Facile. C40 P326 06 12 18

FACILE.

Non è facile dire a parole ciò che ti passa davanti agli occhi, sarebbe come chiedere al cuore di fermare un emozione che ti ha fatto stare bene. Al cuor non si comanda, le emozioni te le devi guadagnare, quando son belle ringrazia, quando son brutte prega e ringrazierai ancora.

È facile dire a parole ti amo il difficile è metterlo in pratica, perché il più delle volte si dice ti amo perché si deve dire ad un certo punto di una relazione, dove il tempo trascorso insieme ha bisogno di una risposta.

Ci sono mille modi per dire ti amo, uno solo è quello giusto, è quello vero, qualche persona purtroppo non capirà mai la differenza che io stesso mi illudo di conoscere, per questo penserà che l’amore non esista, ignorante nel non sapere che ogni nascituro è investito di naturale splendore che si fa colore per adulare l’Amore.

Non è facile vivere. Ognuno ha un compito da svolgere come pure il barbone che ha abbandonato agiatezze perché spinto dalla situazione, perde tutto, ma non la libertà di essere una persona come tutte. Non è facile vivere, ci vuole coraggio.Ci vuole cuore.

È facile che il cuore si colleghi in un abbraccio con l’Anima, come è facile vedere uno stormo di uccelli che migrano come fanno le rondini per dirti che le vacanze di sole sono finite, ma arriva una castagna arrostita accompagnata da un bicchier di vino, ed è ora di un altra primavera anche se vestita di bruno.

Facile, difficile, la vita è una partita. Basta saper mescolare le carte e tutto diventerà ciò che vogliamo sia, e nel dubbio si scelga l’amore. L’Amore vero, sincero. Lo si dia agli alberi, agli uccelli o a un cane, se non lo si vuol o non si può dare ad una persona, ma si sparga a piene mani l’Amore, si riversi su qualcosa o su qualcuno in modo che ritorni a beneficio dei cuori.

Come mi fermassi a parlare ad uno sconosciuto. C.38 P.740 03 12 18

Come mi fermassi a parlare con uno sconosciuto.

Che già la parola sconosciuto va bene per la scienza, non certo per indicare umanamente una Persona. Sconosciuto, è fuori luogo per indicare un individuo.

Individuo, altro termine che con la sua parola non raggiunge i cuori. Sconosciuto è la parola che incita alla diffidenza, al l’anti comunione. Nella parola Persona invece c’è il modo di porsi con disponibilità verso un dialogo umano, c’è il disegno di Dio. dico io. Perciò sarebbe meglio dire con le parole, Persona di cui non si conosce il passato, un modo più gentile per incontrare i cuori. Un buon primo passo per vincere le reticenze verso il Prossimo, dando a quest’ultimo la possibilità di presentarsi.

Del resto non conoscevo, un ragazzo che vive sul confine tra la Romania e la Moldavia. Radhu è il cugino di Ēlēna, una ragazza Romena con sangue zingaro che ha vissuto in Italia per alcuni anni, lavorando come entraineuse in locali notturni.  Radhu non mi conosceva, ma quella sera di molti anni or sono, mi invitò a cena nella sua casa fatta di tufo e calce. Eravamo una quindicina tra uomini e donne  io il solo Italiano fra Romeni e Zingari. Portai salame e formaggi nostrani e vino buono. Mi presero in giro… tronfi, mi presentarono i loro prodotti tipici,  carne essiccata di pecora, formaggio di latte caprino, e  vino direttamente pigiato in autunno da piedi nudi di bimbi e anziani. Si fece una grande festa in mio onore e io ubriaco di euforia che puzzava di vinaccia, ho battuto Radhu giocando a braccio di ferro.

Jmmy è un ragazzo Indiano, appartenente alla religione Sic, i signori con i coltelli fatti a lingua di serpente.  Puliva le cacche di cani in un canile senza sosta di alcuna domenica, ma qualche anno dopo, non c’era più lavoro per Lui. Allora si trasferì e trovò lavoro altrove  come mungitore di mucche, che accudiva a Natale quanto a Pasqua. Non munge più. È il capo tavola di altri nove camerieri e controlla che tutto funzioni per il meglio.

Amhet, è un bel l’uomo sulla cinquantina. Pelle scura anche d’inverno, occhi profondi e barba lunga, nera corvina come i suoi riccioli che ricordano più un Marocchino che lui Egiziano. Osservante Mussulmano. Serioso conoscitore di computer e quindi attento osservatore di tutto ciò che avviene nel mondo… che lui sogna migliore…

Michele e Gjovalin sono due fratelli Albanesi magri e secchi. Sono arrivati in Italia con propositi malsani ma hanno da subito capito che la loro intelligenza non andava sprecata mettendosi a disposizione del disordine sociale. Cristiani cattolici non praticanti. Così che Michele aperse i battenti di una pizzeria e Gjovalin istalla tuttora apparecchi ludici concessi. (purtroppo)

Ljuba, e Alina sono Mamma e figlia Ucraine, bariste per scelta, Ortodosse per vlontà celeste. Parlano della terra d’origine descrivendo la loro umile casa come fosse la più bella reggia. Ascoltandole, immagini  il loro cielo come fosse il più azzurro del mondo, fiori e profumi sublimi son di contorno a tutto il loro bel vedere.

Gālinā, è una Moscovita Atea che di lavoro faceva e farà l’interprete, non appartiene a nessuna religione se non quella politica quindi ideologica, a volte spende ancora qualche lacrima rimpiangendo Stalin.

Rham e Rajes sono padre e figlio Indiani, giardinieri umili e stimati.  Nonni contadini che venerano Visnú, Il Dio con tante braccia e tanto cuore. Rham vorrebbe morire in India, Rajes rimanere in Italia, intanto, a testa bassa chiedono per una giornata di lavoro, ciò che il “padrone” decide “giusto” per il loro compenso.

Abdu, è un ragazzone alto due metri e una spanna e gioca in una squadra di pallacanestro. Abdu è  Protestante, e quando smetterà di giocare a basket, vuole fare il Predicatore, sposarsi e avere tanti figli con nomi biblici.

Flavia la Brasiliana, Boriana la Bulgara, Hans il Tedesco, Vittorio e Michelle Francesi e cento altre persone che colorano il mondo con storie e sorrisi. Cattolici, Buddisti, Induisti, Islamisti. Persone che non conoscevo.  Persone sconosciute, sin tanto che non mi sono fermato a parlare con loro, e capisco ora l’importante torto umano di non avere fuso l’acciaio delle spade per farne aratri, preferendo il difendersi a spada tratta, che mietere grano. Così che le coscienze si placassero e gli animi ricevessero una risposta ai loro perché. Così che il ragazzo Senegalese spesso laureato, potesse avere la sua moneta al l’angolo della strada.

Sconosciuto è brutto, perciò Buon Natale a tutti.

 

Dicembre. C.37 P. 633 28 11 18

Dicembre.

Il Natale non si sente più. Come le quattro stagioni si è dimezzato, il Natale non si sente più nel l’animo come un tempo. È un antico dilemma. Del resto avranno pensato così anche le persone prima di noi. I nostri vecchi pensavano la stessa cosa borbottando nella stalla, mentre si fumavano un quarto di Garibaldi. Smuovevano il capo di sotto il cappello a lunghe tese portato alto dopo cena, in un raro momento di riposo. Borbottavano il loro dissenso, perché nella stalla i bambini non li stavano più a sentire. Quei bimbi sospirati a scuola avevano imparato a mettere le barre sul quaderno a righe. Le barre, le x, i puntini e i pallini, tutti ben ordinati, nel tanto che la maestra insegnava l’A b c. Avevano ben altro da pensare quei bimbi, che stare ad ascoltare il nonno che raccontava fiabe al tepore di una stalla. Quaderni e libri era il nuovo interesse dei bambini, mucche e asini e odor di stalle, erano ormai volutamente, tristemente dimenticate. E per i nonni fu come se stesse svanendo lentamente il Natale stesso. Svanivano ricordi dolci e amari, ma indispensabili esperienze a monito del futuro di ognuno. Lentamente ma inesorabilmente svaniva una parte dei sogni più belli per riservarne il minimo rimasto nel continuare a vivere… perché senza sogni si muore prima.

Ecco dopo che quei nonni sentirono nella stalla il Natale lentamente svanire, la nuova generazione li andò a trovare per le loro onoranze funebri. Ma oramai la nuova generazione di nuovo non aveva più nulla, e perciò erano diventati nonni anche essi. Non erano più nelle stalle, ma stipati in appartamenti di ringhiera con grasse lavandaie di sotto, che cantavano felici mentre sbattevano le lenzuola sulla pietra bagnata dal l’acqua dei Navigli. Fu un bel periodo per quei nonni del dopo guerra, di certo migliore dei nonni del triste primo novecento, sconfortati da un Natale ribelle e dalla fame a cui erano rassegnati. Nel l’era successiva i nonni di ‘ringhiera’ lavorando in fabbrica non erano più mezzadri affamati ma operai della Fiat e a pancia piena amavano addobbare la casa per le feste natalizie,  alberelli con palline colorate e presepi di statuine di gesso dipinte a mano. Gesù con un volto mai uguale ma sempre Unico. Era Natale.

Poi venne il turno dei loro rimpianti di un Natale che non si sentiva più come un tempo.  Un Natale che sospirando si svolgeva con parate filocomuniste che inneggiavano alla libertà e ugualitá. Fonte d’ispirazione proveniente da quella Nazione dove di libero e uguale, c’era solo fame e miseria. Lotte politiche armate vestite di nero o di rosso, e Stato nello Stato, dominio fuori legge. Non c’era più posto per Gesù Bambino.

Tocca alla nostra generazione, adesso i nonni siamo noi. Anni 20, poi il 68 e adesso il 2018. Il Natale anche per noi non sembra più quello di un tempo. Si rimpiangono mangiate pantagrueliche davanti a un gigantesco tacchino arrosto con milioni di patate arrosto che gli fanno da contorno, ma ancor più il dividerlo con almeno dodici commensali tra famiglia e parenti stretti. Vino e allegria. A tavola dopo pranzo si raccontava barzellette o si passava allo sfogliare foto tra risate grasse di come ci si meravigliava nel l’essere ora così diversi. Riaffioravano bei o malinconici ricordi. Molte risa, qualche lacrima, era Natale. La news generation il presepio non lo fa più, ma avranno anche loro qualcosa da rimpiangere per un Natale che non si sente più come un tempo. Ma di Natale si parlerà sempre e ancora, perché il Natale nasce ogni volta che un bimbo viene al mondo. Ogni volta che chiudendo gli occhi sogneremo di essere in una stalla ad ascoltare la storia del lupo cattivo raccontata dal nonno. Natale non ha età. Natale è ogni volta che siamo felici.

 

 

 

Vorrei che la luna mi baciasse cap. 33 P.333 21 11 18

Vorrei che la luna mi baciasse.

Vorrei che la luna mi baciasse in fronte come il sole la bacia sulle sue rotondità più belle. Le sue chiappe.  E quando piena e prepotente si fa largo tra il buio della notte per raggiungere il mio sguardo e i miei pensieri, schioccasse,caso mai, quel bacio tanto forte da farlo sentire perché il mondo mi possa invidiare, nel contempo adularne il fato felice.

Vorrei mi baciasse, per dopo impegnarmi ad affrontare un percorso, sapendo che c’è una dura salita da affrontare. Ad ogni lampione che illumina color salmone la strada che percorro ormai buia, fermarsi per prendere fiato, e leggere un passaggio di verità su di un libricino di fede o nei nostri  pensieri più intimi costuditi nella torre meglio protetta del castello costruito dentro di noi.  Affrontare quella strada sino alla cima di quella collina, per poi fermarsi qualche attimo ad assaporare mezza vittoria conquistata. Il rimanente esatto, è uguale solo nei passi già fatti, ma per niente simile perché non sono in salita, il resto è tutta discesa. Raggiunta la cima, siamo di già arrivati… son quelli i momenti da godere, corpo e mente ringraziano. La luna è piena e lucente o culla di Pierrot un poco sbiadita, e, a fasi alterne, sta a guardare. La luna guarda. Guarda i volti di gente sotto i ponti e illuminandoli di forza  e speranza, li incoraggia nel continuare a vivere. La luna mette un sicuro sigillo ad un nuovo amore che nasce, usando ceralacca in abbondanza a garanzia di due persone che si baciano senza oltre al chiaror del suo risplendere. Due cuori ispirati da brezza che sibilando celestestiali melodie, che comunque vada, sforneranno sempre persone felici.

Vorrei, mi piacerebbe tanto che la luna mi baciasse in fronte. Un desiderio bislacco  pieno di signifificato sincero come il festeggiare la nascita di una bimba sotto di queste stelle che le fanno da contorno, e insieme a me, stiamo a guardare un fiore che nasce, illuminato dalla luna.

Volare sulle ali del tempo. C.17 P. 267 02 11 18

Volare sulle ali del tempo.

Quantificare il tempo è come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantifico che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica.

Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza il tempo. Il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatico al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

È lui il padrone di noi. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode al l’imbrunire della sera che incalza ammorbando i rumori.       Il venir buio vede le persone a tavola dopo una giornata di lavoro, o di tribolazioni varie, che oggigiorno il lavoro e solo saper vivere e molto spesso sopravvivere. E il tempo è li onnipresente come le nostre credenze che altro non sono che un riparo alle insidie della vita. Intanto lui, anche in questo momento ci avvolge…

il tempo scandito da campane, suoni rumori e anche pace. l tempo é come l’amore che fa ciò che vuole. E’ come piantar patate e raccogliere rape e se il tempo non si può cambiare, al cuor non si comanda.  Intanto il nostro viso cambia davanti allo specchio dove ad occhio spento ci stiamo spazzolando i denti… e ancora non sappiamo dare un volto al tempo. Lui ci sfugge perfido e soave come un’anguilla sguscia tra le mani dopo la cattura.
Il tempo è quella cosa che è meglio si faccia Amico. Sapere che alla fine vince sempre lui non ci può che indurre al totale rispetto di quella cosa senza volto, il tempo.

Uno. Oggi sono contento C.2 P. 712 17 10 18

UNO.

Oggi sono contento…

Sono di tanto contento detto alla Fiorentina. Sö contêt, a dirla alla Bergamasca che poi ogni mondo è paese. Son contento in Italiano e felice in tutte le lingue del Mondo.

Non è facile essere contenti. Bisogna sudarsela. È un farsi largo tra le preoccupazioni quotidiane. Essere contenti capita di rado. Per i più fortunati si è contenti e felici un tre giorni al mese. Essere contenti e felici significa raggiungere uno stato mentale di assoluta quiete interiore. L’eccezione conferma la regola del possibile anche se raro. Qualche eletto si bea di molti più giorni che di tre nel l’arco di una trentina. Anime elette, anime nobili… perlopiù i poveri. Loro sono persone che dividono ventiquattro ore tra lavoro o che di altra occupazione si tratti, casa, dormire e per qualcuno pregare, per altri sperare che è la stessa cosa.

Quantificare il tempo e come misurare l’aria. Ieri è passato ed è comunque inquantifico che a dirla in modo più semplice lo stesso non si quantifica. Il tempo è aria che ti scorre sulla pelle. Ti accarezza cullandoti in una dimensione senza tempo… il tempo senza la dimensione del tempo che ti trasporta automatica al vivere senza avere una reale dimensione del tempo stesso.

Andiam per foto, andiam per fotogrammi di ricordi, ma la realtà ci sfugge tra le dita delle mani. È lui il padrone di noi, l’incessante onnipresente tempo. Ce lo ricorda ad ogni suon di campana che s’ode al l’imbrunir della sera che incalza ammorbando i rumori, così che divengano momenti di quiete.

Il dolce timido suono delle campane che aiuta a sopravvivere avvolgendoti in una coperta di speranza. Sopravvivere anche al prezzo di fare quello che non si dovrebbe fare, che pesa sullo stomaco come un macigno di pietra dura per chiunque sia costretto a non seguire le regole. Che poi nessuno è costretto. È il disegno della vita che ci è stata assegnata.  Nessuno è più cattivo di un altro, è solo il posto assegnato e di dove ci si  ritrova a recitare il ruolo della vita.

Allora, forse è per colpa di quel macigno che i giorni di felicità sian tre su trenta. E quel masso da portare non pesa sullo stomaco solo di chi non segue le regole, fa sentire il suo enorme peso anche a chi ha la responsabilità di dare lavoro alla gente, di chi non arriva alla fine del mese.

Tre giorni di quiete in cui son contento. Tre giorni in ordine sparso mai uguale al mese precedente. Meglio non conoscere il futuro. Sarebbe bello ma forse è ancor meglio che ogni giorno ognuno porti la croce o si prenda le sue incombenze quotidiane che dir si voglia. È il sistema migliore per arrivare a evadere la mente. Avessimo la totale contentezza e felicità ogni giorno, a lungo andare finiremmo per disconoscerla. La felicità si raggiunge con sacrificio e sofferenza, che portano l’essere vivente a raggiungere il meglio del suo stato d’animo. La felicità va conquistata non a suon di spada, ma a suon d’Amore per poter dire ogni giorno… sono contento.

Tccè giônni al mese, ammia, m’abbastano p’sse contentū e feliscē… e oggi sono contento perché io e mia moglie, abbiamo fatto al l’Amore

Come il tempo io resto.
Lo leggo sul volto dell’ombra che incontro.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo guardo nel vento e sul prato che pesto.
Lo vivo sputando e caparbio imprecando.
Lo passo sul fuoco che non si è mai spento.
Lo meno in avanti con quello ho fatto.
Lo immagino ancora con quello che vivo.
Lo stringo sul cuore che ancora mi porta.
Non ho più paura per la sera o la fine,
di quella che resta, di quella che viene.
Di quello che ancora mi continua a stupire.
L’ amore che Lei mi prepara contenta.
Lo vivo così, lo leggo sul volto.
Lo sento toccando le mani che stringo.
Lo vedo negli occhi dell’ amore che ho,
come il campo che pesto, come le ore che sono.
Amore dovuto, motivo per restare.
Il tempo lo sai, non ci può più lasciare.
Il tempo ci vuole, e ne chiediamo ancora.
Col tempo io resto.
Col tempo io sono.
Contento di noi.
Felici del dono.

Come il tempo, io resto!

Giudicando senza ascoltare. Solo per oggi.

Cosa ne pensa Alfredo di quel giudizio dato per la più bella d’Italia. Quei voti dati per la vittoria di Miss Italia anche a giudizio avvenuto sono discutibili, magari parlandone in un bar che lascia trapassare ogni discorso dalle sue mura, modificato, ingigantito, esasperato, il tutto per stupire e poter criticare.
Per questo Alfredo, persona distinta e raffinata, inventore di mille mestieri e possessore del solo vestito in doppiopetto grigio che indossa con il cambio di poche camice e molte cravatte sbiadite dal tempo, ama confrontarsi ancora con i pareri della gente nel credere in un futuro migliore e nei ritagli di tempo ci stanno pure i “90”, “60”, “90”. Per questo Alfredo ama opinare, forse perché ‘dire la sua è gratis’, e una nobile opinione non conosce prezzo, del resto è ciò che gli rimane oltre l’abito con quattro camicie sbiadite e cravatte senza colore.

Lorenzo, non ne capisce nulla di ‘miss’, o quel che capisce, lo capisce solo Lui. Non veste in doppiopetto, anche perché ha molti anni meno di Alfredo,  jeans e maglietta d’estate, maglione e giubbotto in inverno. Lorenzo non da giudizi sulla donna più bella d’Italia… se ne frega lui, ha interesse solo per il giuoco del calcio. Lorenzo probabilmente non ha vinto la sfida con la vita, per questo è divorziato e pensa solo alla squadra del suo cuore parlandone sin dal mattino con gazzetta sportiva in mano e nel l’altra la tazzina del caffè che nel frattempo puntualmente si fredda e lo butta giù d’un botto non ricordandosi di non averlo nemmeno zuccherato, una ciofeca, come la sua vita in jeans e maglietta… senza opinioni.

Andrea non esprime opinioni, ascolta e valuta, poi in separata sede, al riparo da maldicenze e invidie di gruppo, sentenzia giudicando su carta stampata e anche sul cielo. Andrea è un distinto signore di tanti di quegli anni che si piega in due ogni volta che si solleva da una sedia… Lui è stato un politicante, veste in abito blu, camicia bianca e cravatta nera. Iniziò la sua carriera politica che indossava gessati di tessuto che pungevano la pelle, e negli anni sessanta passò agli abiti in blu che non smette mai di portare anche adesso. Non ha tempo per dire il suo parere o la sua opinione sulla donna ritenuta più bella d’Italia, è impegnato sui fatti politici di fazioni diverse, come non ha tempo di cambiare il colore dei vestiti. è troppo occupato a guadagnare più denaro possibile anche ora che è in pensione. Perciò se ne frega e dopo aver bevuto il caffè al bar, tira diritto per la sua strada… e lascia che di “misure” se ne occupino altre persone.

Alfredo esprime un opinione su Miss Italia e arrotolandosi con le dita un barbiglio di baffo, di sotto sogghigna perché al fin fine non gliene frega niente…… Lorenzo ha una sola opinione della bellezza e la dedica per intero alla sua squadra di calcio, Andrea annuisce e non gliene importa nulla, tutti giudicano, nessuno ascolta. Le Miss Italia, siamo ognuno di noi, elette quindi giudicate, la critica migliore secondo il parere di chi la esprime, ma si giudica e non si ascolta.

“60” C.25 P.467 21 07 2018

“60”

Un monte senza fumo tutto nudo, erutta  luce multicolore che si espande in un cono etereo.  Come se il vulcano indossando pantaloni neri e una camicia a fiori, si stesse specchiando l’intanto che sbuffa. La luce emanata dalle viscere della terra sembra ferire con un colpo di spada il blu della notte che arrendevole lascia illuminare uno spicchio di cielo come fosse un alba, giorno e tramonto insieme.

Sono tanti i pensieri che frullano per la testa di chi pensa, e tutti si rincorrono nell’innocente vano tentativo di catturarli e farli prigionieri ma con il passare del tempo diventa sempre più difficile. Rimangono a galla i più belli, i brutti pensieri vengono trasformati in fotografie abbandonate in una delle tante  pieghe della memoria. Nei meandri della mente, ricordi di una esistenza incollata nell’anima al primo vagito di una bimba o un bimbo che nasce. Ognuno seguirà il suo destino, ognuna la propria storia. Una storia bella, una brutta. Una storia mite o violenta, coraggiosa o codarda… Una storia avventurosa dove la voglia di crescere in fretta fa fare molte scelte sbagliate impastando  menzogne e verità in un alchimia di siero delle streghe. Voglia di avventura alla ricerca del mondo scoprendone pur sempre poco rispetto al tempo impiegato e sprecato da vanitosa superbia. Il tempo passa, e il passato di una persona avventurosa si rivive in un filmato di pensieri e parole. Una storia avventurosa, un destino cucito sulla pelle di chi preferisce continuare a sognare il suo film a colori perché non vuole mai perdere la speranza così da raggiungere più in fretta il cuore della gente. Anno dopo anno, traguardo dopo traguardo in continua ricerca di se stessi con gente e posti sempre differenti tra loro per idee e culture dove ci si confronta per vivere condividendo. L’avventura, la continua ricerca e scoperta di cose nuove per non essere annoiati di ieri, ansiosi del presente e sognatori del domani. Lo spirito di avventura non porta solide certezze ma in cambio fa si che l’età non si conti mai e semplicemente si viva.

Achille, mi è caduta di nuovo la palla nel suo cortile…

Un melograno matura in autunno dopo pesche e albicocche e non è avventuroso ma cauto. Ha più sete d’avventura il timido bucaneve che come  l’indomito cavaliere azzurro domina il rigore degli ultimi freddi d’inverno.

Achille, signor Achille, grida un bimbo verso me, mi scusi, è caduta di nuovo la palla nel suo cortile…

e improvvisamente mi svegliai dal dolce torpore che aveva invaso i miei occhi e solo loro potevano vedere la luce sprigionata da quel vulcano che feriva la notte con sessanta fasci luminosi. “60” amori vissuti, “60” delusioni, “60” gioie e “60” anni vissuti con il resto del mondo.  Ringrazio tutti dal profondo del mio cuore, non mi darò pace finché non diverrò un bucaneve.

Altri tempi… C.11 P.1461 08 09 18

ALTRI TEMPI.

Era il dopo”68”, si era da poco smesso di mettere calzoni corti e calzettoni bianchi la domenica. Noi ragazzi adolescenti giocavamo con cerbottane caricate di “frecce” fatte di strisce di carta sapientemente arrotolate con abbondanti leccate di saliva che ne irrobustivano il puntale.  Quando invece non si facevano interminabili giri delle solite quattro vie percorse a cavallo di bici da cross con fiocchi multicolori penzolanti ai lati delle manopole e cartoline sui raggi delle ruote per far sentire che arrivavi, ad eccezione di quando di tanto in tanto ci si fermava furtivi ai premere sui campanelli delle case per poi scappare a razzo prima che uscissero gli abitanti che si rendevano conto di essere stati disturbati inutilmente da dei piccoli vandali urbani.

Pomeriggi assolati a giocare a palla di cuoio cucita a mano che quando malauguratamente ti colpivano in faccia, lasciavano il segno per giorni ed era impossibile dire a mamma e papà che non avevi giocato a pallone con pantaloni e scarpe lucide che ti era proibito indossare perché ‘vestiti della festa’.

Era anche il tempo di partite di figurine di calciatori che venivano poste a qualche metro di distanza accatastate una sul l’altra per il numero dei giocatori in gioco, e passavano di mano in mano dei possessori quando il fortunato piattello di piombo lanciato con sapiente delicatezza, si avvicinava di più alle “Panini” che perlopiù raffiguravano i grandi campioni di calcio dell’epoca.

Le rare “scandalose” sale da ballo erano frequentate da uomini e donne adulti che di sabato, rincasavano prima della mezzanotte perché anche se da poco tempo non si credeva più ai gatti neri che nella notte portavano via bambini cattivi. Meglio non tornare lo stesso troppo tardi… lavandaie e portinaie, il giorno dopo avrebbero avuto un gran dire di persone che frequentavano la notte e avrebbero sparlato di loro con fantomatiche e assurde allusioni alla cattiva educazione ricevuta dai genitori.

Di domenica, le sale da ballo venivano gremite dalle tre di pomeriggio sino alle sette di sera. Si ballava il Valzer, il Tango, balli popolari e per i più audaci il twist con gambe che si intrecciavano nella frenesia di un calice di troppo.  Dopo cena telegiornale e carosello, perché il giorno dopo era lunedì e si doveva lavorare tutti e studiare pochi a parte ragazzini in grembiule nero e fiocchi celesti o rosa.

Noi quattordicenni si muoveva i primi passi nel misterioso mondo femminile che ancora un po’ ci schifava ma di più ci affascinava. È la classica mela ‘proibita’ raccolta da un albero…
Si sognava di baciare una ragazza anche se avevamo paura di muovere la lingua perché spesso per molti era la prima volta, e non si sapeva come cosa si dovesse fare. Tutti impauriti, ma si doveva fingere autorevole sicurezza, forse per questo allora si allestivano improvvisate sale da ballo fai da te. Per farlo, in casa non rimanevano che scantinati e solai, spazi non usati dalle nostre famiglie. Si ammassavano in un angolo tutte le cianfrusaglie che in genere erano masserizie in disuso o mobili della nonna. Un telo di lenzuolo liso e bucato in genere era la miglior parete divisoria che ci potevamo inventare… palla di specchio mosaico girevole al centro del soffitto della stanza e tre lampadine dipinte con pennellate di vernice avanzata dal dipingere il cancello di casa puntate su di essa, per avere un effetto scenograficamente psichedelico.

Un quarantacinque giri di Barry White di sottofondo e qualche manifesto alle pareti di Lucio Battisti  e Mina o di Mal dei Primitives, quando non era un immagine di bianco borchiato d’oro e argento… il solito Elvis.   Un tavolino con sopra bottiglie di aranciata o chinotto per le donzelle e per i cavalieri, cherry, Punt e Mes e Martini, la festa aveva inizio… sempre e solo rigorosamente di domenica alle 4 del pomeriggio. Solitamente a quel l’ora l’invito era per l’unica ragazza carina che accettava di venire fra le 10 a cui si era chiesto in settimana a condizione che fosse accompagnata dalla cugina o amica solitamente racchia… ma a quel l’età andava bene tutto, era un esplosione d’ormoni senza cervello, e contava solo il risultato finale, non ci si doveva innamorare, serviva solo il pulsare di certe emozioni che c’erano totalmente sconosciute, e sopratutto era essenziale dare il primo bacio… alla francese.

Noi ragazzi invece ci presentavamo due ore prima perché a parte l’ansia, si allestiva in fretta e furia un altra parete fatta da un telo di stoffa, serviva da separé per coprire la branda dove forse un fortunello si sarebbe appartato con la sua ragazza e questo lavoro andava fatto alle ultime ore… un genitore troppo ficcanaso si sarebbe potuto presentare per un presunto ultimo saluto prima di pranzo e di certo non avrebbe gradito vedere il ‘giaciglio’.  Ovviamente il numero di noi ragazzi era sempre non inferiore alle 5 o 6 unità e finiva che un paio almeno, abbandonavano il campo ore prima, e se ne andavano da duri adducendo di essere stanchi di fare quelle cazzate ma in realtà avevano capito che non venivano cagati nemmeno dalla racchia e finivano nel solito bar per una partita di flipper.
I rimanenti non di rado usufruivano di baci regalati a turno dalle ragazze, anche se il preferito rimaneva per tre dischi suonati e ascoltati in compagnia della bella.

Poi arrivarono inesorabili gli “80” e i “90”… sale da ballo si fecero quasi inesistenti, e delle “stanze con teli” quasi nemmeno il ricordo. L’ora delle discoteche aveva suonato il gong presentandosi con l’abito luccicante al mondo visto da occhi poco più che adolescenziali. Nelle discoteche non si ballava solo di sabato e domenica ma spesso anche di venerdì e a qualche se pur raro invito privato settimanale,  ricorrenze felici.

I dischi in vinile vennero iniziati alla loro raccolta di culto e le musicassette spopolavano nei mangianastri. Ormai anche noi eravamo diventati adulti e non si usciva più agli orari dei nostri genitori e non certo di domenica pomeriggio perché era diventato un uso da sfigati.  Alle none e mezza di venerdì sera si entrava allo Shacher piuttosto che al River o al Mille Luci per rincasare intorno alla 1 e mezza, mentre il sabato un po’ più tardi.  Non si limonava più e dopo aver bevuto un paio di gin tonic e fumato Muratti si andava in camporella con i vetri della Djane che si appannavano velocemente d’inverno, e d’estate si coprivano per bene con fogli di giornale in luoghi  appartati.  Intanto Michael Jackson gridava dai pannelli dell’auto, la sua voglia di vivere, e Noi con Lui…

È passato da un bel pezzo il “2000”, adesso gruppetti di ragazze e di maschietti adolescenti, escono di casa alle 11, alcuni accompagnati da un genitore che a turno li porta in qualche locale con nomi strani e incomprensibili se non per il loro senso trasgressivo che incute timore il solo pronunziarli. Poi vengono riaccompagnati a casa alle 2 o 3 di notte da un altro genitore di turno. Mentre per quelli più grandi (si fa per dire) dopo le 3 inizia la movida, inizia lo sfascio totale del corpo della mente e dei sensi. Non si limona più, e non si va più in camporella, al l’alba dopo aver ascoltato musica tecno dal ritmo assillante o rap snervante che può essere composto e cantato dal primo imbecille che potrei essere io stesso, voglia anche solo provare. La canzone è musica melodica cantata, non ritmo noioso ad una sola voce parlato… moltissimi sanno parlare, pochissimi sanno cantarequasi nessuno sa ascoltare.
Il devasto dei sensi è finito, distrutti da pasticche, bevute e quanto altro di cose ingurgitate senza nemmeno sapere cosa fossero, al di là di conoscere che hanno un tasso alcolico superiore ai 50 gradi.

Finalmente è finita, i guerrieri della notte, al mattino di buonora sono al bar, quello di chi non si arrende mai, e lo affermano a voce alta dal l’alto dei loro vent’anni. Stanno lì, sbracati su una sedia con un braccio appoggiato al tavolino e l’altro penzoloni che dice quanto è fiero nel l’incuranza di tenere una posa più educata e gentile. Lo sguardo di occhi opachi e storditi, mostrano la gloria di una notte brava… passata, vissuta… anche se totalmente inutile quanto sprecata. Sono lì, al bar e bevono un cappuccio con brioches che si vomita quasi sempre insieme al resto un ora dopo il ritorno a casa. Sono le 8 del mattino e gli irriducibili guerrieri della notte frugando nelle tasche per cercare le ultime monete rimaste, trovano il preservativo ancora bello bello impacchettato, sbuffano e sospirando se ne vanno a casa… hanno fatto di tutto ma non hanno fatto la cosa più bella al mondo da fare insieme a mangiare e dormire… E… si fanno due seghe… una mentale. Bisognerebbe tornare al “68” e mettere fiori nei nostri cannoni, meno seghe e più esplosione di colori.

Un’altra estate smette di illuminare C.32 P.503 26 Agosto 2018

Un altra estate, smette di illuminare.

È quasi la fine di questa estate, le caldissime temperature hanno sfiorato l’impossibile, le fontane sono state gremite e usurpate dal solito manipolo di turisti senza rispetto per altre persone e per se stessi. Così come mari fiumi e laghi sono stati inquinati di immondizia e maleducazione. Un ponte è crollato, si contano mestamente vittime e danni, e si cercano disperatamente i colpevoli per responsabilizzare un qualcuno che a questo punto non potrà di certo resuscitare le vittime del crollo, ma si assumerà la responsabilità dei soldi da sborsare per riparare a persone e cose, che questo è pensiero primario per chi ci governa…i soldi. Il lato umano lo lasciamo ai sopravvissuti di un terremoto o a una famiglia affamata. Che a dirla in questo modo vengono alla mente pecore che vengono ricoverate nel l’ovile dopo un giorno di pascolo… e a dirla in un altro modo immagino sempre pecore ricoverate e non solo per la notte.

Il sole tramonta un ora prima degli ultimi due mesi, la canicola è spezzata da pioggia e fulmini. Due contro uno e i temporali vincono la sfida di “braccio di ferro” con il caldo.  Il sole è sovrano con la calura, ma è solo. La pioggia ha con sé fulmini, lampi, tuoni e saette che tradotte son due. Due contro uno, e la pioggia vince a braccio di ferro con il sole. Il fuoco si ferma… l’acqua non la ferma nessuno.  Intanto una nave zeppa di profughi attracca sulle rive italiane e chi ci governa non scarica il carico di vite umane, perché anche loro si stanno sfidando a “braccio di ferro” con altri governi. Poco importa se a bordo della Diciotti la gente si ammala o si stuprano giovani donne. Qualcuno deve pur vincere. Nel frattempo il cancello che richiude le pecore dell’ovile al cui viene assicurato un buon lucchetto perché nessuna scappi, affinché passate le vacanze estive vengano tosate prima di Natale, che porterà tasse vecchie e nuove, appena sfornate dal fuoco perpetuo dal forno statale. La lana tosata, tutta la lana servirà per pagare le tasse, il resto é storia di vita comune.

Di domenica sulle ciclabili, uomini con la faccia un poco imbronciata e donne che sfoggiano l’abbronzatura di una vacanza appena trascorsa, stanno in sella sulle loro bici pedalando annoiati. Pedalano con facce scure di chi deve ricominciare a lavorare o tribolare, e gambe senza peli color del miele di castagno che sbiadiranno presto negli uffici o tra le mura domestiche. Le chiese di montagna si svuotano così come i negozi al mare. Pesche, meloni, albicocche scarseggiano così come anche bibite fresche, e le pecore vengono contate una ad una ogni sera in modo non ne manchi alcuna sino ad un altra Pasqua, finché non si riapriranno i portali degli ovili, e qualcuna verrà sacrificata a colpi di… ipocrisia, a partire dalla mia. L’estate sta finendo e un anno se ne va… è il solito rituale… sto diventando grande, lo sai che non mi va.