumata al l’agriturismo, si parlò di antiquariato e lampadari mentre Flavio ascoltava e Piero ordinava un altro mezzo di vino rosso.

Finita la cena, Arnaldo propose una piccola follia, si sarebbe andati a cavallo con il buio della notte in cima a quella collina, è così facemmo. Piero se ne andò a dormire riuscendo barcollante a raggiungere il nostro alloggio nel reparto notte del primo piano, i tre moschettieri impavidi, un ora dopo erano sdraiati uno accanto al l’altro sulla cima di un colle con le mani a dita incrociate sotto la testa a guardar le stelle con i cavalli che sciolti da briglie pascolavano tranquillamente accanto.

Arnaldo fumando una sigaretta, guardava tra celo e terra diceva che lì le stelle brillavano come da nessun altra parte, poi improvvisamente si tirò su colla schiena e sparando una parolaccia di stupore disse a gran voce, io quella luce la conosco, Flavio rispose, certo, è la costellazione del l’Orsa Maggiore… ma quale Orsa e orsacchiotto ribatté Arni puntando il dito a valle! Non in cielo, quella luce la che sembra un campo di calcio illuminato a giorno, è il carcere dove sono stato io per via di un trasferimento… qualche secondo di silenzio che sembrò un secolo a Mario che gli si strozzò la voce in gola senza saper cosa dire… per aggiungere peggio al peggio aggiunse Arnaldo,  ci rimasi solo un mese, poi mi trasferirono a Milano… peccato avevano degli grandi asciugamani… bhe! è ora si ritorni disse il suocero di Mario mentre si alzò frettolosamente. Ecco fatto, frittata fatta.

Da quella gita, passarono alcuni anni e Arnaldo ebbe una figlia da Giuliana che aveva vent’anni meno di Lui e probabilmente a causa di questa nuova responsabilità, pensò di fare altro che scontare assegni datati, e vendere controvoglia un lampadario di tanto in tanto per mantenere la sua famiglia. Lasciò Mario nelle mani dei due fratelli e per alcuni mesi sparì  dalla circolazione frequentandosi con un algerino naturalizzato francese. Mario non seppe mai cosa andasse a fare l’amico Arnaldo con viaggi periodici con un furgone bianco oltre frontiera, ma seppe con certezza da altri amici comuni, che al l’Arni non bastava più una sniffata di coca per tirarsi su, ma andò ben oltre con chissà quant’altre porcherie, finché un giorno Giuliana telefonò a Mario dicendogli che la sera prima il suo Arni mentre era nella vasca da bagno, vomitò sangue che schizzava sulle pareti con colpi di tosse che, tanto rochi sembrava provenissero dal l’oltre tomba e dopo alcune ore di agonia spirò tra le braccia della giovane amante.

Giuliana quella sera invece  telefonò a Mario disperata e piangente per annunciare la brutta fine di Arnaldo.  Giuly la stessa che dopo dieci anni, era al l’altro capo del telefono di Massimo per dirgli che era passato a miglior vita… e disse a Mario anche il giorno del triste commiato che per sfiga era proprio il giorno del suo compleanno. Alle due e mezza di un sabato nella Parrocchia del paese della mamma di Massimo, nel giorno del l’inizio d’autunno.

Al bar per un panino che era la una e mezza. Mario e Panna si trovarono con Patrizia, e l’amica Laura la tipa che aveva venduto l’avviamento del bar  a Massimo che poi Lui chiamò MonteCarlo. Laura era lì in “cagnesco” disse, io son qua per ossequiare la persona ma non come uomo, ho da dire che Massimo non lo era, e mi ha lasciato nei guai, non ha pagato che poche rate e ora non c’è più. Continuò sgradevole Laura rivolgendosi a Mario e Elisa, sono qui per la persona e non per l’uomo, ripetè… e per due volte Mario non capì… non capì il significato di quelle parole insensate e come si potesse essere tanto insensibili di fronte ad una tragedia non voluta, svoltò il capo da un altra parte e sorseggiando del vino finì di mangiare il suo panino, anche Panna rivolse lo sguardo altrove. Laura aveva buone ragioni per lamentarsi, ma la morte falcia ogni ragione e non era certo quello il modo e momento di lamentarsi… il primo giorno d’autunno, con Massimo che si presentava per l’ultimo saluto.

Auree magnonche sensazioni

Auree magnonche sensazioni.

Magnonche sensazioni pervadono l’essere.
“Magnonche”… giganti, perciò grandi sensazioni di benessere si snodano abbracciando il corpo come fosse un velo di sposa adagiatovi sopra.
Ora è sera, l’aria è umida d’autunno, si sente sui visi. Gli alberi silenti abbassano di un poco la cresta come fossero obbedienti votivi, si inchinano al al nuovo “signore” in arrivo che si stringe tra le dita di una mano il manto gelido del l’inverno…  che pare morte ma è riposo della terra e selezione degli animali in natura. Vinca il più forte e abbia ancor più gloria il perdente, qui… o la.
Ora è notte che copre mille mondi in metà mondo.
Ora è l’alba e adesso è giorno, stasera è un altra volta che bagnerà il viso di nebbia. Bisogna ancora andare oltre, dove il ghiaccio sul fiume sia solido e lo si possa attraversare sereni con pensieri e parole. Bisogna andare incontro a una nuova stagione che non umetta i visi ma li accarezza di gelo, e gli alberi inerti lascino al fin  vedere ciò che l’estate nasconde… altri scorci di vita dietro i rami nudi, ora lo sguardo spazia su Chiese, case e giardini vissuti da persone e animali al di là che si poteva vedere prima, oscurati da prepotenti foglie ricche di sole. Altri battiti di cuore che fan su e giù con l’’umore’ del l’animo ed è magnonche iniziando da “magno”,  il grande…”nche” è il finale che moltiplica e ancor più ne esalta la grandezza. Magnonche. Il futuro è nelle nostre mani, per questo si deve rispettare il passato…

É di nuovo la fine di un giorno tardo d’ottobre, si scrive e si pensa o si guarda la tv… o si fa al l’amore, che è la cosa di gran lunga migliore.

 

Tempo d’autunno, sapore di mare.

È avanti l’autunno, lo scenario invernale si sta “facendo sotto”, e d’incanto tutte le cose cambiano.
Cambiano le stagioni con le loro tinte e anche il colore del sole sulla pelle se n’è andato con il dolce ricordo delle belle passeggiate di sera lungo la riva del mare, per sentirne il profumo salmastro nel mentre si raggiungeva un punto di ristoro.
Si chiacchierava allegramente tra gruppetti di amici e parenti nel l’intanto che si camminava.
Qualcuno fumava una sigaretta e guardava il mare che chiacchierava spumeggiando delicato e si accasciava a riva, qualcun altro ridacchiava di un qualche cosa detto tra zii e nipoti.
È il riposo del guerriero.
Sono momenti di quiete… che vuol dire pace, intanto si raggiunge il tavolo dove ospiterà le ginocchia frementi degli astanti villeggianti.
Vino bianco, pesce cotto e crudo, un caffè per le donne, un bicchierino di superalcolico agli uomini e il dolce per i più piccoli… che qualcuno gli anta li passa di gran lunga ma li mangia lo stesso insieme a loro.

Sapore di sale, sapore di mare che hai sulla pelle anche dopo una doccia di bagnoschiuma al cocco che ricorda oasi lontane dove nel l’acqua che non si vede vi galleggiano barche sospese sorrette da un limpido splendore… ma un granello di sabbia rimane sempre la sera tra le lenzuola.
Il sole stanca, anche senza fare niente il sole spossa, è allora che stanchi infilandosi tra le lenzuola si sentono tra le dita dei piedi granelli di sabbia in fondo al letto… e il sapore rimane sempre di sale… e di mare.
È dove ci si lascia, cullare dalle onde e dai sentimenti, dove tra serenità e riposo si fa la “conta” di chi sei.
Come fosse capodanno.

Ma la scena finalmente per chi ama l’inverno cambia, sta cambiando.
L’autunno comincia a tessere tappeti di variopinti colori bruni, una parte del vestito di foglie di cui gli alberi si stanno spogliando… di lì a poco il vento gelido sferzerà inclemente quei rami tronfi della loro natura e assopirà ogni anelito di resistenza delle foglie gialle che non vogliono staccarsi, e il contadino o chi possiede un giardino staranno a guardare.

Amo l’inverno e il suo compagno autunno, quanto amo la primavera, sto imparando a convivere con la meravigliosa estate che ultimamente mi lascia ricordo di una vacanza felicemente trascorsa.
Le ho dimenticate in gran parte le mie vacanze, può essere non valessero e tutt’ora non valgano la pena di essere ricordate, ma ora il tempo lo risparmio e non lo spreco più… o almeno ci provo.
Vivrò ancora vacanze felici, il celo voglia con la mia famiglia.
Si ripresenteranno le stagioni che hanno riposato per un buon periodo di tempo a ricordarmi di desiderare ancora un altra magnifica estate come quella trascorsa.

Adesso é tempo di castagne e funghi accompagnati dal l’immancabile polenta che tramonterà La sua esistenza con l’ultima persona di origine Bergamasca.
È tempo di guardare le colline dal balcone di casa mentre una pioggerella fina inumidisce il viso e i pensieri che vadano alle prossime piccole grandi sfide del percorso sempre più lungo da percorrere tra i sentieri del bosco che sta imbrunendo. Non c’è più sabbia tra le dita dei piedi ma pioggerella tra le dita delle mani.

Mete da raggiungere… ad ogni stagione. Braccio di ferro con quel che rimane nei muscoli del corpo e nella mente per l’affrontare una nuova stagione… perché se si rinnova Lei… ci dobbiamo rinnovare anche Noi.
Sempre… ad ogni stagione della nostra vita, così vivremo senza sopravvivere e essere felici di stare in questo mondo.

Penna e momenti…

Penna e momenti.

Ci si sperde a scrivere un libro. Si parla di tutto quotidianamente ma si scrive solo quello che è inerente alla memoria del racconto che si sta scrivendo. Così che pensieri e parole, vengono condivisi sul posto di lavoro o al bar e non c’è posto per il mondo quando si scrive. L’ultimo spazio di giornata è scrivere quel libro, il resto sono discorsi da cortile e telegiornali serali. Si scrive meglio quando si ha la mente sgombra, e notizie come quella che l’ex marito, dopo numerose precedenti minacce ha teso un agguato alla moglie e l’ha aggredita colpendola alla gola con una lama di coltello ferendola a morte… foto sul giornale Lei bellissima e giovane, lui, mediocre e più vecchio. Lei dei paesi del l’est, lui italiano. Lei povera, lui povero… Non poteva che finire male la loro storia d’amore. Bisogna guardarsi allo specchio e controllare la carta d’identità prima di frequentare una ragazza del l’Est. E bisogna chiedersi se non è meglio spostare la mira alla freccia del l’arco teso d’amore verso una donna o uomo di qualunque paese del mondo che abbia almeno l’età per cui nella vita si possa competere nel stare al passo con corpo e mente… oppure un portafoglio molto gonfio che saprà ‘comprare’ e forse amare, ma quasi mai potrà essere contraccambiato.

Quando si scrive un libro, queste vicende interessano solo il momento di essere ascoltate e dopo una breve riflessione si ha voglia di notizie semplici, fatte di e da persone comuni, e non con persone disturbate mentalmente dai loro stessi errori.  L’incontro al bar per un caffè e scambiare quattro parole con ti sta accanto. Notizie frivole, a volte tristi come quel l’uomo magro con gli occhiali piccoli, rettangolari e argentei che a occhi quasi sbarrati disse con un aria disinvolta ma preoccupata che di lì a una ventina di giorni gli avrebbero asportato parte del l’apparato genitale causa malattia del secolo scorso e presente. Lucilla parla del suo ‘Torino calcio’ che solo il celo sa perché Una nata a Bergamo e vissuta in gran parte per lavoro a Roma, faccia il tifo per il “Toro”. A Lucilla brillano gli occhi quando parla di suo figlio che tira di scherma in modo egregio, gli occhi gli brillano anche quando parla del suo adorato cagnolino che gli sta attaccato come una cozza… quando parla del marito, gli occhi guardano…

Sono queste le uniche notizie che interessano una persona che sta scrivendo un libro. Si assorbono con un niente perché fanno parte della sua stessa esistenza e non possono interferire nel dialogo del suo raccontare scrivendo. Momenti di quiete dove la mente respinge ogni forma di presenze non positive che perlopiù sono notizie con con il finale non necessario e spesso scontato. Momenti in cui una persona che scrive, sta scolpendo nel suo cuore parole d’amore.

Sulla strada dei ricordi su due ruote 5

Intanto mi trovavo di già in Comenduno di Albino che non ho mai capito se è un paese a sé o un agglomerato di Albino un bel ‘paesotto’ che da inizio alla Valle Seriana. Che di fatto è il paese di Alzano Lombardo lo starter di partenza, ma Alzano è l’inizio dei clivi dove la pianura viene inghiottita dalla valle per questo non da la giusta impressione di essere il vero ‘inizio’.

Comenduno di Albino. Dove lavorò Suzza per alcuni mesi in un supermercato d’abbigliamento. Suzza è il nome con cui chiamo ora più che affettuosamente la ‘mia’ Susanna, il mio tutto su questa terra, la mia ragione di vita… su questa terra. Accanto, di confine al ’Bottegone’ che era il luogo di lavoro di Susy, l’albergo Valle d’Oro, ricordo di molteplici cazzate che non mi par vero di aver combinato in compagnia di altre donne che non erano il mio vero amore ma che da allora cominciò ad essere Susanna.

Forse capii lo squallore di quel luogo per chi come me l’abitava ad ore, quand’ecco che il locale fu chiuso per un fattaccio accaduto una notte. Due amanti ‘troppo’ focosi, si erano lasciati andare in straordinarie follie amorose, e nel l’impeto irrefrenabile di quei momenti, l’uomo strinse troppo sulla gola della sua partner con quella maledetta calza nera di nylon… strinse troppo perché koca e alcool offuscano gesti e pensieri alterandoli non poco. Alché il locale fu chiuso dalla magistratura per regolari accertamenti sul caso.

Forse fu a quel punto che capii di aver fatto cose stupide, inutili, deleterie allo stato d’animo che non era m?ai in pace con se stesso, ho vissuto a ore ciò che sapevo di non voler vivere, ma una mia carissima Amica disse e dice che è meglio uno “scotto” che un rimpianto. Mille storie al Valle d’Oro, operai, rappresentanti, gente che si trovava lì temporaneamente per ragioni lavorative, tutti in cerca di imitare chi usava le stanze ad ore a partire dal l’approccio con le belle locandiere tra un piatto e l’altro servito per la cena. Tanti di loro in cerca di uno sbaglio sicuro. Non esiste un amore ‘ad ore’ che dura per sempre, rimane solo sesso che si spegne come un moccio di candela subito dopo l’atto del coito.

É finito il rettilineo che collega Comenduno con Albino, mi tolgo dalla vecchia ‘provinciale’ e a sud faccio un inversione di marcia e percorro la via principale del paese con i giri del motore al minimo per non disturbare con fastidioso rumore di motore tra i vecchi stretti caseggiati che lambiscono una lingua di ciottolato, che al primo colpo d’occhio pare il lastricato di un piccolo torrente scozzese, ghiacciato e sporco di fango e rami secchi. La banca a destra, la gelateria di un mio caro conoscente a sinistra, il Giorgio, che vent’anni prima gestiva il bar caffè de Paris in Viale Papa Giovanni VIII, la via principale di Bergamo che dalla stazione ferroviaria a sud, si ricollega al non meno importante Viale Vittorio Emanuele che termina alla porta di S.Agostino, uno degli ingressi ad est di Città Alta, la parte più antica di Bergamo posta sui clivi di colline… che identifica un bergamasco d.o.c. con la classica domanda del … ‘Berghëm dè süra o Berghëm dè sôta? L’antico portale con nel l’arcata incisa nella pietra l’emblema di chi governò Bergamo a quel l’epoca, il leone alato della Repubblica Veneziana al tempo Michelangelo.

Passo da Fulvio ad Albino di tanto in tanto, per gustarmi uno dei più buoni gelati della zona, solitamente per mostrargli l’ultima fantasia di moto che mi son “fatto”. Sinceramente non capisco se gradisca o meno, risponde quasi sempre la stessa cosa guardandomi dritto nelle lenti a contatto… ho una Bmw parcheggiata nel box e quest’anno non ho avuto nemmeno il tempo di avviarla una volta sola. Bollo e assicurazione regolarmente pagati, e non la uso mai… mi dice ogni volta Fulvio. Me lo dice con occhi languidi e tristi, non credo possano mentire. Saluto ogni volta cordialmente, ma con Lui parlo sempre meno delle mie moto, preferisco non intristirlo.

Sempre a sinistra una ferramenta e di nuovo sulla destra dopo la banca, un fruttivendolo e il negozio di abbigliamento della mia amica Daniela che immette direttamente nella via maestra del paese di Albino che è Via Mazzini. Dovetti fermarmi a bere il quarto caffè della giornata a metà di quella via. Casa era vicina e una sosta per ricordare in santa pace la mitica Via Mazzini fu doverosa quanto desiderata.

Fu doveroso e insieme ossequioso fermarmi per una sosta caffè, e lo feci nel bar che gestiva tanti anni prima, Mariolina che se il nome inganna, preciso che di tenero Mariolina aveva il burro per le tartine al l’ora del l’aperitivo. Lei era e ancora sarà una bella ragazza piena di vita. Una bella donna bionda con tutte le ‘curve’ al posto giusto distribuite nel longilineo corpo da un metro e ottanta con i tacchi.

Era una ragazza ambita Mariolina, ma una porche parcheggiata fuori dal suo locale, faceva presagire che il proprietario avesse buone chance per conquistare il cuore della bella. Quella Porche la guidava Piero, due baffi su di un corpulento omone di un metro e ottanta senza tacchi, e siccome la benzina costava già cara sin da allora, era facile immaginare che non ci fosse possibilità alcuna di conquista. Poi Piero morì una tragica notte a bordo della sua potente Porche… strada sdrucita dalla pioggia battente, gli fece imbattere in una pozza di acqua e fango e la sua macchina si schiantò a 150 chilometri contro un platano che per abbracciarlo servivano quattro braccia tese.

Mi fermai in quel bar, ora gestito da una mamma con figlia. Non c’era posto sul ciottolato della via Mazzini per ospitare lo sbranamento del mio corpo su di una sedia, e mi accomodai nel retro che dava su un bel pezzo di giardino con tavolini e sedie sparpagliati su di un lembo di ghiaia… e cominciai a pensare a quella via dove aveva raccolto tante testimonianze della mia vita.

Era da poco iniziato un nuovo anno, “91”, “92”… non ricordo con precisione, mamma mia! Ricordo quando ci pensavo anni fa’ quando la vita era nelle mie mani, quando ne ero il padrone incontrastato o mi illudevo fosse così come tutti i giovani nel pieno del loro vigore, della loro alterigia, del loro essere tali, giovani, semplicemente giovani. Mi tornò alla mente quando in qualche rara occasione mi divertivo a pensare quanti anni avessi avuto oggi, forse per gioco forse per schernire il fato dall’alto della mia invulnerabilità, come se a me non potesse mai accadere di avere gli anni che ora ho.

Sempre facevo un rapido calcolo per sapere quanti anni mi separavano da quella età a questa, erano talmente tanti gli anni che mi separavano da quella data futura, che inevitabilmente sorridevo tra me e me e andavo oltre col pensiero, talmente era assurdo preoccuparsene…

Solo al raggiungimento di un nuovo decennio mi preoccupavo, e puntualmente ricalcolavo, ma ne rimanevano sempre molti di anni e dopo una breve crisi esistenziale riprendevo ad essere il comandante indiscusso della mia vita. Bei tempi, qualunque difficoltà era facile, qualunque problema risolvibile, e per uno come me incosciente ottimista quello che non risolvevo,  lo “aggiravo” a mio vantaggio, per cui rendevo tutto bello, tutto semplice. Non mi sono mai piaciuti i problemi, ne per me, ancor meno per chi mi è stato vicino, e siccome sono stato dotato dal Cielo di un altissimo grado di ottimismo e buonismo, in aggiunta se non bastasse ho un animo caritatevole che ha sempre cercato di semplificare tutto, anche l’apparente impossibile… ciò mi ha sempre agevolato nelle vicende della vita, pur pagando il dazio quotidiano di preoccuparsi degli Altri. Sempre.

Gli anni passano, lentamente e velocemente scorrono ritrovandoti inesorabilmente alla triste realtà che ti dice che non ci sono più, allora rifaccio e rifacciamo un resoconto della nostra vita chiedendomi e chiedendoci se ancora ci riserverà emozioni. Gioie e dolori, e se ancora potremo dire la nostra nel mondo che lavora e tra le ali del l’effluvio dell’amore, “digerire” il tutto e trovare spazio per noi.

Meglio essere ottimisti mi dissi, il tempo che ci rimane si è assottigliato e non va sprecato in inutili polemiche e invece di lamentarmi in continuazione, provai a pensare come quando da ragazzi credevamo  di avere tutto ancora davanti a noi. Pensai che tutto ancora si potesse avere, come scalare una montagna o “serfhare” a cavallo di un onda alta tre metri.

Tutto ciò che noi si voleva, e ancora vogliamo, ora. Non necessariamente un conto in banca ben pasciuto e un automobile nuova più bella di quella del vicino o degli stupidi abiti firmati o che altro, ci e’ rimasto di poter passeggiare nel bosco senza pensieri bui, nuotare al mare, mangiare e bere, giocare a carte, a bocce, al pallone, a scacchi… al calcio balilla e saltafosso…

Potrei e potremmo anche piantare del l’insalata, potare un albero, adottare un cane un gatto un cinghiale una zebra, coltivare un hobby sopito, inventarci un lavoro che non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Volersi bene, amarsi, fa’ bene amare, molto più che odiare, fa’ bene ridere, molto più che piangere, inutile sprecare tutto il tempo a lamentarci delle persone più ‘fortunate’ o “furbe”.

I più fortunati non c’è dato sapere esattamente se lo siano veramente, e i furbi, credetemi, devono fare i conti con la loro coscienza poco pulita e non vanno sereni nei boschi o a nuotare al mare, devono sempre stare all’erta da quelli più furbi di loro con la coscienza più sporca ancora. A quel punto la serenità non ha misura e non ha prezzo. Meglio star fuori da certe ‘fortune’ e imparare a convivere con le ‘sfortune’, che alleviando le loro sofferenze se ce ne facciamo carico noi di una piccola parte… tutti INSIEME.  Servirà alla ‘sfortuna’, servirà a noi come carico dolente di vita, indispensabile per capire come saper vivere.  La nostra vita vale più di ogni altra cosa al mondo e per quanto mi riguarda ne ho già sprecata troppa a lamentarmi di questo e di quello. Quel che il cielo mi riserverà di vita , lo vivrò il più felice possibile, come quando da ragazzo dicevo… che brutto avere …anta, ma si che mi importa, ho ancora tanti anni prima di arrivare li’… ma non ci penso più, non li conto più, adesso me li godo uno per uno, non li spreco più.

Era il periodo delle ‘vacche grasse’, e le emozioni mi servivano come un tozzo di pane quotidiano, e non mi fermai di certo dal fare cazzate in quantità industriale, e tra le tante, mi ricordai di quella sera che dopo la discoteca Antares, verso le due di notte, io, Gigi, Rollo e Marco, salimmo a bordo della mia Mercedes nera, quella che comprai sulla ’parola’ tra me e Carlo, e ci recammo nel vicino parcheggio di un grosso supermercato, proprio a pochi passi dalla discoteca. Al buio, fari accesi della macchina, noi quattro fuori, in piedi, affiancati uno al l’altro con una mano sulla patta dei pantaloni e con l’altra si sorreggeva “l’arnese del comando”, un ‘pistolino’ che urinava birra e quant’altro avevamo ingerito nello stomaco e nei polmoni.

Stavamo “pisciando”, alché vedemmo dei fari che si avvicinavano a noi senza fretta. Qualcuno ritrasse “l’arnese”, altri dovevano finire e vennero sorpresi dal l’auto che lentamente sopraggiungeva verso di noi. L’auto blu di pattuglia dei Carabinieri chesi fermò a pochi passi da noi. Scesero due uomini, un appuntato e un Maresciallo per un normale controllo d’identità, e data l’ora, era più che giustificato. Noi, oltre che in corpo, si aveva in tasca rimasugli di estasi proibita dalla legge e dal buon senso. Per fortuna riconobbi il Maresciallo che a quel tempo mi era amico perché lavoravo in tribunale come appendice ad un servizio di avvocatura, anche se avevo di fatto solo il titolo della terza media. Tirai un sospiro di sollievo nel vedere quel volto amico, infatti dopo avermi fatto aprire il bagagliaio per un controllo che era pieno di strenne natalizie ricevute in dono da clienti e amici la settimana di Natale, il Carabiniere amico non trovò alcunché di losco quindi, a parte le nostre condizioni psico fisiche, ma al tempo per nostra fortuna ancora in vigore la giusta legge restrittiva sul l’abuso alcolico, che quello narcotico era ancora un mistero per gli stessi inquirenti.

Si congedò con un saluto che puzzava di monito per l’ora tarda a lasciare quel posto ambiguo, se ne stavano andando il Carabiniere scelto e superiore e il collega, ma un gesto inconsulto di Gigi, fece tornare sui suoi passi l’appuntato. Pila in mano, si avvicinò a Gigi e puntando il fascio di luce ai suoi piedi, riconobbe facilmente un paio di “bustine bianche”. Due grammi di koca che non era liquida cola scura, ma sostanza polverosa bianca come la neve che si vedeva accatastata a mucchi nel parcheggio, tutti in caserma. Ore interminabili per il riconoscimento delle nostre generalità, e perquisizione nel l’abitacolo della Mercedes, dove rinvenirono altre “bustine” dal cruscotto. Cacca totale… se ne stavano andando, non c’era bisogno di sbarazzarsi di quelle due bustine. Troppa paura per Gigi. Fu troppo grande per lui quel l’incombenza, che poi il risultato di quel l’avventura fu anche il risultato  della sua vita non di certo vissuta al l’insegna di un grande coraggio e grandi soddisfazioni. Ma l’ho perdonai, non è colpa sua, non è colpa di nessuno. Ognuno è su questa terra con una strada già indicata da percorrere, ci si deve solo preoccupare di non intralciare il cammino altrui su quella strada… Quindi non pensavo male di Gigi che non pensava certamente di intralciare la mia di strada.Un amico.

Marco lo conobbi quella sera in discoteca, mi disse essere un bancario e non ricordo il perché, ma mi avvicinò al bancone del bar per parlarmi. Era disperato, e nelle ore estenuanti d’attesa nel l’anticamera della caserma, non resse al terrore di perdere il lavoro per colpa di quello “stupida” serata. In un attimo di distrazione ingollò un grammo che gli era rimasto in tasca. Subito divenne paonazzo e sudava sette camice pur restando fermo seduto su di una sedia. Bussai alla porta del Maresciallo che stava svolgendo accertamenti su ognuno di noi, e lo pregai di lasciarlo andare a casa, in cambio mi sarei accollato la responsabilità di averlo trascinato in quella squallida storia. Il Maresciallo mi accontentò e io, solo io dovetti pisciare a Milano in uno dei bagni del Niguarda una volta ogni mese per sei a venire. Porta aperta del bagno sotto l’attendo controllo di un sorvegliante incaricato di controllare se fosse la mia pipì e non quella di un altro nascosta in tasca in un apposito contenitore, l’avvilimento più grande era essere in una fila di persone che avanzavano a passi lenti verso la visita dal dottore, per aver consumato un prodotto non consigliato dallo Stato, ma di fatto lasciato passare il perlopiù delle volte dal confine dello stesso… per ragioni economiche, per ragioni politiche, per ragioni di potere, e i “perlopiù” che avevano accesso a toccare il celo con un dito dopo aver ingerito un qualcosa di… “stupefacente” proveniente da confine, marciavano in riga, in fila come settecento anni prima fecero i loro antenati messi al pubblico ludibrio, nella pubblica piazza attanagliati da una gogna… e ognuno che passava poteva tirare loro in faccia uova marce o verdura  e frutta marcita. Lo stesso che ai nostri tempi immaginare il Colosseo come fosse lo stadio Olimpico di Roma.  Eravamo lì, in fila come erranti briganti della antica Barbagia, colpevoli di aver provato ciò che questo mondo .. ….. ci ha trasmesso con il suo messaggio in quel momento… o almeno quello che si era in grado di recepire. Fu umiliante ma necessario a non voler mai più ripetere l’esperienza negativa di essere tacciati come chi stava contaminando il mondo con spinelli e qualche “riga”, mentre a casa i nostri “educatori” magari picchiavano moglie e figli, squallido proseguire perché non c’è che di peggio, e non sia condanna unanime di un qualcosa di malfatto verso istituzioni, persone e cose… e la vita, quella che ci siamo faticosamente costruiti da due millenni a questa parte. Da quando Gesù venne tra Noi a risvegliare gli animi di ognuno.

Molte altre cose ad Albino, per mia fortuna, molto più belle e gradevoli, come aver fatto parte della squadra di calcio a sette della gloriosa squadra albinese capeggiata dal presidente Daniela e dal vice presidente Annibale, che sono lo scrivente. Daniela è la ragazza che gestisce un negozio di abbigliamento, a destra del ciottolato scozzese al l’ingresso del paese di Albino dopo la banca e il fruttivendolo. Ebbi forse un “qualcosa di amoroso” con Dany, la fragile ma caparbia e capace Daniela. Si facevano feste da non dimenticare su, alla baita del Mauro, tutti insieme alla squadra, che era composta da sette giocatori senza riserve al nostro attivo. Si mangiava carne arrosto di porco e si beveva tanto di quel vino, grappe, e wischey e quant’altro, che ne annullavano il sapore, rimaneva solo lo stomaco pieno e tanta voglia di mandare affanculo il mondo.

Ricordo di una volta che dovetti sostituire Daniela che doveva presenziare alla visita medica a cui sono sottoposti tutti gli l’atleti prima del l’inizio del campionato. Andai io per Lei, io e i sette del “l’Ave Maria”. Arrivati in ritardo di venti minuti dal l’orario della visita. Il medico si era di già spazientito. Fece fare una serie di esercizi ai sette ragazzi “calciatori”, uno consistette nello stare fermi il più possibile su di una sola gamba. Sei di loro barcollarono paurosamente per tutta la durata del l’esercizio che il più “forte” resse per un minuto e mezzo… il settimo non riuscì a reggersi in piedi su di una sola gamba nemmeno per qualche secondo. Occhi rossi di chi l’ultima canna l’aveva fumata un ora prima, capelli arruffati di una persona che ci dorme sopra tre giorni e sguardo che più fesso non poteva sembrare. Altri disastrose prove attendevano i sette del “l’Apocalisse”, una compiuta più rovinosa del l’altra… ma l’ultima, l’ultima prova fu quella che riscattò il gruppo riuscendo ad impietosire il Medico visitante.

Fu il momento della prova di analisi psicologica. Il Doc. Mostrò ad ognuno dei sette ragazzi molte immagini raffigurate su dei fogli di carta. Immagini strane, confuse, geometriche quando non rotonde, mischiate tra loro come a formare un garbuglio dove cercare nel mezzo di trovare la forma di un animale o di persona, un aereo, un disco volante o anche un nuovo pianeta. I ragazzi dovevano dire al medico sportivo, quali fossero le immagini che riuscivano a cogliere con un colpo d’occhio.

Ci voleva la giusta distanza tra occhi e foglio, la giusta concentrazione e molta calma anche se spinta dal l’istinto che spingeva di più. Ci volle tutto questo per i ragazzi che riuscirono facilmente a riconoscere nel disegno un elefante in un mare di fango grigio come la sua pelle in mezzo a migliaia di scarabocchi assennati, come riconobbero un ufo in mezzo al disegno di mille rottami di un auto demolitore o riconoscere un uomo di colore, dipinto  nel mezzo di una notte africana senza luna… rimaneva in risalto solo il bianco degli occhi e dei denti, il medico si impietosì, la squadra fu abilitata.

Uno dei sette probabilmente aveva fumato una canna un ora prima della visita, gli altri sei sicuramente l’avevano fumata la sera prima… per questo quelle menti offuscate da mille pensieri irrisolti tramutati in immagini, riuscirono senza grandi difficoltà ad interpretare quei pasticci colorati. La loro mente era accomunata da tutto quel disordine, fu facile per loro, e io ero il loro vice presidente… o presidente… non ricordo, ricordo che in una della mangiate pantagrueliche e bevute a fiumi di fine settimana, promisi alla mia squadra di calcio, che qualora ci fossimo ritrovati primi alla fine del campionato, si sarebbe festeggiato in un nightclub del luogo, con una bellissima ragazza per ognuno al fianco… Finimmo quarti su cinque squadre partecipanti. Non ultimi, quindi in un certo qual modo, onorai la mia promessa e regalai alla squadra molte altri venerdì goliardici, e se non si andò al nightclub, si portarono direttamente tre delle ballerine, ospitate e riverite da noi tutti, Maria la Rumena,  Yelena la Russa insolitamente altruista e Elēna anch’essa Rumena.

Rispetto e amicizia da parte di tutti noi, che la malizia la lasciammo nelle fantasie della nostra libidine personale. Venivano a pranzo o a cena fuori dagli orari ordinari che le obbligavano a bere e ballare per ubriachi e “fatti” di ogni categoria…  alle nostre feste non venivano pagate ma ci venivano per pura amicizia, e non solo perché intanto nascevano sentimenti e gelosie come in qualunque altra storia di ordinaria vita tra uomini e donne.  Maria ora è una ragazza pienamente inserita nel giusto contesto sociale e gestisce un bar tutto suo, Yelena e Elēna non ne so più di quanto non ricordi del periodo della loro conoscenza. Yelena si innamorò di me e io non di Lei, era una bravissima ragazza e sarà tuttora una orgogliosa mamma di una bimba ormai donna. Elēna, rumena, piccola, bella come una bambola, con capelli neri lunghi, mossi, che gli arrivavano al sedere che sembrava l’immagine della salute… occhi scuri e sguardo beffardo e spavaldo insieme. Gli occhi di Elēna erano la chiave del suo fascino interiore, l’esteriore erano due tette grandi sul suo esile e bel corpo, talmente grandi che spesso ci si dimenticava di guardare i suoi occhi parlando con Lei.

Mi invaghii di Lei, Lei si innamorò di me dopo che tutto era finito ormai da anni. Il “capriccio” costò caro al mio portafoglio, ma ancora di più al mio cuore. Lei capì dopo questo, e il mio rimase una bellissimo sogno da inseguire, e rimasto senza fiato, mi fermai a riflettere con il finale di sfociare nel più sicuro e placido fiume di Susanna. Anche Elēna come Yelena aveva di già una figlia, e durante il nostro vederci per quel periodo ne aspettava un altro… ovviamente non da me che son sterile, ma questo non fu il nocciolo della questione, il punto cruciale fu che da Lei non seppi mai ne della della figlia vivente, ne della neo nascente… lo dovetti sapere da Caterina, la sua amica, una ragazza alta un metro e ottanta, capelli neri corvini tagliati a “caschetto”, truccatissima con una mise sempre al l’altezza di ogni occasione. Me lo disse quella sera in un albergo di Magürâ in Romania sul confine Moldavo. Venne da me per consolarmi dalla improvvisa partenza di Elēna che disse di dover correre in tutta fretta al capezzale del babbo Jhoesep, un vedovo alcolizzato che viveva a poca distanza dal l’albergo Magürâ, poi maliziosamente Caterina mi fece capire che non correva al capezzale del babbo, bensì tra le lenzuola di suo marito, o il suo “uomo”, significando che comunque me la gettava nelle braccia con il sorriso sulle labbra.  Katy, mi consolò talmente tanto, che il mattino seguente la ricompensai per il “consolo” ottenuto.

Mauro era il proprietario della baita o “casotta” che dir si voglia, in pratica era una stanza grande con un lungo tavolone al centro che poteva ospitare almeno una ventina di commensali, un vecchio televisore che non ho mai visto funzionare, una stufa a legna e in un angolo il camino sempre acceso per cuocere costine e carni d’estate e caldarroste d’inverno. Con Mauro mi vedevo anche per lavoro oltre che per divertimento, e in quelle serate, poi scoprii ben presto che possedeva un “anti dono”, l’invidia, e stupido non fu nel mascherarla e lo scoprii circa dopo un anno. Un anno in cui uscimmo spesso accompagnati da compiacenti signorine, anche per brevi gite al mare, o dove a spese mie si andava spesso al ristorante o in discoteca. Scoprii anche che era invidioso di me addirittura sfiorando la cattiveria perché i suoi occhi che mi gettava addosso dopo qualche bicchiere di vino, non riuscivano più a mentire e non riusciva nemmeno a controllare bene le parole che gli uscivano dalla bocca che volevano essere di tono allegro ma sprizzavano cattiveria da tutti i pori delle corde vocali.

Mauro era invidioso e geloso di me perché le gite al mare o ingressi al nightclub, vino, costine e caldarroste, le pagavo sempre e solo io e non è così che si fa tra veri amici. Peggio suo, io di amici ne ho sempre avuti molti in ogni fase della mia vita e potevo scegliere, lui no, il suo cuore non era ancora in grado di meritare questo dono. Poi, le serate in baita Mauro le trascorse con il suo camino che si accese malinconicamente solo di domenica per lui e qualche anziano parente. Ora non so… spero di no.

Bevvi un altro caffè. Avevo altro da pensare del paese di Albino. Accesi un altra sigaretta per accendere l’eccitazione del caffè con lo stordimento del fumo. Vinse il fumo nei polmoni, e lo stordimento anche se lieve, porta ai ricordi più lontani, un po’ malinconici. In un attimo, ero con i miei genitori al Mulinello, una frazione di albino, il “rifugio” di mio padre. Avrò avuto su per giù dodici, tredici anni, giù nella piccola valle vidi pescare nel torrente che scorreva di fianco la nostra umile casa in affitto, una magnifica trota fario maculata con chiazze tonde e violacee. Si dibatté disperatamente prima di cedere alla forza della lenza che la trascinava a riva, era la forza di quel cibo di cui si nutriva nel torrente in acque cristalline di quei cinquanta anni che erano trascorsi tra me e quei pensieri di ricordi. Forse fu da quei giorni che imparai ad amare la montagna, e anche il “rifugio” che oggi è il mio Albero dei Moroni, un magnifico gelso ormai immaginario, in cui rifuggo tra le braccia dei suoi rami… in alto… molto in alto, la, che possa sentirmi al sicuro dalle cattiverie che faccio e che vedo fare dagli Altri uomini.

Spensi la cicca, alzai il culo da quella seggiola con il solito odioso scricchiolio della tuta ad accompagnarmi nei passi che feci per recarmi alla cassa. Pagai, salutai ringraziando e risalii a bordo del mio drago scorreggione a due teste. Di Albino avevo altro da dire, ma la sigaretta mi portò una freccia diretta al cuore che mi colpì tanto,  che il resto erano perlopiù sciocche goliardie di un tempo passato, un poco sprecato. E quindi rombando quel poco uscii da quel paese subito diretto a Nembro… che altro nome di paese tanto antipatico ricordo solo quello dove vivo. Ma anche lì, a Nembro i ricordi eran belli tosti, personaggi e avvenimenti molto singolari.

Il più vecchio accadimento che mi lega a Nembro, e quando io mi separai da mia moglie e comprai un monolocale su quel viale alberato che in fondo alla strada dava direttamente sul bar della bocciofila. La casa che iniziò il rapporto di convivenza, anche se part-time con Monica che chiamerò Monila in questo finale al narrar di strada macinata con i ricordi che finì felicemente con l’incontro di Susanna, e per non farmi mancare nulla, nel frattempo continuai a solcare inutili ‘tacche’ sul calcio della mia pistola di altre avventure perlopiù vissute con persone disturbate da un qualcosa che non ho sempre cercato di capire, ma ancor oggi non ho una risposta, inventai nomi nel mio pensiero da associare ai fatti, anche perché di almeno metà dei nomi “veri” non ne ho memoria.  quello di Monila lo ricordo, ma preferisco dimenticare. Monila e monile sono la stessa cosa per associazione di valore, nome e oggetto che tendono al lusso, a una vita che ti è propria solo se ricco lo sei di “famiglia”, diversamente è una disperata e continua ricerca al l’impossibile… e siccome io ero un modesto artigiano cominciarono i guai… per questo preferisco si parli di Monila. Seppi che conduceva una vita decorosa e dignitosa, mantenendo il suo stato di ‘bella donna’ pur avendo alle spalle una buona metà di vita.

Significa che non sporcherò il ricordo di Lei, perché l’amore non si cancella, si costudisce nel cuore con qualche sospiro di tanto in tanto… badando bene che sia un anelito di benedizione e non più di quel ‘tipo di sospiri d’amore’. I ricordi di storie di già vissute devono rafforzare l’animo, e mai spegnerlo. Se i ricordi fanno i pompieri di professione si rivolgano altrove, magari al vento, che si disperdano e non disturbino l’animo di nessuno.

L’Amore con la A maiuscola può arrivare subito o nel trambusto di una lunga serie di scorribande sessuali. Quando quella A arriva e rimane con te per Trentuno anni tra alti e bassi e una sera va a giocare al Bingo e ti manca da morire per le due ore e mezza della sua assenza. Quella A che anche i nostri cagnolini che erano Chiwawa due chili prima di ingrassare e che ora sono il bene della nostra salute. Minnie e Roccia, anche loro quando manca Susy sembrano essere in un noioso dormiveglia. Non sanno dove accucciarsi, non hanno lo sguardo di chi vuole un biscotto o una coccola ancora. Aspettano la mia A, che è anche la loro.

Questo è Amore vero pensai, senza che lo stesso sia sfregio del ricordo di altri amori che ho vissuto, che rivivrei uno per uno, anche non era amore con la A… lì a Nembro, in quel bellissimo bilocale fatto su misura della personalità esuberante che avevo, che spero abbiano tutti i giovani…

Paola era una manager che lavorava nella torrefazione di prelibati ed esclusivi granuli di caffè. Dopo aver fatto l’amore, correva in bagno a lavarsi nervosamente e rassettarsi il viso con badilate di fondotinta e rimmel a go go… che il rossetto se lo metteva anche durante l’amplesso.

Giuliana che mentre faceva l’amore, piangeva per il rimorso di far becco il marito, Adriana che faceva l’amore nuda al di fuori di maglietta della salute bianca e calzini bianchi corti che non spogliava mai. Adriana che per Lei e per gelosia di un suo ex, una sera vidi bruciare di sotto casa nel viale alberato la mia fiammante Jeep che Massimo riuscì a farmi comprare a rate da un suo amico. Massimo è il ragazzo di 60anni che stava lottando tra la vita e la morte.

Marilena venne una notte, non era il mio tipo e io certamente non il suo. Sembrava che spuntasse da un mondo fiabesco dove ad ogni incontro fosse obbligata a baciare il principe azzurro. Fece l’amore con me pur sapendo in cuor suo che non ero il suo principe.  Da quella sola notte, non la rividi più… e nemmeno la cercai, Lei aveva altri castelli da visitare lungo il suo cammino.

E ancora una vicina di casa “molto premurosa” quanto “molto gentile” e sguardi penetranti di donne d’altri uomini che per amicizia frequentarono quella casa, il tutto in quel sottile interminabile momento di transizione tra Monila che mi aveva lasciato e Susanna che per un soffio di luce venne dopo tutta questo burrascoso periodo avventuroso, un inutile tempo in cui mi sottoposi per orgoglio al test del se si è ancora “Super”.

Una sola Amica vera in quella casa, con me per otto mesi. La ‘Corbarina’, una ragazza da fisico alla Tomb Raider. Dormivamo insieme, mangiavamo spesso insieme, si andava in discoteca insieme anche due volte in una notte, magari al Vaya vaya nel bergamasco o al Charlie Braun di Milano. Facemmo tutto insieme fuorché al l’amore, per questo è bello rivederla ogni tanto e salutarla con sincera amicizia. Anna ebbe le sue storie e io le mie e le condivisi a tal punto di fare al l’amore con una ragazza e Lei accanto che dormiva o fingeva di farlo. Cazzate di gioventù, stupidaggini senza senso che prevaricano mente e cuore di un uomo, lasciando spazio solo al corpo e la sua “famosa appendice”.

Ricordi tanto belli che non mi scorderò mai. Anna sarà per sempre un bel ricordo della mia vita, un amica. Come non mi scorderò mai di Massimo che anche in quella occasione ci ospitò in quel suo momento di realtà che era essere a sua volta ospite di Lillo che possedeva per beneplacito governativo, una intera collina coltivata a vitigno e annessa alla cima, una bellissima villa con la dependance per gli ospiti attigua alla scuderia dei cavalli.  Quelle Volvo con antenne lunghe sei metri sopra il tettuccio!? La comprò Max per primo e tutti gli altri pecoroni “industrialotti” a corrergli dietro. 5 Volvo con canna da pesca sopra il tetto per i primissimi telefonini mobili che costavano tre stipendi secchi… e Massimo l’ebbe per primo. Lui arrivava sempre Prima. Arrivava, perché Massimo che lottava tra la vita e la morte, non ce l’ha fatta. Il nostro amico, l’amico di mille donne e cento uomini, è stato aggredito a malo modo da un male incurabile… lo stesso non morirà nei cuori di tutte le persone che hanno avuto il piacere di conoscere ed amare, me per primo.

Attraversai quel paese di ritorno da un bel viaggio che mi portò al lago d’Iseo, dopo molte rotatorie con al centro obelischi che ricordavano Roma nuova, uscii dal paese e spostando lo sguardo alzandolo verso destra del mio camminare sulle ruote, vidi Lonno dov’è altre storie d’amore colorarono le mie felici giornate di gioventù.

Lonno era la mia Città Alta, la mia fantastica antichissima Bergamo Alta. Era nel senso che “era mia” perché divisa dai soli abitanti per una piccola  parte del l’anno. Un guardare dalla collina, per vedere un immenso panorama ai tuoi piedi. Miriadi di puntini color salmone rischiavano la sottostante visione. Era lì, a Lonno che incantavo le giovani donne con cui accompagnavo il mio sguardo. Il ricordo più antico che ho di Lonno risale a quando con amici, affittai una stanza per poterci passare delle giornate di sabato e domenica con delle allegre pulzelle, ma ahimè, il primo appuntamento fu anche il più tragico di tutta la mia storia di Lonno. Conobbi Raffaella che non avevamo trentasei anni in due. Lei lavorava come designer in un studio d’arredamento, al l’epoca molto conosciuto, e non ricordo per quale bizzarro motivo ci demmo appuntamento a Lonno di domenica pomeriggio successiva, probabilmente semplice attrazione  giovanile.

Alle due in punto. Che al tempo si andava sulla fiducia del solo nome scambiato con una stretta di mano, e lo sguardo degli occhi se la persona fingeva o era di serie intenzioni… una reminiscenza di come si faceva negli anni sessanta che erano trascorse da solo un solo ventennio, ma era ancora un ‘sistema infallibile’. Alle due di quella domenica, Raffaella non era ancora arrivata a Lonno. Io mi ero profumato di tutto punto e giorni prima, avevo fatto preparare alla mamma i vestiti della domenica. Ma alle tre di quel pomeriggio, Lei non era ancora arrivata… e non arrivò più ne quel giorno ne mai. Seppi poi della sua tragica dipartita in quel disgraziato incidente che avvenne il sabato precedente alla domenica del nostro incontro, che più non fu.

E Lonno mi terminò di sotto le ruote giù a valle, così svanirono altri pensieri che ora riguardano perlopiù le magnifiche passeggiate in mezzo ai suoi boschi che faccio sovente per stare con me stesso senza ruote e motore di sotto il culo. Solo sui miei passi in compagnia dei miei adorati cagnolini, salii  quella collina dal lato ad ovest che da Ranica mi portò al ristorante belvedere da Romano sulla collina di Alzano e da lì abbandonare il manto asfaltato per arrivare alla chiesa in località Brumano, una boccata di fiato e percorro l’ultimo chilometro che sale sul sentiero che si snoda a lato del più piccolo cimitero che abbia mai visto e arrivai sulla cima di Lonno, decisi se andare dal Marco, o dai nostalgici ragazzi con idee rivoluzionarie di estrema sinistra che gestiscono una pizzeria, dove l’equivalente del conto di un pasto consumato con caffè e grappa corrisponde alla metà del prezzo da dover pagare normalmente in un punto di ristoro in città, alla sola condizione che chi ti “serve” il cibo non si considera un “servitore” semplicemente sta compiendo il suo dovere-piacere ad un suo pari chiunque socialmente esso sia. Una pizza da Loro o da Marco, un ragazzone grande e grosso che sembra un guerriero vichingo ma vende panini imbottiti nel suo supermarket, con il vino alla spina migliore che abbia bevuto prima e una grappa nostrana da far girare letteralmente la testa perché supera di gran lunga i 40 gradi.

Lui preferisce identificarsi in un guerriero Apache. Il suo animo è alla ricerca di una nuova compagna con cui poter vivere gli anni che ancora gli rimangono in gioventù, da passare il più possibile con la sua adorata figlia avuta dal precedente matrimonio. E questo struggente motivo lo fa combattere con tutte le forze alla continua ricerca di ciò che più desidera. Marco beve meno alcolici se non per niente, e l’ho visto mangiare mele per cena. I suoi occhi risplendevano del loro azzurro e non erano più iniettati di rosso malessere.e spuntando dalle folte sopracciglia scrutando sinceri di sotto il ciuffo di capelli mossi di biondo colore. Ma lo sguardo di Marco deve guardare un po’ più in basso, dove ha il cuore se vuole osservare il suo punto di forza, spesso se ne dimenticava e lasciava il posto a quel pizzico di malinconia che accompagnavano i suoi occhi. Ora non fa più panini, quelli li mangia nei momenti di pausa pranzo al l’aereo porto dove  guida limousine e auto ‘particolari’ come autista privato… forse un altro passo verso la conquista di una nuova personalità. Lasciai Lonno con lo sguardo mentre ero nel frammezzo di Viana, una frazione con una chiesa bianca e poche case a ridosso dei docili pendii.

Lina, era di Lonno e non so più di dove sia da oltre quarant’anni. Lina fu “la mia prima volta”. Si presentò quel giorno in casa di Claudio, era un pomeriggio di domenica. Perché fossi lì quel giorno non ricordo, forse il vederla come era “vestita” Lina prima di intrufolarsi con me nelle lenzuola, mi fece dimenticare altri inutili particolari di quei momenti. Sembrava mi trovassi attore principale in un film di Tinto Brass deglii anni 70, e di fatto si era in quegli anni. Lina indossava Una lingerie da infermiera “per ricchi”. Bianco il mini reggiseno tutto traforato i ricami che a malapena riusciva a contenere i capezzoli, mutandine come sopra, e calze velate anch’esse bianche con reggicalze che mi sembrava di avere accanto Ursula Andress, occhi azzurri e capelli biondi a caschetto, una pelle liscia e abbronzata di fine estate, fecero scempio del perché fossi lì quel giorno. La mia prima volta… e siccome non ero ‘uscito’ dal film, ingenuo come sempre, pensai che fosse amore, invece i miei ‘amici’ dissero che fu per il regalo di un paio d’occhiali Ray Ban che gli donai il giorno prima. Dare loro torto era dura… all’epoca con un paio di occhiali da piloti di elicottero che proveniva direttamente dal l’america al costo di 140mila lire, si poteva ingaggiare qualunque comparsa di paese a recitare per un film di basso contenuto morale… tanto per rimanere in tema di un film. Ma il tutto mi piacque comunque moltissimo e pensai senza trarre delle ulteriori conclusioni, che anche fossero “stati gli occhiali” a combinare la mia prima volta, il film avrebbe avuto un grande successo.

Lasciai anche Viana di Nembro dove non conservavo altri ricordi, e quel viale alberato condusse me e la mia moto ad Alzano che essendo “l’imbuto” obbligato del mio ritorno a Ranica, ancora mi fece pensare ad un più recente presente…

Ho fatto amicizia con il mio sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico ‘io molto piacele lavolale pel Te’.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni. ‘Non potele taliare botoni, toco qua, su spala’… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che mi son perso camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, mi aveva affascinato molto tempo fa per la sua simpatia, e per la sua serietà professionale.

Un anno prima gli diedi dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Lui mi accorciò il “cavallo” quel tanto che potette farlo, ma lo stupore più grande fu quello che innescò la nostra amicizia…

Plus mi disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mi stupì molto, e apprezzai che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori era evidente provenisse dal Mexico. Questo suo modo di vedere radiosamente un altro ‘mondo’ oltre che apprezzare il “nostro”, fu per me un segno di altruismo gratuito che apprezzai moltissimo. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il bellissimo figlio per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, altre tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. Una ottantina di giorni l’anno di riposo per Plus e più di duecent’ottanta di lavoro, ogni giorno per almeno una decina di ore lavorative.

Desidero conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà per andare sui monti bergamaschi a ritemprarsi con la sua famiglia al seguito. Desidero conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnarmi perché ho molto da imparare, oggi da Plus, che vive ad Alzano e seppellisce i suoi morti in Cina, e ora Alzano ove son giunto al l’andata del mio viaggio e poi al ritorno, al finire del mio viaggio al lago, in sella alla mia moto.

Stavo per giungere a Ranica da dove son partito, il paese dove divido i miei respiri con il sonno quando m’addormento.  Pochi ricordi che ancora mi sovvennero nel breve tratto di strada che separava le mie ruote artigliate da Alzano a casa. Uno di questi ricordi è di Giorgio che non è  il suo nome vero ma del padre a cui il figlio con i veri nomi di Leopoldo Clemente, dedicò il nome della trattoria che gestisce a Ranica. Una persona che viene chiamata Giorgio Leopoldo Clemente che viene abbreviata con Giò, Leo, Clemenz, non può che essere una persona dai mille volti.

Non può essere che una persona eclettica, esuberante e sincera. Clemenz, come lo chiamo affettuosamente io, possiede una comoda casa in centro al paese, ma si è comprato un rudere in collina che poi ha saputo trasformare in una gradevolissimo e confortevole nido in mezzo al bosco. Due Asini, anatre, due cani meravigliosamente meticci e liberi di gironzolare a piacimento nel bosco e tre gatti randagi adottati più qualche gallina che gironzola intorno alla casa di Leo, una raccolta originale completa di Tex Willer accatastata sopra delle botti, che fanno da arredo nel salotto di casa, piccolo come un confetto, grande quanto potevi ammirare dalla finestra che si apriva sopra il mondo giù a valle, sono il contorno del tutto. Questa ora è la sua nuova casa che divide con la compagna Dorian.

Quando Clemente non è in baita, di notte fonda, dalla mia casa a valle (che tanto mi piacerebbe fosse il contrario ) si sente un forte e disperato ragliare dei suoi asini. È come avessero paura della presenza di tre Gnomi che si aggirano nella proprietà del Giò. Leo li vide una notte, e li filmò sul l’ingresso del viale in discesa che porta alla sua alcova. Disse che erano simili a bagliori con colori del l’aurora boreale, ma raccolti con tratti ben definiti in figure di uomini luminescenti di poca e goffa altezza. Quegli Gnomi discutevano tra loro per un fattaccio successo moltissimi anni prima, quando la proprietà di Leo era di un contadino che chissà per quale motivo decise di togliersi il dono della vita, proprio in quel punto dove li vide e li filmò Clemente. Evitai di ricordare come decise di ‘andarsene’… e gli Gnomi ancora si ritrovano di tanto in tanto  Clemenz dipinge, Leo inventa, Giò ora si gode la pensione e va sugli sci ogni volta che nevica, fa in modo che per Lui ogni giorno sia sempre una festa, trattoria da Giorgio adesso la gestisce il figlio.

Amici ‘nuovi’ a Ranica, il parroco Don Francesco che ha fatto come il Carabiniere in carriera che “andrà lontano” solo se avrà modo di conoscere bene chi delinque… perché prima di avere in affido il gregge del suo paese Don Francesco era un bancario e lavorava in un istituto di credito… Sono felice di aver conosciuto il Curato Don Giampietro e Don Paolo. Don Giampietro lo amo perché ‘predica’ in un modo dal sapore antico quasi come il mio tempo vissuto… esprime concetti e aneddoti semplici e chiari da capire che solo un grande cuore può riuscire a far uscire dalla bocca parole tanto sensate che arrivano direttamente al l’animo. Non bastasse è un prete dalla faccia sincera, ha la “faccia da Prete. Don Paolo ha il fervore dentro e per gridare al mondo la Parola si rivolge ad un pubblico giovane, fresco, che scemerà con l’età avanzata di chi l’ascolta in retorica Sacra più consona a chi lo saprà ascoltare, perché il vino buono ha bisogno del suo tempo per maturare, così come tutti Noi… e Don Paolo sarà ancor più degno della tonaca che indossa.

Ranica ora è casa, il mio rifugio, entro nel box e tolgo voce al boxer che anche oggi mi ha trasportato in con i suoi due potenti pistoni nel fantastico viaggio su ruote nella strada dei ricordi.

Dalla tuta di pelle da moto alla tuta di ginnastica, una doccia e magnonche sensazioni di benessere invadono il mio spirito. Sono stanco e felice come un contadino dopo una giornata di lavoro nei campi, e dal balcone vedo l’immagine riflessa… è di una biforcazione di due rami in fondo allo sguardo, e vedo immaginariamente il mio corpo vestito di scarponcini da montagna e da pantaloncini a gambe corte, io, proteso a quattro membra avvinghiato alla base e al l’estremo dei rami biforcuti di un grosso platano in segno di pace, come fossi l’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, quello dei 2€.  La in alto, dove mi piace stare… più vicino a chi dico io che È Immensamente più grande di chiunque e qualunque cosa, l’Amore, che io chiamo Dio. e che ognuno chiama e chiamerà come meglio il suo cuore gli consigli.
Mi vedo la, su quel l’albero maestoso che reclama la mia presenza, un atto dovuto per dimostrare ancora una volta i limiti delle proprie possibilità. Quel Platano ultra centenario che si erge in fondo a quel giardino rasato al l’inglese, proprio di fianco a pochi metri d’una Quercia altrettanto vecchia. Salire seminudi e arrampicarsi sull’albero come si faceva da ragazzi, sfidare l’altezza che ci separa dal terreno e con qualche sbucciata di pelle raggiungere la meta.
La meta che non deve essere necessariamente di aver fatto il proprio dovere lavorando, ogni tanto bisogna sfidare se stessi in natura, perché un conto verde in banca non da la vera felicità.
Confrontarsi con la natura invece che con la politica o il lavoro, vedere chi sei come Uomo o Donna, dove è arrivato il percorso del tuo cammino, a che punto si è nel l’affrontare il lungo viale che al Cielo piacendo è ciò che ci rimane.
Se dopo un abbondante mezzo secolo si riesce a salire sul platano per scattare una fotografia irripetibile, si possono ancora sopportare “balletti di danza” tra “bianchi, verdi, rossi e neri“, e dire di tutti buone e cattive parole.
Si può ancora lottare per convivere tra tutti i colori di pelle di ogni Popolo. Si può ancora cercare di vivere… invece che sopravvivere e buona giornata al mondo che incombe e troppo spesso soccombe.

Buona giornata alla vita che ci attende accompagnata mano nella mano con i nostri ricordi. Che sono i ricordi di tutti, i miei sulla moto, altri a cavallo e molti a piedi… come altri ancora a prendere emorroidi, fama e soldi, seduti su di una poltrona sbandierando il proprio “colore” di appartenenza che varia come in natura secondo le stagioni. Quella sulla terra, è una lotta a chi ha più emorroidi.

Ma questo lo so, ed è inutile me lo ripeta nella mente dopo un così bel viaggio in moto con me stesso alla ricerca dei ricordi più belli.