Uno. Oggi sono contento C.2 P. 712 17 10 18

UNO.

Oggi sono contento…

Sono di tanto contento detto alla Fiorentina. Sö contêt, a dirla alla Bergamasca che poi ogni mondo è paese. Son contento in Italiano e felice in tutte le lingue del Mondo.

Non è facile essere contenti. Bisogna sudarsela. È un farsi largo tra le preoccupazioni quotidiane. Essere contenti capita di rado. Per i più fortunati si è contenti e felici un tre giorni al mese. Essere contenti e felici significa raggiungere uno stato mentale di assoluta quiete interiore. L’eccezione conferma la regola del possibile anche se raro. Qualche eletto si bea di molti più giorni che di tre nel l’arco di una trentina. Anime elette, anime nobili… perlopiù i poveri. Loro sono persone che dividono ventiquattro ore tra lavoro o che di altra occupazione si tratti, casa, dormire e per qualcuno pregare, per altri sperare che è la stessa cosa.

Quantificare il tempo e come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantifico che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica. Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza tempo… il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatica al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

Andiam per foto, andiam per fotogrammi di ricordi, ma la realtà ci sfugge tra le dita delle mani. È lui il padrone di noi, l’incessante onnipresente tempo. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode al l’imbrunir della sera che incalza ammorbando i rumori, così che divengano momenti di quiete.

Il dolce timido suono delle campane che aiuta a sopravvivere avvolgendoti in una coperta di speranza. Sopravvivere anche al prezzo di fare quello che non si dovrebbe fare, che pesa sullo stomaco come un macigno di pietra dura per chiunque sia costretto a non seguire le regole. Che poi nessuno è costretto. È il disegno della vita che ci è stata assegnata.  Nessuno è più cattivo di un altro, è solo il posto assegnato e di dove ci si  ritrova a recitare il ruolo della vita.

Allora, forse è per colpa di quel macigno che i giorni di felicità sian tre su trenta. E quel masso da portare non pesa sullo stomaco solo di chi non segue le regole, fa sentire il suo enorme peso anche a chi ha la responsabilità di dare lavoro alla gente, di chi non arriva alla fine del mese.

Tre giorni di quiete in cui son contento. Tre giorni in ordine sparso mai uguale al mese precedente. Meglio non conoscere il futuro. Sarebbe bello ma forse è ancor meglio che ogni giorno ognuno porti la croce o si prenda le sue incombenze quotidiane che dir si voglia. È il sistema migliore per arrivare a evadere la mente. Avessimo la totale contentezza e felicità ogni giorno, a lungo andare finiremmo per disconoscerla. La felicità si raggiunge con sacrificio e sofferenza, che portano l’essere vivente a raggiungere il meglio del suo stato d’animo. La felicità va conquistata non a suon di spada, ma a suon d’Amore per poter dire ogni giorno… sono contento.

Tccè giônni al mese, ammia, m’abbastano p’sse contentū e feliscē… e oggi sono contento perché io e mia moglie, abbiamo fatto al l’Amore

Come il tempo io resto.
Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo guardo nel vento e sul prato che pesto.
Lo vivo sputando e caparbio imprecando.
Lo passo sul fuoco che non si è mai spento.
Lo meno in avanti con quello ho fatto.
Lo immagino ancora con quello che vivo.
Lo stringo sul cuore che ancora mi porta.
Non ho più paura per la sera o la fine,
di quella che resta, di quella che viene.
Di quello che ancora mi continua a stupire.
L’ amore che Lei mi prepara contenta.
Lo vivo così, lo leggo sul volto.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo vedo negli occhi dell’ amore che ho,
come il campo che pesto, come le ore che sono.
Amore dovuto, motivo per restare.
Il tempo lo sai, non ci può più lasciare.
Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora.
Col tempo io resto.
Col tempo io sono.
Contento di noi.
Felici del dono.

Come il tempo, io resto!

Otto amici in balia delle onde del mare… C.9 P.1675 30 09 2018

QUATTRO AMICI AL BAR… in questo racconto gli amici abbondano, sono il doppio, sono otto amici. Amici che si incontrano per l’aperitivo di un venerdì sera qualsiasi.  In uno dei tavoli del bar, Max e Luca seduti comodamente, sorseggiano il loro drink mangiucchiando olive e patatine. Di li a poco nel bar entra Guido con Carla e insieme si riuniscono allo stesso tavolo per raccontare e chiacchierare con Massimo detto Max e Luca detto “Scaramello” per pochi intimi.   Al che i quattro accorgendosi della loro presenza salutarono anche Milena alias Milly  e Giorgio che conversano allegramente tra loro poco più in là con altri due amici, il Bigio e la Laura, altri amicizie comuni. È un attimo che si ritrovarono stretti uno al l’altra in un tavolo allargato alla bisogna.

I soliti discorsi, perlopiù di circostanza e gli otto rumoreggiano con voce sempre più roca, bicchiere dopo bicchiere. È di venerdì, Max appoggiato da Scaramello, alla terza birra media, propone agli stanti una gita al mare per il fine settimana, fuori dalla città di dove si trovavano sino a Cecina mare.  Sono tutti già la con il pensiero, trasportati da fumi alcolici nel l’immaginario del giorno che ha da venire. Gli otto amici bevono e sorridono prospettando una nottata di vomito o di pace o d’amore, e così fu, vomito e pace quel sabato seguente, per l’amore bisognava riandare ad un altra volta, in quelle condizioni era impossibile collegare il pisello con il cervello… quel sabato sera servì solo per fare pipì.

Ma vien pure di domenica, e il mattino si partì da Cecina diretti al l’isola d’Elba.  Max propose di imbarcarsi su quel motoscafo lungo che non finiva mai, con due potenti motori e uno piccolo ausiliario in caso di panne che li avrebbero trasportati da un bel luogo di mare ad un altro posto bello uguale, in totale sicurezza.  Una gita al quale il sabato tutti alzarono i calici in segno di adesione per quella  inconsueta avventura.  Bagagli e sorrisi negli zaini che si apersero dallo zaino nel viaggio di andata. Un mare piatto, paludoso, caldo, e il motoscafo vi sfrecciava veloce tagliando l’acqua senza sollevarla quel più di tanto d’uno zampillo. Tutto attorno un paesaggio che sulla terra si poteva definire una pozza immensa di un lago di montagna, che invece che terra ma sullo spazio, si poteva definire un paesaggio lunare…  Furono brindisi tra chi beveva inneggiando alla buona sorte e chi festeggiava sonnecchiando beatamente. Ed erano per tutti sorrisi a zaino aperto, anche per chi sonnecchiava con una dolce smorfia di benessere sulle labbra disturbati dai raggi del sole. Un bel viaggio. A tratti noioso, ma dopo quasi tre ore, i magnifici otto giunsero alla agognata meta.

Al l’attracco, Guido scende per primo e aiuta la Carla, la Milly e la Laura,  con loro si avvia su di un viale tra i bassi pini marini dove al fondo si scorgeva un qualcosa che ricordava un bar. Alle spalle arrivano anche gli inseparabili Max e Scaramello, amici per la pelle ma di qualcun altro seguiti dal Bigio e il Giorgio che discutono animatamente sulla partita di calcio di quella domenica… quanto di peggio non si poteva fare per ammazzare lo spirito di quel luogo incantato… ma poi per grazia o per fortuna, si ripresero, rinsavirono, vinse la natura, come sempre e insieme si calarono nel ruolo degli avventurosi marinai d’altri tempi, dividendo le loro emozioni con gli altri del gruppo.

Giulio scese per primo dallo scafo e fu anche chi sonnecchiò di più nella traversata in tappeto volante…  Giulio fu il primo ad entrare nel bar e rivolgendosi al barista,  chiese in uno stentatissimo francese di potere avere un “cafè ôlé”, un cappuccino, al che, le grasse risate dei sette alle sue spalle che in coro gli dissero che l’isola d’Elba è in Italia non in Francia. Guido pensava che da Cecina si fosse sbarcato in Corsica… aveva dormito troppo. Una lunga passeggiata dei compagni di viaggio alla scoperta di una fetta d’isola che perlopiù erano rovi, pini e sguardi infiniti verso il mare… che guardandolo in quei momenti non sembrava fosse piatto ma increspato da brezza inconsueta.

La camminata fu lunga e un poco estenuante, niente di meglio per un buon appetito e voglia di un bicchiere di vino, così che la combriccola decise di pranzare in una locanda del luogo. Dopo una mezz’ora di brindisi e antipasti,  i discorsi tra gli “8” amici si fecero caldi. Le donne annuivano soltanto sui discorsi in generale e parlottavano tra loro scoppiando in grasse risate di tanto in tanto per chissà quale misterioso motivo. Gli uomini si erano accalorati nel progettare nuove uscite in barca per il futuro. Guido per far ridere tutti propose una traversata futura in Corsica, e nonostante tutti ridessero a crepapelle, sosteneva con vigore di volerlo fare. E poi Max che diceva questo e Bigio quest’altro, mentre Luca proponeva  Malta che dista 1000 miglia almeno da dove si trovavano e Giorgio che sbottava dandogli del pazzo. Si fece l’ora buona per tornare e ancora ripercorrendo quel viale si discuteva di dove sarebbe stata la loro prossima gita in motoscafo. Intanto il tempo s’era guastato e il sole sparito, adesso il mare non era più increspato ma un pochino arrabbiato.

 

 

Ripartenza degli intrepidi natanti per quel di Cecina e infervorati da progetti di viaggi e vino, risalirono a bordo per il rientro. Raggiunto l’alto mare al l’orizzonte uno scuro che sembrava un lenzuolo di seta nero tirato sugli occhi, onde sempre più alte e minacciose, iniziarono a sollevarsi davanti allo scafo, e Max che lo pilotava cercava di prenderle di petto con la prua della barca per fendere la loro consistenza. Dopo un ora di viaggio il mare non era più arrabbiato ma incazzato forte. Le onde a volte superavano i quattro-cinque metri d’altezza e gremivano l’imbarcazione con una violenza inaudita.  Qualcuno era già stato preso dalla paura ed era entrato nella modalità  panico. Bigio si mise a prua e in piedi arrancato con una mano al parapetto,  gridava a squarciagola al vento come un indomito marinaio dei gelidi e impetuosi mari del nord, come a dire che si sfidava il tempo inclemente senza averne nulla da temere. Con l’altra mano stringeva forte la destra alla sua Laura cercando forse di scongiurare la paura e fingere celata calma e indifferenza per infonderle coraggio.

Il motoscafo avanzava a fatica tra schiuma e sobbalzi tanto violenti da sollevarlo per aria come fosse un guscio di noce in una vasca da bagno con l’acqua agitata con vigore da mani forti.  Ad ogni onda Milly seduta a prua si sollevava di sotto il sedere rimanendo anch’essa aggrappata con le mani al parapetto posto sui lati, finché gridando di paura disse a tutti che gli era venuto il ciclo in anticipo, e purtroppo per lei i pantaloni bianchi lo testimoniavano. Laura e Guido erano sottocoperta del semi cabinato che con occhi sgranati nel nulla guardavano fuori dagli oblò, forse pregavano che tutto finisse. Giorgio e scaramello si misero di fianco a Max che impugnava il timone stringendogli le dita addosso. Scaramello indicando la costa che si intravedeva tra schizzi e lampi in lontananza, pregava Max insistentemente perché vi si attraccasse in un punto qualsiasi attendendo la furia degli elementi ma Giorgio disse che non era una buona idea anche solo avvicinarsi alla costa, perché le onde li avrebbero sbattuti come uova marce contro gli scogli. Goccioloni di pioggia anticiparono l’incalzante di sferzanti folate di vento e Nettuno sembrava divertito nel rincarare la dose scagliando saette e rumoreggianti tuoni. In un violento sobbalzo si staccò il motore ausiliario che finì negli abissi terrorizzando se più si poteva gli occupanti di quel l’ormai fragile mucchio di legname e metallo. Sembrava non finire mai, ma per fortuna o buona sorte, gli “8” alla fine riuscirono a raggiungere il tranquillo porto di Cecina e quasi in sordina, una volta a terra, gli amici si salutarono con ancora negli occhi il terrore di quella avventura disperata.

Due anni dopo Max e Scaramello finirono di pagare l’ultima cambiale firmata per l’acquisto di quel che rimaneva del motoscafo, che nel frattempo era stato trasportato in un quieto lago al nord per essere rivenduto a prezzo stracciato ad una tranquilla famiglia locale. Del resto il Bigio, imbestialito dalla traversata, lo voleva prendere a picconate una volta arrivato in porto salvo e ma non troppo sano.

Guido e Carla convolarono a matrimonio, e perché già programmato tempo prima, fecero loro malgrado il viaggio di nozze su di una nave che poteva ospitare 3000 passeggeri, senza per questo evitare di svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte alla prima avvisaglia di mare mosso nel golfo del Leone, che non poteva certo mettere in pericolo la navigazione tonnellate di ferro. Due anni dopo quel nubifragio a Bigio e Laura per un impegno inderogabile, dovettero forzatamente andare al casinò di Venezia a bordo di un bus-battello che ve li condusse dopo un quarto di ora di navigazione a destinazione tra i calmi canali della bella città lacustre ma lo stesso i volti di Carla e Guido, erano imbiancati dalla paura del triste ricordo del l’isola d’Elba.

Guido e Carla non andarono più in barca, se d’acqua dolce e tanto meno d’acqua salata, e nemmeno si fecero più il bagno in una vasca, solo docce anche trent’anni dopo quel bel tragico giorno. Otto amici al bar che molti anni dopo, si  ritrovandosi parlavano stringendo una caraffa di birra tra le mani di quel che si sarebbe potuto fare la domenica che aveva da venire. Chi proponeva la visita di un bel parco, chi di andare sui monti a mangiare e bere, chi diceva di fare una gita in bicicletta pedalando sul greto di un fiume e i soliti indomiti temerari, Max e Luca che proponevano audaci, il parco sospeso per adulti. Per il mare rimase e rimane per tutti il solito hotel sulla spiaggia con ombrelloni aperti dai bagnini il mattino, e il bagno in mare si fece e si fa sino al l’acqua salata che cinge la vita di ognuno.

Sorrido e scodinzolo C.22 P.546 29 Luglio 2018

Quando un cane “ fa andare la coda” è contento. Quando un cane  scodinzola felice lo fa solo  per l’unico scopo di compiacere chi riceve il suo affetto…    La coda del cane è la bocca dell’uomo ma quando una persona ride non sempre lo fa per compiacere chi riceve il suo sorriso… molto spesso si ride per “dovere”, a volte si ride per invidia, si ride per rabbia e per fortuna si ride sopratutto per dichiarare uno stato d’animo gioioso… Il cane ride scodinzolando e lo fa con il solo scopo d’amare.  Le persone vivono con la ragione, il cane d’istinto di cui é stato creato, ma gli uomini dotati di intelligenza debbono necessariamente spingersi oltre nel cercare risposte al l’infinito, e nella spasmodica ricerca, ad ogni domanda segue una naturale conseguente risposta che cambia ogni volta che si crede di avere trovato quella giusta. Studia, osserva e impara che invece di ridere solo per amore il massimo che l’uomo sa ottenere come risposta alle proprie domande è di aver cosparso di rottami il cosmo.  Non sapendo scodinzolare sarebbe meglio guardare un tramonto.

Si fa presto a dire, si potrebbe guardare un tramonto. Il tramonto lo guarda chi vive sui monti alti e osserva il calar della sera  per ricordare a se stesso che è l’ora del riposo ma ancor prima bisogna che i cani da pastore siano rifocillati con pagnotte di pane raffermo, non prima di averli legati uno per ogni lato della casa, perché il loro lavoro non finisce mai, sorvegliano giorno e notte, casa, padrone e bestiame. Il tramonto lo può vedere un pescatore a riposo in porto da un freddo pungente che sferza i cuori e ghiaccia anche l’anima. Ma non lo vedrà solo allora. Lo vedrà ogni sera a bordo di quel peschereccio arrugginito sbattuto come un guscio di noce in balia dei gelidi mari del nord, e quando il sole rosso lentamente scompare inghiottito dalle acque dietro il rotondo del mondo, è allora che il pescatore salirà sul ponte e dopo aver regalato uno sguardo al bello infinito di un tramonto, fino a notte fonda ritirerà nasse dai fondali marini cariche di granchi.

Per gente di monti e mari è possibile vedere il giorno e la notte che si uniscono in un abbraccio. Più difficile é il guardare un tramonto con gli occhi di un genitore che con fatica tira a campare. Difficile lo possa serenamente vedere con prole e una moglie che vivono al quinto piano di un palazzo di cinquanta famiglie situato in un quartiere affollato di una grande città. Quel l’uomo  il suo tramonto immaginario nella speranza di una situazione migliore, perché per andare avanti c’è bisogno di speranza, c’è bisogno di credere in un mondo migliore che nel l’umiltà di non aspettarsi nulla in cambio, certamente verrà.  Il predisporsi alla speranza che si intravede a braccetto con la fiducia, otterrà un magnifico effetto, altrimenti sarà una vana ricerca del l’impossibile.  Riempire gli occhi e il cuore di sole, portatore del l’ultimo saluto a metà della terra che si tinge di rosso indossando l’accappatoio prima del giusto riposare. Un tramonto che ognuno deve vedere nel suo cuore prima che altrove… poi ci sarà certamente un alba di serenità.  Non sapendo scodinzolare, sarebbe meglio fermarsi a guardare un tramonto.

Lettera d’amore. Solo per oggi

Alla mia SUSANNA.

Lettera d’Amore alla mia Susanna. Nessuno è migliore di un altra persona perché ognuno da il massimo di quel che può dare.  È di seguito che in amore trionfa l’affetto e la sincerità, tutto quello che può dare lo spirito molto più di quanto non dia il corpo. Cercare di non fare rumore e saper accettare chi siamo per trasformarlo in quanto possiamo donare.  È come dare un bacio al mondo quando si illumina di cielo e accarezzare la terra quando si rimbocca le coperte con un manto stellato che nel l’ammirarlo ci vedo il tuo volto nel mezzo delle le stelle più belle, la più luminosa fra tutte.

Se sogni, non potresti trovarti in un posto migliore, puoi arrivare a sentire profumo di rose, ed ecco che la realtà si incrocia con il sogno e io vedo Te nel mio più bello. A questo tuo importante traguardo di vita dire ti amo suona come un colore sbiadito dal tempo, mentre invece è un continuo rifiorir di rose e il suo profumo ogni giorno si fa sentire di più. Il ti Amo mia dolce sposa è un perpetuo dirti che senza te non so vivere.

Verrai con me lontano, oltre i confini di adesso dove il cuore ama stare, oltre i confini del mare. Incontreremo voci suoni e mille colori e li vivremo camminando su di un prato o volando tra le nuvole. La mia mano stringerà la tua in ogni dove e asciugherò lacrime ai tuoi muti perché.Ti porterò in un posto dove raccoglierò il tuo sorriso per poi spargerlo nel mondo in una notte senza luna così che in un manto di stelle possano brillare i tuoi occhi. Dirti ti Amo è nulla al quanto vorrebbe dire il mio cuore per Te usando mille parole, ma farò come come dice lui e ne dirò una sola.  Buon Compleanno Susanna un altro splendido traguardo della Tua vita che festeggi con il cuore ed il sorriso dell’eterna bambina che per me sei e sempre sarai.

Un cinque al cielo. C.60 P.499 24 Giugno 2018

UN CINQUE AL CIELO.

Si può anche riuscire a dare il “cinque” al cielo se ci credi. Oppure se non credi ti basti guardare il lume di una candela al dí accesa, brilla ma la sua ombra fa intravedere solo il cero e lo stoppino ma non la fiamma, un po’ come quando il conte Dracula si specchia e non vede la sua immagine riflessa. È logico pensare al logico ma come ogni materia di pensiero, il quanto è composto da mille pensieri, così come la fiamma non fa ombra e Vladimir non si specchia. Ogni cosa pensiero e parola sta al suo posto e per quanto possa sembrare impossibile tutto si colora come un quadro del Caravaggio e basta la luce di una candela per fare un capolavoro dipinto. Basta l’esempio per convincere il cuore, convinto lui la mente si arrende… e come non vedere la fiamma ma vedere la luce. L’esempio è quella cosa che non vedi ma si imprime nel l’anima, è quello che fa una persona con gesti e parole senza imporre, e senza giudicare. E’ quello che dopo averci pensato e ripensato è veritiero, e lo si capisce senza essere stati giudicati e dal buon esempio di qualcuno più avanti nel nostro cammino.  Sono pochissime le candele che si possono accendere, poche le persone che possano illuminare.

Molte le persone di potere che smettono di capire perché il lume di un cero non mostra la fiamma al riverbero del sole. Sono  succhiatori di sangue non in grado di vedersi riflessi in uno specchio, ed è per questo che lasciano ogni giorno migliaia di destini della povera gente nelle mani di un futuro incerto e molto insidioso. Se quelle persone si potessero vedere in uno specchio, sicuramente capirebbero la minuzia di tempo che rimane a loro disposizione in questo soffio di vita.  Meglio sarebbe il passare di un alba in riva al mare seduti davanti a capanne di pescatori o al tramonto tra i monti dopo un temporale, appoggiati sul parapetto di una baita a rimirar di stelle, con un bicchiere di vino in una mano, e nel l’altra un sigaro fumante.

Nessuno fermerà la piena dell’Africa quantunque se ne scriva, comunque se ne parli. Sembra inutile, sembra bigotto e banale ma, non resta che pregare per capire che poggiando il palmo sulla fiamma di un cero acceso esposto al sole ci si scotta, e sarà chiaro capire, credere senza vedere.   Pregare è l’unica voce ascoltata che si può elevare al cielo per far si che la tua immagine si rifletta allo specchio e non ti faccia vergognare ma dia vigore al tuo agire.  Tutti pregano. Si prega per se stessi e per gli altri, si prega per un ideale o filosofie di vita… si prega per amore e si prega per Dio. e beati gli ultimi che saranno i primi in quel posto. Pregando si può anche riuscire a dare il “cinque” al cielo, e contro la cattiveria umana non c’è altro da fare.

Se si smette di pensare, il cuore smette di battere. Tutta vita. Solo per oggi

Ero un brutto, ora sono bello, domani chissà. Le tenerezze le tengo per ultimo, quando è tutto apposto. La vita è un saliscendi con il passo del gradino più basso. Ogni giorno lo vivi e lo devi. Meglio sempre si tenga un contatto con il bene. Non sempre si può applicare il bene ma partire dal farlo porta meglio. Meglio che peggio disse qualcuno di tutti i tempi.  E arriva ad un dunque questo pensiero, altrimenti  non sarebbe valsa la pena di accettarlo nell’immaginario di un discorso.

Un discorso mnemonico, fatto di emozioni istantanee con l’intervento di qualche sprazzo di  realtà già vissuta.  Che alla fin fine nel suo insieme è surreale. Ma è bello buttarsi nel “surreale”, nell’immenso spazio della fantasia. Il pensiero già prima che essere è un varcare la porta di una casa per trovarci come fossimo ospitati da una giovane coppia di sposi, che con giusto orgoglio mostrano il loro nido d’Amore. Ci aspettiamo di vedere un qualcosa che ci piaccia, anche se purtroppo dapprima sapppiamo di già di dover disquisire per un qualcosa.

È l’arroganza umana che non vuol capire che il pensiero è ciò che spinge un uomo e una  Donna, a trovare le più naturali possibili accomiatanze con il fardello del nostro fare di ogni giorno… e quindi accomunarci con il pensiero degli Altri.  Ogni momento della giornata ha bisogno di pensieri, sopratutto nei momenti bui. Pensieri decisionali, pensieri gestionali ma poi per grazia si ricevono pensieri di svago e cultura ognuno per quel che può… pensieri d’Amore.

Sono molti i pensieri che in un giorno possono interessare la vita di tutti. Per esempio scoprire che è inutile che si prema con forza nel sacco dei rifiuti quando questo è a metà della sua capienza… bisogna che il sacco sia colmo senza precedenti pressioni, dopo sarà di sicuro molto lieve fare pressione di volta in volta.

Ogni volta si aggiunge un rifiuto premendolo quel poco ottenendo di conseguenza un risultato migliore con minimo sforzo. Pensando, si può fare meno fatica usando semplicemente il buon senso che alla fine è il cuore. È il cuore che ti dice esattamente cosa fare. Se si sporchi le mani di nutella, si può optare per due soluzioni… o te le lecchi, oppure le lavi sotto lo scroscio di un rubinetto, e subito le mani saranno pulite. Se non si abusa di nutella, lei non può far male perché è dolce e buona e subito si lava via… l’abuso è sempre riprovevole, in ogni caso, in ogni luogo, in ogni cuore.  È il cuore che ti insegna a pazientare, è il cuore che ti dice quando non è più tuo e ti senti in paradiso. È lui che comanda i tuoi istinti. È il cuore che sta in mezzo ad un arena, e frusta alla mano, doma leoni e tigri. Lui la sa lunga su tutto, lui viene prima di tutto. Tutto ciò che può fare il cuore è tutto ciò che un uomo possa e debba avere, è il suo risultato in questa vita.

E senza che il senno se ne renda conto, si  passa dal pensiero al cuore, è facile si arrivi oltre… ci vuole un passo da lì ad arrivare all’Anima. È un passo. Pensiero, cuore e Anima. Un Passo. Un collegamento con l’infinito. Un ritrovarsi spersi in un mare di perché senza risposta… e allora ti rivolgi ancora e per sempre all’Anima.  Che è venuta dal cuore e l’ha portata tra le braccia di un pensiero.

Veliero è il pensiero. Solo per oggi.

Il veliero va’, e mi porta via, in alto mare,  e già, sei meno mia. Inevitabile ora mai ma come faccio ad immaginare che sarai di un altro uomo. ( Grande Lucio ) Il veliero va e ti porta via, dalla mia mente, dai miei pensieri che sciolte le vele, si gonfiano d’aria e danno forma a un idea.  L’ idea… prendere forma, immaginare un risultato positivo, pensare di avere ancora una volta, trovato la soluzione migliore ai propri affanni.

Il veliero che trasporta i nostri pensieri sembra voli sospinto nell’aria.
Non serve altro, basta solo che il veliero voli, il resto lo fa la nostra mente che innesca pensieri per belle idee che forse saranno non sempre dal final felice, ma son servite a credere in ciò che stavamo facendo, a credere in noi, che altro non serve.

Allora veleggio su di questo veliero, lo si immagini grigio e scuro come quello dei pirati con un vessillo issato che ricorda la morte… o lo si voglia immaginare color del faggio ornato di bianco con bordature azzurre, e sui pennoni più alti di questo veliero, svettare orgogliosi dei drappi di candida stoffa.

Ognuno lo immagini del colore che preferisce ma si veleggi insieme a lui, sarà la culla dei desideri e delle speranze. Il veliero è un pensiero e il sogno lo abbraccia. Tanto fa che mi ritrovo nell’immaginario a  sognare.

Nei sogni ci sono colori e sfumature che si uniscono tra loro. Si vedono persone “chiare” come nitido è il loro sentimento, al contrario figure contorte grigie e nere come il malumore.  Non mancano quasi mai mari e monti sfuocati dai loro intenti e venti che da caldi d’un tratto diventano gelidi… son sogni.

Se in sogno vedo ‘bestie’ feroci che mi vogliono aggredire, la speranza in quei terribili momenti è trovare rifugio arrampicandomi su di un albero o un muro abbastanza alto così che nonostante denti e artigli arrivino quasi a ghermirmi i piedi, per fortuna, di soprassalto mi risveglio, agitato ma ancora intatto, in qualche modo ce l’ho fatta. Ripenso al sogno sperando di ricordare che muso avevano le bestie feroci nel sogno… nessun muso d’animale… solo ‘facce’ di uomini e poi il sogno svanisce con il primo sbadiglio e “stirata” di risveglio.

Sogno che la inutile brutalità  delle guerre possa finire, e sto per essere esaudito dal presente, tutte le super potenze sono dotate di bombe che autodistruggerebbero anche chi pigia il bottone… Sogno che tutta la gente possa avere quel poco di serenita’ che gli consenta di vivere felice e sogno che per quelle poche persone che non vogliono la felicità degli Altri, possano arrivare a capire che la cacca la fanno come tutti e prima o poi smetteranno per sempre di farla… come tutti… inutile comperare un Water d’oro.

Il sogno più bello mi riporta a Te Compagna di vita, ed è di volare trasportato dalle ali di un drago sopra questa giungla intrisa di nastri asfaltati per poterti raggiungere… Sono grandi falcate di drago quelle che fendendo l’aria mi spingono a Te. Sono grandi falcate d’ali di drago ciò che sento nel mio cuore quando il mio sguardo t’incontra. Il drago che io minuscolo cavalco sul suo dorso e che sputa fuoco su chi vuole farti del male mio Amore, sa vedere nei cuori e non sbaglia un sol colpo… e nel mio di cuore, ha letto che ti Amo.

Si dice di non essere ‘sognatori’ ma realisti… se scappare ogni tanto da un destino che ti insegue è un “mal agire” accetto di delinquere per Amore. Preferisco sentirmi a cavallo di un drago in tua difesa che non saperti felice mio Amore, e così spero per tutti gli altri miei sogni.

firmato,

il tuo Principe Azzurro.

Trecento cacateintelligenti

Vorrei essere una mantide religiosa, che non so bene se è un coleottero un insetto o che altro… Non so se è un Animale di bell’aspetto o meno ma mi piace tanto il suo nome che non mi importa altro per identificarmi in tale

Non è’ la prima volta che uso un “vorrei” per i miei pensieri, non penso nemmeno sia l’ultima perché è bello cominciare un discorso con un “vorrei”,…’bello’ e ‘facile’

Nel ‘bello’ ci distinguo il “vorrei” tradotto come desiderio… nel ‘facile’ è perché qualunque cosa si voglia dire e significare con un “vorrei” è di proposito ‘facile’, perché non fai certo del male a desiderare un qualcosa anche di materiale in questa giungla di mondo, dove se arraffi un pezzo di “qualcosa”, è come appartenere un po’ a lui,…il mondo   Per questo ti ‘frega’

Il Mondo, Il luogo dove siamo stati destinati nel bel mezzo di un Universo , spesso Vorrei non sentire il suo rumore    Spesso vorrei non sentire il suo stupido inutile affanno   È li, in quel ammasso di celo terra e mare ognuno di noi ha il suo compito da svolgere, chissà poi perché… che non dico perché e per chi… noi non abbiamo nessun padrone, e Dio. in questo caso sta a guardare e a Perdonare

Vorrei che la “rampa” ( salita ) ogni anno non fosse sempre più greve… me l’ha appena detto un contadino della “bassa”              ( pianura )…

Vorrei che il tempo si fermasse in un momento felice della mia vita… mi ritroverei sicuramente con la mia Compagna mio unico completo vero Amore   I nostri adorati cuccioli sarebbero ai nostri piedi, perché più Amo Susy, più li devo ringraziare…

Prima di che il Roccia e la Minnie fossero graditissimi componenti della nostra casa, credevo di conoscere l’Amore in quasi o almeno molto, nelle sue forme… mi sbagliavo

Gli Animali sono Amore allo stato puro e Noi nemmeno siam degni di meritare tanto innocente insegnamento, dovremmo solo imparare da loro per comprenderlo, ma l’umiltà è ancora teorica materia di studio per molti… forse perché è materia astratta… o semplicemente perché è cuore

Ed è con tutto il cuore che vorrei tanto tanto, stringere tra le braccia una volta sola per qualche istante,… mia mamma… e subito dopo il mio papà… senza commenti o alcunché   Vorrei tanto poterlo fare, perché non l’ho mai fatto

Vorrei volare come un uccello sopra tutte le insidie e planare sopra una distesa di Pace     Giunto a terra,  abbracciare chiunque incontro… ma questo è il mondo di Dio. e rimane un ‘vorrei’ qui, sulla terra

Vorrei che mia moglie non mi rimproverasse mai più perché mentre scrivo e guardo la tv, mangiando un budino mi macchio la maglietta, o me la sbrodolo con il succo di una pesca presa a morsi… Ma insomma, dico io! Se mi sporco la maglietta ogni volta che mangio una leccornia in vero relax  ( che relax è una parola che mi sta stretta come la bucolico, mi fanno cacare entrambe )

Vorrei non dover mai più dire “vorrei” ma lo faccio per onorare la “trecentesima” volta che forse scrivo cazzate o forse sono troppo avanti per me stesso, ed è meglio mi fermi perché rischio di non capirci un cazzo

O Bianco o nero ai posteri l’ardua sentenza, perché ai presenti non è mai dato il piacere di godere delle proprie capacità… non si è mai Profeti in Patria… del resto, anche il “diverso” spaventa,… e non solo per il colore della pelle… spesso perché non si riesce a capire ed è più facile da evitare che cercare di comprendere…

Tr300 volte che scrivo cacateintelligenti sperando la gente mi capisca e io capisca loro   Scrivo di me cose che succedono a molti e cerco con tutto il mio possibile di immaginare le sofferenze degli Altri, prima che immaginarne le gioie dei poteri

Tr300 volte che spero ci sia qualche d’una Donna o Qualcuno che si entusiasmi almeno quel poco per ciò che scrivo… mi farebbe sentire ancora più nel giusto… Vorrei essere un cantastorie moderno che scrive ciò che narra

Ma più di tutto quel che desidero, è che Vorrei ‘sempre’ essere me stesso… e non a turni alternati a cui sono “costretto”

Vorrei… ma non posso,… anzi no,… non voglio!     Quel che voglio è continuare a sfidare me stesso nel cercare di essere un granello di sabbia che con la sua presenza contribuisce a comporre un deserto che al suo estremo incontra il mare, solo così sento di vivere

Sul fare della Sera. Solo per oggi.

Sul fare della sera. Guardo la notte arrivare e mi arriva in faccia il fresco di un aria montana. È il momento di pensare… che tutto il giorno una persona pensa, ma cosa abbia da dire di tutto ciò che ha pensato, lo si può solo capire sul fare della sera, prima, difficilmente si riesce a mettere insieme un qualcosa.

Arrivano idee nuove tutte da sistemare al loro posto, ma giungono strampalate nel suo insieme da principio, poi nel loro astratto prendono gradatamente forma, e nello spazio di pochi minuti, vengono alla mente cose sempre più ‘chiare’, che ti fan sentire partecipe, nel mentre è di rigore perché alla fin fine sei lo spazio temporale di te stesso.

Si insinua nel pensiero una saggezza costruita nel tempo, un cerchio che si crea intorno al proprio esistere.   Discorsi nella mente, che poi sai, rimarranno solo tuoi…  sono perlopiù sogni ad occhi aperti che paiono miraggi o lo stesso difficili pensieri da applicare alla reale quotidianità.

Ciò nonostante sono cassetti chiusi della memoria che una volta aperti fanno correre la fantasia.   Fantasticare è bello perché sinonimo di sognare… anche ad occhi aperti che è ancor meglio.

Significa che sei ancora bambino e i bambini non sanno mentire, fanno ciò che credono sia giusto fare senza esssere influenzati da “elementi” esterni che confondano la mente… credendo perciò di avere fatto la cosa giusta, senza ipocrisia e senza falsità.

Allora perché non sognare, perché non regalarsi dei momenti nostri, intimità personale gratuita che viene scagliata come fosse un boomerang e ti ritorna indietro carica di vitalità, che non solo serve per se stessi, ma sarà un prezioso riflesso di bene gratuito che ognuno che sogna può regalare ad altri che non sognano perché incapaci di farlo.

Non è facile isolarsi dalla quotidianità, non è per niente facile entrare nel cerchio della “normalità. È più facile a dirsi che il farsi… ma anche se non sempre, ci si deve sforzare quel poco per raggiungere il proprio intimo perche giova stare soli di tanto in tanto non fosse che per confermare l’esistenza.

Allora comincio ad abbracciare il Cielo con lo sguardo e a rimirarne le molteplici sfumature di bellezza assoluta.  Poi guardo le case rupestri poggiate su di una collina e mi immergo nel loro passato.  Ne riconosco la bellezza, la fierezza  di quei tempi… e serviva anche la “durezza” per forgiare veri uomini e vere Donne,  Gente che si spaccava la schiena in segherie e boschi e tra campi irti con fieno da fare e per paga solo del cibo da dare per prima alla famiglia…

I lampioni moderni tingono le case che vedo.  Come fossero pennellate di un tiepido color arancio che sfuma nel più tenue color salmone… quella luce irrora e colora il paesaggio di case come si trattasse di un presepe di fine estate.

Un presepe in una sera d’estate che vi Nasce con il sole che ammanta tutto,  rubando il mestiere alla neve di Natale…  E poi la mente va, va oltre,… va dove noi non si possa comandare il non farlo,  e vede… e sente, la mente vede e sente come noi… perché è noi.

Un Gatto attraversa di corsa la piccola piazza, che meglio non vi si poteva chiamare se non Piazza Trento. Il Gatto è scuro, e siccome comanda la mente nel sogno è sicuramente nero come il buio della notte che lo circonda lì a poco da gatto nero diventa una fiera Pantera che porta un collare di fiori.

Un collare come fece Martina, fiori intrecciati alla meglio di forma circolare che poi cinse intorno al collo della sua Irma, una splendido cane da  pastore. Irma cura le sue mucche con tanto di quell’ardore che è meglio lei non pensi si voglia far del male alla sua mandria, lei le protegge con amore e più le mucche sono tranquille, più producono latte per fare del buon formaggio. Cane da pastore bergamasco fiera e guardinga, si ammansisce solo con la padroncina Martina e gioca con lei.

Che delizia il formaggio che viene dalle tette delle mucche    Formaggio di monte, delizia del palato…

Che di rimando mi viene alla mente il Giorgio che non so quando compiva gli anni e invece che io a Lui, mi regalò una bottiglia di vino pregiato raccomandandomi di berla in compagnia della mia adorata consorte.

Il Giorgio mi disse anche di accompagnare i sorsi di questo vino,  alternando il sapore morbido del gorgonzola spalmato su un crostone di pane, variandolo con un buon formaggio stagionato di monte per contrastare i due gusti… sembra banale ma è  un bel pensiero, sennò non sarebbe nel sogno.

E ancora il suono sordo che viene da valle che ti incanta come si sentisse il pifferaio col turbante in testa che fa ergere la testa occhialuta di un cobra, così,  senza rendertene conto…

La Luna, le Stelle,  i brividi sulla pelle quando l’aria ti punzecchia perché stai troppo fermo sfidandola…   Il silenzioso rumore della notte… Il silenzio della mente che ascolta ciò che vuole sentire e vede ciò che vuole vedere e naviga libera, senza confini, senza il mio inutile comando che ne mortifica le qualità rinchiudendola in un recinto troppo piccolo per i miei sogni.

É bello sognare un po’… anche a occhi aperti… sul fare della sera, senza la mascherina sul viso.

Rumoreggia in cielo, sono altri momenti di me…

All’inizio della valle sul piccolo terrazzo della casa dove vivo, quello che da sui tetti, sto appoggiato con i gomiti sul parapetto, proprio di fianco al vaso di fiori.

Di fronte a me, un milione di tegole che pur di un colore simile,  paiono il vestito sporco di Arlecchino.

Sto li, pensando alle mie montagne… intanto sorseggio un goccio di cognac portandolo alla bocca con una mano e con l’altra nel mentre stringo tra le mani il telefonino e il portafogli con dentro denaro e carte di credito… “rigorosamente” ricaricabili.

Il denaro è una cosa brutta, il denaro è lo sterco del diavolo e insieme al telefono portatile, sono cosa da dimenticare nei momenti di quiete, allora ripongo portafogli e telefono spento nella tasca posteriore dei pantaloni, poi le riporrò nel vano portaoggetti dell’auto… oggetti fra altri oggetti, cose futili e spesso inutili. Ritorno con il pensiero alle mie montagne, una fuga dal mondo che mi soffoca con scialli di seta fresca.

Agogno sospirando il giorno del nostro ritorno tra i monti. Odore di bosco, odore di un passato necessario al futuro, odore di ‘dura’ onestà, verità rimasta.

Valicheremo quella valle respirando il profumo del fiume Serio, e mi riempirò lo sguardo nel meglio che conservo nel cuore… almeno ciò che ne rimane, dopo l’incanto presente della mia adorabile Compagna di vita.

Rumoreggia… e non è “agli irti colli rumoreggia il mar”…  Parlo al presente perché la mente viaggia veloce quanto e più della Luce, e noi siamo di già arrivati, dove desideravo essere.
Qui tra le montagne si sente l’eco dei tuoni che riflette sui dorsali degli irti monti che più aumentando d’intesita’ e come il tempo ti dicesse…. ora comando io, sono stanco di sentire le vostre lagnanze  umane. Troppe le notizie che passano via etere senza chiedere il permesso al tempo, e ora lui, il tempo, non ci sta’ e si impone.

E il tuono continua a parlare borbottando e a volte urla per meglio farsi sentire.  Il vento rincara con folate che anch’esse gridano di fare silenzio… adesso si ascolta il tempo che con la sua più che palpabile presenza si impone imprecando. Ora è salito in cattedra una voce più grande di noi uomini, parla il Tempo, parla l’onnipotenza  di chi l’ha creato.

Non resta che raccogliere le chiarezze e le sfumature di tanta potente bellezza, inchinare il capo socchiudendo gli occhi in segno di reverenza e respirarla a pieni polmoni con grossi sorsi d’aria, una delle sorelle naturali del fratello tempo.

I primi goccioloni non tardano ad arrivare, e battono sui tetti con prepotenza sferzando ancor più sui vetri delle piccole finestre di case rupestri di montagna.  Allora, a quei tempi, non serviva una grande vista con luce all’interno dei casolari, le finestre dovevano servire solo per un ricambio d’Aria, per questo le finestre erano più che piccoli pertugi.

Non serviva si godesse il panorama per le poche ore del giorno e della notte in cui le persone consumavano pasti frugali e sonni corti come i loro calzoni di velluto che si erano ritirati dopo mille lavaggi giù al ruscello.

Il contadino montanaro di vedere monti e orizzonti sconfinati ne aveva ben donde, la luce invadeva i suoi occhi sin dalle prime luci dell’alba quando mungeva il latte da vacche stracche del loro alpeggio, perciò solo l’aria andava ‘respirata’, da quelle piccole finestre.

Con i cuori un poco intimoriti di uomini e animali, si stava su per baite.  I cani sotto i portici stavano seduti accanto al “padrone” e di tanto in tanto piegavano il capo volgendo lo sguardo verso lui per vedere che non gli servisse alcunché.

L’ uomo con una mano si stringeva intorno al collo il bavero della giacca di velluto grosso appoggiata sulle spalle e con l’altra stringeva tra le dita una mezza cicca di toscano che di tanto in tanto si portava alle labbra per imbrattare la bocca di un unico vizio oltre a due bicchieri di vino.

Si stava ad ammirare la potenza del tempo l’intanto che il buio diveniva sovrano di tutto, e intanto il montanaro contadino digeriva con calma il pasto serale e ringraziava supplichevole chiedendo in cuor suo clemenza alla furia degli elementi che incombevano sui loro campi, sui loro monti, nel suo cuore…

Le capre negli alti alpeggi ben sapevano dove si trovava quel fitto cespuglio scavato dalla loro famelica vorace ingordigia in modo si fosse formato un tetto al di sopra del loro riuscire a brucare… e li vi si riparavano.

Mentre le mucche hanno solo la loro pelle per riparo dalle intemperie di tarda primavera
Solo quelle gravide portavano un coperta in canovaccio di yuta avvolto tra reni e collo… bagnata di pioggia fumava con il calore reattivo del corpo.

Mentre le pecore furbe e più piccole, sapevano entrare nel bosco senza timori per ripararvici ed uscirne con la stessa disinvoltura di come fossero entrate… senza troppa furia del vento e pioggia addosso.

Allora come ora silenzio!… parla il Tempo che è stanco di stare ad ascoltare solo noi…
Dai tetti di questa città con un sorriso… dagli Spiazzi con Amore