Con gli occhi scrivo sul cuore i ricordi su due ruote. (1)

Quello che vedo negli occhi della gente è sempre solo cuore. Le domande del perché, si rimandano ai ricordi. Si mettono insieme le scene della vita vissuta e in un momento di quiete si rivivono in situazioni dove il cuore è predisposto a ragionare più della mente… e la sovrasta, senza ragionare. Una scampagnata, una passeggiata tra i monti, una gita al mare, forme di quiete a cui aspiro. Il mare significa sole, tramonti e ricordi come fosse il 31 dicembre dove tiro le somme del passato passeggiando sulla sabbia bagnata guardando un giorno che si spegne sulle sue rive, così che possa affrontare meglio il futuro. E ancor m’ispira la montagna, forte, imponente, seriosa e benevola di luce. Lì, è sempre il capodanno, ogni volta che si sale per un sentiero nel bosco dopo un bel camminare, fermarsi sotto quella grande quercia per mangiare pane e salame in prati scoscesi, non possa e non debba mancare mai un bicchiere di vino che accompagni il panino, per poter vedere subito dopo, fuochi d’artificio, e per riprenderti basta mettere i piedi nudi nel l’acqua fresca di un torrente qualche minuto e di nuovo vedi il verde dei quei prati magri e scoscesi, e fiori con i loro colori.

Quando il mare e i monti son troppo lontani, mi basta fare un giro con la moto, magari per andare al lago, in solitudine, così come le altre cento volte che sono partito sulla ruota dei miei ricordi.

Son partito per un viaggio nei ricordi in sella alla moto, senza correre, così che possa avere il tempo di ammirare ciò che vedo e i pensieri si facciano memorie nel guardare posti e luoghi che hanno visto una buona parte della mia bella e tribolata vita. Allora andrò sulla via di questo spensierato viaggio che mi porterà al lago di Sarnico e da lì, serpeggiare sulla costa rocciosa che ricorda per un breve tratto la scogliera di Capri sino al lago d’Iseo, per far ritorno sulla vecchia provinciale e arrivare dolcemente all’altipiano di Clusone, scenderlo attraversando la valle Seriana per tornare al punto di partenza, Ranica il paese che ora mi ospita a pochissima distanza da Bergamo. Ranica… non mi sono ancor oggi ‘abituato’ al suono di questo nome, di questa parola, mi giunge poco invitante, mi suona male. Forse l’accetterò chissà dietro quale filosofica giustificazione, di certo l’accetteró quando lo accetterà il cuore se saprà dar pace a questo interiore piccolo dilemma.

Sono ancora nel box di casa che preparo uno dei miei pochissimi piaceri materiali, la moto, l’unica droga non droga che mi sballa più della droga, perché non c’è droga di migliore effetto dal saperne fare a meno, e la moto ti vuole come sei, magari allegro, alticcio,  mai strafatto, ci pensa lei a portarti sulle ali della libertà dove affiorano i più belli ricordi. Sono ancora nel box ed è bastato premere il pulsante del l’avviamento del mio boxer per avviare l’insieme dei più bei ricordi…

Siamo ancora nel momento in cui si ascoltano tre canzoni incise su dei quarantacinque giri, che vengono selezionate dopo aver inserito una moneta di cento lire nel jukebox, noi ragazzi ci si annoiava già da anni di sentire ‘una lacrima sul viso’ di Bobby Solo, se poi si sentiva Iva Zanicchi con il suo ‘Fiume Amaro’  si alzavano i cori dei buuuuu!!! Buuuuu!!! Le risatine più pesanti di presa in giro però erano riservate a chi canticchiasse ‘Fin che la Barca va’ di Orietta Berti. Del  resto, non è che il mercato musicale di quei periodi offrisse molto di più, c’era quel Celentano che alzava la cresta con le sue “mosse” sul palco intanto che intonava ’ventiquattromilabaci’, il piccolo grande Cocciante che ci faceva commuovere cantando seduto su di una sedia di dietro ad un pianoforte che intanto suonava la musica e cantava ‘adesso siediti su quella seggiola’, e quel Battisti che ancora stiamo compiangendo come l’ultimo grande poeta cantante di sempre che ci faceva innamorare con l’indispensabile Mogol in cantando ‘una donna per amico’,  sono nati più figli in quel decennio che nel 40 quando Mussolini incitava il popolo a riprodursi come conigli con la giustificazione di aiutare la Patria e difendere i suoi sacri valori.

Erano gli anni dopo la metà del 1970, e noi che si faceva? Roberto la raccontava con un po di imbarazzo e un filo di malinconia, non tanto per il tempo trascorso, perché meglio non vivere di rimpianti, ma per la beata stupida innocenza e spensieratezza di quei tempi. Roberto era un ragazzo attempato che già si tingeva i capelli. 40anni di un viso “arabeggiante” che somigliava al l’ex statista libico, e forse per questa bizzarra somiglianza, lo spingeva  ad atteggiarsi nel fare l’uomo tutto d’un pezzo, nonostante fosse un semplice gestore di una scuola guida.. Era nato in Calabria e non è molto distante la Libia, ecco che il coincidere di fatti e cose, assume quel velo di dubbio che ammanta ogni vera e reale certezza… nasce il pettegolezzo, lo stesso che abbandonare un sacchetto di immondizia al ciglio di una strada.

Quel sacchetto si unirà a un milione di altre unità che si riverseranno nel mare con il peso di tonnellate di rifiuti, città galleggianti di plastica negli oceani. Il pettegolezzo è un sacchetto di rifiuti abbandonato sul ciglio di una strada, che unirà altri mille pettegolezzi che si riverseranno sugli animi come città intere lorde di sporcizia che galleggiano nel mare della fantasia vestita di menzogna. Roberto era nel mezzo di tutto questo. Il suo matrimonio era un dolce amaro ricordo, era naufragato praticamente da subito per colpa di un pettegolezzo. Gli avevano detto di aver visto la moglie Margherita in compagnia di un uomo alla stazione ferroviaria, non una, ma per ben tre volte di fila alla stazione centrale.

Si trattava del fratello che aveva ottenuto dei permessi speciali perché era detenuto modello, così che si rivolgeva alla sorella che desiderava solo aiutare il fratello senza che il marito lo sapesse disapprovando. Al sangue del proprio sangue non si comanda, o son gioie o son dolori, tutti e due “chiamano”. Infatti Roberto non capì il vero e diede retta ai pettegolezzi che avevano di già condannato l’innocente Margherita. Così trovò tristemente dignitoso cercarsi un amante per vendicare il torto subito. Che in verità torto non v’era, e si illuse di rifarsi una nuova vita con un avvenente bionda tutta curve che ne divenne l’amante, ma anche l’amante si stufò di regalargli poco meno della metà dei suoi anni, i quaranta di Roberto, che rimase solo verso i cinquanta perché Margherita ne lo stimava e non lo amava più. E cosa ne fu dopo della sua vita, più non seppi.

Tendo a rimuovere le antipatie perché se le conservo, rivedendole nella mia mente, ogni volta capisco che avevo più torto di quanto credessi… e basta solo il pensiero a scoraggiarmi di conservarlo in un posto della memoria, s’ho d’aver sbagliato anch’io… devo solo rimediare per il futuro. L’eterna lotta nella giusta ricerca di un vero amico, pensai e penso ancora che questa ‘ricerca’ non finirà mai, è difficile sapere se sei tra le braccia di un ramo secco che devi tagliare o se sei cullato da un ramo dalle dolci fronde che ondeggiano al sibilare di un alito di vento, perciò da allora per mettermi l’animo in pace amo chi mi ama e ho imparato a mediare anche con chi non mi ama, infatti non nutro odio per nessuno essere vivente al mondo. Una persona che si macchia del nefasto sentimento dell’odio, lo scacciasse dai suoi pensieri… chi merita odio si punisce in modo atroce da solo.

In quegli anni, al bar ci si ritrovava, nel l’angolo riservato ai più giovani che di lato osservavano quelli più grandi e tentavano invano di imitarne le gesta pur nel contempo cercare di fare cose “nuove” che ne annullassero di fatto il volerli imitare , ritenendoli poi, in quel tal caso “superati”, e allora si beveva come loro. I Campari con il bianco prima di pranzo erano due o tre, anche perché poi a casa nessuno poteva bere nulla di alcolico, così che il pomeriggio si era già ebbri di quel che bastava per darci il giusto tono di grandezza, e poi si continuava con altre bevande alcoliche che perlopiù si ingurgitavano senza che nemmeno ne provassimo il vero piacere di assaporarle. Due Martini, una Vecchia Romagna etichetta nera e un Marsala e si era pronti per le più indicibili stupidaggini. Che altro non c’era da fare, lo sport era per pochi, che se dicevi Basket o Pallavolo ti chiamavano “fighetto” ed eri escluso dal gruppo, se dicevi Hockey su ghiaccio o Cricket ti prendevano per “culo” che ai tempi nostri significava gay, e non che ora sia offensivo, tutt’altro, ma allora la nostra profonda ignoranza ci faceva credere che lo fosse, e ci si guardava bene dal dirlo o dal far capire il vero gay fosse una persona da rispettare.  Ho visto più persone sessantenni gay sposate ( per forza ) con figli in questi ultimi anni, che etero trentenni oggi. Il motociclismo, il calcio e il ciclismo erano tra i pochissimi sport che si potessero praticare senza essere presi per i fondelli, ma non tutti avevano i soldi per acquistare le moto di nessun tipo di specialità.  Per il calcio sempre nel caso nostro posso solo ricordare che non ci piacesse più di tanto, il giuoco del calcio è fatica,  il ciclismo ancor più… anche ora.

Perciò dopo aver giocato a scala quaranta per un paio d’ore bevendo, e stando al tavolo da biliardo per altre due ore, bevendo, ti ritrovavi a sera per aspettare quale fosse la mente più stupida di noi che avrebbe partorito la cazzata del giorno da farsi. Come quando un giorno si andò dal nostro paese ad un altro montano vicino, tutti con i ciclomotori, che gli scooter non sapevamo cosa fossero e se qualcuno avrebbe pronunciato quella parola rivolgendosi ad un altro avrebbe scatenato una piccola rissa, e il motivo sarebbe stato…Tu, a me le parolacce non le dici, perché io a Te non ho fatto niente. “Sani”, robusti Garelli o Malaguti, o la Vespa, che salendo alla località montana scoreggiava dai buchi fatti con grossi chiodi nella marmitta, unica elaborazione concessa dalle nostre finanze. Mi viene alla mente che quando si doveva percorrere d’inverno più di una decina di km in moto, per guanti alle mani, rubavamo dei calzini di lana alle nostre mamme e li indossavamo doppi o tripli a seconda della distanza da percorrere, il vento freddo e gelido ne trapassava le trame come un soffio d’alito trattenuto da una mano a dita aperte… ma erano i nostri guanti.

La cazzata del giorno lo stesso non erano i guanti stessi, ma ai motorini cui attaccavamo con delle corde, degli alberi caduti per le intemperie di modeste dimensioni. Li raccoglievamo nei boschi strada facendo, che legati strisciando li facevamo “sbandare” nelle curve, e udite udite…ci divertivamo pure. Con gli ultimi in retrovia con i più esili Ciao e Solex, con d’appendice di qualche leggera frasca trascinata con la mano che non era sul l’acceleratore, e schiamazzavano come pazzi. Si arrivava nella destinazione desiderata, si sganciavano gli alberi e frasche rilasciate a mani aperte sotto gli occhi stupiti e anche un po’ spaventati di alcuni villeggianti milanesi che sicuramente avranno pensato che eravamo matti, oggi direbbero drogati, invece eravamo solo stupidi boriosi pischelli  ubriachi di alcol ma sopratutto di vita.

Si entrava in un bar consumando un qualche alcolico, e intanto i più temerari insinuavano tentativi di approccio con le bariste, incappando sempre inesorabilmente in volgarità di linguaggio, che ottenevano l’effetto contrario del desiderato, mentre i più timidi, si limitavano ad osservare, ed al massimo a fare commenti sottovoce tra loro, badando bene di parlottare in modo sboccato delle avvenenti protuberanze sul petto delle ragazze dietro il banco, e si era grandi anche noi, stupidi ma grandi. Il ricordo più assurdo per rimanere in tema di stupidità, fu quando ubriaco in quel posto al lago non potevo certo legarmi un albero dietro la mia Vespa, che poi non era mia, ma l’avevo “presa in prestito” in casa di un pensionato la notte prima, altra insulsa dimostrazione di “forza” e di coraggio che andava molto di moda fare, che se non mi sono cacato addosso allora, credo di avere una buona soglia di sfacciataggine da sfoggiare nel dire bugie… ma è un altra storia.

No, non potevo legarmi un albero dietro la Vespa, primo perché non ce n’erano sulla statale che percorremmo per arrivare al lago, e per secondo motivo dovevo per forza creare una situazione di interesse nuova, in pratica una stupidaggine più grande delle altre. Cosa di meglio che innamorarmi di uno di quei grossi blocchi di pietra miliare sistemati ai lati delle strade che anni fa servivano a delimitare le distanze lungo le vie provinciali tra un paese e l’altro. Più stolta e insensata di questa pensata non potei immaginarmi, e detto fatto mi feci una quarantina di km con questo blocco di granito che con una fatica immensa trattenevo tra le cosce appoggiandolo maldestramente al pianale della moto, il che mi impediva di usare il freno a pedale posteriore, mi faceva sbandare ad ogni minima curva per il peso sconnesso e credo di essere stato in serio pericolo di essere travolto almeno una decina di volte dai veicoli che mi sopraggiungevano alle spalle che a fatica evitavano pietosamente il mio sbandare maldestro, ma faceva uomo, e tanto bastava.

Si sarebbe poi parlato di me al bar, almeno per alcuni giorni e questo era lo scopo principale di ognuno di noi, far parlare di se, il resto erano dettagli, non come quando fui fermato dal vigile più severo del paese dove vivevo e non avevo con me i documenti della Vespa, quella ‘sospetta’ con cui trasportai i 170 kg. di pietra miliare.  Per fortuna vigeva ancora la legge del buon senso e non quella della odierna applicazione della odiosa burocrazia, così che il vigile, che tale si diceva fosse l’uomo addetto alla polizia urbana, mi accompagnò da mio padre che a sua volta mi portò con un orecchio in mano e la Vespa appresso, dal vecchietto a cui l’avevo sottratta, e al suo cospetto chiesi scusa, restituii il mal tolto e mi beccai l’ultimo scapaccione potente dal babbo, che quella fu la punizione più umiliante per “l’uomo” grande quale credevo di essere. Non rubai più una caramella nel resto del mio vivere. Inutile rubare, chiedi con cuore puro e ti sarà dato.

Con pensieri che si fan ricordi, il motore ancora tiepido, son di già intrippato nel groviglio delle memorie a Villa di Serio, un grazioso paese d’altri tempi, ora come tanti modernizzato che è attraversato dal fiume Serio che si snoda su per la valle con colline e monti che fan da contorno e lo divide da Alzano Lombardo.

Come mi si presentassero davanti alla ruota facce e situazioni vissute, qualcuna condita da una leggera malinconia, altre da sorrisi, altre storie ancora tristi o piene d’amore. Sono ricordi immagazzinati in angoli di mente in cui nemmeno sapevo di aver riposto. L’età e il viaggiare fanno riaffiorare fotografie che prendono forma parole e suoni, forse perché non rimane di certo il tempo e lo spirito necessario per riviverle un altra volta, per questo mi beo di ciò che fu.

Il primo paese che attraverso è Villa di Serio. Li sono nato in via Lunga in quella casa gialla costruita dal Salvadeç ( il selvatico ) così chiamato per le sue passate gesta bellicose, un capomastro che fu ricompensato per il suo lavoro da mio padre con 2 milioni di lire, il costo di una abitazione d’allora, ora con gli stessi soldi ci compri una casetta per riporre gli attrezzi da giardino.

Il salvadeç ha avuto due figli, uno lo ricordo un bel ragazzo timido con i capelli biondicci, lisci come fossero di un giapponese e l’altro figlio è il Leli, ricciolo più tarchiato, ora gestisce un bar con la seconda moglie e non so quanti figli abbia avuto dalle due. Ha fatto tribolare in passato, come ho fatto tribolare io, adesso il Leli è un bravo uomo, come lo sono io.

Nacqui  su di un tavolo in cucina di quella casa gialla in via Lunga e a due anni mi ammalai gravemente di un brutto eczema che per combatterlo fu necessario assumessi grandi dosi di cortisone che al fine mi guarì e si prese in pagamento la sterilità che da allora non mi permette di festeggiare il 19 Marzo. A tre anni caddi dal balcone del primo piano, quattro metri d’altezza e atterrai indenne vicino alla mamma che sotto, in cortile, lavava i panni a mano in un grande mastello azzurro… un po’ di sangue da un orecchio e finito lo spavento. Non fu che il primo di molti incidenti a cui sono scampato, il presagio che la mia vita sarebbe stata lunga quanto turbolenta, sono un animale pensante che ha sete dì shopping di vita quotidiana e non avrei potuto fermarmi alla prima avvisaglia di pericolo, non l’ho mai fatto e non penso mi capiterà di fare se non costretto dal richiamo del tempo che mi avvertirà quando il mio turno sarà finito… e per quello ho cercato di ‘risparmiare’ e ancora sto ‘risparmiando’ pregando.

Anche mio fratello maggiore la scampò per un pelo in quella casa, cadde nella pozza dei liquami e fu salvato dall’intervento provvidenziale di una nostra sorella che per fortuna assistette alla drammatica scena. Ora la via si chiama 24 Maggio, al posto della casa gialla ci sta un bel palazzo, le lire non esistono più così come il Selvadeç, la mia Mamma è il mio papà. Solo alcune case anche se ammodernate sono rimaste quelle di un tempo, come quella del signor Nagy, il papà di Imre che all’epoca era un graduato in pensione della Marina militare Ungherese. Era al di là della strada polverosa di fronte alla nostra, una casa piena di ricordi come il solaio dove il signor Nagy custodiva un binocolo militare, una spada da parata senza lama tagliente, un berretto fatto a bustina con attaccati alcune medaglie commemorative di due guerre combattute sui ponti di prua della navi, e su di un comodino polveroso la fotografia della prima moglie, una ballerina di origini americane, e alcuni oggetti che gli ricordavano la sua terra d’Ungheria, e noi, ogni volta che di pomeriggio si addormentava davanti alla tv, si saliva in silenzio su per le scale sino a raggiungere la soffitta che costudiva i suoi oggetti prediletti.

Dalla soffitta alla scantinato… quella cantina buia dove noi respiravamo piano… e sulle note della canzone di Lucio Battisti ballavamo i primi lenti con immaginarie ragazzine che promettevano di venire e non venivano mai, così come non vennero mai i primi baci sulle note di Barry White e Burt Bacharach e si finiva per mangiare un pasticcino e bere una spuma rossa o nera sulle note più allegre di Adriano Celentano. Io, Imre e Giorgio che non abitava nella nostra via, ma all’ultimo piano di un palazzo in via Cavalli, poche centinaia di metri da casa nostra. La mamma di Giorgio era la signora Carla e in comune con la mia di madre aveva l’amore smisurato per i suoi figli, tanto che Giorgio lo chiamava il primo fiore perché primogenito, e quando Lei non ci poteva sentire lo chiamavamo anche noi primo fiore… ma di broccolo.

Sono passati pochi minuti e già intravedo il cartello stradale che indica Scanzo, e subito il pensiero va al mitico Bla Bla, una discoteca nel sotterraneo dell’edificio del ristorante Giardinetto che all’epoca era gestito dalla Grazia, una signora bionda, truccatissima e curatissima nell’agghindarsi, la sua peculiarità era il tacco ‘12’ che portava puntualmente tutti i santi giorni, senza traballi o sconnessioni nella camminata. L’avvenente biondissima Grazia si muoveva fra i tavoli da servire con tacco 12 e la leggerezza che portava il suo stesso nome di battesimo. Di suo Marito non ricordo il nome, si vedeva poco, lavorava in cucina, quando appariva, era sempre di ora tarda, che fumando una sigaretta, bonfacchiava quattro parole di circostanza quasi sempre condite da non poca rudezza è perché no, anche da un po’ di ignoranza. I figli vennero poi, oltre i miei ricordi di oggi, due maschi, uno prese dal padre e uno dalla madre, entrambi Harleyisti, “cinghialoni” come chiamava spesso il Marco Girotto per definire dei piloti di Harley.

Marco era un ex motociclista, un biondo con gli occhi azzurri, veramente bello. Talmente bello quel ragazzo, che con la sua sbuffata malandrina che partiva dalle labbra rivolta al ciuffo di capelli che gli scendeva copioso sulla fronte per sollevarli sopra gli occhi, faceva innamorare le ragazze come fosse un bel fiore che attirasse moltitudini di api a sè. Vanesio il Marco, e spesso disprezzava l’operato di altri perché Lui si sentiva superiore a tutti. In aggiunta alla sua bellezza, era anche un acuto affarista. Lavorammo insieme al Marco, io e Susy per un certo periodo a Torino, si vendeva biancheria per la casa porta a porta e Marco era il nostro caposquadra. Quando eravamo in difficoltà nella vendita di lenzuola in pizzo macramè, ci veniva in aiuto, ma io non gradivo il suo aggredire i poveri clienti, che con Lui erano come costretti al l’acquisto e con Susy dopo qualche mese cambiammo lavoro.

Il Marco prosegui la sua carriera e mise in piedi una sua personale attività di tentata vendita porta a porta con gruppi di persone che creava portandoli via alla concorrenza. Ovviamente scelse fra tutti, quelli che fatturavano di più e nel giro di un paio d’anni accumulava il denaro sufficiente per non fare nulla e vivere nel l’agiatezza per due o tre anni. Così per due volte. Alla terza, gli riuscì di guadagnare in poco tempo più di un miliardo della vecchia moneta è come le altre volte precedenti si ritirò a vita privata, acquistò un grande maneggio per cavalli dove era il proprietario della maggior parte degli stessi, e per due anni circa non fece altro che gozzovigliare in compagnia di bellissime ragazze e i suoi amati quadrupedi. Auto fuoriserie parcheggiata giù nel cortile e champagne a go go con feste quasi quotidiane.

Era bello il Girotto e di certo lo sarà ancora, era tanto bello che ebbe alla giovanissima età di 18 anni, il primo figlio con Eleonora, verso i trenta ebbe una bellissima figlia con Angela e ora un altra bellissima figlia con Cristina, una bella siciliana. Dalla Sicilia mi chiamò l’ultima volta il Marco, per propormi di mettere nella sua nuova attività un capitale di 30.000€, vigneti, che a suo dire danno un buonissimo vino siculo. Marco passò quegli ultimi anni di sfolgorante dinamismo nel suo maneggio, poi i soldi finirono così come la sua capacità di accumularli in grosse quantità. Non so come ci finì in Sicilia, ma so di certo che Marco non viaggia più in fuoriserie ne con le utilitarie, verrebbe assalito da attacchi di panico che gli impedirono nel tempo di proseguire nel l’essere un manager di successo. Non fa più nemmeno il viticultore perché è ospite nella villa di un nostro comune Amico sulle rive del lago d’Iseo e con se non ha ne figli ne mogli.

Lo ricorderò sempre di quando si lavorò insieme a Potenza, una volta la settimana si tornava a casa nel bergamasco a bordo della sua Citroen DS Pallas che se faceva i duecento, lui la spingeva a duecentoventi Il Pipe ed io eravamo aggrappati alle maniglie di sicurezza poste in alto sotto il tetto del l’auto. Il Pipe era ( ed è) l’Aristide, un bel ragazzo anch’egli che lavorava con noi alla centrale del latte in quel di Potenza.  Capelli castani lisci e lunghi fin sotto le spalle e barba che sembrava Gesù con lo sguardo languido e Pino di pace.  Pipe non amava particolarmente niente e nessuno, non gliene importava di nulla purché lo si lasciasse in pace di fumarsi le sue due o tre canne al giorno. Aristide si è sposato con una bella rossa che fa l’infermiera al l’ospedale di Bergamo. La loro storia d’amore è già finita anche perché la Giusy, la ex, è conosciuta da moltissime persone per la sua provocante avvenenza… quasi tutti maschi, e ora sono separati. Ma dalle favolose pizze con peperoncino, rape e uova sode di Potenza ritorno coi ricordi alle pizze del Giardinetto di Scanzo.

La prima persona che conobbi al Bla fu Marina la seconda ragazza fissa del Claudio “vigá. La prima si chiama Piera e veniva dal Villaggio degli Sposi e per sintetizzarne il ‘contenuto’ di chi fosse si può definire “ la signora Luisa che arriva, pulisce e se ne va”, una specie di donna tutto casa e famiglia che al Vigà stonava molto a quel tempo. Marina era una ragazza paffutella, e più che avvenente era prima di tutto molto provocante  non fosse stato che per i suoi soli 17 anni, nel giudizio sommario  del pettegolezzo, era una ragazza un poco volgare, per giunta non un genio, e gridava sempre anche solo per parlare, vestiva con cose che lasciavano intravedere quanto più si potesse della sue parti intime, come le chiappette che sbucavano allegramente dagli esuberanti mini calzoncini di jeans strappati o le magliette che nascondevano solo il colore dei seni perché i capezzoli spuntavano liberi non costretti dal reggiseno che non portava mai… a quel l’età le tette son sode per tutte.

La Marina era una delle ragazze che si illuse di sposare il Vigá senza riuscirci, ma non riuscì nell’intento nemmeno ‘l’altra Marina’ quella che attualmente divide la sua storia travagliata con quel birbante di Claudio, ma è un altra storia che avrà posto nei miei pensieri avanti di ancora un paio di paesi che devo prima percorrere in moto. La Marina del ‘Bla’ venne lasciata dal Claudio e Lei forse per dimenticare, andò a lavorare facendo le ‘stagioni’ come cameriera in un albergo del cesenate, sulla riviera Adriatica. Non tornava che di tanto in tanto alla sua casa di Scanzo, finché un giorno tornò accompagnata da Vincenzo e con lui Marina dopo poco tempo si sposò. Vincenzo era un ragazzo del sud, lavorava con Lei nello stesso ristorante a Cesenatico, fu così che si sposarono e si trasferirono  nel bergamasco aprendo una attività in proprio nel campo della ristorazione. Claudio era uno esuberante che le donne le cambiava come bere un bicchier d’acqua fresca in una giornata d’estate, vestiva da ‘figaccione’  con vestiti di Armani e cappelli alla Borsalino, amava le notti invece che le giornate, lavorava di più in coda dal medico della mutua piuttosto che in fabbrica dove avrebbe dovuto, nota positiva non beveva e non si drogava così come del resto ora. Vincenzo era un ragazzo timido e le donne le cambiava di rado come bere ogni tanto un ‘bombardino alcolico’ in montagna d’inverno ad alta quota, vestiva per quel che serve per non essere nudi, di notte preferiva dormire e lavorava ogni santo giorno, prima per altri poi per se stesso, ma lavorava sempre e la mutua non sapeva cosa fosse se non per sentito dire, non beveva eccessivamente e non si drogava… ora non so. Per Marina ‘Piazza’ di Scanzo così chiamata con il soprannome che era l’abbreviativo del suo cognome, era stata una scelta a dir poco discutibile quella di aver sposato un uomo che era il netto contrario dei propri ideali di vita. Un dispetto a se stessa o un dispetto per Claudio che se ne fotteva!?, si sposò con Vincenzo, ebbero un ristorante e nei primi anni decisero anche di avere dei figli, e ne arrivarono due, maschi. Il ristorante andò bellamente a “ramengo” e chiuse ben presto i battenti, così come fallì miseramente il loro tentativo di matrimonio e Marina rimase sola, con figli grandi che poco la rispettano in compagnia di cani che dividono con Lei il divano trascorrendo gran parte della giornata insieme all’amata ‘padrona’ che altro non fa che poltrire in compagnia della immancabile bottiglia… non di acqua minerale…

Faccio spesso passaggi da un pensiero ad un altro. Tipico di chi si deve “salvare spesso”, troppo a volte, e così torno dove sono. Scanzo. Alla famosa, mitica discoteca del Bla, il Bla Bla condotta dal Mussita, altro mitico personaggio dell’epoca che ancora oggi fa parlare di se come fosse un sopravvissuto dei Nomadi. Mille storie, mille facce in quella disco-scantinato con tanto fumo di sigarette, suoni e rumori. Erano gli anni 80 i ragazzi che frequentavano il Bla, portavano capelli lunghi e jeans stracciati di almeno due taglie più grandi, maglia idem e giaccone quasi sempre di renna che se un po’ sporca era meglio. Ai piedi stivali a punta spagnoli che quando si andava in giro con la Vespa Primavera, si lasciavano strisciare penzoloni sull’asfalto in modo si rovinassero un poco come fossero vissuti e lisi come i jeans, e per reggere i calzoni larghi un cinturone con fibbia enorme di ottone fuso a forma di testa d’aquila o di teschio quando non di facce piumate di Indiani d’America. Nella testa dei ragazzi, solo voglia di fumare canne, bere birre, lavorare poco e andare spesso al mare perché sulle sue spiagge lo sballo e fare all’amore veniva meglio.

Più di trent’anni dopo i ragazzi portano i capelli corti quasi rasati alla “mojcana”, ci si veste con calzoni stretti e corti sulla caviglia che sembra siano di due taglie in meno, magliette firmate attillate per far risaltare gli addominali e giacche corte e strette che ricordano quelle che portava Totò e Peppino nei loro film molti anni prima. Scarpe da tennis rigorosamente griffate che in genere costano quanto un mese d’affitto di un appartamento periferico, e quando si viaggia a bordo di potenti scooter ci si guarda bene da anche solo sporgerle dalle pedane, immacolate come i pantaloni di Ridolini, e in vita spesso nessuna cintura e quando si, di pellami raffinati con fibbia classica d’acciaio. Nella testa dei ragazzi d’oggi non c’è più il desiderio di canne, ma di polvere e pasticche, si beve di tutto e di più purché alcolico, il lavoro non c’è quasi più e di conseguenza nemmeno l’assistenza mutualistica elargita a piene mani, per cui non ci si pone nemmeno il problema, al mare ci si va sempre di meno, anche perché si sballa a casa e a fare all’amore sulla spiaggia sotto le stelle rimangono gli stupratori di ogni “colore” che aumentano ogni anno che passa. Cambiano mode e abitudini e gli imbecilli non fanno che aumentare. Per grazia parlavo di molti ragazzi e ragazze, non tutti e non tutte, il meglio alimenta ciò che rimane da salvare in questo passaggio di vite e cuori confusi dal troppo benessere.

Ho percorso i kilometri che si contano sulle dita di una mano e altri dolci quanto malinconici pensieri del passato, mi invadono la mente facendosi largo nel mentre che attraverso case e luoghi contornati da colline che orgogliose mostrano degli splendidi vitigni dove si produce il famoso moscato di Scanzo, prodotto e venduto in quantità industriali in tutto il territorio circostante, anche se in realtà solo poche migliaia di bottiglie appartengono al pregiato mosto, perlopiù vendute a New York e Parigi, e le poche unità di bottiglie rimaste sono proprietà dei vini cultori che si compiacciono nel metterle al sicuro nella loro collezione privata.

Ricordo di quella volta che in un noto ristorante di Scanzo che di nome immagino nel non ricordarlo chiaramente, fosse il Pozzo, perché al centro del cortile antistante il suo ingresso, la locanda ospitava un pozzo di almeno duecento anni, giudicandone l’età a partire dal l’usura dei suoi stanchi mattoncini rossi e dal muschio di decenni che lo contornava. È tuttora un bel locale il Pozzo, e appunto ricordo di quel moscato di Scanzo che ordinai al sommelier, chiedendo rigorosamente di essere servito con quel vino. Non ho più bevuto del ‘vero moscato di Scanzo, e non ho più pagato l’equivalente attuale di 200euro per una bottiglia di vino… nemmeno al nightclub.

Arrivo nei pressi di una rotonda, la supero, sgaso e vado oltre e rivedo occhi di altra gente del passato e cerco di dare risposta al mio sguardo immaginario spesso inquisitore, come quando negli occhi stregati dai cuori non si ottiene risposta al l’inquietudine che assale nel non riuscire a trovarne una, perché al cuor non si comanda, ecco perché la luce più bella è quella che si vede negli occhi di una persona innamorata… il resto è tutto da scoprire vivendo.

Guardando negli occhi di un bimbo con i nostri, possiamo vedere l’innocenza di un tempo vissuta, un periodo di vita in cui lo sguardo non conosce colpa e non sa mentire. La prima cosa che vede un bimbo è trasparente come i suoi pensieri così che la sua immagine svanisce nel miscuglio confuso di amori, gioie e dolori che per grazia o per sventura ancor non conosce. Mille occhi per mille sguardi e ognuno la sua storia che si rivede a me in questo momento intanto che le ruote della mia moto mi cullano su altri nastri asfaltati.

Mille occhi per mille sguardi, ricordi e storie di ognuno che hanno intrecciato le strade che ho percorso, altri amici e nemici che hanno corollato di stelle e a volte di buio quei bei anni, e il cuore va oltre ogni dove, superando barriere invisibili. Per ora inutile ricucire vite diversificate dalle consuetudini, siamo lo stesso collegati dal legame dei ricordi.  Stiam bene così ma è bello riassaporare momenti felici.

Il vero contatto d’amicizia nasce forte dal l’adolescenza per questo i ricordi che passando tra Villa Scanzo e Alzano, riaffioravano prepotenti.  Le memorie dei giorni che furono caro Giorgio, che tutti ti chiamavamo ‘Giūst’ inteso per un ‘giusto’… o forse ti definisti così te stesso,  amico presente di tempi andati. Io sono rimasto lì. Siamo andati avanti solo per un velato dolce amaro imporre del ritmo di questa vita. È stato bello, puro quanto la nostra stupida incosciente innocenza che ci rendeva invulnerabili. Accelerai, misi la “freccia” mi fermai allo stop e pensai come fossimo uno accanto al l’altro a berci una birra dopo almeno venti primavere che non ci vediamo, esattamente dal giorno del funerale di quella bella persona che era tuo padre, il signor Gianni anche se si chiamava Giovanni, tutti lo hanno sempre chiamato Gianni. Ogni volta che sul posto di lavoro litigavo con mio papà Giuseppe, il Bepi, andavo dal Gianni che mi portava con lui sui cantieri come “bocia” termine che indicava un manovale in quegli anni, bocia derivato dai ‘Balilla’, giovinetti che sfilavano in parate militari come piccole promesse delle camice nere fasciste. Bocia, come il soprannome del capo spirituale degli ultrà del l’Atalanta. Bocia.

Puntualmente Bepi, mio padre, dopo uno o due giorni con un pretesto mi riportava a casa anche un poco costretto da mia madre che era in ansia e pena perché sapeva che mi avrebbero giustamente fatto sgobbare, e io tornavo come il figliol prodigo, ero ben felice di lasciare il cantiere perché era un lavoro duro fare il bocia a dei muratori per un ragazzetto di 15anni.  Senza contare lo scotto che dovevi pagare per essere ammesso a diventare un vero muratore, che comprendeva essere preso per i fondelli da mattina a sera, a volte poteva capitare che ti ordinassero di salire la rampa di scale fino al quarto piano per chiedere al caposquadra di consegnarmi la “squadra rotonda” come quando da piccolo i compagni di giochi più grandi di me, mi facevano entrare dalla Gina a comprare un sacchetto di caramelle “petamentante”… e come non esiste la “squadra rotonda” non esistevano le caramelle “petamentante” che tradotto in lingua italiana  significa ‘dammi tante botte’ invece che caramelle,  e poi ancora quando non ti facevano portare sempre al l’ultimo piano del caseggiato in costruzione due secchi di calce per poi dirti che s’eran sbagliati e serviva al Mario giù al primo piano.

Mi rifugiavo dal papà di Giorgio, ogni volta che avevo una controversia con mio padre, l’ultima volta che ricordo di essere stato con il signor Gianni però accadde un imprevisto. Si partì per Como a bordo della sua volvo 240 nuova fiammante grigia metallizzata.  A bordo ero seduto di dietro in mezzo a due omoni pigiato da dover quasi trattenere il respiro, alla guida il Gianni e di fianco il Mario, il più anziano del gruppo. Si andava in trasferta, quindi niente possibilità di ripensamento da parte mia o di papà aizzato da mamma, dovevo stare via cinque notti e quasi sei giorni. Partimmo il lunedì al l’alba per far ritorno di sabato nel primo pomeriggio. Eravamo alloggiati in una confortevole baracca di lamiere ondulate, con al centro una stufa a legna perché da poco passato l’inverno faceva ancora un gran freddo in quella verdeggiante valle a Como nei pressi del confine con la Svizzera.

Il Mario si alzava che non era ancora chiaro e riaccendeva tutte le mattine quella stufa e a turno ognuno di noi di tanto in tanto durante il giorno faceva un salto in baracca per ricaricarla di legna, una scusa per prendersi una pausa e fumarsi una sigaretta al calduccio.  Lavorai molto quel giorno e la sera in branda, sentii qualche linea di febbricina, il mattino seguente la mia temperatura corporea era a 38 e la tosse sembrava quella di un cavallo bolso. Fu l’ultima volta che andai a lavorare con tuo Papà Giorgio,come fu l’ultima volta che ti rividi al suo funerale dove eri accompagnato dalla tua seconda moglie.

Io Annibale accorciato e per l’epoca ‘addolcito’ in Bile sennò sarebbe sempre stato svilito da… Anni dove hai lasciato le “bale”?… sulla solita rete, l’ovvia risposta, e giù risate!  Il Bile è rimasto a quelle serate passate al gioco del biliardo.  Io, Tu e gli altri tre pirla,  Claudio con il cognome accorciato che veniva ‘Vigá’, l’Imre, quello di padre Ungherese e noi traducendolo in un italiano che più dialettale non si può, lo si chiamava Imbre e Vittorio “ol Frances” che a soli tredici, quattordici anni lui ci portò in Francia per una breve vacanza dai suoi parenti. Viaggio fatto in treno sbracati per terra negli stretti corridoi perché i posti a sedere erano esauriti, e arrivammo a destinazione il giorno dopo la partenza, e fu subito festa.

Tuffi nelle pozze di un fiume, o gite a bordo di barconi che trasportavano materiali edili nei grandi canali navigabili che attraversavano le pianure di Digione Ville, poi ancora i bellissimi pomeriggi passati alle ‘giostre’ dove c’erano fucili con tappi di sughero come proiettili che abbattevano, riuscendo a colpirle, figure di cartone, altrimenti si abbattevano lattine vuote d’olio accatastate a piramide, con palle di pezza cucite a mano ripiene di segatura. Fui stupito anche dal servire pasti in pirofile da dove ogni uno attingeva il suo, sembrava stravagante mangiare in quel modo alla francese. Mi invaghii di Marie Chantal in quella vacanza, una ragazzina dai seni generosi con capelli ricci e neri come la pece e occhi marroni. Per la prima volta, pensai male di acquistare la mia prima bottiglia di pessimo wischey che comprai in un negozio di Digione insieme a un filone di pane da mettersi sotto il braccio per poter tranquillamente leggere il giornale a passeggio mentre cammini… pensai male di bere quel liquore per darmi coraggio nell’affrontare l’imminente serata piena di promesse di baci e carezze. Invece fu Ugo ad approfittarne e i baci di quella serata se li beccò lui, io ero intento a vomitare a quattro zampe in un prato poco lontano. Non toccai più super alcolici per molti anni a venire… tornato in Italia mi consolai con Martine, la sorella del “frances” che mi regalò molti baci nei pomeriggi estivi assolati passati nella piscina comunale di Bergamo che raggiungevamo a bordo dei primi autobus arancioni. Un ora per andare, tre ore di piscina, una di gelati passeggiando e  un ora per far ritorno a casa e alla fine la ricompensa uno o due baci sotto l’androne del portone di casa di Martine, le ‘carezze’ erano per sabato e domenica che si andava per boschi o per campi.

A quel Tempo c’era anche il Maurizio che ancor oggi chiamo Ciccio, figlio primogenito della signora Lucia la locandiera della trattoria che portava il suo nome, dove si trascorrevano ore interminabili al gioco delle carte o del biliardo. Ciccio, il sabato sera, “selezionava” sempre tre di noi per portarli a spasso a bordo della sua 500, di più in quel l’abitacolo non ci saremmo stati nemmeno pigiati a forza. Ciccio a quel tempo c’era e ancora c’è, più bel l’uomo ora che da ragazzo, e ha da poco partecipato ad una trasmissione televisiva molto popolare in Italia dove il conduttore premia i miglior ristorante di quattro testati per ogni città e con la sua antica trattoria del Donizzetti, si è guadagnato il secondo premio… penalizzato da una polenta cucinata in modo alquanto strano e bizzarro dal cuoco della sua cucina.

Si partiva a bordo di quella scatola di sardine bianca in quel posto di quel paese di sopra, Alzano, per raggiungere la mitica Selvino, un paesotto di montagna che chiamavamo il posto di vacanza dei milanesi, unica alternativa, Bergamo di notte… e chi rimaneva tanto per non cambiare, giocava al biliardo a stecca o a carte. Il fratello minore di Ciccio è Alfredo detto Fredone e il loro babbo fu il signor Natale. Un uomo di cui ricordo la squisita accoglienza che ci riservava al nostro ingresso nel suo locale. Se ne stava ritto appoggiato alla vetrina dei liquori su di una gamba sola e con l’altra che si sovrapponeva con punta del piede appoggiata spavalda sul pavimento d’assi di dietro il suo bancone.  Non era spavalderia, era una posa in cui il signor Natale estasiava la sua forzata permanenza quotidiana preferendo essere un ‘cliente’ piuttosto che l’oste… le braccia conserte e nell’incrocio di mani, una si staccava da un braccio e stringeva gelosa la cicca di un filtro della sua immancabile sigaretta.  Il signor Natale volgendo il capo verso di noi, sorrideva contento nel vederci e il suo sorriso ho ancora il piacere di rivederlo nel volto dei suoi figli. Non ricordo altro di Lui, ma non m’é d’aiuto nient’altro per pensare che il signor Natale fosse una bella persona, e di certo lo sarà anche ora nel posto in cui merita d’essere. Un vero padre, come il signor Albino il vigile urbano che diventò il suo consuocero, sposato con la signora Michela mamma di Cinzia, la moglie del Fredone il secondogenito della signora Lucia e Natale. Albino se n’è andato, ora dirige il traffico di buoni e cattivi, ma ho avuto il piacere di rivederlo e bere un qualcosa con Lui qualche volta al Mignon bar di suo genero il Fredone e della Cinzi sua figlia. Pbonciorno, la signora Michela mi salutava alla tedesca quando la vedevo, qualche anno dopo se ne andò a miglior vita ma non prima di avere avuto anche con Lei il privilegio di conoscerla in una delle nostre brevi chiacchierate fatte seduti ad un tavolino del bar o mentre aiutava la Cinzi ad asciugare con uno strofinaccio i bicchieri ancora caldi tolti dalla lavastoviglie . Pbonciorno Michela.

Della Cinzia il pensiero mi va a quel viale alberato dove Lei sfoggiava i suoi magnifici diciott’anni e era il sogno proibito di noi ragazzi che l’ammiravamo. Ma ancora mi serve dire che al cuor non si comanda perché scelse il meglio per Lei, Alfredo, il Fredone per intenderci. Un bravissimo ragazzo che ha conseguito il cammino dei genitori, ed è barista per eccellenza da sempre. Osti, baristi, ristoratori si distinguono tra gli altri dopo almeno vent’anni di onorata attività, e il Fredone ora li ha di già raddoppiati. Una vita tranquilla quella del Fredone, lavoro, casa, Cinzia, Cinzia, casa e lavoro, ma a volte il destino ti riserva problemi che non t’aspetti, quasi fosse che ad ognuno è riservato portare la propria croce su per la china del colle, come il Fredone che non s’aspettava negli anni a venire, che una brutta malattia lo potesse colpire.

Due anni di sofferenze e uno di speranze. Tre anni per sconfiggere l’ostacolo posto dal destino, tre anni per riavere completamente il nostro maestro di sci, il Fredone… che non solo scia ma ama andare in bicicletta, macina asfalto come un perpetuo meccanismo spinto da un mulino di acqua adrenalinica nelle coscie. Così che guarito dal male che l’aveva ghermito, una sera di primavera venne malauguratamente investito da un operaio marocchino che faceva ritorno a casa con la sua automobile. Il Fredone pedalava ignaro e spensierato sulla sua bici, non immaginava certo che la vita gli chiedesse un altro sacrificio in nome di cosa ancora ben non si è capito. Un motivo c’è sempre, come l’essere nati e se nascere è bello e nobile, altrettanto lo sarà essere sottoposto agli accadimenti della vita.

Un altra prova di coraggio, un altro Fredy sciupato come uno strofinaccio, un altro Alfredo da restaurare, un altro Fredone che ritorna più bello e più in forma di prima. Mi confidò che il suo segreto era iniziare a curare l’anima prima che il corpo. Lo capiì quando quel giorno in ospedale andai a trovarlo imbacuccato da capo e piedi perché mi trovavo in una stanza asettica e l’ospite suo malgrado era Lui, mi chiese di portagli uno dei Rosari che porto da ogni parte del mondo Cristiano che ho potuto visitare nei miei pellegrinaggi, così come conservo gelosamente dei Mālā Buddisti Tibetani. Rosario e Mālā, catene di preghiere da sgranare in contemplazione con entità superiori che ci aiutano a trovare la via migliore del nostro cammino. Un Rosario e del l’acqua benedetta che attinsi da un secchio pieno nella chiesa di Papa Loleç a Częstochowa in Polonia, questo mi chiese il Fredy e questo gli diedi… impossibile storcere il naso pensando che ciò potesse servire alla sua guarigione, impossibile contraddirlo ora dopo che è rinato altre due volte… che per dirla l’intero, alla fine furono Tre.

Anche Ugo è stato parte di questi tempi ma non lo ricordo in partite interminabili di gioco delle carte o boccette senza vincitori né vinti. Il Giūst, era l’unico che aveva sempre di che pagare. Quando si andava nel l’angolo del bancone dove la sciüra Lucia alle due di notte ci presentava il conto di biliardo e bevande, tutti si partecipava con quanto si aveva in tasca. Ma era sempre la solita solfa, io che mettevo più del dovuto ma non bastava mai, e il Giorgio che imprecando dandoci le spalle toglieva dal portafogli le lire di banconote azzurre che ci avrebbero salvato da una scacciata a malo modo. La sciüra Lucia aveva il conto aperto per tutti ad ognuno ma nella misura più adeguata… sapeva bene chi pagasse i conti arretrati con più solerzia di altri che fingevano di dimenticarsene, e preferiva gli fosse pagato subito il disturbo di schiamazzi urla e bestemmie di ore ed ore sfiancanti che era costretta a subire ogni santo giorno.

Giocavamo al biliardo noi cinque onnipotenti imbecilli, e i vinti di una serata erano i vincitori in un altra, che meglio sarebbe stato andare al cinema in quanto alla fine ci ubriacavamo che di sol malumore. L’obbiettivo principe che aleggiava nelle nostre piccole menti in fase di sviluppo, era di trovare una ragazza per poter almeno limonare, e noi invece si stava lì a giocare, bere e imprecare che per sfiga era pure di moda.

Non so chi lo decise, ma faceva uomo bestemmiare, si era grandi anche senza un filo di barba in faccia e qualche pelo sul pube, a condizione che ogni esclamazione o discorso si volesse intavolare iniziasse con una imprecazione. Quante energie in quelle infinite serate, quanto è forte il nostro cuore. I nostri cuori  hanno sopportato anche oltre perché dopo la sera giungeva la notte che rubava vitalita al giorno dopo.

A volte la signora Lucia desiderava si chiudessero le ante della trattoria almeno un ora prima il lunedì è il martedì. L’una di notte poteva bastare per chiudere i battenti in quei due soli giorni settimanali, e noi che si faceva? C’era un lasso di tempo in cui avremmo dovuto rincasare, e invece con il pretesto  di aspettare il Giüst lo si accompagnava sul posto di lavoro. Lui faceva il panettiere, sfornava pane e abusavamo della pazienza di mamma e papà pur di andare con lui a vederlo impastare il pane e appena pronto ancora caldo, e ci deliziavamo nel morderlo a grandi bocconi mangiandone in quantità… gratis. Giūst ci faceva vedere con le mani come metteva il bottone sulle rosette prima di infornare, così come preparava trecce di pane o fragranti pagnotte di pane duro che oggi chiamiamo pugliese.

Il Giorgiogiust panificava a partire dalle due e mezza di notte, prima si scorrazzava per la città a bordo dei nostri “vespini”, timidi e impauriti dentro e spavaldi fuori, indossando la maschera di uomini veri che a quell’ora di poco più del l’una di notte, i nostri cuori si sobbarcavano di lavoro e dovevano mentire dicendo che non avevano sonno. Si smanettava tra le vie deserte di una città a quel tempo ancora gentile e un poco timorata.   A quell’ora non v’era altro da fare che sfottere puttane che battevano sulla strada.

Puttane e bestemmie per l’avanzare incalzante della nostra voglia di crescere, ignari vittime del progresso che praticavano lo sfogo di valvole super compresse di vapore che non aperte potevano esplodere. La prostituta agli occhi di oggi è una figura diversa, mi appare come fosse un nobile aiuto alla società di cui raramente mi son giovato, e per quel quasi niente ho avuto modo di capire che sono semplicemente  persone che dispensano amore, nel mentre, chi ne fa uso apre il rubinetto e fa uscire tutto il vapore dentro sfogando voglie, rabbia e frustrazioni. La signora o il signor Prostituto sono degni di ciò che facevano e fanno, il miglior auspicio d’augurio per loro non può essere che “lavorino per se stessi” e non per purolenze umane che li e le sfruttino. L’Amore in tutte le sue ‘forme’ non è e non deve essere mercemonio per niente e nessuno. Ma questo vien dopo, lo si capisce più in là. Dopo aver capito che le Puttane sono persone degne del massimo rispetto e noi cinque ribelli forse lo si è potuto capire anche andando a sfotterle in quegli anni 70. Che se una di queste Signorine ce “l’avesse offerta”,  l’avremmo rifiutata, perché non si sapeva da che parte iniziare.

Allora si scorrazzava con quei vespini tra le vie del centro della nostra minuta e graziosissima città in cerca delle puttane. Bastava passare lentamente in “certe” vie, per poter vedere quelle lunghe turgide gambe velate di calze chiare. Gambe infilate in una minigonna con cintura, il difficile era distinguerne la differenza se una delle due non cambiava di colore. Rumoreggiando si passava dalla strada con le due ruote in velocità mite, in seconda marcia a mano, senza casco perché non era obbligatorio portarlo e si sarebbe visto meglio. In due seduti sulla Gamant, una sella bianca elegante per l’epoca che ospitava due passeggeri sul vespino anche se non si poteva perché proibito, che quando i nostri occhi intrisi di bramosia incontravano  le gambe delle compiacenti lenitrici del sesso, nessuno era più responsabile delle proprie azioni, noi non si comandava più… chi guidava sgasava accelerando felice, mentre il passeggero urlava un “bella F…  timorosi che per malasorte si spegnesse il motore del vespino. Visto e stampate incancellabilmente nella mente quelle belle signorine, con la baldanza dei non mutanti imbecilli che ci contraddistingeva, prima di dormire era sicuro si facesse la guerra dei vigliacchi… cinque contro uno, aspettando prima che il babbo dalla stanza accanto gridando, non ti avesse ammonito del tuo triste risveglio al mattino imminente, che spesso era solo dopo tre o quattro ore non di più.

Si doveva lavorare il giorno appresso… o almeno per qualcuno di noi ci doveva provare. Il Vigá era un maestro nel provarci, lavorava (si fa per dire ) alla Zerowatt una fabbrica di lavatrici extracomunitaria, e dopo aver cambiato tutti i reparti esistenti per presunto infortunio in ognuno, passò alla non voglia di fare una beata cippa  che tradotta ai tempi con stipendio fisso alle spalle, significava mutuato perenne e comportava continue estenuanti visite dal medico della mutua che anche a lui non gliene fregava niente di chiunque per nessun motivo… anch’esso stipendiato fisso.  Il Vigá aveva dei seguaci ovviamente, adepti solerti e presenti ma, uno era il suo “allievo” preferito, il più accanito sostenitore del l’andare al mare invece che al lavoro era ed è  Ivano che io chiamo molto affettuosamente il Quadraio. Lo faccio per divertirlo offendendo la sua arte che è il saper dipingere come pochi relegandolo a semplice “quadraio” che è il dispregiativo di corniciaio.  Quando parlo con Ivo, non gli auguro, ma lascio il dubbio al fato che il Quadraio secchi, trapassi, passi a miglior vita così che i suoi dipinti valgano più di ora che vive. Sono trent’anni che glielo dico e lui mi risponde toccandosi nelle parti basse… “bastardo” morirai tu prima di me, e così tutt’e due si vive più a lungo.

Il Vespa, il mitico “cinquantino” di solito elaborato con sapienti buchi fatti nella marmitta e carburatore maggiorato che spingeva sul l’asfalto il motociclo di dieci Kilometri orari più di prima… poco, ma il fracasso era molto. E ritorno malinconico a Villa di Serio che mi sono da poco lasciato alle spalle, quando noi cinque si andava in discoteca allo Shacher a cavallo dei nostri rombanti ‘vespini’. Si entrava in camicia e si usciva con un maglione in cashmere con collo a V e due selle Gamant per ogni ‘vespino’… non sempre… ma non di raro. Rubare per gioco. Per spavalderia della nostra adolescenza. Solo a me e Imbre piaceva ballare… o meglio dire che solo noi avevamo il coraggio di salire in pista a ballare.  Disco music a palla, due “shecherati” di quelli tosti e stavamo a mollo del nostro sudore per ore intere, ci immedesimavamo in un ballo che alla fine, dopo ore sapeva di tribalico, tanto erano sballate le nostre movenze, del resto d’altro non c’era nulla da fare, le ragazze e le donne non guardavano dei ragazzi non ancora in età della patente di guida.

… Vado oltre,
percorro un paio di km. e sono in località Negrone, una frazione fra il triangolo di Tribulina, Rosciate e Albano S. Alessandro. La moto sputa scoregge e si sente il “ritorno” del motore in prossimità delle curve quando viene ridotta la velocità. A Negrone vive e lavora il Giampi. Bel ragazzone, bravo ragazzone. Figlio di una Signora mamma grande e grossa che ha sempre avuto cura dei suoi due figli maschi, una “carabiniera” d’altri tempi, una donna scaltra e tenace. Curava gli affari della sua officina sin da quando il marito riparava trattori e falciatrici. Il Giampi un buon ragazzone dalla risata grossa come i suoi bei dentoni bianchi, ci lavorava in quella officina… ha lo sguardo che pensa e molto riflette prima di dire sì o no, un ragazzo sincero come il suo sorriso. Si è sposato anni fa con una bellissima ragazza che si diletta nella cura del suo corpo facendo palestra e ballo assiduamente al punto che fosse una insegnante, e che mi perdonino entrambi del fatto che non so o non ricordo se abbiano avuto figli. Il mio andare indietro con il tempo, pensando al Giampi, è vederlo che d’estate si scotta la pelle anche sotto l’ombrellone, come il vederlo “fuori” con mezzo bicchiere di vino, vederlo nella sua tuta blu intera da meccanico, con una lunga cernierona bianca che gli percorreva tutto il corpo, dal collo all’accessorio per fare la pipì.

E ancora ricordo mille altre cose che ci legano felicemente e per fortuna di rado infelicemente. Tante cose a partire dal fatto che avevamo trenta e più anni di meno, e svanisce il tutto nel mentre percorro un altra manciata di km. In cui raggiungo Albano S. Alessandro, e se nella piccola graziosa Negrone i ricordi eran cento in quel paese erano mille.

Ero uno sposo a metà degli anni “80”, era estate e la consorte andò al mare una settimana sulla riviera adriatica. Claudio Vigá mi propose una strana appetitosa serata per i sensi,  lo avrei accompagnato in una discoteca tra il lago d’iseo e il confine bresciano, il mitico Number One. Lui si sarebbe accompagnato con la sua nuova fiamma, Marina, quella che venne dopo Piera e Marina Piazza. Si accompagnava alla sorella Roberta, che in pratica era ‘destinata a me’, unica condizione riuscire a farmi prestare la splendida maggiolino cabriolet nera  con borchie cromate alle ruote, che era proprietà della mia di sorella. Per fortuna o sfortuna la cabrio finì nelle mie mani, e accettai perché Roberta diventò la prima pietra con cui ho ricostruito la disfatta del mio matrimonio sbagliato. Lo stesso era impossibile resistere ad una ’biondona’ tutta curve al punto giusto, e non bastasse con sole diciotto primavere alle spalle. Fortuna direi, d’improvviso mi resi conto di avere sposato un altra sorella che già ne avevo tre, e ho anche capito di non confondere il bene con l’Amore perché il gorgonzola e lo zabaglione, hanno due gusti del tutto differenti. Non che di Roberta fossi follemente innamorato, ma mi servì per capire che il mio matrimonio fu un errore. Che non c’è mai uno sbaglio in un errore, perché ti può far comprendere ciò che è bene e ciò che non lo è.

Ho fatto poche altre cose in quel paese d’Albano a parte il frequentare Roberta e la sua famiglia numerosa, anche perché non offre molto di più inteso per monumenti storici della chiesa con sulla guglia una Madonnina tutta d’oro, per altro ora rimane il piacere di passarci per andare al lago, perché  è diventata una strada secondaria poco battuta se non da nostalgici motociclisti come me. Il babbo di Roberta era la persona più buona al mondo ma si atteggiava a “duro” a tutti i costi e quando aveva qualcosa da dire, prima bestemmiava pesantemente e poi stringendo i pugni li agitava ammonendo persone e fatti. Non avrebbe fatto del male ad una mosca e a parte il lavorare e fumare come un turco altro non faceva. La mamma di Roberta, premurosa in tutto, altre due sorelle e un fratello biondo pure Lui. Giacomo, una promessa dell’equitazione che poi chissà per quali strani motivi prese altre strade che lo condussero alla disfatta del corpo e della mente. Dov’è ora, sicuramente è rimasta l’Anima. Ciao Jak.

Non scorderò mai quando pochi giorni dopo aver conosciuto Roberta, volli andare a trovarla al mare. A Cesenatico alloggiavamo nello stesso albergo ma oltre noi c’era la famiglia al completo con tanto di mamma Pierina e papà Aldo, e non fu facile far capire di non essere sposato, la mia quasi decina d’anni in più di Roberta lasciava perplessi tutti quanti, e alla sua cugina Rossella non sfuggì il particolare di quei ‘dieci anni’, e fui smascherato ma per fortuna non tradito, ne da Lei ne da suo marito Mario che arrivò il giorno successivo al nostro arrivo… in autostop. Chiesi come mai venne in autostop pur possedendo tre automobili prestigiose tra le quali una Rolls Rojce bianca che usava abitualmente per lavoro dal momento che i due avevano una florida attività in una agenzia matrimoniale, Mario rispose che voleva tornare ragazzo e volle fare questa esperienza, facile allora, oggi in autostop si carica in auto solo un parente stretto o una persona straconosciuta. Il paese di Albano è lungo ma non infinito e qualche giro di ruote dopo l’ho di già superato così come il ricordo di Roberta.

La prossima tappa sarà Gorlago, un paese che considero di passaggio, se non il ricordo di quella pizza fatta da un napoletano che era un preludio del resto della nottata h’aveva da venire altrettanto allettante quanto il gustarla. Vino bianco per accompagnare la pizza da Ninì che all’epoca doveva essere rigorosamente in bottiglia di marca nota. Si capisce ‘cadendo’ in una delle molte volte della nostra vita, quanto sia migliore un mezzo di bianco spinato con bollicine, quando si ha la fortuna di sapersi rialzare e continuare a lottare, che meno si lotta contro il male, più si ottiene. Saper gustare il meglio della vita al minimo del costo è aver raggiunto un buon traguardo per riuscire almeno a capire perché si sta su questa terra, ma… bisognerebbe non sprecare troppo tempo! Non basta mai quello che serve per cercare di capire cosa c’è oltre questo veloce passaggio delle nostre vite. Ognuno con le sue risposte si darà pace… meglio per chi Crede, dico io.

E lo dico dal balcone di casa, mentre mi gusto il panorama della natura che ho davanti agli occhi… vedo le fronde degli alberi che tentano invano di offuscare i confini delle colline alle loro spalle, la prospettiva inganna… non ce la faranno mai. Dietro tutto lo sguardo, il cielo e le nuvole che vi scorrazzano beate. Una, l’unica che vedo nel mio quarto di mondo sembra abbia la forma di un coccodrillo. Mi ricorda il coccodrillo appeso nel Santuario della Madonna delle Lacrime a Ponte Nossa ma è un altra storia che racconterò più avanti, quando il mio viaggio in moto, arriverà lì.

Gorlago, ci sfrecciavo con la mia fiammante Bmw 1000 quattro cilindri in linea. Blu metallizzata. Bella come il sole. (Gesù mi perdoni la licenza) Ero ancora ingenuamente felice sposo, e ho sognato un intero inverno poter avere la ‘tedesca’ vestita di una nuova livrea innovativa mantenendo l’eleganza che contraddistingueva la nota casa bavarese, un po’ come dire che le Harley hanno “accettato” di mettersi sul davanti del motore, un modernissimo radiatore di stile Bmw ma di designer Porsche. L’ho sognata quella moto, tant’è che a rate, di primavera me la son comprata. Me la vendette Mino, un bellissimo ragazzo con tanto di palle per essere un buon commerciante.

Non scorderò mai quando al secondo rifiuto della banca di concedermi il prestito per acquistare la moto, un giorno Mino, furente si scaraventò nel l’istituto di credito e inveendo contro il direttore disse: date sto cavolo di prestito al Carlessi che ha tutti i requisiti per poterlo avere! Poi aggiunse sempre agitato, datemi i fogli necessari che ci metto io una firma d’avvallo se “voi” non credete in lui, ci credo io.  Tre firme veloci e rabbiose del Mino e pochi giorni dopo avevo la mia Bmw. Peccato non avere più avuto il piacere di fare altri affari con Lui, la sua frenesia lo uccise nel corpo e nel l’orgoglio quando in quella maledetta curva, si schiantò con la sua moto e ne uscì paralizzato a livello vegetale. Una sedia a rotelle sostituiva definitivamente una delle tante auto e moto che il Mino aveva trattato e venduto.  Non molti anni dopo, a giusta ragione, abbandonato dalla moglie che non riconosceva più, morì accudito dalla straziata madre.

 

 

 

 

 

 

Sono a cavallo di un’altra “crauta” rombante e vedo Gorlago nel mentre che penso alla blu metallizzata che di emozioni me ne ha regalate non poche. C’ha messo il c..o la Roberta, scoperta di un altro mondo, c’ha messo il c..o la Monica, altro Amore sbagliato ma non per come aver sposato una sorella, Amore vero… ma troppo da parte mia e molto poco e parecchio travagliato da parte sua. Non è cosa buona mangiare oltre misura, così come il bere troppo vino stroppia, amare più di quanto non si possa sapere riuscire a contenere è sconvolgente. Amare non è mai troppo… se due cuori battono con gli stessi intenti, ma se uno batte e l’altro non si sente, quello che freme si comporta come annullare quasi totalmente la sua entità per porsi al servizio di un bene che anche se a portata di mano, diventa d’incantesimo sfuggevole e ancora quasi si afferra e di nuovo sfugge. Un eterna lotta al dover dimostrare per ‘avere’, c’è poco di peggio possa capitare. Una sera di molti anni or sono, mi fermai a Gorlago nel mentre raggiungevo la cascina di Cicola. Avrei mangiato una pizza dal Nìní per poi andare all’appuntamento con Monica. Un altro preparasi malinconicamente ad una serata sperando fosse quella buona, quella in cui Lei dimostrasse una parvenza di vero Amore. Fermo il mezzo e lo parcheggio sul cavalletto laterale in un angolo di prato con dietro lussureggianti colline in fiore. È presto per cenare appoggio le chiappe sulla sella della moto inclinata verso di me, gambe tese una accavallata all’altra, e con fare alla Steve McQueen mi accinsi a prendere una sigaretta estraendo il pacchetto dalla tasca con noncuranza e malcelata disinvoltura. L’unico gesto che mi restava da fare per essere me stesso, oltre che godermi la solitudine di una buona mezz’ora in cui mi fermavo a guardare un tramonto, da dietro quel pino, a volte è meglio ignorare la realtà per dar quiete all’animo triste e tribolato.  A volte è meglio ignorare anche se per pochi minuti. Beata ignoranza.

Osservare un giorno che si spegne è un trionfo di colori, e la vittoria dei sensi, la delizia di essere vivi, nessun tramonto può essere dipinto nella sua completa interezza. Non ci si ferma più a salutare un giorno che va al riposo, è retrogrado, démodé, antiquato, superato, per molti inutile, siamo avanti perciò possiamo osservare i tramonti più belli del mondo guardandoli in un monitor, ci siamo evoluti perciò più intelligenti, ma cosa c’è di intelligente nel non deliziarsi dello schermo del creato e sentirne profumi e odori dalle proprie nari, pioggia e sole sulla pelle. Cosa c’è di più intelligente e sensato che sentirsi addosso la vita guardandola dal palcoscenico stesso che ci ha partorito.

Guardare un tramonto è sempre una cosa spettacolare, guardarlo dietro un pino di pochi anni che si pavoneggia tronfio dei propri germogli che si sono vestiti alle estremità dei rami, con il verde più intenso ci sia, è come si appuntasse una medaglia al petto, come a dire son giovane ma già ti rubo l’immagine.
Allora non resta che guardare oltre, e su di un lato si scorgono una fila d’alberi che nel loro scomporsi paiono fatte su esatta misura nel rigoglìo del lor verdeggiare.
Sopra la punta del pino, una luce accecante, è il sole che da dietro il mondo é tramontato, spara i suoi ultimi raggi d’arrivederci. D’altro lato, più in basso, una siepe adagiata su un prato che pare un anguilla di un colore verde squillante, talmente chiaro da sembrare un evidenziatore da carta.

Più in là, sempre in basso, un pezzo di prato appena falciato che pare un aiuola inglese, sul suo finire una fila d’alberi multiformi di tonalità diverse dell’unico verde a disposizione variegate anche per altezza e dimensioni, ma anch’esse come quelle composte dell’altro lato, è come fossero un tutt’uno, sopratutto quando si abbracciano costrette da un vento tiranno, pare si accarezzino a volte, e altre sembra si schiaffeggino è tutto ciò l’insieme non si scompone di una virgola nella tavola del firmamento.

In fondo, due alberi maestosi del circondario, un enorme Platano e un imponente Quercia. È come vedere due enormi Sfingi che difendono una piramide. Dietro loro un maestoso monte e imponenti colline da contorno. Una meraviglia. Le cime sono riccioline e i fianchi sembrano rivestirsi di comoda pelliccia e coprono tutto ciò che l’uomo abbia costruito.

Bisogna aspettare la fine del tramonto quando bacia la notte per andarsene, solo allora timide luci di lampioni sfuocati dalla vegetazione, faranno capire l’esatta ubicazione dei tetti per i cuori umani e animali. Per tutto il resto è alzare la testa e guardare verso l’alto… ma non troppo, le nuvole arrabbiate di questa giornata di pioggia scemata coprono già l’orizzonte del cielo, e prevale la striscia di azzurro sporcato da nuvole bianche, grigie e nere. La volta celeste e come un gigantesco palcoscenico che così bello mai nessun uomo potrà mai allestire. Le nuvole paiono giganteschi ammassi di cotone sparso all’insù. Ero a Gorlago aspettando Monica  e adesso ero in un dipinto di Michelangelo e ne assaporavo l’immensità. Un magnifico tramonto è meglio si veda che parlare di lui, beata ignoranza, mi fece dimenticare il cruccio che assilla lo sfogliatore di margherite…m’ama, non m’ama, m’ama… Illusorie sensazioni di pace interiore per dar respiro all’affanno di un amore tribolato. Io, la moto, le pizze di Nìní e i tramonti tristi ma consolanti ricordi di Gorlago. Che il paese nemmeno l’ho mai visitato, se non il passaggio di notte strafatto di tutto a bordo di auto potenti sotto le chiappe, e sfrecciavo a finestrino abbassato per rinfrescare d’aria il mio volto sudaticcio e stravolto. Ringrazio la luce di Dio. che è in me e che per sua grazia non ho mai coinvolto nessuna persona nella mia guida spericolata in stato a dir poco trasgressivo e imbarazzante.

La moto blu pralinata metallizzato… dopo un anno divenne bianca pralinata metallizzata perché a Monica piaceva di più. La vendetti per sanare un debito, che in verità mi fu quasi estorta, nutro ancora un pessimo ricordo di quell’arrogante giovane maleducato. Pretese il ritiro della moto a fronte di un debito di inferiore valore rispetto a quello della moto stessa. Non so che fine abbia fatto quel giovane, so di certo che la mia motocicletta Bmw, l’ho desiderata con la mia ex moglie e l’ho divisa con Monica ed altre, era giusto che finisse male come era iniziata, e fu venduta male ad una persona che di buono aveva poco… e prego per Lui abbia capito la lezione, così come l’ho capita io che sto tentando ogni giorno di raddrizzare gli sbagli del passato.

E la tappa fu Gorlago, un paese che considero di passaggio, se non il ricordo di quella pizza fatta da un napoletano che era un preludio del resto della nottata h’aveva da venire altrettanto allettante quanto il gustarla. Mezzo litro di bianco per accompagnare la pizza di Ninì che all’epoca doveva essere rigorosamente in bottiglia di marche note. Si capisce ‘cadendo’ in una delle molte volte della nostra vita, quanto sia migliore un mezzo di bianco spinato con bollicine, quando si ha la fortuna di sapersi rialzare e continuare a lottare, che meno si lotta più si ottiene. Saper gustare il meglio della vita al minimo del costo è aver raggiunto un buon traguardo per riuscire almeno a capire perché si sta su questa terra, ma… bisognerebbe cercare di non sprecare troppo tempo! Non basta mai quello che serve per cercare di capire cosa c’è oltre questo veloce passaggio delle nostre vite. Ognuno con le sue risposte si darà pace… meglio per chi Crede, dico io. Gorlago, ci sfrecciavo con la mia fiammante Bmw 1000 quattro cilindri in linea. Blu metallizzata. Bella come il sole. (Gesù perdoni la licenza) Ero ancora ingenuamente felice sposo, e ho sognato un intero inverno poter avere la ‘tedesca’ vestita di una nuova livrea innovativa mantenendo l’eleganza di un popolo altero. L’ho sognata quella moto, tant’è che a rate, di primavera me la son comprata. Sono a cavallo di un’altra “crauta” rombante e vedo Gorlago nel mentre che penso alla blu metallizzata che di emozioni me ne ha regalate non poche. C’ha messo il c..o la Roberta, la scoperta di un altro mondo, c’ha messo il c..o la Monica, altro Amore sbagliato ma non per come aver sposato una sorella, Amore vero… ma troppo da parte mia e molto poco e parecchio travagliato da parte sua. Non è cosa buona mangiare oltre misura, così come il bere troppo vino stroppia, amare più di quanto non si possa sapere riuscire a contenere è sconvolgente. Amare non è mai troppo… se due cuori battono con gli stessi intenti, ma se uno batte e l’altro non si sente, quello che freme si comporta come annullare quasi totalmente la sua entità per porsi al servizio di un bene che anche se a portata di mano, diventa d’incantesimo sfuggevole e ancora quasi si afferra e di nuovo sfugge. Un eterna lotta al dover dimostrare per ‘avere’, c’è poco di peggio possa capitare. Una sera di molti anni or sono, mi fermai a Gorlago nel mentre raggiungevo la cascina di Cicola. Avrei mangiato una pizza dal Nìní per poi andare all’appuntamento con Monica. Un altro preparasi malinconicamente ad una serata sperando fosse stata quella buona, quella in cui Lei dimostrasse una parvenza di vero Amore. Fermo il mezzo e lo parcheggio sul cavalletto laterale in un angolo di prato con dietro lussureggianti colline in fiore, è presto per cenare appoggio le chiappe sulla sella della moto inclinata verso di me, gambe tese una accavallata all’altra, e con fare alla Steve McQueen mi accinsi a prendere una sigaretta estraendo il pacchetto dalla tasca con noncuranza e malcelata disinvoltura. L’unico gesto che mi restava da fare per essere me stesso, oltre che godermi la solitudine di una buona mezz’ora in cui mi fermavo a guardare un tramonto, da dietro quel pino, a volte è meglio ignorare la realtà per dar quiete all’animo. A volte è meglio ignorare anche se per pochi minuti. Beata ignoranza.

Osservare un giorno che si spegne è un trionfo di colori, e la vittoria dei sensi, la delizia di essere vivi, nessun tramonto può essere dipinto nella sua completa interezza. Non ci si ferma più a salutare un giorno che va al riposo, è retrogrado, démodé, antiquato, superato, per molti inutile, siamo avanti perciò possiamo osservare i tramonti più belli del mondo guardando un monitor, ci siamo evoluti perciò più intelligenti, ma cosa c’è di intelligente nel non deliziarsi dello schermo del creato e sentirne profumi e odori dalle nari, pioggia e sole sulla pelle. Cosa c’è di più intelligente e sensato che sentirsi addosso la vita guardandola dal palcoscenico stesso che ci ha partorito.

Guardare un tramonto è sempre una cosa spettacolare, guardarlo dietro un pino di otto anni che si pavoneggia tronfio dei propri germogli che si sono vestiti alle estremità dei rami, con il verde più intenso ci sia, è come appuntarsi una medaglia al petto, come a dire son giovane ma già ti rubo l’immagine.
Allora non resta che guardare oltre, e su di un lato si scorgono una fila d’alberi che nel loro scomporsi paiono fatte su esatte misura nel rigoglìo del lor verdeggiare.
Sopra la punta del pino, una luce accecante, è il sole che da dietro il mondo é tramontato, spara i suoi ultimi raggi d’arrivederci, D’altro lato, più in basso, una siepe che pare un anguilla adagiata sul prato di un colore verde squillante, talmente chiaro da sembrare un evidenziatore da carta. Più in là, sempre in basso, un pezzo di prato appena falciato che pare un aiuola inglese, sul suo finire una fila d’alberi multiformi di tonalità diverse dell’unico verde a disposizione variegate anche per altezza e dimensioni, ma anch’esse come quelle composte dell’altro lato, è come fossero un tutt’uno, sopratutto quando si abbracciano costrette da un vento tiranno, pare si accarezzino a volte, e altre sembra si schiaffeggino per questo l’insieme non si scompone di una virgola nella tavola del firmamento.

In fondo, due alberi maestosi del circondario, un enorme Platano e un imponente Quercia. È come vedere due enormi Sfingi che difendono una piramide. Dietro loro un maestoso monte e imponenti colline da contorno. Una meraviglia. Le cime sono riccioline e i fianchi sembrano rivestirsi di comoda pelliccia e coprono tutto ciò che l’uomo abbia costruito.

Bisogna aspettare la fine del tramonto quando bacia la notte per andarsene, solo allora timide luci di lampioni sfuocati dalla vegetazione faranno capire l’esatta ubicazione dei tetti per i cuori umani e animali. Per tutto il resto è alzare la testa e guardare verso l’alto… ma non troppo, le nuvole arrabbiate di questa giornata di pioggia scemata coprono già l’orizzonte del cielo, e prevale la striscia di azzurro sporcato da nuvole bianche, grigie e nere. La volta celeste e come un gigantesco palcoscenico che così bello mai nessun uomo potrà mai allestire. Le nuvole paiono giganteschi ammassi di cotone sparso all’insù. Ero a Gorlago aspettando Monica e adesso ero in un dipinto di Michelangelo e ne assaporavo l’immensità. Un magnifico tramonto è meglio si veda che parlare di lui, beata ignoranza, mi fece dimenticare il cruccio che assilla lo sfogliatore di margherite…m’ama, non m’ama, m’ama… Illusorie sensazioni di pace interiore per dar respiro all’affanno di un amore tribolato. Io, la moto, le pizze di Nìní e i tramonti tristi ma consolati ricordi di Gorlago. Che il paese nemmeno l’ho mai visitato, se non il passaggio di notte strafatto di tutto a bordo di auto potenti sotto le chiappe, e sfrecciavo a finestrino abbassato per rinfrescare d’aria il mio volto sudaticcio e stravolto. Ringrazio la luce di Dio. che è in me e che per sua grazia non ho mai coinvolto nessuna persona in stato a dir poco trasgressivo e imbarazzante. La moto blu pralinata metallizzato… dopo un anno divenne bianca pralinata metallizzata perché a Monica piaceva di più. La vendetti per sanare un debito, che in verità mi fu quasi estorta, nutro ancora un pessimo ricordo di quell’arrogante giovane maleducato. Pretese il ritiro della moto a fronte di un debito di inferiore valore rispetto a quello della moto stessa. Non so che fine abbia fatto quel giovane, so di certo che la mia motocicletta Bmw, l’ho desiderata con una persona e l’ho divisa con Monica ed altre, era giusto che finisse male come era iniziata, e fu venduta male ad una persona che di buono aveva poco…

E dolcemente sono in vista di un altro paese, dove una volta c’era la Cá Longa un bellissimo e spazioso ristorante per cerimonie immerso nel verde nei pressi di Montello che ora non c’è più se non nei miei malinconici ricordi… un altro passaggio, un altra storia ma ricordando quel luogo in quel momento per me, è come mi fosse stato al di fuori della visiera del casco. Vengo invaso da altri pensieri nel tanto apro la manetta del gas e mi butto in faccia altro vento, altra voglia di vivere, intanto le ruote girano, e vado ancora oltre arrivando alla frazione di Montello di cui si possono contare poche decine di case come a Negrone, sulla sinistra della provinciale che immetteva al paese un grande bar dove qualche volta ho giocato a bocce nel campo di terra rossa nel giardino, mangiando un buon panino e bevendo un bicchiere di vino, a destra un grande negozio di elettrodomestici dove i pensieri mi fanno arricciare la bocca strappandomi un sorriso e poco dopo una smorfia di diniego al giungere di altre sfumature di pensieri. Il negozio della mamma di Luca.

Sorrisi quando pensai a Luca detto Scaramello, un ragazzo elegantisssimo, alto atletico con i capelli dritti e neri che sembrava sempre fossero acconciati da due minuti dal parrucchiere. Pantaloni a sigaretta con riga stirata di fresco e camicia sempre linda e pulita con il primo bottone slacciato, mocassini e cinta in ugual tinta di colore. Quando parlava pungeva con la sua voce squillante e sottile come a stridere un poco, e tra le sue qualità di certo non si poteva annoverare la parsimonia nello spendere e spandere, inteso che se desiderava un auto o altro non ci pensava due volte a firmare cambiali come fosse la zecca di stato, anche se ad onor del vero negli anni 80 era caratteristica comune di molte persone, non escluso ovviamente noi ragazzi. Un giorno quattro di noi si decise di acquistare un magnifico motoscafo d’alto bordo con due potenti motori, Scaramello si unì come ultimo quinto, ma le cambiali le firmò solo Lui, e non poteva nemmeno pilotare il suo bene perché non in possesso della patente nautica necessaria.

Sorrisi sotto il casco pensando a Luca, la smorfia arrivò subito dopo pensando a Gianni suo Zio che in realtà era il padrino essendo la mamma Chiara vedova del primo marito. Mi si spense il sorriso quella sera dopo una cena consumata in un agriturismo in compagnia del Vigá e del Benvenuto, un maestro di equitazione che faceva di tutto fuorché insegnare a cavalcare, preferiva commerciare cavalli, quasi sempre ‘scarti’ di qualcuno che venivano debitamente “punturati” prima della eventuale vendita, della serie stá m’pè caal n’tat che thę ende… Stai in piedi cavallo in tanto che ti vendo. Il Benvenuto che chiamavamo con il cognome accorciato in Belot, faceva come  un tempo nelle osterie romane quando si infinocchiava la gente, nel senso che prima di servire del pessimo vino si serviva del finocchio come stuzzichino, questo toglieva il saporaccio di un vino scadente e al contrario lo rendeva gradevole. Ce ne stavamo andando nel parcheggio del l’agriturismo ed io mi avvicinai alla mia Mercedes, nel mentre mi sentii afferrare per una spalla, girandomi di scatto vidi davanti a me Gianni che inveendo nei miei confronti frasi sconnesse, afferrandomi per i baveri della camicia con troppa irruenza me la strappò di dosso stracciandomela in più punti e a quei tempi vestivo solo firmato, non contendo mi strappò dalle mani le chiavi della mia automobile sequestrandomela. Non ricordo intervento alcuno da parte del Vigá e del Belot, che mi lasciarono in balia di quell’uomo che si diceva fosse ‘temuto’ da cui venni aggredito. Il giorno appresso riebbi la mia auto da Scaramello che mi disse che il padrino pensava fossi stato il solo a convincerlo a firmare le cambiali per l’acuisto del fuoribordo mentre il maggior responsabile era l’unico con il patentino di guida, quindi il più interessato di tutti, Max, e a Lui non fu strappata nessuna camicia di dosso, al tempo era ancora più ‘temuto’ del Gianni.

Lasciando alle spalle Montello un lungo rettilineo si profila davanti al faro della mia moto che finalmente può correre per sfogare tutti i suoi cavalli motore, per questo l’attenzione alla guida fa sparire per qualche minuto il mio pensare a quei tempi l’intanto che raggiungo Cicola, una frazione di Gorlago. Meta fissa d’estate in quel piazzale polveroso dove era obbligatorio fermarsi per una fetta di anguria o uno spicchio di noce di cocco ma sopratutto cinque meravigliosi anni trascorsi ad allevare e vendere cani di razza e non.  Successe tutto improvvisamente, da bravo ragazzo sposato che faceva l’isolatore termo acustico con un auto Opel di grossa cilindrata, e la moto Bmw e per la ex moglie una Djane e un motorino Ciao parcheggiate nel box di un bellissimo cascinale sulle colline di Gavarno.

Alla fine di quella turbolenta estate, mi ritrovai a Cicola con Roberta in un cascinale con dei box prefabbricati un tempo destinati ad allevare altri animali ora ben adattati all’allevamento e il commercio dei cani d’ogni razza,  la Cà di cà, si vendeva in prevalenza quello che allora era la ‘moda’ del momento, per la guardia l’intramontabile pastore tedesco o Rottweiler, per i giardini il classico Collie scozzese che ancora ripensandoci non mi sono mai spiegato il perché girassero in tondo su se stessi abbaiando a più non posso in ogni dove, e per il salotto primo fra tutti lo Jorkshire o il Barboncino nano o il Barbone gigante della California che ora è scomparso almeno dall’Europa, e molti altri come il levriero Afgano o il Maremmano Abruzzese come quello che avevamo per la guardia al nostro sito che un giorno morse un carabiniere strappandogli i calzoni o quando morse alla caviglia un avvocato che ci fece causa e per ‘chiudere la partita’ gli regalammo un gatto. Con Elio l’avvocato, siamo rimasti clienti e amici tutt’ora.

Nel giro di pochissimi mesi stravolsi la mia esistenza in quel luogo, non avevo più una moglie e nemmeno un amante dal momento che dopo Roberta arrivò Monica uno dei grandi amori della mia vita, occhi azzurri non del colore di un pesce lesso ma brillanti come una pietra d’acquamarina, capelli castani lunghi e mossi, alta, e più giovane di me d’una decina d’anni. Anche le auto cambiarono, una Porche 924 marrone con interno beige, una Mercedes 240 verde con l’interno in velluto dello stesso colore che dividevo con il Vigá, mentre con Lui non dividevo la mia splendida moto Bmw quattro cilindri color blu metallizzata. Il telefono squillava cento volte al giorno, una o due volte per la vendita o la pensione di un cane, una o due volte ancora per fornitori e banche, le altre, tutte le altre volte che squillava non si trattava che di ragazze che io e Claudio ci facevamo girare intorno. Sembrava mi sentissi liberato da un madornale errore dove avevo desiderato io stesso di farne parte, il voler diventare grande subito, a vent’anni, sposarmi, lavorare e fare figli, ma prima Roberta e poi cascina La Cá di Cá a Cicola, si ripresero la mia vita avviata ad una noia mortale, e dopo questa esperienza ancora oggi non amo fare qualunque cosa abbia fatto il giorno precedente, non agli stessi orari e con le stesse modalità.

Per non farci mancare nulla di inconsueto allestimmo una gabbia speciale dove all’interno circolavano due tigri siberiane, il maschio Tito di 230 khili e la femmina di 180 di nome Pascià, erano l’attrazione principale di chi veniva invitato al nostro piccolo bar a consumare una cena tra una ventina di persone alla volta. Fu il Vigá che decise di prendere le tigri. L’anno precedente prese un leone cucciolo di tre mesi che mi portò una sera a casa e mentre giocava sul divano  strusciandosi il muso sulla barba dura di Bruno, qualcuno decise di fare una foto ricordo, non fosse che il flash della macchina fotografica, spaventó il leoncino di quattro mesi che impaurito si inferocì graffiando tutto e tutti con una ferocia tipica di un animale selvatico, allora se ne dovette ’disfare’ e Claudio lo cedette a dei circensi, gli stessi che un anno dopo gli diedero Tito e Pascià. Il Bruno si ferì seriamente con graffi che gli solcarono il viso, caro amico che ora non c’è più. Bruno era un idraulico che lavorava in proprio. Una sera d’estate in compagnia dell’amico Piero ‘terú’ e due ragazze, a bordo di una Mercedes coupé, colpa dell’asfalto scivoloso e di una pioggia appena scemata, e l’immancabile maledetta  alta velocità, si schiantarono contro un albero su di un viale, l’auto prese fuoco e all’interno dell’abitacolo erano incastrati dai rottami i ragazzi, impossibilitati dal muoversi morirono così con il Bruno che rincuorava le ragazze che urlavano come fossero streghe messe al rogo, mentre per Piero non ci fu agonia dopo lo schianto ma per sua fortuna un terribile immediato trapasso.

Avevo scelto di vivere in quel modo, in quel posto, invece che una vita piatta e serena, scelsi il caos e il disordine totale, e quando si prende un sentiero bisognerebbe sempre sapere dove conduce, ma amavo l’avventura, e quella non ti da mai un tracciato sicuro finché non l’hai ‘percorsa’, e dove non c’è via sicura, come dissi c’è disordine assicurato e i guai sono sempre dietro l’angolo e cominciarono a piovere sopra di noi come un Aprile piagnucoloso, per esempio anche le tigri diedero i frutti di una scelta sbagliata come è profondamente sbagliato rinchiuderle in una gabbia privandole del loro orgoglio e della loro dignità. Così un giorno ci vennero a trovare (si fa per dire) dei Carabinieri del nucleo operativo di un paese del varesotto che ci chiesero la provenienza di Tito e Pascià. Documenti un regola come la grande gabbia e la loro pulizia, ma le forze dell’ordine non chiedevano di questo, volevano comunque ispezionare la gabbia. Separammo le tigri prima in un reparto per quando venivano pulite dai loro bisogni, e poi viceversa nel posto dove abitualmente vivevano, entrambi gli spazi vennero ispezionati palmo per palmo dai Carabinieri e una volta ebbero finito con esito positivo per noi, finalmente ci dissero il motivo della loro visita. I vecchi proprietari, circensi di origine Zingara, usavano gli spazi dove tenevano le tigri come doppiofondo del pavimento dove nascondevano massiccie quantità di droga. In pratica eravamo sotto controllo da più di un anno per essere sospettati di perpetrare l’attività di spacciatori degli zingari che ci avevano venduto le tigri e invece noi non si sapeva assolutamente nulla.

E ancora di quella volta che Tito, la tigre siberiana di sotto si vedeva passeggiare libera nel cortile, di sotto le stanze dove stavo giacendo intimamente una notte con la Mina. La Mina lavorava in un supermercato di Villongo e l’ho conosciuta perché a volte mi fermavo per fare la spesa, solo lì potevo trovare acciughe salate con prezzemolo e il giusto pizzico d’aglio. Ovviamente anche lì, quella notte, ci fu il coiutus interructus. Abbiamo messo persino la rete del letto contro la porta d’ingresso, e spostato un pesante mobile contro le ante della finestra, da dove spiavamo dalle griglie accovacciati in un angolo per vedere se Tito fosse ancora in circolazione… e la sua ombra in quella lunga notte di luna, si vedeva chiaramente muoversi su e giù per il cortile. I telefoni cellulari non esistevano, e l’unico telefono fisso, era nel l’ufficio giu nel cortile, non potevamo chiedere nessun aiuto e rimanemmo abbracciati l’un l’altra dove io fingevo di darle conforto ma avevo più paura di Lei. Ma finalmente arrivò il mattino, e si fecero le 9, alchè sentimmo il rumore di un motore che si spegneva al di là del cancello d’ingresso, grazie al celo arrivò il Vigá, e la Mina ed io a gridare… stai attento Claudio, chiama qualcuno c’è il Tito in libertà e forse anche Pascià, nessuna risposta e poco dopo si sentì bussare da dietro la porta, era il Vigá che ci disse aprite che qui non c’è nessuna tigre in libertà. Ombre, semplici ombre dettate dalla luna biricchina che le rifletteva attraverso la rete metallica della loro gabbia mentre le fiere passeggiavano tranquille su e giù dal loro alloggio.

La Mina, era una ragazza troppo seria. Quei suoi capelli portati con il taglio a caschetto è un immancabile trucco che appesantiva il suo viso rendendolo quasi fosse finto, di gomma. Era troppo grande per la sua età, aveva 25anni e ne dimostrava trentacinque che si trucca le labbra subito dopo aver fatto l’amore. Dopo che di quel supermarket, Mina lavorò per se stessa e si mise in ‘proprio’ nel campo del caffè di importazione e da subito serviva i meglio bar della città con il suo aromatico e buon granulato da macinare. Se la sua autostima prima corrispondeva ad aver raggiunto la cima del monte Bianco, adesso con lo spirito aveva scalato il k2 con la ferma intenzione di affrontare in futuro gli ottomila del l’Everest… e di anni ne dimostrava 45. Ma, non era ancora il problema più grande quello di realizzarsi nel mondo del lavoro, Mina aveva un problema irrisolto ancora più grave a livello affettivo. Mina non aveva ancora capito se gli piaceva giacere con maschi o femmine. Forse era questo il suo Everest.

Un posto magico Cicola, un posto tanto tranquillo che nemmeno si poteva immaginare lontanamente che la gente ‘strana’ lo vivesse. Un ragazzo grande e grosso, Marco, figlio di un noto mobiliere del luogo, veniva saltuariamente a trovarci e non mancava mai di farci vedere la ‘merce’ che teneva in una tasca, come fosse ordinaria amministrazione. Un giorno, sigaretta immancabile in bocca che accendeva una dopo l’altra usando il mozzicone ancora acceso della precedente, Marco estrasse dalle tasche dei pantaloni, due manciate di Rolex e mostrandoli ci disse di sceglierne uno che lo avremmo pagato rateizzando con comodo nello spazio di un tempo stabilito. Ovviamente ne approfittammo, e non mi scorderò mai il pagamento della prima rata concordata. Io, il Vigá e Marco, ci ritrovammo all’ora di pranzo in una trattoria del luogo per mangiare insieme raccontando di questo è di quello che succedeva nel mondo dei ‘furbi’, nomi di gradassi emergenti e fatti altrettanto eclatanti come le loro gesta che oggi considero stupide futili dannose e inutili. Inizia il pasto e a Marco viene servita la sua bistecca con accanto una caraffa media, zeppa di Glen Grant. Poi prese il salino, svitò il coperchio bucherellato e versò  tutto il contenuto di sale sulla bistecca e altrettanto fece qualche minuto dopo con il contenitore del pepe, lo riversò  tutto sulla bistecca cospargendone il tutto con un coltello sino alle estremità della bistecca. Ne tagliagliuzzava un pezzo e la ingoiava aiutandosi di tanto in quando con un sorso di’ wischey e la fini tutta nel mentre tossiva. Sorrideva e parlava. Ricordo che l’ultima rata del Rolex fu l’ultima volta che vedemmo Marco. Lui sapeva che la malattia del fegato che aveva in corpo non gli avrebbe lasciato scampo se non per pochi mesi a venire, perciò, quel sale e quel pepe bagnati di alcool , erano il solo sollievo rimasto per cercare almeno il ricordo di ingoiare della carne, Lui sapeva di morire all’ultima rata, a tre mesi trascorsi.

Vita disordinata vita tribolata, intanto il lungo rettilineo sta per finire e così come alla vista il piccolo paese di Cicola, c’è tempo ancora per un ricordo prima che le ruote della mia moto ingoino l’asfalto che mi porterà a Gorlago, il paese successivo, e già che ci sono parlo pure di quel paese perché lo stesso e legato a Cicola. Io e la Nives una giorno andammo a Gorlago con il furgone nuovo fiammante di mio cognato. Quel giorno me lo feci prestare, non ricordo la ragione per il quale lo chiesi in prestito, probabilmente ero senza mezzo di locomozione. Il furgone era colmo di attrezzature meccaniche molto costose, sapevo di non abbandonarlo mai per nessun motivo, infatti io e Nives l’avevamo sotto controllo visivo quando ci si baciava la, in cascina, e quando ci recammo a Gorlago per andare pochi minuti in quel negozio di drogheria per prenderci un panino imbottito e un paio di birre, non avremmo mai potuto sapere che quei pochi minuti bastarono al o ai ladri, di rubarci il furgone di mio cognato… nuovo di zecca, pieno di attrezzatura costosa. Lo stupore e l’angoscia all’uscita della salumeria mi assalirono tanto da togliermi il respiro, ma dovevo reagire, avevo accanto a me Nives, che non era la moglie, ne l’amante, ma l’ultima amante. E reagii, spavaldo come sempre e fingendo menefreghismo sbottai e c’è ne andammo a piedi sino a Cicola dopo aver deposto regolare denuncia alla Polizia.  Il guaio non era aver ingoiato il rospo davanti ad un piccolo disastro, la tragedia era spiegare alla non mia ancora ‘ex’ moglie e a Monica, cosa ci facesse all’ora di pranzo Nives con me sul furgone di mio cognato. Non ricordo cosa successe, di certo non rose e fiori, come quella volta che fu Monica la protagonista di una piccola tragedia famigliare. Si era clandestinamente da poco insieme io e Monica,  il rapporto con la consorte era traballante come una sedia senza una gamba, ma per il rispetto di Luisa, cercavo di almeno provare a ricucire lo strappo del nostro matrimonio. Per questo quel giorno Luisa organizzò una festa in nome e per conto di non so ben cosa, in un noto ristorante di Nese. Una ventina di invitati, probabilmente per un mio anniversario di compleanno. Il ritrovo era alle 8 di sera, e io mi ero inventato qualcosa come un appuntamento inderogabile con un mio presunto cliente, ma assicuravo la ancora mia moglie che non sarei mancato per nulla al mondo alla serata. Una crudele scusa che presi per portare Monica al lago, che mi voleva festeggiare almeno di pomeriggio. Così fu. Quel giorno scelsi la Porche 924 e lascai la Mercedes a Claudio. Arrivammo ad Iseo, e dopo una passeggiata romantica, finimmo in un locale a bere birre e dire tante cose che quando si è innamorati, sono inutili da dire ed ascoltare, quindi cazzate. Le ore passarono in fretta, e sempre succede di più quando si sta bene, venne l’ora di ritornare… e sarebbe stato bello poterlo fare, non avessi smarrito le chiavi d’accensione dell’auto che per sfiga montava uno dei primi modelli di antifurto elettronici all’avanguardia. Erano le 19 e alle venti dovevo essere dal Cerea, quel bel l’uomo con i baffi alla Vittorio Emanuele che gestiva la trattoria che ospitava i nostri invitati.

Tentai qualsiasi cosa mi potesse togliere da quell’impiccio. Lontano 50 km. ero disperato, gli elettrauto di zona stavano chiudendo i battenti o erano già chiusi, spaccare il vetro della portiera era inutile perché comunque rimaneva il problema di far partire l’auto. Qualcuno dei miei amici invitati, capi la situazione e venne a prendermi dopo che aveva convinto mia moglie a rimanere con i commensali per tenergli compagnia. Arrivammo da Cerea alle 9.30, che da sotto i baffi sorrideva ogni volta che mi avvicinava per portarmi del cibo, forse perché tra ‘colleghi’ ci si intende… ci intendemmo un po’ meno anni dopo, in cui ci trovammo sulla porta di casa della stessa donna, con la differenza che io c’ero già da un po’. Anche in questo caso, preferisco andare oltre sul nome di quella bella napoletana con cui divisi momenti d’amore. Era ed è sposata la bella signora e comunque non posso ritenere sia stata una “storia” d’amore o di sesso con una persona che in due mesi di falliti appuntamenti, finalmente si decise a fare il grande passo… si decise a parole, con i fatti pianse… anche quando si fece l’amore, quindi era più una forte attrazione d’amicizia e niente altro.

Intanto sgaso per Gorlago che sembra un imbuto di case dove non trascorrevo del tempo libero se non per l’approvvigionamento viveri, sigarette e riviste e qualche sporadico caffè bevuto frettolosamente. Un tunnel di case a destra e sinistra da dove usciti con le ruote, finalmente si apriva un panorama di una verdeggiante pianura di un verde intenso che poco lontano andava a baciare le colline per farne un tutt’uno con la natura. Di dietro il manubrio Grumello del Monte.

Tante colline davanti al mio sguardo, vitigni a perdita d’occhio che mischiano il loro verde con altre tonalità dello stesso colore in un’esplosione di more. Un paese che sa già di lago, preludio di una bella sinfonia di immagini che ti accarezzano l’animo che fa a botte con il rumore del motore che romba incurante.
Un semaforo mi obbliga all’arresto di me e del mezzo che arciono, così come arciono il pensiero del l’edificio del vecchio tribunale che presenta le sue credenziali sfoggiando due imperiose statue seriose di uomini barbuti al suo immediato ingresso. Il vecchio tribunale di Grumello del Monte. Ovviamente per mia sfortuna, lo conosco anche ai suoi interni. Fu la prima delle poche volte in cui venni giudicato. Appariva come un fatto banale all’epoca, ma mi ha lasciato il segno, e come fare una bronchite e trascurarla, lascia una macchia indelebile sui polmoni.

Oltre l’ex palazzo di giustizia, il colle corre a cercare il lume, li ho commesso una bravata che oggi risulta una grossa cazzata, perché se un rubinetto perde, bisogna si ripari, oppure perderà acqua sempre di più. Ma a poco più di vent’anni, è l’ultima delle tue preoccupazioni. Adesso rimane il verde di quelle colline, traguardo che tutto copre il bene che sempre trionfa.

Essere in uno spazio di cemento o in un prato appena rasato, in posizione rivolta al celo, roteare su se stessi con gli occhi chiusi a mani e braccia tese come a catturare l’aria che ti fa sentire la pancia piena solo se frizzantina ti stuzzica la pelle accarezzandola. Insieme al girar di testa in un vortice che si mischia ai pensieri librandosi nello spazio leggera come lui, e sale al celo il brutto per far rispedire il bello sulla terra. Una botte è colma quando non può contenere più vino, il Celo è l’infinito come il più grande Mistero della Fede, non si riempie mai. Un polmone sano che rigenera il sangue con ossigeno e riceve il male per trasformarlo in bene.

Il rigenerare la mente prima che comandi lei, e per ciò usare il cuore intanto che si rotea su se stessi ritti in piedi come stoccafissi… su di un piazzale di cemento o in mezzo ad un prato appena tosato a braccia e mani aperte. Rivolgerti al Cielo per parlare con te stesso e avere il coraggio di affrontare ciò che sei, umilmente ammettendolo. È sempre dura riconoscere le proprie debolezze. La verità fa male… ma è necessaria come un respiro o battito di cuore. L’intanto gira, la testa gira vorticosamente in un turbinio di sensazioni variopinte, non sei più bambino e nemmeno un uomo, sei in analisi con un entità suprema, che divina o meno, lo deciderà il cuore, a lui ci si affida chiudendo gli occhi… un cavallo con paraocchi si affida al suo ‘padrone’ che glielo ha messo per non guardare il burrone che insidia il costeggiare della strada che porta alla cima del monte. Era necessario che quel cavallo non potesse vedere, doveva aver fede nel ‘padrone’ perché guardando in basso, non avrebbe avuto il coraggio di proseguire il suo cammino.

Il cammino della vita piena di gioie e dolori… gioie quanto si possano accumulare e dolori si possano evitare, meglio vivere per morire che morire per vivere e se non fosse possibile per avversione del fato ingrato, si può sempre vivere bene per poi morire e risorgere. Pensieri che sembrano nuvole, ma girare sulle punte dei piedi assaporando il vento che le spinge spargendole nel vuoto e come aver trovato finalmente casa. È tutto vero, purché si faccia ad occhi chiusi… sognando, riaprirli e scoprire che ciò che desideri sia reale perché i nostri sogni sono le nostre speranze, e non c’è nulla di più reale che continuare a credere che si avverino.

Quando si sgobbava a Cicola, spesso ci recavamo a Grumello per l’ora di pranzo, le scelte erano sempre e solo due, o dal baffo con il locale caratteristico sulla grande curva, o dalle due gemelle tutte tette.  Se si andava dal baffo, si entrava in un locale d’altri tempi. Il camino era acceso d’inverno come d’estate, vi si cuoceva il pane,  era posto sul lato di un unica longilinea sala fatta di mattoni di tufo con il tetto di legno a vista. L’ordinazione la prendeva il baffo, la graziosa moglie cucinava, e i figli erano altri clienti dopo le 13 tornando da scuola e chiassosamente volevano mangiare. Il vino era una cosa speciale, rosso di Grumello spinato con aggiunta di una punta di anidride carbonica. Una fregatura totale quel vino, perché quando si accompagnava alla pasta di rigatoni, panna, philadelphia e peperoni gialli e rossi con sopra il tutto una strizzata abbondante di pepe nero, quel vinello andava giù che nemmeno si sentiva, te ne rendevi conto solo quando si voleva ci si rialzasse dalla sedia. Lo stesso che quando a Frascati sfidai un romano del posto, a bere chi di più potesse l’omonimo vino bianco, il Frascati. Finita la sfida, dopo aver ingurgitato un panino con porchetta da mezzo kilo e un buon litro di quel liquido di nettare beffardo, certo non ci si poteva rialzare tanto presto dal tavolaccio con tovaglia di carta che lo imbandiva, allora nel tentativo di ’riprendersi’, si beveva ancora un mezzo litro. Uguale succedeva da Gigi, il baffo, colpa della pasta, colpa del troppo pepe, quel vinello drogato di bollicine d’aria, finiva in pancia come a buttar badilate di sabbia in una buca per riempirla. Era bello dal Gigi, a parte quando dopo ore, io il Belot e Claudio, c’è ne dovevamo andare, segnale chiaro quando il Gigi ti scopava le scarpe e siccome non era perché noi non ci si sposasse mai, lo faceva per farti capire che era ora di andare. Dopo, in genere tre ore se ne andavano i tre Baldi moschettieri, senza più un giusto equilibrio sulla ragione.

Dalle gemelle invece,  si andava di rigore almeno una volta la settimana. Non tanto per il cibo, che solitamente comportava carne salata con cipolle con contorno di cipolline sottaceto e cetriolini cosparsi di formaggio grattugiato, ma per l’ambiente che poco più di una baracca era immerso nel verde. Inghiottito al suo esterno da miriadi di piante rampicanti con germogli e fiori che ti entravano sin dalla finestra aperta, nelle belle giornate. Ancor più il motivo del nostro peregrinare in quella locanda, era l’ammirare i prosperosi seni di Angela e Maria che nulla facevano per nascondere tali grazie dai décolleté dei loro corpetti. Le gemelle nel mentre servivano le pietanze al tavolo, lo facevano con un bel sorriso e non mancavano di inchinarsi oltre il dovuto per mostrare il balcone incipiente.

A volte veniva per pranzo a Grumello anche il Silverio che avremmo chiamato nei primi tempi, Conte Chiodini che è il suo reale cognome (escluso il ‘conte’). Ogni tanto, ci ‘onorava’ della sua presenza il Conte ‘chiodo’ chiamato così in un secondo tempo, ma si capirà poi il perché. Il Silverio era chiamato pietosamente ‘Conte’ per aiutarlo nel l’aumentargli l’autostima.

Lavorava presso una prestigiosa casa del sud Tirolo che vendeva pregiati salumi, profumati vini e dolci sapori di montagne pulite. Obereggen sono stato a Obereggen  diceva il conte, una cittadina sciistica e produttrice di prodotti di altissimo pregio culinario, un inno al palato.  Oooo, bereggen diceva lui, e lo diceva balbettando come la sua arguzia balbettante. Il guaio è che il conte, non si rendeva conto di essere ridicolo nel cercare di affermarsi in un mondo che dalle montagne, spaziava nei migliori ristoranti della Lombardia, trovandosi sempre a cocciare con l’impatto del suo non sapere gestire una situazione troppo ‘importante per lui”. Meschino, si rifugiava nell’invitare noi tre con consorti, a cene consumate nei migliori ristoranti del l’isola di Bergamo,  alla sola condizione si pagassero almeno i vini consumati… che alla fin fine, erano costosi quanto tutto il resto della cena e anche oltre. Per cui si pagava sempre il giusto, e addirittura il buon conte ci ricamava sopra di certo. Chissà che genere di rivalsa, abbia fatto si che un umil figlio di onorati e stimati contadini del paese Bagnatica di mille anime, possa, senza istruzione ne brillante intelligenza ad aspirare di essere un’altra persona, che il concetto stesso è sbagliato. Non essere se stessi, è vivere una brutta vita. È non essere consapevoli di saperla vivere.

Cos’abbia smosso i pochi neuroni del suo intimo celebrale, a voler fare una cosa da persone competenti e sopratutto appassionate e tuttora un mistero.  Il finale del “Conte chiodini” fini un paio d’anni dopo, con un tracollo finanziario che ai tempi era d’una trentina di milioni di lire, l’equivalente odierno di un disastro economico rapportato ad un nucleo di conduzione contadina. Che il contadino d’allora era dignitosamente povero, quello d’oggi è solitamente benestante, perché pochi ancora mietono il grano in un prato , e chi lo fa vuole guadagnare bene.

Quando il Silverio lavorava ancora per ‘Oooo bereggen’ e veniva a mangiare con noi tre a Grumello dal Gigi o dalle tettone, sfoggiava smorfie di diniego ad ogni portata, come se in tavola servissero merda, non parliamo dei vini sfusi che gli parevano insulti nel solo guardare le caraffe del mezzo litro piene di rosso in tavola. Ma trenta milioni son tanti, e piegano lo spirito anche del forte guerriero che si deve inchinare allo strapotere di un istruzione mai avuta. Per questo da ‘Conte’ Chiodini, passò a conte chiodo, nel senso letterario della parola stessa. Dopo aver usufruito della nostra benevolenza per accoglierlo a pulire cacche di cane nel nostro allevamento per un breve periodo di tempo, un bel giorno decise che la sua vita non dovesse aver termine in un ruolo tanto basso, letteralmente divenne un maniscalco, e siccome era un lavoro di fino ma serviva la schiena e non il cervello, conte chiodo ben si adattò a diventare un ottimo ferra cavalli. Ma fu che non pago di aver trovato un buon lavoro che appunto lo appagava anche solo sotto il profilo economico, che oltretutto gli evitò di farsi riprendere dalle cameriere dei bar che frequentava di mattino  che gli ricordavano di essersi “scordato” di pagare un quattro o cinque cappuccini con brioche, o dal tabaccaio, stessa storia, per qualche pacchetto di marlboro non pagate… non era contento, e decise di andare in Africa.

In Italia, la moglie Edhit una olandese tutto pepe l’aveva abbandonato portando con se la loro figlia in Olanda, al conte chiodo non rimaneva che inventarsi un “Africa”. Tornava con foto di belle ragazze al suo fianco color cioccolato, e disse di loro che un paio le avesse “comprate” in mogli. Aveva proprio bisogno di sfogo quella fragile mente, come quando bucò le gomme della gip della mia ragazza Susanna. Un motivo non futile, inutile proprio, stavamo discutendo di un qualcosa di losco che aveva combinato il Vigá nei suoi confronti in cascina a Cicola. Voglio ricordare che il Silverio in quel periodo lavorava per noi e i nostri cani, al l’improvviso brandì un macete alle sue spalle riposto su di una sedia, e furente oltrepassò il cancello a grandi passi e si buttò sulle ruote del fuoristrada. Una scena pietosa, sopratutto quando subito dopo aver bucato un paio di gomme, si riavvicinò a noi sempre a grandi passi per chiedere scusa, quasi con le lacrime agli occhi.

Una risposta non la conosco tutt’ora, è imperscrutabile la mente e l’animo umano. Ora il conte chiodo, l’ho rivisto in un bar, le sue frasi di circostanza sono sconnesse quanto quelle di allora e il suo volto è cambiato somigliando a quello del padre contadino, stempiato sul capo che è più di gran lunga dignitoso li rasasse pietosamente per mostrare una faccia senza squallidi tentativi d’apparire… apparendo. Sembra sia tornato alle origini della famiglia, il suo ruolo forse, e ancora forse smetterà di rincorrere il vano sogno di voler eguagliare le gesta del fratello fotografo professionista. L’uno resterà ciò che è, l’altro uguale, di certo Silverio non sarà il miglior contadino del mondo, lo stesso che Jerry il fratello non sarà mai il miglior fotografo del mondo, ma di certo sarà il primo al mondo chi saprà accettarsi per quello che realmente sia.

Non di meno la gente è “strana” e abbandonando a suon di ruota quel paese, mi imbattei con lo sguardo ai lati della strada che stavo percorrendo notando quel bellissimo cascinale che portava il nome della frazione stessa che lo ospitava, San Pantaleone, che mi riportava con il pensiero alla gente “strana” e siccome si era ancora in zona di pensieri e persone appena menzionate mi venne alla mente il Belot, quel tipo con cui andavo spesso a mangiare in sua compagnia, anche perché pagavo quasi sempre io. Quando pagava Lui era perché avevamo appena concluso un “affare” e ci metteva sempre nel finale il pasto pagato.

Il Belot, abbreviativo bergamastizzato del suo cognome perché di nome faceva Benvenuto. Il Belot era quel ‘famoso’ maestro di equitazione che faceva di tutto fuorché insegnare. Faceva “affari” e quando fu il turno degli orologi da polso, li ‘spacciava’ per reliquie avute in dono da persone parenti da poco trapassate. Questo è un Omega d’oro che portava al polso da cinquant’anni mio cugino diceva, lo vendo a malincuore perché mi rattrista il guardarlo e ricordare Pietro, il mio povero cugino. Era tanto buono e bravo ma anche stronzo e bastardo, pace al l’anima sua. Quest’altro orologio diceva il Belot ad un altro possibile acquirente, era del mio povero zio, è di marca Svizzera, non sgarra d’un minuto nonostante i suoi quarant’anni, ricarica manuale e con cassa d’acciaio… lo vendo con il cuore che mi sanguina, ma devo pagare una cambiale, e domani è l’ultimo giorno che me la tiene prima del protesto il notaio. Affari del Belot. Che poi pian piano la lunga fila di orologi lasciati in eredità al Benvenuto fini, così come finì di conseguenza la lunga fila dei parenti defunti, allora escogitò un altro ingegnoso e intelligente stratagemma di vendita orologi. Quelli che vendette poi, furono marchiati sulla cassa da scritte commemorative altisonanti, erano ancora di persone defunte, tanto per non cambiare, ma si trattava di ‘presunte’ in genere mogli sopravvissute che vendevano il loro ‘gioiello’ per bisogno impellente di denaro, per cui venivano praticamente ‘svenduti’ ad un buon prezzo.

Per avvalorare ancor più la credibilità del l’orologio mostrato, c’erano appunto incise sulle loro casse frasi come… Per il 50esimo del tuo servizio presso di noi, The Coca Cola company… oppure ad un presunto graduato militare è stato donato un orologio con inciso L’Italia Ringrazia, per non parlare di anniversari stampati per commuovere che solo un maestro d’equitazione strampalato potesse mai inventarsi. Il Belot era una persona molto intelligente, peccato solo che la sua intelligenza l’abbia volta nella direzione sbagliata, come del resto ho fatto anch’io con la grazia di essermi avveduto per tempo. Riusciva a farti “bere” una burla senza colpo ferire, perché se accanto a te non ci fosse stato qualcuno più accorto che ti spiegasse poi che il Belot stava prendendosi gioco di te, mai avrei capito che mi stava prendendo per il culo. Lui era così, risultava comunque simpatico perché nel suo essere nessuno si atteggiava ad essere qualcuno, e lo faceva con molta astuzia e arguzia… sempre volta nel lato sbagliato. Era un uomo eclettico, signorile e sempre distinto nei modi e nel parlare. Era insopportabile quando ad una riunione tra amici sparlava con cattiveria a destra e manca, il peggio arrivava quando uno di noi doveva andarsene d’allegro convitto, il meschino si doveva aspettare una immediata critica da parte del Belot, che appena avevi girato le spalle già sparlava di te che non avevi ancora raggiunto la soglia d’uscita. La cosa che mi dava ancor più fastidio di Lui, era il suo non considerare niente e nessuno degno della sua stima, di fiducia non parliamone nemmeno perché un uomo che non ama nessun altro uomo è indegno del benché minimo grado della stessa. Egoisticamente ero  infastidito personalmente, al tempo non mi importava molto degli Altri, ero pieno di me e quindi detestavo di non riuscire ad accaparrarmi una fetta di stima più alta nel l’arido e cinico cuore del Benvenuto.

‘Benvenuto’ mica tanto se anche moglie e figli l’hanno abbandonato quasi disconoscendolo. Mica tanto ‘Benvenuto’ quando seppi che in un freddo giorno di un tardo gennaio, il Belot morì. In un appartamento al l’ultimo piano che divideva con due prostitute africane, l’aveva affittato e lo riaffittata dividendolo abusivamente con loro e si guadagnava l’affitto con l’avanzo garantito. Sicuramente per nessun altro motivo perché a causa di un diabete inclemente, certamente il Belot non avrebbe potuto ricevere nulla altro che denaro dalle due coinquiline prostitute. Anche questa escogitò il Belot per non farsi mancare nulla fino al l’ultimo.

Preferisco ricordarlo quella notte che dopo una sontuosa cena consumata al l’agriturismo, aspettavamo impazienti l’arrivo di due o tre accondiscendenti “signorine” che ci avrebbero tenuto compagnia per la notte nel l’appartamento a nostra disposizione sopra le cantine del San Pantaleone, da dove si vedono vigneti a perdita d’occhio, ma non erano quelli ad interessarci. Due o tre ‘signorine’ vi porto stasera, aveva promesso lo Scaramello. (quello della barca)  Fffigaaa… ve le porto io le ”snacchere”… 10, 10emezza ve le porto io. Alché il Vigá chiese, ma sei sicuro Luca!? Rincarò la dose il Belot che lo ammonì dicendogli che se era una presa per il culo era meglio per lui lo dicesse subito, dopo sarebbe stato poco piacevole perché si sarebbe di molto arrabbiato. Son mica scemo, non rompete le balle che a caval donato non si guarda in bocca… ciò tre tipe che mi stanno dietro e mi hanno rotto, stasera vado, le carico tutte e tre e le porto qua, poi cazzi vostri se ci stanno o meno. Sparala meno grossa Scaramello che non le hai neanche tu tre ragazze che ti sbavano addosso insieme, dissi io, e lui replicó, stasera alle 10, ciao a tutti e se non ci credete andate a farvi fottere.

Alle 10.30 eravamo già ubriachi del vino e grappe consumate dopo cena, anche per darci coraggio e quindi fu ora di salire alle stanze di sopra il San Pantaleone. Undici, undici e mezza, il Vigá che difficilmente beve smodato, fu il primo a  spazientirsi e si spogliò i jeans e si infilò sotto le lenzuola con petto di fuori e mano dietro la nuca per ascoltare meglio se quello stronzo di Luca Scaramello arriva a bordo della sua auto rombante, e anche ascoltare le numerose imprecazioni che io e il Belot riservammo al bugiardo patologico che credeva di essere il più bello e ricco del mondo.

Nessuna macchina arrivò mai quella notte.  12e mezza, basta aspettare mi spoglio e vado a letto anch’io, rimane in piedi il Belot che si era spogliato i calzoni e camicia, rimaneva in calzini neri corti, mutandoni e canottiera bianche e appoggiando le mani ai fianchi larghi come la sua pancia, rivolgendosi a noi con fare da “duce” ci disse… Sarà mai possibile che per colpa d’un pupazzo, siam qui in uno stato pietoso… Guardate, siam qui con una pancia che non finisce più che sembra un cocomero maturo, e due ‘gambine’ secche che somigliano a due “succhiabacchetti” alla liquirizia. Domani lo “becco” io quel pirla, se non mi compra il mio Rolex falso, gliela faccio vedere io a quello lì. Guardate come siamo qua  per quello stronzo, ciuchi stinchi, un pancione e due gambine secche.

Lo “beccammo” tre giorni dopo il tipo, lo Scara, si beveva tranquillamente un Martini con l’oliva seduto comodamente ai tavolini di un bar di Chiuduno. Per la bidonata di tre sere prima si giustificó dicendo che le  ragazze pretesero che fosse solo lui a “spupazzarsele” e gli fu impossibile rifiutare perché per gioco lo avevano ammanettato nudo alla spalliera del letto. Poco dopo acquistò l’orologio falso dal Belot che non solo glielo vendette per “buono” ma glielo fece pagare molto caro, così che nel sovrapprezzo ci fosse un pranzo gratis anche per me e Claudio. Preferisco ricordarlo così il Benvenuto, al San Pantaleone, frazione di Grumello, calzini corti neri, due gambe secche, mutandoni alla fantozzi con canottiera bianca, occhi azzurri arrossati storditi d’alcol, capelli bianchi fin da quando era ancora giovane e faccia scazzata come il suo solito umore, scanzonato e prendi per i fondelli il mondo intero. Ostacoli per ognuno che li incontra… ma pur sempre esperienze di vita, ciò a dire che anche il Belotti Benvenuto “doveva esserci” come ci devo essere io e tutti gli Altri.

 

 

 

Sorride anche il mendicante.

Sorride anche il mendicante.

C’e aria di cose belle e buone in giro. Piante in fiore e prati verdi, uova sode colorate e colombe mandorlate e buoni propositi di Pace nello spirito della gente. Don Paolo in un paese del gardesano annuncia la domenica delle Palme con il fervore dell’uomo che aiutò Gesù a rialzarsi dopo la terza caduta che fece salendo il Golgota. Filippo viene da Napoli ed è un impiegato ecologico in un paesotto lombardo e pulisce dalle erbacce le aiuole intorno alla statua del Manzú per meglio preparare l’incontro con i turisti. Gianni fa il barbiere, e lavora forbici e pettine alla mano da dietro quelle grandi vetrine dove lo sguardo va oltre e incontra un angolo di mare Adriatico. Ogni uomo ha due facce e lo sa bene il Gianni che deve accomodare due basette differenti anche se sullo stesso viso, in questo periodo acconcia barbe a turisti di passaggio con l’aggiunta di voglia in più nel farlo, è Pasqua anche per Lui. Mario è un tranviere di Milano che fa la spola dalla stazione centrale a Piazza Garibaldi e in questi giorni vede la sua città con luci e colori nuovi e i bolognini paiono più puliti. Il giorno di Pasqua Mario sarà di turno otto ore, lo stesso il suo sguardo é felice.  I senzatetto rannicchiati sui marciapiedi mendicano accendendo i loro sorrisi come fanno nei giorni di festa così che il cappello rovesciato a terra, si riempia il più presto di tante monete.

La gente per strada e nelle case è pervasa di una consolante sensazione di benessere, mentre ad altre persone non gliene importa nulla di ciò che accade ma sono lo stesso pervase da piacere che libra nell’aria voluttuoso ma palpabile dal cuore. C’é chi invece la prende con più severa consapevolezza, e addirittura si sottopone ad un piccolo ‘sacrificio’ quotidiano che lo impegnerà per quaranta giorni confrontandosi con se stessi nel credere che esista un compenso in un mondo ignoto che nell’inconscio dell’animo appare sublime.

Per questo qualcuno non beve caffè in Quaresima o non beve vino, piuttosto che non mangiare dolci o ancora ripromettersi di non ubriacarsi o peggio, senza imprecare, e comunque non in modo eccessivo, chiedendo sinceramente perdono ad ogni errore di debolezza umana di cui si renda conto. Il Ramadan dei fratelli Islamici, la Pasqua d’ogni giorno di Induisti e Buddisti. Sono sacrifici boomerang, ritornano al mittente trasformati in bene puro. E dai oggi, e dai domani che dopo alcuni anni di questi piccoli grandi ‘sacrifici’, l’unico beneficiario è chi li compie perché dopo apparenti noiosi tentativi, fuma, beve e mangia di meno gustando poi il tutto in una piacevole ritrovata autorevolezza.

Ci si sente meglio a raggiungere un traguardo prefisso, si scala una montagna senza cadere in dirupi e si naviga in barca a vela per il giro del mondo senza paura del mare grosso. Il ‘sacrificio’ così piccolo non è poi così grande, e la vita assume dettagli più belli nel suo breve trascorrere, rallentando ancor più l’incedere nel cammin di nostra via, tanto ci si possa soffermare per estasiarsi del bello che ci circonda.  Ammirare alberi sentinelle dei monti che con le loro vette innevate sembra vogliano disperatamente spingersi più in alto per dare una pennellata di candore al celo. Ammirare oceani con onde spumeggianti che ballando schiaffeggiano la battigia intonati dal ritmo scandito della natura. Albe e tramonti che si specchiano su prati in fiore       Bastano piccoli grandi sacrifici offerti al tuo ego per accedere ad un mondo di bene che sembra virtuale ma ti porta dritto in un Paradiso reale.

É ancora Pasqua, e di nuovo se pur vecchia, si ripresenta in abiti nuovi pieni di colore. È come l’amore, anche ne venga sparso sulla roccia, ovunque genera altro Amore e per questo sia l’Augurio più bello che venga espresso dal profondo di ogni cuore. Potremmo persino imparare a parlare con i cani, e chissà, potremmo persino imparare a parlare con il vicino di casa. È Pasqua. Buon Risorgimento. Buona Pasqua Persone Care.

Volare.

 

Volare lassù, tra le nuvole scure di un fine serata di un giorno di pioggia. Volarci un mezzo con un casco in testa e sorvolare colli monti e pianure per arrivare al mare con il profumo di salsedine che t’assale dentro immaginando sabbia sotto i piedi. Volare come Superman isolati da insani propositi, liberi come un uccello che nemmeno chiede cibo all’uomo eppur si libra voluttuoso tra le ormai nubi scure, ma non tanto cupe da non vedere la primavera di sotto che reclama il suo venire con multiformi colori, e ancora volare insieme alla beatitudine di un bel vedere di conifere che germogliamo verdognoli timidi aghi dalle cime dei loro rami.
Volare tra le nuvole dei pensieri della gente, ora senza passarci in mezzo per non confonderli ma, sfiorarli delicatamente come accarezzare i petali di una rosa. Il fiore della gente è il più bello pensiero, e sentirne l’essenza è volare tra le braccia di Eolo che soffia su frotte di pecorelle bianche che si disperdono in ogni dove nel firmamento,

Volare nel cuore della notte in un sogno quando ti senti sollevare e riesci a sfuggire ad un leone che a fauci spalancate stava per compiere il balzo fatale, fuggire da una paura sognando di librarsi nelle nuvole che lo stesso non si riesce mai a raggiungere per salvarti da bestie feroci rifugiate nei meandri della mente, a volte capita di salire in volo sulla la sommità di un albero, o di raggiungere un balcone e altre volte ancora di riuscire a sollevarti sulla cima di un monte al riparo di una capanna fatta di solidi tronchi. Non è mai un volo sereno come quello che i tuoi occhi aperti guardano vedendo le nuvole, i sogni sono capricciosi e dispettosi, mostrano la via del piacere come il volare, ma lasciano l’insidia di un leone che ti rincorre nel vano delle scale e dopo una corsa disperata  per il rotto della cuffia si riesce ad introfularsi nell’ascensore… appena in tempo. Meglio volare ad occhi aperti sul cielo di una serata all’imbrunire, con un casco da motociclista in testa… per rimanere con i piedi per terra e arrivare sino ai colori del mare come fanno le rondini nel loro migrare.

Il respiro dell’anima.

Il respiro dell’anima.

Si fanno quasi un centinaio di respiri in un ora. Di certo novanta respiri, come lo sbatter d’ali d’un secondo di un colibrì in volo. Novanta, il battito di un cuore umano che batte in un ora, non di un colibrì, quello batte in una vita milioni di volte più del nostro.  Il respiro è la vita, ed è Lei stessa che ti prende per mano regalando il primo respiro, e lì si fa padrona del resto dei respiri che verranno in una esistenza. Implacabile e veloce la vita corre e trascina con se in un tunnel sin dal primo respiro. Il famoso tunnel, che adesso si chiama ‘buco nero’ , quel buco che vede ogni morituro e ne testimonia l’esistenza chi riesce ad uscirne miracolosamente indenne. Un tunnel con il vortice che la vita percorre intriso di gioie e dolori, per questo i respiri di un uomo a volte sono turbati e affannosi, altri gioiosi e sereni. Bisogna prendere il giusto ritmo della vita per respirare meglio, bisogna là si lasci correre e noi rallentare per ammirare un tramonto che si è lasciata alle spalle… aumentando i respiri solo quando arrivano al cuore che ti vuol far conoscere l’Amore. La vita è bene farsela amica, Lei non morirà, per questo non invecchierà dispensando sempre giovanii consigli a chi avrà  buone orecchie per saperli ascoltare. Se invece la vita sta stretta come un abito di due taglie in meno a chi la indossa, questi non potrà di certo godere di consiglio amichevole alcuno da mamma vita, e comanderà che il vento sparga per il mondo la vanità che ha trovato nel suo continuo vagare nel cercar di raggiungere i cuori degli uomini con verbo di verità.

Dare vita alla vita è respirare, meglio se sarebbe un sano respiro, sincero che non trema, amorevole che sussurrato in un orecchio sa far fremere per essere amato. Il respiro ci segue accompagnato dalla vita ed entrambi fanno respirare l’anima.  L’ Anima, involucro di emozioni che si travestono da cavalieri della mente che montando il loro nobile destriero cavalcano mondi ignoti nascosti negli angoli della mente la quale non riesce a trattenere l’impeto di ciò accade e lo rilascia al cuore che la trattiene quel tanto da sapere se è cosa buona, e tutto può avvenire in un respiro che entra nel corpo per far respirare l’anima.

L’inquinamento del globo parte dal nostro cuore.

L’inquinamento del mondo parte dal nostro cuore.

Non una faccia d’uomo è uguale ad un altra, non un palco di renna è identico ad un altro e tra milioni e milioni di foglie ognuna è diversa da un altra. Un fulmine non cade mai nello stesso punto anche se Zeus perennemente arrabbiato ne scaglia in grande quantità ogni giorno su di questo mondo. Non esiste un monte che solo si somigli ad un altro, così come nessun fiume in terra scorrendo percorre lo stesso tratto, i mari si somigliano molto ma sono salati in modo differente come diverso è il loro colore. Non s’é mai vista una nuvola della stessa forma di un altra ne un cielo con parimenti tonalità d’azzurro.

Il clima cambia da mane a sera a seconda dei ritmi stagionali di ogni nazione, adesso è sicuro sia aumentata dappertutto  la temperatura sul nostro universo, e Greta, una sedicenne che proviene da uno dei paesi svedesi con il tasso più alto di suicidi del pianeta per l’insofferenza al saper vivere, alza la voce e grida a squarciagola il suo messaggio d’allarme al surriscaldamento globale. I suoi comizi sono seguiti da proseliti di migliaia di persone che invadono Kilometri di strade che percorrono a piedi con cartelli alla mano per inneggiare la salvaguardia di ciò che rimane di questo vivere e immondano il suolo che calpestano di sporcizia e maleducazione civile.

Intanto, oggi camminando nel bosco si nota un televisore anni 80 con tubo cadodico gettata nella scarpata che ieri non c’era. Chi l’ha fatto non ha sentito Greta. Adesso, passeggiando sulla spiaggia tra gli effluvi di un aria salmastra gli occhi si socchiudono in un piacevole respiro di pace, e quando aimé si riaprono, vedono bottigliette di plastica e cellophane sospinti a riva da onde deboli mattutine. Chi ha gettato rifiuti che sono  arrivati al mare non ha sentito Greta. Ora, fiumi e ruscelli hanno acque che assumono i colori varianti tra il violaceo e un verdognolo che sa di putrido, inquinamento di scarichi industriali, laghi con proebizione alla balneazione… responsabili di aziende e gente comune sicuramente non hanno sentito Greta. Forse per il semplice motivo che Greta è in ritardo per essere ascoltata. Forse perché non era una ragazzina di sedici anni che si doveva mettere in cattedra per ammonirci severamente sulla incombente catastrofe ambientale, probabilmente assoldata per due soldi a farsi autrice di un ultimo appello disperato all’umanita intera. Sedici anni non possono alimentare il sentimento di propositi tanto nobili, non certo perché manca il cuore, ma di certo manca l’esperienza di vita per capire quello che realmente si vuole dire.

Bisognerebbe che quando mamma e papà vanno a fare una passeggiata nel bosco e danno la merendina ai figli mentre camminano, non permettano che questi gettino la confezione sul sentiero e gli spieghino anche il perché non farlo. Gli stessi genitori che ai fiumi e al mare proebiscano ai figli di gettare in acqua o sulla spiaggia qualunque genere di oggetto di scarto non biodegradabile e anzi gli facciano imparare il rispetto dell’ambiente e di chi lo vive, insegnando loro che qualora vedranno in futuro ruscelli fiumi e mari schiumanti di luridume ne denuncino la provenienza. Bisognerebbe che ogni volta si fumi una sigaretta conservare in tasca il mozzicone spento sino a gettarlo nel cestino apposito più vicino. Inutile stare ora a sentire la ragazzina Greta, dipendeva e dipende dall’insegnamento di mamme e papà.

Non un solo viso, albero o elemento in natura è stato creato uguale ad un altra, solo la stupidità umana è rimasta tale e quale e mille Greta affamate non me ce lo possono solo che ricordare… nulla più.

Desiderio.

Desiderio.

A volte si attende un momento particolare. Il momento di imprimere un ricordo nelle menti molto distratte. È arrivato, è arrivato il momento che più si cerca e meno si trova, per questo è un momento speciale.

Ho tre nuovi desideri da cercare di far miei, inseguirli e raggiungerli. Sono desideri riposti nel l’angolo delle cose meno importanti per cui si debba averne cura particolare, quindi in grande maggioranza, i desideri pur futili possano apparire non sono mai banali. L’obbiettivo vuol dire il centro di un desiderio, e per fare centro bisogna che il cuore sia connesso, senza di lui non ha senso prefiggersi la ragione vitale di tirare dal l’arco una freccia sperando sia centro. Ho tre nuovi desideri da raggiungere, uno l’ho già raggiunto… partire da casa e arrivare sulla collina e ridiscenderla quel poco. Il secondo desiderio che mi sono prefisso è di partire da casa, salire sulla collina, scenderla e attraversando vie e paesi ritornare al punto di partenza, il focolare.

Il terzo desiderio è nato oggi, adesso, dopo una voce sentita. La voce di un amico. Un amico è colui che oltre il bicchiere di vino, si divide il sentimento di sentire sulla propria pelle lo stato d’animo della persona che ha di fronte. Amico è chi si interessa tanto di un altro amico a tal punto di permettersi di giudicarlo… ed è un errore. Un battibecco, forse iniziato per eccesso di giudizio, senz’altro mosso da ideali di vera amicizia. Mi son sentito di dare e non ricevere. Mi son sentito di non riuscire a lenire il dolore di un amico, e ferito, ho indossato l’armatura di difesa del giudizio… che non mi spetta, e si creò un diverbio tra noi, due amici. Non mi spetta l’arroganza del giudizio, non spetta a nessun umano. E si è creato un dissapore. Qualche messaggio via etere, sintetico e a tratti sprezzante. I pollici alzati al l’insú di internet non sono un saluto sincero. Una rottura, poi d’incanto l’amico scrive senza pollice alzato, e in attimo è tutto finito. Il rancore svanisce in un essenza di pace. Ho da ringraziare per questo miracolo d’amore. Siamo ancora più amici di ieri con il tacito accordo di lasciare che ognuno sia ciò che ha scelto di essere… volente o nolente. Che ognuno sia chi appare sul palcoscenico della vita presentando la sua maschera di scena. Dietro le quinte si strappano a due mani facce false dal viso, per far apparire rughe di speranze e sogni.

Il terzo desiderio è di percorrere quel sentiero che mi porta alla meta ma, non solitario come una tigre dopo la monta, mi farebbe piacere fosse con il mio amico ritrovato. Un tardo pomeriggio d’inverno, sarebbe bello partire con lui su per la china. Torce accese su per il sentiero irto come la nostra voglia d’arrivare, e guadagnata la cima per sederci uno accanto l’altro su di una roccia con un bicchier di vino in una mano, e un sigaro nel l’altra. Magari senza scendere a valle, tant’è che il sogno si può interrompere in qualsiasi momento. E questo è il mio ultimo desiderio.

 

Il giudizio. C.41 P.386 26 Dicembre 2018

Il giudizio.

Oggi è il 25 di Dicembre, per un bel pezzo di mondo oggi è Natale, che se era ieri è uguale.  Per un bel pezzo di mondo oggi di duemila e quasi vent’ anni or sono nasceva il Cristo, un bambino saggio di nome Gesù che adolescente insegnava verità ai dotti del Tempio. Sacerdoti che non hanno saputo interpretare il verbo di verità assoluta e anni dopo lo hanno immolato per sedare le loro paure. La paura del “nuovo” quindi di verità. Oggi è Natale, lo vedi per le strade e lo senti sotto la pelle, adesso è Natale per tutti, anche per chi non sa che Gesù ha detto, Ama il Prossimo tuo come te stesso.

Non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al l’animo di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene, allora scatta un immagine celeste in testa, e con il cuore impari ad amare.

È facile dire a parole ti amo il difficile è metterlo in pratica, perché il più delle volte si dice ti amo perché si deve dire…

Ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto è quello vero, qualche persona purtroppo non capirà mai la differenza che mi illudo di conoscere.

A molti fa timore ancora Gesù, perciò lo bestemmiano, molti hanno ancora paura del nuovo. L’uomo bianco non smette di diffidare del l’uomo dal colore di una pelle diversa, anche se i suoi antenati erano neri, lo stesso si ostina a non voler pensare che il sangue è rosso per ognuno di noi. Puntiamo il dito dito per giudicare e lo si fa sovente senza pensare, forse non sanno o si sono dimenticati di quel l’uomo inginocchiato che con la punta del dito tracciava segni sulla sabbia, a cui fu chiesto cosa si sarebbe dovuto fare di una prostituta e adultera trascinata per i capelli al suo cospetto perché la giudicasse. Quegli uomini gridavano a gran voce che la donna fosse lapidata e Gesù rispose… scagli la prima pietra chi non ha mai peccato… e tutti se ne andarono, nessuno scaglió una pietra contro la Donna.

É facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’ Anima, basta non giudicare. Sia buona vita per tutti. Belli e Brutti.

Lettera d’amore. C.1 ( doppio 1, i ragazzi del paese che non è… passato e presente, due n.1)P.351

Lettera d’amore…

Alla mia SUSANNA

Nessuno è migliore di un altra persona perché ognuno da il massimo di quel che può dare. È di seguito che in amore trionfa l’affetto e la sincerità, tutto ciò che può dare lo spirito, molto più di quanto non dia il corpo. Cercare di non fare rumore e saper accettare chi siamo per trasformarlo in quanto possiamo donare. È come dare un bacio al mondo quando si illumina di cielo e accarezza la terra quando si rimbocca le coperte con un manto stellato che nel l’ammirarlo ci vedo il tuo volto nel mezzo delle le stelle più belle, la più luminosa fra tutte.

Se sogni, non potresti trovarti in un posto migliore, puoi arrivare a sentire profumo di rose, ed ecco che la realtà si incrocia con il sogno. A questo tuo importante traguardo di vita, dire ti amo suona come un colore sbiadito dal tempo, mentre invece è un continuo rifiorir di rose e il suo profumo ogni giorno si fa sentire di più. Il ti Amo mia dolce sposa è un perpetuo dirti che senza te non so stare.

con me lontano, oltre i confini di adesso dove il cuore 💔 ama stare, oltre i confini del mare. Incontreremo voci suoni e mille colori e li vivremo camminando su di un prato o volando tra le nuvole. La mia mano stringerà la tua in ogni dove e asciugherò lacrime ai tuoi muti perché.Ti porterò in un posto dove raccoglierò il tuo sorriso per poi spargerlo in ogni dove, nel mondo 🌏 Lo farò in una notte senza luna così che in un manto di stelle possano brillare i tuoi occhi. Dirti ti Amo è nulla al quanto vorrebbe dire il mio cuore per Te usando mille parole, ma farò come dice lui e ne dirò una sola. Buon Compleanno Susanna e se non è il giorno in cui sei nata, lo festeggio insieme a Te come fosse un giorno qualsiasi, speciale, un altro splendido traguardo della Tua vita che festeggi con il cuore ed il sorriso dell’eterna bambina che per me sei e sempre sarai.

Facile. C40 P326 06 12 18

FACILE.

Non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al cuore di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene. Al cuor non si comanda, le emozioni te le devi guadagnare, quando son belle ringrazia, quando son brutte prega e ringrazierai ancora.

È facile dire a parole ti amo il difficile è metterlo in pratica, perché il più delle volte si dice ti amo perché si deve dire ad un certo punto di una relazione, dove il tempo trascorso insieme ha bisogno di una risposta.

Ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto, è quello vero, qualche persona purtroppo non capirà mai la differenza che io stesso mi illudo di conoscere, per questo penserà che l’amore non esista, ignorante nel non sapere che ogni nascituro è investito di naturale splendore che si fa colore per adulare l’Amore.

Non è facile vivere. Ognuno ha un compito da svolgere come pure il barbone che ha abbandonato agiatezze perché spinto dalla situazione, perde tutto, ma non la libertà di essere una persona come tutte. Non è facile vivere, ci vuole coraggio.Ci vuole cuore.

È facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’Anima, come è facile vedere uno stormo di uccelli che migrano come fanno le rondini per dirti che le vacanze di sole sono finite, ma arriva una castagna arrostita accompagnata da un bicchier di vino, ed è ora di un altra primavera anche se vestita di bruno.

Facile, difficile, la vita è una partita. Basta saper mescolare le carte e tutto diventerà ciò che vogliamo sia, e nel dubbio si scelga l’amore. L’Amore vero, sincero. Lo si dia agli alberi, agli uccelli o a un cane, se non lo si vuol o non si può dare ad una persona, ma si sparga a piene mani l’Amore, si riversi su qualcosa o su qualcuno in modo che ritorni a beneficio dei cuori.