FEBBRAIO

01 FEBBRAIO 2050 Santa Verdiana, Santa Brigida, S. Severo, S.Orso, Santa Brigitta

 

 

02 FEBBRAIO 4183 presentazione di Gesù al tempio, S. Sabatino.

IMPARARE A VOLARE.

Icaro ci ha provato e s’è scottato le ali. Icaro poi scagliandosi da quel dirupo, non si salvò e affogò nel mare sottostante. È volato troppo alto, vicino al sole. Suo padre glielo aveva detto che la cera sulle ali si sarebbe sciolta, ma lui testardo ha sfidato la sorte, e come noi ora che abbiamo risvegliato la bestia stiamo sfidando il coronaV. Forse anche noi abbiamo volato troppo in alto… come Icaro, e se la mitologia è frutto dell’invenzione della mente, fantastico non di meno è il morbo invisibile che ci assale. Forse il rimedio più efficace è volare più basso… fare come i cani che abbaiano quando serve e non vogliono mai volare e per essere sicuri di ben toccare il suolo usano quattro zampe così da rimanere ancorati a terra… che a volare ci pensano gli uccelli.

 

03 Febbraio 2020 S.Biagio, Santa Ofelia, S. Oscar, s.Adelino

Sei un bosco di pensieri nella mia mente che il sole non fa passare
Sei un fiume di parole che l’attraversa,
Sei l’aria che tutt’intorno respiro.

Eri mia e lo sarai per sempre, ero tuo e lo sarò fino alla fine del mondo, amore mio.
Ora la tua luce non passa tra le fronde e io non vedo più il colore dei tuoi occhi
Sei l’aria che tutt’intorno respiro, eri mia e ti ho perso tra i rovi spinosi della vita dove adesso ti sei rifugiata.

Colsi fragole nel giardino sbagliato, mai frutto molto dolce è ancora amaro come il sapere che non troverò il tuo sorriso tra le lenzuola di questa casa ormai vuota anche del tuo profumo.

Forse un giorno mi perdonerai e sarò qui ad aspettarti e il bosco dei miei pensieri, tornerà a risplendere nel cuore, avrò un fiume di parole da dire al mondo che m’ascolta perché… sei l’aria che tutt’intorno respiro.
Sei l’amore che non ho mai conosciuto, l’amore che trasforma tutto in una magica follia che ti fa vedere le stelle brillare come non s’erano mai viste…
Anche non tornassi più a rivedere la luce, Tu Sei.

 

04 FEBBRAIO  2020 S.Giliberto.

LETTERA DAL CARCERE.

Passerà il tempo di questo sbaglio e saprò starti vicino, un giorno tutto finirà ci sveglieremo accanto e staremo per sempre insieme.
Conto le ore e ripenso al passato che ci ha visto felici e non contento ho cercato per noi la stella più in alto da raccogliere, ma era troppo lontana, oltre i confini del bene  e pur sapendo di sbagliare ho voluto riempire a misura già colma del sacco che conteneva tutto il nostro Amore e non avevo più corda per chiuderlo così se n’è volato via.

Vedo il sole filtrare dalle sbarre dei miei occhi e del mio cuore, seguo la luce che ci separa e anelo di starti accanto, intanto conto i giorni e i mesi che sono una pena infinita senza il calore dei tuoi baci. Tornerò amore mio, aspettami è stato solo un errore umano, il vero errore sarebbe non amarti.

 

05 FEBBRAIO 3131 Santa Agata, Santa Alice, Santa Heidi.

 

06 FEBBRAIO 14. 23 Santa Amanda, Santa Dorotea, Santa Fedora, S. Gastone, S. Guerrino, S. Paolo Miki.

 

07 FEBBRAIO 2020 S.Teodoro, S. Riccardo, Santa Giuliana. ARA

 

08 FEBBRAIO 2019 S.Gerolamo, Santa Giacomo, S. Girolamo. ARA

 

09 FEBBRAIO 2018 S. Rinaldo, Santa Apollonia. ARA

 

10 FEBBRAIO 2017 S. Guglielmo, S. Indio, Santa Scolastica. ARA

 

11 FEBBRAIO 2014 ore 21.10 Santa B.V Maria di Lourdes, s. Dante

E’ difficile, difficoltoso seguire il proprio cammino giorno per giorno,  lentamente e con metodicità incuranti di tutto ciò che succede intorno. Anzi la parte incurante viene dopo che si ha sapientemente selezionato ciò che è bene e ciò che è male, quando discerni il giusto e lo sbaglio rappresentato quasi sempre dalle azioni e le cose che compi a loro volta rappresentate dalle persone che per dovere e per desiderio frequenti in una giornata.

Per fortuna c’è chi ti ascolta al sol patto che ci si ponga quotidianamente di fronte a delle scelte che caratterizzano il proprio vivere  e plasmano il cammino terreno per darci la possibilità di una salvezza promessa che ugualmente  nulla preclude ai tuoi desideri terreni, ma non è facile…dipende dalla predisposizione che hai accettato nel voler crescere umanamente parlando, cioè stare con gli altri separando chi ti vuole succhiare linfa vitale dallo spirito e da chi invece vuole imparare a percorrere il suo cammino servendosi di te prendendosi a prestito quel che ti è stato dato per grazia divina ergo attingere la dove tu sei difficoltosamente arrivato.

Non che si siano scavalcate montagne invalicabili, sei solo un poco piu’ avanti e te ne rendi conto perché la vita non è stata rose e fiori per te, chi ha amore di suo non ha mai vita facile, tanto gli viene dato tanto e più gli viene chiesto, anche se in fondo non è impossibile., Dio. non chiede mai più di quanto tu non possa dare… anche quando il fardello delle pene pare insopportabile.

Lottare, sempre lottare con la quotidianità questo è l’imperativo, un continuo cercare le risposte là dove il male arguto e non poco intelligente si isinua per tentare di ostacolare il tuo cammino, per impedirti di vedere la luce, quella luce che tutto rende più chiaro ai tuoi occhi, che ti fa sopportare le ingiustizie, che ti sprona a nuovi orizzonti, a nuove mete, con i suoi dubbi e le sue incertezze  ma con il fine sempre stesso… la luce, la risposta, che ci arriva in continuazione mandandoci segnali inequivocabili sulla divina presenza che sempre e dovunque impera con il suo incommensurabile amore.

Il male è lì accanto a chiunque e si manifesta trionfante in mille forme di malaumanità ma rimangono comunque innumerevoli i casi di strapotere dell’ amore.   Solo deboli, stolti e insoddisfatti perenni lasciano che il loro cuore venga occupato da segnali di disturbo da parte di fosca entità maligna che se la ride quando carpisce una di queste miserabili vittime.

Difficile scalare la china del monte a piedi e anima nudi ma anche impensabilmente facile stare dalla parte di chi perdona sette volte sette… difficile stare dalla parte del bene ma, non impossibile. C’è sempre un posto bello oltre lo sguardo.

 

12 FEBBRAIO 2016 S. Costante, Santa Eulalia, Santa Vittoria, Santa Eva ARA 2016

 

 

13 FEBBRAIO 2015 S. Benigno, Santa Fosca, Santa Maura  ARA 2015

 

14 FEBBRAIO 2014 S. Valentino, s. Cirillo, S. Fiorentino, S. Apollonio ARA 2014

 

15 FEBBRAIO 2020 S. Faustino, S. Giovita, Santa Giorgia, S. Sigfrido.

I DODICI APOSTOLI.

I Dodici Apostoli sono stati sostituiti e si sono moltiplicati. Ci eravamo stancati di ascoltare sempre di miracoli e cose belle e buone fatte dal Figlio dell’Uomo testimoniate da quei ”12” Basta! finalmente abbiamo oratori di pace e di serenità che hanno altri volti e altri nomi e sopratutto sono per la gran parte donne e non solo uomini come i “dodici”. Adesso abbiamo gente famosa nel mondo dello spettacolo e dello sport e ci sono ’le’ o ‘gli’ influenzatori e per fare in modo di essere sicuri che si sia cambiato veramente tutto, li abbiamo chiamati Influencer che già la denominazione internazionale ci da l’idea che diranno cose di rilevanza vitale…

 

16 FEBBRAIO 2020 S. Samuele, S. Onesto, Santa Giuliana, S. Elia.

“I Dodici“

Ferragni e Federico alias Fedez che fa più figo e rende ancora più interessante il suo nominarlo, hanno un consenso di 18milioni di persone che seguono le loro straordinarie e sbalorditive giornate vissute in casa per il coronaV. Insegnano a tutti la moralità, la rettitudine, la bontà e la carità attraverso i loro esilaranti spot, per esempio dove cambiano il pannolino sporco di cacca al figlio mettendo bene in mostra la marca di chi lo produce ed ecco d’incanto una valanga di soldi nelle loro tasche dallo sponsor e 18 milioni di follower ( che voti non è figo neanche questo )… un pannolino sporco di merda… vuoi mettere al confronto di ciò che diceva alla gente l’Apostolo Giovanni che 18milioni di ascoltatori se li sarebbe visti solo in sogno come Paolo sulla via di Damasco…

 

17 FEBBRAIO 2020 S.Flaviano

“i Dodici”

È un bel sistema questo parlare moderno alla gente, Kim Kardashian parla al cuore della gente mostrando al mondo come vive le sue giornate  con il marito e i suoi quattro figli, però per non offendere la morale non si fa vedere in bagno quando fa la pipì, si limita a mostrare come spende i quasi 400 milioni di dollari che ha accumulato regalando chicche di vita come far vedere cosa mangia e come veste… sempre mettendo in evidenza le marche dei prodotti di consumo e degli abiti che indossa, che in questo periodo pandemico sono di vitale importanza.  C’è molto da imparare, imparagonabile a Tommaso che incredulo infila un dito nella piaga nel costato di Cristo… Lei ci crede… che Noi ci crediamo…

 

18 FEBBRAIO 2020 Santa Artemisia, Santa Cinzia, S. Claudio, Santa Cuzia, Santa Costanza.

“i Dodici”

Ronaldo è uno dei più grandi calciatori del mondo, forse non è un influencer ma arriva ad avere duecento milioni di follower nel globo… e lui si che ne ha di ben donde nel mostrare la sua faccia ‘asettica’ al mondo. Cosa abbia da dire uno che si allena 12ore al giorno e il resto della giornata quando non gioca lo passa lontano da tutti e da tutto per rimanere incontaminato dalla gente che non caga nemmeno di striscio perché si sente un dio, e nel suo Olimpo per loro non c’è posto, lo sa solamente lui… e 200milioni di altre persone. Forse è un grande esempio di umiltà e qualcuno come me non l’ha ancora capito. Di certo non può essere che così, ed è per questo che ha ‘stracciato’ letteralmente l’essere umile di Pietro che ha chiesto di essere crocefisso sulla croce a testa in giù perché non meritava di morire come Gesù…

 

19 FEBBRAIO 2020 S. Mansueto, S.Alvaro, S.Corrado, S. Gabino, S. Pubblio, S. Tullio

“I Dodici”

Giulietta C. è anche lei una influencer che dall’alto del suo ‘sapere’ dettato dai suoi 23 anni , dispensa consigli utili alla morale e all’etica pubblica con i suoi 30/40/mila consensi quotidiani, uguale come altre ragazze che a 23 anni non ci arrivano nemmeno e ci spiegano usanze e costumi di luoghi visitati in Italia a bordo di lussuosissime automobili, abiti da sogno e alloggi da pascià attraverso la trasmissione televisiva Donna Avventura che hanno la media di 3/4 milioni di spettatori ogni puntata… e con la gente che muore di malattia e di fame per la pandemia in corso o che “semplicemente” ha perso il posto di lavoro, certamente fanno del bene al morale di tutti. Gli apostoli Giacomo, Filippo e Andrea, fossero ancora tra noi impallidirebbero al cospetto di si tanta positiva influenza fra la gente, peccato per loro avere avuto solo cervello e Cuore e non avere avuto solo “due tette e un culo” da donne ventenni…

 

 

20 FEBBRAIO 2020 Santa Giacinta Marto, S.Eleuterio.

”I Dodici”

La categoria emergente dei rapper è addirittura sconcertante per l’affluenza che richiama la loro splendida musica con sole due o tre note musicali e tre parole che saprebbe comporre anche una persona qualunque con capacità cognitive molto limitate, e i loro nomi la dicono lunga sull’efficacia di attirare a sè la gente, non sono i ‘soliti’ Taddeo, Bartolomeo o Simone, bensì si chiamano Guè Pequeno con 1milione di supporter, o Ernia con pochi meno ascoltatori o ancora quell’esempio di semplicità di Achille Lauro che con la sua “me ne frego” melodiosa musica che incanta i cuori e sopratutto con il senso profondo del significato delle sue parole che danno un giusto avvio alla vita dei giovani pensieri di chi l’ascolta.  E per non farci mancare nulla abbiamo Jake la furia con 400mila follower che di certo non è un nome e personaggio “barboso” come Giacomo figlio d’Alfeo.

I dodici Apostoli finalmente sono stati sostituiti da centinaia di altre persone che sanno attirare a sé la gente con milioni di fans e follower… per citare alcune autorevoli soubrette come Valeria Marini e Belen Rodriguez che  insegnano instancabilmente come la vita deve essere condotta e vissuta, strano solo che nessuno e nessuna di loro abbia mai avuto il buon senso di chiamarsi Giuda… non perché siano dei “traditori” solamente perché Giuda ha avuto il coraggio di pentirsi e restituire le trenta monete d’argento gettandole nel Tempio… con la ”Barbarella” ( che passa i sessanta e si fa ancora chiamare con un diminutivo da tenera cuccioletta ) che le va a raccogliere per creare il cimitero della tv spazzatura…    Qualcuno ci salvi, o che il Cielo ci aiuti per favore! Qualcuno ci salvi… o ci mandi indietro gli Apostoli di prima…

 

21 FEBBRAIO 2020 Santa Eleonora, S. Pier Damiani. ARA 2020

 

22 FEBBRAIO S. Ariosto, Santa Margherita. ARA 2019

 

23 FEBBRAIO S. Policarpo, Santa Romina, S.Romana, S. Milo, S. Livio ARA 2018

 

 

24 FEBBRAIO Santa Fiorentina, S. Edilberto, S. Modesto ARA 2017

 

25 FEBBRAIO 2098  S.Romeo, S. Nestore, S.

In cielo ci sono le stelle, e ne vedo una sopra il tetto di una casa davanti al mio sguardo.
La osservo un po’ stordito, la sua forma è alquanto ‘strana’.
A cena ho aperto una bottiglia di quello ‘buono’, la squadra di calcio che ho nel cuore stasera gioca la partita di calcio più importante di tutto il suo passato sportivo, vincere sarebbe bello.
Per loro… soldi e gloria, per noi spettatori la gloria.

Noi siamo ‘abituati’ al bene, spesso ci nutriamo ‘solo’ di quello… Intanto osservo quella stella.
Ha una forma di due bastoni luminosi che compongono una ‘specie’ di croce ricurva luminescente.
Dopo il vino buono, e non bastasse un mix di grappa del ‘Trentino’ e 51 gradi di “nostrana” dei colli, e quella croce sopra il tetto sembra due mezze lune incrociate.
È sempre lì, ogni tanto la confondo con il fumo della sigaretta, e quella stella mi giunge negli occhi ancor più nebulosa’.

È una buona serata per lo spirito.
Ha vinto in larga misura la mia squadra, uno spettacolo nello spettacolo. Intanto guardo quella strana croce che non è più tanto strana. È una croce illuminata, la stessa che si illumina di lampadine e troneggia sul monte, tant’è che penso sia quella. Dopo mezz’ora all’aria aperta di un febbraio, grappe e vino svanite col fumo della sigaretta vedevo distinta quella croce… come fosse la più bella stella in cielo.

È passato un giorno, non vedo la stella curva sopra il tetto, più in là distinguo perfettamente la croce illuminata sopra il grande colle del paese dove vivo.
Non c’è più la stella di due mezze lune sopra il tetto della casa che ho di fronte… ripensandoci poteva essere un ufo… o razionalmente più verosimile era una stella enorme che esplosa si è ricomposta in una croce che si è dissolta nello spazio infinito… sopra tutto, preferisco pensare che Dio. mi abbia sorriso.

 

 

26 FEBBRAIO 2019 S. Faustiniano, S. Cornelio. 2019 ARA 2016

 

27 FEBBRAIO  S. Antigone, S. Leandro, Santa Onorina, Santa Aleandra/o, S. Gabriele dell’ Addolorata

Tutta luce in una stanza

Ombre nere, e Te che mi fai star bene. Tutta la luce in una stanza, una fiamma sempre accesa e acqua che disseta la voce del cuore che sei Tu mio Amore. Avanzare nel buio di una notte cercando una luna nascosta tra pensieri nuvolosi che ti inseguono oltre il niente e ti trovano fra queste quattro mura… tutta luce in una stanza. La tua presenza è sogno dolce… amaro in lontananza… è come il vento che spira d’ogni dove senza saper dove andare, e aspetti il suo placarsi. Sei la torcia che arde dentro come fosse un manto di stelle che macchia di splendore il Cielo. Tutta luce in una stanza.

 

 

28 FEBBRAIO  Santa, Antonia, Santa Antonella, S. Romano 2014 ARA 2014

 

29 FEBBRAIO S. Osvaldo, Santa Ilaria, S. Augusto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GENNAIO. TRECENTOSSESSANTACINQUE & MEZZO PENSIERO.

01 GENNAIO 9010 S. Maria Madre di Dio. S.Telemaco, S.Concordio, S.Fulgenzio

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… I LOVE LONDRA… l’ALTRO MEZZO PENSIERO…

La parte riservata al 29 Febbraio ogni due anni.

Magnifica la cattedrale di Westminster, dove entrando ti senti nel mezzo di una parte importante della storia del mondo, a partire del primo sovrano che nel 1066 vi fu incoronato, Guglielmo il conquistatore, e in tempi più recenti, Re Giacomo, e la Regina Elisabetta I .     E poi ancora ho avuto modo di vedere e di calpestare le tombe commemorative di illustri nobili ivi sepolti da, Lord Byron, Charleston Dichens, William Shakespeare, Oscar Wilde, Winston Churchill e fermiamoci che se ne nomino altri che nemmeno saprei chi fossero stati,  che l’ultimo triste ricordo di questa cattedrale, per me comune mortale, va all’indimenticabile Principessa del Galles Lady Diana Spencer, perché vi furono svolti i suoi tristi omaggi funebri.   La stessa splendida Principessa di cui visitai anche la residenza da divorziata e i magazzini del suocero pro tempore  Alfayed, “da Harrods”, anche se in verità mi pareva di essere in una banca centrale tante erano le guardie addette alla sua sicurezza, e tanti erano gli articoli esposti che i più comuni andavano dai reparti Rolex agli show room degli stilisti di alta moda nel mondo.

E ancora Portobello Road, con le sue vie multicolore e i suoi negozi stracolmi di souvenir e curiosità di ogni genere, e li vicino, un castello meraviglioso, residenza estiva dei reali, dove si era aperto un ala, per la visita dei turisti, e non ne ricordo il nome, diversamente l’avrei scritto. Immancabile una capatina nel più prestigioso locale dei Beatles, un longe bar con al suo interno una sorta di museo allestito per il famoso gruppo musicale, l’Abbei road NW8 city of Westminster, dove di questo locale mi impressionò vedere uno dei reggiseni da scena di Veronica Ciccone, che pronunciarne il nome d’arte, mi da’ fastidio, e mille altre curiosità e accessori per vip.

Una bella coda di almeno tre quarti d’ora, c’è la siamo fatta pure per entrare nel locale allestito per Hard Rock café, ma non comprai una sua mitica maglietta, 140 mila lire, preferii spenderle diversamente.   Facce strane, come quelle degli Ebrei con barba e cappello a tesa dritta, che non davano nemmeno troppa confidenza, fu bello invece veder passeggiare uomini elegantissimi di origine africana, con capelli lunghissimi a treccine come il ‘rastafariano’, rimanevo esterrefatto nel vedere donne con chioma rasata da una parte, e capelli lunghi e fluenti dall’altra, per il colore dei capelli stessi poi, non ne parliamo, era normale vederne almeno due di questi colori, su che variavano dal biondo-viola al nero-bianco, capelli portati con una indifferenza che mi lasciava basito.

Una città Londra, che ben si sposa con il promiscuo razziale, nel rispetto di ogni tendenza sessuale, religiosa e politica se vogliamo, una città che vale la pena di vedere e visitare per la sua straordinaria moltitudine di stranezze e ambiguità, che comunque vivono di fatto in uno dei posti più conservatori del mondo, E sarà perciò che affascina, e sarà per questo che invade gli occhi e i sensi… e rimango qui a Bergamo a far ‘vasche’ sul Sentierone. I Love Londra.

 

02 GENNAIO 2015 S. Basilio, S.Gregorio, S.Adelardo, S. Odilone, S. Macario, S. Basileo

img_0281È un riunire del tempo per capire da quanto ti Amo, per ricordare quando è scaturita la scintilla in Noi, …  è un indagine d’Amore.

Che quella sera di 28 anni or sono, con l’irruenza della mia giovane età, non immaginavo certo di festeggiare anche oggi una ricorrenza così lunga, così duratura, così piena d’Amore, essenziale per continuare a vivere con il vero senso di farlo. Non immaginavo di fare tanto cammino con a fianco l’altra esatta metà di me, destinata nel tempo a diventare lo specchio della mia Anima il clone del mio Amore.

Sono state mille le volte che ho rischiato di perderti, mille le volte che ti ho detto ti Amo, che forse da principio lo dicevo perché si doveva dire, oggi te lo dico perché lo dice ogni centimetro della mia pelle, lo dice ogni mio primo pensiero, lo dice ogni mio respiro, lo dice il mio cuore. Ti Amo compagna di tante avventure. Ti Amo compagna di gioie e dolori. Ti Amo ogni giorno di più di quello che l’ha preceduto, e domani per importanza  annullerà quello presente …  e ora non te lo dico per dire, te lo dico dico per Amore perché senza di Te il respiro si fa corto,  e l’angoscia lentamente si insinua come nebbiolina leggera, raffreddando aspettative e speranze, congelando  gioie e risposte. La casa senza la tua presenza non è casa,  è un involucro di nulla, non serve a niente, ripara dalla pioggia ma non emana calore, non scalda il cuore.

Come quando accendo il fuoco nel camino e vi getto molta legna e carbone, ma una casa senza Amore è una casa con il gelo nel cuore, e Tu per me sei la fiamma  che fa ardere quello che da sempre anelo, il sentimento più puro e più vero, come la scintilla che brillò quella sera di un freddo inverno che invano tentava di raffreddare i corpi, ma nulla poté nel domare l’incendio dei nostri sentimenti.

E fu il due di un lontano Gennaio a sprigionare la scintilla che scatenò il più grande degli incendi dentro me, e non ci sarà acqua sufficiente nei mari per spegnerlo, ne sabbia nei deserti per domarlo, … non basterà tutto il freddo vento del nord, ne il ghiaccio dei poli più estremi a placare l’ardore che provo per Te mio Amore.

Io ti proteggerò con la spada forgiata dal coraggio che attingo da Te e ti proteggerò dalle insidie di questo mondo. Ti porterò con me oltre il buio di certe notti, verrai con me in quella valle di Luce dove non esistono confini che ci possano in alcun modo dividere, e insieme non conteremo più gli anni che passano, ogni momento sarà sempre quello giusto per dirti ti Amo mio infinito bene, e per ciò che ancora non ho saputo darti, vivrò il resto dei miei giorni per poterlo fare … ti Amo Susanna.

 

03 GENNAIO 2014 S.s.Nome di Gesù  Santa Genoveffa

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CHISSÀ SE IL TEMPO VUOL BERE UN CAFFÈ O UN TÈ CON ME.

Vorrei bere un caffè con Te, nella tempesta dei Cieli, nella burrasca dei Mari e nella quiete dei tuoi giorni che riscaldi con il sole.

Vorrei bere un caffè con Te, tempo del mio tempo nell’anno che freddo si affaccia nei molti dubbi e delle poche certezze che infondi nei cuori… Lo stesso voglio dirti che credo ancora in Te anno nuovo. Non ho molte scelte, volessi annullarmi, non mi sarebbe possibile che andare via da questo mondo, e questo a Dio piacendo lo sento lontano, riposiziono la croce sulla spalla e cammino in mezzo al viale di tutti.

Vorrei bere un caffè con Te anno nuovo che non sei altro che mesi, giorni, ore e minuti… non sei altro che tempo, e il tempo lascia spazio a ciò che trova… Altro tempo che trascorre  senza emozioni, senza esultare o sbottare, ma alla fine il tempo è vita, e si prende tutto quello che produce chi la vive, privando o donando su questa terra di bene eterno a donne, uomini e animali.

Per questo gli uomini desiderano raggiungere i Cieli, per bearsi dell’alternativa Celeste che promette altresì l’eternità, ma in aggiunta al bello, senza alcun affanno o dovere per viverla… Gli Animali dal momento che nascono non sono dotati di intelligenza perciò non possono sbagliare, ne peccare, sono già di diritto acquisito in Paradiso senza dare prove ulteriori al loro battito di cuore.

Vorrei bere dodici caffè con Voi, mesi che scandite nel cuore pulsazioni che mutano con i vestiti che indossate e hanno i colori dei vostri umori. Si pensa sia la Luna la protagonista di tutto ciò che accade. Questo pensiamo che da sempre ne siamo convinti, pur senza prove che non c’è mai interessato cercare, beati dal solo ammirare per scopi di cuore.

È una comune convinzione d’Amore, ma la Luna è responsabile solo di arrivare e ripartire negli stessi giorni, più o meno alle stesse ore, Lei non deve necessariamente ‘servire’ ad altro che essere bella… il suo compito finisce con l’inizio del suo splendore.

Al contrario, il compito dell’Inverno è renderci buoni con i colori grigi del Cielo e bianchi della Neve… fin tanto che la Primavera prende il testimone ispirando nuovi Amori e fortifica quelli dove Cupido aveva già fatto centro con il suo magnifico Arcobaleno di colori… E ancora l’estate che splende d’oro, fa un sol lingotto d’Amore di ciò che hanno ispirato le Primule. Infine l’autunno non è ultimo per importanza, e se lo si inverte di posizione mette Pace e infonde negli Animi una tregua di tutto, dove i pensieri si fanno carne e gli intenti sono duri come la roccia.

Metto nella vecchia borsa di pelle la Bontà che porta la sciarpa al collo, sette colori nel cuore che lo fanno pulsare, l’oro che fa maturare il grano, e poi l’Autunno che avanza claudicando con un bastone ricurvo che aiuta a sorreggere un vecchio saggio.              Nelle tasche capienti vi ripongo una dose d’umiltà per l’ascolto dei messaggi degli anni che passano. A gradi si impara a conoscere i mesi con le loro stagioni, e si apprende il messaggio più importante… la Vita. magari bevendoci un caffè, … Noi e Lei, per diventare un tutt’uno, Lei e Noi. Sia un Buon Anno a tutti i battiti di cuori nel mondo che bevono caffè  e siccome che nessuno ha ragione dal momento che nessuno ha torto, Buon Anno anche a chi beve del te’.

 

04 GENNAIO 2020 S.Ermete, S.Caio, Santa Benedetta, Santa Elsa

SARÀ QUEL CHE SARÀ.

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da una parte del mondo, e se sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore, dove non fa mai ne troppo caldo né troppo freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, lo spazio di un respiro greve come un giorno d’arsura quanto lieve come violette che sbocciano a primavera… sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre rivolte al cielo, e lo ringraziano.

Sarà quel che sarà e intanto si vola. Si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera. Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita, e Dante perdoni lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata.

Si perdona per chi ha sbagliato per necessità, si perdona una bugia che suo malgrado e servita a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ogni uno con la sua precisa parte per comporre la croce che ognuno deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, al proprio cammino d’amore.

Si perdona il tempo che a volte dispettoso ci perseguita e altre benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate. Si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”

Il comandante del nostro destino, e cosa grande da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte lasciando nel buio l’altra metà di mondo, e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza, la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre sarà quel che sarà.

 

05 GENNAIO 2014 S.Edoardo e S. Emiliana, S.Astolfo, S. Amelio

GLI ANNI NON VANNO SPRECATI.

E’ iniziato da poco un nuovo anno, duemila quattordici, mamma mia! Ricordo quando ci pensavo anni fa’ quando la vita era nelle mie mani quando ne ero il padrone incontrastato o mi illudevo fosse così  come tutti i giovani nel pieno del loro vigore, della loro alterigia, del loro essere tali, giovani, semplicemente giovani.  Mi torna alla mente quando in qualche rara occasione  mi divertivo a pensare quanti anni avessi avuto oggi, forse per gioco forse per schernire il fato  dall’alto della mia invulnerabilità, come se a me non potesse mai accadere di avere gli anni che ora ho. Sempre  facevo un rapido calcolo per sapere quanti anni mi separavano da quella età a questa, erano talmente tanti gli anni che mi separavano da quella data futura, che inevitabilmente sorridevo tra me e andavo oltre col pensiero, talmente era assurdo preoccuparsi…

Solo al raggiungimento di un nuovo decennio mi preoccupavo, e puntualmente ricalcolavo, ma ne rimanevano sempre molti di anni da trascorrere e dopo una breve crisi esistenziale riprendevo ad essere il comandante indiscusso della mia vita. Bei tempi, qualunque difficoltà era facile, qualunque problema risolvibile, e per uno come me  incosciente ottimista quello che non risolvevo lo aggiravo a mio vantaggio, per cui rendevo tutto bello tutto semplice.  Non mi sono mai piaciuti i problemi, ne per me, ancor meno per chi mi è stato vicino, e siccome  sono stato dotato dal buon Dio. di un altissimo grado di ottimismo e buonismo con conseguente animo caritatevole che ha sempre cercato di semplificare tutto, anche l’apparente impossibile, ciò mi ha sempre agevolato.

Pensieri comuni a noi tutti, gli anni che passano, lentamente velocemente scorrono e ti ritrovi inesorabilmente alla triste realtà che non ci sono più, allora facciamo un resoconto della nostra vita e ci chiediamo se ancora ci riserverà emozioni, gioie, dolori, se ancora potremo dire la nostra nel lavoro, ‘nell’amore’, ‘digerire’ il tutto e trovare spazio per noi.

Un consiglio e non un monito, si tornasse ad essere ottimisti, il tempo che rimane per molti si è assottigliato, non lo sprechiamo in inutili polemiche,  e invece di lamentarci in continuazione proviamo a pensare come quando da ragazzi pensavamo di avere tutto ancora davanti a noi.

Tutto ciò che noi ancora vogliamo, non necessariamente un conto in banca  ben pasciuto e un automobile nuova più bella di quella del vicino, o degli abiti firmati o che altro, c’è  rimasto di poter passeggiare nel bosco senza pensieri bui, nuotare al mare, mangiare e bere, giocare a carte, a bocce, al pallone, a scacchi.

Potremmo piantare del l’insalata, potare un albero, adottare un cane un gatto un cinghiale una zebra,  coltivare un hobby sopito, inventarsi un lavoro che non abbiamo mai avuto il coraggio di fare. Volersi bene, amarsi, fa’ bene amare, molto più che odiare, fa’ bene ridere, molto più che piangere, non sprechiamo tutto il tempo a lamentarci delle persone più ‘fortunate’ o “furbe”.

I più fortunati non ci è dato sapere esattamente perché, e se lo siano, e i più “furbi” devono fare i conti con la loro coscienza e non vanno sereni nei boschi o a nuotare al mare, devono sempre stare all’erta da quelli più “furbi” di loro con la coscienza più opaca ancora, e la serenità non ha misura, non ha prezzo. La nostra vita, vale più di ogni altra cosa al mondo e per quanto mi riguarda ne ho già sprecata troppa a lamentarmi di questo e di quello, quel che Dio deciderà che ancora io viva lo vivrò il più felice possibile, come quando da ragazzo dicevo… che brutto avere …anta, ma si che mi importa ho ancora tanti anni prima di arrivare li’… ma non ci penso più, non li conto più, adesso me li godo uno per uno, non li spreco più.

 

06 GENNAIO 2020  Epifania S.Gaspare, S. Melchiorre, Santa Raffaella

Sei come l’aria di primavera che respiro ad ogni suo germoglio. Sei come un Alba che sorge con il sole, Sei il beato tormento dei miei sogni, Sei la vita che anelo rincorrendo, Sei il mio presente e il mio futuro. Sei Tu mia fiamma sempre giovine. Compagna di vita, mi correggi quando inciampo, mi sostieni con il tuo amore. Può essere il sole o il Cielo che t’ha creato, può essere il profumo della tua presenza. Sei Tu, mio Amore… Ti amo anche quando piove. L’Epifania tutte le feste porta via, ritorneranno un altr’anno dopo un volo di rondine ma Tu  rimani Sei il mio unico vero Amore.

 

07 GENNAIO 5050 S. Luciano, S. Raimondo, S. Crispino, Santa MariaTeresa

 

08 GENNAIO 4040 S.Massimo, S. Erardo

 

09 GENNAIO 4378 S.Giuliano, S.Adriano, Santa Alessia, S. Giuliano

 

10 GENNAIO 2020 S. Aldo, s.Valerio, S. Aldo, Santa Domitilla, S. Domiziano   ARA

 

11 GENNAIO 2019  S. Igino, Santa Onorata, S. Ortensio  ARA

 

12 GENNAIO 2018  S. Bernardo, S. Arcadio, S. Modesto, S.Tatiana, S. Cesarina, S. Cesira, S. Tania ARA

 

13 GENNAIO 2017  S. Ilario, Santa Liana, S. Icaro, S. Eliano   ARA

 

14 GENNAIO 3030 S.Felice, Santa Bianca, Santa Dacia, Santa Felicita, S. Dacio

 

15 GENNAIO 2016  S. Mauro, S. Abaco, S. Efisio, Santa Ida ARA

 

16 GENNAIO 2015 S. Marcello, S. Accursio, Santa Liberata, S. Marcello, S. Berardo   ARA

 

17 GENNAIO 2014 S. Antonio, Santa Alba, S. Antero, S. Diodoro, Santa Nadia, Santa Iole, S. Antonello, ARA

 

18 GENNAIO 7080 Santa Margherita, S. Zenone, S. Beatrice, S.Fazio, S. Prisca, S. Priscilla, S. Bice, S. Carlotta

 

19 GENNAIO 5070 S. Mario, Santa Marta, Santa Pia, Santa MariaPia

 

20 GENNAIO 4545 S. Sebastiano, S. Fabiano

 

21 GENNAIO 1818 Santa Agnese, Santa Giuseppa, Santa Ines, S. Patroclo

 

22 GENNAIO 2828 S. Gaudenzio, S.Domenico, Santa Linda, Santa Teodolinda, S. Vincenzo, s. Gaudenzio

 

23 GENNAIO 8474  Santa Emerenziana, S. Durante, Santa Messalina, S. Armando

 

24 GENNAIO 2020  S. Francesco, Santa Babila, S. Feliciano, S. Metello, Santa Vera, S. Artemio, S. Semia ARA

 

25 GENNAIO 2019  conversione di S.Paolo, S. Agape, Santa Artemia  ARA

 

26 GENNAIO 2018  S. Tito e S.Timoteo, S. Alberico/a, S. Paola, S. Timoteo, S. Tito, S. AnnaPaola   ARA

 

27 GENNAIO 2017 Santa Angela, Santa Devota, Santa Elvira, S. Palladio, Santa Mariangela   ARA

 

28 GENNAIO 8080 S. S. Tommaso d’Aquino, S. Amedeo, S. Manfredo, S. Tommaso    ARA

 

29 GENNAIO 2016  S. Costanzo, S. Gildo, Santa Gilda, Santa Sabrina    ARA

 

30 GENNAIO 4352 Santa Giacinta, Santa Martina, Santa Batilda, Santa Martina, Santa Giacinta

 

31 GENNAIO 2014  S. Giovanni Bosco, S. Ciro, Santa Ludovica, S. Saverio, Santa Marcella  ARA controllare )

 

 

 

 

 

 

Ciao Massimo 1

 

Da un grande albero, una delle sue foglioline chiede a una foglia più grande di lei come mai al finire della stagione buona si cambia di colore e si cade stanche cullate dal vento, a volte sferzante o delicato che le adagia al suolo. È il ciclo della vita, risponde la foglia grande… abbiamo goduto del nascere rigogliose e orgogliose, siamo state preziosa ombra di bimbi festanti e viandanti accaldati, riparo dal tempo inclemente per uccellini che si nascondevano dalla pioggia che riusciva a sfuggire dalle trame del nostro fogliame.

Intanto di sotto l’albero grande un uomo rugoso stringe la mano al nipote, che piccolo, se ne sta con lo sguardo stupito al l’insù… insieme un po’ impiccioni ascoltano il bisbigliare delle foglie che frusciano mentre parlottano fra loro.

E ancora la fogliolina ribatté un po’ timorosa… E adesso che stiamo ingiallendo cos’altro accadrà. Cadendo a terra morenti, saremo nuova linfa vitale per il nostro grande albero, e per il ciclo naturale del l’amore rinasceremo germogli a primavera, e il ciclo continuerà, rispose la foglia grande.

Il nonno abbassando lo sguardo si rivolse al nipote che teneva per mano e gli disse, così siamo noi uomini, tutto ciò che avremo compiuto in vita se di buono, servirà per il bene di altre persone… altri alberi dalle folte chiome… altro amore.

Quel bimbo sotto l’albero crebbe e sono io ora, che quando non c’è amore  mi manca, e ti cerco in ogni dove con lo sguardo e la fiducia di colmare quel gran vuoto che a volte ho nel cuore. C’è voluto il tempo si ingiallissero i capelli per scegliere l’amore, non fu facile trovarlo tra tanti miraggi e mille concupiscenze.

Non è stato facile separare l’oro che luccica senza ardore e diamanti da cui non nasceranno fiori, e distinguerli dal bene che sa far nascere tutto. C’è voluto del tempo per capire che il “potere” non sarà mai ricco abbastanza per sposare l’amore che si rinnova senza prezzo da pagare al passaggio di ogni sua stagione… con le radici nella terra, ad ogni battito di cuore.

Massimo è la foglia grande, quella tronfia di verde con venature che sembrano braccia a sorreggerla. Massimo è la foglia grande, quella che conosceva la sua storia, non conoscendola affatto. Semplicemente accettava il ruolo che la vita gli aveva forse imposto, e per questo Massimo era Massimo, la foglia grande… e questa è la sua storia…

Essere proiettati  in un film dove il protagonista o l’attrice principale, chiudessero la storia della loro avventura con un sorriso finale, come quando la scrittrice Jessica Flechter aiuta spesso la polizia investigando privatamente su casi irrisolti e sorride nel l’ultima ‘scena’ dopo l’ennesimo enigma che riesce a risolvere a Cabot Cove.

Trasformare una antipatia in simpatia o viceversa non è cosa di poco conto, nessuno lo sa meglio di un attore da palcoscenico che vive di questo tipo di ‘trasformazioni’.

La signora in giallo’  giocando con emozioni, coraggio e saggezza, trasforma la sabbia in oro davanti lo sguardo illuminato dello sceriffo che l’ascolta mentre con le parole crea prove incriminano i colpevoli.

Proiettati nel film della vita ed a ogni giorno riverire ringraziando il ricevuto… di mattino, prima ancora di aver “ricevuto”.

Così Mery faceva ancor prima di ogni colazione, a Lei piaceva compiacere l’inizio del giorno regalandogli il primo sorriso, quello che si smorza in una smorfia mentre ci si “stira il corpo”.

Mery viveva giorno per giorno il suo film come chiunque al mondo faccia, senza per questo, non sempre esserne consapevoli, e desiderava sempre il finale con un sorriso come nella ‘la signora in giallo’. Ciò che tra le due donne avevano in animo che le differenziava, è che la ‘signora in giallo’ aveva il dono della scrittrice  e perciò poteva dedicarsi serenamente alla nobile causa della giustizia senza l’incombenza economica del vivere, mentre Mary aleggiava in uno stato confusionale, era stata mal consigliata dalla vita stessa da persone e cose, lasciandosi da principio abbindolare e poi sopraffare…

Gli intenti di Jessica erano gli stessi di Mary, una riusciva a realizzarli l’altra no, anche i loro cuori battessero al l’unisono nel film della loro vita. Due vite diverse… e distintamente capirono che il male se non creato dal l’uomo non esiste. I loro intenti e i valori viaggiavano su un binario che al ritorno della tratta percorsa dal treno, ritornava su se stesso alle origini celesti. Quando un ‘Amore finisce’, non c’è mai stato perché un vero Amore non finisce mai… per questo Mary esiste anche se non più.

La sua ultima apparizione fu che era l’inizio di un altra estate. Quel giorno, nel piazzale antistante lo stadio Atleti Azzurri d’Italia, Mary scese da una Smart car, quella macchina due posti che nuda ricorda lo scheletro di un piccolo dinosauro raggrinzito dal freddo intenso che fosse stato sorpreso  dall’era glaciale.

Camicia bianca, giacca blu e jeans alla moda, come sempre, mocassini raffinati e capelli tirati al l’indietro bagnati da una crema. Bella persona Mary, d’aspetto e di cuore.

In quel l’occasione che fu anche l’ultima tra i due, Mary chiese a Mario un prestito di mille euro per poter pagare un “pagherò” giunto al l’ultimo giorno in cui si poteva “salvare” da un “protesto” che non è altro che una macchia infamante “creata” dall’uomo moderno, posta sul curriculum personale di dove si è stati ‘piazzati’ dal mondo nel mondo… come si ‘governano’ le pecore all’ovile.

Una cambiale che doveva assolutamente essere pagata, perché la prima di dodici, emessa per sanare parte di un debito con tasso d’interessi elevato tanto da preoccupare il firmatario. Una delle mille volte che tra Massimo e Mario ci fu un accordo che era fatto di sguardi nel cuore, lasciando fuori dal l’uscio il timore della ragione. Una delle mille volte in cui i due si scambiavano vicissitudini di una vita strampalata, quanto rincorsa e desiderata.

Mario per molti anni fu uno dei ‘galoppìni’ di Mary, e per molto tempo gli fece da servitore per 50mila lire al giorno, e doveva comprendere il pranzo e la benzina per gli spostamenti con la propria automobile, all’epoca la stessa somma percepita lavorando ‘tranquillamente’ in fabbrica ma senza spese e con tanto di diritti per l’infortunio e il pensionamento… ma Mario era un ‘adepto’ di Mary ed entrambi rabbrividivano al sol pensiero di passare otto ore al giorno chiusi fra quattro mura a fare le stesse cose… Meglio mille ‘pensieri non proprio azzurri nella mente’ e 50mila lire con spese… ma liberi di combinare ciò che sembrava portare ogni giorno alla ricchezza ma che li portava invece inesorabilmente ad accumulare nuovi guai con la giustizia e con le persone.

Mary è Massimo. Mario è lo scrivente e non si chiama Mario, ha un altro nome ma è sempre stato Mario è sempre lo sarà nel corso della sua vita.

Massimo il giorno in cui chiese al l’amico Mario 1000€ per pagare la cambiale, disse di avere contratto un cancro leucemico in aggiunta al suo diabete, che quest’ultimo, nei due brevi periodi trascorsi in carcere si sviluppò cattivo. Era impossibile per Massimo languire in un posto fra quattro mura e qualche sbarra, rispettato fosse ma comunque non fu bello per Lui passare da champagne a bere coca cola il giorno di spesa. La mente può avergli ‘giocato’ un cattivo scherzo portandosi con se ordini impartiti  per la salvaguardia del suo corpo ed è lì che probabilmente iniziò il suo declino fisico. Glielo disse a Mario candidamente, con non curanza come annunciasse un ‘brutto’ raffreddore, intanto si accomodava i capelli impiastricciati di gel e non guardava negli occhi l’amico buttando lo sguardo altrove per non lasciar trasparire alcunché d’emozione.

Erano i primi giorni di giugno, trascorse un mese, qualche telefonata sporadica scambiata tra i due perlopiù per convenevoli, poi venne agosto, faceva caldo quel 2019, talmente caldo che era inutile Mario disturbasse Massimo per chiedergli di restituire il denaro prestato più di due mesi prima, faceva troppo caldo. Lo chiamava settimanalmente per chiedere come stesse di salute, e Lui si limitava a rispondere che le chemio stavano facendo il loro “lavoro”.  Massimo non ha mai desiderato addossare angosce alla gente, preferiva donare gioia che dispiaceri e quando gli ‘capitava’ suo malgrado di farlo, non era di certo nei suoi intenti.

Finché un giorno del l’ultima settimana d’agosto fu Massimo che chiamò Mario e con voce rauca ma felice, disse che era arrivato anzitempo il midollo di un donatore, e per appunto si sarebbe sottoposto con un mese d’anticipo al trapianto del midollo osseo. Fu l’ultima volta che Mario fece coraggio al l’amico, rimase senza sue notizie per alcune settimane che nel frattempo furono di settembre.

Mario compie gli anni in settembre, e con la moglie Elisa quella volta decisero di  passare ‘quel giorno’ tra i famosi monti del l’Alta Badia. Una decisione per togliersi dalla routine del solito pranzo in famiglia o cena di rito con gli amici con candeline sempre più numerose, e inutili, da spegnere. Mario quanto la sua adorabile sposa avevano bisogno di riposare, era stata per loro un estate intensa d’impegni e di lavoro e le brevi vacanze di luglio non bastarono a buttar fuori fatiche e preoccupazioni.

Cani, bagagli che figli non ebbero, partirono per quella meta forse senza una reale convinzione, perché dovettero con cuore dispiaciuto rifiutare un gentile invito di una coppia di amici che li avevano invitati in Sicilia al sole settembrino ancora caldo ma, non si riuscì ad ‘imbarcare’ sull’aereo gli otto chili dei quattro zampe, perciò si immersero nella natura di quel luogo montano pulito come la Svizzera e severo come l’Austria che fa loro da “troppo” sottile confine, ed entrando in un paese da quelle parti ci si rende conto di una fastidiosa “differenza” che non accontenta nessuno al di fuori della gente chi lì vi abita… i cartelli stradali danno indicazione scritte in tedesco prima che in italiano e all’ingresso di un qualsiasi locale pubblico, accolgono il viandante con guten Morgan prima che Buongiorno… anche che la guerra è finita da un pezzo…

Acque verdi di laghi cristallini e serate a base di cene “trugne” che sei stanco di consumarle dopo un giorno… vino che sa di frutti di bosco e grappe che stordiscono… ma il paesaggio di quei monti e vallate che sembrano cartoline da spedire nelle feste mettono d’accordo tutti, perché hanno dei nomi ma non hanno confini… perché sono di tutti e di nessuno, appartengono alla natura. Questo fu il primo giorno trascorso in val Pusteria da Elisa, che Mario amava e ancora amandola di più, la chiama Panna.

Il mattino dopo i due colombi bianchi con qualche penna grigia, visitarono il bellissimo lago di Brais, e a Mario forse illuminato da quest’alito di beltà che gli entrava dagli occhi, gli venne di  chiamare al telefono Massimo per sapere come stesse, erano più di tre settimane che non sapeva niente di Lui.

Rispose Giuliana… Giuliaanaaa!??, Mario si sarebbe aspettato di tutto fuorché rispondesse Giuliana… che oltre tutto non aveva riconosciuto subito al l’apparecchio telefonico. Giuly piangeva lacrime vere e tra i singhiozzi mestamente disse a Mario, nel mentre che questi avesse lo sguardo su di un lago verde con alture imponenti alle spalle, che mostravano muscoli di roccia, e  alberi aghiformi che facevano collana di tutto quanto… Giuly gli disse che Massimo non aveva retto il trapianto del midollo osseo.

Intanto Mario che in un secondo rimase senza saliva, ascoltava le parole fra i singhiozzi di Giuly, e nella mente formulava istantaneamente immagini di come “vedeva” l’amico ormai agonizzante, così che si immedesimava accanto a Lui tra quelle quattro pareti bianche con quadri e cornici d’acciaio, e vedeva i suoi occhi che piangevano lacrime di sangue così come le sue orecchie e i suoi adorati bellissimi denti bianchi di cui andava fiero come mostrasse ad ogni sorriso uno steccato inglese appena riverniciato di bianco in primavera.  Fu a quel punto che si rese lucidamente conto di essere arrivato al termine della sua strada… disse Giuly continuando a singhiozzare, ti chiamo più tardi Mario, ora, scusa non ho tempo, e salutò o forse non lo fece ma non era importante l’avesse o meno fatto.

Mario scioccato, occhi spalancati di dietro le lenti solari, bocca un poco aperta e senso immediato d’angoscia che gli pervase la mente lasciandogli solo lo sfogo di rivolgere lo sguardo verso Elisa, la sua Panna, per dirgli con voce rotta ciò che Giuly gli disse.

Massimo non c’era più su questa terra, e Mario si sentì come se una parte di se cessasse di esistere, e quando dopo alcune ore, riprendendosi quel poco, reagì come d’impulso primitivo e parlando con Elisa in camera d’albergo disse che era meglio fosse durato poco il calvario del suo carissimo Amico Massimo. “Carissimo Amico” che non era del tutto lo stesso sentimento che Massimo provava per Mario, o perlomeno bisognava togliere il “carissimo” e lasciare “l’amico” con la a minuscola.

Massimo non aveva amicizie particolari. Chi viveva dei momenti con Lui, diventava l’Amico n.1 del giorno, non della notte, quella era un altra parte della sua vita, quella più affascinante. Quella di serate incantate da fiumi di champagne e poltroncine nel posto migliore del locale più in voga del momento. Del resto Massimo non poteva essere l’unico ‘Amico’ di Qualcuno, il suo compito era di essere Amico di Tutti.

Serate come quando Mario, in compagnia di Massimo e un altro paio di persone oltre l’immancabile Mario, andarono a passare la notte in un noto locale molto ‘conosciuto’ della Milano ‘bene’ anni ‘70’. ‘Signorine accondiscendenti”, ballo, spogliarello, bollicine e tanta voglia di trasgredire vivendo. Il conto lo pagò Mario, con un “blocchetto” d’assegni che puzzava d’imbroglio. 4milioni e 300milalire di conto finale. Una firma in calce al l’assegno, nessun documento richiesto, e la serata dei quattro mattacchioni, fu gratis.

E la stessa cosa si ripetè una sera a Ferrara dove Massimo fu ospite di un amico che sembrava il figlio del campione di wrestling Hulk Hogan. Un biondo’ alto un metro e novanta che arrivò nel parcheggio a bordo di una Mercedes decappottabile blu, scese e corse incontro a Massimo e i due si abbracciarono fraternamente ed entrarono nel night allegri e sorridenti. Il locale a quell’ora tarda era gremita di gente sballata e assetata di vita e la folla si aperse ad ala come fosse l’ingresso di due star.

Daniele era e certamente ancora sarà un bellissimo ragazzone. Contrariamente al detto popolare che giudica la “grandezza del sesso maschile” mostrando con le dita della mano rivolti a mo’ di pistola puntata al petto per indicare che l’uomo rappresentato dal pollice all’insù è piccolo, e l’indice ad indicare il “sesso grande” o invertendo la posizione ottenendo il “senso” del significato contrario, Daniele quella notte smentì categoricamente che solo nella botte piccola c’è del buon vino… la sua botte era grande così come buono era il vino che conteneva.

Si fece l’alba. Mario era arrivato al nightclub di Ferrara in compagnia di Claudio a bordo di una Fiat ‘uno’, che aveva sulle spalle 14anni di vita dura, 250 chilometri da Bergamo a Ferrara, più ritorno, che solo il celo sa come ci sia arrivata laggiù quella ‘vecchia bagnarola’. Si fece l’ora di tornare.

Di solito Mario a quel l’ora si sarebbe accompagnato ad una bella figliola e avrebbe passato il rimasuglio della notte e gran parte del mattino in un hotel del posto… ma Claudio che si vantava di non aver mai pagato per sesso, tronfio del suo bell’aspetto e di un ‘varicocene’ al pene che gli prolungava di gran lunga un qualsiasi amplesso, facendolo diventare una specie di “superman dei poveri” che non doveva pagare, ovviamente volle tornare a casa.

Mario si arrabbiò perché conosceva il vero motivo per cui Claudio non voleva scopare a pagamento, l’aspetto e il varicocene non centravano una fava, piuttosto il motivo principe era il denaro da sborsare per hotel e “compagnia” che gli avrebbe spento ogni tentativo di erezione al sol pensiero… a malincuore i due si ritrovarono nel parcheggio del night per ringraziamenti e saluti di rito.

Massimo salutò Mario con un abbraccio così come lo accolse, e salutò  Claudio con una semplice flaccida stretta di mano… così come lo accolse. Tra i due non è mai ‘corso buon sangue’, due galli in un pollaio non vanno d’accordo, sopratutto un gallo ‘brillante’ come la sua generosità che sfociava prorompente nei cuori, e l’altro ‘opaco’ come la sua avarizia che apriva l’animo all’egoismo, piume di colori diversi quei due galli.

 

Fu la volta di salutare anche Daniele che nel frattempo girato di spalle stava pisciando sulla ruota della sua Mercedes, e finito di far pipì, si girò riponendo ”l’atrezzo” nelle mutande per salutare… al che Mario e Claudio capirono il perché della nomea del “figlio di Hogan”… non sempre il pollice e indice posti a mo’ di pistola vogliono indicare “uomo piccolo grande uc….o”, Daniele è grande ma non di meno sono i suoi 25centimetri di attrezzo da pipì a riposo che lasciò strabiliati i due ancor più stupefatti amici. Che tutto ciò, conta solo nell’età della “stupidêrâ”, più avanti non ha alcun senso.

Mario e Claudio salutarono anche Daniele il ‘vichingo’, e se ne andarono con la tacita preghiera in animo rivolta alla Fiat ‘uno’, ferma nel l’angolo più nascosto del parcheggio, affinché li riportasse a casa sani e salvi. Preghiera di doppia valenza, una rivolta al Cielo e una alla Fiat, che per grazia quella notte vollero esaudire. La esaudì il Cielo o la macchina?… l’aria o lo smog… lo smog forse… ma solo ‘forse’ è necessario, il Cielo è indispensabile.

Mario capì tutto questo, e accettò volentieri di fare da”portaborse”, quella vita di apparente luce e lustrini lo affascinava e si accontentò con il passare degli anni di essere indipendente e rispettato alla pari di Massimo, nel contesto del loro mondo di plastica.

Anzi in alcuni casi, anche se rari negli ultimi tempi, Mario, addirittura si preoccupava di quel Massimo che lo chiamava al telefono richiedendo gentilmente la sua presenza nel suo bellissimo bar Montecarlo. Mario accorreva da Amico e non più da portaborse e quindi lo faceva volentieri, ciò che invece lo preoccupava, era che arrivato al cospetto del l’amico lo stesso diceva di aver risolto diversamente, o lo risolveva con la presenza di Mario da cui veniva amorevolmente consigliato. Non  bastasse questo insolito atteggiamento, passava da un discorso ad un altro con lo sguardo confuso rosicchiando nervosamente le unghie di cui sulle punte delle dita, rimaneva un pallido ricordo.

Altri nightclub, e casinò, per i due amici, niente assegni post datati e tantomeno presentati con documenti che alla luce fioca dei locali notturni lasciano solo intravedere il volto in calce alla foto della carta d’identità, Dollari, quando Massimo andò a Las Vegas per una settimana di vacanza… in Nevada Mario non ci andò, e perché non fu invitato e comunque troppo costoso, in aggiunta al peggio, il volo in aereo sarebbe stato di parecchie ore di volo e Mario odiava volare su ali d’acciaio, preferiva volare dopo un ‘tiro… di canna’ o un bicchiere di vino… e quella volta non andò con Massimo.

Da dietro le finestre chiuse si sentiva ululare il vento, che rabbioso insieme alla complice sorella pioggia sferzava le mura tonde di un faro di mare.
Di dentro la torre del faro, un uomo che i ‘sessanta’ li passava d’un piccolo pezzo.
Se ne stava lì seduto a guardar oltre i vetri la furia degli eventi, di tanto in tanto accartocciandosi alla gola il bavero della giacca con una mano mentre con l’altra stringeva tra le dita un bicchierino, antico regalo di nozze quasi colmo di grappa nostrana… quella che fa il Gino, giù, al porto del paese… in bocca tra labbra e denti stringeva una cicca di sigaro che sfumacchiava nervosamente al ritmo di lampi e tuoni.

Si fa coraggio il marinaio, fuma e beve, e… guarda fuori dalle finestre del faro che non s’aprono mai.
La moglie dorme nella stanza tonda accanto, e lui, Salvo, la protegge seduto davanti alle finestre e finge di non avere paura quando le onde arrabbiate del mare si abbattono quasi fin sopra la lanterna del faro che lampeggiando instancabile avverte le navi in transito di fare attenzione agli scogli che si spingono ben oltre la terra ferma… e sirene, ingannano occhi e buon senso del capitano della nave.

Salvo iniziò a lavorare giù al porto che non aveva tredici anni nelle saline di don Gigaro, dieci anni dopo smise perché la salsedine gli si era addentrata anche nel sangue. Passarono altri sette anni di cui visse in gran parte di carità dei pochi compaesani e lavoretti finché gli venne proposto il lavoro di custode del faro, quello posto sul promontorio che a strapiombo si getta nel mare… unica condizione aspettasse che il signor Guglielmo attuale custode del faro, decidesse di smettere con quella vita solitaria, e ciò successe dopo tre anni a venire.

Salvo seppe aspettare, nel tanto Giuseppina crebbe da quando giocava a saltafosso con lui sul sagrato della chiesa dedicata alla Madonna Stella Maris… crebbe tanto da non voler più giocare con Salvo, ma fare sul serio… e dopo un breve fidanzamento i due “poveri in canna” si sposarono… proprio con lo sposo che pedalava la bici nera con la sposa adagiata sulla canna, e si allontanarono in bicicletta sino alla china di quel promontorio.

Il loro viaggio di nozze volgeva a quel faro che sarebbe stato il loro nido d’amore per gran parte o tutta la vita.
Guglielmo alla veneranda età di ottantuno anni, come regalo di nozze in dono ai giovani sposi, decise di andarsene da quel faro per mille versi maledetto e per mille volte benedetto.
Andò a vivere con la sorella Filomena che di anni ne aveva dieci in meno, e rimasta vedova, viveva in una modesta casetta di legno dipinta in calce bianca a riverbero di un sole instancabile quanto cocente.
Davanti al balcone scricchiolante con lo sguardo sul mare che nel l’ansa tra barche e pontili rumoreggiava cheto, trascorreva ciò che ancora aveva da vivere tra ricordi e dolci malinconie.
Guglielmo, l’attempato guardiano, visse lì le ultime aurore orizzonti del mare ricurvo, e tramonti violacei che che gli orizzonti cancellava tingendoli piano piano di buio, visse su quella baia tranquilla come il suo animo ormai un poco sopito e passò il ‘testimone’ alla coppia di innamorati.
Ora ha passato i sessanta da un piccolo pezzo di tempo e Salvo guarda fuori dalle finestre del faro, vede lampi e sente tuoni, fuma e beve grappa… domani sarà un altro giorno e tornerà a risplendere il sole anche per Lui.

Era a di molto dimagrito Massimo negli ultimi tempi, capelli radi senza gel e quel viso preoccupato. Questo disse Giuly all’apparecchio in una seconda telefonata. Mario rimase stupefatto, conosceva Giuliana perché Massimo negli anni novanta con l’aiuto di Mario, gli avevano acquistato una lampada solare per il suo negozio. Voleva ammodernare le sue apparecchiature da estetista, ma 18milioni di lire erano troppe per le sue entrate e Mario aveva un debito nei confronti di Massimo di metà della somma per la lampada solare e l’acquistò dimenticandosi di pagare alcune rate, praticamente quasi tutte. Il ricordo di Mario che associava a quel l’unico episodio la presenza di Massimo e Giuly… e ora Lei stringe tra le mani il telefonino di Massimo.

 

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Le cose accadono improvvise, che quando meno te lo aspetti, ti può succedere che stai male, o qualcuno affettivamente vicino a te ha un malaugurato malore, che è ancora peggio. Mario sapeva  come reagire al dolore, Lui sa cosa significa star male, Mario sa  che prima pensa che gli passa, e ancor  prima il malessere se ne andrà… o si illude di saperlo.

Così che a star male oggi non è Mario ma è la donna della sua vita, Elisa, che preferisce chiamare ‘Panna’. Il che complica tutto perché fa star male più lui che doppiamente assiste impotente, e tanto vorrebbe far suo quel disagio che non può  affrontare ne allontanare perché si tratta di carne e di mente di un’altra persona che peraltro ama.

Mario è sempre stato sensibile nel veder soffrire chiunque… nemmeno il mio cane voglio soffra diceva, e ancora dice, figuriamoci la persona che amo. Niente panico, nemmeno quando  Panna disse a Mario di chiamare l’auto ambulanza, che arrivò  con una certa celerità, forse perché “l’officina del corpo” era situata a un chilometro di distanza da dove abitavano. Quella volta  niente di grave per fortuna… ma Mario era un “affeccionados” e si ritrovò presto nell’ennesimo ospedale, al pronto soccorso, con gli occhi attenti alla guardiola di quel l’infermiere  addetto a venirti prima o poi ad avvertire che puoi raggiungere il tuo caro, o è arrivata l’ora del tuo turno, quando la situazione non è drammaticamente grave. Stesse scene, quasi fossero sempre le stesse facce, perché la tristezza di chi e’ sconsolato, impaurito e smarrito, è sempre la stessa… ha un solo sfocato colore.

Tra le corsie una mamma che abbraccia seduta il suo bimbo che accusa dolori al pancino e lo consola con languide carezze, un ragazzo seduto che per orgoglio trattiene le lacrime per il dolore di un incidente d’auto appena accadutogli, una donna africana sembra smarrita nel nulla del chissà cosa succede qua, e parenti che annoiati si accasciano sulle sedie guardando stancamente la tv nella sala d’attesa.

Di tanto in tanto si incontrano gli sguardi come a consolarsi vicendevolmente, o per i meno disperati,  consolare come a dire povero te alle persone più sconvolte.

Quante volte Mario è entrato in un ospedale, talmente tante che per ognuna delle situazioni, da subito le associava per assurdo a bei ricordi, come quando da ragazzo, si sentì  poco bene in quel posto in riva al mare. Pietra Ligure, che sembrava di essere in un posto esotico, tanto le palme si pavoneggiavano ai lati del viale d’ingresso, e subito quel guardare benevolo lo guarì dall’effetto del suo primo stupido spinello consumato in quella comune di hippyes alla sessantottina. Che non si era tanto distante da quel “68” essendo il 72, che ancora il disagio maggiore non era venuto tanto per l’effetto dei due tiri di cannabis, ma da un ambiente che lo disgustava, infatti fu trascinato  quasi a forza da Imbre, un amico di origini ungheresi che per non contraddirlo lo assecondò, e il sentirsi poco bene fu più una scusa per fuggire da quella ‘comune’ che gli stava stretta come un paio di scarpe indossate due numeri di meno.

Quando Mario era un ragazzino dovette operarsi alle  tonsille nella bella clinica bergamasca San Francesco. Ebbe una bella stanzetta comoda con mamma sempre accanto a fargli ingurgitare gelato in quantità industriale dopo l’intervento, quindi da necessità virtù, e ne trasse beneficio. O in quell’altra clinica con il nome di un noto personaggio bergamasco, Castelli, anche la, Mario con un ventennio in più sulle spalle, andò per visite ad acquisire punteggi d’invalidità (che non arrivarono mai) in una bella stanzetta vezzeggiato non più dalla mamma ma da gentilì infermiere.

Che ancora Mario non se lo spiega come gli crebbe un testicolo in più. Che gli piaceva pure essere diventato un discendente del Colleoni, ma tre palle le aveva solo il condottiero al Mario era venuta poi, molto poi, ergo non saveva d’avere perché non era un “coglione” tanto grande. Così che riandò nella clinica S. Francesco… una parte tanto delicata da ‘riparare’ aveva bisogno di un Santo molto “delicato”.

Ma non fu l’ultima occasione di andare alla clinica del “Santo”, Mario ci dovette riandare. Curioso il fatto che si presentò  da uno specialista per un ernia inguinale, dapprima venne accolto con la sufficienza di un ricovero a media lunga distanza, ma quando il dottore scopri’ che era coperto da una assicurazione personale, ‘magicamente’ il ricovero era di li a pochi giorni in camera privata, con l’aggiunta di un sorriso smagliante da parte della infermiera, che non si capiva prima dove lo avesse nascosto. Ed anche allora un bel ricovero, un abbraccio tenero e sicuro in “officina” per eseguire una perfetta riparazione, tanto accurata che una settimana dopo Mario era di nuovo in palestra anche se con esercizi ridotti da sforzi eccessivi.

L’ospedale preferito da Mario, nel tempo era in quel grazioso paese di montagna, Groppino in alta valle Seriana, che a metà valle ci andava periodicamente in un altro ospedale, a Gazzaniga per sapere quanti litri di aria riusciva ad espellere dai polmoni in un soffio di fiato sparato a tutta forza, e a quel punto si ripropongono alcol e tabacco e la carta d’identità che non smette di sbiadire l’inchiostro delle sue parole e riduce sistematicamente le quantità di aria che buttasse fuori nel corso degli anni.

Ma tornando all’ospedale dei polmoni in quel di Groppino, si dice fosse il preferito di Mario. Si presentò negli  anni novanta prestandosi  volentieri a sperimentare la cura che lo vedeva tra uno delle prime cavie di quelle molteplici protuberanze che sorgevano cutanee sulla pelle delle braccia, in pratica le intolleranze ad acari di ogni specie, e pollini e polveri varie iniettate volontariamente.

Per due anni si prestò in questo ospedale stile liberty, per farsi bucare sistematicamente la pelle, ma ancora il pensiero a lui più gradito, fu quando venne ricoverato per esami specifici ai polmoni, di cui soffriva per eredità dei filamenti della vita di chissà quale antecedente antenato assillato perennemente da una forma allergica asmatica. Era come se Mario ogni tanto andasse in vacanza per un po’ da quel dottore primario dello stesso ospedale che fumava due pacchetti di sigarette al giorno, e lo trattava come fosse un nipote, il Dott. Sepe che nacque a Roma e dopo una lunga carriera perlopiù passata a Groppino, vi tornò per morirci.

Aveva un assistente il primario dott. Sepe, il dott. Guido Scandia, all’epoca aveva su per giù gli anni di Mario, e da allora diventarono ‘paziente conoscente’… ora, a fasi alterne malato e amico sempre. Guido lo dimostrò fin da quel giorno che dalla gradinata dell’ospedale vide salire tre ‘ceffi’ forse non loschi, ma lo stesso incutevano un leggero timore. Uno di loro di altezza e corporatura nella media era Arnaldo, il ‘tipo’ di Giuliana, gli altri due erano i suoi fratelli, uno magro e scuro di pelle con capelli corti e ricci, un altro paffutello se non grasso con capelli lunghi e un poco unti. I tre salirono la gradinata ed incontrarono lo sguardo del dott. Guido che camice aperto venne fermato per un informazione sul dove dovevano andare. Cercavano il Mario, forse increduli, vollero controllare di persona se Mario aveva detto il vero quando un giorno prima di essere ricoverato all’ospedale telefonò ad Arnaldo per dirgli che quel mese non avrebbe potuto onorare il pagamento di alcuni assegni postatati che scadevano di lì a pochi giorni.

Il dott. Guido indicò ai tre la stanza dove Mario era degente li seguì, e arrivati, rimase sull’uscio ad ascoltare il colloquio fra le quattro persone, forse intuendo che non fossero ‘esattamente persone di famiglia’… Arnaldo vide e constatò, Vittorio e Gianni pure e si allontanarono dopo poche parole e un augurio a Mario lasciando che finisse in santa pace la flebo… e si allontanò anche Guido che non smise di seguire con lo sguardo i tre fratelli che scomparvero dopo aver disceso lo scalone principale. Paziente e dottore hanno in comune l’amore per i cani, e i loro amici non riescono a capire chi dei due è più rincoglionito dell’altro nel accudirli con troppo esasperante ‘amore’.

Mario e Panna hanno adottato due piccole pesti a quattro zampe che insieme sembra di vedere un cappuccino. ‘Latte’ è la cagnolina che dopo aver ricevuto il centesimo biscottino del giorno va a letto con Panna e aspetta che si addormenti per potersi infilare sotto le lenzuola tra le gambe di Mario che in genere arriva qualche mezz’ora dopo.

‘Cacao’ che ha la sveglia nel culo, circa un ora prima della mezzanotte vuole essere accompagnato in giardino per fare pipì e sperare ci sia ancora qualche persona intrepida che porti a fare la stessa cosa al proprio cane, così che gli possa abbaiare contro sulla soglia del cancello tutto il suo avvertimento di ‘stare alla larga’, e più è grosso il cane che passa, e più ‘cacao’ si arrabbia e raspa all’indietro come a dire vieni qui che ti mangio, ma data la sua stazza potrebbe al massimo mangiare un criceto… ma ben cotto.

Guido ha anch’egli due cani, da ‘caccia’ un po’ più grossi, di taglia media e siccome entrambi son chiazzati di bianco e nero così gli diede per nome lo stesso colore del loro pelo, Bianco e Nero, non fosse che l’istinto di cacciatori insito nel loro sangue canino gli fa fare buche nel giardino di casa del dottore e della dottoressa sua signora moglie. Buche di anche mezzo metro, e la pipì sulla siepe di lauro ‘brucia’ le sue radici. Guido sopporta, non pago li fa entrare in casa quando il tempo è inclemente, a discapito del parquet di casa e delle urla della moglie Arianna. Difficile per gli amici di Mario e Guido dire chi sia il più rincoglionito dei due perché ognuno pensa che sia chi ha ricevuto più amore dai loro amici cani. Pari e patta.

Il dottor Sepe fumava come un ‘turco’ ma anche lui smise alla veneranda età del pensionamento, magari perché si dovette impiantare due o più by pass alle coronarie. Quasi inutile aggiungere di dire quanto fu preso in giro per questo controsenso del suo stesso ‘lavoro’. ‘Cose di vita’, ordinaria scombinata composizione di un “disegno” superiore alle normali capacità comprensive, e ancora oggi Mario lo ringrazia per avergli  segnalato mediante una visita di routine, “polipetti” tumorali alle corde vocali, tempestivamente asportate pochi giorni dopo in un ospedale bresciano in quel di Darfo.

In quel luogo trovò la consueta “protezione” e rassicurante assistenza, non fosse per l’anestesia, che in quella occasione fu particolarmente drammatica… Su quel trasportino di acciaio Mario ebbe più paura ad addormentarsi sinteticamente che per tutto il resto dell’intervento previsto.

Ma si risvegliò, semplicemente più rimbambito del solito. Tutto aveva funzionato per il meglio, un po’ di mal di gola per qualche giorno, il tempo strettamente necessario perché Mario potesse comunicare con monosillabi a quel ‘signore’ proprietario dell’unico supermercato di un piccolo paese in una valle per dirgli che aveva trovato la soluzione per quel suo ‘problema’ con la patente di guida. Mario disse a quell’uomo di origini inglesi o tale si comportasse tanto da farlo credere,  che per dire il nome basterebbe si facesse in parte il nome di una marca di sigarette William…son) che il suo parente avrebbe riavuto la patente di guida con tre mesi d’anticipo, avesse sborsato 10milioni di lire. È così fu, così andò a finire la ‘faccenda’. A Mario venne consegnata una busta nell’atrio dell’ospedale di Darfo contenente il pattuito e qualche giorno dopo il fratello o il cugino o lo zio di William…son, poté guidare la sua automobile. Espedienti per ‘campare’.

Espedienti mischiati con la grande volontà di lavoro vero, quello ‘sano’, espedienti che vincevano troppo spesso sopra la logica di pensiero. Mario viveva in parte suo malgrado di espedienti, e non potrebbe aver avuto un insegnante migliore di Massimo che di espedienti ci viveva a tempo pieno. Massimo curato, o almeno si è provato a fare al meglio al San Giovanni VIII dove salutò per l’ultima volta il mondo con il sangue tra i denti, un ospedale in cui Mario non fu mai ricoverato per motivi di salute… solo visite a parenti ricoverate per parto dove ad ognuna veniva dato in dono al neonato una mini maglietta con il nome del n. “10” attaccante dell’Atalanta.

Anche il vecchio ospedale San Biagio di Clusone  era noto a Mario per le numerose visite che vi fece.  La più “dura” in termini di dolore, fu quando alla seconda di Pasqua subito dopo pranzo decise di seguire dei ragazzi che andavano per sentieri con moto dalle gomme artigliate. Una bella impennata alla partenza con la sua potente moto Hp2 bicilindrica, due grappe di troppo appena assunte che non lo aiutarono a far bella figura con alcuni spettatori avventizi del momento e cadde rovinosamente a terra con legamenti andati del ginocchio destro,  e l’uscita per mulattiere terminò prima ancora iniziasse.

Invece la volta peggiore in cui  venne temporaneamente ricoverato d’urgenza, fu ancora al San Biagio per un malaugurato incidente ancora con la moto, un’altra questa volta, da enduro. Una botta tremenda presa direttamente dopo aver invaso la corsia di un auto che sopraggiungeva dal lato opposto dal suo senso di marcia.

Bacino fracassato, e emorragia interna, da subito si capi’  che non potevano operare in alcun modo causa gravità dei traumi, e venne trasferito d’urgenza quasi subito all’ospedale Maggiore di Bergamo con la presenza fissa di Panna che venne alloggiata su di una lettiga nel corridoio in via del tutto eccezionale. Amorevoli cure delle infermiere assieme a forti dosi di morfina e undici giorni passarono in fretta, un po’ meno il rientro a casa, tre lunghissimi estenuanti dolorosissimi mesi, dove il mattino Mario agognava la visita benefica di una signora che gli leniva il dolore con due potentissime iniezioni di anestetico, ma ancor più avrebbe preferito essere ancora nel caldo accogliente e rassicurante ospedale Maggiore. Non che gli mancasse perché c’era già stato per altri motivi di lieve entità come per una colonscopia eseguita a mente serena che nel mentre la guardava al monitor, Mario osservava in diretta l’asportazione di polipi al suo retto e per quanto inverosimile, anche in quella occasione si sentì protetto tra le mura di quella stanzetta ora in disuso.

Due volte Mario non volle essere ricoverato in “officina”, la prima era “marcata” Romania. A Bucarest si rifiutò di farsi visitare in una struttura ospedaliera dove gli dissero che doveva portare lenzuola pulite, e la sera chiudere a chiave le medicine nel proprio comodino, un ricordo del 2001, ora probabilmente è diverso, fatto fu che si portò a casa in Italia una “bella” infezione intestinale che lo fece calare di 7chili di peso. Mario ha ancor oggi ben vivo quel ricordo di quella triste esperienza.

Ospite nell’ufficio-casa di Nello, un amico italiano che a Bucarest vendeva profumi sciolti e preconfezionati. Mario si contorceva da spasmi che gli attanagliavano lo stomaco, e lo obbligarono per 48 ore a stare tra la stanza da letto e il water accanto, e per tutto lo stesso tempo si dovette sorbire le urla e gli schiamazzi festanti della festa di un matrimonio rumeno in onore di due giovani sposi Rom che usano festeggiare tale evento per sette giorni consecutivi. Al centro del cortile, un grande fuoco sempre tenuto acceso per tutta la durata dei festeggiamenti. Al di là della staccionata che divideva le due proprietà, una fisarmonica che non smise mai di suonare e gente che ormai non cantava ma biascicava urlando senza rime e ballava con ritmi forsennati quanto scombinati.  Rumori di bottiglie che svuotate dal loro alcolico contenuto venivano lanciate contro il muro di casa degli sposi, lo stesso che fanno i greci che dopo il Brindisi di buon augurio agli sposi, si buttano alle spalle i bicchieri vuoti o come gli Ebrei che subito dopo il ‘si’, brindano è bevuto il contenuto del bicchiere lo avvolgono con un tovagliolo e depositandolo a terra lo calpestano anch’essi per ‘segno’ buon augurante. Cibi che arrivavano sulle tavole senza sosta, cucinati da ogni donna anziana della congrega che a turno fosse ancora in grado di farlo, e per contorno al tutto, una bella scazzottata di tanto in tanto tra parenti ubriachi, per le solite questioni d’invidia “populista” o per il solito denaro di m… raramente per le donne che consideravano meno importanti delle due principali precedenti “questioni”… o considerano ora, si spera. Si era sempre all’epoca dei comodini accanto al letto da controllare a vista, anche di notte, lì, al Gheorghe Marinescu, l’ospedale di Buku’reSt’.

Nello era un amico di Mario che lo stesso non avrebbe mai presentato a Massimo perché con Lui avrebbe scambiato tutt’al più tre parole prima di mandarlo ”affanculo”. Tra i due uomini c’era l’Oceano Pacifico che li divideva per pensieri e modo di vedere e affrontare la vita, forse nessuno migliore dell’altro perciò entrambi insindacabili. Chi ‘amava’ Massimo amava l’imponenza e la fierezza del Gran Canyon, eroso dall’acqua nei secoli, chi amava Nello amava Boot Hill, così chiamate le tristi ‘colline degli stivali’  che perlopiù erano adibite a cimiteri militari della guerra di Seccessione americana, alture molto differenti non solo per altezza.

Chi ‘amava’ Massimo viaggiava con Lui a bordo di auto fuoriserie e non lo vedeva mai rifornirsi di benzina perché aveva almeno mezzo serbatoio pieno prima di partire, chi ‘amava’ Nello viaggiava con lui su delle monovolume e puntualmente anche per un viaggio breve si riforniva di gasolio appena partiti con la speranza che l’ospite si offrisse di dare il proprio contributo… ottenuto lo scopo, fatto il pieno, Nello non riponeva subito la pistola di rifornimento, aspettava qualche attimo che la schiuma del gasolio nel serbatoio si perdesse scemando per poter ospitare ancora un mezzo litro di gasolio… Mario non poteva presentare “un Nello” a Massimo.

Mario andò a Bucarest e anche in alcuni altri paesi della bella Romania con Nello, e ogni volta come nel suo perfetto stile da taccagno scarsamente intelligente, faceva sentire l’amico in dovere di ringraziare anche se oltre la buona compagnia, Mario spesso sborsava per due persone tutte le spese che  necessitavano per il viaggio e permanenza di un luogo.

Così accadde anche quella volta che Nello portò con se Attilio a Barcellona. Attilio un uomo di origini pugliesi, faccia da ebete, alto come un giocatore di basket che aveva da poco tempo “tagliato” con una tipa e si trovava in un brutto momento con il concilio del cuore. Accettò quel viaggio, si voleva distrarre da quel pensiero che gli attanagliava la gola, desiderava trascorrere qualche giorno di spensieratezza insieme all’amico, sicuro che gli avrebbe tenuto compagnia per buona parte della vacanza, così che si distraesse da quei brutti momenti. Per pochi mesi non si era ancora all’inizio del terzo millenio, che le date non si ricordano mai con esattezza, le memorie diventano fotografiche e discontinue, e si cerca di fare al meglio per ingentilirne i dettagli. Al ritorno di quel viaggio, Attilio in un pub, seduto a un tavolo davanti a una caraffa di birra e due amici che lo ascoltavano, raccontava sconsolato la triste esperienza vissuta in quello che doveva essere Spagna e… ancora Spagna… e invece fu di ritrovarsi per una settimana con Nello in una confortevole prigione senza sbarre di una qualsiasi parte del mondo…

Attilio) Gente strana nella mia vita ne ho conosciuta a bizzeffe, che poi siamo tutti strani, e ancora ci sono i gentili, i buoni e i cattivi, i seriosi, i moralisti e continuerei a lungo, non mi fossi di già stancato. In quel 2000 che aveva da venire, conobbi un antipatico, categoria molto comune, ma era pure invidioso e a volte burbero, insomma una persona da evitare. Quello fu per me un periodo davvero triste, ero al culmine della disperazione, la mia donna mi aveva lasciato, per colpa solo mia, anche se i legni che formano una croce, son sempre due, uno corto e uno lungo, diciamo che il mio era lunghissimo, e tante’ che mi ritrovai disperato e solo. Che solo non ero mai, una compagna, l’ho sempre comunque avuta, ma se non è quella che fa battere ‘forte’ il cuore, e come  fossi l’unico uomo soppravvissuto sulla terra. Le altre non contano, nulla conta più se sei davvero innamorato di una persona, Lei diventa la tua ragione di vita. E forse sarà per questo motivo che per distrarmi dai miei tormenti, o illudermi mi succedesse, accettai l’invito di andare a Barcellona, con quell’antipatico scorbutico che malauguratamente conobbi, che chiamo con un nome di fantasia, Nello.

Si fanno e si compiono cose strane, quando sei ‘ferito’ e innamorato, ed io accettai quell’invito. Nello disse che doveva recarsi dalla sua donna spagnola, un avvocato, per stare con lei qualche giorno, così si vedevano, un po’ in Italia, e un po’ in Spagna, e contenti loro, pensai, nulla da eccepire.

Partimmo e una volta arrivati, io mi sistemai in un bellissimo albergo “82” stelle, di cui ricordo bene solo il bagno, spazioso, modernissimo, e di colore prevalentemente scuro, di marmo con venature bianche, situato in una mini suite all’ultimo piano. Una delle fobiche manie di Attilio, e’ di non alloggiare mai in grandi palazzi se non ai piani superiori, possibilmente l’ultimo, quello che più tocca il cielo.

Un altra fobia per me è volare sulle ali di un aereo e continuando a parlare con gli amici pazienti, Attilio disse, preferisco un intervento chirurgico, se non grave ovviamente. Pensai che Nello si occupasse gran parte del tempo, per distrarmi, per farmi visitare la città, e perché no, anche per invitarmi di tanto in tanto nell’appartamento dove alloggiava con la compagna, magari per pranzo, o per cena, al contrario, quando ci sentivamo telefonicamente, rispondeva sempre con voce cupa, e a volte pareva persino contrariato, e trovava sempre una stupida scusa, per glissare e rimandarmi ad un altro momento.  Una sola sera su sei che rimanemmo a Barcellona mi venne a prendere per portarmi nel loro appartamento. Fu una cena veloce, frugale, fredda, come del resto era lui e la sua donna, chiesi cosa avrei dovuto portare e nello rispose che due bottiglie di ottimo vino potevano bastare a condizione fosse il ‘tinto Tempranillo, ed insieme di mia iniziativa omaggiai l’avvocato con delle profumatissime rose bianche e gialle. Alle 10 della stessa sera, eravamo già al secondo liquore che stavamo bevendo in un anonimo bar di Barcellona, e verso le 11, dopo la terza telefonata che riceveva dalla sua degna compagna, mi riaccompagno’ all’hotel dove ero alloggiato.

Ancora oggi, ripensandoci, non mi capacito del perché di quell’invito tanto ‘strano’ quanto inutile. E fu così, che tra un pianto nel bagno di marmo nero, e un altro pianto nel bagno nero, per i restanti giorni della mia permanenza, decisi di visitare la vicina città di Madrid in cui una piazza con al centro Don Chisciotte della Mancha a cavallo del suo scalcinato ronzino, con il fido scudiero Sancho Panza con il suo asino, che teneva per mano le briglie del quadrupede, fermi nella medesima posizione statuaria, fissi nel bronzo.

E poi in un bar a bere, successivamente, in un altro bar a bere. In un altro giorno invece, tanto per non cambiare, di mattino entrai in un bar per la colazione, poi camminai per le vie, e poi in negozi in cerca di souvenir,  e nel pomeriggio ancora in altri bar della città a bere aperitivi, ma finalmente reagii. Basta bagno nero e bar, basta, cambio città e vado al museo del Prado, famosissimo, così mi vedo qualche ‘grande’ della pittura e della scultura, dissi tra me e me, così do un senso a sta vacanza di merda. Arrivai davanti al maestoso museo, salii sulla gradinata antistante al colonnato che immetteva all’ingresso, e mentre stetti per varcarne la soglia, un sorvegliante mi fermo’ con un cenno, e mi disse in perfetto italiano che il museo chiudeva di li a poco, e che quindi era inutile che vi entrassi, perfetto no!?…

Non era cosa… Ne il viaggio, ne lo scopo, ne l’amico, se così si può chiamare quella “cacca” d’uomo che mi chiese di portare per cena due bottiglie di Tempranillo che costavano come lo stipendio di un mese di un operaio italiano, e con il costo delle rose ci potevo pagare un giorno all’hotel di “82 stelle” e poco prima di riaccompagnarmi, al bar pagai una piccola fortuna anche quattro Cardenal Mendoza riscaldati a vapore in coppa. Niente di più probabile che il caro Nello fece la “cresta” anche per l’alloggio e il viaggio in aereo, entrambi prenotati e anticipati da lui.

Per fortuna, la tenacia e la mia testardaggine, fecero si, che a Madrid ci ritornai qualche anno dopo, con la mia donna, che avevo nel frattempo, faticosamente riconquistato. Ci andammo con due cari e veri amici. Una splendida crociera che tra altri luoghi,  fece scalo a Madrid e potemmo visitare le realizzazioni artistiche di Salvador D’ali, bizzarre costruzioni architettoniche come del resto la stessa famosissima Sagrada Famiglia,  una cattedrale dai mille confusionari stili, una accozzaglia di stravaganti mescolanze etniche, bellissima per molti, ma che non trova entusiasmo in altri che preferiscono uno stile più ‘pulito’ come quello della basilica di S.Ambrogio, il Duomo di Milano.

Madrid Milano, ogni scarrafone, e’ bello a mamma süia. I due amici di Attilio erano stupefatti dal racconto dell’amico, e dopo qualche attimo di smarrimento, uno di loro ruppe il gelo e rivolgendosi a Tina la cameriera del pub, ordinò tre sangria e finì tutto in una fragorosa risata.

Bel matrimonio e mal di pancia per Mario a Bucurešt e dulcis in fondo cattiva compagnia. Un altra volta in Egitto a Sharm el-Sheikh, nemmeno si volle  informare se esistesse una struttura di cura. Impaurito dallo “spettro” di un ospedale in quei luoghi, Mario era al principio della lunga strada (in seguito percorsa) che divide i cuori nascosti dietro il muro dell’intolleranza. E ancora si portò a casa ‘caccarella’ e una crisi d’asma, che però incoscientemente come di suo uso comune, non gli impedì  di effettuare una immersione nell’acquario di Allah. sicuro che l’acqua salata e leggera l’avrebbe sostenuto. Anche con il fiato corto che più corto non c’era, Mario riuscì ad avere il muso di una murena a pochi centimetri dal naso, come di vedere sguazzare allegramente una piccola razza, e centinaia di altre splendide creature nuotanti di Dio., di Allah che sono la stessa meravigliosa simbiosi d’amore sparso anche nel mar Rosso. Sono tutte storie di vita comune, dove ci si rinfranca il corpo, la mente e lo spirito.

Due volte Mario se ne andò anche dal l’ospedale del suo paese, in entrambe ancora sanguinante dopo l’ennesimo grave incidente di moto, due, tre ore di inutile attesa con il codice verde, firmò e se ne andò.  Capì da se di non essere fratturato e non avere bisogno di punti sutura per semplici escoriazioni, altre volte successe il contrario e fu ben curato da crisi di respiro d’ogni sorta.

Ma Mario poi percorse un po’ di quella strada del cuore, e ora sa che tutto ciò non è il peggio, una capatina nei reparti di oncologia di ogni ospedale, dove bambini pelati sgranano gli occhi guardandoti con un perché che non avrà mai risposta, e noi ci si lamenta di cose futili e inutili che non abbiamo o che vorremmo avere… visitare qualche reparto terminale dove la gente ospitata per l’ultimo vano tentativo di salvezza terrena, non alza lo sguardo per vedere chi sei, perché sinceramente non gliene importa più nulla di saperlo, e la lista prosegue ma non cambierebbe in alcun modo il pensare che siamo fortunati ad aver visitato quelle oasi di speranza, pur anche senza esserne ‘usciti’ troppo felicemente… ma senza danni. La, in tutti quegli ospedali dove a quel punto, il colore della pelle non contava assolutamente nulla. Il dolore è uguale per tutti, fortunati o meritevoli, che solo una linea sottile divide le due teorie.  E ora Mario sa che altra gente soffre.

Ma Giuly, Mario la rivide ancora, la sorte ignara li fece rincontrare perché lei si fidanzò con Arnaldo che nel corso del tempo era diventato di fatto un amico di Mario. I due si videro per la prima volta nel negozio di Arnaldo che ospitava alla tentata vendita dei magnifici lampadari e applique affissi in bella mostra al muro. Mario al l’epoca era un antiquario con la predilezione a tutto ciò che illuminava, nel passato e nel presente. Quel giorno, nel negozio di Arnaldo ammirò la merce esposta di ‘stile presente’, in gran parte arte vetraria di Murano.

Mario amava quel territorio veneziano per i suoi vetri e cristalli, e subito accanto, non di meno amò Burano per pizzi e merletti ricamati da mani pazienti e sapienti, e ogni volta ricordava rivedendo nella mente quelle calle e quei canali. Gli  faceva strano associare quel luogo alla suocera. Mario fece il viaggio di un giorno con la signora Margherita, sua suocera, da Jesolo partirono un mattino alla volta di Murano per visitare le focaie dei mastri vetrai e poi fu la volta di Burano, quella magnifica isola zeppa di pizzi e merletti ricamati, belle cose e belle persone su quel l’isola incantata.

Mario capitò di proposito nella boutique di Arnaldo, cercava spesso di adornare la vetrina della sua bottega che vendeva perlopiù arte vecchia a volte antica, e gli piaceva mischiarle col moderno per il “gusto” di presentare ai passanti che camminavano sul ciottolato della antica strada che dava direttamente sulla vetrina della bottega.  L’Arte di diversi stili, la memoria e il presente, che per il futuro, ancora ci si sta attrezzando per migliorare la vana ricerca dell’infinito.

Erano i primi anni del secondo millennio, l’antiquariato stava morendo, allora Mario si adeguava pensando che anche le abitazioni moderne con le pareti e mobili di un solo colore chiaro illuminate da  lampade di gesso che emanano luce da sala operatoria, potessero benissimo sposarsi con il “gran gusto” di abbinare alla sala pranzo, un magnifico lampadario ‘MariaTeresa’ con mille gocce di cristallo di fine ottocento riadattato con lampadine al posto delle candele, che emanavano il colore dell’aria di un alba.  Perciò Mario era in quel negozio.

Mario entrò e per prima cosa tra mille sfavillanti bagliori  pendenti da soffitto e pareti, vide Arnaldo seduto a mezzo negozio dietro una piccola scrivania di cristallo. Non sembrò certo la ‘figura’ esatta di un “venditore” d’Arte ma piuttosto una faccia da scoprire.

Arnaldo staccando la penna dal foglio su cui stava scrivendo, sollevò di poco gli occhi da sopra i piccoli occhiali da lettura e dopo un buongiorno, invitò il possibile cliente con voce un filino roca e biascicata  ad entrare e guardarsi in giro, aggiunse che se fosse servito il suo aiuto lo avrebbe volentieri accontentato.

Così andò perché Mario dopo qualche passo fra i due saloni espositivi, chiese ad Arnaldo il prezzo di qualche pezzo esposto e anche da dove provenisse quel ‘luminoso incanto’. I due parlarono di prezzi e provenienza e al fine di come fossero i pagamenti considerando che si trattava fra  ‘rivenditori’. Mario capì al volo che Arnaldo in quel negozio contava come il due di coppe quando la briscola è a spade, lo capì subito forse perché era lo stesso motivo che lui stesso ‘c’entrasse’ con la sua bottega di Antiquariato, gestita perlopiù da passione per i lampadari antichi, anche se in realtà un staff di persone alle spalle, restauravano per Lui qualunque cosa e oggetto.  I dipinti erano curati dall’unico occhio esperto di Ivano che dipinge tutt’ora nonostante Mario spera che spiri… i suoi quadri varrebbero molti più soldi, ma Ivo spavaldo risponde sempre che non si è mai sentito meglio che in quel momento. Così che Mario glielo augura ancora, perché sa che gli prolunga la vita.

I lampadari della bottega di Mario erano curati quasi a tempo pieno dalla Giusy, una bella ragazzona che pareva essere un mix tra ex “sessantottina” di idee molto umili e sempre volte al debole.

Giusy vestiva spesso di nero con grandi camice e pantaloni svolazzanti e portava i capelli dritti e scuri, raccolti da una coda. Con la sua bravura sapeva riportare al suo antico splendore un magnifico Maria Teresa 24 luci. Un lampadario che gli veniva presentato con tanta polvere secca da sembrare un albero nella nuda radura sferzato dal gelo di un inverno impietoso.

Nessuna ‘goccia’ dei suoi pendagli brillava più, e gli spilli di ferro che univano i pezzi di cristallo, si sbriciolavano al solo contatto con le dita. Ogni volta Mario ammirasse un lampadario che Giusy sistemava, rimaneva incantato per tanto ritrovato splendore. Lo stesso di quando vedeva un quadro appena finito di Ivano, sempre era come se ricevesse il più bello dei regali di un oggetto. Molto brava Giusy, talmente brava che ancora a bottega riuscì ad ottenere una importante commissione di lavoro, il più prestigioso si potesse avere in quella città, un teatro da curare per la pulizia e riparazioni delle sue innumerevoli lampade a muro e maestosi lampadari.  Era ancora a bottega ma… il lavoro lo prese a nome suo… era brava Giuly, brava e umile nel  parlare e vestiva sempre di scuro.

Mobili, vasi e antichi suppellettili, erano affidati alle mani ‘sapienti’ di restauratori e decoratori con la loro bottega e per non farsi mancare niente, Mario si avvaleva anche della preziosa quanto inutile collaborazione di Charlie, un ex parrucchiere dalla mano d’oro ma dalla “canna facile”… è non era un cacciatore. Fumava come un turco e beveva birra da mattino a sera come un tedesco.

Charlie era un bellissimo ‘biondo’ sciupato da alcol, donne e da altro, e oramai dal tempo. Sostituiva Mario di dietro la scrivania in noce spaparanzato sulla grande poltrona Luigi XVI e sapeva vendere merce in un anno tanto da far guadagnare la bottega per tre mesi che di solito erano di Natale e Pasqua dove anche un bambino avrebbe venduto un vecchio binocolo di ferro e ottone della prima guerra mondiale ad un anziana signora… anche senza una lente. Gli altri 9 mesi erano sulle spalle di Mario che trovava tempo la sera e giorni festivi per almeno arrivare a pagare metà delle spese.

Se la doveva cavare diversamente Mario per far quadrare il bilancio. Con la collaborazione di società fasulle “gonfiava fatture” a chiunque ne richiedesse, e per questo gli servivano sempre grosse quantità di denaro in “nero” da restituire ai complici dell’evasione fiscale. Quelli come “Lui”, Mario li ‘fiutava’ a distanza e capì con uno sguardo e quattro parole che Arnaldo era lì per coprire un altra o altre attività più o meno lecite, del resto era lo stesso di ciò che faceva Mario. La passione per quel lavoro esisteva veramente nei due nuovi amici, ma di certo entrambi non si procuravano il necessario per vivere con attività di ‘facciata’ anche se di piacere, e si capì poco tempo dopo di cosa i due in realtà vivessero…

Mario pagò con assegni post datati una consegna di merce e al prezzo totale aggiunse una somma che Arnaldo restituiva in contanti detraendo un proficuo interesse non certo bancario… Mario aveva trovato il centesimo amico che gli prestava denaro con interessi che di solito dopo un po’ non si riusciva più a sostenere e quindi a restituire.

Da lì minacce e vita grama zeppa di angosce, insicurezze e paure da non augurare nemmeno a un delinquente incallito. Finché  Mario come Massimo, finivano per fare cose sempre più grandi e stupide per guadagnare di più e poter ripagare il debito che una volta sanato se n’era creato uno più grande. Per guadagnare molto in poco tempo non c’era che un modo, volto a illegalità sempre maggiori, così che Mario era un aspirante attore, Massimo un attore di grido…

Attori per saper vivere una vita tra le mura di casa con gli affetti più cari di persone e cose, riuscendo a mantenere un atteggiamento apparentemente tranquillo per non turbare la loro serenità.

Essere attori, proseguire il resto della giornata supplicando bancari di turno di portare pazienza per la rata del mutuo o di posticipare di qualche giorno il versamento di un assegno di data già scaduto. Impiegati bancari annoiati di sentirsi dire ogni giorno ormai da anni le stesse cose… che è l’ultima volta, perché c’è un “affare” importante che sistemerà tutto in breve tempo, che sarebbe stata l’ultima volta che si staccherà un assegno senza fondi, che c’è un bonifico in arrivo di cui non si spiega il ritardo…

Essere attori di “quella” vita, significava passare dalle suppliche alla Oliver Hardy,  ad essere persone  come James Dean che proponevano lucrosi affari in cambio di cose losche. Persone tutte d’un pezzo come Rambo che non vacillavano con documenti falsi alla mano per acquistare merce a rate con il solo deposito di un misero anticipo di denaro e rivenderle ad un prezzo inferiore del loro valore.

Il trucco “dell’artista attore” era fissare dritto negli occhi del malcapitato venditore per infondergli la fiducia necessaria, ovviamente ‘dimenticando’ di saldare il debito che comunque era intestato ad una persona sconosciuta, o che si conosceva ma non si rispettava.

Essere attore della vita o aspirante tale, significava far parlare di se stessi come “personaggi”, quindi per i due amici era indispensabile curare interessi sociali nel loro ambito ‘operativo’, bisognava si curasse l’aspetto e avere l’orologio “giusto” al polso e un auto che facesse parlare di se.

Quando Mario o Massimo si presentavano ad un appuntamento d’affari, che voleva dire dammi del denaro che in qualche modo lo ripago, ottenevano prestiti o finanziamenti di 2 o 3milioni di lire, se si presentavano con una utilitaria, se al colloquio sfoggiavano un bel sorriso e arrivavano a bordo di una Mercedes, potevano ottenere dieci volte tanto quanto avuto con la ‘cinquecento’.

L’abito non fa il monaco, ma la gente ai tempi moderni sembra ignorare questo modo di dire, sembra aver dimenticato il valore di chi va ascoltato così che l’immagine prevalga sulla ragione.

Trent’anni prima del loro incontro, Mario non viveva di assegni datati  e nemmeno Arnaldo a quel tempo viveva di ‘prestiti facili’. I due divennero amici e fu una fortuna per Mario, perché ad ogni scadenza degli assegni che firmava, raramente era puntuale nel pagamento, così che i due fratelli di madre ma non di padre portavano sempre pazienza rassicurati da Arnaldo e prorogavano le scadenze anche se con crescente antipatia, e ‘interessi’ sempre in aumento.

Mario trent’anni prima di conoscere il nuovo amico, era un onesto lavoratore nel mondo del l’industria e comprò una Jaguar XJ e per non farsi mancare nulla acquistò anche una moto Bmw gran turismo, non troppo per un buon artigiano del l’epoca che lavorasse sodo, molto per Mario perché su quel l’auto sportiva nera con interno beige e su quella moto marrone con profili e cerchi d’oro, ci caricava sempre più frequentemente delle ragazze… che non erano mai le stesse per periodi lunghi, e logicamente le sue visite in cantiere diminuivano settimana per settimana e cominciò ad usare il metodo assegno a scadenza con ‘mancia’ appresso…. forse Mario conobbe così anche Massimo…

Arnaldo trent’anni addietro, le macchine le truccava e un Alfa 1750 diventava un bolide che riusciva facilmente a fuggire dalle ‘gazzelle’ dei Carabinieri o le ‘pantere della polizia, dopo che con amici aveva messo a buon segno una rapina.

Facile  diceva, le banche a quel tempo non avevano vetri antiproiettile e nemmeno bussole anti rapina, tantomeno guardie giurate al l’ingresso delle stesse… le nostre pistole automatiche calibro 9  erano pericolosamente precise, mentre le forze del l’ordine avevano in dotazione residuati  bellici del l’ultima guerra che se ti sparavano addosso a distanza ravvicinata, colpivano dei cartelli stradali lì accanto.

Le moto le cambiava ogni volta che una “rapa” riusciva, e quella “usata” di nemmeno un anno di vita, insieme ad altre moto guidate da compagni di merende ubriachi o strafatti o tutt’e due, si lanciavano a folle velocità su un pontile di mare o di lago e dopo un volo nel vuoto finivano in acqua riemergendo solo gli uomini.

Alla fine degli anni 70, le banche cominciarono a proteggere i loro impiegati con vetri antiproiettile sempre più alti e spessi e non bastavano pochi colpi di mazza per buttarli giù, le “bussole” furono inventate poco tempo dopo come ciliegina sulla torta. Nuove e potenti Alfa Romeo in dotazione agli agenti, sostituirono le vecchie “dragone”, così come vennero sostituite pistole stanche con mitragliette e pistole automatiche.

Erano diventati amici i due, pranzi e cene insieme, e anche brevi gite fuori porta, come quella volta che decisero di andare in un agriturismo sulle colline toscane il fine settimana per fare delle passeggiate a cavallo. Arnaldo e Flavio che era il suocero di Mario, marito della signora Cristina, che ingaggiò Piero, l’autista con camion per il trasporto cavalli. Piero che a guardarlo sembrava Cico il piccolo messicano panciuto amico di mille avventure tra le paludi in compagnia di Zagor the Nay.

Piero non faceva quel lavoro di professione e i tre cavalieri se ne accorsero ben presto dagli scossoni del camion e frenate brusche, al l’inizio del viaggio sembrava guidasse un ubriaco mentre una volta giunti alla meta se ne resero conto senza alcun dubbio… e Katubia una splendida cavalla araba, si ferì per la caduta a terra della cassetta degli attrezzi dovuta alla guida maldestra di Piero, il Cico, Gonzales y Martinez, y Gomez…

In quella occasione, Mario raccomandò più volte ad Arnaldo di evitare di parlare dei rispettivi ‘passati di vita’ dei due in presenza del suocero, e infatti alla cena del primo giorno d’arrivo consumata al l’agriturismo, si parlò di antiquariato e lampadari mentre Flavio ascoltava e Piero ordinava un altro mezzo di vino rosso.

Finita la cena, Arnaldo propose una piccola follia, si sarebbe andati a cavallo con il buio della notte in cima a quella collina, è così facemmo. Piero se ne andò a dormire riuscendo barcollante a raggiungere il nostro alloggio nel reparto notte del primo piano, i tre moschettieri impavidi, un ora dopo erano sdraiati uno accanto al l’altro sulla cima di un colle con le mani a dita incrociate sotto la testa a guardar le stelle con i cavalli che sciolti da briglie pascolavano tranquillamente accanto.

Arnaldo fumando una sigaretta, guardava tra celo e terra diceva che lì le stelle brillavano come da nessun altra parte, poi improvvisamente si tirò su colla schiena e sparando una parolaccia di stupore disse a gran voce, io quella luce la conosco, Flavio rispose, certo, è la costellazione del l’Orsa Maggiore… ma quale Orsa e orsacchiotto ribatté Arni puntando il dito a valle! Non in cielo, quella luce la che sembra un campo di calcio illuminato a giorno, è il carcere dove sono stato io per via di un trasferimento… qualche secondo di silenzio che sembrò un secolo a Mario che gli si strozzò la voce in gola senza saper cosa dire… per aggiungere peggio al peggio aggiunse Arnaldo,  ci rimasi solo un mese, poi mi trasferirono a Milano… peccato avevano degli grandi asciugamani… bhe! è ora si ritorni disse il suocero di Mario mentre si alzò frettolosamente. Ecco fatto, frittata fatta.

Da quella gita, passarono alcuni anni e Arnaldo ebbe una figlia da Giuliana che aveva vent’anni meno di Lui e probabilmente a causa di questa nuova responsabilità, pensò di fare altro che scontare assegni datati, e vendere controvoglia un lampadario di tanto in tanto per mantenere la sua famiglia. Lasciò Mario nelle mani dei due fratelli e per alcuni mesi sparì  dalla circolazione frequentandosi con un algerino naturalizzato francese. Mario non seppe mai cosa andasse a fare l’amico Arnaldo con viaggi periodici con un furgone bianco oltre frontiera, ma seppe con certezza da altri amici comuni, che al l’Arni non bastava più una sniffata di coca per tirarsi su, ma andò ben oltre con chissà quant’altre porcherie, finché un giorno Giuliana telefonò a Mario dicendogli che la sera prima il suo Arni mentre era nella vasca da bagno, vomitò sangue che schizzava sulle pareti con colpi di tosse che, tanto rochi sembrava provenissero dal l’oltre tomba e dopo alcune ore di agonia spirò tra le braccia della giovane amante.

Giuliana quella sera invece  telefonò a Mario disperata e piangente per annunciare la brutta fine di Arnaldo.  Giuly la stessa che dopo dieci anni, era al l’altro capo del telefono di Massimo per dirgli che era passato a miglior vita… e disse a Mario anche il giorno del triste commiato che per sfiga era proprio il giorno del suo compleanno. Alle due e mezza di sabato nella Parrocchia del paese della mamma di Massimo, nel giorno del l’inizio d’autunno.

Al bar per un panino che era la una e mezza. Mario e Panna si trovarono con Patrizia, e l’amica Margherita la tipa che aveva venduto l’avviamento del bar  a Massimo che poi Lui chiamò MonteCarlo. ‘Marghe’ era lì che in “cagnesco” inveiva dicendo, io son qua per ossequiare la persona ma non come uomo, ho da dire che Massimo non lo era, e mi ha lasciato nei guai, non ha pagato che poche rate e ora non c’è più.

Continuò sgradevole Margherita rivolgendosi a Mario e Elisa, sono qui per la persona e non per l’uomo, ripetè… e per due volte Mario non capì… non capì il significato di quelle parole insensate e come si potesse essere tanto insensibili di fronte ad una tragedia non voluta, svoltò il capo da un altra parte e sorseggiando del vino finì di mangiare il suo panino, anche Panna rivolse lo sguardo altrove. Margherita aveva buone ragioni per lamentarsi, ma la morte falcia ogni ragione e non era certo quello il modo e momento di lamentarsi… il primo giorno d’autunno, con Massimo che si presentava per l’ultimo saluto.

Ciao Massimo 2

Non era al momento giusto la lamentela di Marghe, e a Mario diede fastidio sentir parlar male così di un amico intimo appena scomparso. Patrizia era imbarazzata e si vergognò un poco per quella incresciosa ituazione, quasi certamente fu coinvolta, chissà poi perché quel giorno si dovette accompagnare a Marghe, ma è troppo buona per saper dire di no, o forse semplicemente un po’ stupida nel scegliersi le amicizie.

Patrizia una ragazza fragile, ‘buona’, stolta, tanto da essere ormai una donna matura innamorata di una sola persona che divide con un altra da almeno vent’anni, anche se per Massimo avrebbe di sicuro fatto un eccezione, e una ‘scappatella’ se la sarebbe fatta. Massimo no! Non se la “sarebbe fatta”, troppa incompatibilità di carattere. Del resto Patrizia era la ‘donna’ di Claudio e per questo il divario tra i due era di fatto incolmabile. Chi ama una persona, ne assume di fatto le ‘somiglianze’… forse per questo motivo Massimo con Claudio si è sempre presentato con un cenno o una fredda stretta di mano.

Lo stesso che avrebbe fatto molto volentieri Marghe con Massimo ma venne preceduta dalla figlia Marika che di anni ne aveva metà della mamma ed ebbe una relazione seppur breve con Massimo. Ora Marika vive in Spagna e ha un figlio. Marika non era tra le fila di panche delle navate, come del resto è come fosse che non v’era Margherita che si sistemò in fondo, vicino ai grossi boccali di marmo d’acqua benedetta, accanto l’amica che erano lì con il corpo…  il cuore l’avevano dimenticato a casa.

Dopo nemmeno un ora ci saremmo ritrovati tutti sul sagrato, è così fu. Uomini in giacca e maglia nera che sembravano le Jene di canale 5 in cerca di notizie, ma di nuovo c’era solo Massimo in quel l’umile bara di color chiaro, Lui, l’avesse saputo con anticipo, l’avrebbe voluta nera con finimenti in metallo alla ‘Versace’ ma con il tocco di classe in più rappresentato dai profili argentei piuttosto che pacchiani d’oro. Massimo era la ‘finezza’, ed ora si era lì in chiesa, un prete ‘figo’ con capelli argento e pietose parole d’oro parlava di Lui riservandogli elogi da benefattore.

Parole che si riservano ad un amico discreto e Massimo era delicatamente discreto, era un “signore”. Ed ora si era tutti lì, in quella chiesa divisa da una navata importante che divideva gruppi di persone che perlopiù erano donne che piangevano un amico perduto… ma le più di un amore mancato. Le donne più giovani compreso la sua ultima fiamma Denise sedute sulla sinistra di dove era Mario. Quattro ragazze che la più ‘vecchia’ era Denise che se fosse stata un uomo alla fine del secondo secolo, avrebbe da poco finito il servizio obbligatorio di leva…

Sedute al primo banco, tra altre ragazze, la figlia di Giuliana e Arnaldo che sali sul palco l’omelia del l’ultimo commiato ricordando Massimo come un papà mancato. Martina disse che non avrebbe mai scordato di quella volta che Lei era triste per la perdita di papà, e Massimo per tirarla su di morale, uscì nel parcheggio del locale dove si trovavano, l’aiutò a salire sul tetto del suo potente fuoristrada e salì anch’egli ed insieme ballarono al suono della musica che usciva dai finestrini. Altra gente arrivò attirata da questa piccola follia e alle tre di notte furono molti i temerari che osarono riempire le loro auto di ‘fossette’ su cofani e tettucci calpestati a suon di musica e tacchi. Più che temerari erano allegri o ubriachi, ma fu festa per il cuore di Martina, disse ciò con voce rotta e i singhiozzi non gli permisero di dire altro se non Ciao Massimo non ti dimenticherò mai

Mario conobbe Denise solo al telefono. Bastava non frequentare Massimo per un breve periodo di tempo per non conoscere la sua ultima fiamma, e Lei fu l’ultima fidanzata ufficiale del Playboy della vita che Mario non conobbe personalmente.

Un giorno Massimo al telefono chiese a Mario se fumasse ancora le canne, e avendo ricevuto la risposta positiva, aggiunse al l’amico se non potesse procurare del ‘fumo’ per la sua Denise… Sai bene che non ho mai fumato ne mi sono mai drogato con schifezze di alcunché tipo… la Denise vuole un po’ di fumo me lo puoi procurare? Fumo o “maria”rispose Mario? Aspetta, aspetta che ti passo la ‘tipa’ così parli con Lei che io non ci capisco una mazza di ste cose… ok., e gli passò Denise… Ciao, ciao cara cosa vorresti? “maria” disse, quanta? o beh! un “centino”. Un centino a me dura un mese e anche più rispose Mario, è meglio che ti dia il nome e il numero di telefono del ‘tipo’ che me la vende una volta ogni due o tre mesi, così vi arrangiate tra voi che oltretutto avete su per giù la stessa età, a… benissimo replicò Denise, ti ringrazio molto e salutando passò di nuovo la linea a Massimo.

Scusa disse Mario ma pensavo volesse un paio di spinelli, io sai che ora ne fumo una al giorno giusto per dormire meglio e mangiare un po’ di più invece che solo buttar giù alcolici e quindi non ho grosse quantità, anche perché non ho più l’età per certe trattative, hai fatto bene rispose Massimo, se la vedano loro, grazie.

Mario non conobbe mai Denise, ma a detta di tutti tanto per non cambiare è bellissima, come tutte le donne di Massimo, come tutte le donne che hanno l’età di un fiore appena sbocciato, anche se al suo funerale c’erano fiori sbocciati e altri un poco appassiti con mariti al seguito. Sembrava di essere in un film satiro comico anche se qualcuna era meglio piangesse o doveva piangere.

Mario non sapeva se Denise fosse bellissima come per sentito dire dagli amici e dalle amiche, non l’aveva mai vista… solo sentita. Un giorno di un mese dopo la richiesta di Denise, si accorse che la sua scorta di benessere ‘fumoso’ si stava assottigliando, si stava esaurendo, così che Mario fece la classica telefonata di rito ad GiovanniMaria, che il Giovanni è inventato e Maria era stato aggiunto per indicare il venditore di ‘fumo’, o marijuana che dir si voglia.

Eilà ciao come va, un caffè!? Si volentieri rispose Giovanni, alla solita ora al solito supermercato, ok. rispose Mario, ciao. Solita ora, solito posto e i due scesero insieme dalle loro auto. Ciao Gio, ciao Ma, come va? e avvicinandosi a mano tesa verso Mario, Giovanni sgranando gli occhi disse, ma che f..a mi hai mandato lììì!? Mario visibilmente stupito chiese, di che f..a vai parlando… quella che gli hai dato il mio numero di telefono! Ma è troppo fi ….. è troppo bella.

Non riuscivo nemmeno a parlargli perché dovevo alzare il capo… e lo sguardo si fermava puntualmente su quel seno scolpito nel marmo… no, no! È troppo per me… Mario un poco ripresosi dallo stupore e avendo finalmente capito che Giovanni parlasse di Denise gli disse con tono ironico ma sincero… ôôôô!!! “grosso pirla mica te la devi fare” la donna del mio amico, gli devi solo dare ciò che chiede, se vuoi, oppure libero di non farlo! Si, lo so rispose Giovanni abbassando il tono di voce alterato dal l’eccitazione del ricordo di Denise, mi ha pure detto di essere pazzamente innamorata del suo uomo che ha sessant’anni e sta passando un bruttissimo momento di salute… ma una f..a così quando mi ricapita!… nemmeno nei sogni.

“Gioan”, ma vaffangol che l’è mei, disse Mario nel suo dialetto! Che non aveva bisogno di conoscere la nuova fiamma del l’amico, sapeva di non aver bisogno di ulteriori conferme che fosse la bellissima “donna di Massimo”. È tanto bella Denise che stordì il Giovannimaria. Mario è un fervente Credente, forse un illuso ma non per questo perdente, e pensa che la marijuana sia una figlia della terra che non alterata da altre sostanze, e se ben ‘distribuita’ al corpo e alla mente di certo non può nuocere, comunque non più di un bicchierino di grappa al giorno. L’eccesso è sempre deleterio e non solo per droghe leggere… l’alcol è ancora il problema di dipendenza che fa più ‘disastri nel mondo, Mario anche adesso preferisce fumare una ‘canna’ al giorno piuttosto che un pacchetto di tabacco e catrame, per questo motivo assecondò volentieri Denise che voleva sballare, se poi ‘questa’ come d’uso comune non si fermasse solo al piacere del fumo, non era cosa che interessasse lo stesso Mario… pensava che chiunque deve fare il suo percorso, quello che aveva da tempo abbandonato in ‘piaceri polverosi’ che all’inizio ti fanno sentire un leone e poco tempo dopo un gran coglione.

Nelle file di banchi subito dietro le quattro ragazze, altre donne in ordine sparso e una era Anna che si accompagnava con un amica, Katia che Mario conosceva molto bene. Anna invece era una sua amica da tempo, sin da quando Katia si fidanzò con Mario. Un fidanzamento che durò pochi mesi fra i due. Katia era una ragazza alta e magra, scura di pelle con folti capelli tinti di un biondo che non riusciva a prevalere sul castano scuro del suo colore naturale, così che le rendevano il viso da zingara, oltretutto portava sempre degli orecchini tondi da Gitana ed era come in realtà lo fosse, e forse fu per ciò che al povero Mario non si concesse, non ‘era zingaro abbastanza’ per Lei. Infatti ben presto si lasciarono e ancora più velocemente, Katia si fidanzò con un ragazzo Ungherese e non passò il loro primo anno d’unione che diede alla luce il suo primogenito.

Anna era una ‘tipa’ alla Sandra Bullock ma nonostante l’aspetto e il comportamento spavaldo e sicuro è ancora una ragazza di sani principi. Anche Lei ha voluto bene a Massimo perché ai suoi occhi rappresentava il maschio alfa, l’uomo che non deve chiedere per avere. Disordinato e composto, benefattore e malfattore, amante fervente di chi non si può fermare al primo amore… nemmeno al secondo… per questo si innamorò di un amico di Massimo, Beppe. Tra i due “boss” di vita c’era molta similitudine nel modo di vivere. Amavano molte cose in comune primo fra tutte Donne e automobili da sogno. La differenza la faceva sempre Massimo, che il carisma non lo si compra al mercato della verdura, e comunque la Ferrari rossa l’ebbe solo Lui.

Anna semplicemente si comportò da ammiratrice e sostenitrice del mito di Massimo. I due rimasero solo amici e per questo Anna veniva invitata a dei fine settimana da favola organizzati da Massimo, magari sulle colline toscane in una villa sul promontorio da cui si vedeva e respirava il mare di Cecina.

Massimo la fece volare su di un aquilone trainato a tutta velocità da un fuoristrada andando su e giù dai dolci clivi, la portò spesso a ballare in compagnia di altre persone, oltre, a quell’epoca, l’immancabile Mario, la portò anche a fare dei bagni rigeneranti nell’acqua solforosa e puzzolente delle terme di quel Luogo. Anche Anna a modo suo era affascinata da Massimo, chiunque lo era.

Giuliana, nei primi banchi, colei che rispose al telefono di Massimo per parlare con Mario annunciandone la dipartita. Portava un velo nero sul viso ed era provata come chi piange da troppo tempo…. e ancora Mario non s’era dato pace del perché era come se per Massimo gli fosse stata da molto tempo una presenza costante e preziosa… era ‘fermo’ alla lampada u v a e ancora per Mario nebbia fitta.

Martina al discorso di commiato, aveva fugato gran parte dei dubbi di Mario, salì sul tetto del fuoristrada con Massimo e non è una cosa che si fa con la prima persona che capita. Del resto Arnaldo, papà di Martina, era solo una conoscenza di Massimo, probabilmente fu anche un suo “cliente”, e non certo di lampadari perché Massimo cambiava abitazione molto spesso e solitamente le sceglieva già arredate e cioè illuminate, come quella magnifica villa sulle rive del lago di Sarnico.

Tutta bianca da sembrare una di quelle case greche senza tetto, solo terrazze dove di notte venivano illuminate a giorno e si beveva e si ballava con la musica che rompeva i timpani. Feste da urlo in quella dimora sul lago dove anche Mario fu invitato più volte, ma spesso si recava lì per commissioni che faceva per conto di Massimo. I soliti assegni rigorosamente postdatati o cambiali presi o consegnati a, e per delle persone, quando non si trattava di oggetti tipo quadri, orologi di pregio, monili in oro o semplicemente cibo e bevande particolarmente estimati.

Mario non si tratteneva mai più del necessario in quella grande maison, gli incuteva disagio, anche perché più di tutto preferiva coricarsi con la sua Panna e i due rompiballe a quattro zampe, ma un bel giorno disse si a Massimo che insistette perché rimanesse per la serata, e ovviamente per la notte… a malincuore Mario disse si.

Aveva sempre quel qualcosa che lo ‘bloccava’ nel frequentare Massimo. Abiti alla moda, donne che pareva andassero ogni sera a festeggiare il capodanno, auto da sogno e un modo di vivere i momenti di felicità con l’eccesso, sesso compreso. Tutte cose ostentate all’esagerazione che infastidivano Mario che ‘forse’ era di un ‘gradino’ più alto nel livello d’umiltà. Si sentì a disagio Mario quella sera. Era vestito bene, ma non da “figaccione”, era senza la compagna ma di donne ce n’era d’avanzo, caso mai l’avessero ‘cagato’. La sua auto la lasciò al parcheggio per il presunto idolatro del sesso, e stette a guardare quel che succedeva in quei locali festanti e urlanti di gente con poco ritegno.

Ancora una volta sembrava ci si preparasse a girare la scena di un film porno. Ancora una volta per Mario si riproponeva l’orgoglio di maschio latente in lui, che gli suggeriva di non sprecare l’occasione. Bottiglie di champagne in ogni tavolo o tavolino, mani di uomo che toccavano il culo della donna dell’amico, e ragazzi che limonavano avvinghiati l’un l’altra con sigaretta in una mano e nell’altra un tamber con del wischey, il tutto ‘farcito’ con parolacce perlopiù rivolte alle “signore” che invece di indignarsi, sghignazzavano contente per essere state protagoniste di un insulto alla propria dignità. I Gay casomai c’è ne fossero quella sera, erano ancora nascosti dalla “vergogna per il diverso”, e sicuramente avevano scelto un posticino appartato tutto per loro al riparo d’ignoranza e ipocrisia.

Mario cercava di ‘sopravvivere’ a tutto questo o almeno sperava in cuor suo di potersene vantare il giorno dopo con gli amici sfigati che conoscevano Massimo ma che non furono mai invitati alle sue fantastiche feste…

Cercò di resistere a quella che per Lui non era una festa ma un imbarazzo infinito, e ce la fece Mario, finché Danilo un ragazzone dai modi raffinati e gentili che sembrava provenire direttamente dalla terra dei cavalli Andalusi, attraversò la stanza con un vassoio d’argento con al centro un mucchietto di “bamba” e accanto una tessera sanitaria per ‘preparare’ le sniffate… Massimo passò di lì, fermò Danilo per un braccio e veloce come un fulmine, soffiò sulla “bamba” che si sparse svolazzante sul pavimento di tutta la stanza.

Qualche secondo di gelo, le voci si ammutolirono, e poi Massimo che scoppiò in una fragorosa risata anche se aveva appena buttato sotto le suole delle scarpe due o tremila euro di merda bianca, e tutti ad imitarlo e a ridere forte anche se in realtà avrebbero pianto… molto di più… ma l’aveva fatta Massimo quella cazzata e ordinò subito a una coppia di amici che si andasse a prendere altra ‘merda’, non per se ma per tutte le persone presenti ad accezione di Mario che “pippava” ma non con quel genere di compagnia.

Danilo è un uomo di buona cultura e ‘parlantina’ che sa di saggio, e un bell’uomo che ricorda Banderas, con quel tanto di ‘spagnolo’ e pelle ambrata di sole caliente. Massimo l’ha sempre “posizionato” in situazioni in cui dovesse fare l’allenatore di una squadra di altre persone perché sapeva anche scrivere parole gentili… il perfetto manager di un Time di persone che gestiva con ‘classe innata’ tutte le situazioni, comprese “scoparsi” le donne e destreggiarsi nell’accaparrarsi denaro e favori dagli uomini, nel mezzo del panino, frequenti situazioni dove il divertimento non si fermava nel fare all’amore o a incamerare denaro ma anche viaggiare con effluvi di costose sostanze che ti portano direttamente in paradiso finché dura… poi dritti all’inferno per non far torto a nessuno… sempre rigorosamente a spese del grande amico Massimo.

Aggrapparti alle ali di un Angelo, le serate volano nello spazio insieme ai nostri pensieri per incontrare i giorni e le albe che verranno. L’aurora raccoglierà il rossore riflesso di un sole che spunta da un altra parte del mondo, e se invece sarà pioggia, ombrelli, se neve cappotti e guanti di lana. C’è sempre un rimedio nella vita e l’unica volta che non c’è si va in un posto migliore dove non fa mai freddo.

Fra le piume d’ali che svolazzano nell’etere dello spazio infinito, gli uomini sono alla ricerca di emozioni d’un giorno o di un ora… di minuti, di respiri grevi come un giorno d’arsura quanto lievi come violette che sbocciano in primavera… e alla fine sono pochi attimi intensi vissuti con gli occhi rovesciati dietro le palpebre che guardano rivolte al cielo e lo ringraziano. Sarà quel che sarà e intanto si vola sul mondo che fa immaginare quello che si desidera.

Un viaggio nella pace dei sentimenti di ognuno, dove le ‘cose’ che si vedono dall’alto hanno tinte di colori  vivaci che sanno accendere lo spirito, e per questo vedere quella luce che serve per illuminare il cammino della nostra vita. E Dante possa perdonare lo storpio dell’uso delle sue parole, ma a fin di bene ogni ‘cosa’ può essere perdonata. Si perdona il rubare per necessità, perdonare una bugia che serva a far del bene, si perdona un amico e si perdona un amore fallito perché si è capito che la croce è fatta di due bastoni… il bastone corto, e quello lungo… ognuno con la sua precisa parte per comporre la croce che si deve portare in spalla per dare un senso alla propria esistenza… e quindi, alla propria storia d’amore.

Si perdona il tempo che maligno ci perseguita e benigno ci rende partecipi di seminare grano e coltivare patate, si perdona spesso, molto, ma il problema più grande rimane saper perdonare se stessi. Sarà quel che sarà perché nessuno può guidare il suo destino… ad eccezione di Mandela, l’invincibile che disse… “Non importa quanto stretto sia il passaggio, quanto piena di castighi la vita, io sono il padrone del mio destino: io sono il capitano della mia anima.”Il comandante del nostro destino.

È cosa ’grande’ da dire, più ‘comodo’ abbandonarsi al fato a volte grato o ingrato senza misura di chi arriva prima per importanza… bianco e nero si sovrapporranno come il sole sorga in una parte del mondo… e allora senza arrendersi, continuando tra nubi scure e bagliori di speranza la lotta nella trincea della vita, ancora una volta e per sempre  sarà quel che sarà… questo pensava Danilo della vita, e con questa filosofia veniva assunto da Massimo con ruoli sempre di buon livello.

Fu la Spagna per Lui quella volta, Massimo l’assunse perché fosse il direttore di un ristorante creato di sana pianta su una spiaggia a Formentera. Il ristorante era un idea nata da Ale e Giò. Ale è una bellissima ragazza, bionda, spigliata e molto “sveglia”, Giò il suo uomo che l’amava molto di più della misura in cui Lei amava Lui, fu il finanziatore di questa ennesima pazzia della sua amata, Massimo, ovviamente scartando a priori la possibilità che avesse direttamente a che fare con Giò, era logico si pensi che fosse interessato alla Ale. Danilo partì a bordo di una Mini Cooper decappottabile di Giò e non sapendo ‘chiaramente’ come l’avesse ‘persa’, Massimo gli fece avere anche una splendida Bentley coupé n’era come la notte senza luna… sempre pagata da assegni di Giò,  ma anche per ‘lei’ ci fu un problema, perché si fermò in casa del fornitore di carne del ristorante che dirigeva Danilo a Formentera.

Il macellaio se la trattenne a fronte di parecchie forniture di filetto di bue, che perlopiù si sbafavano quello che non si mangiavano i clienti mancanti. La ‘Mini’, probabilmente ceduta al fornitore di vini che con il suo champagne, aveva annaffiato la carne e le voglie di chi la mangiava. Altri ‘vizietti’ consumati da chef, camerieri e ‘intrattenitori vari’ che mandarono in fumo i pochi reali guadagni del ristorante… Danilo tornò in Italia pieno delle solite ‘belle parole’, e Massimo, magnanimo come sempre, trascurò anche in quel caso, un ammanco di 200mila€, adducendolo come fosse un fatto ‘scontato’ sin dall’inizio. Massimo era così, e lo é ancora nei cuori di moltissime donne e molti uomini… peccato solo che quella volta i “200” non erano suoi ma di Giò che ancora sta pagando a caro prezzo le rate contratte con mezzo mondo.

Ma con il ritorno del pensiero a Mario, intanto, quella notte, nella bella villa bianca sul lago, viveva un incubo ad occhi aperti, l’alano con “fari gialli” che lo fissavano, era lì davanti a lui. Cercò di resistere Mario alle tentazioni di quel ‘mondo’ che gli sembrava ‘troppo’ di plastica, di resistere a tutto quello che stava accadendo. Resistere a Danilo, belle donne e cocaina che lo facevano sentire fuori luogo. Per farlo di tanto in tanto aveva bisogno di uscire sul patio adiacente a un grande giardino che si allungava per un bel po sulle rive del lago. Mario uscì un ennesima volta, era da poco passata la mezzanotte e si spostò un po’ più in là, andò fino giù alla cuccia del grosso cane nero Danese addestrato che Massimo gli aveva fatto orgogliosamente vedere all’inizio della serata.

La cuccia era un casetta di legno non meno grande di una stanza comune, e di certo Mario non poteva nemmeno lontanamente immaginare che Massimo, forse un po’ brillo, aveva dimenticato di chiudere ermeticamente con il catenaccio l’uscio di Nerone… Mario ha sempre amato i cani nella misura di quanto in realtà ne avesse paura e timore, e gli occhi gialli di quel cane che lo fissavano nel mentre ringhiava mostrando i denti, si avvicinavano sempre più nel buio della notte… Mario scappò sull’ulivo più a portata di mano per sfuggire alle fauci incazzate di Nerone che con due balzi era sotto l’albero. Scena comica ma allo stesso tempo di paura che si fece dramma dopo minuti che diventarono ore in cui Mario abbarbicato su esili rami della cima del l’albero gridava a squarciagola per farsi sentire da qualcuno… ma quella notte non venne nessuno e a Massimo non passò nemmeno per la mente di voler sapere dove fosse l’amico, aveva ben altro da pensare… e da fare… non con una, ma con due bellissime ragazze.

Doveva essere “una”, ma quando verso la mezzanotte, poco prima che Mario uscì per la sua ultima sfortunata volta dal salone della villa, Massimo irruppe nudo nel salone principale, braccia aperte e ‘arnese ciondolante’ gridò se non fosse l’ora di farla finita di bere e “pippare”… drogati di merda piantatela con quella “merdaglia” e andiamo tutti a scopare. Scherzava Massimo, dicendolo, più che altro desiderava fosse la sua tipa a raggiungerlo, ma la coca fa “scopare”come un riccio solo i primi tempi, dopo anni spesso si ama solo ‘lei’… che non geme, non teme, non ama perché si fa amare… a senso unico, perciò non è Amore.

Per Elisa non esci più a prendere il giornale, per Elisa non sai più che giorno è… La cantava Alice, e chissà come lo sapesse quel birbante di Battiato che la scrisse come ci si sente in “coca” o in “ero”. Fatto stette che alcuni uomini preferirono “Elisa” che non era la moglie di Mario ma il titolo di una canzone del passato che parlava di estasi artificiali, e Massimo grazie a “Elisa” che non cagava di striscio e alle misure “dell’arnese ciondolante a riposo” che sfoggiò nella sua ‘entrata’, finì nel letto con due donne… e Mario sull’albero.

E venne l’alba, un pescatore stava costeggiando quella riva in cerca di un bel posto per pasturare sperando nella cattura di pescare alborelle, notò la scena di quell’uomo sulla cima dell’ulivo, remò alla villa in cerca d’aiuto. Roberto, il fratello di Massimo era nel porticciolo e stava fumando la centesima sigaretta di quella notte appena trascorsa e subito, allertato, accorse in aiuto di Mario anche perché Nerone rispondeva solo ai comandi dei fratelli e subito obbediente si ritirò a cuccia.

Ritornò mesto mesto a casa sua Mario, la sua Panna lo derise per giorni e Lui gli fece promettere di non raccontare agli amici quanto accaduto. Promessa vana ovviamente, per Panna era l’occasione d’oro di ‘vendicarsi’ delle numerose scappatelle di Mario, compresa quella sfortunata serata, nottata e poi parte del giorno.

Una villa con porticciolo annesso che doveva essere dragato per manutenzione ordinaria ogni qualche anno e in quel periodo fu il momento giusto, perché Massimo per colpa del fondale sporco di alghe e fango non riusciva ad ormeggiare il gommone con cui si recava dall’altra sponda del lago dove sorge Montisola, un isola nel lago d’Iseo in cerca di qualche bella trattoria del luogo per consumare una ‘cenetta’ al lume di candela con la bella di ‘turno’.

Quel porticciolo andava pulito, bisognava si dragasse con una apposita imbarcazione che fosse una grande chiatta con draga al posto polena per pulire i fondali. Massimo si informò sul costo e guarda caso corrispondeva su per giù ad un credito che aveva con Massimino e per questo lo incaricò di occuparsene… e pagare il conto… forse!

Massimino era un bel ragazzo, forse troppo magro, e anche avesse una gamba “sifolina” non gli impediva di approcciare belle donne, e anche Lui come Massimo e Daniele, aveva avuto molto più di quando la natura di norma conceda al sesso di un uomo… e anche se claudicante per via della gamba devastata da polio infantile, non gli fu mai impedito di avere delle belle donne, unica differenza che non era lui a “scaricarle” come faceva Massimo e Daniele, erano le donne che lo mollavano stanche di avere un giorno 1000€ e un altro dover rovistare nelle tasche per comperare un pacchetto di sigarette, stanche di vane promesse di ‘redenzione’.

Massimino diventò amico di Massimo, quando ancora si parlava in “lire”, si riunivano in un maneggio gestito da amici che avevano in comune. Massimo all’epoca, nel tempo libero ‘montava’ a cavallo, tanto per non cambiare, era la moda del momento in quegli anni 80. Ogni “pacchettaro”, “tira bidoni”, sfaccendato, “fatturista”, “cravattaro” e quant’altro di illecito che si rispettasse, aveva almeno un cavallo, e quando ne avevano due o tre con paddok e stalle annesse, era il boss dei boss… fintanto che durava, perché non erano mai persone che avessero una lunga ‘carriera’ davanti a sé. Inutile dire che Massimo aveva nella stalla del maneggio, due magnifici cavalli Andalusi, un femmina bianca e uno stallone baio, preparati alla doma spagnola, un elegante passo del cavallo spesso associata alla elegante doma di dressage.

La sera in quel maneggio si giocava “pesante” a carte. Partite di poker interminabili che a volte iniziavano all’ora di cena e finivano all’alba del giorno dopo, con puntate medie che superavano quasi sempre lo stipendio medio di una persona che lavorasse in fabbrica… allora c’erano ancora. Massimino volle tentare la sorte e iniziò a giocare “pesante” e senza rendersene conto dopo una settimana era ‘sotto’ di una settantina di milioni delle vecchie lire, in pratica lo stipendio di sei, sette anni di una assistente alla poltrona di un dentista. Passò un mese dopo di quelle disgraziate serate di gioco, finché una sera lo stesso Massimino si presentò con tutta la cifra del debito da Massimo e gli saldò l’intero ammontare… anzi lo invitò ad andare al casinò per spendere insieme altri 40milioni di lire… che regolarmente perse tutte in una sola notte. 110 milioni di lire, Massimino s’era presentato da Massimo con 110milioni di lire in contanti.

Assegni circolari “sfilati alle Poste italiane”, con la complicità di un portalettere che appunto “sfilava” dal sacco della corrispondenza, assegni circolari di pensioni o pagamenti di fornitori. Il trucco era togliere sapientemente il nome e cognome del destinatario e sostituirlo con chi intendeva andare allo sportello a riscuoterli monetizzati in contanti con regolare documento d’identità.

Quel giorno Massimino aveva preparato un quindicina di quegli assegni e li aveva riscossi a due a due in più uffici postali. Fu logicamente “preso”, gli chiesero perché si trovasse in possesso di tutti quegli assegni, e rispose che aveva giocato a Poker con degli sconosciuti e aveva vinto tutta quella somma… fu ovviamente condannato con i benefici della ‘condizionale’, una specie di bonus che all’epoca corrispondeva a 30 mesi di limite massimo che la legge italiana “regalava” la prima volta che un ‘soggetto’ fosse condannato per reati minori.

Massimo e Massimino, diventarono buoni amici, il gamba “sifolina” perennemente in debito nei confronti di Massimo, che per “rientrare” il più delle volte faceva fare cose assurde allo strampalato amico. La parlantina di Massimino era leggendaria, sedendosi al tavolo con lui per discutere un presunto affare, dopo un quarto d’ora si era rincoglioniti di cifre e promesse… troppo tardi per liberarsi dalla ragnatela… o meglio, si finiva per accettare il presunto ‘affare’, non fosse che per liberarsi dalla miriadi di parole e cifre che si era dovuto ‘sorbire’.

Massimino era geometra, imprenditore, venditore di auto, muratore, ragioniere, commercialista, capo cantiere, direttore d’azienda, giornalista, manovale, clochard… era mille persone e non era ‘nessuno’, ma nonostante fosse sempre in debito con Massimo, i due rimasero amici per sempre… anche se non si fece vedere quel 21 di settembre.

Le ultime chiacchiere, lo davano al mare ad amministrare una serie di condomini, aveva ‘chiuso’ la relazione con la ballerina di Milano, o Lei aveva ‘chiuso’ con Lui, e ora Massimino era sulla riviera romagnola in compagnia di una bella donna che abitava lì, la proprietaria. Compagna, casa e ‘lavoro’, il solito Massimino che a più di cinquant’anni ha più culo che anima… “ce l’aveva fatta ancora”, ma non c’era quel cupo giorno di settembre che Massimo salutava il mondo, quel giorno che per Mario doveva essere celeste perché avrebbe festeggiato un altro anno di vita.

Massimino scrive a Mario) Caro amico, ritengo renderti degno di stima e perciò di metterti al corrente del rapporto che c’era tra me e Massimo, delle nostre avventure dove Lui in più occasioni ha dimostrato di essere stato nella vita ingiusto ed egoista, come anche Tu caro Mario hai avuto modo di constatare di prima persona molte volte, nonostante ciò sapevo avesse dentro di se la voglia di essere e diventare una persona ‘regolare’, semmai esista una vera regola in questo pazzo scombinato mondo.
Vedi l’esperienza gospeed la quale Massimo con una iniziativa e buoni propositi aveva iniziato a fare ma nel percorso da lui creduto che fosse tutto ‘regolarmente pulito’ è stato tradito dalle stesse persone che gli avevano promesso un lavoro regolare ma gli avevano ricreato di nuovo un boomerang. Quando si prende un sentiero nel fango ci si sporca anche se si cammina in punta di piedi.
Più volte avrebbe voluto andarsene dalla sua città, ma ogni qual volta lo voleva fare si rendeva conto che fuori dalla sua Bergamo non era capace di essere Lui con un dominino sul resto del mondo e in ammirazione da parte di tutte e tutti. Anche se di rado ma sapeva riconoscere la sua deficienza su alcune cose e a dimostrazione di ogni qual volta avesse necessità di dialogo, mi convocava, come faceva con Te negli ultimi tempi Caro Mario, perché non sapeva parlare e io essendo un suo vero amico pur se come ben sai a volte incolpato per nulla, l’ho sempre amato e aiutato perché Lui era Lui.

Era e ancora per me è Massimo che quando faceva guai in grande quantità tutti lo criticavano ma, allo stesso tempo tutti lo cercavano perché avrebbero desiderato ardentemente essere come Lui, ma impossibile da parte di chiunque solo ci provasse. Io di lui avrei voluto il suo coraggio di difesa e Lui di me avrebbe voluto essere… la mia testa. Eravamo unici. Non c’ero al suo funerale. Sono stato impedito per cause di forza maggiore o forse non sono stato impedito da niente e semplicemente mi chiese Lui che io non ci fossi.

Era fiero di me e di come in due anni mi fossi creato il ‘mio
equilibrio socioeconomico lontano da tutto e da tutti, qua in riva al mare, il posto dove vivo e che Massimo ha saputo custodire nel suo cuore come segreto difendendomi dalle insidie di quella Bergamo ormai troppo scomoda per me.

Quando sei oberato da pensieri e debiti è difficile uscire da quel malefico cerchio che piano piano ti si stringe in vita lasciandoti senza fiato in gola, e Lui me lo ha permesso grazie all’immensa discrezione di cui era dotato.
Giorno del suo compleanno, 30 marzo, lo stesso giorno che compie gli anni Claudio l’antagonista dal braccino corto e cuore chiuso. Abbiamo trascorso quel giorno qua da me… al mare, in un ristorante “32 stelle” tanto per non smentire il nostro ego. Voleva pagare Lui. Pagai io a gran fatica ma lo feci, era il suo compleanno e già che c’ero aggiunsi anche l’hotel dove lo alloggiai. Mi telefono’ e mi disse dai che ti vengo a trovare ok!?
Allora mi diedi da fare per farlo venire.

All’improvviso mi chiamò la sera prima del suo arrivo dicendo, cazzo quello stronzo non mi ha portato i soldi che mi aveva promesso.
Io per non fare figura con la mia precedente compagna che era stata avvertita per il suo arrivo, gli mandai i soldi di cui abbisognava per stare ‘due giorni alla Massimo’, da me.
Arrivò il giorno dopo nella bella casa che di umile non ha nulla, dove anche io ero ospite fisso, naturalmente auto pulita, giacca, camicia bianca e se ne andò il giorno dopo alla modica cifra tra andata e ritorno di millecinquecento “eurini”, lo stipendio di un impiegato, ma non importava, era venuto a trovarmi.
Poi nei giorni a seguire, nell’aver visto la mia realtà iniziò tra una telefonata e l’altra a chiedermi piccoli grandi aiuti… pronti via altri due stipendi d’impiegato, che si aggiunsero ad altri quattro stipendi e quando dovetti venire a Bergamo dal mio avvocato, mi fece un bel “datato ad agosto” con l’aggiunta di un altro stipendio e mezzo per il disturbo.
Poi mi chiese se non avessi due società per poter inventare un qualche pasticcio che aveva in testa, e dal momento che ben sapevo che le ‘società’ non erano di sua competenza, mi defilai con una scusa ma mi costò lo stesso ‘un cinque paghe mensili’.
Poi a fatica da ammalato, nel letto dell’ospedale da dove mi chiamava, altre due ‘paghe’ e non bastasse altre due al fratello Roberto che si era d’improvviso trovato senza la sua guida che lo teneva lontano dai guai che spesso salivano dal suo naso.
Brutta cosa parlare di soldi, ma non è un problema Lui era Lui e ognuno di noi avrebbe pagato per stargli accanto, compreso Tu Mario in più d’un occasione, come del resto hanno fatto la maggior parte delle sue donne.

Nel dimenticatoio li avevo già messi e non me ne pento, ora mi sto scervellando per trovare una soluzione anche per Te Mario, io non mi scordo mai degli amici veri. Come non si pentirà nessun altro dice Mario, a parte la “signora” Margherita, quella “persona” che il giorno del suo funerale, totalmente fuori luogo per ‘forma’ e tatto, rompeva i coglioni per il credito di alcune cambiali non riscosse che Massimo gli fece per rilevare il ‘bar della pesa’ poi trasformato con molto denaro dopo nello splendido Montecarlo che gli venne confiscato dopo pochi mesi dalla Guardia di finanza adducendo che i 350mila euro totali sborsati dal povero Massimo, erano proventi illeciti, quando in realtà erano tutti ‘aiuti’ come quelli di Mario e Massimino, Simonetta e altri amici, ancora tanto per non smentire la sfortuna che lo ha perseguitato nel suo ultimo anno di vita. Ha “rubato” per far star bene tutte e tutti e quando disgraziatamente non riusciva lo criticavano giudicandolo.
Ti posso garantire che se la sorte fosse stata per lui diversa sarebbe cambiato perché c’era molto in lui anche sofferenza che nessuno ha mai percepito, come io caro Mario sono ora imprenditore di buon livello e tu uno scrittore, che un tempo era solo ‘scrivere degli assegni’ soprattutto posdatati. Non serve parlare delle sue avventure rocambolesche che potrei descrivere ogni attimo con in analisi quasi maniacale. Finirei per parlare solo di espedienti per campare e scopate gigantesche numerose come consumare un intero caricatore di una mitragliatrice… e poi ricaricare e ricaricare ancora…
Ricordiamolo per il sorriso che ha tutti noi ha dato speranza in momenti bui, un sorriso che spesso abbiamo ricercato in mille altri volti inutilmente. Ci ha fatto, divertire, sperare e sognare.
In fondo di Lui rimane da dire parole che mi disse al telefono prima che venisse a mancare, parole che non ha detto mai, a cominciare dallo ‘scusatemi per gli errori fatti e per le sofferenze che vi ho dato”.
“Ho voluto vivere da grande ma prima di lasciarvi avrei voluto dirvi che sono ancora un bambino”, ed è per questo che ha sempre avuto donne più giovani di Lui per la paura del confronto, e ancora nelle nostre confidenze più intime mi confessava la paura di vivere che aveva dentro sé, che anche non avesse parlato, lo leggevo dentro i suoi occhi che si velavano di una infinita tristezza.

Avrebbe voluto chiedere scusa a tutti ma non ha avuto il coraggio e il tempo tiranno lo ha tradito, avrebbe voluto vivere 100 anni per un giorno riuscire a dimostrare a tutti che lui non era solo ciò che pensava la gente. Che poi c’è da chiedersi quale gente? Un giorno eravamo in un ristorante e all’uscita la cameriera si rivolse a Massimo dicendogli che quel giorno era vestito ‘male’ e ci rimase un poco male… io gli dissi caro Massimo, io fossi stato al posto tuo, mi sarei offeso se quella ragazza mi avesse fatto un complimento perché era lei la sciatta paesana non Tu. Dipende sempre molto da chi ti parla, dipende da che pulpito viene detta la predica.
Mi prodigo io, ora, nel mio nuovo anonimato chiedo scusa per suo conto.
Il mio cuore ogni attimo di ogni giorno è per il mio indimenticabile amico Massimo.
Mi manca. Avrei voluto morire quando seppi della sua tragica dipartita, ma gli ho promesso di non piangere e di continuare a lottare, e un giorno poter dire, io ero il suo sangue e sono riuscito a cambiare, e il mio cambiamento sarà come se fosse il suo ancora, ci vorrà del tempo… ci vorrà ma ce la farò, glielo devo.
Dovessi scrivere un libro di Lui sarebbe sufficiente mettessi una foto di una stella cometa a ogni pagina, perché ogni giorno ha sempre illuminato tutti e regalato gioia… così, senza scrivere nulla, questo era Massimo.
Detto da un suo vero amico che spera e prega tutte le sere che mi
Protegga.
Il titolo del libro che scriverei per Massimo sarebbe… Il miglior amico dell’uomo!? È l’Uomo. A me manca. Anche senza Te, senza Me, senza Voi… quel libro dal solo titolo e stelle comete. E adesso pensate tutti come vi pare amici miei. E Mario e Simonetta la pensano a modo ‘loro’ perché conoscendo bene Max piccolo, come lo chiamava simpaticamente lo stesso Mario, era facile supporre che ci fossero tante esagerazioni e alterazioni nel racconto di Massimino, perché un uomo di cinquant’anni non può essere un muratore, un medico, un geometra, uno stalliere, un faccendiere, un barbiere, un impiegato della banca, un infermiere, un povero, un ricco, un calciatore… di Lui s’era certi solo che fosse un grande amatore… come il suo amico Massimo… e basta.

@Non ci fu quel giorno Massimino ma non era l’unico ‘grande assente’, Mario tra la gente non vide neppure Jasmine una ragazza che come al solito bellissima, fu per un paio d’anni la fidanzata del ‘boss’. Jasmine aveva passato i ventitré anni, lavorava e viveva a Milano in un negozio di calzature. Panna e Mario la conobbero in occasione della nuova gestione di un ristorante che Massimo inaugurò sulle rive del lago di Garda. Quella sera fu come si fosse a una nuova svolta di vita, l’ennesima volta in cui Massimo si reinventava per sé e per gli ‘Altri’. Servì ai tavoli come fosse un cameriere e portò in tavola cibi e bevande da ‘sballare’ qualunque fine palato.

Fu una bella sera per Mario che per quella occasione si portò con sé l’amato fratello, il dispotico simpaticissimo Emi, diminutivo di Emiliano. Non ‘dispotico’ perché cattivo, ma perché a volte (spesso) “lunatico”… Emiliano un giorno ride e l’altro piange, nel mezzo non esiste un sorriso conciliatore. Emiliano l’amato fratello di alcuni anni in meno di Mario che lo considera da sempre il ‘cucciolo’ da salvaguardare… anche se in realtà riesce a salvaguardare con molta fatica, solo se stesso, l’amata consorte e due cagnolini che mangiano come pastori tedeschi.

Indipendente, serio, lavoratore e papà presente e grazie alla moglie che per sua natura lo ‘accudisce’ come un figlio, Emiliano viveva una vita felice, lontana dai baluardi di folgorante effimero “successo” di un fratello che sembrava cogliesse la vita come un ‘dono vero’ e che perciò “prendeva” giorno per giorno come venisse. Emiliano per sua fortuna o per un destino segnato, era ed è tuttora una persona “posata” che per una bizzarra associazione di “casi” emula il fratello andando su vie non incerte. Vuol vivere la vita con una certezza ‘più terrena’, anche se forse a discapito di qualche repressione di ‘dentro’ difficile da riuscire a soffocare e accetta suo malgrado lo “scotto” di un prezzo che si deve “pagare”. Le stesse ansie e angosce che si insinuano ognuno di noi quando qualcosa non va, e tentano di assalire i nostri sentimenti. Spesso non è solo il denaro a fare la differenza tra il bene e il male che abbiamo dentro, sovente sono situazioni di convivenza quotidiana con una vita che si vive non del tutto soddisfatti di come le emozioni che ci accompagnano, prendano vita.

L’alba raccoglie il resto delle mie malinconie sparse nelle lenzuola che per dispetto mi riportano fra queste quattro mura bianche che non parlano di niente. Il sole sorge laggiù, dove vivi tu, e appena sveglio, scalda tiepido come i cuori che versano luce senza ardore. Il mio amore si mostra giovane tra il vecchiume di una città che ancora dorme, e spinto da manciate di semi sparsi a mani aperte in ogni solco, spavaldo spazia tra le dune di un deserto di pensieri per cercare di arenare in una landa sicura.

Vedo tra luci stanche e un poco addormentate della mente, il sorriso sulle tue labbra ha la forma di un bacio senza tempo che ogni volta riesce a stupire. È l’alba, e di nuovo mi nutro di sogni che parlano di Te che giochi a nascondino al di là sole che nasce… ed io vorrei ‘gridare liberi tutti’ ‘per ‘poterti salvare’. Ad occhi aperti, bagnati da quel velo di tristezza di quando mi manchi che a Te mi incatena. Non so cosa fare quando la botte che mi racchiude vien buttata giù dalla cascata del fiume delle parole e giorni vissuti con Te.

Ho paura di morir d’amore dopo un tuffo nel tuo cuore… paura di sciogliermi dalle catene e riaffiorare in una pozza d’acqua senza veda il tuo sguardo sulle rive. Sei al di là del sole, sei oltre le cime dei monti al di là del mare. Sei tutto ciò che desidero sia con me ora, e pur sei tanto lontana, io t’aspetto da sempre e vorrei fosse per sempre. Devi fare un gran salto e scavalcare il sole e lo potrai fare solo con l’amore. Io t’aspetto intanto che abbraccio il mio cuscino e ti rivedo nel mondo che vorrei… dove vivi Tu. Come avere le parole sulle dita o le dita sulla punta delle parole e rimanere senza l’inizio di un esempio. Come quando sto con Te. Non ‘sei come’. Non ‘sei’ più. Dove vivo io, ‘sei’.

Emiliano era questo o avrebbe desiderato essere questo, un poeta dell’anima invece che un dirigente d’azienda di una ‘grossa’ multinazionale, e quella sera era stato invitato con Mara (sua moglie) all’apertura di un ‘nuovo’ ristorante di Massimo… e vide per la prima volta insieme al fratello, la bellissima Jasmine.

Seduti al tavolo per la cena, l’aveva proprio di fronte e ogni tanto improvvisamente si abbassava come a darsi una grattatina veloce vicino al calcagno, era Mara che gli dava delle pedate negli stinchi ogni qual volta volgeva lo sguardo al décolleté di Jasmine tardando di molto il guardare da un altra parte.

Fu una bella rimpatriata di amici d’altri tempi, persone con cui Massimo aveva un rapporto di stima e affetto. Tante coppie non più giovanissime che rispondevano ben volentieri agli inviti del prezioso stare con un così brillante e generoso anfitrione come Massimo, anche perché se fosse passato almeno un anno da quando non ci si vedeva, sicuramente ci si chiedeva quale fosse la “bella di turno”, che quella sera era l’ammaliatrice Jasmine che aveva lasciato senza parole Emiliano, e non solo per la sua avvenenza ma ancor più perché era affascinante sotto il profilo umano, bella, senza che per ciò si appropriasse del diritto di “tirarsela”, parlava e sorrideva con tutti i commensali… aveva in braccio il suo bellissimo chihuahua che di tanto intanto lo sollevava per potersi alzare per dare una mano a Massimo a servire i piatti in tavola.

Inutile dire che chi si offriva per tenere sulle ginocchia Sissy, la cagnolina di Jasmine, era il ‘solito’ Emiliano che per questo se la vide grama qualche ora dopo quando rincasò con Mara, di fatto, esagerò nel non sapersi contenere a tavola con gli amici.

Massimo poco tempo dopo vendette l’auto di Jasmine a Mario perché la regalasse a Panna. Una Bella cabriolet color oro con ‘capotte’ beige che però Massimo sostituiva con un altra decappottabile nera con tettuccio bordeaux pensando che questa combinazione di colori fosse più modaiola e quindi più adatta alla sua Jasmine che di anni ne aveva venti meno di Panna. Parve ‘strano’ che poi la storia di Massimo con la bella milanese finì, forse Jasmine stava crescendo e cominciava a fare troppe domande e iniziava un ‘confronto’ a cui Massimo non era abituato. Mario pensava non potesse mai accadere tra loro che si lasciassero, una ragazza che lo fece dormire con la Sissy sotto le coperte, tra le sue gambe obbligandolo ad addormentarsi per ben due anni, nella posa in cui più aggradava la dolce chihuahua.

Mario ricorda di una volta che Massimo imprecava perché preoccupato della salute della cagnolina che fu sottoposta ad un delicato intervento chirurgico, di certo non gli importava delle 1880€ del costo dell’operazione, pensava solo che la meravigliosa creatura guarisse… non era il Massimo di tutti i giorni, era Lui, quello ‘vero’. Di Jasmine non si seppe più nulla, e quel giorno infausto non c’era. Non c’era tra le navate, forse perché la storia con Massimo finì non per sua volontà, forse nemmeno seppe della sua dipartita, forse perché Massimo s’era “dimenticato” di pagare il dovuto al papà di Jasmine che gli aveva prestato una discreta somma di denaro… Non c’era Jasmine quel giorno…

Massimo non c’è più e Mario e Panna tengono da conto la loro cabriolet, con l’intenzione di farla invecchiare insieme a loro, così che sul ‘ricordo’ del loro indimenticabile amico ci possano poggiare il culo per sempre. Massimo era partito per un viaggio senza ritorno, e non ha avuto il tempo di mostrare l’altra faccia della medaglia, ciò che fosse la sua ‘vera’ natura che mostrava a modo suo con gesti caritatevoli e buone azioni sempre rivolte ai deboli, anche se purtroppo si doveva presentare al mondo con la ‘faccia’ del ‘duro’ che faceva vedere agli spavaldi e ai prepotenti di qualunque categoria sociale. Massimo si comportava in un certo modo e faceva e pensava il contrario… lo ‘dicevano’ i suoi gesti generosi e buone azioni che rivolgeva ai più deboli… lo ‘dicevano’ i suoi reali pensieri…

I soldati di tante inutili guerre, mandati allo sbaraglio per difendere gli ideali di qualcun altro, dove vanno a finire? Quando gli veniva comandato l’assalto e uscivano dalle loro trincee dove poco prima si interrogavano dei perché si trovassero in quel posto, e rivedevano il film della loro vita in pochi attimi, dove  ivi giungeva il volto dei loro cari e della loro amata, dei loro affetti, delle loro gioie, l’amore più grande, la vita, che di li a poco veniva falciata da proiettili sparati da altre persone come loro, con gli stessi sentimenti e pensieri, tutti incolpevoli e tutti accomunati dall’uccidere per non essere uccisi, tutti indifferentemente con i loro inutili implorevoli perché. Dove sono andati a finire? E dove vanno le migliaia di persone che muoiono sui barconi maledetti, naufraghi nel mare della vergogna, il nostro mare, scuro come le nostre coscienze.

Dove sono finite le milioni di persone che nell’olocausto sono state immolate per per una assurda inesistente causa e un pretesto spregevole e maledetto, anche loro accompagnate dall’indifferenza e dall’abbandono… Dove sono?  Dove, le migliaia di migliaia di vittime che in tutto il mondo muoiono di fame e noi li si guarda in uno spot televisivo mentre abbiamo davanti del buon cibo e una bottiglia di vino, e per sistemare il rimorso un offerta ad un numero verde pur sapendo che gli istituti di beneficenza faranno fermare nelle loro casse il 98% per ‘nota spese’. Che fine hanno fatto le anime immolate al l’odio, all’apatia e alla trascuranza del nostro quieto vivere.

Se per tutto ciò non trovassi la risposta necessaria a farmi continuare a pensar di esser uomo fra gli uomini, mi sarebbe insopportabile mangiare, dormire, vivere, desidero pensare siano tutti insieme, nel grande magazzino dell’amore, nei campi Elisi dell’apoteosi. Li ha raggruppati tutti un Dio. che non frequento ma amo e rispetto, e che con l’indispensabile aiuto di una Madre che a braccia aperte accoglie Tutte e Tutti trovando per ognuno una degna e giusta sistemazione. Ad ognuno il benvenuto, rincuorati, accuditi, nutriti d’amore e infine collocati liberi in uno spazio immenso, tanto grande che la Luce non ha confini, non sono stipati, ne ammassati, tanto meno abbandonati. Senza più dolori, senza più rancori sono la, nella pace di un mondo che abbiamo a portata di mano e che cerchiamo di evitare, perché qui sulla terra, terreno di prova, non riusciamo a scorgere il male che appare come uno scudo impenetrabile e perciò ci rifugiamo nel buio totale dell’ipocrisia. La, in quel posto, stanno tutti bene, aspettano, sorridendo per il nostro stupido affanno al meno di nulla che cerchiamo di raggiungere. Grazie Dio. di essere Tutto, ora so’ dove sono tutti… e dove finirò anch’io.

Pensava questo Massimo tra sè e sè nei capelli quando lo si vedeva assorto e pensieroso con lo sguardo sperso nel vuoto intanto che si mordeva la pellicina delle unghie, e allora, per uscire dal buio , l’altra ‘voce’ tinta d’azzurro sulla sua spalla gli diceva… Massimo, non farti inghiottire dal mondo. Sono solo mille affanni di giorno e mille luci di sera. Solo oggetti che per mantenerne lo sfarzo fanno “pedalare” in salita su di una bicicletta quando sei alto “1uno” e tanta voglia di crescere ma pesi il doppio di quanto dovresti. Il mondo ti “tira fuori” dalla beata consuetudine, non gli va di vederti felice racchiuso nel tuo guscio che con l’occhi spii ciò che succede intorno… ti chiede di tendergli la mano e al primo accenno di ingenua credenza, l’afferra tanto forte da non lasciartela mai più… e ti porta nella sua “sfera” lasciandoti vedere il cielo senza mai lo si possa toccare. E Mario per un fantastico farneticare, pensava anche lui questo nel momento in cui il Don distribuiva l’Ostia ai fedeli, e pensò altro. Mario pensò che se tutte queste Donne erano lì per Massimo, voleva dire che era importante per loro quanto lo è stato nel suo cuore, e lì lo lasciò oggi e domani, e il giorno dopo e ancora. Non si deve dimenticare il passato. È uno ‘spettro’ che può riapparire, e lo fa quando vuole senza nemmeno aver la gentilezza d’avvertire, perciò perché rinnegare di aver fatto molte cazzate subito dopo averle compiute, al contrario tirando le somme son ‘servite’ per migliorare.

@Donne a destra della navata della chiesa, donne sulla sinistra che Mario riusciva a vedere meglio, e ‘tutte’ le parvero personaggi di un film. Attori come a Cabot Cove, il regno di Jessica. Davanti all’inginocchiatoio di Panna e Mario, la ‘reginetta’ degli anni ottanta, Emi, che in quegli anni fu candidata a Miss Italia, l’avevano proprio lì davanti. Emi fu un altra ‘fiamma’ che arse nella storia d’amore con Massimo, la mamma di suo figlio Yary.  Ora è sposata con una persona che all’apparenza sembra per bene e con Lui ha avuto altri due ragazzi ormai barbuti. Uno di loro è un ragazzo alto quanto basta con barba incolta e sguardo serio, il fratello è la stessa ‘cosa’ ed entrambi, ‘forse a ragione’, sembrano ‘distanti’ da quella triste funzione. Il padre dei due fratelli lo si poteva facilmente ricomporre nel contesto di un immaginaria visione di Jakline accanto a Onassis per l’aspetto esteriore, per quello economico non c’era niente da lasciare all’immaginazione, il marito dopo essere stato un valido calciatore nella squadra di calcio dell’Atalanta, seppe mettere a buon frutto diventando un rispettabile imprenditore.

Emi, la bella mamma raccolta in un tailleur blu, colei che Mario vide qualche volta al maneggio, ma senza gli rivolgesse la parola perché aveva timore di sfigurare con la ‘miss’. Finché, anni dopo, Massimo si dovette recare a Riccione per una questione che andava sistemata con gente che abitava sulla riviera Adriatica. La solita Porche o altre supercar da sdoganare senza I.v.a. per conto di qualche “faccendiere” del posto, e per questo avendo con se Emi, invitò per il fine settimana anche Mario e Panna perché gli facessero compagnia nei momenti in cui si sarebbe dovuto assentare. A saperlo Mario gli avrebbe parlato al maneggio anche prima, non solo era una ragazza bella ma si dimostrò anche intelligente e simpatica, e non passò che un paio d’ore da che Massimo per affari si dovette assentare, che i tre poco prima dell’ora di pranzo avevano fatto amicizia a tal punto passare dei momenti nel fare ‘cose’ che in genere si dividono tra amici che si conoscono da molto, molto tempo. A quel tempo era una faccenda ‘delicata’ il fare una “certa cosa” con chi non si conoscesse bene, ma con Emi andò così da subito, anche perché sicuri non ci fosse pericolo che al ritorno di Massimo lì avesse trovati con gli occhi che uscivano dalle orbite, a fumare una sigaretta dietro l’altra… a quei tempi fare una “certa cosa”, significava rimanere lo stesso calmi e sereni, si poteva anche mangiare e bere tranquillamente anche subito dentro. Per Emi fu forse la prima e l’ultima volta e Mario e Panna che da anni hanno smesso, ancora oggi non saprebbero dire se fosse perché raffinata al kerosene la rendesse più buona o semplicemente perché a trent’anni una sniffata è migliore che farla a cinquanta. Da quel fine settimana a Riccione, Mario e Panna, con Emi non si rividero che quel giorno tra le panche della chiesa.

Yari più avanti, in prima fila, il figlio di Emi, la bella Emi, e bello Lui, il figlio di Massimo che ora lavora in Spagna e ha creato una linea cosmetica per la cura del corpo. È alto più dei genitori ed è fascinoso come Loro. Occhi profondi e scuri, sguardo dolce come il suo modo di parlare, lineamenti del viso alla James Dean.  Porta i capelli castani lunghi e fluenti raccolti da una coda annodata alla “spagnola” che lo fa sembrare un ballerino di Flamenco.Veste con jeans, giacca scura e una camicia bianca… come il padre le sa indossare con disinvoltura e eleganza.
Mario ha avuto poche occasioni di stare con Yary, la penultima fu l’ultima estate che Stefano gestiva quella bella trattoria in riva al fiume Serio, circa tre anni prima di ritrovarci in chiesa . Mario si doveva incontrare con Massimo che si accompagnò con il figlio Yary che quel giorno era in Italia, e si diedero appuntamento in quella trattoria all’aperto. Sotto un platano si pranzò tutti tre, e come solito Massimo mangiò l’unico piatto ordinato, e bevve un bicchiere d’acqua con la velocità di quanto aveva impiegato a sedersi a tavola, Yary, degno consanguineo, finì di pranzare poco dopo e bevve un bicchiere di acqua, Mario non aveva ancora ordinato il secondo piatto e beveva frettolosamente il suo bicchiere di vino per paura che i due amici fossero stanchi di aspettarlo.

Caffè, e Massimo ancora tronfio di quel figlio, parlò con l’amico della ‘questione’ che avevano da risolvere, poi si rivolse a Yary. Non fu chiaro cosa i due si dissero, ma lo sguardo di Yary si accigliò quando a Mario parve di avergli sentito dire con tono serio, mi raccomando papà, e Massimo che lo rassicurò con una carezza pesante sul suo capo come a dire stai tranquillo… Mario seppe più tardi che Yary aveva a disposizione una forte somma di denaro contante e lo lasciava amministrare al padre per un certo periodo di tempo senza volere alcunché di interessi. Adesso Yary era lì nella prima fila a destra accanto a Roberto il fratello più giovane di Massimo. Insieme quando entrarono in chiesa, incontrando Mario lo abbracciarono che piangeva come nemmeno fece al funerale dei “suoi”… Piangevano, e Roby disse “hai visto Mario cosa ci ha combinato?! Ce l’ha fatta grossa quello s….o” e ades cosa n farà noter!? Adesso cosa faremo noi!? Già, cosa avrebbe fatto Roberto che riusciva a mettersi nei guai anche se li detestava. Anche Lui un Silvio Pellico per più di un occasione, con l’aggiunta di un brutto vizio mai perso.

Senza Massimo che gli dava la possibilità di commerciare auto con l’estero per evitare di pagare il dazio della tassa governativa esistente in Italia. Senza il caro fratello che spesso pagava i conti di vizio del fratello nonostante ogni volta dicesse promettendo e imprecando che sarebbe stata l’ultima. È quasi il tramonto di un altra quotidiana storia vissuta, e si tirano le somme mettendole in fila indiana nella mente. Si tirano le somme di un periodo di vita che volge al termine regalando spazio ai ricordi come fosse un momento di quiete. Per chi rimane sarà un altro dire che anche oggi ce l’abbiamo fatta nonostante le notizie dei telegiornali. Ad ogni stagione il suo frutto, per ogni vita la sua storia, per ogni amore la sua pena, e per tutti sia molta gioia, perché se fa caldo ci spogliamo, se freddo ci copriamo, in autunno facciamo tutt’e due, in primavera come viene viene.

Mario non pensava certo che all’età di molte rughe in viso, con gli occhi sempre più piccoli e furbi, potesse incontrare di nuovo lo sguardo di quella amica, una ex di Massimo, persona tanto ‘buona’ di carattere che non vedeva da molto tempo.

Una ‘vecchia’ amicizia, fresca come una rosa bagnata dalla rugiada di un mattino primaverile, innocente come si era un tempo da ragazzi e forse fu per questo che in una notte di sconforto, si concesse a Mario per consolarlo di una ‘storia d’amore’ tristemente naufragata, aveva ‘chiuso’ con un grande amore… Non fu sesso ne amore, fu qualcosa che servì a stordire un poco i pensieri tiranni e maligni che in quel momento non volevano la felicità di nessuno… nonostante bevvero molto e fecero “altro”, riuscirono a malapena di concludere una notte dove draghi e streghe svolazzavano più o meno allegramente nella stanza. E successe di nuovo qualche anno dopo, in un altra circostanza, Mario non era più triste e nemmeno Amanda. Ancora non fu per sesso e nemmeno per amore, forse solo per malinconia o per semplice amicizia. Ma non perché fosse un amica che vuol già dire un gran tesoro, ma un amica ‘speciale’ perché anche se con meno rughe e molto più graziosa e pur sempre una mamma che ama il proprio figlio. Lo ama quel bel bambinone cresciuto, come tutte le mamme, ma trova tempo per se stessa o per stare in compagnia di amici.

Amanda ama il figlio frutto di un amore che nel travolgente scorrere del l’acqua impetuosa che sgorga da un ruscello in disgelo, non è stata fermata dalla diga eretta dai castori… e cristallina è scorsa a valle scemando da un muscoloso amore per passare alle tinte tenui del fratello bene. Bene adesso, per quel l’uomo con cui ha diviso la grande gioia di diventare madre. Ha amato Massimo che non c’è più, ora ama una divisa, orgogliosa come il marito Alessandro che l’indossa accettando di servire la giustizia, quando questa si presenta con l’abito più lindo. Alessandro, un bel ragazzone in carriera che per amore forse finse o ancor finge di non voler conoscere il passato dell’amata, pur non solo ma in buona compagnia di altri ‘sventurati’ mariti e accompagnatori che tra le fila dei banchi della chiesa, riuscivano a stento a trattenere un sottile sorriso di velato sarcasmo, una piccola insignificante rivincita che lo stesso non avrebbe cancellato il passato di nessuno… il passato è il passato, ma non v’e presente senza di ‘lui’. ‘Lavoratori’, bravi papà, cornuti e adesso anche contenti. Finalmente ora potevano lasciare che le loro donne piangessero vere lacrime d’amore, quelle che forse non saranno mai versate per loro, ma lo stesso sorridono malignamente da sotto i baffi mentre guardano il cofano di fiori al centro della navata. Amanda è stata un amica di Massimo che Mario, stupito, pensava che nemmeno la natura ne conservasse memoria ed invece rieccola.

Una ragazza che non è più una ragazza ma vive la vita come lo fosse perché per Lei il tempo si è fermato quando Massimo l’assunse per un impiego da segretaria per l’ennesima ditta fantasma che doveva servire per coprire altre attività poco lecite dove tanto per non cambiare stile di vita, Amanda, fu l’impiegata “poco modello”, ma con tanto di tette da sembrare una prosperosa balia a ore dei primi anni del dopoguerra, labbra sinuose e altre ‘curve’ al posto giusto che tanto bastava quanto saper usare egregiamente un computer anche se in realtà non ne fosse capace. Lo sguardo fatto dai suoi occhi era la ciliegina sulla torta, come vedere il verde di un mare profondo che si staglia sulle rive sabbiose di un isola tropicale. Un esplosione smeraldo che non si poteva ammirare per più di pochissimi secondi… forse il segreto stesso di Amanda, affascinante impenetrabile Amanda.

Si innamorò di Massimo, come del resto succedeva a quasi tutte le donne che avevano il piacere o il dispiacere di frequentarlo per qual motivo volesse il destino. Mario la conobbe un giorno che la vide arrivare con una decappottabile che guidava Massimo. Amanda era sbracata nel mezzo ai sedili posteriori con degli short che obbligano chi li porta a fare la ceretta almeno ogni 15 giorni, il seno prorompente metteva a dura prova la resistenza del terzo bottone di una camicetta bianca, sandali alla schiava pieni di lacci, capelli lisci, corti e neri e un trucco con un pizzico di volgare che voleva solo dire oggi sono “sua” ma domani non sarò di nessuno ch’io non voglia. Mario seduto ad ascoltare parole del prete che dal pulpito si infrangevano tra le alte finestre della chiesa che facevano entrare luce mesta di colorata tristezza… Mario che aveva nelle nari l’odore d’incenso, e per colpa d’uno starnuto malandrino volse d’istinto lo sguardo altrove, girandosi di spalle a testa bassa con un fazzoletto in mano scorse Amanda in fondo alla chiesa, con accanto il figlio… proprio vicino ad Anna e la sua amica, davanti a Patrizia e l’irriverente incazzata Laura, la donna che sicuramente l’amore con Massimo se lo sognò appena, perciò era ancora arrabbiata, ancor più arrabbiata forse perché fu la figlia a rubarle quel sogno. Amanda, che dopo essere stata l’impiegata di Massimo per i pochi mesi di durata del tempo che serviva per mascherare un attività fittizia, prese l’ultimo stipendio con cui decise un bel giorno di partire per una vacanza negli Emirati Arabi. Amanda aveva deciso di partire, viaggiando con un amica che all’ultimo momento per motivi di causa maggiore, rinunciò a quella breve vacanza. Partì sola e tornò al termine di una settimana. Mario la incontrò in un supermercato e gli chiese come fosse andata la vacanza, benissimo rispose, tanto bene che domani riparto di nuovo.

Sei ‘matta’ disse Mario… ma buon per Lei pensò tra i capelli ricci e sorridendo si salutarono perdendosi di vista per qualche mese. Finché tempo dopo, una sera, a tavola dopo cena, Panna raccontò al compagno che aveva saputo dove fosse andata Amanda due giorni dopo il suo arrivo da quella vacanza.

Era tornata tra le dune del deserto, ma non in un villaggio turistico alla moda pieno di comodità, bensì in un accampamento di tende a strisce rosse e bianche tra le dune. Un Emiro che nonostante il colore dei capelli di Amanda, la prese di “mira” e l’invitò a passare del tempo con lui, e Lei come risposta, dopo essere tornata per il tempo necessario di cambiare la biancheria, fece ritorno tra il sole la sabbia e le gobbe dei cammelli. Amanda passava dal lusso di vita offerta da un Emiro, alla nobile povertà di un contadino che allevava mucche in una valle del bergamasco. Val Stracchino, dal significato di… Acā stracā de müt. (una mucca stracca d’alpeggio) tanto per rimanere in tema con i formaggi.  Mungeva le mucche e aiutava il suo compagno anche per rassettare la stalla, e andava fiera delle coppe e trofei in bella mostra sui mobili di casa che la proclamavano miglior allevatrice di mucche, o miglior ‘proprietaria’ del toro più bello. Dai gioielli pegno di una notte d’amore, ai formaggi girati e rigirati sull’asse per la ‘maturazione. Dalle dune del deserto, alle stalle di montagna… e poi con Massimo, Alessandro, Mario e solo il cielo sa quant’altri coiti, metà fatti per amore, metà per compiacere. Amanda faceva spesso “cose” per compiacere, tant’è che un giorno sullo stanco del suo finire, si recò in casa di Carla e Camillo, due amici a quell’epoca comuni.

Amanda, un poco imbarazzata e nel mentre stupidamente divertita, chiese a Camillo se potesse costudire dei suoi ‘cadò’ nella loro casa. Carla, stupita chiese di chi fossero quei ‘brillocchi’ da mani e collo. Una splendida collana con pietre preziose, due anelli che uno voleva dire ti amo, e l’altro voleva dire ti amo. Amanda rispose con un sorriso che accentuava le sue belle gote e allargava la linea delle sue labbra sinuose che sfociando in una smorfia di innocente imbarazzo, si schiusero per dire che erano regali fatti dal suo datore di lavoro… che, misero, cosciente della grande differenza di età tra i due, non desiderava altro che un ‘pompino’ di tanto in tanto, e in cambio, ‘brillocchi’. Amanda faceva spesso ‘cose’ per compiacere. Amanda è l’unica ex donna di Massimo, che ha saputo reinventarsi, non una, ma più volte. Forse l’unica che ha pensato… mi hai “usato”? Okay, quanto io ho “usato” te! E la sua vita adesso continua un po’ più noiosa ma serena con Alessandro che con l’amore ha saputo domare la pantera nera dagli occhi verdi che forse non con altrettanto amore ma con ‘bene’ e rispetto rispose regalandogli altri figli.

 

Ciao Massimo 3

Si sentì un altro starnuto possente alle spalle di Mario, il “cv19” non era ancora arrivato in Italia e quindi non poteva che essere un altra ‘vittima dell’incenso’, si girò incuriosito pensando fosse la stessa Amanda, ma il fazzoletto lo aveva tra le mani Clorinda la ex di Astolfo, un bel giovanotto con il nome che gli fu dato alla nascita dai genitori, nobili d’altri tempi senza più titolo nobiliare ma con un cognome importante che i ‘Della Torre’ dovevano accompagnare con nomi altisonanti e singolari. Per gli amici era sempre e comunque solo ’Asto’ che a quei tempi si associava a una nota marca di sigarette (Astor) che neanche a dirlo, aveva sulle due facce del pacchetto, l’immagine a mezzobusto di un lord inglese con parrucca bianca. Semplicemente Astolfo, un ragazzo che di nobile aveva i sentimenti, la moralità e la serietà e queste doti non decadono mai.

Ero sul treno che mi portava da te, e Tu già non eri più ‘mia’.
Binari che obbligavano la via come due mani a palmi aperti protesi in avanti con le punta delle dita che si perdevano nell’orizzonte, come fosse una preghiera che si univa alla supplichevole voglia di averti tra le mie braccia.
Un treno senza fumo ma solo rumore che si confondeva con il frastuono del mio pensiero. Pensavo che fosse ad aspettarmi alla fine di quelle mani scure mai congiunte che mi avrebbero portato a quella stazione… pensavo ci fosse Lei ad aspettarmi.
E Lei, Clorinda, c’era quando con uno stridore di ferro che mordeva altro ferro il treno si fermò.
Poco dopo scesero i passeggeri, qualcuno con ansia, altri con stanchezza e qualche ‘vecchio’ con un sorriso di sollievo.
Clorinda era là, Statuaria come in un film di fine ‘ottocento’.

Negli occhi di Clorinda non c’era il colore dell’amore, ma una velata e malcelata parvenza di ‘tristezza’ che aleggiava tra le sue ciglia.
Erano mesi che i due fidanzati non si vedevano.
Astolfo era un dirigente di una nota industria italiana nel settore edilizio, più precisamente fu scelta la sua persona per un lavoro in Sicilia, dove ‘serviva un esperto’ del calcestruzzo… il viadotto programmato aveva da terminarsi a regola d’arte in tempi brevi.
Una bretella molto importante che avrebbe collegato due importanti realtà cittadine… Astolfo aveva da dare un risultato sicuro per la “tenuta” del calcestruzzo nel viadotto, perciò stette lontano da Clorinda per 9 lunghissimi mesi.
Mesi passati in gran parte immersi nel lavoro e con il tempo restante cercare di riposare quel poco, e riservare l’ultimo barlume di ‘vitalità’ rimasta, al pensiero dell’amata Clory.
A volte pensava con il cuore, a volte con un altro organo del corpo che ha solo l’uomo e con cui spesso suo malgrado “ci ragiona”, in quel caso il “ragionamento” sfociava nella lotta dei vigliacchi… ‘5 contro uno’… perché le dita delle mani le aveva tutte. Astolfo pensava a Clorinda dopo una abbondante bevuta di tumbler colmi fino all’orlo, scolati davanti al bancone di un bar o a volte anche dopo una malinconica storia d’amore appena vista in uno sceneggiato televisivo. Pensava molto alla sua bella, l’ultimo pensiero era sempre per Lei, che ora finalmente di li a poco avrebbe visto e abbracciato in carne e ossa. Astolfo incontrò senza troppo entusiasmo l’abbraccio di Clorinda, e Lei rispose con ancor meno ‘affanno’, cingendogli la vita con braccia molli e dita mosce.
Gli occhi di Clorinda eran chiari come la luce e malinconici come una giornata uggiosa, era giunto il triste momento sempre rimandato in quelle lunghe telefonate che diventavano man mano sempre più corte.
La resa dei conti.
Come poter dire all’uomo che torna dopo nove mesi per chiederti di sposarlo, che il loro non era amore… che a Clorinda il ‘vero’ amore entrò nel cuore quando Massimo gli consegnò un auto nuova. Il ‘povero’ Asto, fu l’ignaro artefice di questa bella pensata… non immaginava che un regalo di compleanno tanto costoso potesse mandare in fumo i suoi futuri progetti di famiglia.

Certo non avrebbe dubitato dell’amico ma ancora non poteva certo immaginare che Clorinda andasse da Massimo a ogni spia che si accendesse sul lunotto anche si spegnesse qualche secondo dopo aver avviato l’auto… e Massimo resistette a una… due… tre spie “accese”, poi pensò addirittura di fare una cortesia all’amico Asto, aprirgli gli occhi sulla donna che pensava di sposare… e se la “fece”, la ‘scopò, non era certo fare all’amore.
Tra una “strombettata” di clacson e l’altra, Massimo la invitò una sera a cena e il finale fu il solito di tutte le ragazze senza ‘ciclo’ che si accompagnavano al fascinoso Massimo.
Clorinda si innamorò ‘pazzamente’ di Lui, del suo essere fuori dalle regole e vivere la vita giorno per giorno, senza ‘cantieri autostradali’ lunghi mesi per essere terminati. E adesso cosa fare, pensò Clorinda.
Come posso “chiudere questa brutta faccenda?”
‘Chiuderla lì, accanto ai binari con i treni che stanchi ripartono. Andare a casa, andare a dirglielo dove, che è finita!? Pochi minuti e si fece qualche passo, prima si entrasse all’interno della stazione… nel mentre che camminavano arrivarono alla soglia d’ingresso e Astolfo che era davanti a Clorinda, la prese per una spalla fermandola, Lei si girò guardò stupita e ammutolita.
Il suo sguardo era serioso e cupo come una notte senza luna, prese delicatamente le mani nelle sue, la guardò intensamente nel profondo degli occhi e dopo pochi istanti che parvero ore intere, senza parole le rilasciò girandosi sui suoi tacchi senza voltarsi… in cerca di un altro treno da prendere.

Un altro treno che lo riportasse tra catrame e cemento di quella strada siciliana, altri binari che come mani quasi congiunte protese in avanti si perdono all’orizzonte. Un treno che lo riportasse da Concetta, la bella segretaria che in ufficio sorrideva spesso a ogni richiesta di Astor, fosse preparare dei disegni-progetti o servigli un caffè con cornetto presi al bar accanto. Quella bella ‘mora’ timida come un alba e radiosa come una giornata di sole, focosa come il peperoncino della sua terra. Quella bella ‘mora’ dagli occhi neri pieni di colori dell’Africa che Astolfo aveva sempre evitato anche solo di guardare troppo a lungo per non illuderla e per non illudersi dal momento che era fidanzato con Clorinda. Ora Asto, deluso, con la morte nel cuore cercava quel treno per poterla rivedere. Come improvvisamente si fosse liberato di un fardello. Deluso è afflitto per aver perso del tempo inutilmente a cercare di sopire il vero sentimento che si ravvivava ogni volta che Concetta bussava alla porta per consegnare i giornali e la posta del mattino, su, nell’ufficio container del cantiere. Quanta amarezza nel suo cuore, per Clorinda per Massimo, ma non passò che qualche anno e Astolfo li ringraziò pubblicamente ad una rimpatriata di ‘vecchi’ amici attorno a una tavola imbandita… in fondo gli avevano fatto un grosso favore.

Una storia d’Amore che Mario conosceva bene. Conosceva Clorinda, aveva sentito parlare di Lei, o forse non aveva solo “sentito” ma non importa. Mario era avvezzo a storie ‘strane’… era abituato che la vita gli si complicasse, e pensava fosse insito in Lui il conoscere persone ‘particolari’, e pensava anche che gli fosse destinata dal Cielo.

Storie Strane come la storia stessa di Mario che si racconta nella sua mente ogni volta che pensa a uno ‘sbaglio’ d’amore, che a ben pensare non è mai uno ‘sbaglio’, l’errore, è la persona ‘sbagliata’…

Qualcosa si muove nell’aria. È qualcosa di nuovo, forse il vento, forse un idea perché non fa rumore, si sente solo percepito dal cuore.
È il pensiero che parte solitario e arriva ad un grande amore. È stato bello cominciare non sapendo che doveva finire, nel mezzo momenti belli e brutti, tristi o dolci come il miele di castagno che profuma d’amaro. Dolce e salato come un rapporto naufragato.

Da sempre qualcosa si muove nell’aria, qualcosa che rende felici e infelici. Non fa rumore, sembra di respirare un emozione che va diritta al cuore. Dolce e salato, chi fa ridere ha bisogno d’amore e sarà consolato, chi fa piangere, piangerà… ogni lacrima che scende per amore dai solchi di un viso, il Cielo le conterà una ad una e le riporterà sulla terra al mittente… non per rancore o vendetta ma, la vita stessa che restituisce il doppio di ciò che riceve in bianco e in nero. Si muove qualcosa nell’aria… è la vita che reclama un altra storia d’amore e bussa insistente alla porta di chi non crede più possa nascere un fiore nel giardino del l’animo.
La vita non molla, si sente nell’aria, bussa, bussa alla porta e quando finalmente si apre, alita addosso un profumo di speranza. La vita chiude la porta da dove è entrata e ne apre sempre un’altra più grande… e si muove qualcosa nell’aria… è nato un nuovo amore.

E Tu dove sei ora. Mi chiedo se ti nascondi ancora dietro i rami di un albero per sbirciare giù, a valle, sperando possa nascere un fiore. Lo stesso sicura di Te oltre ogni limite.  Timida e gagliarda che avevi costruito un castello intorno al nostro amore. Amore di ragazzi. Una sera mi scesero due lacrime, chiedevo al Cielo mi facesse fidanzare. Ero stanco, 17 anni e mi sentivo già grande, piansi pregando Dio. davanti al bancone di quella ‘latteria’ in cui nel tempo d’un soffio, per la prima volta ti vidi e fui esaudito. Iniziò un amore di rispetto che per me, rimase tale e per Te andò dove deve andare un sentimento ‘pulito’… nel ‘magico castello’. Ma un castello non mi poteva rinchiudere a lungo.

Le agiatezze presunte mi lusingarono ma preferendo in qualche modo “guadagnarmele”, scelsi un altro modo per poter dire che c’ò provato, tanto per rimettermi in gioco ogni volta… perché chi lotta, vive. Lei, la mia futura sposa si presentò nel migliore dei modi in tutte le situazioni che richiedono moralità, rettitudine e fedeltà.  La mia moralità me la sto ancora ‘costruendo’, la rettitudine è motivo principe di ogni riflessione che faccio quotidianamente la sera da tempo immemore dopo che ho fumato e bevuto una tazzina di grappa… per la fedeltà non ho mai fatto ‘sacrifici’ di sorta, a volte, mio malgrado, sicuro di essere un incallito donnaiolo che non aveva nessun tipo di freno inibitore che mi potesse trattenere dal passare una serata al lume di candela con una persona, anche non fosse la donna a cui avevo giurato amore prima di uscire di casa.

La solita scusa, il ‘solito’ vile e banale pretesto di dover partecipare a una noiosissima rimpatriata tra coetanei… o qualche altra stronzata suo pari. Mi resi conto presto di avere questa attitudine a ‘tradire’. Un tradimento che lasciava sempre l’amaro in bocca, prima e dopo averlo compiuto… il più delle volte se non tutte, mi pentivo di essere stato con una persona che per farci l’amore, dovessi prima farmi un bicchierino. A Mario piaceva il preludio di intraprendere una situazione dove poter sfoggiare tutta la sua arte da ‘conquistadores’, una cenetta dove incantare al suono del piffero il cobra che esce dalla cesta. L’Amore vero e aspettare la persona che ami, Lei che torna da una vacanza, e nemmeno lasci che varchi la soglia per fare l’amore con lei subito, dietro la porta… e quel che non si spoglia si strappa, con bagagli ancora a terra.

Qualcuno capisce presto, altri come me, tardi. Ma non è mai troppo tardi per dire al mondo che sei vivo. C’è sempre un tempo per questo. Ci fidanzammo, il lunedì non ci si vedeva e nemmeno di mercoledì… o forse giovedì, comunque i giorni di “libertà vigilata” erano due per ogni settimana. Il venerdì sera la tv con i suoi genitori seduti sul divano del ‘salotto’, magari dopo aver consumato un lauto pranzo a base di polpettone, con l’aggiunta di un bicchiere di vino, seduti intorno a un tavolino ricoperto di formica azzurra che lo stesso mi sembrava di essere a capotavola nel grande salone del castello dei nostri sogni… o più dei suoi, che lo scoprii poi. Il sabato era il solito rituale di sempre, nella casa di Lei, pulizie come fosse primavera e sbocciassero fiori nuovi nei prati o la neve li coprisse… a mezzogiorno prosciutto crudo tagliato fine preso in quella drogheria con il padrone che era oltre la pensione da un pezzo, ma il S.Daniele l’aveva buono solo lui.

Il pomeriggio dopo un sonnellino ‘giretto’ in centro per shopping che comunque si finiva sempre in quella boutique che per un giubbotto per me è una gonna per Lei, si spendeva una buona parte dello stipendio di un mese, in cambio un foulard di Versace regalo ai clienti migliori a Natale. La domenica di mattino niente Messa, perché ci si credeva, ma a Gesù tanto doveva “bastare il sol ‘crederci’, allora una passeggiata tra le colline in compagnia dei nostri cani da pastore bergamasco e pranzo da quel ‘signore scapolo’ che preparava da mangiare per una decina di persone che si prenotassero per tempo, dove gli scontrini fiscali non erano nemmeno ‘usati’ dalle trattorie in paese aperte tutta la settimana, figuriamoci in mezzo al bosco. I cani legati fuori ad aspettarci, Bloda, Baiüs e la “zia” Barbina. Il pomeriggio una passeggiata nella parte vecchia della città per sfoggiare l’ultimo capo acquistato.

Quattro anni di fidanzamento che avrebbero fatto capire anche a un ‘tonto’ che quello era il castello di Lei e non il mio. Anche a un ‘tonto’, non a Mario che credeva di non esserlo perché tronfio dei suoi vent’anni aveva di fatto già avviato una vita parallela meno noiosa e sistematica, pensando così fosse, pensando così si facesse per gli ultimi anni di ‘liberta’ a disposizione di un uomo degli anni “80”.

Ci sposammo, un bel matrimonio con tanto bene per me e amore per Lei. La differenza tra i due sentimenti è enorme, ma c’è chi la ‘vede’ subito e chi non la ‘vede’ mai, io la vidi nel mezzo di due anni trascorsi nel continuato della routine dei giorni vissuti nel fidanzamento… sabato pulizie generali, mobilia ribaltata e accatastata a lato come fosse sempre primavera, ed era allora che si estraevano i tre pennelli di puro pelo di cinghiale. ‘Uno’ per la pulizia di zoccoli e piastrelle da cucina, uno per pulire i contorni della tv che per passarle pennellate su tutto il dorso del tubo catodico dell’apparecchio televisivo, che più grosso era, più erano il numero dei suoi pollici per grandezza… e noi eravamo ‘due sbruffoncelli’ e di pollici ne avevamo quanto ne avessero potuto inventarne. Il terzo e il più piccolo pennello fatto con pelo di un animale meno ruvido di quello del cinghiale, serviva a spennellare le superfici delle cornici della camera letteralmente detta ‘da letto’, cioè per dormirci dentro, che altro difficilmente succedeva che dormirci… le solite passeggiate del sabato pomeriggio tra le vie del centro a sprecar denaro per dare un senso a ciò che di sbagliato s’era già fatto per apparire.

Le solite passeggiate domenicali che per grazia mi rinfrancavano lo spirito quando ai piedi avevo scarponcini e jeans con un bel giubbotto scozzese. Perciò il pensiero di Mario non s’addormentava presto. Si faceva notte, e ‘quelle ore’ passavano con Lui che pensava… pensava… pensava a quella vita che non gli apparteneva perché un leone adulto non si farà mai addomesticare, perché un cane adulto che ‘perde’ il suo ‘padrone’, non sarà mai del tutto felice con ‘quello nuovo’. Mario ripensa spesso a quell’amore ‘sbagliato’, ma anche non sprecato come quello di Astolfo e Clorinda, o come quello di Gloria e Andrea…

Folate di vento intimoriscono cuori e pensieri che si intrecciamo furiosi fra ululanti rami nudi. Alberi mossi a danza che ondeggiando a braccia alzate, ma lo stesso non riescono a nascondere la luna.
A passi lenti con cuore veloce un altra giornata si spegne ed è l’alba del tormento più grande degli innamorati che hanno imboccato una strada a ‘senso unico’, quelli che vivono una storia d’amore con un solo partecipante.

Che per Andrea, Giorgia é la sola che conta fra tutte le donne del mondo.
Andrea che vive la sua storia d’amore offuscato dal tormento di averla senza poterla mai “avere”.
Il giunger della sera non è amico e la notte ancor meno che con il suo lungo silenzio attanaglia i sentimenti e li stringe in una morsa che sa togliere il respiro.
Meglio il giorno che ha da venire che obbliga a faccende di vita e con il suo chiarore scaccia pensieri ossessivi.
Giorgia che è il sole nascente dal bel tempo e irrora i fiori di luce.
È la rugiada che bagna fiori e dona la vita.
Il sole che nel cuore brilla anche di notte e regalando musica e colori.

Andrea sente musica e vede colori quando sta con Giorgia ed è una sinfonia di emozioni che scendono da un rivo di rubato disgelo da una fonte senza fine… una fonte da cui ci si può tutti dissetare per questo è tormentato.
Passarono giorni, mesi e anni.
Il ‘fiore’ ora sta appassendo ma l’amore d’Andrea, risorge fresco come il sole ogni volta che tiene acceso quel lume di poco chiarore… che all’improvviso risplende come fosse luce viva di torcia.
Giorgia ora ha capito o l’aveva sempre saputo.
Gli piaceva crogiolarsi nella noia del suo trascorrere, forse illudendosi potesse far finire una giornata grigia nel vederci al suo posto un giorno splendente, il tutto con un sorso d’acqua bevuto a palmo aperto dal ruscello.
Ora sa che Andrea non beveva mai dal rivo per lasciar posto ai desideri dell’amata, beveva alla fonte inesauribile del suo amore che non attende mai alcun disgelo.
Torcia di vita, luce e rugiada fanno nascere un fiore nuovo che emana un delicato profumo, ossequioso chi ha saputo amare respira. È il profumo che riporta la realtà tra le navate della parrocchia. Andrea e Gloria non erano presenti all’estremo ossequio di Massimo, erano conoscenti di Mario. Neanche la mamma di Massimo era presente alla mesta cerimonia che stava terminando. Non avrebbe retto all’immenso dolore della perdita dell’amato figlio. Nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli, e Lei ora era sola, anche papà se n’era andato, nessuno l’avrebbe sorretta nel dolore, forse per questo non voleva rischiare di morire accanto al suo Massimo, aveva altri figli adorati a cui pensare.

Molte persone non erano presenti quel “21” settembrino, del resto Massimo negli ultimi giorni della sua vita, non fece più sapere nulla di se a nessuna delle ‘amiche’ più care. Si rintanò in quell’ospedale vergognoso di mostrarsi senza capelli e con il viso trasformato dalla inclemente bastarda malattia che lo colpì. Nessuna amica, e tantomeno nessun amico, nemmeno Mario, nemmeno Ivano il pittore che aveva occhio… perché ne aveva uno solo e l’altro di vetro. Una manganellata sferrata il giorno di carnevale con una clava di gomma quando era adolescente, e un occhio azzurro tumefatto si nascose per sempre dietro i suoi lunghi riccioli d’oro. Così portava i capelli Ivano, il ‘pittore’, quando si spogliava il casco della sua moto, esplodeva un mazzo di riccioli ribelli lunghi fin oltre le spalle… il resto lo faceva la sua avvenenza di uomo ‘asciutto’, carino, molto ben fatto.

Ivano era l’amico ‘artista’ di Massimo. Glielo ha fatto conoscere Mario, che figuriamoci potesse mai mancare nella vita del ‘dormiente’. Nella fine del secondo millennio, a Massimo fu presentato Ivano, e subito 8spiccarono le sue doti di intelligenza non comune, ma non conoscendolo profondamente, lo collocò da subito al rango di “testa di legno”, il modo più gentile di dire che fosse un ‘portaborse’, ruolo ufficializzato all’epoca da Mario che preferì così farsi chiamare dopo averlo guadagnato sul campo di battaglia dei disordini sociali che gli si sono creati facendo da testa di legno a molte persone oltre a Massimo stesso. In un lampo, Ivano era a capo di due ditte… una individuale s. d. f. che significava pagare di Persona eventuali negligenze aziendali e infatti tempo dopo rimase in mutande. L’altra ditta che Ivano si ritrovò a dirigere senza sapere cosa stava ‘dirigendo’, era una s. r. l., società responsabilità limitata. Ma lo stesso in tutte due le varianti, Ivano una decina d’anni dopo, si ritrovò a subire un processo civile e a dover sborsare all’erario, la considerevole somma di 72mila€… almeno questa somma risultò al dirigente d’aziende l’ultima volta che si interessò del debito…

Poi con il tempo, Massimo capì di aver “usato” l’uomo sbagliato al momento conseguentemente sbagliato. Capì che Ivano fece ciò che ha fatto non per denaro che tuttora disprezza accartocciandolo alla rinfusa in una tasca qualsiasi senza sapere quanti soldi ha in saccoccia… non per denaro ma per l’amico… allora nel mentre capiva questo, Massimo confuse ancora una volta il vero ruolo che Ivano avrebbe dovuto realmente assumere… d’amico. Lo confuse ancora.

Ivano il pittore. Eravamo attorno all’anno 2000 la fine del 900 comunque, mandato da Massimo, con l’aiuto di amici vado in un negozio di tappeti “vendendomi” per un geometra di un’azienda che aveva bisogno di tappeti per arredare gli uffici. Avrei pagato con comode ricevute bancarie la somma di 30 milioni di lire, il resto è storia nota, un anno dopo forse due non ricordo di preciso sto passeggiando in centro con un amico Tossico quando sento una voce gridare, ehi, geometra tal dei tali, sto aspettando i soldi… era la proprietaria del negozio di tappeti.

Naturalmente, con la mia faccia di “Tola” che non cambia colore nemmeno se mi prendono a schiaffi, ho recitato la parte di chi non l’aveva mai vista. Che non so da dove venisse quel momento ma passò la polizia, vide l’alterco in strada e gli agenti mi chiesero se volessi far denuncia contro la signora che inveiva contro di me pretendendo a squarciagola il suo credito per i tappeti che acquistai per Massimo con pagamenti ovviamente fasulli di una delle due ditte che mi venne addossata, magnanimo, senza aver cambiato colore in viso, dissi agli agenti di soprassedere perché la donna in evidente stato confusionale mi aveva scambiato per un altra persona. Ma aveva ragione Lei, forse i tappeti non valevano tanto quanto era il loro prezzo, ma non avendo pagato che il solo misero anticipo, era giusto che gridasse dandomi del ladro.

E finalmente Massimo capì che Ivano non doveva essere “usato” in nessun modo che non fosse abbellire le pareti delle sue molteplici case che cambiava con la velocità in cui un rappresentante cambia l’auto ogni paio d’anni circa, con i suoi magnifici dipinti contemporanei dal retrogusto retrò che sa affascinare lo sguardo di chi li vede. Lo invitò spesso alle sue feste, come quando Ivano andò ospite un venerdì in un albergo di Riccione, Massimo lo accolse a braccia aperte invitandolo a rimanere quanto volesse starci, anni 80, anni d’oro. Ivano commosso, rispose timidamente di non potersi fermare a lungo perché rovesciando le tasche, avrebbe rimediato si e no pochi spiccioli. Massimo per contro risposta, mise tra le mani di Ivano la chiave della sua camera d’albergo e gli spiegò dove si trovasse una mazzetta di ‘centoni’ dove poteva attingerne quanto ne avrebbe abbisognato, e non bastasse, accanto al gruzzolo c’era un cassetto che conteneva estasi artificiale in polvere… anch’essa quanta Ivano ne volesse. Ivano aprì molte volte quel cassetto nei giorni che si trattenne in riviera, molte più di quanto non prelevò denaro dalla mazzetta. Massimo aveva capito chi in realtà fosse l’amico e lo invitò altre svariate volte solo a divertirsi, magari sui tappeti di casa. Ivano quel giorno non c’era, sapeva del “21”, ma la sua adorata metà quel giorno subiva un delicato intervento chirurgico all’ospedale della sua città e decise che fosse opportuno pensasse ai vivi, che i ricordi non muoiono mai.
Poi, ancora quella volta che Ivano è stato invitato da Massimo in quella discoteca che aveva affittato per un martedì d’estate. La baia del Re, che basta il nome per dire quanto fosse costata quella serata per Massimo e i suoi 75 invitati al seguito… 45 Donne e 30 uomini, tanto per non cambiare ‘sistema’. Sabrina era la Regina d’onore, la soubrette degli anni “80” Sabrina, due tette mozzafiato e un culo da paura. Ivano passò una bella serata e un ancor più piacevole notte quella volta. Anche Sabrina amava trasgredire, aveva poco più di vent’anni e come tutti il proibito era, ed è, l’eccellenza di esaltanti sensazioni emozionali. Piacque anche a Lei provare ciò che Ivano trovava nel cassetto del comò della stanza all’hotel di Riccione.

Fotocopia di quanto prima. Altro locale, all’epoca il più ‘IN’ di Bergamo era il ‘Boba’. Massimo era di casa, e una sera delle tante, organizzò una festa, non del tutto privata perché occupava solo un angolo della famosa discoteca, ma l’ospite d’eccezione era un’altra soubrette, Serena, che le tette gli scoppiavano e il culo nemmeno interessava vedere. Labbra carnose, non rifatte, sguardo sensuale anche quando guardava altrove. Occhi verdi come il mare da dove proveniva. Serena. E Mario quella sera era stato l’ospite d’onore, solo che arrivò dopo la mezzanotte. Come Babbo Natale che arriva con la neve e un carico di dolci. Era andato sino a Firenze quella sera Mario. Era partito per l’appuntamento con un folletto che l’aspettava al casello autostradale in periferia di Firenze. Mario era partito presto quel giorno, alle quattro del pomeriggio a bordo della sua Lancia Thema verde con interno in Alcantara verde, si avviava a far si che Babbo Natale arrivasse anche fosse ottobre. E puntuale arrivò al Boba poco dopo la mezzanotte, ringraziamenti e strette di mano con Serena, con Massimo e il proprietario del locale, poi Mario distribuì il regalo ai commensali di quell’allegro convitto, e, presa la sua parte involò verso casa dove meglio stare per tutti i suoi piaceri. Mario non amava stare nella grande villa bianca al lago di Massimo perché ciò che vedeva non lo affascinava, bensì lo spaventava, da allora preferì tornare tra le mura domestiche per il proseguo di una lunga notte di piaceri… e dispiaceri il giorno dopo, perché dopo il sole arriva la pioggia. La benefica pioggia, che a dirlo sembra si parli del peggio, ma la pioggia e vita. Può essere linfa vitale per la vegetazione e ripartenza di chi sta sbagliando.

O ancora quando Massimo acquistò con Luca un sette metri di motoscafo e per il suo ‘battesimo’ tanto per essere coerente al suo personaggio, organizzò una escursione da milionari da un capo all’altro di due promontori marini nel nostro stivale, al ritorno, in porto, insieme a Mario e Massimo, il Bigio lo volevano affondare a picconate…

Quattro amici al bar, ma in questo racconto gli amici abbondano, sono il doppio, otto amici. Amici che si incontrarono casualmente per l’aperitivo in un bar di un venerdì sera qualsiasi. Ad un tavolo del bar, Massimo e Luca seduti comodamente, sorseggiavano il loro drink mangiucchiando olive e patatine. Di li a poco nel bar entrarono Mario e Panna che dopo un cenno di saluto scambiato sull’uscio, si riunirono allo stesso tavolo per raccontare e chiacchierare con Massimo che allora il suo nome era abbreviato a Max, ( ma a Lui non piaceva) e Luca detto “Scaramello” un nomignolo storpiato per pochi intimi, cosa significasse, nessuno ricorda, difficile associare Scaramello a un personaggio tanto distinto nei modi e nel parlare, ma tanto era.

Al che i quattro accorgendosi della loro presenza salutarono anche Milena, alias Milly, e Giorgio che conversano allegramente tra loro poco più in là con altri due amici, il Bigio e la Laura. È un attimo che si ritrovarono tutti stretti uno al l’altra in un tavolo allargato alla bisogna e Massimo propose al gruppo un escursione a bordo dello scafo, fresco fresco di cambiali appena firmate per l’acquisto che fecero venire i crampi alle mani tante erano.

Il giorno dopo, di buonora si partì per Cecina e come previsto, la domenica all’alba, a stomaco ‘rovesciato’ per i bagordi di una notte appena trascorsa, i magnifici otto partirono alla volta dell’isola d’Elba.  Max propose di imbarcarsi su quel motoscafo lungo che non finiva mai, con due potenti motori e uno piccolo ausiliario in caso di panne. Una gita al quale il sabato tutti alzarono i calici in segno di adesione per quella  inconsueta avventura.  Bagagli e sorrisi negli zaini pieni di speranza e voglia di vita che si apersero nel viaggio di andata. Un mare piatto, quasi sembrasse paludoso, caldo, e il motoscafo vi sfrecciava veloce tagliando l’acqua senza sollevarla quel più di tanto d’uno zampillo. Furono brindisi tra chi beveva inneggiando alla buona sorte e chi festeggiava sonnecchiando beatamente. Ed erano per tutti sorrisi a ‘zaino aperto’, anche per chi sonnecchiava con una dolce smorfia di benessere sulle labbra disturbati solo dai raggi del sole. Un bel viaggio. A tratti noioso, ma dopo quasi tre ore, i magnifici otto giunsero alla agognata meta.

Al l’attracco, Mario scendeva per primo aiutando Panna, Milly e Laura e con loro si avviava su di un viale tra i bassi pini marini dove al fondo si scorgeva un qualcosa che ricordava un bar. Alle spalle arrivano anche gli inseparabili Max e Scaramello, amici per la pelle (ma di qualcun altro ) seguiti dal Bigio e il Giorgio che discutevano animatamente sulla partita di calcio di quella domenica… quanto di peggio non si poteva fare per ammazzare lo spirito di quel luogo incantato… ma poi per grazia o per fortuna, si ripresero, rinsavirono, vinse la natura, come sempre e insieme si calarono nel ruolo degli avventurosi marinai d’altri tempi, dividendo le loro emozioni con gli altri del gruppo.

Mario che era sceso per primo dallo scafo, era anche chi sonnecchiò di più nella traversata leggera come viaggiare su di un tappeto volante, fu il primo ad entrare nel bar e rivolgendosi al barista,  chiese in uno stentatissimo francese di potere avere un “cafè ôlé”, un cappuccino, al che, grasse risate dei sette alle sue spalle che gridando in coro gli ricordarono che l’isola d’Elba è in Italia… non in Francia. Mario pensava che da Cecina si fosse sbarcato in Corsica… aveva dormito troppo. Poi l’allegra combriccola fece una lunga passeggiata alla scoperta di una fetta d’isola che perlopiù erano rovi, pini e sguardi infiniti verso il mare… che guardandolo in quei momenti non sembrava fosse piatto come prima, ma increspato da una brezza dal sorriso birichino.

La camminata fu lunga e un poco estenuante, niente di meglio per un buon appetito e voglia di un bicchiere di vino, così che l’allegra compagnia di amici decise di pranzare in una locanda del luogo. Dopo una mezz’ora di brindisi e antipasti,  i discorsi tra gli “8” amici si fecero caldi. Le donne perlopiù annuivano soltanto sui discorsi in generale e parlottavano tra loro scoppiando in grasse risate di tanto in tanto per chissà quale misterioso motivo. Gli uomini si erano accalorati nel progettare nuove uscite in barca per il futuro. Mario per far ridere tutti propose una traversata futura in Corsica, e nonostante tutti ridessero a crepapelle, sosteneva con vigore di volerlo fare. E poi Max che proponeva questo e Bigio quest’altro, mentre Luca proponeva  Malta che dista 1000 miglia almeno da dove si trovavano e Giorgio che sbottava dandogli del pazzo. Si fece l’ora buona per tornare e ancora ripercorrendo quel viale si discuteva di dove sarebbe stata la loro prossima gita in motoscafo. Intanto il tempo s’era guastato e il sole sparito, adesso il mare non era più increspato ma un pochino arrabbiato.

Gli intrepidi natanti sono ripartiti dall’isola D’Elba per quel di Cecina infervorati da progetti di fantastici viaggi e altri tipi di cibo e vino . Appena raggiunsero il largo dopo un qualche minuto di navigazione, al loro orizzonte un cielo scuro che sembrava un lenzuolo di seta nero tirato sugli occhi. Onde sempre più alte e minacciose iniziarono a sollevarsi davanti allo scafo, e Max che lo pilotava cercava di prenderle di petto con la prua della barca per fendere la loro consistenza. Dopo un ora di viaggio il mare non era più arrabbiato ma incazzato forte. Le onde a volte superavano i quattro-cinque metri d’altezza e gremivano l’imbarcazione con una violenza inaudita.  Qualcuno già stato preso dalla paura, era entrato nella modalità  panico. Bigio si mise a prua e in piedi arrancato con una mano al parapetto,  gridava a squarciagola al vento come un indomito marinaio dei gelidi e impetuosi mari del nord, come a dire che si sfidava il tempo inclemente senza averne nulla da temere. Con l’altra mano stringeva forte la destra alla sua Laura cercando forse di scongiurare la paura e fingere celata calma e indifferenza per infonderle coraggio.

Il motoscafo avanzava a fatica tra schiuma e sobbalzi tanto violenti da sollevarlo per aria come fosse un guscio di noce in una vasca da bagno con l’acqua agitata con vigore da mani forti.  Ad ogni onda Milly seduta a prua si sollevava di sotto il sedere rimanendo anch’essa aggrappata con le mani al parapetto posto sui lati, finché gridando di paura disse a tutti che gli era venuto il ciclo in anticipo, e purtroppo per lei i pantaloni bianchi lo testimoniavano. Panna e Mario erano nel sottocoperta del semi cabinato e con occhi sgranati nel nulla guardavano fuori dagli oblò, forse era una supplica perché tutto finisse. Giorgio e scaramello si misero di fianco a Max che impugnava il timone stringendogli con tutta la sua forza le dita addosso. Scaramello indicando la costa che si intravedeva tra schizzi e lampi in lontananza, pregava Max insistentemente perché attraccasse in un punto qualsiasi attendendo il chetarsi della furia degli elementi, ma Giorgio disse che non era una buona idea anche solo avvicinarsi alla costa, perché le onde li avrebbero sbattuti come uova marce contro gli scogli. Goccioloni di pioggia anticiparono l’incalzare di sferzanti folate di vento e Nettuno sembrava divertito nel rincarare la dose scagliando rumoreggianti tuoni e accecanti saette che illuminavano il crepuscolo come fosse una giornata di sole. In un violento sobbalzo si staccò il motore ausiliario che finì negli abissi terrorizzando se più si poteva gli occupanti di quel l’ormai fragile mucchio di legname e metallo. Sembrava non finire mai, ma per fortuna o buona sorte, i sette amici alla fine riuscirono a raggiungere il tranquillo porto di Cecina, e ringraziando ripetutamente l’ostinatezza di Massimo che diceva di dover continuare a tutta potenza per fendere le onde cattive. A terra, quasi in sordina, gli amici si salutarono con ancora negli occhi il terrore di quella avventura disperata.

Due anni dopo Max e Scaramello finirono di pagare l’ultima cambiale firmata per l’acquisto di quel che rimaneva del motoscafo, che nel frattempo era stato trasportato in un quieto lago al nord per essere rivenduto a prezzo stracciato ad una tranquilla famiglia locale. Del resto il Bigio, imbestialito dalla traversata, lo voleva prendere a picconate una volta arrivato in porto salvo, ma non troppo sano.

Panna e Mario si sposarono, e poiché già programmato tempo prima, fecero loro malgrado il viaggio di nozze su di una nave che poteva ospitare 3000 passeggeri, senza per questo riuscire ad evitare si svegliassero di soprassalto nel cuore della notte alla prima avvisaglia di mare mosso nel golfo del Leone, onde che non potevano certo mettere in pericolo la navigazione di una nave lunga trecento metri.

E ancora, due anni dopo quel nubifragio, Bigio e Laura per un impegno di lavoro inderogabile, dovettero forzatamente andare al casinò di Venezia per una conferenza, ci andarono a bordo di un bus-battello che ve li condusse a destinazione dopo un quarto di ora tra i calmi canali della bella città lacustre. Ma lo stesso i loro volti erano imbiancati dalla paura memori del triste ricordo della navigazione che hanno fatto all’isola d’Elba.

Giorgio e Milena non andarono più in barca, ne sull’acqua dolce e tanto meno salata, e nemmeno si fecero più il bagno in una vasca, solo docce anche trent’anni dopo quel bel tragico sfigato giorno.

Otto amici al bar che molti anni dopo, si ritrovarono, stringendo una caraffa di birra tra le mani, parlando di quel che si sarebbe potuto fare la domenica che aveva da venire. Chi aveva proposto la visita di un bel parco, chi di andare sui monti a mangiare e bere, chi diceva di fare una gita in bicicletta pedalando sul greto di un fiume, ma i soliti indomiti temerari, Max e Luca insistevano nel proporre audaci, il parco sospeso per adulti al livello più alto di pericolo.

Il mare rimase e rimane per tutti il solito hotel sulla spiaggia con ombrelloni aperti dai bagnini il mattino, e il bagno in mare si fece e si fa sino che l’acqua salata cinge la vita di ognuno è non oltre. Mario giammai scorderà quel tragico giorno in motoscafo, e giammai lo scorderanno i suoi compagni di ventura, ma nessuno di loro si dimenticherà il Carissimo Massimo, senza il suo sangue freddo, quella gita sarebbe finita in tragedia.

Per rimanere in tema di storie raccontate in prima persona, non poteva mancare l’affranta Simonetta, che non era la solita Giovincella di primo pelo ma era stata parte integrante della vita di Massimo nonostante appunto non fosse più in tenera età. Era in fondo alla chiesa quel giorno, sembrava che nelle prime file degli inginocchiatoi proprio di fronte all’altare ci fossero solo le sbarbate. Simonetta la donna del “boss” come la chiama Mario.

Ricordi tanti. Il buongiorno tutte le mattine e tutte le sere la buona notte, se non lo facevo si incazzava pure. Primo appuntamento gli do il 2 di picche. Mi invita a casa sua al lago. Gli regalo dei funghi e gli scrivo la ricetta per cucinarli… risposta “stronza proprio”. Da quella sera passò ogni giorno al mio bar per farmi un saluto, senza dimenticare di darmi ogni volta della ‘vecchia’ per canzonarmi sulla mia non più giovane età, lo stesso tutte le sere ci si ritrova a cena. Lui dopo la sua consueta sauna mi precede al ristorante e ordina per tutt’e due dicendomi che tanto conosceva i miei gusti e tra un boccone e un bicchier di vino, mi confidava cose sue molto personali che a suo dire non aveva quasi mai detto a nessuna delle sue frequentazioni. ( che scrivere amanti infastidisce ) Normale pensavo, la “vecchia” serve, le ragazzine non possono dargli l’aiuto morale di cui un uomo maturo ha bisogno nei momenti di sconforto. Alle ‘barbi’ non puoi raccontare cose private perché non hanno nessuna risposta da darti. Devono vivere ancora molto per poterlo fare, e lo stesso non tutte ci riusciranno mai.

Un altro invito a casa per scommessa, pranzo e poi… con suo stupore si finì a letto. Il suo stupore fu perché continuava a dirmi che con le ‘vecchie non riusciva’, con me è riuscito eccome. Forse tanto vecchia non sono. Questa era la scommessa, per la prima volta non ha avuto parole. Ci leghiamo tantissimo, ne io ne lui prendevamo decisioni senza prima consultarci. Da allora fu un passo che decidiamo l’apertura di un bar non senza per questo accendere discussioni enormi. Alcuni mesi estenuanti per la marca del caffè da scegliere, fornitori di bibite e liquori, operai, architetti e mille lavori da fare e il Montecarlo intestato interamente a me, debiti compresi, apre.

Inauguriamo noi, festeggiamo la sera con cena e bottiglie e… il solito bel finale. Sono da tempo malata alla tiroide, ma Massimo non mancava di prendermi in giro anche durante le cure periodiche a cui mi sottopongo ormai da molto tempo… mi diceva che non potevo morire o lasciarmi perdere, sennò chi gli avrebbe fatto da badante quando avesse compiuto i sessant’anni? Arrivarono i suoi sessanta, ma quel momento non arrivò mai.

Arresto: mi telefonò dicendomi sconvolto, ‘corri’ alla Guardia di Finanza mi stanno arrestando, subito ho pensato a uno dei suoi scherzi invece è stato il giorno più brutto che potessi passare. Arrivo sul posto, me lo portano ammanettato, un finanziere mi consegna dei documenti e chiavi del bar e ci lasciano soli per cinque minuti. In quei brevi momenti ho visto il mitico Massimo… invecchiato di dieci anni, mi bacia e mi dice, mi fido solo di Te, sia per il bar, sia per farmi uscire da questa situazione, e piangendo aggiunge, non abbandonarmi, lo sai cosa provo per Te anche se sono il solito stronzo.

Passa tutto questo bruttissimo periodo della sua vita esce dal carcere, e viene affidato alla detenzione domiciliare… chi lo deve andare a prendere e accudire tutti i giorni? Io, Simonetta che affettuosamente Mario chiama ‘saponetta’ come fa con sua cognata, Simo, Sapo, saponetta.

Massimo rientra al Montecarlo, ci fanno litigare e per due mesi non ci sentiamo, finché un giorno si presenta sulla soglia della mia pasticceria, come se nulla fosse successo e presenta la scusa banalissima che doveva fare un intervento agli occhi, che peraltro risultò poi essere un intervento di chirurgia estetica. Con la sua faccia da schiaffi mi fa sedere ad un tavolino e bellamente esordisce… lo sai che sei la mia ‘vecchia’, dirti ti amo non è niente in confronto a ciò che provo realmente per Te, e lo sai. Sai anche che sono una gran testa di cazzo e non meriti certo di soffrire per uno come me.

Pera cotta, ci riavvicinammo, altri venerdì cenammo in casa da Lui, poi dopo cena se ne andava per fatti suoi, non io! Non la ‘vecchia’, io non potevo uscire con nessuno, se prendevo un appuntamento, Massimo trovava una scusa qualunque per rompermi le uova nel paniere. Una sera alle 11 mi telefonò… Ciao disturbo!? Sei a cena? Si ho risposto, sono con un amico… dovresti venire qui al bar da me perché non trovo un documento. Beh, vengo domattina ho risposto, ora non mi sembra il caso, no, no! Devi venire ora, subito. Arrivo poco dopo al suo bar e con la sua solita risatina da ebete mi dice, “vecchietta ti ho fatto saltare la serata?” Non ti preoccupare per la mia serata, di che carta hai bisogno? Nulla grazie, poi l’ho ritrovata in fondo al cassetto. Sapessi quanto mi dispiace Simo, va beh dai, beviamoci su e non pensiamo più alle scartoffie. Non era certo un comportamento da chi se ne sbattesse altamente di una donna. Era fatto così, mi accolse alle 11.30 di sera sulla soglia del bar con quel mezzo sorrisetto da ‘bastardello’. A Massimo piaceva scherzare, come quando mi chiamò al telefono perché lo raggiungessi a casa, gli avevano fregato il cruscotto della BMW che gli avevo noleggiato io per qualche mese. Il cruscotto!? uno dei suoi soliti scherzi idioti pensò Simonetta, ma ad accoglierla non c’era il sorrisetto da pirla ma una faccia seria. Il cruscotto mancava per davvero… 3000€ di danno e un triste sospetto che preferii non approfondire mai.

Compleanno. Al mio organizza una cena in un ristorante. Arriva con un mazzo di fiori in una mano, che mi disse un suo amico che lo accompagnava, fece rifare per ben tre volte, e nell’altra un biglietto scritto di suo pugno, aggiungo solo che mi fece piangere e non riuscivo a fermare le lacrime tanto mi commosse. Ti Amo e basto per tutto. Al compleanno di Massimo, gli regalo un orologio che non s’è mai tolto e lo ha voluto tenere anche in ospedale. Festeggiamo anche quella volta nel migliore dei modi che possa desiderare una donna di mezza età, innamorata come lo ero io.

Con Massimo, quello vero che poche persone hanno avuto la fortuna di conoscere, si faceva festa insieme anche nelle ricorrenze più importanti del nostro calendario, la vigilia di Natale a cena mi ha dato il suo ultimo regalo, girocollo di pietre preziose e piume a mo’ di collare. Il giorno dopo colazione al mio bar e poi Lui con famiglia e io con mio adorato figlio. Capodanno, uguale, con me da mattina e sera, poi Lui a festeggiare come da copione con gli amici, sera del suo ultimo primo giorno dell’anno, ancora con me a cena al lume di candela in un bellissimo locale. Anche del mio onomastico si ricordava, mitico. Massimo, quello ‘vero’ era con me nei momenti nelle tappe più importanti della nostra vita, ma è sempre esistito anche “l’altro” Massimo, lo sbruffone, quello pieno di ragazzine, pieno di boria e straboccante di malcelata sicurezza, il “boss”.

Tutte queste cos’è nessuno le ha mai sapute, era il nostro segreto, la nostra complicità. Pensavo fosse immortale, invece purtroppo non è stato così, ci ha lasciato in poco più di due mesi nei quali mi chiamava tre volte al giorno per avere conforto e sapere come stavo. Massimo era questo, generoso oltre misura e attento a tutto per tutte e tutti, dolce e testardo.

Una telefonata, ‘vecchietta’ mi sa che è l’ultima volta che ci sentiamo, (parlava a fatica) volevo dirti che hai sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. Volevo dirti che sono stato fortunato a conoscerti, scusa per i casini che ti resteranno addosso. Colpo tremendo al cuore, il giorno dopo ricevo la telefonata che Massimo non c’è piu. CHI TI HA FATTO LA TELEFONATA? Il mio, il nostro ”casinaro” dolce testardo Massimo, o testa di cazzo come amava definirsi, non c’era più.

Ridendo parlavamo di un ipotetico funerale e mi diceva: vedrai che risate, ci saranno, tutte le mie donne saranno sparse tra le fila dei banchi della chiesa e non si guarderanno… anzi ognuna con lo sguardo all’insù che osserveranno la mia corona di fiori, e così è stato, anche in quel caso aveva ragione da vendere, io quel brutto schifoso giorno in fondo alla chiesa vedevo le ragazze nei primi banchi e pensavo tra i capelli… Avevi ragione amore, se potessero si strapperebbero i capelli l’un con l’altra.

 

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@Di nuovo in partita. Un altra giornata da vivere nel nulla che ci siamo costruiti e sembra tutto, ma tutto non è niente se non si costruisce la propria casa sulla roccia. Pensare al sistema in cui siamo coinvolti spaventa non poco, la paura si fa largo a gomitate tra la realtà e d’improvviso apre le porte all’angoscia. Siamo condizionati da un infinita’ di cose inutili e futili e quando la realtà pretende la sua parte viviamo nel contesto di un impasto programmato in ogni dettaglio, sistematicamente a tal punto di non rendercene realmente conto… Anche perché sarebbe superfluo capire che siamo dentro all’impasto programmato di una vita frenetica e dispersiva che sempre più ci allontana dal vero piacere del vero semplice saper vivere.

Ci allontaniamo da sentimenti e valori, così… senza sapere il perché, che così si deve fare in questo nostro modo di esistere. Con più Umiltà, saremmo ancora quelli che sanno annusare un fiore per sentire i profumi della terra. Saremmo ancora persone che tra vicini ci si presta lo zucchero e farina, saremmo ancora persone che tra conoscenti ci si presta qualche soldo senza interesse nei momenti di bisogno, magari in qualche caso aspettandoci pure in qualche disgraziato caso di non riaverli più indietro che non è il “perché li abbiamo prestati” ma è per cosa lo abbiamo fatto. Il vero ‘sapore’ libero non è sapere di avere guadagnato abbastanza in denaro per soddisfare le nostre esigenze. Se una persona a cui si vuol bene dice che un malessere la opprime, sia esso economico che di sanità, nessuno ha guadagnato un bel cavolo di niente.
Lo stesso che il proprio cane ingurgiti un osso e gli si conficchi di traverso in gola, l’armonia è guasta e non si è guadagnato nulla. Se Altre persone stanno poco bene, non può essere una buona giornata, si deve lottare perché Altri stiano bene. Non sono solo le medicine che possono guarire il malessere altrui, bensì l’amore può lenire per primo il disagio di un malessere. Il saper trasmettere amore gratuito e quindi sofferto, è assorbire un poco o forse molto del loro non stare bene. Il non stare bene degli Altri è cosa Loro oggi, domani può servire a Te e diventa cosa nostra. che il domani è come l’oggi uguale e sistematico come il mangiare, il bere e il respirare… cambiano solo i colori nel cielo e nel cuore.

Ancora in partita, che tra un calcio ad un pallone è un tiro a rete, forse un giorno si segna anche se comperare un pallone fabbricato in Asia può averlo cucito a mano un bambino al di sotto dei dieci anni, anche a questo bisogna pensare quando si tira un calcio di rigore. Perché quando si è giovani c’è tempo per fare ogni cosa, anche se in quel periodo della vita, si pensa di non riuscire a fare mai abbastanza.

Quando si è giovani c’è tempo per fare all’Amore, il fare all’amore è cosa collegata alla mente che in genere è più spensierata e libera quando si è giovani. Quando si è giovani i pensieri e le preoccupazioni ogni inizio serata si dissolvono nel parcheggio di un posto che se ne ricorda il punto esatto il mattino successivo quando i fumi alcolici hanno sgombrato la mente. Quando si è più avanti con gli anni e non si è più giovanotti, nostro malgrado i pensieri e le preoccupazioni si sono impadroniti quasi completamente di Noi. Allora ecco che quando si fa all’Amore è solo per gentile concessione degli stessi sentimenti malaugurati compagni di viaggio di cui appena descritti che ci concedono brevi attimi di pausa dagli affanni e tribolazioni della vita.Quando si è giovani nemmeno si conoscono certi pensieri e certe preoccupazioni. Nemmeno ci si rende conto che un giorno eri al bar e tracannavi una birra, intanto  entrava una biondina niente male e senza perdere tempo, in breve avevi in braccio un figlio, e pensando mentre lo cullavi per farlo dormire, ti chiedevi un po’ preoccupato se quell’anno avevi i soldi per poter portare il bimbo al mare, … che si sa un bambino ha bisogno di mare,… e si è fatto conoscenza dei primi pensieri e delle prime preoccupazioni, il primo meccanismo che ti fa fare l’amore a fasi alterne e non spensieratamente ogni qualvolta si vorrebbe. Dopo tante volte che varchi la soglia dell’essere spensierati e onnipotenti non si assapora più l’intenso desiderio che un tempo rapiva le emozioni e le costringeva all’incognita del giorno dopo, con il passare degli anni non vedi l’ora di entrare in quella casetta al calduccio per ripararsi dai rigori dell’inverno o al fresco nascondendoci dal caldo torrido di una estate inclemente.

Quando i dubbi e i problemi insinuano il benessere, la pioggia sembra scendere dispettosa e fragorosa come ti aspettasse dietro l’angolo con una pistola ad acqua in mano, e si aspetta che ogni tanto venga solennemente richiamata al nobile scopo di creare vita e il suo ruolo riprende assumendo un aria seria mentre scende copiosa e quando smette si ritorna a giocare. Quando si è giovani, nemmeno lo sai che stai giocando una partita, una disputa, un conflitto, una gara, una gioia, un dolore, di raro per fortuna odio ma si spera sovente amore. Partite di vita, partite di calcio, Massimo amava giocarle tutt’e due coinvolto da una serie di circostanze che lo vedevano come avesse dovuto giocare nel ruolo del n.10 su tutti i campi di calcio che il passar degli anni gli facesse calpestare.

Come la sua Inter che tifava con grande passione e per non cambiare il suo stile, evitava di essere spettatore di partite di calcio tra la sua squadra del cuore e altre di minor spessore agonistico. Andava allo stadio in occasione di partite importanti o faceva trasferte all’estero che in genere costavano molti soldi e molto tempo da dedicarle… e Massimo ogni volta era di nuovo in partita.

Anche Simonetta era ed è una ‘sfegatata’ interista, quando Massimo era impegnato in uno dei suoi molteplici casini, Lei lo aggiornava minuto per minuto al telefono nel mentre che seguiva la partita su Skay nella rubrica dedicata a Inter Channel. Di sera Massimo al ritorno di un suo appuntamento d’affari si ritrovava in veranda al loro Montecarlo ed imprecava per quella squadra del cuore che negli ultimi tempi non regalava grandi gioie. In verità i colori della loro squadra primeggiavano in vetta alla classifica, in zona Champion ma le maglie non erano indossate dall’Internazionale ma dai giocatori della Dea che il nero blu li aveva ‘adottati’ nel 1907, un anno prima della nascita dell’internazionale che nacque nel 1908. Negli ultimi due anni di Massimo, l’Atalanta di cui Mario é super tifoso è sempre stata ai primi posti in classifica di campionato di serie A, e questo era motivo di discussione tra i due amici che si contendevano i colori a suon di date. Massimo non contento inveiva contro l’Inter perché non giocava un gran gioco di calcio, ma per indispettire Mario e Simonetta diceva che caso mai sarebbe passato alla Juventus piuttosto che all’Atalanta.

Alla termine di ogni discussione sul giuoco del calcio, Massimo la chiudeva con il solito finale, tutti al suo bar a festeggiare con una mega pastasciutta e bollicine in quantità industriali. Come sempre nessuno pagava, tutto offerto dalla premiata ditta Massimo Simonetta.

Ciao Massimo 4

 

Tre mesi passati da quella onoranza funebre. Tre mesi in cui Mario Panna, e tutti gli altri protagonisti, si sono sentiti, chi a voce, chi al telefono e qualcun altri si son scritti un qualcosa sulle memorie di Massimo. Mario si era sentito con Simonetta. Ci rimase male quando scoprì che la “vecchierella” fosse tanto importante per Lui. Si sentì anche con Ivano “il quadraio”, e anche in quella occasione non aveva immaginato che il pittore non fosse solo stato ‘usato’ da Massimo che aveva passato dei momenti brutti con Lui, ma altrettanto stimolanti e indimenticabili. Mario si sentì o si vide anche con altri amici comuni di Massimo… tutte donne, e chi piangeva lacrime vere e chi aveva perso semplicemente uno ‘strumento d’amore’. Tutte e tutti a rimpiangerlo, pochi a compiangerlo, intanto è arrivato il Natale.

Meno di un mese ed è un altra volta Natale. Qualcuno si prepara a gozzovigliare di cibo e di vita, molti ‘Qualcuno’ semplicemente passerà momenti di spicciola serenità imposta dal momento, Altre persone alzeranno al massimo il volume che da voce allo spirito. Sarà Natale, ancora una volta saranno dolci e luci colorate in ogni dove sparse a piene mani sul mondo. In ogni posto ci sarà sole, pioggia e neve.   In Florida si festeggerà indossando un berretto di Babbo Natale di cotone rosso con bordo bianco e in testa, maglietta rossa e calzoncini bianchi corti.

Brinderanno al Natale con gioie e dolori… i più di ‘speranze’, lo faranno ballando a piedi nudi sulle spiagge dorate irrorate di sole. In Lapponia finalmente Elfi e Gnomi si potranno riposare, una breve pausa prima che il fabbricar giocattoli per il mondo intero debba ricominciare con l’anno nuovo che già bussa alle porte. Avranno tempo  ancora quegli Gnomi per potersi gustare in pace un buon Lonkero per farsi rimanere in bocca il retrogusto di limone. In Italia saranno strade festanti e colorate, confessioni per i fedeli che il ‘Venticinque’ dicembre mangeranno polenta con la neve sui monti e prati, o mangeranno capitone con il mare mosso fuori dalla finestra. Brinderanno a un Natale di gioia o di tristezza… e i più di lo vivranno di ‘speranze’. E tutt’intorno un brulicare di buone intenzioni, perlopiù, celate, volte al proprio tornaconto. Gente che serve alla tavola della mensa dei poveri e Altri che nemmeno hanno da mangiare ma sempre un gran sorriso dai più dimenticato… e sarà un altra volta Natale… a dire dove abbiamo sbagliato per poter rimediare, e dove abbiam’ ben fatto per ancora aumentare il volume che da voce allo spirito.

Altri alberi di Natale da addobbare e presepi da abbellire.
Lui è là, nel presepe.
Intorno contadine e fabbri, l’une che danno mangime ai polli o sulle spalle  trasportano al villaggio acqua fresca di fonte e frasche di foraggio mietuto, altri personaggi a batter di martello da mane a sera per far arnesi da lavoro e ferri da zoccolo.
C’è anche l’asino che per quel giorno, finalmente riposa, deve solo sbuffare in una direzione.  Il bue non fa altro che ruminare nel mentre anch’egli sbuffa dal naso un caldo sospiro che raggiunge il volto di Gesù… per favola… o fervida credenza.
E ancora mugnai, falegnami, lavandaie, e in fondo, molto in fondo al l’orizzonte, tre puntini neri a cavallo di creature del deserto dalle gambe lunghe che si stagliano in penombra ai confini del vedere, porta dei doni quella gente d’oriente.  Lui è là, su di un lato del presepe, sotto quella grotta, o sotto quella capanna accanto. Intanto non si vede, è coperto da un piccolo lembo di lino bianco. Per tradizione non sa da vedere Gesù prima che nasca nei cuori di chi lo commemora come il più bel giorno del l’anno che segna la sua nascita.

Non è ancora due millenni e venti primavere, non è ancora inverno, non è ancora nato… per favola o per credenza che tutt’e due ti fanno sognare. E Lui è là, e ora Massimo lo può vedere senza il lembo di lino anche se non è ancora Natale.  Mario nelle sue preghiere invoca l’aiuto del caro amico perduto, ma in cuor suo sa che ora Massimo non può che commiserarlo dall’alto di dove si trova. Guarda il mondo da sopra a sotto e ci vede piccoli piccoli come fossimo formiche impazzite che si affannano nel superfluo al fine di vivere senza sapere che in realtà stiamo sopravvivendo nuotando del fango dell’ingordigia e della superficialità, queste sono cose che Mario già sa, anche assommando le sue esperienze con quelle di Francesco. Massimo non può intervenire adesso, non può fare nulla per Mario, è troppo presto… sta aspettando il suo turno davanti ad un cancello che sembra ricoperto di cotone, può solo osservare, però per Mario è bello sapere che ancora c’è, lo sente nel silenzio del suo Credo. Massimo è come fosse lì a dirgli semplicemente di fare il contrario di ciò che ha fatto Lui, perché è stato come vivere un giorno da leone e cent’anni da pecora. Il leone è orgoglioso un giorno, la pecora cent’anni perché non ha fatto del male a nessuno… questo Massimo con il senno di poi dice dal Cielo a Mario. Ecco che nelle sue preghiere Mario invoca Massimo consapevole che si deve ‘accontentare’ della sua presenza, senza questa possa proferire verbo, e perciò non s’aspetta un aiuto per tirare la fine del mese. Cambiali, scadenze, bollettini d’utenze e tasse, sono cosa che è rimasta sulla terra, a completa disposizione di Mario… Massimo non sa più cosa sono quelle cose brutte.

Di nostro s’aveva già la preoccupazione d’arrivare a fine mese, nonostante i mesi da poco passati in cui a pranzo si mangiava insalata e pomodori mentre in tv si guardava il numeroso sbarco dei ‘clandestini’ sulle coste italiane. Braccio di ferro tra le persone a favore e quelle contrarie. Intanto si faceva fatica a tirare la fine del mese perché le dispute politiche non favorivano di certo l’economia locale e non solo. Ma ce l’abbiamo fatta, ne siamo usciti.

La criminalità che si era infiltrata nei centri di distribuzione dei viveri e ospitalità temporanea era stata perlopiù sconfitta. Gli sbarchi della povera gente obbligata ad uscire dalla loro terra pian piano si attenuarono, così come si affievolì la smania di vendetta da parte dell’estremismo Islamico verso il mondo consumistico, forse perché mutilati di alcune tra le loro più illustri menti pensanti, gli stessi che richiedevano, costringendo, un costo elevato del biglietto di sola andata per la terra di nessuno ai profughi.

Finito di mangiare insalata e pomodori, sono arrivate castagne e vino novello, sempre più difficili da comprare perché sempre più difficile arrivare alla fine del mese. Grandi lotte per gli scalda sedie politici di tutti i colori che arrancavano alla testa per il governo delle “pecore” a suon di promesse in parte mantenute e molte ignorate, con la solita alternanza del partito di destra piuttosto che di sinistra o di centro, quando la verità sta sempre nel mezzo e va ricercata in questo mondo ma la risposta non su questa terra. Dopo il vin brûlé è arrivato Natale con mille luci e tanta speranza, una piccola pausa dove spesso si finge serenità. Era il 2020 l’anno con un gennaio nuovo che grazie all’innalzamento globale della temperatura dovuta all’opera indiscriminata dell’uomo, fu senza gelo e molto sole, poca pioggia e tanta speranza.

Avevamo preso un altro grado di temperatura che aumentando faceva sciogliere i ghiacciai. Si faceva fatica ad arrivare a fine mese con le spese, ed per incanto un virus mortale prodotto dai laboratori cinesi, che chissà per quale motivo fu inventato, si espanse maligno nel mondo intero, e ancora per chissà quale strana coincidenza è apparso per prima prepotente e insidioso in Italia e non bastasse con epicentro la Lombardia, lì dove vivevano quasi tutti i protagonisti di questa storia.     C’è il sole e c’è silenzio, ci sono nuvole in cielo e c’è ancora silenzio. Il rumore del mondo s’è fermato nei cuori della gente. Non si sente volare una mosca, ma ogni tanto si sente un ronzio acuto di una sirena, parte piano lo stridore del suo grido, e all’arrivo della sua meta, poco prima di scemare, assorda l’animo nel triste pensiero di chi fosse la persona che lo ha ascoltato per tutto il suo viandante percorso.

C’è luce e c’è silenzio, vien sera e ancora la nostra terra non reclama il fragore del nostro vivere ed è ancora silenzio come essere sotto una campana di vetro dove tutto ciò che è al di fuori della nuda sfera trasparente davanti ai nostri occhi ci giunga in un filmato di tempi futuri. Regole e confini che lo stesso non arginano gli orizzonti della socialità. Silenzio che ammorba l’aria e costringe i rapporti tra le persone a farsi più intensi e… più umani.

Non c’era il bisogno di un virus, ma lui nel silenzio è arrivato e ora con prorompente e prepotente entusiasmo si fa sentire come cento orchestrali che suonano lo “Schiaccianoci” di Cajkovskij. Sembrava non bastasse nemmeno invocare un Santo protettore per placare questo incessante silenzio che in realtà ti spacca dentro come onde gigantesche che si infrangono contro le scogliere degli oceani. Ma il silenzio del mondo da molto ostile si è trasformato nel Re dei valori e si chiama Amore… che per molti è ancora il Dio. del proprio Credo, e questo Amore si ripresenta silente ma più presente che mai. Facessimo come i cani, avremmo memoria di pochi secondi di un torto subito.

A Loro è stato dato l’istinto che supplisce quasi immediato sulla ragione, e poco dopo un cane non si ricorda del torto subito, sia fisico che all’idea che hanno dell’amore. Quel grande amore che hanno dentro tutti gli Animali del mondo che attaccano solo in caso estremo di difesa, per sé o per i propri cuccioli… e lo fanno in silenzio perché una cattiveria è tale solo se annunciata. C’è buio è c’è silenzio, da rompere i timpani di chi vorrebbe ascoltare e non ode, e allora facciamo parlare i cuori che quelli non hanno bisogno di comunicare, ‘quelli’ sanno trasmettere speranza e Amore, aspettando fiduciosi che tutto finisca con il buon senso di tutti… Ci voleva il silenzio in quel caldo gennaio per allontanare la gente e avvicinare i cuori perché “Un bel tacer non fu mai scritto”… nemmeno oggi che è un altro 21 ma di un anno in più ed è ancora primavera.

Mario sapeva che Massimo era lassù tra le nuvole davanti al cancello bianco di Fantozzi, e ben sapeva quel che intendeva dire quando immaginava l’amico che dal Cielo avesse detto che ci vedeva piccoli piccoli come fossimo uno sciame di formiche che si sbattevano da mane a sera per cose futili e spesso inutili.

Era la prima volta che Massimo finiva in carcere, Mario lo seppe dai giornali e dai notiziari perché era un bel po di tempo che i due non si frequentavano. Non si vedevano da alcuni anni. C’era stato un dissapore tra loro, Mario era creditore dell’amico di una forte somma di denaro e per tutta risposta un giorno Massimo all’ennesima richiesta telefonica di Mario che chiedeva i suoi soldi, sbottò con un paio di bestemmioni inveendo contro l’amico, dicendogli di non rompere più le palle perché, sapeva con chi aveva a che fare e sapeva anche che avrebbe corso un grosso rischio a prestargli del denaro e quindi considerava la questione chiusa. Mario era in viaggio con il il fratello che guidava l’automobile che li avrebbe portati per una breve vacanza a Madonna di Campiglio.

Dopo qualche attimo di smarrimento per la sbottata di Massimo, decise di lasciar perdere in ricordo di quando invece Massimo lo perdonò anni prima, per quel ‘sacchetto’ che costava circa quanto il debito che adesso avanzava dall’amico che di fatto era finito quasi tutto nel naso… ma non di clienti come avrebbe dovuto essere, bensì di amici che si scordavano o semplicemente dissero che avrebbero pagato… poi, e sopratutto di amiche che pagavano ma non in denaro e per questi pagamenti il beneficiario fu solo Mario… che decise di lasciar perdere ed ecco che i due non si videro per alcuni anni.

In carcere Massimo? Si era proprio Lui, tra lo stupore generale di chi lo conosceva, bocca aperta e sguardo incredulo di ognuno dei suoi amici. Traffico illegale di automobili che anche oggi Mario non sa esattamente come funzionasse l’importazione senza pagare il dazio doganale della tassa sui beni di lusso, che poi probabilmente veniva coperto da fatture senza fondamento di esistenza.

Francesco era una conoscenza di Mario. È uno scienziato Francesco, nel vero senso della parola stessa, un uomo di scienza. Il “vero senso” vuole intendere più precisamente che lo era di fatto.       Infatti non aveva una lira bucata, come tutti i veri scienziati che non pienamente compresi e capiti, vengono relegati a missionari senza portafoglio.Francesco era uno di loro, un ‘incompreso’ che aveva inventato una apparecchiatura medicale, che cospargeva un ‘pastrugno’ di erbe medicamentose sulla parte del corpo dolorante del paziente e lo massaggiava energicamente fino a farlo assorbire ai capillari della pelle.

All’epoca del suo risultato scientifico, ebbe il benestare di un noto ospedale bergamasco e di fatto anticipò di tasca sua il ‘macchinario’, come soleva chiamarlo lo stesso Francesco. Il ‘macchinario’ l’avrebbe fornito gratis benché costasse qualcosa come lo stipendio annuo di un operaio ‘medio’. L’accordo era che Francesco fornisse gratis la sua apparecchiatura, con la sola condizione si usasse, pagando, il suo super prodotto lenitivo.

Si ritrovò con 25 ‘macchinari’ invenduti che moltiplicati per 25 stipendi annui di un operaio ‘medio’, sono la rovina di parecchie aziende di media grandezza e quindi anche quella di Francesco, che suo malgrado dovette ricorrere a vari espedienti per tirare avanti. Francesco aveva una crema molto speciale che di fatto leniva ogni dolore muscolare, così come la crema snellente che si doveva semplicemente spalmare e, unita ad una buona dieta e la necessaria attività fisica dava risultati stupefacenti. E poi rossetti, smalti e quant’altro per la cura della pelle e l’estetica di ogni parte del corpo. Un vero scienziato Francesco, ma la sua parte migliore non era aver inventato un bio prodotto che ingigantiva un grappolo d’uva sino a un metro d’altezza, così come pere giganti e mele grosse come cocomeri. Francesco ancor prima della scienza, abbraccia la Fede. Una Fede incrollabile e di una particolarità ineccepibile, quasi indiscutibile. Mario mangiava spesso con Lui a quel ristorante cinese, entrambi facevano abbuffate di gamberetti con spaghetti di soia, anche se Francesco superava il numero dei piatti che ci servivamo di almeno il triplo rispetto a Mario.

Era, e ancora forse lo sarà, un modo eccezionale di vedere la vita, partendo dalle lezioni sul cibo che Francesco tra un piatto e l’altro spiegava a Mario, o come gli diceva di curarsi dall’influenza che in sostanza era il bere un beverone di carote, cipolle, aglio abbondante, il tutto bollite, ancora quando Mario era estasiato nel sentirlo parlare di Dio. perché aveva una sua affascinante personalissima teoria della preghiera per dare aria allo spirito, anche se a Mario all’inizio “suonò un po’ di comodo” il ‘pensarla’ in quel modo.

Mario ha raggiunto il suo status di conoscenza tramite la preghiera tradizionale, quella che ti fa dire a gran voce ciò che offri, che chiedi o che implori, e non è cosa semplice, è una casa da costruire con calce, mattoni e fatica, è una casa da costruire sulla nuda roccia, cōsta lavoro, spirito puro e tempo per pregare…  Francesco diceva di pregare tutto il giorno con un collegamento indissolubile tra la sua volontà e lo Spirito Santo… o così parve fosse di aver capito a Mario e negli anni che seguirono, ha cercato senza sosta di identificare quel tipo di preghiera, ma non riuscendovi mai. Con il tempo ha capito che ognuno prega come meglio gli dice il cuore. Non esiste nessun modello di perfezione, ogni persona è costantemente sulla strada di una santità interiore, e ognuno percorrerà i passi che il suo aver fatto gli consentirà di dare con la conseguenza di ricevere.

Un giorno raccontò a Mario una storia affascinante. Per il vero non gliela raccontò in un sol giorno, ne passarono molti quasi a supplicare Francesco che gliela racontasse, perché all’inizio della storia disse solo, “un giorno di dirò cosa mi e successo quando rimasi fulminato”. Fulminato da che? Da cosa? Un fulmine? Da fili di alta tensione intanto che atterrava con un deltaplano? E finalmente giunse il giorno giusto, ristorante cinese, cinque piatti di tutte le qualità di pasta e pesce possibili, mezzo litro di vino bianco, peraltro pessimo, e una grappa che Francesco non beveva mai, e raccontò a Mario l’intera storia straordinaria di quel ‘fulmine’.

Una normale giornata di lavoro nel laboratorio dove lavoravo, ero intento alla scissione di molecole e improvvisamente scoppiò una apparecchiatura accanto a me… raccontava Francesco a Mario davanti alla sua barba e i capelli lunghi che sembravano gonfi da folate di vento. D’un botto non ho sentito più niente. Sono stato scaraventato contro una porta d’acciaio a 7/8 metri da me. Una scarica elettrica di 130mila volt mi ha sollevato e sbattuto con violenza contro quella porta d’acciaio. Per fortuna la scossa fu tanto potente da non tenermi attaccato a lei che m’avrebbe bruciato all’istante, una grande inaspettata fortuna. Poco dopo quel terribile scoppio, ero lì nella stanza, forse svolazzando etereo, e vedevo chiaramente i soccorritori che dalle stanze vicine, si gettarono sul mio corpo per cercare di rianimarmi o almeno a capire se fossi vivo o morto. Osservavo tutto dall’alto, senza corpo, ero dove in qualunque momento volevo essere.  Perciò abbandonai l’ambulanza che mi trasportava d’urgenza in un ospedale, e in un battito di ciglia mi ritrovai a casa mia. Ho visto mia moglie, la seconda perché sono divorziato, i miei figli… piangevano disperati, avevano già saputo telefonicamente della mia disgrazia e non si davano pace per ciò che era accaduto.

Mia moglie nella disperazione più totale era affranta dall’avermi perso e di certo il pensiero che fossimo al verde e con un mucchio di debiti alle spalle non li aiutava. Erano disperati, ed io lì che svolazzavo, guardavo, camminavo o non facevo niente di tutto questo. Ero lì. Non ero ne disperato, ne triste, ne felice ero lì senza emozioni tranne una vedere e sentire i loro pianti senza potergli dire che io stavo bene, stavo di un bene che avrei voluto gridare di non preoccuparsi di tutto ciò che stava accadendo, io ero in pace e stavo benissimo dove mi trovavo.

Poi ricordo ancora che sono ritornato da me in ospedale, sembrava volassi sulle nuvole e nel tragitto di una frazione di secondo guardai in basso. Pochi secondi, ma bastarono per vedere sotto di me un mondo grigio con milioni di persone che sembravano formichine che impazzite vagavano frenetiche senza alcun senso senza per questo accaparrare del cibo o servire la Regina, semplicemente formichine in corsa alla più totale velleità umana.

Tutte quelle persone erano vestite di cappotti pesanti di lana grezza di color grigio verde, ognuno di almeno due taglie più del necessario per coprire il corpo. Non era caldo quel giorno ma non faceva freddo, non spirava vento, non c’era pioggia e non c’era sole ma un uniforme grigiore. Tutte quelle persone intorno a una palla che si rincorrevano per dare un senso alla loro vita superficiale, a Francesco parvero un mucchio di pazzi usciti da qualche manicomio dismesso. Ritorno al mio letto d’ospedale. Sono immobile, intubato e fermo come un baccalà.

Non dò nessun segno di vita, ma respiro ancora. Come se il tempo fosse senza tempo, vedo due masse luminose che parevano avere sembianze umane, sapevo fossero Angeli ma non capivo perché mi stavano spingendo giù, loro son buoni, perché mi stavano facendo questo? Mi spingevano giù dal letto, giù nel cortile due piani sotto, giù sulla terra e io che urlavo a squarcia gola mi lasciassero stare… quelle figure goffe luminose, mi lasciassero dove mi trovavo che io stavo bene lì, benissimo, mi dispiacevo soltanto di chi mi stava piangendo perché sprecava delle emozioni che si potevano risparmiare, a partire dalla mia famiglia che era trovata sul lastrico.

Una piccola insignificante disgrazia per me che ero in quel ‘posto’, era una dabbenaggine essere disperati per una persona e peggio per dell’inutile carta moneta. Non serviva nulla dove mi trovavo, non avevo bisogno di nulla e a terra non ci volevo tornare, ma Loro, mi spinsero tanto forte che dopo tre scosse di defibrillatore, di soprassalto mi svegliai dal coma. Non volavo più, a suon di muscoli avevano vinto gli Angeli che non erano le due enormi lampade che avevo sulla testa nella stanza di rianimazione, e mi risvegliai dal coma dopo tre giorni in quella stanza d’ospedale.

Mario trangugiò l’ultimo goccio di grappa cinese che profumava di rose. La gola gli si era seccata nell’ascoltare la fantastica storia dell’amico che ancora aggiunse allo stupefatto interlocutore, che era stato rimandato sulla terra perché aveva da svolgere una cosa importante per tutta l’umanità o di nuovo così a Mario parve di aver capito. Ma quello che Mario aveva capito con certezza, era che il ‘povero’ Francesco era sul lastrico così come Lui stesso aveva visto tra le nuvole la sua famiglia, e fu il motivo del loro conoscersi. Il solito ‘qualcuno che pensava di lucrare sulla disastrosa situazione economica di Francesco, interpellò Mario e i due si conobbero. Dapprima il solito prestito con restituzione con assegni postdatati, che ovviamente non vennero onorati da Francesco che coinvolse per questo anche il figlio che a sua volta non riuscì ad onorare nessun assegno, o meglio qualcuno si ma erano sempre soldi che Mario si era inventato rivolgendosi ad altri “amici”.

Quindi dagli assegni insoluti si passò poi alle cambiali, respiro di qualche mese e ancora punto accapo. Suo figlio è un bel ragazzone di un metro e novanta, più grande del padre, era schivo, difficile sentirlo parlare, più che altro annuiva se il padre gli diceva di fare un qualche cosa o il minimo sindacale di un si o un no! Forse la sua era timidezza, o forse non ti senti bene in un ambiente dove i problemi economici erano all’ordine del giorno. Mario ricorda che quando si trovava nel loro studio antistante un grande magazzino stracolmo di merce, il figlio Filippo prima di aprire perché avevano suonato, spostava furtivo la tendina e sbirciava dicendo di chi si trattasse la persona al cancello, erano poche le volte che non fossero creditori e strozzini d’ogni categoria.

Un giorno Mario andò dall’amico per vedere cosa si potesse fare almeno per ritirare un po’ di merce da vendere e rientrare almeno in parte del suo credito. Gli aprirono il cancello e appena entrato nello studio, fu presentato ad una persona con forte accento meridionale e subito dopo la stretta di mano si sedette a braccia conserte e gambe accavallate, come se quel posto con un Crocefisso su una parete e una Madonna su un altra fosse suo. Mario non disse nulla e aspettò un cenno da Francesco che gli dicesse se aspettare che finisse con quel ‘signore’ per poi dedicargli la sua attenzione, invece lo invitò a sedersi e a parlare liberamente di tutto quello che voleva dire.

Mario si riprese dallo stupore e pensò tra sé e sé che Marcello fosse una parente o un nuovo aiuto economico per Francesco e Filippo e quindi senza altri indugi arrivò al nocciolo della questione e franco disse se poteva prendere in prestito una ‘apparecchiatura miracolosa’ da mostrare ad un amico che forse era in grado tramite il fratello infermiere di proporla al primario dell’ospedale dove lavorava.

In realtà si trattava dell’ennesima persona che non aveva niente a che vedere con la medicina in generale perché proprietario di un ditta di trasporti, ma avanzando una discreta somma si contentava di quel praticamente quasi inutile intervento del fratello.  Dammi un ‘macchinario’ disse Mario e vedrò cosa posso fare… Marcello si alzò dalla sedia, capelli riccioli neri corvini e baffi portati alla messicana, camicia bianca slacciata di tre bottoni con sotto una vistosa catena d’oro con Cristo e appoggiando le mani ai fianchi, disse dritto negli occhi a Mario che da quel momento in poi avrebbe dovuto parlare con lui, e con lui solo. Mario cercò lo sguardo dell’amico Francesco che invece lo abbassò, in un istante guardò anche Filippo che seduto sulla sedia dietro il computer, a braccia incrociate non abbassò lo sguardo ma lo fissò a sua volta senza un cenno di vitalità.

Mario fece presente al ‘tipo’ che il credito l’aveva con Francesco e non con lui, ma questi replicò dicendo che ora avrebbe risollevato in positivo le sorti di quell’azienda e poi si sarebbe parlato di saldare eventuali debiti… e che se Mario voleva quel macchinario, almeno ne pagasse la metà subito e il resto si poteva detrarre. Nessuno fiatava più. Mario uscì dall’ufficio con un saluto amaro rivolto ai tre e Francesco aveva alzato gli occhi che sembravano colmi di disperazione. Passò qualche settimana e un giorno giunse una telefonata da Francesco. Eilà come va amico, mio, una spaghettata di soia oggi a pranzo? Mario un po’ disorientato da questo modo di porsi dell’amico, aspettò la frazione di un attimo prima di rispondere e Francesco lo rincalzò aggiungendo, saremo solo io e Te… il tizio non c’è più. Si videro a pranzo e Francesco spiegò che quell’uomo dai modi prepotenti e grosse parole condite con dialetto di cane sciolto della ndrangheta, non c’era più, era stato liquidato con le solite cambiali per il piccolo intervento economico iniziale di una decina di migliaia di euro, ovviamente con il triplo della somma dovuta senza contare la merce che ogni giorno riempiva il grosso bagagliaio della sua Bmw.

Evidentemente non era riuscito a ottenere altro perché Francesco si ribellò per tempo e riuscì a evitare che per 10.000€ gli portassero via l’azienda intera che tra merce e macchinari era stimata sui 2milioni€. Come cazzo hai fatto a non capire che era un “bidone marcio”, disse Mario all’amico, come hai fatto a non capire che era un mezzo delinquente da quattro soldi? La risposta fu sintetica e per quanto potesse essere condita da mille parole di giustificazione, si traduceva in una sola parola… disperazione. In quelle settimane Mario aveva fatto pace con Massimo mettendo nel dimenticatoio il dissapore per il denaro che non gli fu restituito in un prestito precedente o frutto di una delle loro strampalate ‘operazioni fallimentari’, e di fatto fecero pari e patta con quel “sacchetto” mai pagato, e fu perciò che si rivolse a Francesco e gli disse, ho io la persona giusta che fa per noi. Mario e Massimo si incontrarono ad un appuntamento il giorno seguente, e spiegata la situazione trovò Massimo entusiasta ma non troppo. Rispose che erano dei composti medicali e da maquillage senza una ‘marca’, senza un nome prestigioso che li rappresentasse e che quindi sarebbe intervenuto aprendo un negozio che aveva già adocchiato a Riva del Garda, ci avrebbe ‘messo dentro’ la solita ‘amica’ che avrebbe tentato la vendita all’ingrosso, se Francesco si sarebbe privato dei suoi prodotti per somme quasi irrisorie.

Mario era stupefatto, non aveva mai visto un ‘Massimo’ così posato e calcolatore. Si sarebbe aspettato piuttosto che l’amico rilevasse l’intera attività per continuare la produzione e la diffusione, ma in grande stile, non in un negozio che avrebbe fatto incassi che bastavano a pagare luce, tasse e ‘amica’ del negozio sul Garda. Era diverso ora Massimo, la difficoltà economica che aveva avuto nel riprendersi dopo il carcere che si sorbì qualche mese prima, l’aveva ridimensionato, e forse non si era ancora ripreso… senza forse.  Nonostante ciò si fissò l’appuntamento fra i tre, che non per una ma per ben tre volte Massimo rimandò ‘visibilmente’ non interessato al business che gli era stato offerto, e Mario lo capì chiaramente e definitivamente che non era realmente interessato quando Massimo gli chiese un aiuto per soldi.

Era un altro Massimo, era una persona più cauta o forse semplicemente impaurita. Mario abbandonò l’idea di aiutare per ancora una volta l’amico Francesco ben consapevole che non avrebbe più rivisto il denaro prestato. Si dedicò di nuovo a Massimo e gli trovò la persona che gli prestasse del denaro che come epilogo finale finì dopo la sua morte con queste parole da parte di chi glieli diede… caro Mario, tu me lo hai presentato e tu ne rispondi, però capisco anche che del tutto non sei responsabile, e allora facciamo che invece di 86mila me ne devi solo la metà… che in pratica era il vero capitale sborsato. Un altro regalo di Massimo per Mario da aggiungere a quell’ultima cambiale di mille€ che lo stesso Mario prestò sul quel piazzale allo stadio, dove i due amici si videro per l’ultima volta dopo che Massimo annunciò di essere malato di Leucemia.

La mesta cerimonia e finita da un pezzo, siamo a nemmeno un semestre della scomparsa di Massimo che s’è perso il corona virus, o covid19 che la sostanza “puzzolente” non cambia, è comunque l’inizio della terza guerra mondiale che si combatterà con microbi maligni e virus purulenti… perché questa è guerra, voluta da qualcuno o meno, lo stabiliranno le fonti storiche tra qualche tempo. Adesso le teorie sono quelle di facebook o della massaia che non esce mai di casa, piuttosto che un branco di idioti che invece di aiutare gli altri o pregare, stanno incolpando qualcosa o qualcuno sin dalla prima settimana della comparsa del virus cinese. Da principio una semplice influenza senza la risposta di un vaccino, poi la pandemia a livello mondiale. Una bella frittata deve riempire la padella sennò non è venuta bene.

Si diranno verità  incredibili sul coronavirus, ognuno con il senno o senza senno di poi dirà la sua. Chi dirà di una punizione divina e chi avrà da dire di una ‘macchinazione’ di uno Stato o più Stati che hanno innescato la terza guerra mondiale, e ancora la categoria più infame di sciacalli che prometterà talismani contro il maleficio di quella epidemia e orde di malavitosi che presteranno denaro con restituzioni impossibili dei tassi usurari. Non è dato di saperlo ne a Massimo che ora non gliene può importar di meno, ne a Mario lo scrivente, perché lo sta facendo in questo momento quasi inizio di primavera del duemila e venti.   Sei mesi fa eravamo sul piazzale gradinato di quella grande Chiesa tutti riuniti con occhi gonfi e cuore amaro. Se Massimo fosse stato tra noi nel covid19, probabilmente ora non ci sarebbe comunque, sarebbe stato tra i primi a partire per la dimensione della Luce, un animale selvatico adulto non può essere addomesticato, rimarrà selvaggio per sempre. Il destino  ha solo anticipato il suo andare avanti per non morire con l’onta di una morte tanto vile quanto inutile e insensata per lo stesso motivo in cui si è creata la situazione del contagio in vitreo dai cinesi per chissà quale perfido e inutile scopo, come l’altra teoria della cacca dei pipistrelli, lo stesso nessuno meritava di morire per un raffreddore.

Eravamo tutti nel piazzale gradinato della chiesa, la mesta cerimonia era finita e ora Mario e Panna, scorgono tra le rughe di altre persone, volti che non vedevano da anni, uomini ma più donne in una specie  di film comico satirico dove mariti, amanti, cornuti e cornute si fossero assembrate per l’estremo saluto del Re di cuori. Tutti lì sul sagrato della chiesa, chi con le mani intrecciate dietro la schiena e lo sguardo rivolto al nulla, e altri con le mani in tasca felici che tutto fosse finalmente finito e non per quel giorno come gli altri giorni, ma finita con sollievo per sempre… la loro donna adesso era veramente loro. Occhi che piangevano e occhi che sorridevano tra le ciglia.

Avessi un milione di euro in banca non cambierebbe niente. Mille volte ho sognato ad occhi aperti di vivere isolato in una baita sui monti. Tutt’intorno ricoperta di neve alta quanto il tetto, e io rinchiuso in quel rifugio di tronchi. Nella cantina tutta rifornita di salami e formaggi e una buona scorta di farina per il pane e la polenta, una damigiana di vino nostrano e un tocco di lardo grande quanto basta per condire e cucinare dei mesi.  Fuori una catasta di legna tagliata e riposta in ordine che basta per un inverno intero, e a poca distanza un ruscello di fonte per bere, lavarsi e fare burro.

A volte i sogni di quel nido erano rivolte alla persona che amo e mi piaceva pensare di trascorrere mesi interi con Lei, noi due soli bloccati fra tronchi e neve, Cielo e terra magra di bosco, e fare l’amore ogni giorno sotto una trapunta di lana grossa. Nel mio immaginario quella baita è spesso un rifugio dai problemi del mondo, altre volte ancora, era il volerci morire dentro quei tronchi, con una mucca da mungere nella stalla e un orticello da continuare a coltivare. Poter cogliere cicoria sparsa dalla natura su di un campo in primavera, e fumare un sigaro al tramonto sulla veranda di casa. Erano queste le fantasie principali di quei sogni.

Era come quando sognavo a occhi chiusi in un sonno inquieto o aperti in un sogno dettato da una triste realtà, un leone che sta appostato dietro la siepe del giardino. Che quando ci porti i cani a pisciare lo immagini che ti sorveglia di soppiatto dietro una siepe, sempre pronto ad aggredirti, poi finisco di fumare la cicca di sigaro e risalgo gli ultimi passi, varco la soglia e con l’ultima ‘girata’ di chiavistello, mi beffo di tutte le folte criniere del mondo, sono al sicuro nella mia baita, e i leoni non vivono sui monti e nemmeno in un giardino. Adesso i leoni non hanno più criniera e non hanno più confini, vivono dove gli pare e piace. Il nuovo re dei leoni non ha né corpo ne denti… si chiama virus, si presenta invisibile come una spada brandita dal nulla. Una spada più potente di Excalibur sempre al fianco di re Artù e più potente della daga di Giulio Cesare. Più potente della spada di Napoleone o la scimitarra di Aladino. Una spada di fuoco invisibile e l’elsa che protegge la mano è a forma di V… e non protegge, infligge colpi sempre più duri.

Ognuno ha bisogno di una baita in questo momento difficile, un focolare con camino che arde faggio e pino per polenta e castagne. Adesso è bello che io mi senta in baita. Recitando nella mente un Salve Regina mi accorgo di essere avvolto da un manto aureo che mi protegge da tutto e da tutti. È solo il c19 che mi rompe le palle. Ma non nella maniera più buia, al contrario sento una forza interiore che mi accomuna a tutta la gente, una situazione che mi era sfuggita di mano. Per prima la famiglia ma l’abbraccio fraterno mi si estende sempre più al vicino di casa. È una guerra. Peccato solo che il nemico non si veda, e ti possa colpire alle spalle. Non esiste armatura per tale guisa, ma la contesa può essere la preghiera, in fondo, mi chiedo qual sia l’arma più efficace da usare in questo nefasto momento, e dopo i coltelli da cucina che servono solo a tagliare vettovaglie in casa non ho altra arma che la preghiera. Altro non ho in casa di più efficace per ripararmi dalle insidie della vita, ho dei coltelli per verdure e un crocefisso appeso al muro. Nella baita dei sogni mi sento sicuro, ma non sono i suoi tronchi a proteggermi… o sono loro che controvoglia hanno fabbricato una barriera, prima intorno all’Anima che al corpo. La baita è sicura, se mi ammalo guarirò, pregai, ho pregato e prego ancora.

È un momento strano. Sembra che siano sempre le tre di notte. C’è un silenzio assordante, e dal balcone mentre guardo il giardino e la strada, sono le 8 della sera. In primavera d’ogni anno passato, i pochi uomini sposati che escivano per una birra rientravano un ora prima della mezzanotte, i ragazzi fidanzati tornano per la mezzanotte e invece i giovanotti scapoli facevano le ore piccole a sorseggiare lentamente l’ultima birra della notte. L’ultimo sguardo al décolleté di chi l’ha servita in caraffa media. 23 Marzo, la primavera è arrivata carica di tristezze e pochi colori, poi prevarrà su tutto, Lei è la Natura, prevale sempre. Sembra siano sempre le 3 di notte… quando tutti sono rientrati, quando anche il ‘barbone’ ha trovato un giaciglio di cartone, e allora tutto tace. Il frastuono del mondo si placa, quasi tutto si spegne e c’è pace nell’animo. Sono le 3 di notte e domattina alle 7, saranno ancora le 3. Il mondo ha smesso d’urlare.

Adesso parliamo tutti sottovoce e scorriamo veloci le pagine dei quotidiani per fare la conta dei morti, e vedere se qualcuno tra loro era un nostro conoscente o un parente.

Sono le 3 di notte e tutto tace. Si sente più forte il battito del cuore. Ora il leone non è più in giardino ma è in casa e si apposta sotto il tavolo della cucina e ti segue fino al bagno, poi te lo ritrovi sotto il letto. Lo sconfiggo con la forza della preghiera, e lui, il leone incazzato va da quei due signori della stalā di Mostaçç. Ceravano stati a Natale in quel bell’agriturismo di quel boscaiolo. Gran parte della mia famiglia era seduta alla tavolata imbandita per il pranzo di Natale. Ci volle andare una mia sorella quel Natale di covid2019. Io e mia moglie Panna fummo felici di questa decisione.

Era da moltissimo tempo che Mario non ci andava, almeno 15 anni, in pratica da quella volta che con il suocero e il suo amico Tiziano il barbiere. Tre uomini in sella ai loro destrieri, fecero un lungo percorso per arrivarci e verso sera giunsero alla stāla di Mostaçç, stanchi, felici e affamati. Tanto per essere stupidamente coerente con se stesso dall’alto della sua giovane baldanzosa età, Mario non si risparmiò nel mangiare e ancor meno del bere. I tre si fermarono per la notte, ma non in una comoda stanza con i letti, giammai dei baldi cavalieri potevano riposare tra due guanciali, fienile e paglia sotto il culo per tutti. Era Maggio e in alta Valle Seriana è ancora tempo di gelate e brinate da pieno inverno in città. Mario il mattino dopo si svegliò e poi Tiziano e il suocero. Tutti ancora un po’ stravolti, ma il bruciore di stomaco era solo di Mario che aveva abusato con il vino forte di quella cantina e le grappe nostrane avevano accelerato il processo del bruciore di pancia.

Aveva poco più di trent’anni Mario e non sapeva cosa si sarebbe dovuto fare in quel caso, così, dal fienile, invece di entrare al calduccio nella locanda e bersi un tè caldo con un biscotto intinto, si affrettò baldanzoso alla fontana giù nel cortile. Acqua di sorgente viva che scendeva direttamente dall’altura del Monte che ci sovrastava. Era gelida e di certo era poco più di zero gradi di temperatura. Un bel sorso, un respiro gelido e una bella sciacquata a mani faccia e collo. Fu il viaggio di ritorno a cavallo più brutto che Mario ne abbia ricordo. Eravamo lì quella volta di sera, alla stalla di Mostacc, avevamo mangiato e chiacchierato con Felice e bevuto con lui un paio di grappe, dopo che a cena avevamo gustato l’agrodolce di zucchine e cipolle inimitabile della signora Caterina, per tutti Katy.

E poco dopo l’inizio di questa terribile epidemia, vent’anni dopo, il leone è andato da loro e se li è mangiati, prima Lei e quattro giorni dopo Lui… se li è mangiati tutti e due e Mario con il suocero e la suocera, non potranno rivedersi a primavera come si erano ripromessi a quel Natale. Adesso è primavera, non potranno ricongiungersi per una allegra serata in compagnia degli amici d’infanzia perché non ci sono più, anche perché il leone sceso dall’alta valle pare si sia trasferito nelle siepi che circondano la chiesetta di S. Rocco dove vivono come custodi i genitori di Panna i suoceri di Mario. Ma grazie alla generosa e sfacciata disponibilità di un giovane medico, che definirlo eroe come tutti gli operatori sanitari che si stanno prodigando per contenere l’espandersi del virus maledetto, è chiamarlo semplicemente per nome, forcone alla mano tiene a bada la fiera che ruggisce contro i mal trovati, consegnando direttamente a mani una bombola d’ossigeno che forse sarebbe arrivata il giorno appresso… o forse mai dalla farmacia del paese. Un eroe quel dottore che ringraziato calorosamente da Mario e Panna, ringrazia a sua volta per aver ricevuto affetto e stima, disse che molta altra gente inveiva contro di lui tutti i malefici possibili e lamentele d’ogni genere. Un eroe, tutte e tutti eroi le persone con croci rosse sul petto.

Ora il leone non è più nel giardino di casa, è nel giardino di tutte le case del mondo, e va a trovare chiunque senza essere annunciato come quando è andato da Pietro quell’uomo che all’epoca di un brutto incidente motociclistico di Mario, lo andò a trovare al capezzale del suo letto d’ospedale per infondergli forza e speranza e non smise per molti mesi ancora di andarlo a trovare nella casa in montagna dove Mario era convalescente. Era un brav’uomo Pietro, ironia della sorte era un infermiere e niente di più probabile che abbia lasciato aperto l’uscio di casa per andare ad assistere qualcuno, e il leone ha trovato la porta aperta.

La porta di Luisa invece era chiusa. Quella bella signorina che hai tempi lavava i panni alla fontana del paese e deliziava la vista di ogni maschio che passasse da quelle parti con degli shorts di jeans mozzafiato. Capelli rossi e folti, due occhi furbi ma sinceri, Luisa la porta la tenne sempre ben chiusa, allora il leone probabilmente l’ha aggredita mentre usciva per la spesa e una breve chiacchierata con qualcuno, ora parla da un ospedale e risponde con brevi messaggi con voce roca e affaticata dal poco respiro e rassicura lucidamente tutti. Non c’è l’ha fatta la mamma di Pier a sconfiggere il virus travestito da chissà quale altra bestia feroce. Era anziana mamma Angela come le circa ottomila persone ad oggi morte dal nemico invisibile e circa duemila altre persone più giovani, per fortuna pochissimi bambini. Ad oggi, 30 marzo del duemila venti, il compleanno di Massimo, che compirebbe sessantuno anni, ma come fece Francesco per tre giorni non ritornerà più in questa terra con il corpo, preferisce consolarci dall’alto in questa prova difficile per il mondo intero.

Siamo in punizione, come quando mezzo secolo fa, la maestra ci metteva in castigo dietro la lavagna perché avevamo disturbato i compagni di banco. Discriminazioni d’ogni tipo, indifferenza in ogni dove. Abbiamo disturbato il vicino di banco. Siamo in punizione.

C’è  tempesta nella mente degli uomini, un uragano d’emozioni che assale prepotente e si rincorre nuotando fra onde sensazionali alla ricerca di una boa di salvataggio che distribuisca amore per essere ridistribuito al mondo.

Il mondo che adesso trema. Il mondo che adesso è più piccolo e più vicino.

Il mondo che ha smarrito i sogni e si copre il viso con una maschera anche se non è carnevale.  Il mondo in Quaresima con nessun fedele che si debba sforzare di fare una piccola rinuncia perché suo malgrado è obbligato a farne cento al giorno. Non si beve più il caffè al bar al mattino, il mondo s’é fermato e non lavora più ma deve comunque mangiare.

Il mondo come un fiume in piena é straripato quando senza saperlo ha accolto un nemico invisibile sempre in agguato che si è auto invitato alla nostra tavola. É il leone nel giardino di casa nostra. È ‘quel’ serpente che insidiava i nostri calcagni per distrarci dalle velleità della vita e noi non ne abbiamo mai sentito il morso. Un mondo ferito a morte che non s’arrende e fa sentire ancora il suono dei suoi cannoni perché le guerre non cessano. Un mondo che non ha capito o non vuole vedere che il fiume straripa e non è interessato a mettere sacchi di sabbia sui suoi argini.

Un mondo che non si è ancora piegato al più grande dramma che sta vivendo in tempi moderni. Un virus, la terza guerra mondiale, il terzo mistero di Fatima, forse, la punizione al nostro ego più impetuoso e straripante di tutte le acque del mondo. E adesso comincia la caccia alle streghe. Politici incapaci che lo stesso non sarebbero più ‘capaci’ dei ‘capaci’ perché serve solamente la solidarietà di tutti,  Le streghe le bruceremo poi se saremo ancora in grado di giudicare.

Intanto le guerre non cessano ed è solo diminuita la criminalità d’ogni tipo. Non siamo ancora in grado o non vogliamo mettere i sacchi di sabbia sulle rive del fiume. Fiduciosi, pensiamoci noi, con messaggi mai scambiati prima se non in occasione di ricorrenze e compleanni, con parole vere e non di circostanza.

Ci pensa l’ultrà dell’Atalanta che sta aiutando ad allestire l’ospedale da campo nella fiera campionaria di Bergamo. Ci pensa l’idraulico di Milano, l’ingegnere di Bolgare e il panettiere di Ranica che lavora per il bene della sua gente come ignorasse di poter essere investito egli stesso dal gelido abbraccio di quella ‘corona tanto ingiusta posta sul capo sbagliato di un virus. Ci pensa il giornalista di Sassari e la massaia calabrese. Ci pensa il muratore che si adopera nel fare qualsiasi lavoro purché utile alla comunità. Ci pensa l’alpino con gli occhi rossi bagnati da lacrime e un velo di tristezza che mentre aiuta il prossimo ricorda i tempi della sua inutile guerra e rivede tutta la solidarietà dei Partigiani.

Ci pensa l’America con aiuti economici. Ci pensa l’Albania che invia trenta eroi, tanto sono tutto i medici, infermieri, paramedici e Volontari di tutto il mondo. Non ci pensa la Germania che si è scordata di quando noi Italiani gli abbiamo abbonato i debiti della seconda guerra mondiale, e per la quale sarebbero oggi tutti in brache di tela, forse perché il freddo gioca brutti scherzi al buon funzionamento della parte del cervello che conserva il buon senso. Il freddo, infatti anche l’Olanda non ci penserà all’Italia e così altri paesi del nord.  Ci pensiamo noi a mettere sacchi di sabbia sugli argini delle nostre Anime. Poi bruceremo le streghe o, a Dio. piacendo non le metteremo mai più al rogo. È guerra, ma finirà e ci renderà tutti migliori e usciremo ancora a guardare le stelle, e sarà come non averle viste mai cosi luminose.

Addì 30 mar 2020. Buon compleanno amico mio. Tanti Auguri Massimo. Oggi sono comparse un sacco di fotografie sui social che ti hanno ritratto in bei  momenti in compagnia di donne che hai fatto felici e ora  infelici perché non sei più tra loro. Non mancavano di certo i commenti sotto la fotografie postate su facebook a significare quello che Tu rappresentavi nel loro cuore. Donne che a modo tuo hai amato, una per una allo stesso modo, con poco margine di distinzione, per chi ti ha dato Yari e per chi ti ha dato Rebecca anche se disgraziatamente per pochissimi giorni, ma nel tuo cuore non se n’è mai andata nemmeno per un sol giorno.  Quelle fotografie postate che sembravano fare gara tra loro per qual fosse la migliore. Una gara. Un modo come voler dire, io ti ho amato più di loro. Ma ciò che è rimasto dev’essere l’unico pensiero per tutte, si tenga caro il proprio ricordo dei momenti di dolcezza trascorsi con Massimo che ha saputo dare ad ognuna di Loro.

31 Marzo 2020. Oggi Mario chiama Francesco al telefono. Francesco, lo scienziato, l’inventore di macchinari miracolosi. Il gigante buono, che Massimo non conobbe mai se non al telefono. Squilla per parecchie volte l’avviso di telefonata a Francesco. ‘Suona  libero’. Mario attende molti, molti squilli e poi una voce roca e flebile dice, pronto, pronto!  Che chissà poi per quale strano motivo in Italia si risponda pronto invece che, chi parla? Sono io Mario, come va, come va a Te e la  tua famiglia… bene e Tu? Bene, bene ringraziando Dio. Poi Francesco prosegue, sai qualcosa di quell’avvocato, no rispondo io, non so nulla da più di due anni, mi ha fatto perdere anche le cause vinte in partenza, e l’ho ‘sostituito’ con un altro avvocato più capace e per di più donna che ‘vale’ ciò che chiede per parcella, e ci aggiunge rateizzazione del dovuto e anche un pizzico di umanità e Fede, che certo non guasta nel rapporto tra professionista e cliente. Francesco) Quell’uomo per colpa della sua molta negligenza all’inizio di un rapporto di lavoro, viene penalizzato per la trascuranza del proseguo del cammino giudiziario. Ha omesso per sbadataggine di consegnare per tempo dei documenti che mi avrebbero salvati dal fallimento… ma lasciamo perdere, si lasciamo perdere Francesco, Dio. lo  preservi.

Piuttosto ti chiamavo per chiederti se state tutti bene e poi per chiederti ‘una cosa’… noi stiamo bene, meno male, sospirò tra sé e sé Mario, che si aspettava, se non altro, un accenno a questo dannatissimo virus che miete vittime come la falce in un campo di grano maturo, tutto bene replicò Francesco continuando la conversazione… a parte il tumore al cervello che la mia bambina di cinque anni ha dovuto subire, il cancro al seno di mia moglie un anno dopo e quest’anno per non farci mancare nulla, è venuto anche a Me al colon. Cento chemio e sacchetto laterale per l’evacuazione che sto indossando nel mentre ti parlo. Il corona virus era sparito completamente dalla mente di Mario, si riprese un poco dallo stupore di con quanta facilità e umiltà Francesco gli disse di come era la sua vita negli ultimi quattro anni che non si sentivano al telefono e tantomeno si vedevano. Francesco non ha più un ufficio, non ha più nulla, gli restano tre tumori in casa di cui solo uno al seno sembra si sia brillantemente risolto e gli altri nelle mani di quei due Angeli che hanno spinto Francesco nella sala di animazione tre giorni dopo aver ricevuto una scossa elettrica di tale potenza che fu la fortuna di Francesco perché se era meno potente l’avrebbe bruciato all’istante senza scaraventarlo con violenza contro una porta d’acciaio.

Ma dimmi, continuò Francesco, qual era l’altra cosa che volevi chiedermi?  Non era più importante quello che  Mario aveva da chiedere a Francesco e non trovando altre parole di conforto adeguate a una tragedia tanto umana che non può essere commentata se non dagli stessi sfortunati protagonisti. Non era più importante, ma per rompere il ghiaccio, Mario con voce squillante riprese la conversazione telefonica e disse… volevo chiederti se hai ancora quella crema miracolosa che guariva qualunque dolore infiammatorio, mia moglie due giorni fa, l’ha cosparsa sul ginocchio e d’incanto è passato il dolore che la tormentava da tutto il giorno. Ti ricordi Francesco di quando mia suocera la mise su di una spalla perennemente dolente, e quando andai a pranzo di domenica per mangiare un pollo arrosto con polenta e patate al forno, mi corse incontro sul breve selciato che da sull’ingresso di casa con il tubetto della pomata che stringeva tra le mani protese verso di me dicendomi, riprendila, riportala a quel sant’uomo che te l’ha data, perché deve costare un patrimonio, io non sono giovanissima e a memoria non ricordo di aver mai giovato di un sollievo così grande. Ridacchiarono i due amici, e poi riprese a parlare Francesco. Dovrei controllare se me ne è rimasta un poco… scusa ti posso richiamare domani, certo rispose Mario, domani pomeriggio ti richiamo. Forse era stanco l’omone buono che all’inizio della malattia era arrivato a pesare 80 kg. Adesso dice che ne pesa di nuovo 110 e tutto sembra andare meglio… ma forse è stanco. Ciao Fra, ciao Ma. Non ha più richiamato.

Intanto da casa ci si saluta da balcone a balcone agitando la mano in segno di saluto, in segno di solidarietà. Sventolare una mano al Cielo per dire al vicino di casa, forza, c’è la faremo. I più ‘social’ trasmettono su mezzi di comunicazione il loro sgomento, e i più coraggiosi incoraggiano gli altri postando informazioni perlopiù attendibili anche se molte sciocche e deleterie. La paura fa novanta e gli sciacalli si sono già messi all’opera. Chiedono soldi tramite web per aiutare altre persone, strano solo che certi messaggi arrivino prevalentemente da paesi esteri che di benefico hanno solo lo scopo principale di indurre al crimine per sostenere se stessi e le loro associazioni criminali.

Sarà una dura battaglia. Forse siamo alla resa dei conti. Chissà come avrebbe reagito Massimo. Mario pensa che si sarebbe trovato bene. Una tregua con gli strozzini che comunque non demordono e chiamano al telefono come se niente fosse successo, minacce verbali per imporre la loro ‘grandezza’ di uomini tutti d’un pezzo anche in un momento tanto infausto. Ultime parole che non avrebbero intimorito Massimo, anzi gli avrebbero rinforzato l’autostima… in un momento come questo, vieni a prenderli i tuoi soldi, ti aspetto!  Una disgrazia globale di queste dimensioni loro malgrado, deve essere ‘capita’ anche dai  ”cravattari d’ogni categoria, da quella domestica a quella imprenditoriale a quella bancario economica e Massimo come molti altri ‘sfortunelli’ come Lui, avrebbe al fine giovato di questa tregua dalla realtà di ogni giorno della sua vita, cosa che fecero e fanno molti loro amici a ora sopravvissuti.

Di questi tempi anni fa nella casetta di montagna, Mario alle cinque di pomeriggio era nelle chiesa di San Bartolomeo a Boario in valle Seriana. Ognuno aveva il suo compito prefisso dalla ‘comandante’ di turno, la più meritevole per moralità e rettitudine che in quel periodo spettava a Rita. Una bella ragazza ‘tutta forma’ che Mario associava spesso per somiglianza alla molto ex moglie Luisa. Nel periodo della settimana Santa eravamo in chiesa una ventina di persone, Tino il sagrestano richiamava i sei, sette bambini che schiamazzavano allegramente incuranti della situazione e del luogo. Sedute nei banchi verso il fondo della navata avevano preso posizione le quattro anziane del paese che abitando lì vicino, arrivavano in anticipo di una buona mezz’ora per poter dire il Rosario in compagnia di chi si volesse unire io, la Luisa che ora sta facendo riabilitazione in un ospedale milanese e sua sorella Manilia, che ora è a sua volta in sala di rianimazione in un altro spedale. Rita chiedeva agli astanti dei due lati della navata chi volesse leggere i primi sette capitoli della Passione di Cristo, così fino alla seconda persona che leggesse gli altri “otto” e ad ogni passaggio un passo in avanti con Don Osvaldo al centro della navata con al fianco bambini che sorreggevano la Croce, le tenaglie, il martello, chiodi e scala, e alla fine di ogni litania del calvario di Cristo… il Don diceva… perché con la tua Croce hai redento il mondo. Ora fiduciosi aspettiamo che Lui salvi il morale del mondo, e intanto vediamo la S.Messa officiata da Papa Francesco in piazza S.Pietro vuota, deserta, ma stracolma nei cuori che hanno seguito la funzione da casa intanto che il pane vien pronto nel forno.

Bisogna si sappia prendere questo brutto momento come viene, non affrontarlo di petto in una sfida impari, ma schivare i suoi fendenti e ripararsi dietro a uno scudo di luce.  Sono pensieri ispirati a quel che si mischia dei miei sogni con una realtà che non amo del tutto, e mi ritrovo con l’ultima sigaretta del giorno in bocca, accanto alla finestra aperta che si porta via il fumo. Fuori ha iniziato a piovere, ed io sono li in un angolo e la osservo scendere leggera, intanto che la mente va altrove.

E a quel punto gli occhi si riempiono di tanto spazio in quella stanza, e ne vedo i contorni confortevoli delle mura illuminate dalla penombra, disturbato solo dai tenui bagliori della fiamma del camino che si fa spazio fiocamente tra i lampi irriverenti del televisore che  trasmette un film di una guerra combattuta fra i tedeschi e il fiero indomito popolo russo di Stalingrado, impegnato in una strenue difesa comandata dal cuore prima che di qualunque comandante in capo, e nel bel mezzo di tutta la storia, una situazione d’amore fra due civili russi sbocciato nella disperazione del momento.

L’amore, quella forza sconvolgente che entra in tutti i cuori di tutte le bandiere, l’amore che vince sempre in tutte le guerre.  Forse sarà per questo che mi immagino di essere noi stessi in un periodo di guerra, anche se di fatto non la vorrei, ma piace pensarlo per gioco, anche se non so quanto sto giocando, il male che arriva dalla Cina che non ha dichiarato guerra a nessuno è reale, maledettamente reale. Difenderò  con ardore persone e animali che amo.

Sarebbe bello riprendersi quei valori che nemmeno so di avere mai posseduto, se non nella più fervida immaginazione di una mente frizzante che me li ripropone in questa funesta circostanza come perduti.  Sarebbe bello  tornare ad aiutarsi l’un con l’altro, senza per questo chiedere nulla in cambio, pensare esclusivamente di vivere di quel che ci serve all’estremo della pura necessità. Tornare a gustare una tazza di latte appena munto, zuccherato con del miele, o far festa con pane e formaggio, e nel giorno di Natale e Pasqua, mangiare panettone e colomba zuccherata e brindare tutti insieme con un bicchiere di vino.

E rimango nel mio angolo di casa che sarà mia sempre troppo tardi, all’unica condizione mi sia concessa, la salute, sperando permanga  quel tanto che basta da gustarmi quel niente che mi rimarrà da vivere.  E sarebbe bello tornare a vestirci unicamente perché serve a coprirci, con le scarpe grosse ai piedi d’inverno e essere leggeri e liberi con due pezze di stoffa addosso,  zoccoli per calzari quando il sole riscalda da mane a sera.  Ci vuole la guerra alla TV, per far si che il mio fantasioso volare dia pensieri puliti, come partecipare sinceramente al dolore di un amico o del vicino aggredito da cellule malate in fuga nello spazio del mondo, o pregare con il Rosario in mano per la perdita di una persona a noi cara, consapevole che verrà tutto restituito al doppio di quando ho saputo dare per quel senso etereo sempre vigile e presente di protezione e solidarietà che non abbandona mai nessuno. Intanto è ancora una volta Pasqua di quel Dio. che è venuto da noi per la salvezza del mondo, con il sacrificio del suo stesso corpo.

Questo la detto Lui, il Figlio dell’uomo, Gesù, e che ci importa a noi di Lui. E difficile seguirlo, e’ impegno troppo grande Amarlo, stiamo bene anche senza, che ci si pensa da noi, qua sulla terra, con le nostre quotidiane tribolazioni ad espiare delle colpe fatte, semmai ne avessimo compiuto, che nessuno ne compie, siam tutti buoni e bravi… Cosa può importare a noi se Maria ha ricevuto l’annuncio dell’Angelo che gli prediceva che sarebbe stata la Madre di Dio in terra. E ancor meno ci interessa la Sua Visitazione alla cugina Elisabetta che di li a tre mesi avrebbe partorito  San Giovanni Battista.  Della nascita di Gesù ci può solo interessare come avvenimento storico di un Grande uomo, di un Predicatore, di cui si debba venerarne la Sua presentazione al tempio,  alla fine, anche di questo poco ci importa, nella pari misura che non ci può riguardare il suo ritrovamento al tempio tra i dotti.

E perché dovremmo interessarci al battesimo sul Giordano di Gesù?  Non è rilevante che l’abbia battezzato Giovanni Battista figlio di S.Elisabetta che era un uomo comune, per noi poteva essere ancor più comune di Gesù stesso. E non ci interessa nemmeno il Suo primo miracolo compiuto perché la Vergine alle nozze di Cana glielo chiese, e Lui trasformo’ l’acqua in vino, ma che differenza fa!?.  Come non ci può importare un bel nulla che Sia salito sul monte seguito da una moltitudine di gente, e li, abbia annunciato il Regno di Dio, e che si Sia Trasfigurato sul monte Tabor innanzi a Pietro, Giovanni, e Giacomo, potrebbero essere stati suoi “complici” per vana gloria. E forse ci importa davvero niente che Gesù abbia istituito l’Eucarestia come messaggio da tramandare nei secoli a perpetua testimonianza del Sangue e del Pane offerti per la salvezza delle nostre anime.

E che quella notte, la stessa  in cui fu tradito sudando sangue e acqua nel giardino del Getsemani, io non c’ero, Massimo nemmeno, noi non c’eravamo per essere sicuri che stesse veramente pregando al Padre perché sapeva di li a poco di dover essere immolato per Noi, e che lo stesso chiedeva incessantemente il perdono di chi l’avrebbe crocefisso, io non c’ero, noi non ceravamo.  E non è facile nemmeno credere che all’alba, sia stato sommariamente giudicato e poi flagellato quasi a morte, e tanto meno essere deriso con una canna posta in mano mentre gli coronavano il capo delle spine di rovo. Deriso da gente che come leoni feroci lo attorniarono, e con schiaffi, sputi, graffi e altri supplizi lo tormentarono a piacere. La stessa perplessità che può nascere dal pensare che qualcuno possa sopravvivere alla salita con la croce che Gesù fece sul monte Calvario, maltrattato e pungolato in ogni dove, cadde tre volte genuflesso, e sfinito fu incitato a rialzarsi a suon  di frustate. E non ci importa nemmeno di sapere se dopo aver piegato il capo sulla croce Gesù disse… Padre nelle tue mani consegno il mio spirito… e il soldato Longino gli squarcio’ il costato da cui uscirono le ultime gocce di sangue ed acqua, e Lui spirò, consegnandosi alla Misericordia del Padre.

E ancora a nulla ci può interessare se poi e’ Risorto dopo tre giorni  sconfiggendo la morte e subito dopo è asceso al cielo, inviandoci lo Spirito Santo a testimonianza perenne di Lui e del Padre che con lo Spirito Santo son Trini.  Innalzarono subito dopo la loro Madre anima e corpo in Paradiso, che fu Coronata a Regina del cielo e della terra e per sua intercessione, donarci la Perseveranza e la crescita nella Virtù fino alla nostra morte, per raggiungere la corona eterna che ci è stata preparata. Son tutte cose che a noi non necessariamente ci possono interessare… però… però sorge spontanea una domanda. Perché Gesù avrebbe fatto tutto questo?

Non ha voluto per questo onori o glorie terrene, non ha beneficiato di conquiste o denari, ne ha chiesto gli fossero attribuite cariche speciali o poteri politici,… E allora perché? Ed ancora si associa  e ci si pone il quesito del perché siam nati, la vita è un soffio di vento, ieri avevo vent’anni, oggi ne ho cinquanta e domani sarà tutto finito qui sulla terra… perché rifiutare a priori che un entità Divina sia scesa dal Cielo per non rendere vana la mia misera e esigua esistenza. Perché rifiutare di credere che il Signore si sia immolato anche per me a mondare i miei peccati terreni. In fondo non mi ha chiesto nulla in cambio se non Amore, che di Amore si vive, Dio. è Amore, lo stesso che vive il mondo in continua lotta con se stesso alimentando il male. E allora Credo, e allora dono per dare un senso logico alla mia diversamente inutile esistenza e son certo che adesso Massimo la penserebbe come me e non storcerebbe il naso a sentir parlare di religione e forse nemmeno avrebbe torto, almeno per chi parla di religione senza avere nell’anima la Fede.

Gesù nel sinedrio venne investito con una corona di spine sul capo spinte a forza dalle mani forti di due aguzzini. Maria venne incoronata Regina del Cielo e della terra dallo stesso suo Figlio che doveva compiere un disegno di pace e amore sparso a piene mani sulla terra. Adesso il corona virus che si crede un dio, ha imitato Napoleone e si è auto incoronato Imperatore ma la sua investitura non è stata proclamata da nessuno… è una corona maledetta, invisibile, porta maleficio e morte. Allora accetto con benevolenza un Credo che nulla impone, e non preclude al modo di vedere la luce oltre il buio dell’indifferenza, oltre la coltre nebulosa dei dubbi e delle paure, oltre il niente che abbiamo senza Dio. e che si possa risorgere tutti nello spirito di questa nuova Pasqua, a sua immagine e somiglianza, e strapperemo quella corona che non brilla posta sul capo sbagliato del male. Allora Credo, e allora cercherò di donarmi per dare un senso logico alla mia diversamente fragile esistenza e son certo che adesso Massimo la penserebbe come me e non mi guarderebbe male come si guarda un “bigotto” o peggio ancora un “esaltato”.

Ogni giorno abbellisco il mio giardino, e memore di un ricordo adolescente, aggiungo un fiore là dove è l’angolo più nascosto. Papà diceva sempre che il lavoro più bello deve sempre essere svolto dove non si vede, perché dove si vede e persino troppo facile far  bene. Come dire che far del bene non va mostrato come un trofeo della propria persona, se meriti lo sapranno gli altri e ancora prima lo sa Dio. che è la più bella garanzia che il fiore nascosto sia il più bello del giardino. Deporre un fiore in un angolo nascosto, e come ci si rivolgesse con fare ‘sacro’ a dire che il bello è anche dove non si vede… e io, il mio Dio. non l’ho mai visto.

Come mostrare una immagine Sacra ad un pubblico di fedeli. Infonde gioia, amore e coraggio. È dire che quel bel fiore sorride alla dura mora che è nata spinosa e ribelle e si insinua in ogni dove, sorride alle erbacce e le cicorie in fiore. Sorride a tutte e a tutti quel bel fiore nascosto, e dice loro, io son bello ma fragile, e la mia bellezza svanirà presto, se non mi colgono gelate di freddo polare, sarò ancora tra voi un altr’anno, qui, nell’angolo nascosto. Con voi, che mi avete protetto dall’impeto del vento e dalle sferzate di acqua e gelo che arrivavano dalle colline. Io sono un fiore bello, ma sono ancor più fragile in un angolo nascosto. Ho bisogno di amici, e perché non il rovo, l’erbaccia e la cicoria in amore? Perché?  Abbiamo tutti bisogno di “Qualcuno” in questo momento. Ognuno si scelga l’appartenenza su questa terra che ha guidato il suo cuore nel corso della sua esistenza e faccia appello al senso di Comunione fraterna. Siamo in un angolo nascosto, difficile da individuare ma ci ha trovati lo stesso. Allora non mi resta che chiedere la collaborazione del rovo di more, dell’erbaccia selvaggia e la cicoria che mostra il suo sole più bello. Con loro, con la fede e la speranza Vinceremo.

E Ognuno pensi alla luce che riesce a vedere in fondo al tunnel e preghi il suo Dio. compresi quelli che osano pensare di esserlo… sono già perdonati. Vinceremo, e saremo tutti migliori dentro. Massimo non raggiungerà subito il Paradiso… e ancora fuori dal cancello ovattato in attesa che due Angeli lo facciano entrare, è nella sua urna nascosto in un angolo, attende il suo turno, attende di mondarsi dalle buone intenzioni che ha permesso si facessero spazio sulle intenzioni. Al momento è un bel fiore nascosto dagli sguardi indiscreti del mondo, e non viene perso d’occhio nemmeno per un istante dal giudizio che l’attende, ma Massimo ora ben sa, che quel cancello prima o poi s’aprirà.

Un periodo buio quell’aprile. Ci si contentava di vedere i germogli su tutte le piante da frutto quando per l’ultima passeggiata nel giardino le osservavi come non s’era mai fatto. Le notizie di tutti i telegiornali televisivi dopo aver chiarito la situazione odierna sul corona virus… o covid19, ( per non perdere il vizio di rompere i coglioni anche in questa occasione nel dover obbligatoriamente imparare termini nuovi) nuove interpretazioni di linguaggio, depistati su sentieri del fatuo, del superfluo, lo stesso che dire in Italia buongiorno ’signore’ come stai! e tramutarlo tra di Noi in un… alò!!

Ci si veste sempre nel modo peggiore. A chi importa mostrare le scarpe nuove e la felpa di marca, non c’è nessuno da stupire e nessuno può essere interessato. Meglio mettersi degli scarponcini da montagna che son più comodi e van bene per due passi nel giardino e per i tanti che un giardino non hanno, si ritrovano negli angoli delle scarpiere, vecchie ciabatte della squadra del cuore, o pantofole comodissime pagate un botto, ma non erano di moda. Si riscoprono pigiami che ne avevi dimenticato l’esistenza. La moglie di Mario, Panna, ride quando il suo uomo ormai attempato indossa pigiami con rane e tartarughe, e Mario un po’ si vergogna della ‘pancetta’ che ha messo sù in questo momento di arresti domiciliari per tutto il mondo.

Un po’ si vergogna, ma la sera dopo, indifferente ne indossa uno con decine di caschi multicolori da motociclista… “roba di metà dei suoi anni”. In questo blindamento temporaneo si scoprono oggetti, cose, fiori, alberi, che non avevi mai visto. Uno sguardo giornaliero alla moto di grossa cilindrata parcheggiata nel box sul suo cavalletto di stazionamento, bardata e pronta per un viaggio di parecchi chilometri verso il mare, lo stesso che fosse estate, invece abbiamo nel cuore il grigiore dell’inverno e al più là si può usare nel raggio di 200 metri da casa per andare a fare la spesa, ricordando di aver compilato correttamente il permesso di uscire di casa per necessità impellente. Adesso è solo un bel sogno del passato, e ce ne sono molti altri sogni al punto che qualche giorno ti capita di non scendere nemmeno le scale che portano ai box per guardare il tuo ‘bolide’, probabilmente è diventato più importante che la moglie cucini un buon pranzetto a base di cose sempre più semplici e poco costose, e il marito lavori nell’orto e raccolga ortaggi e frutta. Ogni tanto il pensiero va a dove si è dimenticato l’orologio o un anello che porti sempre al dito, ma non importa più nemmeno cercarli e tantomeno indossarli, l’ora viene data da un infinità di telegiornali che si ascoltano anche malvolentieri nel corso di una interminabile giornata da prigioniero, e gli anelli non importa portarli perché non li vede nessuno… altri oggetti di cui ora, ci si rende realmente conto della loro totale inutilità.

Nella preistoria la donna badava ad attizzare il fuoco per cucinare la carne che l’uomo si procurava per la sua famiglia. Spesso quando l’uomo partiva per la caccia non faceva più ritorno a casa, veniva soppresso dalle fiere che tentava di abbattere. Oggi l’uomo in ‘corona’ deve procurasi ortaggi e frutta, se non può deve comunque farlo al supermercato. Chi non ha un giardino, deve andare al  supermercato e non è certo più semplice che vangare e innaffiare.  Dopo un fila di almeno mezz’ora, si infilano guanti e mascherina, il carrello è obbligatorio venga preso anche per acquistare un chilo di patate, così si debba mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro tra  una persona e l’altra, ricorda molto il cavernicolo che andava a caccia non sapendo con certezza fosse riuscito a far ritorno.  Da domani 5 aprile scatta l’obbligo per tutti di indossare la mascherina che ancora qualche ‘duro’ non si metteva. E di ‘duri’ c’è n’e da dire con numeri massicci. Molti giovani sono gli onnipotenti per eccellenza e se esiste un divieto lo devono violare per forza. Non sarebbero dei “giusti”, non sarebbero loro, e creano disagi trasmessi alla salute altrui. Come gli irriducibili del lavoro, che benché ben sappiano che una pausa di due o tre mesi, non li possono uccidere finanziariamente, ma! Bisogna dare il buon esempio… e poi solo i lazzaroni non si muovono… idee contrastanti, vivi e lascia vivere… solamente che se vivi tu, oggi, con il “corona”, vivo anch’io domani, se fai il coglione moriamo tutt’e due.

L’ultima Pasqua di Massimo nel 2019, non la festeggiò con la sua solita vacanza ai tropici o in qualche altra bella località balneare della sua Italia. Era finita da un pezzo per Lui rimanere a casa per dipingere uova sode o raccogliere cicoria nei prati, ma Massimo non la festeggiò in alcun modo perché da quando gli morì Rebecca disse di non “credere più” e perciò Pasqua per Lui era un giorno come un altro… non festeggiò anche perché il nostro sistema di vita moderno, impone delle regole basate sulla quasi totale superficialità, e questa, chiama denaro che lo sventurato uomo in quel periodo non aveva e quindi dovette rimanere a casa con pochi spiccioli. Ma Mario non credeva a tutto questo, crede invece che Massimo si sia arrabbiato molto con il Cielo per la perdita della sua adorata figlia neonata prematuramente scomparsa, ma pensa anche che nella sfera delle sue frequentazioni, Dio. ‘esistesse poco o nulla’ anche prima della disgraziata dipartita della sua bimba, e un po’ per comodo e un po’ per ‘imbarazzo’, lasciò che Dio. non fosse importante per Lui. Del resto il prete ‘grigio’ che officiò l’omelia funebre non avrebbe parlato di Massimo come una persona tanto buona e sensibile, e ancora Massimo pochi mesi prima di morire non avrebbe invitato Mario al cimitero per deporre un fiore sulla tomba di Elio. Un amico che pochi anni prima, era stato colto da un tumore che non gli diede scampo e passò gli ultimi mesi della sua esistenza con Massimo che se lo portava appresso quasi ogni giorno, nella speranza di farlo tornare in vita ancora un po’. Sono sicuro che Massimo è morto timorato di Dio. … non aveva altra scelta a quel punto. Era l’unico modo per potersi ricongiungere al suo tesoro, Rebecca.

 

 

 

 

Ciao Massimo 5

Domenica delle Palme. Sono colpite dal virus maledetto quasi tutte le Nazioni del mondo. L’Italia ha rallentato l’avanzata della pestilenza, il Sud dello stivale è stato toccato appena ma mostra impertinenza al problema. Si renderanno conto ben presto di come ha dovuto affrontare la situazione con Bergamo, dove vive Mario e dove ha vissuto Massimo. Epicentro Alzano e Nembro che sono tra i quattro e i sei chilometri dalla città. Brescia molto provata, la Lombardia intera con la sventurata Val d’Aosta che l’ha persino superata per numero di vittime. Adesso sono molti a fare i conti con questa pandemia, l’America sta pagando un durissimo prezzo per questo disastro immane, il loro sistema di accumulo assicurativo prevede che se non hai l’equivalente di un anno di stipendio di un Medico rinomato, non puoi accedere alle cure del caso contro il virus. E in America c’è “democrazia”, figuriamoci in paesi come l’Asia, l’Africa o i paesi Arabi, o ancora i più remoti e sconfinati territori della Russia, per non parlare dei paesi del ‘terzo mondo’. All’inizio pandemico, con tono un poco razzista il presidente inglese ebbe adire, che era un nonnulla. Un semplice di-compartimento demografico e quindi nulla di particolarmente preoccupante, una “normale” selezione umana… il più debole soccombe e il più ‘forte’ vince.

Adesso la vita rallenta. I suoi ritmi vengono stemperati da esigenze di prima necessità, e la vita rallenta. Si ha più tempo per riflettere e perciò prevale su tutto il sostentamento, primo ‘accessorio’ per la salute corporea. A seguire quella della coscienza prima, e con il senno di poi, all’anima. Per necessità virtù, bisogna si pensi necessariamente anche a luce, gas e acqua che due mesi di scadenza tra una bolletta e l’altra, in Italia fan presto a passare. Per questa emergenza umanitaria si doveva contare sull’aiuto della nostra comunità Europea, che ‘non ci ha lasciato a piedi, non siamo stati scaricati’, ma non s’è vista nemmeno l’unità che ci saremmo aspettati, solo parole e i fatti un altra volta… forse.  Ferro fuso e ceramica son saltati per l’industria italiana, alcuni paesi come Russia e Cina, non hanno ancora osservato la restrizione di stare tutti in casa… per tutti.   Quattro miliardi su sette della popolazione mondiale rispetta le norme. Le regole giustamente imposte, e “qualcuno le evade” come quei paesi che continuano a produrre a discapito dei loro lavoratori e di chi possano a loro volta infettare. L’Italia al proposito si è pronunciata rispondendo che Noi italiani, abbiamo il settanta per cento della cultura mondiale, se non bastasse il restante trenta per cento lo deteniamo da sempre per le nostre offerte vacanziere sulle splendide rive dei nostri mari e dei nostri laghi, dei nostri monti e verdeggianti pianure, gli avidi irresponsabili si tengano ferro e ceramica. C’è la faremo tutti, anche chi ora non vuol capire. Capirà.

Oggi 7 marzo di quel “20 20”, (che sembrava “suonasse” bene)Johnson o come diamine si scrive  il nome del primo ministro Inglese ora ricoverato per corona virus in un ospedale londinese. Ebbe a dire che il suo “gregge” inteso per il popolo, non doveva preoccuparsi più di tanto per quella “naturale selezione”. si sarà reso conto e fatto retromarcia sulle sue assurde conclusioni al problema covid19, adesso ancora di più penserà a quanto siano state sciocche le sue affermazioni. La politica non è Bella perché devi sempre additare ‘qualcuno’. Non è bello additare qualcuno. Spesso lo si fa per non additare se stessi. Ne sa qualcosa il ministro italiano Conte, tacciato di incapacità, quando in realtà si è trovato di fronte a una realtà che sconvolgerebbe chiunque, e altri al suo posto avrebbero potuto fare una ‘virgola’ in più, ma anche fare di peggio. È toccata al ministro Conte, Lui la sta vivendo con pensieri e parole che confortano l’animo, altro non può fare. Sono Mario che appartiene a se stesso e scrive a voi, non è più solo un racconto triste dell’ultimo saluto a Massimo, si aggiunge una situazione di vita che non lascia molto spazio a fantasia e ricordi. Tutto il tempo di una giornata, questo flagello virale si impossessa di corpi e menti. Ma finirà. Finirà e sconvolti nelle nostre abitudini ripartiremo con un bagaglio di valori che avevamo dimenticato dietro le nostre velleità umane.

Quattro miliardi su sette della popolazione mondiale rispetta le norme. Le regole giustamente imposte, e “qualcuno le evade” come quei paesi che continuano a produrre a discapito dei loro lavoratori e di chi possano a loro volta infettare.  Non siamo stati scaricati, siamo ignorati e l’Italia al proposito si è pronunciata rispondendo che Non era così un tempo, ma purtroppo c’è ne rendiamo conto solo ora, ma come diceva quel maestro alla Rai negli anni “60”, ‘non è mai troppo tardi per imparare’.

In questo frammento di disumana verità, il corpo sta fermo e la mente spazia libera nell’aria veloce come il vento, leggera come una piuma, e irrorata da dolci emozioni si libra serena in un futuro incerto. La guida è quella dello spirito e rimarrà per sempre per scongiurare che nessuno mai nasca per il solo morire. Vivo perché respiro e penso, sospiro, e mi dileguo nei meandri dei sogni più luminosi di una fantasiosa realtà che affascina l’anima che mi sarà d’importante sostegno. Volo, e sogno per creare la quiete di un sogno pulito. Voliamo per dare colore ai sogni, voliamo liberi nell’aria che non è solo nostra e perciò si accompagna a un mischiarsi di cose brutte e belle sottili come lei, tanto sottili da essere invisibili ed insieme le arrivano al cuore per ferirlo o per guarirlo. Fu il mercoledì delle ‘ceneri’ che nessun Cristiano poté recarsi in chiesa per ricevere dal sacerdote le ceneri sul capo ricordandoti che polvere eravamo e polvere diventeremo, Pasqua, dopo quaranta giorni dall’inizio pandemico, oggi i più fortunati hanno pranzato all’aperto nel loro giardino a debita distanza uno dall’altra, i più sfortunati invece non hanno mangiato per niente come molti altri giorni della loro esistenza.  Oggi dodici Aprile è ancora una volta Pasqua e la fervida speranza è che non risorga solo Cristo ma tutti insieme dalle ceneri di questa terribile pestilenza. Stiamo già risorgendo, nessuno ricorda di aver ricevuto tanti auguri per questo lieto giorno. Oggi è Pasqua e dall’Africa giunge la triste notizia che Padre Francesco, il prete Missionario amico di Mario e di tutti ci ha lasciati, forse il suo forte cuore non ha retto al numero delle vittime che nella sua amata Valle Seriana sono state falcidiate dal coronaV… è morto quell’uomo tanto buono che tornava agli Spiazzi di Boario ogni qualche anno portando con se graziosissimi manufatti che la gente del suo villaggio preparava perché il ‘Don’ raggranellasse qualche soldo da portare a casa per poter comprare libri e quaderni per i bambini di quel luogo. Ciao Padre Francesco, oggi non t’è bastato festeggiare la resurrezione del Signore, te ne sei andato da questa terra per seguirlo a casa sua. Buona Pasqua a Voi.

Ma la vita per grazia, o per disgrazia, continua, e Mario che ricordava perfettamente i valori dell’amicizia che imparò anche frequentando l’amico Massimo continuò il suo racconto e gli venne alla mente un altra storia del suo vitale amico. Che poi, al solito si tratta ancora di una donna. ‘La rossa’. Quella tipa che aveva ingaggiato al Montecarlo. Sostituì Simonetta, la ‘vecchia’ come amava scanzonare Massimo. Dopo qualche mese dall’apertura del locale, Massimo probabilmente per ragioni economiche ebbe a discutere con Simonetta, decise allora di ‘sostituirla’ con la rossa, che poi di anni non ne aveva molti di meno della ‘vecchia’, si può solo aggiungere che la rossa con il suo presentarsi al pubblico era ‘invitante’ nonostante aveva il broncio stampato sulla faccia dal mattino alla sera. Ma era ed è un ‘tipa’, non per i “gusti” di Mario che amava vedere sul viso di una donna un pizzico di naturale freschezza. Massimo conobbe la rossa in via Giorgio Paglia in quel caseggiato fine di fine ottocento quando era agli arresti domiciliari commutati dopo un breve periodo in cui finì per la prima volta in carcere. In via Paglia in quel caseggiato di fine ottocento, un magnifico palazzo con balconi colonnati dove Massimo visse il suo periodo obbligato in una mansarda e proprio sotto di Lui, a un angolo d’ingresso c’era il bar gestito dalla rossa.

Si sono conosciuti così Massimo e Sara, tra un cappuccino e l’altro, tra un aperitivo e qualche pranzo che gli veniva consegnato da un giovane aiuto barista. L’imbronciata perenne la chiamava Mario, senza avesse mai capito il perché una donna così piacente avesse il viso scuro in ogni ora del giorno. Poi Mario seppe e collegò il tutto… Sara era gelosa di tutte le donne che avvicinavano Massimo e ancor più di Simonetta che era anche la socia in affari del Montecarlo. Era gelosa e talmente incattivita da non riuscire nemmeno a esprimere una sorriso di circostanza per gli avventori del bar. Probabilmente alla ‘rossa’ tornava il sorriso la sera tardi quando Massimo era con Lei che l’aiutava a servire ai tavoli del bar fino a notte fonda, poi stanchi, ognuno andava a casa sua e il fare l’amore era praticamente impossibile, il mattino seguente come sempre Sara sfoggiava la smorfia fissa di chi è appena tornato dal dentista e Simonetta al suo bar Orchidea mostrava il più bel sorriso di sempre per ogni caffè servito e così fino a sera.

Sara, la ‘rossa’ era in chiesa quel giorno e il suo viso si mostrava come Mario non l’aveva mai vista prima. Non era allegra certo, questo mai, ma non aveva il solito aspetto arrabbiato. Non allegra, triste si, ma sotto i baffi sembrava di notare un sorrisetto sornione e delicatamente beffardo, fu come volesse intendere che Massimo non sarebbe stato più “suo” ma nemmeno di… Lo stesso sorrisetto beffardo e malizioso Mario lo riconobbe sulle sue labbra come uguale a quello di Margherita la brava persona che avanzava rate insolute che Massimo gli aveva lasciato sul gobbo e era lì a rivendicare nel posto e nel momento più sbagliato si potesse fare il suo credito. Lo stesso sorrisetto falso che avevano tra le pieghe delle labbra due mariti di donne che al funerale di Massimo piansero molto… sorrisetti non sinceri, pieni di ormai inutile rivalsa e cattiveria, l’ignoranza dilaga e al cuor non si comanda ne quando ci si innamora e nemmeno quando si odia, del resto Massimo era sempre il bersaglio di chi ama e chi no… senza mezze misure, un uomo sempre al centro dell’attenzione.

Se amava una donna era disprezzato da altre persone, odio nei suoi confronti da parte di mariti o fidanzati ufficiali che scaturiva per la loro stessa impotenza nell’aver fallito come amanti e compagni, perciò meglio additare l’uomo che si scopava la moglie o la fidanzata, era più semplice che ammettere il proprio fallimento, anche perché Massimo non aveva mai legato qualcuna al letto per fare l’amore con Lui, erano tutte felici e consenzienti, quindi compagni e mariti dovevano solo fare un ‘mea culpa’ di dove avessero sbagliato con la propria donna.  Anche Mario la pensa tuttora in questo modo, anche la sua vita è stata costellata da donne che non ha mai dovuto legare al letto per poter fare all’amore con Loro, e anche Lui ha vissuto sorrisetti maliziosi nei suoi confronti, meno di Massimo semmai esista una ‘classifica’ al riguardo e comunque è sempre relegata a un certo spazio di tempo in cui non si è ancora conosciuto il vero Amore, poi ci si rende conto che un solo “vero Amore” è più che sufficiente a rendere felice una persona, e i ‘numeri’ non contano più. Quella volta Mario era nella sua casetta da separato dalla prima moglie Luisa, “arriva, lava, stira, cucina e pulisce casa e se ne va”.

Era in compagnia di una decina di ragazze e ragazzi, tanto per non cambiare si festeggiava un qualcosa, che qualsiasi cosa a trent’anni è un valido motivo per festeggiare. Finché Corrado si avvicina a una finestra e girandosi di scatto verso di noi gridò… qualcuno ha acceso un grosso fuoco giù in giardino, Mario mentre accorreva a guardare cosa stesse succedendo disse, macché fuoco e fuoco chi vuoi che accenda un fuoco nel giar… gli si spense in gola la voce al che vide il suo potente fuoristrada che andava in fiamme. Che poi ‘suo’ non era ma in realtà un regalo che fece a Panna che passò dalla 126 a una gip doppio passo di dimensioni enormi. Allora, per Mario era ancora il tempo di ’apparire’ prima che di essere persone oneste e quindi dalle stalle alle stelle in un attimo, quattro assegni postdatati o due ”cambialette”, rogne per anni nel tentativo di pagarle e il gioco era fatto. Una splendida gip con uno dei primi telefoni a bordo con antenna che smontata poteva essere usata come canna da pesca tanto era lunga, una bella “gippona” che stava bruciando.

Tutti giù a corse nel giardino tenendoci a distanza di sicurezza perché il rogo aveva assunto proporzioni preoccupanti, infatti intervennero i vigili del fuoco che impiegarono quasi un ora per domare l’incendio e subito dopo arrivarono anche i Carabinieri. Del fuori strada non rimasero che quattro pezzi di lamiera deforme e il culo di un bidone di benzina carbonizzato, per questo i Carabinieri anch’essi intervenuti stabilirono che si trattò di incendio doloso e quindi l’assicurazione non rispose di nulla e apersero una denuncia contro ignoti con Mario primo indagato. Per altri tre anni cambiali e assegni pagati con immensa fatica e a volte in cambio di qualche “favore” che Mario dovette fare a Massimo che gliel’aveva  venduta tramite Doris, un suo amico proprietario di un autosalone che vendeva auto e fuoristrada di grossa cilindrata. Incendio doloso… solo dopo qualche anno Mario seppe con chi avrebbe dovuto prendersela per quel bel regalino, Renato un ex amico che si era visto portar via la donna da Mario anche se in verità la storia tra Lui e Donatella era già finita da qualche mese. Renato era uno di quei sorrisetti maliziosi che non si vedono molto sulle labbra ma sembra di vederli chiaramente come si vedevano bene sul sagrato di quella chiesa.

Sembra che Sara la rossa, Massimo non se la sia ‘fatta’, per usare un termine volgare ma efficace… ma questa affermazione pare lo dicano le ‘lingue’ di altre donne da Lui frequentate, perciò opinabile quanto discutibile. Alquanto improbabile che Massimo abbia tralasciato di avere una relazione anche con Sara… però! quel muso sempre imbronciato, magari adesso Sara sorride, non di gioia, semplicemente di ‘pace’. Lo stesso sorriso di Katia ma non di pace bensì un sorriso dolce che aveva sulle labbra quando parlò con Mario quel giorno dopo un autunno e un inverno passato dalla perdita di Massimo.

Katia non c’era quel giorno al funerale disse a Mario che lo seppe in ritardo da Danilo, il poeta nullafacente “portaborse” di Massimo. Danilo era appena uscito dal carcere francese dove era stato rinchiuso per un malinteso ( dice lui, perché in carcere sono tutti innocenti) che lo vedeva protagonista di una storia di ‘roba’ che a suo dire fu per aver “parato il culo” al fratello di Massimo, avrebbe preso il posto di Roby per un accusa di detenzione di stupefacenti… Lui disse, lui dice. Roby l’uomo perennemente nei guai, l’uomo che abbracciando Mario nella navata della chiesa, con le lacrime agli occhi gli disse a voce alta… côsa n’farai ades, côsa forôi mê… Cosa faremo adesso, cosa farò io? Katia fu contattata da Danilo che conobbe molti anni prima, anni “80”.

Come non ti ricordi Mario?, mi hai presentato tu Massimo. Io!? Certo e per fortuna andò così disse Katia a Mario, così sanò il debito che aveva con lo stesso Mario. Debito! Non ricordo ma so per certo che mi sarò sdebitato nei confronti di Massimo. Era uno degli ‘aiuti’ che i due amici avevano in comune. Probabilmente fu una delle tante volte che Massimo aiutò Mario, non certo di meno di quanto Mario poi fece in futuro per Massimo… anzi… quando Mario era disperato, chiedeva aiuto a Massimo e viceversa. Katia in quella occasione parlò di Massimo e ammise che tra di loro ci fu una breve ma intensa storia. Figuriamoci se poteva essere altrimenti, e Katia continuò dicendo solo che Massimo era un gran ‘signore’. Mario non chiese più nulla, capì che Katia che è una donna molto riservata e non volesse più dire nulla. Ma tanto bastò… Massimo era un gran ‘signore’, e in una frase del genere c’è racchiuso tutto un significato di vita. L’ennesima donna che fu di Massimo, che non aveva rimpianti da una relazione finita. Ognuna di Loro aveva capito che Massimo non poteva essere che di se stesso. Un paladino dell’amore non può e non deve riversare il suo amore per poche anime.  Parve strana a Mario questa affermazione di Katia. Lei non era uno strozzino e sembrava davvero insolito quanto avesse detto a Mario. Di solito, i due amici erano avvezzi ad aiuti da parte di  persone di basso lignaggio umano, alquanto strano si fossero accordati per un risarcimento a Katia. Una ragazza gentile che non disturbava nessuno nel suo negozio, dove vendeva biancheria intima non poteva essere coinvolta in un prestito senza una ‘controparte’. Mario, come Massimo, non si sarebbe mai approfittato di Lei. Tant’è che Massimo saldò il debito, e Mario ringraziò e ringrazia.

Fu come quella volta che Mario si trovò per la centesima volta nei guai. Aveva comperato una Jaguar nera con interni panna. Era usata e pur  nonostante costasse 18 milioni di lire, la volle, come suo solito imperativo di sciupone a tutti i costi. Allora Mario chiese un prestito in banca. Con la sola insolita variante, che il prestito fu si erogato, ma senza pratiche burocratiche. Venne erogato direttamente dal direttore di banca che manipolava i conti correnti di persone perlopiù anziane che incautamente lasciavano che il signor direttor tal dei tali, si occupasse a loro insaputa dei loro investimenti. Uno strozzino con i guanti bianchi. Pochissima differenza da quella con i guanti sporchi. È una storia lunga ma sintetizzandola, Mario chiese quel ‘prestito’ a usura, per acquistare la fuoriserie ma quando l’ebbe, i soldi erano già arrivati da Barbara, così che li tenne da tutt’e due i “babbo natale”.  Era la sua ragazza di metà dei suoi anni. Barbara disse a Mario che gliel’avrebbe regalata Lei la lussuosa automobile, ma lui non le credette pensando che una ragazza di 18 anni non potesse disporre di una così forte somma di denaro. Mario con il tempo di circa due anni, restituì più di metà della somma a Barbara, ma non poté assolutamente sanare il debito con il direttore di banca strozzino avendo usato il denaro per sistemare altre losche faccende.

Al che non sapeva più dove sbattere la testa per sistemare il tutto, e si rivolse al solito amico Massimo. Questi però non era più a Bergamo e comunque non avrebbe potuto sanare il debito così grande. Aveva preso in gestione un bellissimo ristorante a Cecina che gestiva con Teresa che fu poi la mamma di Rebecca e altro non poté fare che invitare l’amico a trascorrere un fine settimana ospite gradito con Compagna al seguito. Così andò che Mario parti di un venerdì con Panna a bordo della loro automobile nuova nuova, una fiammante 500 color verde pastello che chiamava verde speranza. Mario e Panna andarono da Massimo e Terry, partirono d’un venerdì e tornarono di un lunedì di tre mesi dopo con un altra automobile e un motorino nuovo. Una specie di “coronavirus” che però aveva colto solo Mario, un periodo di allontanamento forzato da una situazione che non riusciva più a gestire con il direttore di banca, che peraltro dopo pochissimi giorni aveva mollato la presa e si era detto disponibile a una lunga trattativa per stemperare il dissento economico. Ma, la compagnia di Massimo era quella di sempre, rassicurante e spensierata e l’amico Mario non fece che approfittare della gradevole compagnia e dell’alloggio confortevole di un appartamento messogli a disposizione anch’esso gratis come cibo e divertimenti vari.

Stessa storia di Katia con Mario che non si “ricordava” del debito che aveva nei suoi confronti, con la differenza che stavolta Mario si ricordava molto bene del debito con il direttore di banca… strozzino, ma il finale fu lo stesso. Mario chiese aiuto a Massimo e questi gli diede ospitalità e amicizia gratuita e in cambio Mario fece conoscere il direttore di banca perché si addossasse il debito dell’amico, il finale fu che anni dopo Mario saldò il suo debito con il bancario, mentre Massimo con “l’aiuto” di un facoltoso personaggio bergamasco, ripulirono le tasche del malcapitato “tal dei tali” che dopo un paio d’anni lamentò un ammanco di circa quattro miliardi delle vecchie lire… anche se Massimo a sua discolpa disse che di suo non gli rimase che il dieci per cento del maltolto e il resto lo intascò l’egregio rispettabile facoltoso “signore” con i guanti bianchissimi.

Massimo era un gentiluomo con tutte, non si può dire la stessa cosa con gli uomini, ma vivendo di quasi soli espedienti a parte qualche lavoro onesto di “copertura” era logico che le sue “operazioni”, come Lui stesso amava chiamare i presunti “affari”, spesso naufragavano in “bidonate” che a volte finivano anche male… molto male, ma sempre e solo con uomini e mai donne che spessissimo aiutava anche senza che tra loro ci fossero rapporti carnali. Così come aiutò Giuliana la donna di Arnaldo il suo amico che era morto in circostanze a dir poco terribili, cosi come aiutò Panna quella volta ad Albenga. Altro locale, ma questa volta notturno, Massimo lo rilevò a Albenga con Terry la donna che poi divenne la mamma della sua Rebecca per pochi giorni… Panna in quel brutto periodo che anticipava di poco l’arrivo di un nuovo millennio, ebbe a discutere pesantemente con Mario per molti motivi. Stanca di uno stile di vita dissoluto e incerto decise di troncare la relazione con Mario. Era stanca di avere in tasca un giorno un milione di lire, e il giorno appresso nemmeno i soldi per le sigarette, così lasciò il povero Mario che solo allora capì di avere sbagliato tutto e si pentì amaramente che ciò fosse accaduto. Era stanca Panna e ben sapeva che se fosse rimasta a casa Mario l’avrebbe tormentata perché tornasse con Lui, così chiese a Massimo se aveva bisogno di una ragazza che servisse i tavoli del suo locale notturno. Nove lunghissimi interminabili mesi in cui venne amorevolmente ospitata da Massimo che nel frattempo rassicurava Mario dicendogli che Panna stava bene con loro. Stava benissimo Panna, tanto bene che si fidanzò con un disc jockey di un locale vicino, e quando Mario lo seppe indagò su chi fosse e gli venne detto chiaramente che era uno sciupa femmine. Non glielo disse Massimo, una delle sue più grandi virtù era la discrezione, Massimo era un signore anche per questo, non amava parlare delle sue avventure che tanto parlavano da sé, e tantomeno parlava delle cose altrui.

Mario lo venne a sapere da altre persone che Panna si era messa con il “tipo” del giradischi, ed era infastidito non tanto per il fatto che avesse un altro uomo, era furibondo perché certo che frequentasse uno da una scopata e via. Un giorno Mario accecato da gelosia e rabbia, prese la sua biturbo e a 200km. all’ora, si recò sulla riviera ligure, da Massimo per parlare con Panna. Quel mattino non erano ancora le 10.30 e giunto fuori da dove alloggiava per il riposo Panna, l’aspettò pochi minuti e vide aprirsi la porta d’ingresso. Era Panna, bella come Mario non l’aveva mai vista, abbronzata con un vestito a fiori leggero, appena scese qualche gradino notò Mario appostato con la sua automobile che ancora scoppiettava a motore spento perché si stava raffreddando dopo la forsennata corsa in autostrada. Notò Mario e si accigliò di colpo, si avvicinò al finestrino abbassato di Mario e gli disse che cazzo stesse facendo lì… Mario non ebbe parole e preso alla sprovvista per quel suo comportamento alquanto duro, gli uscirono solo poche parole… ti rendi conto che mi hai lasciato me per uno stronzo che ti “usa” solo per i suoi comodi? Certo che si, rispose seccata Panna, e allora? Non ti è venuto in mente che a me sta bene così!? Può darsi che anche a me stia bene di farmi solo qualche scopata… mica lo devo sposare… e poi a Te non devo più nessuna spiegazione… e si girò sui suoi tacchi per risalire dai gradini che aveva fatto per scendere. Il tutto durò tre/quattro minuti. Erano le dieci e trenta o poco più, a mezzogiorno e mezzo Mario era di nuovo a Bergamo, vi fece ritorno a 220km.orari e non poche volte chiuse gli occhi mentre guidava a quella folle velocità nel tentativo di non riaprirli mai più, magari perché spiaccicato su un paracarro lui è la macchina.

Così come dopo 9 mesi lo stesso Massimo nel momento di chiusura del locale per i tre mesi invernali, fece in modo che Panna andasse a Salice Durso per la stagione invernale come cameriera in un grande albergo di quella città, e ancora l’anno dopo che Massimo fece in modo che Panna fosse collocata sempre come ragazza che servisse in un locale esclusivo in Sardegna gestito dal nipote di Angelo Branduardi. Due anni d’inferno per Mario che poi finalmente finirono con Panna che tornò da Mario, e i due da allora si amarono e ancora si amano. Aiutava tutte Massimo e se fossero stati ‘veri’ amici, aiutava anche gli uomini e Massimo aiutava lo sventurato amico Mario ricevendo in cambio un “inserimento” nella situazione debitoria al fine di trarre a sua volta beneficio per essere diventato il paladino che salvava l’amico. Massimo è Mario non hanno mai inventato una situazione pianificandola a tavolino. Erano cose nate così come il destino si divertisse ogni volta  a giocare con loro.

Massimo non era meglio o peggio di Mario negli affari, semplicemente all’epoca aveva più carisma e convincimento Massimo che prendeva le situazioni in mano come fosse Robin Hood  l’arciere della foresta di Sherwod che scagliava le sue frecce contro il nemico ricco per donare al povero e nel contempo lo faceva, rimanevano sempre delle monete d’oro sul fondo delle sue grandi tasche, sempre e comunque più monete d’oro a Lui che al povero della gleba cui donava. Però era bello per Mario sapere di avere un amico anche solo per sentirsi protetto, poi le cose cambiarono e ci fu il rovescio della medaglia. Massimo divenne il povero e Mario il giustiziere, con la variante che non gli venne mai restituito nulla da Massimo perché  non ha più avuto il tempo di farlo, ma la vita è fatta a scale, un po’ si scende, un po’ si sale… nel dare e nel ricevere e tutto un, oggi a me, domani a Te.

Mery era Massimo nella parte femminile del suo animo. Mario non era Mario ma fu scelto questo nome dal vero protagonista perché il suo vero nome è di un indomito ‘condottiero’ di soldati in groppa agli elefanti, e in questa vicenda si sentì di farsi condurre solo dal bene a bersaglio dei suoi intenti, e pochi possono eguagliare un ‘Mario’ quando si tratta di mirare a un bene dalle tinte pulite. A volte può capitare di vedere sul necrologio del giornale, il nome di battesimo di una persona defunta, e sotto tra due parentesi, il soprannome che non era l’abbreviativo del nome stesso ma il nome di (Mario) per descriverne la bontà d’animo di quella persona. Mario è lo zio buono di molte famiglie. Mario è un nome che difficilmente è usato per girare un film nella cui parte il protagonista sia cattivo… Mario è sempre il buono che lo stesso non significa lo stupido o lo stolto, molti Mario figurano nei nomi più altisonanti della scienza e della politica. Scienziati e politici buoni.

Salvo era un ”rifugio” nella mente di Massimo e il mare tempestoso era uno dei suoi momenti dove guardando il cielo, stringeva a se il bavero della giacca con una mano, e nel l’altra non stringeva una tazzina regalo di nozze quasi colma di grappa ma nel pugno chiuso racchiudeva tristezze e dolori che accentuavano il loro timore con i bagliori di lampi improvvisi, e sonanti percosse al tamburo della volta celeste che si trasformavano in tuoni fragorosi.

Giuliana era ed é ‘vera’, vive la sua vita con quel che gli riserba, Arnaldo fu una parte della sua vita e gli fece il regalo più bello, Martina, per il resto  visse nel tormento stesso di come morì. I suoi fratelli perseguitarono (senza esagerare) il povero Mario dando sfogo ai loro dubbi di quando Arni gli prestava denaro e loro non erano esattamente d’accordo… forse furono solo gelosi che Arnaldo rivolgesse il suo interesse all’amico e non ai fratelli. Flavio e Cristina erano i suoceri del ‘condottiero’ e di vero avevano fatto ciò che è scritto, comprese  le sillabe iniziali e vocali finali dei loro veri nomi. Katubia la cavalla araba morì qualche mese dopo per colpa della guida scellerata di “Piero il Cico”, e si ferì ad uno zoccolo che si infettò senza più guarire sino ad incancrenire e perciò morì.

Patrizia è Patrizia, quella che aveva lavorato in un bar gestito dal l’amica di Massimo, Simonetta, questo nel mentre che Massimo sistemasse il suo Montecarlo. Marghe è semplicemente il nome abbreviato per simpatia di chissà chi gliela concesse di Margherita, destinare un nome di fantasia a quella donna, significherebbe offendere un altra persona innocente. Patrizia è  quella che ha accettato di dividere il suo uomo con un altra donna per quasi vent’anni.  Claudio, è Lui il fortunato o sfigato possessore di due amori, Patrizia una ragazza che vive con i rimasugli di qualche amica separata o non ben vista dai figli o quant’altro di ‘disordinato’ nella loro vita, briciole di pane sparse nel prato della vita che servono a sfamare le formiche e non a rinfrancare l’animo di una persona. Claudio è Claudio, che con il suo nome s’é tappezzato un grattacielo perciò rimane uno dei mille Claudio nel mondo e Lui è “il Vigà” con il cognome accorciato.

Patrizia, una ragazza non più ragazza che per atteggiarsi a tale e non lasciarsi andare, frequenta locali trendy e partecipa spesso ad eventi mondani di quelli da supermercato quando viene presentato un nuovo prodotto e dato ad ognuno un gagliardetto e un pasticcino, e di tanto in tanto, per sentirsi a casa, va a ballare il ‘liscio’ dove finalmente è se stessa… Patrizia ha molto tempo libero, ogni suo datore di lavoro è un santo al momento dell’assunzione, pochi giorni dopo se il titolare e un maschio diventa uno stronzo, se è una donna diventa una tr..a. Patrizia ha mooolto tempo libero! forse non è bello stare rinchiusi in una stanza, soli ad aspettare il proprio turno.

Ospedali in ogni luogo del mondo per i molteplici ricoveri di Mario, ma lo stesso il più distante fu a pochi chilometri da casa sua, Esine nel bresciano. A Sharm El-Sheikh potente attacco d’asma e fiato corto per tutta la durata della vacanza e perché no, per Mario anche un poco di mal di pancia per non farsi mancare nulla ed entrambi i disturbi se li riportò in patria. In Romania con Nello preferì far ritorno in Italia e sostare ogni 150 km. in un area di servizio per potersi recare in bagno, nessuna crisi d’asma, in compenso tutto il mal di pancia che non aveva avuto in Egitto.

Nello, abbreviativo vero del suo nome per intero. Bravo ragazzo, idee precise sul ciò che vuole, talmente precise che sembra molto a un dittatore, quel che fa Lui è corretto, giusto e sopratutto indiscutibile. Per i difetti l’elenco è un poco lungo e basti per tutti la sua proverbiale avarizia, del resto potrebbero essere descritti minuziosamente da Attilio, altra vittima in Spagna della sua infinita “bontà”. In realtà Nello in quella occasione non aveva avuto niente a che fare con Attilio, che era ancora Mario, è stato rappresentato (forse un po’ troppo duramente) per similitudine caratteriale.   Mentre il ‘vero Nello’ della storia era una persona tanto disgustosa che Mario l’ha rimosso dalla mente, lasciando spazio solo al suo viso da legionario francese in missione “eroica” di guerra, magari quando si fanno largo a raffiche di mitra sparate a un metro da terra tra i bambini africani che per la paura corrono fuggendo all’impazzata tra le capanne… la sua faccia ricordava questo. Come è stata rimossa dalla mente la sua compagna lasciando spazio nella memoria non al viso di cui il ricordo si ferma al colore dei suoi luoghi e folti capelli neri che lo cingevano, ma alla volgarità di tutto il suo insieme come donna che sembrava fosse tutto fuorché un avvocato.

Sono tutti lì chi con il cuore chi con l’anima, Denise é Dominique di papà bergamasco e mamma sudamericana. A massssimo son sempre piaciute le Sudamericane, fu tra le prime file. L’ultima fidanzata ufficiale di Massimo. Quella di facciata. La  bellissima ragazza che si servì di Mario tramite Massimo, per avere qualche spinello. Da quella volta non si è più rivolta a Giovanni, che non è il suo nome battesimale ma di fatto si chiama Alberto,  il ragazzo che aveva detto a Mario “ma chi cazzo gli aveva fatto arrivare” al suo cospetto, come se tanta avvenenza non gli doveva essere presentata… peccato, ora che Massimo non c’è più gli potrebbe chiedere la mano ma il coronavirus  di questi tempi non stringe la mano a nuessuno… e Lei comunque la rifiuterebbe perché ‘Giovanni’ è un bravo ragazzo e non è momento ancora per Denise di frequentare una persona che lavora come dipendente parastatale con un appartamento di sua proprietà di cui sta pagando le rate del muto per il suo acquisto. Dominique è stata l’ultima fiamma di una torcia appena accesa da Massimo, peccato solo la sua fiamma abbia arso il suo lume in così breve tempo. Sicuramente una bella immagine tra le quattro mura bianche dov’è Massimo avrà certamente fatto uno dei suoi ultimi pensieri.

Clorinda e Astolfo e Concetta, alias Clory e Asto, e Concy,  sono frutto di fantasia solo per i loro rispettivi nomi, è stato solo un ricreare una delle tante storie di ordinarie emozioni senza simpatia per l’ordine. Una delle tante storie in cui Massimo si trovò a dover sostenere pur non cercando un avventura di proposito. Una di quelle storie che hanno fatto piangere delle mogli sorrette dal braccio del marito che invece non piangeva ma sorrideva maligno. Luisa dove sei? Dove sarà stata Luisa che così si chiama per davvero la donna di prime nozze per Mario, un suo ricordo che gli rimbalza addosso, un grosso errore di viaggio, non era scattato il deviatore di scambio del binario che partiva dal bene e arrivava alla stazione dell’amore, troppo lucido in cucina e nel bagno talmente tanto che di certo era proibito fumare in camera da letto anche fosse il proprio compleanno. Troppe regole da rispettare e le regole Mario a vent’anni così come Massimo, preferiva dettarle che subirne ”l’impartitura”, la differenza tra i due fu che Massimo non ebbe mai il coraggio di confessare a se stesso che era pronto ad assumersi la responsabilità di cento, ma non di una sola persona con cui convivere. Forse sarebbe stato meglio per Lui di sbagliare lo “scambio dei binari” deragliare a volte vuol dire ritrovare la forza di rialzarsi e sulle ceneri di un vecchio amore, spalancare il cuore a nuove realtà.

Massimo aveva una predilezione per la Mamma, aveva un rispetto che andava oltre ogni più rosea previsione d’amore per la sua mamma. Non aveva che trent’anni e aveva già procurato l’avvio dell’acquisto di una bella villetta a schiera in una zona tranquilla e verdeggiante nelle vicinanze di Bergamo per la sua mamma che al funerale non venne, le sue condizioni cagionevoli di salute non gli avrebbero permesso di uscire viva dalla chiesa. Non si inventa oggi l’acqua calda nel dire che una mamma non dovrebbe certo sopravvivere ai figli, e Lei la signora Maria, (che è un nome inventato) non sarebbe sopravvissuta quel 21 di settembre. Ivano è Ivano che è il suo nome di battesimo, il resto delle sue storie narrate sono autentiche come lo è il fatto che sia un grande pittore,  e non solo per la sua grande passione per l’arte in generale, ma è un grande personaggio che si distingue facilmente nel mondo filosofale e intellettuale. Ivano, la “testa di legno” che Massimo usò pensando fosse un disperato dei tanti, mentre Lui fece tutto ciò che fece per amicizia e null’altro. Poi si capirono e rimasero e furono veri amici di rispetto.

Serena era quella gran gnocca di Serena, la soubrette che adesso è meno “gnocca” ma le tette non le si sono sgonfiate, la sua manager bionda era ancora più bella e intrigante, il Benvenuto era e ancora certamente sarà il proprietario del famoso locale bergamasco. Luca Scaramello si chiama Luca per davvero e Scaramello che è il nomignolo che gli era stato affibbiato dall’allegra combriccola di “piccoli mascalzoni”, ed era il suo abituale secondo nome. Molto probabilmente il nomigliolo Scaramello era legato al suo modo esagerato di vivere la vita come tutto gli fosse dovuto per la sua avvenenza ma in realtà quella serviva solo per avere belle donne che se ne andavano dopo una scopata perché con un bambino viziato nessuna ama stare se non per soldi, e Luca di soldi ne aveva tanti ma nella sua bacata è malata fantasia.

Otto amici quel giorno. Panna, Milena, Laura, Massimo, Scaramello, Mario, Giorgio e Bigio. Otto, ma in realtà erano sette, Susanna, Simonetta,Teresa, Massimo, Luca, Corrado e Mario… che non è Mario nemmeno in questa parte di racconto “verità”.   Il racconto e in tutti sensi vero, solamente addolcito nella parte del terrore di trovarsi al largo della costa in balia di una tempesta che a giudicarla come un terremoto fu di forza sei/sette, ed è anche variato il nome di chi in realtà, dopo lo scampato pericolo, una volta giunti a riva, nella rada del porto a motoscafo attraccato, voleva affondarla a picconate… era Mario. Anche Lui aveva contribuito a firmare cambiali per l’acquisto del fuoribordo per l’esatto terzo della somma complessiva e aveva preso uno spavento tanto grande per sé e ancor più per Panna sua compagna, e il resto della combriccola, che se non fosse stato fermato da Massimo, avrebbe voluto almeno smorzare il dolore di quell’orribile giornata di mare affondando a picconate l’innocente imbarcazione.

Danilo il garbato e gentile Danilo che altro vezzeggiativo per il suo nome non v’è, bisognerebbe si chiamasse “ filosofo fannullone scroccone approfittatore” ma non c’è un nomignolo che suoni bene adatto a raggruppare tutto quanto, e si chiama direttamente come mamma e papà gli diedero quel giorno di una cinquantina d’anni prima.  Danilo che diresse se così si può dire, il ristorante di Formentera, dove Ale che potrebbe chiamarsi Alessandra piuttosto che Alessia o Alice e altro, aveva finanziato il tutto con i soldi di Giò che potrebbe chiamarsi in realtà Giovanni, GiovanBattista, Giorgio o GiovanMaria. Il beneficiario era Massimo che aveva assunto il ruolo di pianificare una perdita sicura in un suo tornaconto. Ma come al solito le cose non andarono così. Danilo andò a gestire il locale di ristorazione in Spagna con una Mini Cooper decappottabile del povero Giò, si ruppe e allora in un viaggio di ritorno in Italia tornò in Spagna con una Bentley nera sempre di proprietà di Giò, con a bordo due splendidi cagnolini  una di loro partoriente.  Danilo stette in quel posto, bevve champagne e mangiò carne di prima scelta e si divertì con tutto quello che di extra ci potesse essere oltre il sole di Spagna e il suo mare. A Giò rimasero le corna, che alla fine non furono tali perché tra Lui e la sua donna esisteva un tacito accordo di ordinaria libertà reciproca, ma ad approfittarne di tale “contratto” fu solo Ale e Giò si accollò debiti vecchi, presenti e futuri.  Per Massimo tanto per non cambiare furono solo scopate e pochi spiccioli grattati via dallo sperpero di Ale e Danilo.

Tre mesi sono passati dalla dipartita del buon Massimo, meno di un mese e si era di nuovo a Natale con abeti da addobbare e presepi da allestire. Massimo era ancora in attesa davanti a un grande cancello ovattato di luce, che lo si facesse passare oltre la soglia di una pace infinita. I ghiacciai si sciolsero e ancora si sciolgono grazie all’opera d’inquinamento indiscriminato dell’uomo, così come i polmoni verdi della terra falcidiate da selvaggia deforestazione. E se si fosse in una difficile situazione in cui il serpente insinua continuamente il calcagno del mondo, figuriamoci dopo che un male insidioso e malefico come un virus, non potesse ulteriormente invalidare lo stato dell’attuale situazione di quel maledetto Gennaio di dopo Natale.

CoronaVirus, o covid19 perché di fatto è nato e “sfuggito” nei laboratori cinesi prima della fine del 2019. CoronaV, la terza guerra mondiale e si allarga paurosamente a macchia d’olio in tutto il globo. Un milione di ipotesi al riguardo, accuse con il dito puntato verso tutti, burocrazia del nostro Stato a livelli allucinanti ma incredibilmente veri che hanno e ancora stanno ostacolando il modo per aiutare la gente che nel tanto soccombe e qualcuno assale per protesta a calci e pugni, le vetrate delle banche e delle agenzie delle tasse senza sistema di ordine per fare i nomi distintamente perché facenti parte di un sistema burocraticamente malato e corrotto. Milioni di dita puntate contro un qualche responsabile e il caos regna sovrano nelle case dove si è costretti in “quarantena” agli arresti domiciliari… senza lavoro, che già non c’era prima, senza soldi, senza pane, senza speranza. Milioni di voci che dicono la ‘loro’ in mezzo a un mare di menzogne e ignobili governati di ogni Paese.

Fra tutte queste voci la  più accreditata per merito acquisito è senz’altro quella di Luc Montagnier, premio Nobel della medicina nel campo della virologia ad aver scoperto per primo al mondo, l’esistenza del HIV che si trasmetteva corporalmente al contrario di questa nuova “bella invenzione” il Cv19 (con la complicità di tutti gli emeriti cialtroni del mondo che hanno partecipato alla sua diffusione ) che si assume per vie orali… preservativi per “sala giochi” prima e mascherine per il ‘buco’ della bocca dopo, alla fine non è cambiato nulla sempre di pandemie si tratta. Questo egregio signore sostiene che la Natura si riprenderà al più presto i suoi spazi, non permettendo a nessun virus creato in laboratorio di attecchire senza il suo ‘consenso’ in quanto non compatibile con elementi naturali… quindi, questo virus, destinato è a vita breve.

Le parole più accreditate per merito… e molti invece puntano il dito sui pipistrelli che avrebbero infettato i milioni di animali esotici in parte importati dall’Africa e in parte allevati in cattività per essere poi macellati sotto gli occhi degli acquirenti nei mercati all’aperto cinesi, a partire da quello di dove si è sviluppato il diavolo maledetto, a Whuan… ovviamente con l’aggiunta di uno sterminio senza fine di cani e gatti che sono abitudini alimentari comuni nei paesi cinesi e asiatici. Quindi per queste molte persone Luc Montagnier è solo un volgare mistificatore che per scoprire il virus dell’HIV, ha infettato per primo milioni di persone. E la lista del “dito puntato” è lunghissima, e si conclude con l’inquinamento perpetrato da ogni singola persona vivente anche solo quando pigia il bottone della cassetta del water o accende il motore della sua auto.

Le uniche parole sensate ascoltate, sono state pronunciate da Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro a Roma. Parole Sante di conforto che si associano al ‘passaggio’ della parte di racconto dove nulla può importare a nessuno di noi ciò che ha fatto Gesù. Parole che convergono all’unisono dirette al cuore della gente, parole di fiducia e speranza, come quelle che ancora una volta abbiamo  ‘disturbato’ la Natura, che verrà comunque in nostro soccorso, senza distinzioni per nessuno e nessun privilegio per credenti o non credenti perché Dio. ama tutti, sopratutto chi non crede. Liberaci o Signore da tutti i mali, porta in Cielo tutte le Anime, sopratutto le più bisognose della Tua Misericordia.

Francesco lo scienziato strampalato, è sempre Francesco ha fatto tutto quanto è stato scritto e ora si cura per un cancro al colon. Chissà se riprenderà i suoi esperimenti medicamentosi e ancor prima umanitari. Chissà che rapporto avrà ora con Dio., adesso che lo sta osservando nel suo dolore terreno, adesso che gli parla con gli occhi che supplicano clemenza per la sua bimba affetta di cancro al cervello e di sua moglie il cancro al seno. Mario lo risentì dopo molti giorni dalla loro ultima telefonata dove Francesco disse prima di riattaccare che avrebbe telefonato il giorno dopo, e nel parlare del più e del meno, Mario gli fece sfacciatamente una domanda… ma se tu dici di conoscere molte cure sopratutto contro il cancro, perché tutta la tua famiglia ne è affetta? Semplice rispose, tra le altre cose ho pronto anche la cura efficace per debellare questo maledetto morbo che ci sta decimando, e a certe “grandi industrie farmaceutiche” la cosa da molto fastidio, allora è sicuro che vogliano eliminarmi… qualcuno ci ha deliberatamente contaminati, ma con le mie cure siamo riusciti tutti a rimanerne fuori e siamo sopravvissuti, anzi caro Mario, a questo proposito approfitto per dirti ora, adesso in questo momento che si è al telefono, che semmai mi dovresti trovare sul necrologio di un giornale, sappi fin d’ora che non sarei deceduto di morte naturale, bensì mi avrebbero assassinato.

Qualche secondo di pausa e Mario non sapendo cosa aggiungere, quasi per stemperare la tensione telepatica che si era creata disse all’amico… dai, dai, stai esagerando! e comunque adesso il Nobel Luc Montagnier assicura che il covid19  a breve termine così come è venuto scomparirà essendo un virus prodotto in laboratorio e non organico. La Natura lo sta di già rigettando dice il Nobel che ha scoperto per primo l’HIV… Francesco non fece nemmeno terminare la frase che sbottò replicando, quello è un buffone, ha “incancrenito” mezzo mondo per curare se stesso dall’HIV, sfido che sia stato il primo a scoprirlo… è stato il primo a infettare mezzo mondo. Altra volta che Mario si trovava senza parole, dall’alto della sua molta intelligenza ma poca istruzione di cultura in genere, non seppe più cosa rispondere… Bene Francesco e quanto costa la tua cura? È circa di un ettogrammo di peso ed è di sostanza farinosa che si deve distribuire a dosi di un cucchiaino diluito in un bicchiere di acqua ogni giorno per due mesi e costa 750€… haa! Ora capisco perché dici che ti vogliono “eliminare”! rispose Mario, e i due si salutarono affettuosamente dandosi appuntamento magari ancora dopo qualche anno come quelli trascorsi dall’ultima volta che si erano sentiti. Mario, ancora imbarazzato per le confidenze di Francesco e prima ancora sgomento per le affermazioni che aveva fatto sul famoso virologo Nobel, spera e prega che intervengano ancora quei due Angeli che hanno temporaneamente rifiutato il Paradiso a Francesco, perché dovesse ‘servire’ agli uomini qui sulla terra. Poi in automatico il pensiero di Mario per associazione di idee, va al suo amico Plus, un sarto cinese che opera nel settore della sartoria proprio accanto al suo paese… È un bravo ragazzo Plus, con moglie e figlio, rammenda e cuce qualunque cosa con una maestria impeccabile e a prezzi davvero abbordabili.

Mario ha fatto amicizia con il sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico, io molto piacele lavolale pel Te.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni, tre per le giacche casual, quattro per quelle signorili e cinque per le giacche “importanti”. Non potele taliare botoni, tocco qua, su spalla… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che si era perso perso , camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, aveva già affascinato Mario molto tempo fa.

Un anno prima gli diede dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Plus gli accorciò il cavallo quel tanto che potesse fare, ma il suo stupore più grande fu quello che innescò loro amicizia… Plus gli disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mario si stupì molto, e apprezzò il fatto che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori proveniva dal Mexico. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il figlio bellissimo per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, e tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. 76 giorni al l’anno per Plus di riposo e 289 di lavoro, ogni giorno per almeno 10 ore di lavoro al giorno.

Mario desiderò conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà di andare sui monti bergamaschi per ritemprarsi con la sua famiglia al seguito. Mario desidera conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnargli perché ha molto da imparare da chiunque gli sia d’esempio per correttezza  e rettitudine e oggi impara da Plus, che anche provenga da un popolo di culture arcaiche quanto scientificamente avanzato che solo adesso dopo aver provocato la pestilenza ha proclamato che cani e gatti sono animali domestici, certamente non lo assocerà a chi del suo paese non merita stima. Mario dice che non si deve mai fare di tutta un erba un sol fascio, il maggengo non va associato all’erba gramigna e  appena gli sarà consentito rivedere l’amico, porterà i calzoni nuovi che hanno bisogno dell’orlo ritoccato, e gli farà sapere con un abbraccio che tra di loro non è cambiato nulla. Massimo non la pensava in questo modo purtroppo, tanto per rimanere in tema di uno stile di vita disordinato quale Mario oramai per fortuna aveva un sol piede dentro, conobbe dei cinesi a Milano che non erano sarti, cucivano si… la bocca a quelli che non pagavano regolarmente il prestito a usura che erogavano a chiunque ne facesse richiesta… a Massimo non erano simpatici i cinesi… un altro modo di vedere le cose.

Sei lune piene sono trascorse da quando Massimo è partito per l’ultimo viaggio, si è evitato il Cv19 o come cavolo l’anno denominato ‘sto’ merda di virus che per buona sorte, inizia a dare qualche segnale di cedimento e siccome non è di certo grazie alla negligenza degli abitanti della terra, che perlopiù sono incoscientemente indisciplinati, di nuovo giungono spontanee le parole di Papa Francesco che interpretate dal personalissimo pensiero di Mario, in pratica dicono che è inutile puntare il dito contro qualcosa o qualcuno per questo disastro ambientale perché per far questo bisognerebbe prima pensare singolarmente ad ognuno di noi… da quanto si pigia il tasto del water e fa scorrere l’acqua che si porta con sé disinfettanti e carta sintetica o semplicemente quando si gira la chiave dell’accensione dell’auto.

Gli strozzini senza nome, che è inutile nominare singolarmente perché avranno sempre volti e voci nuove, invece non intendono demordere e rompono le palle ai poveri malcapitati, ma anche per loro non è che una questione di tempo perché a ognuno venga presentato il conto… e più avranno infierito su degli agnelli indifesi, più verrà infierito su di loro l’indifferenza di non considerarli esseri degni di dignità e carità. Ora è momento di pensieri profondi, la resa dei conti dove si tirano le somme della vita vissuta, e la gente sul sagrato della chiesa piange per Massimo.

Sei mesi nel “dopo Massimo”, ed è solo il momento di fare la conta dei morti per coronaV nel mentre Mario nel commemorare il caro Amico, aveva negli occhi la drammatica situazione in cui tutto il globo si ritrova, e non bastasse,  in aggiunta il tristissimo fatto di vivere in Italia, precisamente in Lombardia, la regione più colpita dal terribile Virus, precisamente  Bergamo con l’ancor più Triste e desolante primato di aver superato per numero di morti lo stesso Wuhan da dove in Cina si è sviluppato il maledetto virus, o almeno così ci è stato dato d’intendere considerata la scarsissima trasparenza di quel paese comunista… che fosse fascista non cambierebbe niente… solo una “questione dittatoriale” differente.

Gli eroi del momento non sono più i vigili del fuoco, che peraltro fanno semplicemente il loro dovere e rischiano di entrare nel fuoco vivo di un incendio con la stessa caparbietà e coraggio di un muratore che lavora su un impalcatura alta trenta o più metri da terra, i veri eroi adesso sono di pieno diritto i medici, gli infermieri e personale addetto, non ultimi i volontari, e ognuno di loro sfida quotidianamente la morte nel portare soccorso agli ammalati infetti da covid19… che il solo scriverlo disturba ma è necessario per dare un nome a un diavolo… perché i diavoli hanno mille nomi, così come gli Angeli pur essendo su due sponde del fiume opposte.

Mario sfoglia il giornale e fa la conta dei morti e fra le centinaia di immagini che ritraggono ogni giorno,  vede il signor Felice che si chiama Felice e Kate, Caterina sua moglie, non cucineranno più per Lui e Panna favolosi manicaretti caserecci nel loro agriturismo. Non vedrà più Marco, l’infermiere che lo soccorse e lo consolò per un incidente motociclistico di Mario, non vedrà più il signor Giovanni quel simpatico signore attempato che periodicamente “bloccava” per ore il Mario chiedendo informazioni per poter continuare e finalmente finire il libro che aveva iniziato a scrivere trenta e più anni prima. Il libro commemorava la memoria del fratello eroe che a tredici anni era al lago e vide in difficoltà una famiglia composta da mamma e due figli che annaspavano trascinati dalla corrente troppo impetuosa del fiume nel quale incautamente erano entrati per fare il bagno. Il caro fratello si tuffò ed eroicamente trasse in salvo i due figli maschi, ma la madre gli si aggrappò troppo forte al collo, trascinandolo con Lei sul fondo. Quasi quarant’anni per scrivere un libro… quasi quarant’anni per tenere viva la memoria del fratello eroe.

Mario non vedrà e non parlerà più in video conferenza Don Francesco che è morto in Africa il giorno di Pasqua, e non parlerà mai più con Felice che abitava all’inizio del bosco e nemmeno parlerà ancora con la signora Angela mamma di Pier, non andrà più al ricovero per trovare la zia che a 102 anni nemmeno era più in grado di riconoscerlo quando le faceva visita, e poi ancora non vedrà più la mamma di… e il papà di… Mario non vedrà più parecchia gente, parecchi parenti, amici e conoscenti. Sperava comunque di rivedere almeno Luisa e Manilia, le due sorelle con il loro nome battesimale che erano state ricoverate d’urgenza all’ospedale per essere poste in sala di rianimazione. Mario non parlerà più con Massimo, che non fu colpito dal coronaV che è arrivato dopo che Lui se n’era andato… non parlerà più con Massimo… o forse lo vedrà e gli parlerà ancora nei sogni e di certo lo rivedrà senza parole che non saranno più necessarie dopo che tutti e due avranno attraversato quel grande bianco ovattato cancello piantonato da due Angeli.

Adesso è come sentire il rimbombare di un elicottero di soccorso che sorvola sopra il tetto, e di fatto non lo vedi. Senti solo vibrare le mura di casa e con la fantasia che ti avvince l’animo in quei momenti, avere timore che possa caderti addosso invece che prestare soccorso. È come essere impotenti davanti a un semplice ‘rumore’ e si aspetta solo che passi. Il Coronavirus è così e non rimane che un ‘mea culpa’ per avere questa bella macchina inventata e a disposizione dell’uomo, non resta altro la speranza che non cada… sul tetto di casa tua…  e un uomo che rimase solo per la perdita della sua amata scrisse…

Sei un bosco di pensieri nella mia mente che il sole non fa passare
Sei un fiume di parole che l’attraversa,
Sei l’aria che tutt’intorno respiro.

Eri mia e lo sarai per sempre, ero tuo e lo sarò fino alla fine del mondo, amore mio.
Ora la tua luce non passa tra le fronde e io non vedo più il colore dei tuoi occhi
Sei l’aria che tutt’intorno respiro, eri mia e ti ho perso tra i rovi spinosi della vita dove adesso ti sei rifugiata.

Abbiamo colto fragole nel giardino sbagliato, mai frutto molto dolce è ancora amaro come il sapere che non troverò il tuo sorriso tra le lenzuola di questa casa ormai vuota anche del tuo profumo.

Forse un giorno mi perdonerai e sarò qui ad aspettarti e il bosco dei miei pensieri, tornerà a risplendere nel cuore, avrò un fiume di parole da dire al mondo che m’ascolta perché… sei l’aria che tutt’intorno respiro.
Sei l’amore che non ho mai conosciuto, l’amore che trasforma tutto in una magica follia che ti fa vedere le stelle brillare come non s’erano mai viste…
Anche non tornassi più a rivedere la luce, Tu eri e Tu Sei.

Forse molte nazioni non hanno ancora capito la gravità della situazione, o l’hanno capita ma per loro va bene così, anche perché a rimetterci sono quasi sempre e solo la povera gente, con la straordinaria eccezione di qualche personaggio di “spicco” nel mondo dell’economia mondiale o della moda o dello spettacolo piuttosto che della politica che accidentalmente è incorso nel virus e richiama più di chiunque altro l’attenzione dell’opinione pubblica facendo parlare di se tutto il mondo… come se una persona “valesse” più di un altra, in pratica il rapporto è “povera gente”  ‘1000’ morti, gente “famosa” ‘1’… la solita tiritera di sempre che si presenta in caso di catastrofi ambientali e virali come in questo frangente. Beati gli ultimi, che certamente saranno i primi agli occhi di Dio. Per i sopravvissuti più fortunati, la “pancetta degli uomini aumenta e i fianchi delle donne si allargano e la vita prosegue per chi resta.

Il ricordo di Massimo, un amico che ha toccato il cuore di molte donne, quello di tanti uomini e di alcuno di loro il portafogli che svuotava per riempire il suo che a sua volta dopo aver trattenuto ciò che serviva per il suo “personaggio, si svuotava per il bene di altre persone. Un paladino non della giustizia che ha infranto innumerevoli volte, ma bensì dell’amore che ne ha distribuito a destra e manca senza sosta, il suo compito di vita. Una vita intrigante, avvolgente, e sopra tutto affascinante. Il ricordo di Massimo, di mille peripezie e mille espedienti che Lui amava chiamare “operazioni”, un lavoro che di lavoro non aveva nulla ma era spesso più duro di qualunque altro lavoro. Un lavoro che molte mattine insieme a Mario avrebbero scambiato volentieri con il manovale dei muratori all’epoca di quando invece che le gru per sollevare pesi c’erano braccia e al posto delle scale c’erano gambe. Avrebbero spesso scambiato l’orario di lavoro con le 5.30 dell’alba del manovale con le 8.30 di mattino all’apertura delle banche per le consuete “corse” affannate per cercare di pagare quell’assegno o quella cambiale, e la sera sarebbero tornati volentieri a casa dopo 12 ore tra travaglio invece che aver finito di tribolare 8 ore al giorno con l’amarezza in corpo. Forse Massimo con il senno di poi, avesse avuto la possibilità di scegliere, in un altra vita preferirebbe avere una, due tuttalpiù tre avventure amorose prima di trovare quella che sarebbe invecchiata con Lui, la donna con cui scambiare un solo vero Amore per tutta la vita, invece che la vita usasse Lui come è poi accaduto. Forse andrebbe diversamente la sua storia, ma ci vorrebbe un altro Massimo per tenere insieme le storie di tante persone che hanno avuto bisogno del suo aiuto, del suo conforto, del suo Amore, tantissime persone che senza il Playboy della vita avrebbero avuto un triste epilogo, perché anche chi si è ritrovato con il portafogli alleggerito ha imparato qualcosa di Lui, persone avide, persone che volevano arricchire più di quanto già non fossero, persone spregevoli al quale Massimo e spesso Mario, hanno dato una lezione di vita. Massimo che ha infranto la giustizia degli uomini e per questo è stato giudicato, Massimo che ha regalato tanto Amore a tutte e tutti senza infrangere mai una sola volta la giustizia che non è di questa terra… e non giudica…

Mario é stato un grande amico e ammiratore di Massimo.  Vicende della vita che non si fermano nel tempo in cui vengono vissute e vanno oltre. Ogni uomo ha il suo cammino da fare sulla terra, e Mario nel suo,  non ha memoria di aver incontrato nessuno che avesse il carisma di Massimo che era tinto di un arcobaleno sgargiante come gli stessi colori di Annibale… il Mario.   E Massimo quell’amico di tutti e sopratutto di tutte, quell’animo buono e gentile travestito da alieno dei nostri tempi, era ed è ancora Massimo. Mi manchi, ci manchi, da quel giorno infausto che ci hai lasciato. Grazie per tutto ciò che hai rappresentato per me, adesso e oltre, ti vorrò bene per sempre Massimo.

…e da un grande albero, una delle sue foglioline chiese alla foglia più grande, diventerò grande come Te? Si, proteggerai dal sole e dalla pioggia i frutti che nasceranno dal germoglio di quest’albero, farai ombra ai viandanti che ti passeranno di sotto e rallegrerai lo sguardo di chi ti vede annunciando la primavera e poi l’estate. È poi? E poi in autunno cambierai di colore, cadrai cullata da un vento frizzante, ti accoglierà la terra, la concimerai e un altr’anno rinascerai come linfa vitale per il grande albero… Ciao Massimo.

 

 

 

 

 

Il rifugio dell’anima

Rifugiarsi nei punti più remoti dell’anima e interrogarsi nel silenzio dei dubbi e paure per trovare la via che conduce alla serenità. Mettere sul tavolo ciò che è stato fatto di buono e quanto il contrario, pesare i due mucchi di pensieri per vedere quale dei due è più pesante nel cuore per poter scorgere in qualche pertugio della mente, ancora una parvenza di speranza che porti il corpo a continuare nella lotta con il vivere e non sopravvivere. Accartocciare lembi di lenzuola fin sopra il mento e ritrovarsi in una capanna di tronchi nel mezzo di un bosco a cento miglia dal mondo per scacciare cattivi pensieri o al sicuro dalle intemperie di un mare agitato, seduti su una seggiola che scricchiola dietro le vetrate di un faro che illumina gli scogli frastagliati da onde buie come la notte senza luna… per bere acqua da un torrente che ha rubato disgelo a mille miglia dal mondo. Si insegna l’A B C, si insegnano religioni e culture, e lo stesso esiste una prima volta nel rifugio dello spirito.

La prima volta Per ritrovare ancora il piacere di avere davanti a sé un futuro come l’onnipotenza dei vent’anni che nulla preclude alla fantasia di rendere meraviglioso quello che il giorno dopo il destino riserva, con la fiducia di sapere che si è a migliaia di chilometri dal mondo, e ti possa ferire, saprai guarire. Per riprovare emozioni della prima volta che ascolti una canzone che mette euforia o garbata malinconia, la prima volta che il cuore comanda tutti gli altri sentimenti perché innamorato, la prima volta che senti il canto di un passero o che vedi un tramonto, che guardi le stelle o ti baci il sole…

Ci vorrebbe si insegnasse la vita, ci vorrebbe la verità limpida di un cielo dopo la tempesta che non ti facesse mai pensare per la prima volta a un rifugio della mente creato da blasfemie e bugie della gente… ci vorrebbe più Umiltà, ci vorrebbe più Amore. Ci vorrebbe più Dio.

Playboy parte finale

Mery era Massimo nella parte femminile del suo animo. Mario non era Mario ma fu scelto questo nome dal vero protagonista perché il suo vero nome è di un indomito ‘condottiero’ di soldati in groppa agli elefanti, e in questa vicenda si sentì di farsi condurre solo dal bene a bersaglio dei suoi intenti, e pochi possono eguagliare un ‘Mario’ quando si tratta di mirare a un bene dalle tinte pulite. A volte può capitare di vedere sul necrologio del giornale, il nome di battesimo di una persona defunta, e sotto tra due parentesi, il soprannome che non era l’abbreviativo del nome stesso ma il nome di (Mario) per descriverne la bontà d’animo di quella persona. Mario è lo zio buono di molte famiglie. Mario è un nome che difficilmente è usato per girare un film nella cui parte il protagonista sia cattivo… Mario è sempre il buono che lo stesso non significa lo stupido o lo stolto, molti Mario figurano nei nomi più altisonanti della scienza e della politica. Scienziati e politici buoni.

Salvo era un ”rifugio” nella mente di Massimo e il mare tempestoso era uno dei suoi momenti dove guardando il cielo, stringeva a se il bavero della giacca con una mano, e nel l’altra non stringeva una tazzina regalo di nozze quasi colma di grappa ma nel pugno chiuso racchiudeva tristezze e dolori che accentuavano il loro timore con i bagliori di lampi improvvisi, e sonanti percosse al tamburo della volta celeste che si trasformavano in tuoni fragorosi.

Giuliana era ed é ‘vera’, vive la sua vita con quel che gli riserba, Arnaldo fu una parte della sua vita e gli fece il regalo più bello, Martina, per il resto  visse nel tormento stesso di come morì. I suoi fratelli perseguitarono (senza esagerare) il povero Mario dando sfogo ai loro dubbi di quando Arni gli prestava denaro e loro non erano esattamente d’accordo… forse furono solo gelosi che Arnaldo rivolgesse il suo interesse all’amico e non ai fratelli. Flavio e Cristina erano i suoceri del ‘condottiero’ e di vero avevano fatto ciò che è scritto, comprese  le sillabe iniziali e vocali finali dei loro veri nomi. Katubia la cavalla araba morì qualche mese dopo per colpa della guida scellerata di “Piero il Cico”, e si ferì ad uno zoccolo che si infettò senza più guarire sino ad incancrenire e perciò morì.

Patrizia è Patrizia, quella che aveva lavorato in un bar gestito dal l’amica di Massimo, Simonetta, questo nel mentre che Massimo sistemasse il suo Montecarlo. Marghe è semplicemente il nome abbreviato per simpatia di chissà chi gliela concesse di Margherita, destinare un nome di fantasia a quella donna, significherebbe offendere un altra persona innocente. Patrizia è  quella che ha accettato di dividere il suo uomo con un altra donna per quasi vent’anni.  Claudio, è Lui il fortunato o sfigato possessore di due amori, Patrizia una ragazza che vive con i rimasugli di qualche amica separata o non ben vista dai figli o quant’altro di ‘disordinato’ nella loro vita, briciole di pane sparse nel prato della vita che servono a sfamare le formiche e non a rinfrancare l’animo di una persona. Claudio è Claudio, che con il suo nome s’é tappezzato un grattacielo perciò rimane uno dei mille Claudio nel mondo e Lui è “il Vigà” con il cognome accorciato.

Patrizia, una ragazza non più ragazza che per atteggiarsi a tale e non lasciarsi andare, frequenta locali trendy e partecipa spesso ad eventi mondani di quelli da supermercato quando viene presentato un nuovo prodotto e dato ad ognuno un gagliardetto e un pasticcino, e di tanto in tanto, per sentirsi a casa, va a ballare il ‘liscio’ dove finalmente è se stessa… Patrizia ha molto tempo libero, ogni suo datore di lavoro è un santo al momento dell’assunzione, pochi giorni dopo se il titolare e un maschio diventa uno stronzo, se è una donna diventa una tr..a. Patrizia ha mooolto tempo libero! forse non è bello stare rinchiusi in una stanza, soli ad aspettare il proprio turno.

Ospedali in ogni luogo del mondo per i molteplici ricoveri di Mario, ma lo stesso il più distante fu a pochi chilometri da casa sua, Esine nel bresciano. A Sharm El-Sheikh potente attacco d’asma e fiato corto per tutta la durata della vacanza e perché no, per Mario anche un poco di mal di pancia per non farsi mancare nulla ed entrambi i disturbi se li riportò in patria. In Romania con Nello preferì far ritorno in Italia e sostare ogni 150 km. in un area di servizio per potersi recare in bagno, nessuna crisi d’asma, in compenso tutto il mal di pancia che non aveva avuto in Egitto.

Nello, abbreviativo vero del suo nome per intero. Bravo ragazzo, idee precise sul ciò che vuole, talmente precise che sembra molto a un dittatore, quel che fa Lui è corretto, giusto e sopratutto indiscutibile. Per i difetti l’elenco è un poco lungo e basti per tutti la sua proverbiale avarizia, del resto potrebbero essere descritti minuziosamente da Attilio, altra vittima in Spagna della sua infinita “bontà”. In realtà Nello in quella occasione non aveva avuto niente a che fare con Attilio, che era ancora Mario, è stato rappresentato (forse un po’ troppo duramente) per similitudine caratteriale.   Mentre il ‘vero Nello’ della storia era una persona tanto disgustosa che Mario l’ha rimosso dalla mente, lasciando spazio solo al suo viso da legionario francese in missione “eroica” di guerra, magari quando si fanno largo a raffiche di mitra sparate a un metro da terra tra i bambini africani che per la paura corrono fuggendo all’impazzata tra le capanne… la sua faccia ricordava questo. Come è stata rimossa dalla mente la sua compagna lasciando spazio nella memoria non al viso di cui il ricordo si ferma al colore dei suoi luoghi e folti capelli neri che lo cingevano, ma alla volgarità di tutto il suo insieme come donna che sembrava fosse tutto fuorché un avvocato.

Sono tutti lì chi con il cuore chi con l’anima, Denise é Dominique di papà bergamasco e mamma sudamericana. A massssimo son sempre piaciute le Sudamericane, fu tra le prime file. L’ultima fidanzata ufficiale di Massimo. Quella di facciata. La  bellissima ragazza che si servì di Mario tramite Massimo, per avere qualche spinello. Da quella volta non si è più rivolta a Giovanni, che non è il suo nome battesimale ma di fatto si chiama Alberto,  il ragazzo che aveva detto a Mario “ma chi cazzo gli aveva fatto arrivare” al suo cospetto, come se tanta avvenenza non gli doveva essere presentata… peccato, ora che Massimo non c’è più gli potrebbe chiedere la mano ma il coronavirus  di questi tempi non stringe la mano a nuessuno… e Lei comunque la rifiuterebbe perché ‘Giovanni’ è un bravo ragazzo e non è momento ancora per Denise di frequentare una persona che lavora come dipendente parastatale con un appartamento di sua proprietà di cui sta pagando le rate del muto per il suo acquisto. Dominique è stata l’ultima fiamma di una torcia appena accesa da Massimo, peccato solo la sua fiamma abbia arso il suo lume in così breve tempo. Sicuramente una bella immagine tra le quattro mura bianche dov’è Massimo avrà certamente fatto uno dei suoi ultimi pensieri.

Clorinda e Astolfo e Concetta, alias Clory e Asto, e Concy,  sono frutto di fantasia solo per i loro rispettivi nomi, è stato solo un ricreare una delle tante storie di ordinarie emozioni senza simpatia per l’ordine. Una delle tante storie in cui Massimo si trovò a dover sostenere pur non cercando un avventura di proposito. Una di quelle storie che hanno fatto piangere delle mogli sorrette dal braccio del marito che invece non piangeva ma sorrideva maligno. Luisa dove sei? Dove sarà stata Luisa che così si chiama per davvero la donna di prime nozze per Mario, un suo ricordo che gli rimbalza addosso, un grosso errore di viaggio, non era scattato il deviatore di scambio del binario che partiva dal bene e arrivava alla stazione dell’amore, troppo lucido in cucina e nel bagno talmente tanto che di certo era proibito fumare in camera da letto anche fosse il proprio compleanno. Troppe regole da rispettare e le regole Mario a vent’anni così come Massimo, preferiva dettarle che subirne ”l’impartitura”, la differenza tra i due fu che Massimo non ebbe mai il coraggio di confessare a se stesso che era pronto ad assumersi la responsabilità di cento, ma non di una sola persona con cui convivere. Forse sarebbe stato meglio per Lui di sbagliare lo “scambio dei binari” deragliare a volte vuol dire ritrovare la forza di rialzarsi e sulle ceneri di un vecchio amore, spalancare il cuore a nuove realtà.

Massimo aveva una predilezione per la Mamma, aveva un rispetto che andava oltre ogni più rosea previsione d’amore per la sua mamma. Non aveva che trent’anni e aveva già procurato l’avvio dell’acquisto di una bella villetta a schiera in una zona tranquilla e verdeggiante nelle vicinanze di Bergamo per la sua mamma che al funerale non venne, le sue condizioni cagionevoli di salute non gli avrebbero permesso di uscire viva dalla chiesa. Non si inventa oggi l’acqua calda nel dire che una mamma non dovrebbe certo sopravvivere ai figli, e Lei la signora Maria, (che è un nome inventato) non sarebbe sopravvissuta quel 21 di settembre. Ivano è Ivano che è il suo nome di battesimo, il resto delle sue storie narrate sono autentiche come lo è il fatto che sia un grande pittore,  e non solo per la sua grande passione per l’arte in generale, ma è un grande personaggio che si distingue facilmente nel mondo filosofale e intellettuale. Ivano, la “testa di legno” che Massimo usò pensando fosse un disperato dei tanti, mentre Lui fece tutto ciò che fece per amicizia e null’altro. Poi si capirono e rimasero e furono veri amici di rispetto.

Serena era quella gran gnocca di Serena, la soubrette che adesso è meno “gnocca” ma le tette non le si sono sgonfiate, la sua manager bionda era ancora più bella e intrigante, il Benvenuto era e ancora certamente sarà il proprietario del famoso locale bergamasco. Luca Scaramello si chiama Luca per davvero e Scaramello che è il nomignolo che gli era stato affibbiato dall’allegra combriccola di “piccoli mascalzoni”, ed era il suo abituale secondo nome. Molto probabilmente il nomigliolo Scaramello era legato al suo modo esagerato di vivere la vita come tutto gli fosse dovuto per la sua avvenenza ma in realtà quella serviva solo per avere belle donne che se ne andavano dopo una scopata perché con un bambino viziato nessuna ama stare se non per soldi, e Luca di soldi ne aveva tanti ma nella sua bacata è malata fantasia.

Otto amici quel giorno. Panna, Milena, Laura, Massimo, Scaramello, Mario, Giorgio e Bigio. Otto, ma in realtà erano sette, Susanna, Simonetta,Teresa, Massimo, Luca, Corrado e Mario… che non è Mario nemmeno in questa parte di racconto “verità”.   Il racconto e in tutti sensi vero, solamente addolcito nella parte del terrore di trovarsi al largo della costa in balia di una tempesta che a giudicarla come un terremoto fu di forza sei/sette, ed è anche variato il nome di chi in realtà, dopo lo scampato pericolo, una volta giunti a riva, nella rada del porto a motoscafo attraccato, voleva affondarla a picconate… era Mario. Anche Lui aveva contribuito a firmare cambiali per l’acquisto del fuoribordo per l’esatto terzo della somma complessiva e aveva preso uno spavento tanto grande per sé e ancor più per Panna sua compagna, e il resto della combriccola, che se non fosse stato fermato da Massimo, avrebbe voluto almeno smorzare il dolore di quell’orribile giornata di mare affondando a picconate l’innocente imbarcazione.

Danilo il garbato e gentile Danilo che altro vezzeggiativo per il suo nome non v’è, bisognerebbe si chiamasse “ filosofo fannullone scroccone approfittatore” ma non c’è un nomignolo che suoni bene adatto a raggruppare tutto quanto, e si chiama direttamente come mamma e papà gli diedero quel giorno di una cinquantina d’anni prima.  Danilo che diresse se così si può dire, il ristorante di Formentera, dove Ale che potrebbe chiamarsi Alessandra piuttosto che Alessia o Alice e altro, aveva finanziato il tutto con i soldi di Giò che potrebbe chiamarsi in realtà Giovanni, GiovanBattista, Giorgio o GiovanMaria. Il beneficiario era Massimo che aveva assunto il ruolo di pianificare una perdita sicura in un suo tornaconto. Ma come al solito le cose non andarono così. Danilo andò a gestire il locale di ristorazione in Spagna con una Mini Cooper decappottabile del povero Giò, si ruppe e allora in un viaggio di ritorno in Italia tornò in Spagna con una Bentley nera sempre di proprietà di Giò, con a bordo due splendidi cagnolini  una di loro partoriente.  Danilo stette in quel posto, bevve champagne e mangiò carne di prima scelta e si divertì con tutto quello che di extra ci potesse essere oltre il sole di Spagna e il suo mare. A Giò rimasero le corna, che alla fine non furono tali perché tra Lui e la sua donna esisteva un tacito accordo di ordinaria libertà reciproca, ma ad approfittarne di tale “contratto” fu solo Ale e Giò si accollò debiti vecchi, presenti e futuri.  Per Massimo tanto per non cambiare furono solo scopate e pochi spiccioli grattati via dallo sperpero di Ale e Danilo.

Tre mesi sono passati dalla dipartita del buon Massimo, meno di un mese e si era di nuovo a Natale con abeti da addobbare e presepi da allestire. Massimo era ancora in attesa davanti a un grande cancello ovattato di luce, che lo si facesse passare oltre la soglia di una pace infinita. I ghiacciai si sciolsero e ancora si sciolgono grazie all’opera d’inquinamento indiscriminato dell’uomo, così come i polmoni verdi della terra falcidiate da selvaggia deforestazione. E se si fosse in una difficile situazione in cui il serpente insinua continuamente il calcagno del mondo, figuriamoci dopo che un male insidioso e malefico come un virus, non potesse ulteriormente invalidare lo stato dell’attuale situazione di quel maledetto Gennaio di dopo Natale.

CoronaVirus, o covid19 perché di fatto è nato e “sfuggito” nei laboratori cinesi prima della fine del 2019. CoronaV, la terza guerra mondiale e si allarga paurosamente a macchia d’olio in tutto il globo. Un milione di ipotesi al riguardo, accuse con il dito puntato verso tutti, burocrazia del nostro Stato a livelli allucinanti ma incredibilmente veri che hanno e ancora stanno ostacolando il modo per aiutare la gente che nel tanto soccombe e qualcuno assale per protesta a calci e pugni, le vetrate delle banche e delle agenzie delle tasse senza sistema di ordine per fare i nomi distintamente perché facenti parte di un sistema burocraticamente malato e corrotto. Milioni di dita puntate contro un qualche responsabile e il caos regna sovrano nelle case dove si è costretti in “quarantena” agli arresti domiciliari… senza lavoro, che già non c’era prima, senza soldi, senza pane, senza speranza. Milioni di voci che dicono la ‘loro’ in mezzo a un mare di menzogne e ignobili governati di ogni Paese.

Fra tutte queste voci la  più accreditata per merito acquisito è senz’altro quella di Luc Montagnier, premio Nobel della medicina nel campo della virologia ad aver scoperto per primo al mondo, l’esistenza del HIV che si trasmetteva corporalmente al contrario di questa nuova “bella invenzione” il Cv19 (con la complicità di tutti gli emeriti cialtroni del mondo che hanno partecipato alla sua diffusione ) che si assume per vie orali… preservativi per “sala giochi” prima e mascherine per il ‘buco’ della bocca dopo, alla fine non è cambiato nulla sempre di pandemie si tratta. Questo egregio signore sostiene che la Natura si riprenderà al più presto i suoi spazi, non permettendo a nessun virus creato in laboratorio di attecchire senza il suo ‘consenso’ in quanto non compatibile con elementi naturali… quindi, questo virus, destinato è a vita breve.

Le parole più accreditate per merito… e molti invece puntano il dito sui pipistrelli che avrebbero infettato i milioni di animali esotici in parte importati dall’Africa e in parte allevati in cattività per essere poi macellati sotto gli occhi degli acquirenti nei mercati all’aperto cinesi, a partire da quello di dove si è sviluppato il diavolo maledetto, a Whuan… ovviamente con l’aggiunta di uno sterminio senza fine di cani e gatti che sono abitudini alimentari comuni nei paesi cinesi e asiatici. Quindi per queste molte persone Luc Montagnier è solo un volgare mistificatore che per scoprire il virus dell’HIV, ha infettato per primo milioni di persone. E la lista del “dito puntato” è lunghissima, e si conclude con l’inquinamento perpetrato da ogni singola persona vivente anche solo quando pigia il bottone della cassetta del water o accende il motore della sua auto.

Le uniche parole sensate ascoltate, sono state pronunciate da Papa Francesco nella piazza deserta di San Pietro a Roma. Parole Sante di conforto che si associano al ‘passaggio’ della parte di racconto dove nulla può importare a nessuno di noi ciò che ha fatto Gesù. Parole che convergono all’unisono dirette al cuore della gente, parole di fiducia e speranza, come quelle che ancora una volta abbiamo  ‘disturbato’ la Natura, che verrà comunque in nostro soccorso, senza distinzioni per nessuno e nessun privilegio per credenti o non credenti perché Dio. ama tutti, sopratutto chi non crede. Liberaci o Signore da tutti i mali, porta in Cielo tutte le Anime, sopratutto le più bisognose della Tua Misericordia.

Francesco lo scienziato strampalato, è sempre Francesco ha fatto tutto quanto è stato scritto e ora si cura per un cancro al colon. Chissà se riprenderà i suoi esperimenti medicamentosi e ancor prima umanitari. Chissà che rapporto avrà ora con Dio., adesso che lo sta osservando nel suo dolore terreno, adesso che gli parla con gli occhi che supplicano clemenza per la sua bimba affetta di cancro al cervello e di sua moglie il cancro al seno. Mario lo risentì dopo molti giorni dalla loro ultima telefonata dove Francesco disse prima di riattaccare che avrebbe telefonato il giorno dopo, e nel parlare del più e del meno, Mario gli fece sfacciatamente una domanda… ma se tu dici di conoscere molte cure sopratutto contro il cancro, perché tutta la tua famiglia ne è affetta? Semplice rispose, tra le altre cose ho pronto anche la cura efficace per debellare questo maledetto morbo che ci sta decimando, e a certe “grandi industrie farmaceutiche” la cosa da molto fastidio, allora è sicuro che vogliano eliminarmi… qualcuno ci ha deliberatamente contaminati, ma con le mie cure siamo riusciti tutti a rimanerne fuori e siamo sopravvissuti, anzi caro Mario, a questo proposito approfitto per dirti ora, adesso in questo momento che si è al telefono, che semmai mi dovresti trovare sul necrologio di un giornale, sappi fin d’ora che non sarei deceduto di morte naturale, bensì mi avrebbero assassinato.

Qualche secondo di pausa e Mario non sapendo cosa aggiungere, quasi per stemperare la tensione telepatica che si era creata disse all’amico… dai, dai, stai esagerando! e comunque adesso il Nobel Luc Montagnier assicura che il covid19  a breve termine così come è venuto scomparirà essendo un virus prodotto in laboratorio e non organico. La Natura lo sta di già rigettando dice il Nobel che ha scoperto per primo l’HIV… Francesco non fece nemmeno terminare la frase che sbottò replicando, quello è un buffone, ha “incancrenito” mezzo mondo per curare se stesso dall’HIV, sfido che sia stato il primo a scoprirlo… è stato il primo a infettare mezzo mondo. Altra volta che Mario si trovava senza parole, dall’alto della sua molta intelligenza ma poca istruzione di cultura in genere, non seppe più cosa rispondere… Bene Francesco e quanto costa la tua cura? È circa di un ettogrammo di peso ed è di sostanza farinosa che si deve distribuire a dosi di un cucchiaino diluito in un bicchiere di acqua ogni giorno per due mesi e costa 750€… haa! Ora capisco perché dici che ti vogliono “eliminare”! rispose Mario, e i due si salutarono affettuosamente dandosi appuntamento magari ancora dopo qualche anno come quelli trascorsi dall’ultima volta che si erano sentiti. Mario, ancora imbarazzato per le confidenze di Francesco e prima ancora sgomento per le affermazioni che aveva fatto sul famoso virologo Nobel, spera e prega che intervengano ancora quei due Angeli che hanno temporaneamente rifiutato il Paradiso a Francesco, perché dovesse ‘servire’ agli uomini qui sulla terra. Poi in automatico il pensiero di Mario per associazione di idee, va al suo amico Plus, un sarto cinese che opera nel settore della sartoria proprio accanto al suo paese… È un bravo ragazzo Plus, con moglie e figlio, rammenda e cuce qualunque cosa con una maestria impeccabile e a prezzi davvero abbordabili.

Mario ha fatto amicizia con il sarto Cinese. Si chiama Plus, tradotto in italiano scritto direttamente dal mio amico. Plus non capisce ancora bene l’italiano e lo parla con il classico, io molto piacele lavolale pel Te.

Però capisce che una giacca larga e lunga di maniche, non può essere accorciata dalla fine delle stesse, perché ci sono i bottoni, tre per le giacche casual, quattro per quelle signorili e cinque per le giacche “importanti”. Non potele taliare botoni, tocco qua, su spalla… e la mia sahariana in jeans di quattro bottoni, era bel è pronta su misura per gli otto, nove kl. che si era perso perso , camminando, lavorando, scrivendo, vivendo, amando.
Plus, aveva già affascinato Mario molto tempo fa.

Un anno prima gli diede dei calzoncini bermuda per un intervento al ‘cavallo’, perché la cinta non poteva in alcun modo essere rimossa essendo elasticizzata in modo irripetibile con strumenti sartoriali. Plus gli accorciò il cavallo quel tanto che potesse fare, ma il suo stupore più grande fu quello che innescò loro amicizia… Plus gli disse che le bermuda gli piacevano moltissimo ed erano fichissime. Mario si stupì molto, e apprezzò il fatto che fece un complimento per un prodotto che dai disegni e colori proveniva dal Mexico. Plus non chiude mai, se non nelle feste comandate. In un anno ha chiuso i battenti tre giorni per accompagnare sulla riviera ligure il figlio bellissimo per un intervento delicatissimo alla spalla che gli impediva corretti movimenti, e tre settimane per tornare in Cina a salutare i suoi parenti, onorare i defunti di quel l’anno e festeggiare in ritardo matrimoni e compleanni. 76 giorni al l’anno per Plus di riposo e 289 di lavoro, ogni giorno per almeno 10 ore di lavoro al giorno.

Mario desiderò conoscere meglio un uomo che viene dalla Cina e lavora benissimo per tante ore al giorno e non disdegna nelle poche ore di libertà di andare sui monti bergamaschi per ritemprarsi con la sua famiglia al seguito. Mario desidera conoscere qualsiasi uomo che abbia qualcosa da insegnargli perché ha molto da imparare da chiunque gli sia d’esempio per correttezza  e rettitudine e oggi impara da Plus, che anche provenga da un popolo di culture arcaiche quanto scientificamente avanzato che solo adesso dopo aver provocato la pestilenza ha proclamato che cani e gatti sono animali domestici, certamente non lo assocerà a chi del suo paese non merita stima. Mario dice che non si deve mai fare di tutta un erba un sol fascio, il maggengo non va associato all’erba gramigna e  appena gli sarà consentito rivedere l’amico, porterà i calzoni nuovi che hanno bisogno dell’orlo ritoccato, e gli farà sapere con un abbraccio che tra di loro non è cambiato nulla. Massimo non la pensava in questo modo purtroppo, tanto per rimanere in tema di uno stile di vita disordinato quale Mario oramai per fortuna aveva un sol piede dentro, conobbe dei cinesi a Milano che non erano sarti, cucivano si… la bocca a quelli che non pagavano regolarmente il prestito a usura che erogavano a chiunque ne facesse richiesta… a Massimo non erano simpatici i cinesi… un altro modo di vedere le cose.

 

Sei lune piene sono trascorse da quando Massimo è partito per l’ultimo viaggio, si è evitato il Cv19 o come cavolo l’anno denominato ‘sto’ merda di virus che per buona sorte, inizia a dare qualche segnale di cedimento e siccome non è di certo grazie alla negligenza degli abitanti della terra, che perlopiù sono incoscientemente indisciplinati, di nuovo giungono spontanee le parole di Papa Francesco che interpretate dal personalissimo pensiero di Mario, in pratica dicono che è inutile puntare il dito contro qualcosa o qualcuno per questo disastro ambientale perché per far questo bisognerebbe prima pensare singolarmente ad ognuno di noi… da quanto si pigia il tasto del water e fa scorrere l’acqua che si porta con sé disinfettanti e carta sintetica o semplicemente quando si gira la chiave dell’accensione dell’auto.

Gli strozzini senza nome, che è inutile nominare singolarmente perché avranno sempre volti e voci nuove, invece non intendono demordere e rompono le palle ai poveri malcapitati, ma anche per loro non è che una questione di tempo perché a ognuno venga presentato il conto… e più avranno infierito su degli agnelli indifesi, più verrà infierito su di loro l’indifferenza di non considerarli esseri degni di dignità e carità. Ora è momento di pensieri profondi, la resa dei conti dove si tirano le somme della vita vissuta, e la gente sul sagrato della chiesa piange per Massimo.

Sei mesi nel “dopo Massimo”, ed è solo il momento di fare la conta dei morti per coronaV nel mentre Mario nel commemorare il caro Amico, aveva negli occhi la drammatica situazione in cui tutto il globo si ritrova, e non bastasse,  in aggiunta il tristissimo fatto di vivere in Italia, precisamente in Lombardia, la regione più colpita dal terribile Virus, precisamente  Bergamo con l’ancor più Triste e desolante primato di aver superato per numero di morti lo stesso Wuhan da dove in Cina si è sviluppato il maledetto virus, o almeno così ci è stato dato d’intendere considerata la scarsissima trasparenza di quel paese comunista… che fosse fascista non cambierebbe niente… solo una “questione dittatoriale” differente.

Gli eroi del momento non sono più i vigili del fuoco, che peraltro fanno semplicemente il loro dovere e rischiano di entrare nel fuoco vivo di un incendio con la stessa caparbietà e coraggio di un muratore che lavora su un impalcatura alta trenta o più metri da terra, i veri eroi adesso sono di pieno diritto i medici, gli infermieri e personale addetto, non ultimi i volontari, e ognuno di loro sfida quotidianamente la morte nel portare soccorso agli ammalati infetti da covid19… che il solo scriverlo disturba ma è necessario per dare un nome a un diavolo… perché i diavoli hanno mille nomi, così come gli Angeli pur essendo su due sponde del fiume opposte.

Mario sfoglia il giornale e fa la conta dei morti e fra le centinaia di immagini che ritraggono ogni giorno,  vede il signor Felice che si chiama Felice e Kate, Caterina sua moglie, non cucineranno più per Lui e Panna favolosi manicaretti caserecci nel loro agriturismo. Non vedrà più Marco, l’infermiere che lo soccorse e lo consolò per un incidente motociclistico di Mario, non vedrà più il signor Giovanni quel simpatico signore attempato che periodicamente “bloccava” per ore il Mario chiedendo informazioni per poter continuare e finalmente finire il libro che aveva iniziato a scrivere trenta e più anni prima. Il libro commemorava la memoria del fratello eroe che a tredici anni era al lago e vide in difficoltà una famiglia composta da mamma e due figli che annaspavano trascinati dalla corrente troppo impetuosa del fiume nel quale incautamente erano entrati per fare il bagno. Il caro fratello si tuffò ed eroicamente trasse in salvo i due figli maschi, ma la madre gli si aggrappò troppo forte al collo, trascinandolo con Lei sul fondo. Quasi quarant’anni per scrivere un libro… quasi quarant’anni per tenere viva la memoria del fratello eroe.

Mario non vedrà e non parlerà più in video conferenza Don Francesco che è morto in Africa il giorno di Pasqua, e non parlerà mai più con Felice che abitava all’inizio del bosco e nemmeno parlerà ancora con la signora Angela mamma di Pier, non andrà più al ricovero per trovare la zia che a 102 anni nemmeno era più in grado di riconoscerlo quando le faceva visita, e poi ancora non vedrà più la mamma di… e il papà di… Mario non vedrà più parecchia gente, parecchi parenti, amici e conoscenti. Sperava comunque di rivedere almeno Luisa e Manilia, le due sorelle con il loro nome battesimale che erano state ricoverate d’urgenza all’ospedale per essere poste in sala di rianimazione. Mario non parlerà più con Massimo, che non fu colpito dal coronaV che è arrivato dopo che Lui se n’era andato… non parlerà più con Massimo… o forse lo vedrà e gli parlerà ancora nei sogni e di certo lo rivedrà senza parole che non saranno più necessarie dopo che tutti e due avranno attraversato quel grande bianco ovattato cancello piantonato da due Angeli.

Adesso è come sentire il rimbombare di un elicottero di soccorso che sorvola sopra il tetto, e di fatto non lo vedi. Senti solo vibrare le mura di casa e con la fantasia che ti avvince l’animo in quei momenti, avere timore che possa caderti addosso invece che prestare soccorso. È come essere impotenti davanti a un semplice ‘rumore’ e si aspetta solo che passi. Il Coronavirus è così e non rimane che un ‘mea culpa’ per avere questa bella macchina inventata e a disposizione dell’uomo, non resta altro la speranza che non cada… sul tetto di casa tua…  e un uomo che rimase solo per la perdita della sua amata scrisse…

Sei un bosco di pensieri nella mia mente che il sole non fa passare
Sei un fiume di parole che l’attraversa,
Sei l’aria che tutt’intorno respiro.

Eri mia e lo sarai per sempre, ero tuo e lo sarò fino alla fine del mondo, amore mio.
Ora la tua luce non passa tra le fronde e io non vedo più il colore dei tuoi occhi
Sei l’aria che tutt’intorno respiro, eri mia e ti ho perso tra i rovi spinosi della vita dove adesso ti sei rifugiata.

Abbiamo colto fragole nel giardino sbagliato, mai frutto molto dolce è ancora amaro come il sapere che non troverò il tuo sorriso tra le lenzuola di questa casa ormai vuota anche del tuo profumo.

Forse un giorno mi perdonerai e sarò qui ad aspettarti e il bosco dei miei pensieri, tornerà a risplendere nel cuore, avrò un fiume di parole da dire al mondo che m’ascolta perché… sei l’aria che tutt’intorno respiro.
Sei l’amore che non ho mai conosciuto, l’amore che trasforma tutto in una magica follia che ti fa vedere le stelle brillare come non s’erano mai viste…
Anche non tornassi più a rivedere la luce, Tu eri e Tu Sei.

Forse molte nazioni non hanno ancora capito la gravità della situazione, o l’hanno capita ma per loro va bene così, anche perché a rimetterci sono quasi sempre e solo la povera gente, con la straordinaria eccezione di qualche personaggio di “spicco” nel mondo dell’economia mondiale o della moda o dello spettacolo piuttosto che della politica che accidentalmente è incorso nel virus e richiama più di chiunque altro l’attenzione dell’opinione pubblica facendo parlare di se tutto il mondo… come se una persona “valesse” più di un altra, in pratica il rapporto è “povera gente”  ‘1000’ morti, gente “famosa” ‘1’… la solita tiritera di sempre che si presenta in caso di catastrofi ambientali e virali come in questo frangente. Beati gli ultimi, che certamente saranno i primi agli occhi di Dio. Per i sopravvissuti più fortunati, la “pancetta degli uomini aumenta e i fianchi delle donne si allargano e la vita prosegue.

 

 

Mario é stato un grande amico e ammiratore di Massimo.  Vicende della vita che non si fermano nel tempo in cui vengono vissute e vanno oltre. Ogni uomo ha il suo cammino da fare sulla terra, e Mario nel suo,  non ha memoria di aver incontrato nessuno che avesse il carisma di Massimo che era tinto di un arcobaleno sgargiante come gli stessi colori di Annibale… il Mario.   E Massimo quell’amico di tutti e sopratutto di tutte, quell’animo buono e gentile travestito da alieno dei nostri tempi, era ed è ancora Massimo. Mi manchi, ci manchi, da quel giorno infausto che ci hai lasciato. Grazie per tutto ciò che hai rappresentato per me, adesso è oltre, ti vorrò bene per sempre Massimo. Ciao.

 

 

Adesso la vita rallenta

Adesso la vita rallenta. I suoi ritmi vengono stemperati da esigenze di prima necessità, e la vita rallenta. Si ha più tempo per riflettere e perciò prevale su tutto il sostentamento, primo ‘accessorio’ per la salute corporea. A seguire quella della coscienza prima, e con il senno di poi, all’anima. Per necessità virtù, nei paesi per così dire ‘sviluppati’ bisogna si pensi necessariamente anche a luce, gas e acqua che ogni due mesi presentano inesorabilmente il conto.  Per questa emergenza umanitaria si doveva contare sull’aiuto economico della nostra comunità Europea, che ‘non ci ha lasciato a piedi, non siamo stati scaricati’, ma non s’è vista nemmeno l’unità che ci saremmo aspettati, solo parole, fatti e soldi un altra volta… forse.  Ferro e ceramica son saltati per l’industria italiana, surclassati da alcuni paesi come Russia e Cina, non hanno ancora osservato la restrizione di stare tutti in casa.  Quattro miliardi su sette della popolazione mondiale rispetta le norme. Le regole giustamente imposte, e “qualcuno le evade” come quei paesi che continuano a produrre a discapito dei loro lavoratori e di chi possano a loro volta infettare.  Non siamo stati scaricati, siamo ignorati e l’Italia al proposito si è pronunciata rispondendo che Noi italiani, abbiamo il settanta per cento della cultura mondiale, se non bastasse il restante trenta per cento lo deteniamo da sempre per le nostre offerte vacanziere sulle splendide rive dei nostri mari e dei nostri laghi, sulle cime dei nostri monti e verdeggianti pianure attraversate da fiumi, gli avidi irresponsabili si tengano ferro e ceramica. C’è la faremo tutti, anche chi ora non vuol capire. Capirà. Non era così un tempo, ma purtroppo c’è ne rendiamo conto solo ora, ma come diceva quel maestro alla Rai negli anni “60”, ‘non è mai troppo tardi per imparare’.

In questo frammento di disumana verità, il corpo sta fermo e la mente spazia libera nell’aria veloce come il vento, leggera come una piuma, e irrorata da dolci emozioni si libra serena in un futuro incerto. La guida è quella dello spirito e rimarrà per sempre per scongiurare che nessuno mai nasca per il solo morire. Vivo perché respiro e penso, sospiro, e mi dileguo nei meandri dei sogni più luminosi di una fantasiosa realtà che affascina l’anima che mi sarà d’importante sostegno. Volo, e sogno per creare la quiete di un sogno pulito. Voliamo per dare colore ai sogni, voliamo liberi nell’aria che non è solo nostra e perciò si accompagna a un mischiarsi di cose brutte e belle sottili come lei, tanto sottili da essere invisibili ed insieme le arrivano al cuore per ferirlo o per guarirlo. Fu il mercoledì delle ‘ceneri’ che nessun Cristiano poté recarsi in chiesa per ricevere dal sacerdote le ceneri sul capo ricordandoti che polvere eravamo e polvere diventeremo, Pasqua, dopo quaranta giorni dall’inizio pandemico, oggi i più fortunati hanno pranzato all’aperto nel loro giardino a debita distanza uno dall’altra, i più sfortunati invece non hanno mangiato per niente come molti altri giorni della loro esistenza.  Oggi dodici Aprile è ancora una volta Pasqua e la fervida speranza è che non risorga solo Cristo ma tutti insieme dalle ceneri di questa terribile pestilenza. Stiamo già risorgendo, nessuno ricorda di aver ricevuto tanti auguri da amici e parenti per questo lieto giorno. Oggi è Pasqua.