Malta 2

E altri mesi passarono tra ‘scuse’ e impedimenti vari, l’intanto la vita di Rodolfo era un sentirsi protetto solo tra le mura di casa.

Appoggiato con la pancia al balcone, con il piede sinistro ben piantato a terra e il ginocchio teso all’indietro… la gamba destra con il piede sollevato sulle punte a ginocchio rilasciato sul davanti… il tutto con lo sguardo rivolto ai confini illuminati del prato dove mangio, bevo, vivo e sopratutto amo stare. Il resto intorno è qualche lampione illuminato sul mio davanti, e oltre il buio tempestato di luci di case sparse sulla collina, e fra loro spiccano le palline di luci su di un campanile del paese più a valle.

È stata una buona serata tra amici. Abbiamo gustato pesce innaffiato da abbondanti sorsi di prosecco, riso di cose frivole e parlato di cose serie, ora la sera è notte, gli amici se ne vanno a una data ora che giustamente imposta alla fin fine accontenta tutti i lavoratori… che dopo le dieci di sera, si possono godere ancora in santa pace a casa loro un oretta di tranquillità personale.

Se così è per gli invitati, lo è anche per Vanessa, la moglie di Rodolfo che ha cucinato e soddisfatto per la ottima cena ben riuscita una buona compagnia, dopo questo io e lei facciamo ognuna i nostri rituali di relax, Lei si sdraia sul divano puff annesso, io, con la gamba sinistra e piede ben piantato per terra…

Intanto tutto attorno è silenzio e poesia, tutto tace pur gridando dentro il cuore la sua eterea bellezza… e di tanta magnificenza si scioglie il buio delle tenebre… a gamba destra con il piede sollevato sulle punte a ginocchio rilasciato sul davanti… con in bocca una sigaretta rollata e nella mano una tazzina di grappa alla liquirizia… e buona notte… anche quel giorno se n’è andato, domani sarebbe dipeso tutto da chi avrebbe telefonato a Rodolfo per rompergli le scatole e la sera di nuovo sul balcone di casa con sigaro e grappa speranzoso di non essere angosciato dal vedere draghi e streghe invece che luci e buio blu.

Magari sarà un buon giorno e mi sentirò meglio e scenderò nel giardino per guardare i nudi alberi severi con il vestito dell’inverno è farò ancora per l’ennesima volta pensieri con ciò che mi era stato promesso dal ‘buon Robin Clod’… e come sempre mi fermavo alla cifra che avrei dovuto riscuotere in acconto a dei presunti lavori pensando che forse non avrebbe cambiato radicalmente la mia vita ma sicuramente mi avrebbe fatto sentire meglio nel contesto del mio quieto vivere… ma non è ancora successo.

Intanto il mio appoggiarmi sconsolato al balcone spaziando lo sguardo al cielo diveniva il pensiero ricorrente, fantasticare anche se solo per qualche momento che tutto potesse finalmente finire… e iniziare. Ma puntualmente è successo ciò che succede quando vedi il tuo corpo e la tua mente che si stanno chiedendo un ‘qualcosa’… un ‘angioletto’ su di una spalla, e un ‘diavoletto’ sull’altra, ognuno che dice la sua. L’ angioletto che dice all’orecchio… vedrai, sembra un sogno, ma tutto avverrà d’incanto e la tua vita cambierà… sull’altra spalla intontendo l’orecchia che lo ascolta… non verrà nessun bel momento con le tue illusioni. Già, pensò Rodolfo, io mi illudo di aver trovato la strada giusta per un altra rinascita, io mi imbevo sempre di ottimismo, a dispetto del “diavoletto” che mi dice che sono un “pollo da spennare per bene”. In verità sono stato spennato per ben benino da ‘RobinClod’, ma ancora non ho capito se ha usato l’acqua bollente per farmi meno male nel togliermi le piume o se invece me le volesse strappare una ad una con lentezza e acqua fredda. E rimango lì con lunghi sorsi di grappa e ancor più lunghi sospiri scagliati nel cielo come fossero grida d’aiuto.

E in tutte quelle volte che per mesi e mesi Rodolfo si è appoggiato al balcone non successe nulla, infatti, passò Natale e ora le promesse si allungavano di tre o quattro mesi ogni volta, sempre con strabilianti quando inediti fotogrammi di un film che non s’era manco visto… finché Claudio dovette rincarare la dose delle sue lusinghe di guadagno che aveva promesso da dare a tutti, anche se arrivati a quel punto si incominciava a sperare in cuor proprio che sarebbe stato bello recuperare almeno il ‘perduto capitale iniziale’… quasi tutti lo pensarono, Rodolfo compreso, nessuno osava dirlo perché forte era il suo sostenimento a quella causa persa in partenza… persa dopo il primo rinvio. Ma quell’uomo sapeva e conosce il mondo che Rodolfo immagina puro, impossibile dubitare di una persona che sta vivendo con te una simile tragicommedia, sopratutto se convalidata nelle varie spiegazioni con contorno di logiche conclusioni… ma Gianni si stancò, si stufò dell’ennesimo inghippo che non pareva fosse tale… come sempre e nell’intanto si continua a sognare.

Gianni non voleva più sognare e una sera di un anno dopo, la seconda estate di questa vicenda, mandò a casa di Rodolfo un messaggio fatto di un “omone” e altri due energumeni che intimavano la restituzione del suo denaro perché se ne voleva lavare le mani… come Pilato, ma se il governatore romano Pilato non aveva alcun motivo di condannare Gesù, Gianni era memore di un trascorso… che tanto per non cambiare coinvolgeva un paio d’anni prima il malcapitato Rodolfo e anche per questo sentendosi ingannato, Gianni si infuriò.

Ugo, due anni addietro disse a Rodolfo che aveva ‘trovato’ delle persone disposte a monetizzare le cambiali. In pratica gli amici di Ugo, avrebbero accettato di scambiare cambiali con un tasso di sconto irrilevante, ma la bella notizia era che non avrebbero badato troppo al sottile nel ‘giudicare i nominativi dei firmatari degli effetti bancari, non avrebbero indagato sul buon nome d’appartenenza nella ‘centrale rischi’ indetta dalle banche, il buon Ugo che insegue i sogni come se non fosse mai sveglio, disse che i ‘signori’ di Milano avevano canali diversi da quelli usuali e che quindi si sarebbero fidati più di lui che delle firme apposte in calce alle cambiali. Questo disse Ugo a Rodolfo e lo stesso gli credette come purtroppo per la sua garbata eloquenza ha sempre creduto da che lo conosce. Ogni promessa in questo mondo di falsari alla Peppino e Totò, è un sogno ad occhi aperti per gente delusa da una vita sbagliata, e ancora una volta Rodolfo si fa capo e garante di questa nuova avventura finanziaria. Riunisce un gruppo di disperati come lui e li rende firmatari di cambiali che con molta probabilità non verranno mai pagate e come ovvio succede in questo genere di trattative, il buon Rudy dovette sborsare 9.000euro procapite e per far ciò chiese la somma necessaria che ammontava a 38.000euro al Gianni, che già conosceva per altri piccoli prestiti precedenti e sempre dignitosamente onorati dal Rodolfo di turno.

La trattativa tra Ugo, Rodolfo e i ‘milanesi’ che di Milano oltre l’ubicazione avevano solo le cartoline dei parenti affisse in assolate stanze di case del sud, ma ‘lavoravano’ lì, a Milano, con un ufficio accanto al Duomo, che per quanto si dovesse scendere delle scale anguste come per andare in cantina, avevano dei magnifici uffici proprio sotto di un cortile maestoso quanto severo con le sue statue in pietra centenarie. Finalmente dopo mesi di trattative varie, si arrivò al fatidico appuntamento per portare la nostra ‘cartaccia’ in cambio di denaro sonante… che Rudy chiese a Ugo come ci avrebbero dato quel denaro quel giorno, e lui rispose… aprono il baule dell’auto parcheggiata nel cortile, e tanto ci devono, e tanto ci danno… a… ok. Esclamò Rodolfo, e ci ritrovammo a quel tavolo ovale, giù, nell’ufficio cantina accanto al Duomo. Eravamo io, Egidio il mio amico commercialista, uno di quelli che intascò una parte dei soldi che chiesi in prestito a Gianni, quindi un firmatario di una cifra molto superiore a quella ricevuta in compenso per il presunto ‘affare’, forse l’unico insieme a Rudy che avrebbe restituito gran parte del ‘firmato’, Egidio era li come mio consigliere e accompagnatore e quel giorno per questo arrivai a Milano a bordo della sua Jaguar bianca, poi accanto a noi seduti il buon Ugo e dall’altro lato del tavolo i tre milanesi… di cui non ricordo il nome di nessuno di loro.

Quello più vicino alla mia sedia che su per giù avrà avuto 40,45anni, con accento non certo meneghino, mi si rivolge diretto e sbattendo le mani l’una contro l’altra mi disse… ‘cìà’ sentiamo questi signori di cosa hanno bisogno. Sempre rivolgendosi a Rodolfo aggiunse… datemi le vostre generalità commerciali, ditemi con che istituti di credito lavorate e presentatemi anche in seguito via fax, i vostri bilanci azienda… Non aveva ancora finito quell’uomo di dire l’ultima parola che Rodolfo si alzò di scatto dalla sedia e ritto poggiò le nocchia delle due mani sopra il cristallo di quel grande tavolo ovale, dirise lo sguardo severo verso Ugo alternandolo ad ogni parola allo sguardo del suo interlocutore e sbottò rabbiosamente…Ma… scusate tutti ‘signori’, io sono in trattativa da un paio di mesi con voi tramite il ‘sign’ Ugo, s’era sempre parlato di sconto effetti… se volevamo provare ad avere credito presso le banche, ci saremmo rivolti direttamente a loro medesime… ribatte repentinamente l’interlocutore, appunto che vi diamo una mano a cercare il canale ‘bancario’ adatto alle vostre esigenze… qualche secondo di interminabile silenzio e Rodolfo che sempre ritto in piedi aveva ora le braccia conserte guardò Ugo e come rispondendo a tutti gli disse… un altra delle tue troyate, sai bene che nessuna banca al mondo ci darebbe credito date le nostre credenziali… ci hai fatto perdere un sacco di tempo inutilmente e perdipiù debbo restituire i soldi a Gianni e dirgli che non ci sarà alcun guadagno. Ma no! Che dice Rodolfo, disse un altro dei tre ‘milanesi’, noi vi possiamo aiutare anche in altro modo, si sieda Rodolfo, le spiego… questa persona aprì un grande foglio davanti a se e lo spiattellò sul tavolo rivolto ai tre bergamaschi, vedete, questa e una macchina ‘sforna pizza’ automatizzata, per ora è solo sul mercato americano, ma contiamo di espanderla anche in Europa a partire dall’Italia, se vi interessa vi possiamo fornire l’esclusiva rappresentanza per la modica somma di… alla fine di tutto dopo quasi due mesi di trattative, riunioni, pranzi e convitti vari, invece che darcene ci chiedevano soldi per una fottuta macchina sforna pizze americana che avrebbe funzionato solo con turisti appunto americani, asiatici e orientali, in sostanza fallimento garantito… o forse semplicemente il voler portar via a dei malcapitati i soldi di una eventuale partecipazione ad un proposta fallimentare… una truffa insomma, lì, accanto al Duomo. Rodolfo si alzò senza rispondere nulla, Egidio si alzò subito dopo e si avvicinarono alla porta d’uscita, con la mano sul pomolo della porta Rodolfo accennò un saluto ai tre ‘milanesi’ e Ugo che rimase seduto con loro, Egidio congedandosi sussurrò un deluso “…ngiorno…” e la porta non fu nemmeno richiusa alle sue spalle.

A Rodolfo non rimase che dire tutto a Gianni il giorno seguente, che non la prese per niente bene… si sentì preso per i fondelli e con 38milaeuro di ammanco insieme al presunto guadagno. Rodolfo lo invitò a stare calmo che ciò che s’era perso, si sarebbe recuperato con i guadagni della clinica di Claudio, o chissà che altro diavolo stava facendo in Africa.

Ma si stancò e pretese un pagamento rateale da Rodolfo che subito si fece garante dell’impegno, prima d’onore che poi di denaro, l’africano’ non aveva nemmeno il becco di un quattrino e non gli era rimasto nemmeno uno straccio di credibilità bancaria dal momento che aveva protestato delle cambiali a nome personale e anche aziendale, quindi, l’omone’ e gli altri due compari fecero visita per conto di Gianni alla sorella di Claudio che avvallò delle cambiali di suo fratello controfirmandole. Era stanco Gianni, ma il peggio e che si era sentito preso in giro da Rodolfo che fino ad allora era stata la persona di cui più si fidava… e volle togliersi da quella strana storia di sorprese, promesse e miraggi. Questo successe nella seconda estate dall’inizio di questa farsa… ma per fortuna si continua a sognare, perchè è il solo modo per evadere da una realtà che sta stretta come un vestito di due taglie in meno.

Il sogno è una realtà dell’inconscio. È una parte latente dei nostri più ambiti desideri o al contrario dei nostri più tristi momenti.
Sognare è bello quando il mattino sei persino infastidito dal risveglio che interrompe un idilliaco sogno nella quiete della notte. Subito la mente ancora annebbiata, fa ricorso a un disperato bisogno di ricordare ciò che ti ha fatto tanto star bene… di solito nel ricomporre velocemente il ricordo si riesce a focalizzare le immagini salienti del sogno, ma non c’è quasi mai un finale a lieto fine, ed è proprio quello che la mente insegue, e anche se lo si voglia ricostruire nel migliore dei modi e quindi inventarti con fantasia il finale, pur bello sia non ha più il “gusto” del sogno che la notte si stava facendo… come a dire che ogni giorno dobbiamo qualcosa al mondo.

Se si tratta di un brutto sogno non è un sogno ma un incubo, una parte di ognuno che sta a significare un malessere che viene dal profondo dell’animo. Una mente serena non può che partorire sonni e sogni sereni all’unica eccezione che gli sia chiesta la Santità.
E ogni uno dei due modi di ‘sognare’ ha la sua ragione logica per la stessa definizione di un dato di fatto. Pericoloso è quando si sogna ad occhi aperti, quando il sogno ce lo creiamo da Noi… lo adattiamo alle nostre esigenze, alle nostre speranze a tutto in ciò che abbiamo creduto in una intera vita. Pericoloso, perché non sempre si riesce a realizzare un sogno fatto ad occhi aperti… ma bisogna ‘buttarsi’, e inseguire quel sogno di volare come Icaro che anche cadde, dopo pochi anni è diventato un Boeing “358”. È caduto Icaro ma altri si sono rialzati per Lui. E noi perché dobbiamo perdere una opportunità come sognare a occhi aperti di volare.

Non rimane altro da fare quando con coscienza si pensa di aver fatto tutto il possibile perché non si sprecasse tempo inutile e non si facesse sprecare ad altre persone, un po’ come quando una persona guida l’auto in stato d’ebrezza, non solo corre il pericolo di farsi del male, ma peggio mette in pericolo la vita degli Altri. Questo era lo stato d’animo con cui Rodolfo stava e sta ancora in parte affrontando molte delle sue serate sul balcone… sguardo fisso al Cielo con sospiri quasi regolari e qualche domanda che si crea nella mente sul perché si imbarcò in questa avventura. Inutile si colpevolizzasse innalzandosi a sommo saccente che tutto ha capito, non aveva capito un cazzo, si è lasciato trasportare dall’istinto che si è mascherato con una casetta di legno su di un irto scoglio battuto dalle onde nervose del mare. Un tempo lo scopo di un presunto ‘affare’ per Rodolfo era il vedere un auto nuova nel cortile di casa, o una moto per intraprendere un nuovo viaggio quindi non è cambiata un… cazzo, è sempre a caccia di un miraggio, forse perché ama sognare come sognò anche lo stesso giorno di un pomeriggio d’estate quando conobbe Claudio e la famigerata banda Bassotti… niente altro che un gruppo di persone disperate forse più di lui.

Fortunatamente Rodolfo riusciva ad alternare questa estenuante intricata attesa con l’avvento di liete ricorrenze, ed era l’8 Marzo di un altro anno e scrisse al suo amore per ringraziarla di rimanergli felicemente al fianco anche dopo 30anni, non dimentico di tutte le altre creature donne che aveva deluso o fatto felici.

Ti ho conosciuto una sera d’inverno e da allora per me è sempre estate. Eri lì con la tua avvenenza di non ancora vent’anni, i folti e lunghi capelli corvini coprivano il viso piccino, ma il tuo sorriso non è cambiato mai. Non fu un colpo di fulmine, avevo un altro percorso da fare, non ero ancora pronto per un vero Amore, non lo conoscevo ancora e Tu lo hai capito per questo preferisti allontanarti da me tuo indegno compagno di vita che per un po’ si trascorse insieme. Perderti fu come perdere tutto ciò che avevo e desideravo dalla vita, fu come aver perso il treno… ma scattò qualcosa in me che mi disse di correre, e io corsi, correvo velocemente fino ad aggrapparmi a quel vagone, dove all’interno c’eri Tu che andavi sui binari nella stessa direzione di quel che il Cielo voleva che andassi, mi sono innamorato di Te Donna soave e indispensabile guerriera, compagna insostituibile delle mie gioie, ho conosciuto grazie a Te l’Amore che tanto avevo rincorso inutilmente, e ora ho tutto… anche non avessi niente. L’Amore sulla terra è Donna e perciò estendo a tutte le donne del mondo il mio più reverente e sincero Augurio per la vostra Festa, la Festa dell’Amore. Siate felici il più che desiderate. W Tu Amore mio, W tutte le Donne.

E se le sere passavano senza grossi problemi per almeno una decina di giorni, cosa rara, l’angoscia faceva largo ad una pacata speranza nell’esasperante attesa di un Robin Hood , e Rodolfo continuava a nutrirsi di sogni…

Velo d’incanto che passeggi allegramente con il giorno, portati con te i miei intenti e depositali dolcemente sulle guance di un mare cheto da far si che parlino con i pesci assorti nel loro mutismo più saggio di chi parla troppo, che “un bel tacer non fu mai scritto”. Velo d’incanto che accarezzi la sera, ti chiedo che il cuore batta senza fremere e il mio bene diriga lo sguardo sulla persona che Amo… gli occhi stendano il loro vedere su un tappeto fluttuante tra le nuvole e incontrino altri occhi di persone ed insieme si voli verso lidi sereni. Velo d’incanto che avvolgi la notte, fa che le tue ali si carichino del fardello, peso dei miei pensieri stanchi, affinché leggeri si librino nell’animo con te dolce coltre leggiadra d’essenza di vita, affinché viva nel giusto sonno e tornare ad impregnarmi di sogni celesti.

Altre sere quand’erano sul finire questi rari momenti di stasi, Rudy iniziava ad innervosirsi e scriveva con la pretesa filosofica che non possedeva se non per conoscenza di vita e addirittura per dispetto al suo destino amava poetizzare.

Qual’é la verità d’ognuno, quale sarà la mia…

La verità dei Credenti è stata scritta sulla pietra, poi su pergamena, poi ancora su carta e adesso si scrive nell’aria… via etere all’indirizzo civico nel paese del mondo, nella via di Tutti, al numero di ognuno.

La verità dei non ‘Credenti’ è stata scritta nel cemento, poi su lastre di marmo, poi ancora su lastre di ottone e adesso si scrive nell’aria… via etere all’indirizzo di se stessi.

La verità di chi non è ‘bianco’ o ‘nero’, è stata scritta nella sabbia che poi senza alcun domani e altre scritte, se l’è portata via l’aria… senza etere, senza futuro.

La verità va sempre cercata nella convinzione di non raggiungerla mai, e quindi, inseguirla sempre per cercare di migliorarsi nel profondo rispetto dell’altrui Persona. Rodolfo la verità l’ha trovata in Dio., altri la cerchino tra ‘lastre di marmo’ o nel vento, e sia Pace per Tutti arrivarci almeno vicini.

E poi tutto si imbruniva nel cuore e si doveva riaffrontare draghi e streghe nei meandri della mente, così che il telefono squillò di un suono amaro e di colpo puntualmente riportava alla triste realtà di avere un cuore contrito da dolore umano. La triste realtà di affrontare la realtà, che non è altri che il destino di ognuno deciso dalle proprie parole e azioni, quindi nulla da recriminare, ma solo da arrotolare le maniche della camicia… e lavorare. La telefonata in arrivo è via internet, così chiamava Claudio da quando si trasferì in Africa, RobinClod tra banane e sole accecante… Dalle ultime scartoffie e firme varie, Claudio si trovava a Bruxelles, come ci finì in una città africana?

Da un capo del telefono Rudy… ciao Claudio, e mi risponde buongiorno come va, qui tutto bene, mi trovo a Bruxelles e sto per partire per l’Africa mi è stata fatta una proposta al quale non credo certo poter rifiutare… ma mi serve il tuo consiglio… “che tradotto, per Claudio significava mi servono altri soldi”, torno in Italia prima di partire per dove t’ho detto è così ti spiego tutto… ma Claudio, dico io, e il contratto per la clinica?… non ti preoccupare la faccenda è ancora in piedi, ma ho di meglio tra le mani, molto meglio e non me lo lascio sfuggire…fra due giorni arrivo, ti chiamo e ci incontriamo alle “piscine”… solito posto, solito bar, solita ora di mattino, stavolta credimi mi disse RobinClod, stavolta ci siamo e cambieremo la nostra vita… in un botto, in un lampo… non illudermi ancora Claudio perché sono allo stremo… non ti preoccupare la nostra vita cambierà ciao, ciao, arrivederci a presto… Ok. Claudio ciao grazie.

Due giorni e ci saremmo incontrati in quel bel bar, due giorni in cui toccavo il Cielo con un dito, mangiavo molto e bevevo tanto, e facevo l’Amore. Due giorni che assommati alle altre rare decine di giorni pari a poco più di un sol mese di quiete e per gli altri dieci mesi e mezzo di un anno era l’inferno dei vivi dove presunti amici improvvisamente diventavano cravattai, gente onesta ma esausta che minacciava denuncia alle autorità di giustizia competenti e altre persone ancora che molto gentilmente ti ricordavano di non scordarti di loro perché quando noi si chiese non esitarono un secondo per aprire il borsello per darci quanto c’era contenuto… era la “categoria” di persone che più lacerava il cuore di Rodolfo senza per questo incutergli paura, ma profondo rispetto. Due giorni e si sarebbero incontrati. Giunta la prima sera appresso quella telefonata, a Rodolfo venne in seno un bel presagio che di forza scacciava la tristezza dei pensieri che lo avevano tristemente accompagnato fino ad allora e pensava così sul balcone di casa nelle tristi notti…

Un bagliore strano che si vede di sotto il pino seduto per terra.
Uno strano luccichio che da forme diverse agli aghiformi che lo compongono, aghi di natura baciati dal bagliore di una carezza della luce che dipinge dove trova, sfumature arancioni, direttamente dalla luce di un lampione.
Scorgendo più in là con la testa lo sguardo quel bagliore assume la forma di un uccellino appallottolato su se stesso per la notte…

L’intanto si sente il rumore di un motore che avanza sulla strada al di là della siepe, è un auto che si illumina al suo passaggio sfrecciando veloce che da tempo si è abituati a rincorrer le ore per sfuggire all’ignoto di un etere maligna che si fa trasportare dall’aria… e l’orario di ritiro con il buon senso si rispetta. Sembra si sia nella scena di un film di fantascienza girato negli anni “70” che parla del 2024. Distruzione e grigiore ovunque, qualche sopravvissuto vestito di borchie e stracci, alla continua estenuante ricerca dell’acqua e della benzina. Non c’è più nulla intorno a Loro, solo cenere e desolazione in ogni dove, e vince il più forte come mille anni fa.

Un armonia di suoni, di un bel vedere, ed è bello stare al di qua della staccionata… e tu sei lì che ti corrodi d’invidia di ti ruba il tempo, sei lì gelosa e geloso della vita. Così passarono anche il giorno appresso e l’altro ancora e ci si vide alla stessa ora allo stesso bar. Dopo i primi convenevoli di saluto uno all’altro ci saremmo detti che avevamo poco tempo a disposizione… e solitamente finiva che le mogli ci chiamavano al telefono per il pranzo dopo che dalle 9.30 di mattino si era bevuto due caffè e una spremuta e detto un milione di cose.

Lui quella mattina, come di solito era bello come un fiore maturo, fisico atletico, immancabile camicia bianca slacciata d’un bottone, scarpa lucida e pantalone con riga ben stirata nel mezzo. Capelli ben pettinati e sorriso smagliante, una forte stretta di mano mi invitò a sedere e mentre sorseggiava il caffè iniziò a parlarmi di questa novità e mi disse, a Bruxelles incontrai uno dei prestanome dei finanziatori della clinica, una sera mi prese da parte e invitandomi a cena mi propose un affare… mi disse lascia perdere la clinica, troppa burocrazia internazionale, troppo sbattimento per pochi soldi. Morice un sudafricano di lingua francese mi ha fatto la sua proposta… disse che se io (Claudio) mi fossi recato in Africa con Lui, avrei fatto da prestanome per le due aziende con cui mi proponevo per l’ospedale a Malta, in pratica avrei dovuto trasferire delle ingenti fonti di denaro in un altro capo del mondo che non fosse l’africa.

Claudio guardandomi con gli occhi che uscivano dalle orbite per l’emozione del solo raccontarlo, cercava di cogliere dello stupore dal mio viso per cercare approvazione. Io da subito credetti a quell’uomo che comunque aveva di già conquistato la mia fiducia, ma evidentemente non lo facevo trasparire, e Lui allora rincalzò togliendo di tasca il telefonino come per convincermi ulteriormente e farmi partecipe della sua esultanza… estrasse il telefonino di tasca con fare furtivo, si guardò a destra e sinistra perché nessuno lo osservasse e mi mostrò la fotografia di una stanza di modeste dimensioni con due case scure di generose dimensioni con il coperchio rovesciato all’indietro mostrando per intero il loro contenuto… pacchetti di dollari americani che solo a voler immaginare quanto potessero contenere, non si arrivava a capire esattamente la somma approssimativa del totale… troppi milioni… una fotografia del genere la vidi solo in un filmato speciale girato al tempo della guerra che vide coinvolto Saddam Hussein… nel film trasmesso da una emittente americana, vidi una stanza con tre pareti zeppe di dollari accatastati su dei bancali, al centro una piccola scrivania con un militare altamente graduato seduto di dietro che firmava per il lasciapassare di ingenti quantità di denaro che servivano a finanziare l’ennesima azione di guerra volta al nemico di turno del suo petrolio. Per avvalorare il suo parlare, Claudio mi mostrò una fotografia impressa nella memoria del suo telefonino… due casse piene di denaro. Una foto che solo dopo Rodolfo realizzò possa essere stata facilmente presa da un altro migliaio simili da un qualunque sito web, ma che anche ora non poteva smentire categoricamente la completa veridicità perché ho è stato tutto magicamente architettato o al contrario, non può essere che veritiera, in tutt’e due i casi inconfutabili fino a prova contraria, come del resto tutta la vicenda che vide e vede coinvolta la banda Bassotti e il commissario Basettoni.

Al momento, continuò Claudio conversando sempre più animatamente anche se pareva bisbigliasse per non farsi sentire da due signorine sedute in un tavolino accanto al nostro che in realtà pareva si interessassero solo al cocktail che avevano di fronte… al momento le casse sono ricoverate in un paese in guerra, sono in un camion parcheggiato in un deposito presso una dogana africana e ben protetti dall’immunità diplomatica che il buon Stefano aveva provveduto a ottenere essendo quest’ultimo il socio di Claudio che di suo aveva già accettato con i nuovi intermediari africani, certo che lo stesso Claudio e anche noi finanziatori avremmo aderito a questa nuova invitante quanto strampalata impresa… del resto non avevamo altra scelta che bere tutto il vino nel bicchiere sperando di non vedere il fondo. È così Claudio mi si rivolse con voce ancora più decisa bisbigliata con forza nel mentre avvicinava il suo viso al mio dicendomi, è fatta, è solo una questione di pochi giorni, il carico partirà per lo Stato africano controllato dal fratello del candidato alla presidenza di quel paese africano e darà disposizioni per la consegna, poi con questo ‘fratello’ andremo a depositare in due conti correnti bancari che provvederò ad aprire con l’intestazione di mie due società sovrinteso dal commercialista della società africana che mi ha proposto questa nuova opportunità… io ascoltai basito, non vedevo più la casetta di legno poggiata su di uno scoglio al riparo delle onde di un mare agitato, vedevo altre casette di legno accanto alla mia che avrei regalato ad ognuno dei miei fratelli e nipoti… ma! a una condizione… si era seduti da più di un ora a quel tavolino e si era giunti al fatidico ma!? Che tradotto significava ‘denaro’ da sborsare… Ma, disse Claudio continuando, il denaro partirà da quel posto solo dopo aver unto gli ingranaggi che compongono questo meccanismo intricato di fatti e persone! Servono altre 110.000,00€… “50” per sbloccare il carico dall’aereo porto, altre “50” per accaparrarmi la possibilità di avere un contatto diretto con dei ‘giapponesi’ a cui invierò i dollari per “pulirli” e ritrovarmeli depositati in banche italiane… e dieci per le mie spese di trasferimento aereo e non ultimo dare la mancia anche al portiere d’albergo che in Africa senza ‘mance’ non ottieni assolutamente nulla. Centodiecimilaeuro!? Sbottai, bella mancia! dove cazzo pensi possa andare ancora a prenderli! Claudio mi afferrò con la mano un polso intimandomi di abbassare il tono della voce! Ma io rincalzai con lo stesso tono aggiungendo se non fosse impazzito nel farmi una richiesta del genere… e mare e casette scomparvero d’un botto dalla mente di Rodolfo.

Calmati, mi disse Claudio stringendomi più forte il polso, “40mila€” li abbiamo già, pensa Stefano a questa incombenza, sono “settantamila€” che servono, lo so è lo stesso un forte somma, ma tu pensa ai tuoi due milioni e un extra di cinquecento mila euro che ti verranno in tasca, pagheresti comodamente i 150mila che hai sborsato fin ora e i settantamila rimanenti… risposi io con voce più pacata ma sempre alterata che veramente i “150” erano superati da un pezzo e bisognava aggiungere gli interessi che come già detto non erano di certo bancari o postali… e Lui nemmeno mi fece finire la frase che incalzò dicendomi… “150”, “200mila€” più i settantamila che servono che importanza possono avere… “270”, “300”, “400” che ti frega… sempre più di due milioni che rimangono puliti nelle tue tasche, potrai cambiare vita pagare tutti i debiti e ci dovranno delle scuse quei detrattori che finora ci hanno assillato quando non terrorizzato. Mi calmai, non avevo altra scelta che ascoltare ancora una volta una richiesta di denaro assurda, impotente di fronte alla realtà dei fatti. Bisognava che ricaricassi lo spirito e con il sorriso sulle labbra di un disperato cercassi quella famigerata somma. Almeno quella notte e altre che seguirono per una quindicina di giorni avevo di che rincuorare i creditori, così che potessi trascorrere qualche altra serata serena nel mentre che pensavo a chi è dove rivolgermi per avere quei sodi… almeno in quelle sere potevo continuare a scrivere e sognare…

O sera che arrivi d’incanto e fai pace con l’animo…. arrivi di soppiatto al tremante tuo insinuare il giorno portandogli via i colori. Sei tu sera Celeste che respingi i mali del giorno avvolgendoli in un manto di blu ch’è il tetto di una casa che protegge dalla pioggia. Sei tu sera fatata che dai respiro agli affanni e aneli amore per tutto.

Se sei una fredda sera, vai ‘gustata’ a bavero alzato, se sei calda è bello rifugiarsi tra due alberi che respirano aria fresca che vien dai monti e si libra leggera tra le trame del tuo turno scuro di esistere.
Sei tu sera benedetta che respiri inostri timori, così come perdoni le nostre colpe.

Sera bella, sera fatata, ogni calar del sole appari timida nell’abbraccio di luce che spavalda se ne va con un sogghigno che furbo ruba tempo al tempo. Sei tu sera e nessuno si stupisce più nel vederti o sentire il tuo profumo, arrivi puntuale come un respiro e tenace come il batter di cuore perciò sei l’universo e noi granelli di sabbia sparsi in una vasca da bagno.

La sera rimbocca le coperte alla notte che stanca perenne vuol dormire, la notte non vuol sentire vomiti e rimpianti, orge e schiamazzi… non vuol vedere “spade” usate due volte o vetrine sfondate da assordanti bordate di malandrini, la notte vuol dormire sognando l’operaio che fa il notturno sorvegliando un bene altrui, o guidando un tram stanco con due persone ciondolanti a bordo… e la sera le rimbocca le coperte. La sera di Dante e la sera dei ‘giusti’, la sera triste e la sera allegra, la sera cupa e la sera bella… non cambia mai colore, non si vede nulla e si accende la fantasia che da pace e speranza nel cuore.

Ovviamente provai per primo da Antonio, quello splendido Angelo mandato dal cielo che fino ad allora ci aveva lautamente e generosamente rifornito di denaro… uno di ‘quelli’ che aveva dato i risparmi di una vita messi a disposizione per un sogno che cambiava in continuazione le sue vesti. In cambio cambio gli si promise e poi si diede per garanzia un appartamento su di un pezzo di carta che apparteneva alla sorella e altre garanzie sotto forma di effetti bancari firmate a mio nome e controfirmati da Robin Hood, e qualcosa come 20.000€ si ottennero ancora da ma eravamo lontani dal restante 50.000€ che servivano… fu un altro cercare ultimi ritagli di autostima rimasti, dovetti calarmi le brache e mandare affanculo l’ultimo barlume di orgoglio che mi era rimasto e mi rivolsi ad un mio fratello che in passato mi aveva già salvato per due volte da una disastrosa situazione economica.

… e Rodolfo si racconta…

La prima volta che mi venne in soccorso “moneta” mio fratello maggiore, avevo poco meno di trent’anni ed ero da poco separato dalla moglie che avevo lasciato perché mi innamorai di un altra donna… con la testa non ci stavo più e per conquistare il cuore amaro della persona di cui mi ero innamorato, dedicavo moltissimo tempo a correr dietro alla sua gonnella piuttosto che lavorare e così accumulai un sacco di debiti e rivedo ancora la scena di quel giorno che stavo bevendo un brodo caldo a casa di una mia sorella dove ero stato in visita a mia madre anch’essa ospite per gli ultimi giorni della sua breve vita a causa di una malattia incurabile come sono quasi tutte le forme di cancro in stadio avanzato… stavo sorseggiando il brodo e suonò il campanello, era mio fratello che era anch’egli in visita a nostra mamma, mi vide stanco e triste e chiese cosa caspita mi stesse succedendo, mi scappò una grossa lacrima  e zero parole, al che sopraggiunse dalla cucina nostra sorella con un bicchiere di vino che portava al fratello e pensò Lei a spiegare cosa mi stesse succedendo. Mariangela iniziò con un sorrisetto un poco beffardo e ammonitore nei miei confronti e rivolgendosi a Leonardo gli spiegò che avevo accumulato un sacco di debiti con la banca e con alcune persone che non avrebbero aspettato molto a lungo che glieli restituissi… Leonardo si sedette fronte me, fece un lungo sospiro, abbassò lo sguardo sul bicchiere di vino che impugnava tra le dita della mano e senza guardarmi mi chiese quanto mi servisse… singhiozzando risposi 30milioni di Lire! Non rispose nulla, mise la mano nell’interno della giacca, estrasse il portafogli e vi tirò fuori il blocchetto degli assegni, e ne firmò uno da Trenta milioni di lire, lo staccò dal carnet, alzò lo sguardo e mi disse… io non pagherei niente e nessuno, mi rifarei una vita ripartendo da zero e poi con il tempo semmai riparerai i tuoi errori con più possibilità di ora che se li restituisci risolvi il problema solo temporaneamente… si alzò dalla sedia, bevve il vino e rivolgendosi a mia sorella Mariangela gli disse, salgo a trovare mamma, che era in un lettino al piano superiore e consumava con fatica uno degli ultimi giorni della sua vita. Non avevo la benché minima intenzione di non pagare niente e nessuno come Leonardo mi consigliò e ovviamente sbagliai clamorosamente, come quando dieci anni dopo ancora Leonardo dopo avermi prestato un altra importantissima somma, mi aveva consigliato di non intraprendere l’attività di antiquario in quella via… la città era il luogo ideale ma Leonardo mi ammonì dopo avermi fatto alcune domande… dove si trova la bottega dove vuoi aprire l’attività? In città risposi, bene, in che via? quella ai piedi del borgo storico ancora risposi, parcheggio? No! non c’è perché è una via storica e quindi il traffico è regolamentato sul suo ciottolato… mmmhh! E già qui casca l’asino, senza parcheggio non avrai molto successo disse Leonardo e mi fece l’ultima domanda chiedendomi quanto fosse l’affitto mensile e io orgoglioso risposi 500 mila lire, poco no!? e Leonardo si poco, e poco incasserai perché è proporzionale al posto che ti sei scelto con un misero ‘passaggio’ e zero parcheggio! È così ancora come da sua premonizione accadde, anni di lavoro gettati al vento e altre 100milioni di lire sborsate da Leonardo per salvarmi il culo ancora una volta. Un altra volta il dover fare i conti con una vita disordinata e piena di preoccupazioni con l’aggravante di volermi consolare con donne, auto e moto di alto livello come era il resto del mio vivere sempre al di sopra delle mie reali possibilità, non bastasse la bastonata finale me la dava la mia immensa generosità quasi sempre mal riposta. Un altra volta a dovermi reinventare una vita nuova, un altro modo di esistere cercando di colmare un barile d’acqua bucato in basso…

Purtroppo questa volta mio fratello non poteva intervenire. Dopo che nel suo ufficio mi recai per parlargli di questa nuova esigenza spiegandone un poco confusamente il perché, mi disse… sono talmente stupido che se potessi ancora te li darei quei soldi che mi chiedi… ma non li ho, il settore edilizio è crollato e io con ‘lui’… non posso aiutarti. Un tonfo al cuore… non perché non ottenni i 50.000€ che mi servivano, ma perché mi vergognai di averglieli chiesti… ma così andò è così si scrive.

Passarono alcuni mesi e si era di gran lunga fuori dal tempo massimo che serviva a suggellare il ‘contratto’ per lo sdoganamento del tesoro contenuto in due robuste casse nere che per non destare sospetti furono registrate alla loro partenza come “rose del deserto”, rocce di fattura calcarea da sembrare appunto rose  manipolate dal vento del deserto e per questo ne giustificavano il peso e anche il discreto valore per cui fossero trasportate con viaggi aerei da uno Stato ad un altro.
Curioso fu il fatto che comunque Claudio non demordeva nonostante avesse più volte fissato date che non avrebbero dato spazio ad altro tempo per racimolare ciò che serviva, anzi sollecitava in continuazione e diceva di qualcosa che si stava muovendo anche da parte del suo fido Stefano, che si stava prodigando per procurarsi una parte di denaro mancante e invitava Rodolfo a continuare la ricerca almeno per altre 30.000€ che “20” le avrebbe procurate appunto Stefano. Stava aggiustando il tiro RobinClod, nel tanto cercava di prendere quel che il bersaglio regalava alle sue frecce, nel frattempo per Rodolfo l’estate trascorse con altre serate interminabili a tirar boccate di aria calda e fumare sigarette nervose con l’animo che angosciato non lo lasciava mai in pace perché mescolava ricordi di giornate trascorse nell’ansia con lo scudo sempre in mano per difendersi dagli attacchi continui e incessanti dai cosiddetti finanziatori che non sapevano più cosa inventarsi per terrorizzarlo perché a quel punto della vicenda si fecero convinti che Rudy e Claudio fossero complici di una trama per “bidonare” denaro alla gente, e comunque non la pensassero tutti in questo modo, era lo stesso un loro modo per sfogarsi dall’aver investito del denaro a fondo perduto e altri ancora semplicemente avevano dato gran parte se non tutto dei loro risparmi e si lamentavano con Rodolfo, sempre e solo con lui, visto che il buon Claudio era sempre in viaggio e ogni volta che si assentava per qualche giorno, puntualmente diventavano lunghi e interminabili mesi. Intanto si stava avvicinando l’autunno del secondo anno di questa tribolata vicenda e sembrava sempre più flebile la speranza di recuperare i famosi “30.000” mancanti, ma ebbe ancora un guizzo vitale e si fece coraggio nonostante fosse estenuato… arrivati a questo punto della vicenda capi che non c’era altro modo che raccogliere tutte le forze rimaste e passare all’attacco con i suoi sostenitori aguzzini. Era stanco di rincuorare tutti con parole di speranza e subire insulti e improperi, usò le maniere forti e si rivolse a due dei ‘soci’ e disse loro che se non avessero fatto ancora quel passo… quello di dare ancora a RobinClod la somma di denaro che chiedeva assicurando che sarebbe tutto finito, potevamo scordarsi di tutto e anche lo avessero torturato o ammazzato,  i soldi versati prima sarebbero definitivamente sfumati nel nulla. Andò prima da prima da Antonio che era il più ‘malleabile’ perché comprensivo, questi si mise le mani nei capelli e quasi scacciò a malo modo il malcapitatoRudy che non demorse e il giorno seguente rincalzò per la richiesta con una lunga telefonata e i fatti presero un altra piega quando lo stesso Rodolfo disse che avrebbe perso tutto ciò che aveva già dato e che a quel punto era la somma più importante versata da tutti gli altri sostenitori perché in gran parte fu usata per Claudio ma non di meno a sua insaputa se ne servi per sedare quel poco gli animi più facinorosi di alcuni ‘soci’ del malaffare. Dopo alcuni giorni di telefonate e battibecchi il povero Antonio cedette e si rese disponibile a versare altre 20.000€ che in poi alla fine della trattativa divennero “22.000” alla sola condizione fosse finita quella brutta vicenda.

Ne mancavano ancora “8.000” e Rudy si rivolse ad Andrea, uno di quelli che veniva ‘rifocillato’ con ingenti somme di denaro di Antonio. Un arzillo ‘signore’ non certo giovanissimo che aveva trascorso una parte della sua vita in carcere per aver compiuto alcune rapine e furti in gioventù, lui era una delle persone che aveva già avuto a che fare con Rodolfo perché quest’ultimo si era servito dei suoi prestiti di denaro in più occasioni nel corso del passato… prestiti che venivano restituiti con una percentuale di “mance” come piaceva chiamare lo stesso Andrea, in realtà interessi che non erano certamente legali per non usare altri termini che sanno di marcio, interessi che applicava alla rinfusa senza più una precisa valenza perchè a oramai era tutta una favola.

Andò da lui il ‘povero’ Rudy per racimolare quest’altra trance di denaro e dopo aver combinato una serie di promesse sotto forma di assegni bancari postdatati ovviamente di cifre largamente superiori al richiesto, assegni il più delle volte ‘prestati’ da amici più o meno facoltosi, perché lo stesso Rodolfo da tempo non aveva più assegni bancari per colpa di un ‘protesto’ subito per errore dallo stesso Andrea che accettò perché alla fine non si trattava di dare un bel niente a Claudio, bensì li avrebbe prestati a Rudy che ricevette 7.000€ così che si arrivò alla somma totale di 29.000€. Si fece autunno inoltrato che Rodolfo telefonò tronfio di un altro risultato ottenuto a Claudio dicendogli che lui aveva recuperato 29.000€ e che non avrebbe mosso un dito di più, esortò lo stesso Claudio che da RobinClod era stato ‘ribattezzato l’africano’ perché passava più tempo in Africa che a casa sua, dove del resto era meglio ci stesse il meno possibile perché aveva dei pessimi rapporti in famiglia, moglie e figli non ne potevano più di quella stramba situazione… erano abituati ad un marito e padre imprenditore che in passato li aveva sempre mantenuti in agiatezze e adesso non avevano nemmeno il necessario per pagare l’affitto e per vivere. Ho trovato ancora una volta i soldi disse al telefono Rodolfo parlando con ‘l’africano’ ma questa volta non desiderava ma voleva garanzie sicure sul risultato di questa sua nuova richiesta, non voleva finire ancora in altri guai più grossi di quelli che già gli aveva procurato. Che ti devo dire, rispose dall’altro capo del telefono Claudio l’ultima volta che mi hai spedito 1.500€ con il transfert money internazionale, li hai fatti recapitare nel posto in Africa in cui mi trovo… si ricordo rispose Rodolfo, in verità non solo li trasferii al tuo indirizzo, ma ci fu anche la complicazione che Claudio non poteva ricevere tutta la somma per intero perché aveva finito il credito mensile sulla sua carta e quindi dovetti inviartela per metà e mia moglie dovette versarti l’altra metà rimanente e tu chiesi ad un tuo compagno africano che parlava francese di inviarmi i suoi dati per riavere tutta la somma per intero. 

Ok! Forse era poco avere la certezza che Claudio fosse in Africa, ma era meglio di niente e ancora una volta Rodolfo accontentò Claudio e accontentò la sua coscienza che comunque continuava a credere in quel bell’uomo gentile. E iniziarono le trattative telefoniche tra i due per la consegna del denaro. Disse Claudio a Rodolfo, porta il denaro alla stazione centrale di Milano… il tal giorno alla tal ora, che si era prossimi all’inverno che di lì ad un mese era Natale…

Rudy, scese nei particolari e chiese dove e a chi dovesse portare la somma e gli vennero dati i dettami di quell’operazione… li porti a Milano disse Claudio, vai con l’auto sino a dove c’è la torre di Mediaset, da la proseguirai con la metropolitana sino alla stazione centrale, ti mando una persona a prendere il denaro… che persona? chiese Rodolfo, non mandarmi il classico ‘boss dei poveri’ che con accento superbo mi voglia intimorire… no! Rispose l’africano dall’altro capo del telefono, arriverà una ‘signorina’ di nazionalità francese, minuta e gentile, nessuno ti intimorirà, vi scambierete il pacchetto del denaro in modo il più possibile discreto… deciderete voi come e quando. Rodolfo all’ora e il giorno stabilito così fece… autostrada A4 direzione Milano e metrò che lo condusse alla stazione centrale ferroviaria, nel tragitto Rodolfo fu preso da panico per quella scellerata azione da film di spionaggio, in cuor suo pensava con grande timore che quei tre grossi pacchetti di monete da 20\50 e 100euro imboscati tra la cinta in vita dei pantaloni fossero l’ennesima bufala nei suoi confronti e nei confronti degli altri. Si rammaricava sopratutto di dover dare ancora tutto quel ben del celo, rimanendo con un sacco di debiti insoluti, e di lì a poco era Natale… mentre il metrò sballottava il meschino Rudy, questi pensò di sfilare una decina di pezzi da cento da uno dei pacchetti, disse tra sé e sé, se Claudio ha accettato di abbassare le sue pretese da 70 a 30mila euro prima e poi da 30mila euro a 29mila, accetterà certamente di accettarne anche 28mila euro… cosi mi farò anch’io a Natale il panettone con lo spumante… e tolse mille euro dagli altri soldi sapientemente imboscati. Per aver fatto questa scelta Rodolfo, era molto dubbioso sul buon esito di questa situazione e di quell’ultimo introito di denaro a Claudio, ma come in altre situazioni precedenti, non aveva scelta nel dover e poter credere al bell’uomo che veniva dal mare, recita una canzone di Dalla, ma di lui dopo quasi due anni ancora non si sapeva con certezza da dove fosse provenuto… dal mare, dalla terra, dal cielo o dagli inferi della sfiga più nera… e Rudy arrivò alla stazione con largo anticipo di quel pomeriggio grigio come il suo cuore quel giorno. Aveva con sé il numero di telefono della signorina che doveva incontrare e la contattò con una mezz’ora d’anticipo. La ‘francesina’ con carnagione e lineamenti magrebini arrivò nel grande salone d’ingresso della stazione, e avvicinandosi dopo un gesto di reciproca intesa, Rudy gli tese la mano salutandola. Lei era molto imbarazzata e in uno stentato italiano, per prima cosa disse a Rudy che lei non centrava nulla in tutta quella faccenda e in realtà era arrivata dalla Francia con un volo aereo, lo stesso che avrebbe preso un ora dopo il nostro incontro al vicino aereo porto di Linate da dove era sbarcata poco prima. Sto facendo un favore ad un amico che si trova in Africa con Claudio, disse a Rudy la ‘francesina’ e quando avremo risolto il nostro impegno, lo chiamerò in modo che questi consegni l’equivalente di ciò che lei mi darà, detratto dell’interesse che tra lui e il signor Claudio avranno pattuito, che Rodolfo seppe poi che fu del 10% sul totale consegnato… 2800euro per il disturbo di quella signorina per una giornata di lavoro, altra cazzata che si aggiungeva a tutte le altre stoltezze compiute da Claudio con la complice dabbenaggine dei finanziatori e del suo titolare prestanome, l’imbecille di questa intricata vicenda. Bene disse Rodolfo guardandosi in giro, io vado avanti, fuori dall’androne di questa stazione, c’è un vialetto di una cinquantina di metri, lo percorra signorina e arrivata al termine sulla sua destra noterà un bar che fa da angolo ad un sontuoso palazzo, io sarò li che l’aspetto, ordini un caffè e mentre io avrò finito il mio, salgo le scale che noterà siano all’interno del locale, sopra ci sono delle toilette li scambieremo i miei ‘doni’. Coì fecero i due, e dopo una decina di minuti si ritrovarono stretti stretti nell’angusta anticamera dei bagni uomo donna, Isabelle si portò sul davanti una borsetta e rapidamente la aprì tenendola con la patta alzata come ad invitare Rodolfo a infilarci il malloppo… Troppo piccola sbottò lui, è una borsa troppo piccola… e intanto cominciò a infilarvi il primo pacchetto da cento euro, poi il secondo e il terzo un po’ spingendo riuscì a trovare una sistemazione. Isabelle richiuse in tutta fretta, alzò lo sguardo per cercare gli occhi di Rodolfo che era più alto di lei di almeno 20 centimetri, lo salutò con un filo di voce e senza ringraziare o aggiungere nulla se ne andò ridiscendendo le scale. Rudy la seguì di lì a poco, ma lei si era gia dileguata tra la calca di gente che normalmente affolla i viali antistanti la stazione, come liberato da un fardello che pareva pesare cento chili, subito inforcò il telefonino, chiamò al telefono dall’altra parte del mondo Claudio per avvertirlo che l’operazione era stata eseguita e anche per informarlo che la somma agli ultimi momenti fu detratta di 1000euro… Claudio disse che era già al corrente di tutto perchè Isabelle aveva già avvertito il compare che si trovava con l’africano e che aveva già provveduto a consegnare il denaro. Operazione conclusa, l’ultima cazzata in denaro fatta nei confronti di ‘Claudio Malta’ così l’aveva segnato sulla rubrica Rodolfo, alias Robin Hood, alias RobinClod, e da lì in poi Claudio l’africano’… come la fotocopia del primo accordo, dovevano trascorrere pochi giorni dal versamento di quel denaro a Milano, le casse con il denaro sarebbero state caricate su un cargo che le portava in un vicino aeroporto dove il fratello dell’imminente futuro governatore di quel paese, sarebbe andato con l’autista e Claudio al seguito a bordo di una grossa jeep.

Altri giorni di quiete dove anche ci fossero state le solite complicazioni di tempo per cui si ritardasse per chissà quale nuovo strabiliante motivazione, il povero Rodolfo poteva avere pace di qualche serata da passare sul balcone a pensare, mangiare molto, bere vino e grappa e fumarsi le sue sigarette rollate senza che ne cibo ne fumo gli andassero di traverso come troppo spesso accadeva.

Era notte fonda e il pensiero correva al domani, il buio avvolgeva la stanza e insieme mescolava il presente con il passato.
Momenti belli e momenti amari che camminavano mano per mano con vita vissuta.
La vita era lì con i due compagni che accompagnava i loro passi e di continuo sospirava sopita e annoiata di un viaggio ben conosciuto.
La vita ha fatto una lunga esperienza di sé e conosce bene le carte che deve giocare ad ogni ruolo, e birichina si diverte a giocare con loro.
Le gira, le mischia e le sparge alla rinfusa sul palcoscenico della sua vita stessa, chiude gli occhi, e come l’unica grande chiromante, allunga una mano alla rinfusa sulle carte sparse, ne prende una, apre gli occhi la guarda e se sarà ‘settebello’ che splende di sette soli sarà un buon giorno, saranno momenti belli… se la carta che la chiaroveggente ‘vita’ vedrà aprendo l’occhi sarà di un ‘cavaliere scuro’, non sarà una buona giornata.
Questo il destino, questo è il ‘fato’… di sicuro invece è che con buona volontà si possa cavalcare il destino che per quanto sia recalcitrante, sarà sempre il nostro impegno domare… per sentirci bene, per sentirci meglio, per sentirci vivi…

Molto birichina la vita con le carte in mano, birichina con chi si ostina a sbagliare con cocciutaggine come spesso faceva l’ingenuo Rodolfo che ogni volta gli veniva proposto un qualcosa, vedeva quella casa sugli scogli al riparo dalle mareggiate e lui dentro che con viveri, carta e penna si godeva le serate con la sua amata e i suoi cani. In quei pochi giorni di quiete che presagivano il più bello dei Natale passati, la vita aumentò la dose dall’essere solamente ‘birichina’ con Rodolfo e le carte che gli rimasero in mano furono solo cavalieri tenebrosi e neri come la pece che impietose mostrarono il loro volto di giustizia o ingiustizia, che sempre ‘robe d’uomini si trattava’ e dissero al malcapitato Rudy che era stato convocato in tribunale per una sentenza penale che lo riguardava… proprio in quei giorni di tregua, proprio in mezzo a luci e colori che si mischiavano con la neve, nel mentre si mangiavano caldarroste passeggiando nei viali della città e si beveva vin brùlè al calduccio di qualche caffetteria.

Si trattava di un episodio capitato a Rodolfo almeno una decina di anni prima di conoscere Robin Hood, un altra occasione che era meglio non fosse, dove Il destino servì su di un piatto d’argento una nuova opportunità più che allettante a Rudy, e anche in quell’occasione, tanto per non cambiare, parve gli fosse stata dettata dalla disperazione. Donne auto e moto per Rodolfo, e quella volta fu la sua grande passione a tradirlo, fu la moto che lo condusse a cavallo di mezza vita, una decina d’anni prima di quel quasi Natale 2019 d’adesso.

Il ricordo di Rodolfo… Un giorno di una decina d’anni fa venni contattato da un amico che di professione fa l’imprenditore edilizio e forse fu per questo che mi invitò ad un appuntamento per una possibile “società” da ‘aprire’ con il caposquadra di un Racing Team… declinando di fatto la richiesta che a sua detta non confaceva con la sua attività anche se come al solito si trattava tuttalpiù non di ‘lavoro’ ma di ‘sponsorizzare’ un Team malandato per la cattiva conduzione economica del suo ‘capo’, ecco il vero del perché Max mi sbolognò la patata bollente, mettendomi nelle mani dell’ennesima persona per bene che chiede soldi per un progetto ma che oltre le belle parole per ottenerli, e altrettanti buoni propositi per restituirli, come sempre non si andava oltre. Muttifyora il suo cognome e di nome faceva Nazareno ma di fatto era il netto contrario di un così nobile nome biblico con la quale si presentò il giorno fissato dall’amico muratore, nei pressi di un cimitero di montagna dove a bordo di una splendida suv Volkswagen ‘3000’, dal finestrino della porta di guida, sbocciava la crapa pelata del distinto Nazareno. Scese dall’auto e mi venne incontro con una ossequiosa inclinazione in avanti porgendomi la mano sicura e tesa… ci presentammo e a quel punto, l’amico impresario si congedò andandosene. Un altro ‘Pilato’ che se ne lavò le mani.

L’uomo che conobbi mi propose dapprima di monetizzare dei suoi assegni post datati per un totale di 40euro in cambio di ciò che a me andasse bene chiedergli come guadagno, quindi “interesse”, fosse stato anche il 30% in più nel giro di pochi mesi. Risposi subito che l’unica volta nella vita che mi improvvisai a fare lo ‘strozzino’, fu vent’anni addietro e dopo solo pochi mesi chiusi i battenti e ci rimisi 270 milioni delle vecchie £. … io e i soliti investitori delle mie perverse lusinghe che la vita si è divertita a regalarmi. Persino una casalinga, continuai, riuscì a lasciarmi senza 47 di quei milioni che gli diedi, ogni volta che alla scadenza degli impegni cartacei che i ‘clienti’ mi lasciavano in mano non andavano a buon fine, finiva che invece di ‘punirli’, davo loro altro denaro dopo aver ascoltato le loro presunte disgrazie e lamentele, ergo non avrei mai più tentato o voluto fare il ‘cravattaro’ o strozzino che dir si voglia… per grazia non ne avevo la ‘stoffa’.

Ecco che allora il ‘capo team’ tale Nazareno Muttifyora si rivolse a me dicendo che avrei deciso io il compenso purché gli fosse data la somma richiesta che doveva appunto servire a rinfoltire il suo vivaio piloti che erano impegnati in attività agonistica nel motocross, o per meglio dire motoregolarità, disciplina sportiva su due ruote artigliate spinte da un potente motore su sterrati, irti sentieri di montagna e antiche mulattiere ma anche brevi tratti di strade asfaltate. Io risposi che ci avrei pensato qualche giorno e gli avrei dato la risposta. Nel frattempo mi informai sulle reali condizioni economiche del Team in questione e il risultato fu che poi tanto malaccio non era dal momento che contava su dei veri astri nascenti, piloti del vivaio Mutti Rancing agli esordi ma con grosse qualità tanto che ancora oggi militano nelle migliori case enduriste d’Italia e d’Europa, due di loro avanti con gli anni, ancora partecipano alla mitica Parigi Dakar, una durissima prova di moto regolarità che parte da Parigi e attraversa alla media di 130km. Il deserto del Sahara sino appunto alla mitica Dakar.

Niente male dunque questo Team, dopo due giorni mi rividi con Nazareno e gli feci questa proposta… interessi non ne voglio, preferirei partecipare alla sponsorizzazione del suo team dissi, ho una certa dimestichezza nel cercare soldi per sponsorizzare attività in genere e quindi accetto di buon grado di darle quel denaro che chiede a condizione che lei mi faccia entrare in società con provvigioni che stabiliremo di volta in volta. Fu a quel punto che Nazareno mi disse che in realtà la “Muttifyora racing” era anche di proprietà del figlio, anzi ne era il maggior azionista al 70%, quindi amministratore assoluto di fatto, un giovane con meno di trent’anni che fungeva da meccanico preparatore all’interno dell’azienda… ma Nazzareno aggiunse… nessun problema perché di fatto sono io il gestore di tutta la ‘baracca’ e quindi ci stringemmo la mano e io mollai il malloppo che manco a dirlo mi ero fatto dare da un finanziatore di ‘turno’.

Così qualche tempo dopo andammo dal notaio e fondammo la ‘New HMR’ che significava Nuova Husqvarva-Mutti-Rancing, io ero stato inserito nello statuto della società al 2%, una parte quasi insignificante e senza alcuna responsabilità giuridica economicamente parlando, ma mi autorizzava a parlare per conto del team e firmare contratti di sponsor e conseguentemente mi consentiva di emettere fatture che venivano sempre confermate e controfirmate dal figlio del “Nazi” che come nomignolo ben si addiceva alle sue reali inclinazioni filo-politiche che a suo dire si erano forgiate nel servizio di leva dove aveva da ragazzo militato… come ‘graduato’ disse lui.

Ben presto mi resi conto del perché un uomo tanto in gamba e intelligente nel preparare l’organizzazione di un Team, fosse in gravi difficoltà economiche… io sono sempre stato un generoso altruista nel maneggiare il denaro, e per questo gli amici mi chiamavano ‘mani buche’, Nazi non era generoso e altruista, ma spendeva e spandeva senza il minimo ritegno e rispetto… non del denaro che anch’io disprezzavo e ancora disprezzo, ma delle persone che credevano in lui e in un modo o nell’altro lo avevano aiutato. Non era passato un mese dal nostro connubio e a parte la somma che gli diedi all’inizio, si presentò il primo problema, la sua splendida Tuareg se la vennero a riprendere i proprietari del leasing a cui era intestata l’auto perché il Nazi s’era “scordato” di pagare praticamente le rate dall’inizio del finanziamento e così che io, il povero malcapitato Rudy, rimediai acquistandogli una splendida Audi Q7… La comprai da un mio amico ‘fratello’ , una persona che stimo e ammiro per la sua perseveranza alla vita, la sua costanza nel non perdere l’occasione di essere il grande imprenditore qual ha dimostrato di essere, una potente fonte di ispirazione alla calma e la saggezza… che uno, sublima l’altro. Sergio dopo che lo contattai telefonicamente, ci diede appuntamento in una cascina sparsa nella pianura pervasa da una nebbia lieve che diceva che di li a poco sarebbe ancora stato Natale. Io e il ‘Mutti’, arrivammo di sera in quel posto, varcammo la cinta della cascina che era fatta di pietre grosse di fiume, come si usava erigere mura nei primi del novecento, luci di una casa in mezzo al grande spoglio cortile, quattro figure umane ad ogni angolo del cascinale si opponevano scure alla luce elettrica che sgorgava dalle finestre come fossero guardinghi guardiani. Sergio mi fece accomodare nel box dove c’era la Q7, color oro… Ok. Quanto costa? Sergio con il solito ciglio serioso rispose, costa un anticipo che mi puoi dare anche a rate, e continuerete a pagare il leasing sino all’estinzione totale del debito… solo allora ve la potrete intestare… è la mia garanzia per il bene materiale… e ben inteso da parte tua Rodolfo sappi ti rendo responsabile del tuo amico per il possesso, uso e consumo dell’auto. Altra volta in cui Rudy, s’è fatto garante per un imbecille patentato.

Muttifyora è originario della Toscana e là aveva ancora mamma sua e se questa aveva bisogno di un pacchetto di fazzoletti o doveva prendere qualche medicina alla farmacia fuori casa, il figlio partiva da Bergamo e in un sol giorno si faceva 700chilometri per fare la spesa di poche decine di euro ma spendeva un botto per benzina e autostrada. Così Nazareno amministrava il suo denaro… il denaro degli altri, auto super car cibi sofisticati e spese inutili di cose inutili… il mio nuovo compagno d’avventure di una decina d’anni prima dell’africano… io con le mani bucate e lui senza le mani completamente… stesse modalità, cercava denaro e io in cambio volevo solo guadagnare lavorando… come con Claudio.

Nonostante tutto Rodolfo ha sempre avuto accanto una buona stella che cercava ogni volta di rammendare i suoi errori, e anche in quella occasione gli fu consigliera amica, Rudy fece di necessità virtù come del resto era abituato a fare sempre, e riuscì a ricavare il meglio economicamente parlando da quel Team di buoni piloti e buoni propositi ma con il ‘capo’ sbagliato. Gli sponsor, fioccarono come un fiume in piena quando Nazi entrava negli uffici degli sponsor e li stordiva di parole e promesse come era uso fare per tutto il resto del suo vivere, e Rodolfo cercò di arraffare tutto ciò che il ‘socio’ si lasciava sfuggire tra le mani… a conti fatti alla fine del loro rapporto nessuno ci perse, se non si considerano gli innumerevoli inciampi di percorso che avrebbero stroncato la psiche della gran parte delle persona normalmente dotate di autostima, ma Rudy no! Rudy è nato per essere naturalmente coinvolto da tanta sfiga, e ci sguazza nei problemi…

Tempo dopo, circa due anni, i due ‘soci’, videro la fine della loro unione. Rodolfo non ne poteva più di sostenere quei ritmi incessanti di richieste di denaro da parte di Nazareno… che aveva esaurito il numero di persone che conosceva nel mondo delle sponsorizzazioni e lasciato che il Team andasse alla deriva. Ormai a quel punto a Nazareno importava solo di suo figlio, il secondo genito minore. Rodolfo si è sempre stupito e sconcertato quando non capiva perché amasse tanto di più il figlio minore di età, al primo quasi trentenne. Con il giovanotto Nazi si comportava in modo formale, come di una coppia di persone che non s’è vista crescere… con il figlio non ancora adolescente si comportava in modo totalmente differente e non bastasse il figlioletto era un appassionato ciclista, l’esatto di quanto amasse veramente e solamente il Nazi, il ‘ciclismo’… in netto contrasto con l’essere il leader di una associazione sportiva di motociclismo. Con immenso stupore Rodolfo seppe di quest’ultima verità mai detta, una “Muttifyorata”… sembrava amore puro tra lui e le moto e invece era solo mero interesse, lo stesso non fu l’ultima scioccante emozione che il Nazi regalò a Rodolfo… non sia mai che una storia di vita del Rudy sia semplice come bere un bicchier d’acqua, infatti ce ne furono altre di ‘sorprese’… e ben peggiori.

Finì il loro rapporto di lavoro e conseguentemente d’amicizia, si persero di vista per almeno un anno, e passato questo periodo, ecco arrivare a Rodolfo una convocazione dalla Guardia di Finanza dislocata in un paese della bergamasca… la missiva invitava Rodolfo e Nazareno a presentarsi in quell’ufficio la settimana successiva per questioni di giustizia e possibilmente accompagnati da un avvocato. Rodolfo si presentò puntuale con un avvocato al seguito, Nazi era solo e tutte due furono invitati a sedere. Nazi si sedette davanti alla scrivania con il difensore accanto, Nazi si sedette da solo un posto dietro, al di là della scrivania il Comandante in capo della stazione di GDF, sulla sua destra un graduato che ascoltava e annotava su di un foglio degli appunti e sulla sinistra del Comandante lo scrivente che annotava ogni parola al computer. Bene disse il capo in grado, signori siete stati convocati in questa sede per accertamenti fiscali… e senza aggiungere altro mise la mano in un cassetto della scrivania, vi tolse dei fogli stampati in A4, prima li rivolse a se come per accertarsi che fossero quelli giusti, poi girandoli li fece scivolare sulla scrivania per portarli all’attenzione di Rodolfo… e gli si rivolse dicendogli se sapesse di cosa si trattasse. Rudy le osservò un attimo e notò subito che si trattava di una decina di fatture per un totale di 300.mila euro circa… e disse al ‘Capo’ sono fatture della New HRM, ma non ho mai visto e conosciuto prima d’ora i nominativi in calce a queste fatture… inoltre aggiunse Rodolfo, sono state fatte un anno dopo che la ditta è stata posta in liquidazione, quindi non ne so assolutamente nulla… nessuno disse nulla per qualche interminabile secondo, al che Rodolfo si girò di scatto guardando il suo ex socio che era seduto nella sedia dietro la sua… testa pelata rivolta al basso e gomiti abbassati sulle ginocchia con mani intrecciate… sei stato tu? Hai fatto tu quelle fatture? Io non ho mai conosciuto le ditte in questione e lo stesso solo un imbecille come te poteva farle a partita i.v.a. chiusa… sguardo nascosto e con la crapa pelata Nazi fece il cenno che si, le aveva fatte lui… rigorosamente false.

Rodolfo si girò e gli venne un sorriso mentre disse al Capitano che solo un idiota irresponsabile come l’ex socio poteva fare una cazzata del genere. Venne a tutti i presenti un sorrisetto beffardo nei confronti del Muttifyora, anche all’avvocato di Rodolfo che sino ad allora non aveva avuto modo di intervenire e disse semplicemente che la faccenda era ben chiara e non c’era bisogno del suo intervento. Allo scrivente non rimaneva che stilare un rapporto di colpevolezza nei confronti del Nazi e di discolpa per Rudy e infatti il Capitano non avendo più nulla da chiedere, invitò Avvocato e Rodolfo a prendersi un caffè al distributore al piano di sopra. I tre sorseggiando la loro bevanda, sorridevano scherzando sulla situazione giudiziaria italiana che paradossalmente ha sempre qualche bizzarra lacuna nell’essere applicata… non si parlò più di quell’uomo di sotto che rilasciava la sua versione dei fatti, scesero e dopo aver firmato il verbale Rodolfo e il suo avvocato si congedarono con una stretta di mano al Capitano della stazione, il suo sottoposto graduato e l’agente scrivente e se ne andarono. Mentre Rodolfo scendeva il viale con il suo amico avvocato per raggiungere il parcheggio delle loro automobili, gli chiese cosa ne pensasse di quella quasi buffa situazione, Fabio rispose con un sorriso a 44denti e gli disse che si era trattato solo di una perdita inutile di tempo e Rudy non se ne doveva preoccupare minimamente… già fino a quel giorno di qualche anno dopo essere stati dalla Guardia di Finanza di quel bel paese montano nella provincia bergamasca, uno di quei quattro giorni di supposta serenità da parte di Rodolfo che stava pregustando la fine della sua triste vicenda con Claudio e company… fino a quel giorno che arrivò la convocazione in tribunale per il responso finale delle fatture false emesse a società chiusa dal ‘Mutti’.

Rodolfo si presentò con Fabio il suo difensore, l’aula era gremita di tonache nere e sullo sfondo il giudice con a fianco i suoi collaboratori. Scandiva sentenze come fossero noccioline da mangiare al cinema, un avvocato leggeva le accuse mosse all’imputato di turno che era stato invitato ad alzarsi, e pochi secondi dopo aver finito il giudice senza interpellare il giudicato emetteva il verdetto finale… cosi fino alla lettera ‘r’ e giunse il momento di Rodolfo che anche di cognome inizia con una ‘r’. Il magistrato lo chiamò invitandolo ad alzarsi, gli lesse le accuse mosse e subito dopo il giudice disse a Rudy che dopo aver analizzato il caso elencò i ‘numeri’ dei reati che gli erano stati ascritti e con lapidario finale lo condannò a 3 anni di reclusione con i benefici di legge… classica ‘condizionale’ ma che il malcapitato Rudy aveva di già in parte usufruito anni addietro, così che vennero commutati in libertà condizionata ridotta a due anni con ulteriore riduzione della pena di tre mesi ogni anno se per meritata buona condotta, rientro ogni sera alle 23 e uscita di casa non prima delle 5 del mattino successivo… controllo a sorpresa ogni due o tre notti la settimana da parte dei Carabinieri della stazione centrale e altre adiacenti le vicinanze…che circa un anno dopo, dello stesso paese sarebbero venuti poco dopo le 23 e dopo un ‘scampanellata’ si sarebbero accontentati di far uscire sul balcone il condannato per un sommario riconoscimento e saluto a mano sventolante da parte dell’ufficiale giù, in basso, oltre la siepe, mentre quando i sorveglianti erano della stazione dei Carabinieri della città, sembravano divertiti nell’arrivare a qualunque ora tarda della notte e scampanellare più volte per richiamare l’attenzione e pretendevano che Rudy scendesse le scale in mutande qualunque fosse la temperatura esterna al focolare, fosse pioggia, vento o gelo muto invernale, e documento alla mano per il riconoscimento controllando se i dati e la foto fossero corrispondenti al semi detenuto e per non farsi mancare nulla, l’obbligo di essere impegnato in un qualche lavoro con regolare assunzione e il sabato o la domenica obbligato a fare servizio utilmente sociale presso il proprio comune di residenza.

Questo circa un anno dopo, in quel preciso momento appena ricevuta la sentenza, Rodolfo aveva lo sguardo atterrito di chi non si aspettasse di certo una condanna tanto dura, cercò immediatamente lo sguardo del suo avvocato come per avere una risposta pietosa al perché fosse stato così duramente giudicato… lui rovistava tra le scartoffie della sua borsa da lavoro, imbarazzato, si nascondeva da una risposta che non poteva in alcun modo dare, in pratica era stato condannato con l’accusa di essere l’amministratore di ‘fatto’ della New HRM… nonostante fosse un socio minoritario al 2%, nonostante fosse largamente comprovata la sua innocenza dai sorrisi del capitano della stazione di Guardia di Finanza il giorno dell’interrogatorio sulle fatture che non aveva mai emesso.

Io ho ‘chiesto’ e Tu mi hai ‘dato’… o uomo, o donna, non potrai mai sapere quanto ti avrei dato io se Tu m’avessi ‘chiesto’… dal cuore nasce l’Amore che nessun portafoglio può contenere e a Rodolfo rimasero solo queste parole di commiserazione per se stesso.

Uno dei quattro giorni di relativa ennesima speranza, uno dei giorni in cui non fecero sognare Rudy, che non bevve grappa più del solito e fumò lo stesso numero di sempre di sigarette rollate. Vabbè, pensò dopo qualche attimo di smarrimento in quella grigia sala Rudy, a quest’ora l’africano avrà attraversato la frontiera con l’autista di colore e con il parente stretto del futuro governatore dello stato africano dove si trovavano, sarà tutta un altra vita e se questa volta sono stato condannato ingiustamente, farò buon viso a cattivo gioco, del resto se in altre occasioni mi è andata bene, questa volta pagherò il fio di altre colpe del passato e passarono quei lunghissimi quattro benedetti giorni.

Nessuna notizia del bel Robin Hood, e i giorni diventarono cinque… efinché al settimo giorno finalmente una telefonata di Claudio l’africano… la sua voce dall’altra parte spenta e delusa… non mi dire che è successo ancora un qualche intoppo disse con voce quasi tremante e ricolma di rabbia Rudy… sì, rispose Claudio… siamo partiti dall’albergo a bordo di una potente gip con quattro posti a sedere e un cassone grande che avrebbe potuto contenere le due casse da ritirare alla dogana dell’aereo porto, giunti all’ingresso l’autista mi disse di scendere e aspettarli al bar del terminal, non era prudente che due persone di colore fossero accompagnati da un ‘viso pallido’ per il ritiro di Rose del deserto, avrebbe quanto meno destato dei forti sospetti da parte della polizia locale… Tu rimani qua mi dissero, e così feci. Passo un ora d’attesa, ne passarono due e poi una terza, finché finalmente ecco arrivare solo l’autista che frettolosamente in uno stentato italiano mi disse… via, via, andiamocene da qui in fretta, perché disse Claudio, e la gip, andiamo andiamo poi spiego io tutto lei. Prendemmo un taxi e ci allontanammo dall’aereo porto direzione albergo da cui eravamo provenuti. Duan, l’autista di colore non parlava e guardò fuori dal finestrino con sguardo atterrito e spaventato, io non gli chiesi nulla a mia volta preoccupato. Arrivammo all’albergo, salimmo in camera e questi mi disse cosa era successo… siamo andati con i documenti e il denaro per il ritiro delle casse, stava andando tutte bene fino a che un controllore addetto alla merce da consegnare ai clienti, si insospettì della fattura del documento di prelievo… merce da ritirare Rose del deserto valore dichiarato del contenuto delle due casse $48mila dollari, pagamento per il ritiro 110milaeuro non era di certo una giusta proporzione di prezzi… e allora l’agente fece aprire le casse e visto il loro contenuto, arrestò subito Gianò per accertamenti, sequestrarono il potente mezzo e dopo due ore di interroga mento rilasciarono il meschino autista.

La vita di ognuno.

LA VITA DI OGNUNO.

Questa sera mi ha chiamato al telefono un mio giovane amico, un giovanissimo amico.
Tanto giovane che stupisce come possa già avere cognizione della sua ‘arte’… è un aspirante regista che per diventarlo a pieno titolo ha solo bisogno di inviare uno dei suoi cortometraggi ad una qualche casa cinematografica.
È molto bravo Andrea, è un talento naturale… che io chiamo ‘Dono di Dio.’
Mi telefona e si inizia con il parlare del testo e del contesto del film a maniche corte che sta girando, con anche la mia immeritevole partecipazione nella parte di attore autobiografico.
Che già è bello a più di sessant’anni sentirsi ‘considerato’ da un Qualcuno, se poi questa persona non arriva ai “20”, allora è un tripudio di belle sensazioni.

Sono le otto di sera… parliamo, domande e risposte reciproche, ogni tanto si decide di inviarci immagini fotografate di ciò che si vuol dire di quell’oggetto o di quel tipo di abbigliamento.
Ogni qual tanto Andrea interviene con un messaggio vocale, io controllo la voce con qualche leggero colpo di tosse, e se è ancora “buona” dopo caffè con grappa rispondo a mia volta con un messaggio vocale, ma se i fumi dell’alcool accompagnati da una sigaretta non consentono la voce di esprimersi al meglio, faccio il ‘figo’ e rispondo con un messaggio scritto e andiamo avanti per un bel pezzo.

Conoscendo quel ragazzo, son convinto che dopo la nostra mezz’ora di ‘chiacchierata’ tra video e messaggi vari, spenderà ancora molto tempo prima di addormentarsi, non basterà un film di Olmi o di Visconti a sedare la sua sete di sapere sul cinema… la sua passione, la sua Arte che riunisce la fotografia con il suono, i ‘tempi’, ritmi, con lo sguardo sempre vigile a ogni piccolo dettaglio, e cosa più importante di tutto, saper dire all’attore cosa è come deve dire una battuta, correggendogli il volto con smorfie o pieghe di piacere o di diniego sulla pelle, sulle labbra, nello sguardo… anche le sopracciglia contano come si pongano… bisogna si conosca il cuore delle persone per fare tutto questo, e di nuovo tanto stupore che sia fatto da un diciottenne.

Finisce la telefonata video sms tra me e Endryu come amorevolmente chiamo il mio giovane amico, che non è altro che una ignorante interpretazione “ingletizzata” dal mio sciocco cervello che ama sempre scherzare… e che per grazia fa, non reggerei le brutture di una vita senza barcollare.
Allora esco sul balcone armato di sigaretta rollata con filtro di cartone… una ‘bomba’ che mi esplode dentro attraverso i polmoni e mi sconquassa i pensieri cercando di disorientarmi, ma io, che mi sono abituato a questo sballo dei sensi… li raggruppo tutti e li piego al mio volere che tende a pensieri soavi e ‘leggeri’ come l’aria.
E penso a quel ragazzo, Andrea… ha diciotto anni e si arrovella in mille perché sulla scena da girare fino a notte tarda.

Io alla sua età ero fidanzato, ai miei tempi ci si vedeva con la ‘bella’ quattro volte la settimana alla stessa ora, martedì e giovedì dalle “20e30” a due ore dopo, sabato a pranzo e la sera si usciva dalle “8e30” alla “1na meno un quarto”, di solito era una pasticceria o una pizzeria e il resto in “camporella”… in auto in un posto appartato a pomiciare… che altro non accadeva.

Magari sul ciglio di un colle guardando le luci dei lampioni a valle che creavano presepi anche d’estate… erano salvagenti dei nostri timidi e imbarazzanti momenti del nostro tacere.
Tante altre volte ci sono stati silenzi da rompere con il piacere dello sguardo, quando si brama l’amore si vede senza vedere.
Forse rimasugli di nobiltà e rettitudine ormai fuori moda, ma era l’epoca in cui ancora le ragazze volevano arrivare vergini all’altare, o almeno la mia fidanzata era una di questi dinosauri di sana onestà.

Martedì, giovedì, sabato e domenica facoltativa, dipendeva che si fosse andati nei boschi con i cani il mattino o al bar in paese per l’aperitivo… ‘se nei boschi” niente “timbrata” di domenica sera, ‘se al bar”… ci si vedeva la sera per un bel ’Via col Vento’ o ‘Dottor Zhivago’, che per pietà, dopo aver piegato per più volte il capo sbattendo il mento contro me stesso, venivo dispensato dal doverlo guardare fino alla fine perché Morfeo mi si disegnava in faccia… o era quello che volevo si vedesse.

Quindi, o ero libero di domenica sera, o ero ‘libero’ comunque alle ‘22’ di un altra domenica.
Perfetto in ogni caso perché era a quell’ora che mi risvegliavo per incanto dopo aver dato l’ultimo bacio sulle scale alla mia fidanzata… che al tempo “ragazza” “suonava male”, salivo in auto e a tutta birra andavo a casa di un mio amico.
I suoi genitori non c’erano, erano alla casa al mare, noi si era a casa loro al nord… io, l’amico e la sorella.
Bella la sorella del mio amico, alta quanto basta, capelli riccioli e folti color di un bosco in autunno, occhi scuri come quelli di mamma che hanno preso il sole al lontano sud della nostra penisola.
Bella la sorella del mio amico, soda come un uovo ben cotto uguale come la pasta al dente, nemmeno ricordo perché abbiamo iniziato il rituale di queste folli notti domenicali… ricordo Invece che dopo aver scambiato quattro parole con l’amico, poco prima della mezzanotte preparavo un paio di bicchieri di Martini bianco con una fetta di limone per ognuno, salutavo l’amico e andavo in camera da letto dai genitori dei fratelli, e con i bicchieri colmi appoggiati al comodino, aspettavo con ansia sentire la chiave nella toppa della porta d’ingresso che girava per aprirsi… era la sorella del mio amico che tornava dopo la serata trascorsa con il suo fidanzato.

Inutile ora scendere in dettagli tanto ‘giovanili’ dal farmi arrossire, era un gioco in cui ognuno dei due partecipanti era fidanzato e per giustificare le nostre manchevolezze inventammo il bel gioco di imparare l’uno dall’altra come si facesse l’amore… forse voleva andare vergine all’altare anche il fidanzato della sorella del mio amico, così pretesto raggiunto.

Andrea non ha tempo per queste cose pensai risvegliato dall’aria gelida che mi arrivava da sotto la giacca a vento che indossavo sul balcone dove stavo fumando.
Era talmente gelida quell’aria che dovevo ragionare in fretta e bene prima di rientrare tra il tepore del casolare che fa si pensare, ma molto più lentamente e spesso ti abbandona a pensieri più frivoli.

Andrea sta pensando al suo futuro, o forse non lo fa per nulla perché ad un ‘piccolo genio’ non si chiederà mai cosa farà del suo futuro, risponderebbe sempre la “cosa” che sta facendo.
Dunque Andrea si sta costruendo i pilastri di una vita di successo… ed io alla sua età avevo appena iniziato a costruire i pilastri della mia disfatta inanellando tante storie nel futuro come quelle con la sorella del mio amico e al mio triplo e anche più di età maggiore di Andrea… il mio ‘risultato finale’ è un vero fiasco.
Ho fatto sprecare e o sprecato del tempo prezioso inseguendo gonnelle senza ci fosse amore, per arrivare a capire che ne bastava “una” purché fosse quella “giusta”… come il mio amore che ho il piacere immenso e l’onore di ‘avere’ adesso.

Andrea sta costruendo se stesso, non spreca tempo, Lui ha già capito che l’Amore non va cercato… arriva da solo o non arriva mai se lo cerchi morbosamente… meglio ‘desideralo’ non ‘volerlo’. Sono contento che un ragazzo così giovane abbia in sé tanta saggezza, vuol dire che siamo in buone mani.
Mi rimane una consolazione, Andrea mi sta ad ascoltare, Andrea gira un cortometraggio sul mio personaggio in uno spezzone di storia da me vissuta che ‘giusta’ o ‘sbagliata’ sia stata che Lui non avrebbe il tempo da vivere… ad ognuno il suo.

2021

Duemila ventuno, si stanno chiudendo i battenti di quel cancello oltre il quale era entrato un ospite indesiderato sfuggito da un laboratorio cinese nello scorso anno bisesto e… molto funesto. Ho parlato, scritto e commentato poco di quel bugiardo Duemila venti che si è da subito presentato con l’inganno di un bel doppio “20”, perché “chi ha venti ha vinto” recita un vecchio detto popolare, ma Noi si è solo perso. Allora di necessità virtù ed è inutile puntare il dito contro qualcosa o qualcuno da incolpare, bisognerebbe incolpare il mondo intero compreso me stesso. Inutile si incolpi Plus il mio sarto cinese, Lui è solo uno del miliardo e mezzo di cinesi che è scappato dal sovrappopolamento di una nazione per buona metà è ancora “dittatoriale”. Inutile si incolpi questo o quel politico italiano, tedesco o americano, non sapendo cosa fare qualunque altra fazione politica, al posto loro avrebbe fatto meglio in un modo ma probabilmente male in un altro, il virus è invisibile perciò difficile se non impossibile sapere cosa faccia durante il giorno sopratutto ora che ci ha sconvolto ricorrenze e anniversari e mescolato le carte fra gioie e dolori di ognuno. Il virus è semplicemente un male che che ha indossato la corona di re e comanda le guerre che già esistevano e che ancora ci sono, la fame nel mondo, disboscamento, inquinamento, soprusi e delinquenza comune, malcostume, ignoranza e pestilenze varie sotto controllo ma mai vinte. È un re potente il covid e non si può di certo controbattere con lamentele e disordini… bisogna rimboccare le maniche e lavorare per un futuro migliore per il bene comune. Bisogna si ritorni a sperare e non dimenticarsi mai di sognare… senza sogni le nostre legioni sono impotenti e non brandiscono la spada vittoriosa che ci possa salvare. Perciò vieni pure tra Noi “2021” e tu sia il benvenuto, tutti insieme riusciremo ad incoronare il Re del bene, il più grande condottiero che sia mai esistito che abbiamo mandato in esilio insieme alla Regina Felicità, facciamoli ritornare nelle nostre Patrie, nei nostri cuori… Lui e Lei sono i Re indiscussi dell’Amore. Riproviamoci, ancora e sempre. Buon Anno nuovo.

Dove sei ricordo

Qualcosa si muove nell’aria. È qualcosa di nuovo, forse il vento, forse un idea perché non fa rumore, si sente solo percepito dal cuore.
È il pensiero che parte solitario e arriva ad un grande amore. È stato bello cominciare non sapendo che doveva finire, nel mezzo momenti belli e brutti, tristi o dolci come il miele di castagno che profuma d’amaro. Dolce e salato come un rapporto naufragato. Da sempre qualcosa si muove nell’aria, qualcosa che rende felici e infelici. Non fa rumore, sembra di respirare un emozione che va diritta al cuore. Dolce e salato, chi fa ridere ha bisogno d’amore e sarà consolato, chi fa piangere, piangerà… ogni lacrima che scende per amore dai solchi di un viso, il Cielo le conterà una ad una e le riporterà sulla terra al mittente… non per rancore o vendetta ma, vita che restituisce il doppio di ciò che riceve in bianco e in nero. Si muove qualcosa nell’aria… è la vita che reclama un altra storia d’amore e bussa insistente alla porta di chi non crede più possa nascere un fiore nel giardino del l’animo.
La vita non molla, si sente nell’aria, bussa, bussa alla porta e quando finalmente si apre, alita addosso un profumo di speranza. La vita chiude la porta da dove è entrata e ne apre sempre un’altra più grande… e si muove qualcosa nell’aria… è nato un nuovo amore.E Tu dove sei ora. Mi chiedo se ti nascondi ancora dietro i rami di un albero per sbirciare giù, a valle, sperando possa nascere un fiore. Lo stesso sicura di Te oltre ogni limite.  Timida e gagliarda che avevi costruito un castello intorno al nostro amore. Amore di ragazzi. Una sera mi scesero due lacrime, chiedevo al Cielo mi facesse fidanzare. Ero stanco. 17 anni e mi sentivo già grande, piansi pregando Dio. davanti al bancone di quella ‘latteria’ in cui nel tempo d’un soffio, per la prima volta ti vidi e fui esaudito. Iniziò un amore di rispetto che per me, rimase tale e per Te andò dove deve andare un sentimento ‘pulito’… nel ‘magico castello’. Ma un castello non mi poteva rinchiudere a lungo. Le agiatezze presunte mi lusingarono ma preferendo in qualche modo “guadagnarmele”, scelsi un altro modo per poter dire che c’ò provato, tanto per rimettermi in gioco ogni volta… perché chi lotta, vive. Lei, la mia futura sposa si presentò nel migliore dei modi in tutte le situazioni che richiedono moralità, rettitudine e fedeltà.  La mia moralità me la sto ancora ‘costruendo’, la rettitudine è motivo principe di ogni riflessione che faccio quotidianamente la sera da tempo immemore dopo che ho fumato e bevuto una tazzina di grappa… per la fedeltà non ho mai fatto ‘sacrifici’ di sorta, a volte, mio malgrado, sicuro di essere un incallito donnaiolo che non aveva nessun tipo di freno inibitore che mi potesse trattenere dal passare una serata al lume di candela con una persona, anche non fosse la donna a cui avevo giurato amore prima di uscire di casa. La solita scusa, il ‘solito’ vile e banale pretesto di dover partecipare a una noiosissima rimpatriata tra coetanei… o qualche altra stronzata suo pari. Mi resi conto presto di avere questa attitudine a ‘tradire’. Un tradimento che lasciava sempre l’amaro in bocca, prima e dopo averlo compiuto… il più delle volte se non tutte, mi pentivo di essere stato con una persona che per farci l’amore, dovessi prima farmi un bicchierino. A Mario piaceva il preludio di intraprendere una situazione dove poter sfoggiare tutta la sua arte da ‘conquistadores’, una cenetta dove incantare al suono del piffero il cobra che esce dalla cesta. L’Amore vero e aspettare la persona che ami, Lei che torna da una vacanza, e nemmeno lasci che varchi la soglia per fare l’amore con lei subito, dietro la porta… e quel che non si spoglia si strappa, con bagagli ancora a terra. Qualcuno capisce presto, altri come me, tardi. Ma non è mai troppo tardi per dire al mondo che sei vivo. C’è sempre un tempo per questo. Ci fidanzammo, il lunedì non ci si vedeva e nemmeno di mercoledì… o forse giovedì, comunque i giorni di “libertà vigilata” erano due per ogni settimana. Il venerdì sera la tv con i suoi genitori seduti sul divano del ‘salotto’, magari dopo aver consumato un lauto pranzo a base di polpettone, con l’aggiunta di un bicchiere di vino, seduti intorno a un tavolino ricoperto di formica azzurra che lo stesso mi sembrava di essere a capotavola nel grande salone del castello dei nostri sogni… o più dei suoi, che lo scoprii poi. Il sabato era il solito rituale di sempre, nella casa di Lei, pulizie come fosse primavera e sbocciassero fiori nuovi nei prati o la neve li coprisse… a mezzogiorno prosciutto crudo tagliato fquella drogheria con il padrone che era oltre la pensione da un pezzo, ma il S.Daniele l’aveva buono solo lui.pomeriggio dopo un sonnellino ‘giretto’ in centro per shopping che comunque si finiva sempre in quella b un giubbotto per me è una gonna per Lei, si spendeva una buona parte dello stipendio di un mese, in cambio un foulard di Versace regalo ai clienti migliori a Natale. La domenica di mattino niente Messa, perché ci si credeva, ma a Gesù tanto doveva “bastare il sol ‘crederci’, allora una passeggiata tra le colline in compagnia dei nostri cani da pastore bergamasco e pranzo da quel ‘signore scapolo’ che preparava da mangiare per una decina di persone che si prenotassero per tempo, dove gli scontrini fiscali non erano nemmeno ‘usati’ dalle trattorie in paese aperte tutta la settimana, figuriamoci in mezzo al bosco. I cani legati fuori ad aspettarci, Bloda, Baiüs e la “zia” Barbina. Il pomeriggio una passeggiata nella parte vecchia della città per sfoggiare l’ultimo capo acquistato. Quattro anni di fidanzamento che avrebbero fatto capire anche a un ‘tonto’ che quello era il castello di Lei e non il mio. Anche a un ‘tonto’, non a Mario che credeva di non esserlo perché tronfio dei suoi vent’anni aveva di fatto già avviato una vita parallela meno noiosa e sistematica, pensando così fosse, pensando così si facesse per gli ultimi anni di ‘liberta’ a disposizione di un uomo degli anni “80”. Ci sposammo, un bel matrimonio con tanto bene per me e amore per Lei. La differenza tra i due sentimenti è enorme, ma c’è chi la ‘vede’ subito e chi non la ‘vede’ mai, io la vidi nel mezzo di due anni trascorsi nel continuato della routine dei giorni vissuti nel fidanzamento… sabato pulizie generali, mobilia ribaltata e accatastata a lato come fosse sempre primavera, ed era allora che si estraevano i tre pennelli di puro pelo di cinghiale. ‘Uno’ per la pulizia di zoccoli e piastrelle da cucina, uno per pulire i contorni della tv che per passarle pennellate su tutto il dorso del tubo catodico dell’apparecchio televisivo, che più grosso era, più erano il numero dei suoi pollici per grandezza… e noi eravamo ‘due sbruffoncelli’ e di pollici ne avevamo quanto ne avessero potuto inventarne. Il terzo e il più piccolo pennello fatto con pelo di un animale meno ruvido di quello del cinghiale, serviva a spennellare le superfici delle cornici della camera letteralmente detta ‘da letto’, cioè per dormirci dentro, che altro difficilmente succedeva che dormirci… le solite passeggiate del sabato pomeriggio tra le vie del centro a sprecar denaro per dare un senso a ciò che di sbagliato s’era già fatto per apparire. Le solite passeggiate domenicali che per grazia mi rinfrancavano lo spirito quando ai piedi avevo scarponcini e jeans con un bel giubbotto scozzese. Perciò il pensiero di Mario non s’addormentava presto. Si faceva notte, e ‘quelle ore’ passavano con Lui che pensava… pensava… pensava a quella vita che non gli apparteneva perché un leone adulto non si farà mai addomesticare, perché un cane adulto che ‘perde’ il suo ‘padrone’, non sarà mai del tutto felice con ‘quello nuovo’.

 

Natale. Solo per oggi.

È arrivato un altra volta Natale.
Un ‘Christmas’ di tutto il mondo, è arrivata S. Lucia con gli occhi in mano e ha raccolto migliaia di migliaia di letterine poste ai suoi piedi. Letterine di bimbi benestanti e di ‘poveri’… che altre categorie del settore non son rimaste… le ha lette e le ha soddisfatte tutte quante, perché se un bimbo crede in un sogno lo rincorrerà per tutta la vita.

Poi è arrivato anche Babbo Natale o San Nicola di tutto il mondo, sta riposando seduto sulla slitta dopo aver ben rifocillato le sue adorate e servizievoli renne in attesa della consegna degli ultimi doni ai bimbi buoni e ai meno buoni, perché per il carbone ci pensa la befana il ‘sei’ di Gennaio a darlo ai cattivi.

In questo ‘Natale’ dove si indossano mascherine, coraggiosamente la gente ha illuminato balconi e abeti nel giardino in segno di ben augurante segno di fiducia e speranza che questa pestilenza con buona diligenza da parte di tutti, abbia a cessare.
Il municipio di ogni paese e città ha illuminato a festa i loro viali migliori, ad auspicio di un futuro migliore.
La risposta più adeguata alle circostanze che ogni ‘primo cittadino’ di ogni paese e città che intenda far fa capire ad un incontro di cuori… che molto altro non c’è da fare.

La pestilenza via etere va vinta con il buon senso e null’altro.
In questo caos di eventi straordinari natalizi si fa presto a perdere il lume della corretta ragione e comunque esiste sempre chi merita che la Befana gli porti carbone perché ha “puntato il dito” verso qualcosa o ‘qualcuno’ invece che pensare di “puntarlo” su se stesso e cercare di risolvere il problema.

Natale arriverà ancora con l’eterna rinascita nascita di Gesù e quest’anno ci saranno più pastori e contadine ad adorarlo, il bue e l’asinello faranno meno fatica a riscaldare quella piccola Immensa creatura adagiata in lembi di paglia, il fiato di altre anime adoranti si è unito all’esiguo numero di partecipanti di prima covid… un vecchio adagio Cristiano recita a monito… “Quando nessuno mi vuol più, mi rivolgo al buon Gesù…che non se n’e Mai andato, ed è un altra volta Natale.

Luci colorate o color del ghiaccio in ogni dove, avvolte da un silenzio interrotto solo da qualche automobile che sfreccia veloce su strade semi deserte prima del coprifuoco delle 22.
Ogni persona che incontri per le strade ti sembra abbia messo qualche kg. in più, al contrario incontri facce che di colore della loro pelle, non capisci a che etnia appartengano e poi parlando del più e del meno ti dicono di essere in dieta che non ritengono ferrea, ma in realtà è come dire di essere Leonardo Di Caprio nel film “La maschera di ferro”.

È Natale ancora, questo con mascherina, e la gente cosa pensi nei cuori… non si può sapere… si sa per certo che nella fantasia riposta nel cuore abbiamo avuto Santa Lucia, Babbo Natale e senza fantasia ma tanta gioia, Gesù, la Divinità incarnata per i credenti e la ‘Persona’ più buona che abbia mai calpestato questa terra per qualunque altra Religione, Ragione o Convinzione.
Gesù, l’unico figlio di Dio. o l’unica ‘Persona’ che non ha mai abbandonato di stringere la mano di chi soffre nel corso dei secoli, fra mille purulenti pestilenze naturali e chimiche, guerre e disastri naturali… molti in quelle situazioni non sapevano dove aggrapparsi se non alla speranza, alla fede, all’Amore e alla fine della loro ricerca di cammino… lo hanno finalmente ‘visto’ e gli hanno teso la mano.

Coltre nebulosa… intimità dei cuori, Pace dei sensi, armonia di vita rubata a ‘spiccioli’, il manto di foschia che ci avvolge, protegge dai cattivi pensieri, ci culla come suoi, ci ama come noi abbiamo lei, la nebbia.
La neve non c’è più, o lo stesso è poca, e quella poca, arriva per beffa in anticipo alle le vacanze di questo Natale che non faremo. La nebbia ci rincuora in un dolce ricordo, anche se per questo dobbiamo attribuire la mancanza di un vello bianco perche ‘mangia’ la neve, ma è quel che ci rimane, è quel che abbiamo seminato e nel ‘raccolto’ è così che deve andare.

Bisogna si veda questo Natale con una nuova prospettiva di pace, dobbiamo ricordare questo ‘olocausto’ per sempre perché ogni volta ci faccia capire quanto stavamo bene senza di lui.
Dobbiamo credere in un futuro migliore, un altra opportunità che nasce dalle ceneri di una guerra senza colpevoli se non la stupidità umana.

Tutte le persone di buona volontà auspichino per una rinascita globale, per essere forti nell’affrontare il futuro, che non sarà inclemente nel presentarsi in nuove insidiose vesti, ma finché avremo Santa Lucia, San Nicola e Gesù, avremo sempre riposta e ripagata speranza e riusciremo a vincere tutte le avverse situazioni che ci preparerà il mondo.
Abbracciamoci con l’amore, copre distanze senza limiti e trafora monti e attraversa i mari, niente e nessuno può fermare l’Amore. Buon Natale, allegri… in maschera come fosse sempre carnevale.

Donna

Hai saputo cogliere una margherite nei mari di sale a soccorso di fragili virilità. Dalle macerie di amori sbagliati salvasti chi amasti con tutto l’ardore che una donna possiede.

Sei la ‘musa’, sei la casa, sei la famiglia, sei l’amore, sei la luce di ogni cuore. A Te Mamma, a Te Amore, a Te Donna, possa il Signore perdonarmi se qualche volta non ho colto il tuo splendore.

Pregare.

Non esiste alcun uomo al mondo che non preghi. Prega anche chi pensa di non pregare. Non esiste persona al mondo che non desideri in qualche cosa nel proprio cuore… e prega, auspica a se stesso che si avveri il suo desiderio, piccolo o grande sia… prega. Forse non prega un ‘Dio.’, ne Santi, ne “santoni”, ma comunque spera si avveri ciò che chiede dalla vita e prega… Dio., la Buonasorte, una risposta filosofica, il ‘terrapiattismo’ che “suona” stridulo il solo pronunciarlo come il “satanismo’’, il Buddismo, l’Induismo, e non per ultimo per importanza l’Islamico, per assurdo il ‘terrapiattismo’ una nuova filosofia di vita che dice la terra sia piatta e convinti che tutti gli uomini del mondo siano strumentalizzati, manipolati e ingannati, e ancora più di altre ottocento credenze religiose o semplici ‘usanze di costume’ nel mondo che la pensano a modo loro.

C’e anche chi crede solo in se stesso e pregherà per sè relegando la possibilità di unire il suo cuore ad un altro… a altri, ma è una scelta, pertanto priva di ‘giudizio’… che chi possa giudicare un Altra persona con il diritto sacrosanto di farlo io non la conosco. La preghiera è chiedere un qualcosa a qualcuno, a qualcosa, alla Natura, alla vita, e da qualunque parte del globo “parta” la preghiera, lo stesso sarà sempre dal cuore anche più acido, perché una preghiera è “chiedere” e non può venire che da lì. Il cuore è comandato dal sentimento dell’amore e Dio.che è Amore, questa è la mia risposta di preghiera, ognuna e ognuno Persone possono cambiare la risposta in mille modi, ma all’Amore ci credono tutti. Preghiera un modo come un altro per chiedere venia al tempo che inclemente incalza, nuovi eroi o presunti tali che si identificano nel nostro immaginario per dar spirito alla nostra esistenza, coraggio per continuare nell’estenuante lotta alla sopravvivenza. Purtroppo gli eroi non sono sempre chi dice di esserlo… anzi quasi mai. Si mascherano da eroi per far ‘perdere le loro tracce’, in realtà sono spesso approfittatori o disperati in cerca di aiuto e cercano di infondere fiducia a chi in loro la ripone. È la storia di Claudio, un eroe senza colpa se non quella di essere un ingenuo e ignaro partecipe di un ‘destino’ cucitogli addosso e dipinto per Lui. Claudio un eroe mascherato ma non come l’Uomo Ragno, la sua faccia era pulita e bellissima quando si presentò in quel 27 Luglio 2017, apparentemente pareva non portasse nessuna maschera. Il signor Claudio con secondo nome che ricordava il mare. Un ‘signore’ distinto, alto 1.80, fisico asciutto con vita stretta e spalle larghe da ex pilota di automobilismo privato qual fu. 27, 7, 2017… tre 7, doppio ‘2’, uno ‘o’ e un solo ‘1primo’.

Malta.

Mille novecento ottanta, il ‘sacro’ giorno del dolce far niente se non riposare e divertirsi per i giovani che vestono con jeans di almeno due taglie in più del necessario tenuti su in vita da un cinturone con fibbia grande che li tira sù il più possibile in vita così che si vedano gli stivaletti a punta consumati sull’asfalto a cavallo di una Vespa Primavera 125, ma oggi è venerdì che è un giorno ancora più importante è ci si può ubriacare sbracati sulla poltroncina di una discoteca in compagnia di altri allegroni e impenitenti trasgressori del quieto vivere… per i più fortunati la notte finisce in un auto appartati sulla cima di una collina a pomiciare a tutto spiano, per i più sfigati a vomitare da soli sul water di casa con mamma e papà che hanno lasciato la porta della loro camera da letto semiaperta per chiederti di tanto in tanto se ti e passata la sbornia, e che non vedono l’ora che venga il mattino tardi del giorno successivo per rimproverarti urlando nel mentre che a fatica ciondolando raggiungi la cucina dove c’è apparecchiato in tavola per il pranzo, ma Tu nemmeno hai voglia di bere un caffè e poco dopo torni a letto per prepararti ad un altra folle sconsiderata nottata di fuoco.

Soldi non mancavano mai così come il lavoro che abbondava per chiunque avesse un minimo di voglia di lavorare, e se capitava che questo o quel “padrone” come ancora si chiamava all’epoca il datore di lavoro ti rompevano le scatole per i continui ritardi al mattino o per scarso rendimento non era di certo un problema, accanto alla carrozzeria dove facevi il “bocia” c’era Gino con la sua officina meccanica che avrebbe assunto un giovanotto che a parole sembrasse almeno volenteroso. Esisteva anche la categoria di giovani lavoratori che lavoravano saltuariamente e venivano pagati a giornata senza retribuzioni sindacali così che in una settimana si iniziava al martedì magari a scaricare camion di traslochi o a fare da manovale presso qualche artigiano e si finiva di venerdì così che si potesse andare al lago o in montagna o a visitare qualche città per poi passarvi un paio di notti da urlo e rincasare di domenica… il lunedì ci si riposava da immani baraonde.

Ovviamente solo persone timorose con poche possibilità di riuscita sceglievano un lavoro in fabbrica che a quei tempi era roba da sfigati salariati, a meno che si trattasse del solito furbetto che più che lavorare in un anno sfruttava più giorni con la mutua, appoggiati dal dottore compiacente che non gliene fregava più di tanto di fare gli interessi di un azienda essendo anch’esso uno stipendiato fisso, i controlli per la degenza erano quasi inesistenti e per il mutuato erano più i giorni che faceva a Riccione che in fabbrica, per molti giovani era quasi una vergogna lavorare con stipendio fisso a vent’anni. La politica era roba per ‘vecchi’ che a quei tempi erano i cinquantenni e che comunque dovevano solo scegliere fra Almirante, Berlinguer e Andreotti… destra, sinistra, centro.

Mille novecento novanta. Boria, ego, spavalderia e quant’altro ispiri onnipotenza erano alle stelle. Ti piaceva un auto? Preferivi una moto?… una barca, un camper o qualsiasi altra diavoleria che ti potesse fare un figurone con la ‘tipa’ o con gli amici, quattro cambiali e tutto era risolto… mezzo di godimento nelle tue mani. Al bar si poteva “segnare” su di un notes a righe il conto, e pagare alla fine del mese o appena si fosse in condizione di farlo, tanto i conti venivano quasi sempre gonfiati debitamente dall’oste che in questo modo applicava interessi che lo avvantaggiavano comunque… così nei ristoranti, dal gioielliere, così nella boutique sotto casa e in mille altri posti ancora dove eri conosciuto. Funzionava che se al bar dovevi pagare subito bevevi un paio di birre in una sera, se pagavi del tempo dopo ti ubriacavi quasi regolarmente tutto il mese… pagare subito, una pizza e coca cola, caffè e buonasera, pagare poi, risotto di seppia e fritto misto annaffiati da Pinot, dolce e ammazzacaffè… dall’orefice pagare subito, un anellino d’oro per la ‘bella’ il giorno degli innamorati, pagare dopo, un brillante che faceva morire d’invidia tutte le amiche della fidanzata… pagare subito un pantalone e una maglia, e borsetto rigorosamente ‘firmati’… tanto i soldi in qualche modo c’erano… o di “riffa” o di “raffa” i di consacrazione al consumismo più sfrenato, non si segna più niente perché per colpa di qualcuno non si fa più credito a nessuno, ma c’è ancora un poco di lavoro ed è relativamente facile ottenere un prestito in banca… ergo, auto, gioielli, abiti, motoscafi e quant’altro serva ad apparire anche se si spende più di quello che si incamera. Duemila dieci. Il lavoro comincia a scarseggiare, così come la fiducia delle banche… bisogno di un elettrodomestico o di un accessorio per la casa? Un prestito fatto da un agenzia subalterna agli istituti di credito ed è ‘fatta’.

È dal duemila dieci che comincia la tragica discesa monetaria. D’un botto ciò che valeva ‘mille’ vale ‘cento’, ed ognuno a modo suo si adegua e restringe le proprie possibilità. Poi arriva il Duemila Venti, che bisognerebbe si iniziasse a non considerare il perché è stato scritto con l’iniziale maiuscola, non essendo un pregio ma altresì una grandissima catastrofe aereo-anti-ecologica, un virus maledetto da chissà quale mente contorta partorita in un pensiero nato in laboratorio… di quale città? Da quale Paese del globo proviene questo covid 19? Non è importante saperlo perché c’è coinvolto il mondo intero che, corre veloce, talmente veloce che è sempre più difficile da inseguire. Se il Duemila Dieci è stato l’anno della discesa economica, il duemila venti è stato un ritrovato valore perduto… e valori perduti. Si sono ridimensionati tutti quanti, e per i pochi che non ce l’han fatta perché destinati ad abbandonare la scena con la dignità di andarsene per sempre. La dignità che li porterà nel Cielo ed esista o meno una giustizia divina, avranno di certo lasciato un forte ricordo di ‘piccoli re’ decaduti.

La mia ennesima avventura inizia con la ‘decadenza’ del Duemila Dieci fino ad arrivare arrancando al quel fatidico Duemila diciassette. Anno buono per il vino, ma ad ora, non per me. A quell’epoca stavo uscendo da uno ‘stadio’ della mia vita, il secondo dal primo che nel Duemila Dieci ci aveva già ridimensionato, nel Duemila Diciassette vivevo di quel che riuscivo a racimolare per quietare animo e ‘bollette’ e non ero l’eletto immolato per finire i suoi giorni da ‘re’, perciò me la passavo piuttosto male.

Ho preso a calci le notti per starti più vicino… le primule le vedevo dal fioraio mentre che gli passavo accanto e non ho visto il grano maturare per molto tempo, il telefono non squillava mai se non per dirmi cose che non mi interessava sapere. Cadono stelle e io sto nelle stalle del mio stallo, aspetto nuove primavere di vita e coccolo il tempo sperando non fugga senza che me ne accorga. Ora penso sia meglio io vada con i miei pensieri in campi Elisi ad aspettare nuove albe che portino sole pioggia e neve Ora penso sia il tempo di mietere il grano e affrontare il domani con ciò che verrà…
Ora penso sia tempo di non pensare più a nulla se non vivere.

Buona giornata a chi ha smesso di pensare a cose che lasciano l’amaro in bocca e Buona giornata a chi si rimette nelle mani del destino cucito su misura di chi ha capito e chi capirà,… io voglio bene a tutti…belli e brutti. Questo stato d’animo mi ha preparato l’ennesimo piatto che la vita mi ha servito su di un vassoio d’argento, come la testa recisa di Giovanni ‘il’ Battista che fu presentata alla capricciosa malvagia Salomè “servita” su di un piatto d’argento, San Giovanni ha creduto per ciò che è morto e io per ciò che mi rimane voglio credere ancora una volta in qualcuno… un compagno, un amica, un qualcuno che con Te avrebbe fatto l’affare della vita, che alla mia età significa il desiderare di essere lasciati in pace da tutto e da tutti per il resto che ci rimane da vivere… che non è mai abbastanza.

Anche me ne senta molti meno ho “62” anni, e questa storia è cominciata che ne avevo “58” un anno che credevo fosse il migliore della mia vita. Ho “58” anni e sono nato nel 1958. Lo stesso anno che ha proclamato Papa Giovanni XXIII. Il Papa ‘buono’, il Papa che il giorno della massima ecclesiastica elezione in terra, disse… “E quando tornerete a casa, date un carezza ai vostri bambini e dite loro che gliela data il Papa”. Sono nato io in quell’anno e mi aspettavo che il destino che mi è stato cucito addosso, fosse clemente con i miei bisogni corporali e spirituali, come fosse una sorta di riscatto… e ancora non so se fosse stato un anno ‘buono’, ma di certo so che Dio. non da mai un “peso” insopportabile ad ognuno di noi, quindi starò a “vedere” cosa succederà ancora nella mia spasmodica ricerca agli ‘eroi’ in cui ho riposto troppo spesso le mie aspettative di vita, le mie speranze, il mio cercare finalmente il modo di essere ciò che mio malgrado non sono.


I miei eroi, che mi videro adolescente, erano e ancora sono, Topolino, Alan Ford, Tex Willer e Zagor, fumetti che in certe sere iniziavo a leggere con una voracità da consumato lettore…
Capace che in una sola serata leggessi e rileggessi un paio di Topolino, Tex Willer, e anche 3 Alan Ford e se non pago facevo notte anche con un paio di Zagor che sfogliandolo aspettavo sempre con ansia arrivasse il racconto dello ‘sfortunato’ Cico suo inseparabile compagno di avventure. Topolino era ‘l’antipasto’ e ancor più piacevole se nell’avventura di ‘turno’ ci fosse la figura di Paperon De Paperoni, lo zio straricco di Paolino Paperino, sempre costretto in avventure pericolose quando non impossibili.
De Paperoni, era lo zio di Paperino e i suoi nipoti, Qui, Quo, Qua… che le loro storie non mi piacevano particolarmente, le trovavo troppo ingenue e noiose.

Il gagliardo Paperon De Paperoni, fece fortuna accumulando beni partendo dal primo Centesimo di dollaro guadagnato nella sua lunga interminabile carriera di vita.
Un ‘cent’ che costudiva gelosamente nel l’intero enorme forziere che conteneva tutto il suo patrimonio, e dove spesso nuotava tra dollari d’oro e un mare di banconote lanciandosi da un trampolino. Solo ora, da adulto capisco che bisognava partire da un ‘centesimo’ come fece l’arzillo vegliardo con la tuba, invece scegliendo i miei eroi tra chi parte da un milione di dollari come aspettativa d’inizio, ho ottenuto l’effetto contrario di quanto avevo calcolato per il percorso della mia vita.

Non sono mai stato dalla parte dello ‘stra fortunato’ Gastone cugino dell’invece ‘stra sfortunato’ Paolino Paperino, sono sempre stato dalla parte del commissario Basettoni che senza l’indispensabile aiuto di Topolino non avrebbe mai risolto un solo caso poliziesco, il mio cuore propendeva per Pippo e il suo fedele cane Pluto entrambi con la testa fra le nuvole. Sono sempre stato dalla parte di Gambadilegno che nonostante i suoi innumerevoli “colpi” ha sempre collezionato anni di carcere più che la famigerata banda bassotti, altra categoria di ‘sfigati’ a cui amo appartenere.

Gli eroi del mio passato… Ero e sono dalla parte di Alan Ford, il biondino magro e secco che gestiva come copertura, un negozio di fiori nei bassifondi di New York, per conto del N.1 il capo di tutta la ‘baracca’ con più di mille anni sulle spalle, e insieme a Lui, il Conte, un lord decaduto che se poteva rubava anche le caramelle nelle tasche di un bimbo, Geremia che per via dei suoi acciacchi perenni era già troppo che stesse in un angolo del negozio ad innaffiare tre vasi mezzi rotti con un solo fiore al centro, quasi appassito, una margherita, un crisantemo e un tulipano fuori stagione. Infine Bob Rok, sfigato cronico che del negozio di fiori era Paperino e Paperoga messi assieme… alto non più di un metro e tanta voglia di crescere, con un “nasone” abnorme, spropositato davvero.
La disgrazia lo accompagnava sin dal mattino, e il povero Bob Rok aveva sempre il grugno accigliato, tranne che per qualche rara volta in cui sorrideva illudendosi in un qualcosa di buono che regolarmente subito dopo scemava insieme alle sue aspettative… e ritornava il grugno perenne per il resto della giornata.

Sono sempre stato dalla parte di Tex Willer, perché Lui é Aquila della notte, un capo Navajo che difendeva a costo della sua stessa vita i pellerossa legittimi proprietari della terra che possedevano pacificamente da sempre, aiutato dai suoi inseparabili pards, il figlio Kit Willer, Piccolo falco in lingua Navacho, avuto dalla moglie Lilyth, un indiana venuta a mancare prematuramente per un infezione da vaiolo, fatta “scoppiare” per vendetta da parte di due loschi individui per essere stati più volte ostacolati da Tex e i suoi pards nel vendere wischey e armi ai ‘Pellerossa’, regalarono coperte infette nella riserva indiana dove viveva la bellissima Lilyth. Kit Carson l’inseparabile compagno di ventura che Tex ama chiamare “matusalemme” per infierire ironicamente sulla sua data di nascita così chiamandolo. Kit Carson, ‘Capelli d’Argento’ per il popolo navacho… un po’ come fosse il il “N.1” in Alan Ford che aveva conosciuto nel suo “misterioso” passato ultracentenario anche il Generale Caster nonostante si fosse negli anni prossimi al secondo millennio.

Ultimo pards ma non ultimo fra i primi, il grande Tiger Jak, Lilyth apparteneva alla gloriosa tribù Navajo e Tiger ne faceva parte, perciò fratello di sangue di Aquila della Notte e amico consacrato per la vita nel difendere a muscoli, colpi di frecce e proiettili, i sacrosanti diritti del popolo nativo dei “Pellerossa’ Navacho.

Loro, gli inseparabili ‘pards’ sanno tenere a bada le trame oscure del grande re del male… Mefisto.
Vestito di nero con l’abito indossato che sembra sia stato appeso ad un manichino tanto sia magra la sua costituzione…. con quei suoi capelli color del ghiaccio, dritti e fini come bava di seta che gli scendono sulle spalle per arrivare a mezzo busto.
Mefisto, baffi e capelli argentei come fosse in un altro fumetto… Gandalf, ne “Il signore degli anelli” nato più di cent’anni dopo che ricorda la spasmodica conquista di un ‘anello’.
Mefisto il padrone delle tenebre, colui che con la forza della mente maligna, spostava montagne e faceva crollare edifici intorno ai suoi nemici, ma la spuntava sempre Tex e i suoi inseparabili amici… nessuno poteva ostacolare la sete di giustizia che albergava nei loro cuori. Sono sempre stato dalla parte dei più “deboli” ma più nobili di altri cuori contriti.

Poi il tempo passa anche se non ancora abbastanza, così gli eroi dei fumetti cambiano e invece che su carta viaggiano su due ruote. Giacomo Agostini, campione mondiale di motociclismo su MV Agusta pluri iridato tuttora imbattuto, infiammò il mio spirito motociclistico che per me aveva il significato di libertà. Mi trovai in casa sua quel giorno, avevo su per giù una quindicina d’anni, ero lì con il babbo per eseguire lavori idraulici. Si era precisamente nello scantinato dove il fuoriclasse, costudiva gelosamente i suoi trofei e tutti i caschi che fino ad allora aveva indossato nelle più importanti competizioni mondiali. Fui abbagliato da quell’eroe che nacque in me quel giorno, affascinato, estasiato… così che ne seguirono molti altri nel corso degli anni a venire…
Marco Luchinelli Suzuki, un solo titolo mondiale ma mille emozioni. Kenny Roberts, il pazzo che in curva scivolava rovinosamente a terra insieme alla moto nel tanto che brandiva il manubrio e la teneva “su di giri” con sgasate poderose per non far spegnere il motore della sua Suzuki due tempi, si rialzava con il manubrio della sua moto ben saldo e mai ‘mollato’, riprendeva la corsa e saliva su uno dei gradini del podio a fine gara.
Casey Stoner glorioso vincitore del titolo di campione del mondo 2007 su Ducati, quello che di meglio per due anni non ha saputo fare un altro super campione di motociclismo… Valentino Rossi, che in sella alla prestigiosa marca italiana Ducati, proprio non ci volle stare… cosa ci sei venuto a fare… ancor mi chiedo.
Barry Sheene, aveva più fratture lui che uno scheletro umano gettato dal quinto piano di un palazzo… ma ‘apriva’ comunque il gas senza ritegno.
Francesco Papi era pelato e sotto il casco anche quel giorno in cui la sua moto “500” due tempi, si inchiodò sul rettilineo grippando alla folle velocità di 250km., aveva un paio di mutandine di sua moglie appiccicate sulla ‘pelata’ come portafortuna ma quel giorno era Paperoga non Gastone e il tanga glielo tolse una persona addetta ai primi soccorsi. Eroi che tentai nel tempo di imitare in varie specialità a due ruote dalle gomme artigliate per il fuoristrada alle slic da pista.

Eroi del motociclismo delle domeniche altrimenti noiose accompagnate sulle note melodiose di Lucio Battisti, barry White, Donna Summer, Mina, Dalla, Venditti, Tina Turner e cento altri fino alla sconfinante melodia d’orchestra del maestro americano, Burt Bacharach, e ancora fino a scivolare con l’immagine delle indimenticabili colonne sonore dei film Western all’italiana dirette da Ennio Morricone.

E il tempo passa e ancora si ‘cresce’… di nuovo cambiano gli eroi, e arrivano di corsa i Pompieri, sprezzanti e indomiti del pericolo, si gettano a capofitto nelle fiamme per salvare qualche vita in pericolo, passa dell’altro tempo ancora e di nuovo si ‘cresce’… i pompieri da eroi diventano semplicemente brave persone che compiono il loro dovere e lavoro… non meno pericoloso che un muratore salga su di una impalcatura di molti piani senza adeguate protezioni… magari perché immigrato clandestino, magari perché ha una famiglia numerosa da sfamare… anche loro allora sono eroi… no! È brava gente, ci vuole di più per essere eroi è ‘solo’ gente onesta.

E dopo molti si ‘cresce’, ancora si ‘cresce’, sempre, fino alla fine, i nuovi eroi diventano S.‘Giôanì’, S. Lolėc, beata Maria Teresa, Francesco Santo e Papa, Gandhi, Nelson, Dalai Lama, e mille altre stupende persone fino ad arrivare a mio cugino Aristide che ha salvato 4 gattini abbandonati in una cesta accanto al bidone dei rifiuti.

Non ci si ferma, si ‘cresce’ un altra volta, altri eroi, Mario, Fabio, Lucia, Maria, Antonio, Pasquale, Andrea, Luca, Marina, Susanna e Francesca, Infermieri di un ospedale in emergenza covid in Italia, dott. Francesco, dott. Marino, dott. Ernesto, dott. Camillo, dottoressa Rosanna e Luisa i loro caporeparto… dottori e infermieri che combattono contro Mefisto il re nero del male… il re bianco etereo del covid 19.

Tutti eroi di bene e male di un ormai lontano passato della mia adolescenza e eroi del presente, poi si cresce e si usano mascherine per scongiurare di essere intubati, e i nuovi eroi sono dottori, medici, infermieri e personale addetto alla pulizia. Chissà quanti Paperino, Paperoga, Alan Ford, Bob Rok e indiani maltrattati non saranno eletti Santi in Cielo, intanto si prega, non esiste alcun uomo al mondo che non preghi. Prega anche chi pensa di non pregare. Non esiste persona al mondo che non desideri un qualche cosa nel proprio cuore… e prega, auspica a se stesso che si avveri il suo desiderio, piccolo o grande sia… prega. Forse non prega un dio, ne Santi, ne “santoni”, ma comunque spera si avveri ciò che chiede dalla vita e prega per la buonasorte o una risposta filosofica, prega per il Buddismo, l’Induismo, l’Islamico, il Cristianesimo e per assurdo prega anche il ‘“terrapiattista” una nuova filosofia di vita che nel suo credo esiste solo se stessi e dice che la terra sia piatta e convinti che tutti gli uomini del mondo siano strumentalizzati, manipolati e ingannati, e ancora si prega per più di altre ottocento ‘Credenze religiose’ o semplici ‘usanze di costume’ sparse nel mondo, persino si prega per un dio del male, molto più potente di cento ‘Mefisto’.

C’e anche chi crede solo in se stesso e pregherà per sè relegando la possibilità di unire il suo cuore ad un altro… a altri, ma è una scelta, pertanto priva di ‘giudizio’… che chi possa giudicare un altra persona qui sulla terra con il diritto sacrosanto di farlo io, ancora non conosco.

La preghiera è chiedere un qualcosa a qualcuno, alla Natura, alla vita, e da qualunque parte del globo o delle stelle dove hanno pregato anche gli astronauti “parta” la preghiera, lo stesso sarà sempre dal cuore anche più acido, perché una preghiera è “chiedere” e non può venire che da lì.

Il cuore è comandato dal sentimento dell’amore e la mia risposta al riguardo é Dio. che è Amore. Questa è la mia risposta di preghiera, ognuna e ognuno Persone possono cambiare la risposta in mille modi, ma all’Amore ci credono tutti. Preghiera un modo come un altro per chiedere venia al tempo che inclemente incalza, nuovi eroi o presunti tali che si identificano nel nostro immaginario per dar spirito alla nostra esistenza, coraggio per continuare nell’estenuante lotta alla ‘vivenza’.

Purtroppo gli eroi non sono sempre chi dice di esserlo… anzi quasi mai. Si mascherano da eroi per far ‘perdere le loro tracce’, in realtà sono spesso approfittatori o disperati in cerca di aiuto senza avere il coraggio e l’umiltà necessaria per chiederlo e cercano di infondere fiducia a chi in loro la ripone. È la storia di Claudio, un eroe senza colpa se non quella di essere un ingenuo e ignaro partecipe di un ‘destino’ cucitogli addosso e dipinto per Lui, oppure un eroe senza onore. Claudio un eroe mascherato ma non come l’Uomo Ragno, la sua faccia era pulita e bellissima quando si presentò in quel 27 Luglio 2017, apparentemente pareva non portasse nessuna maschera. Il signor Claudio con secondo nome che ricordava il mare e un cognome che non si dice. Un ‘signore’ distinto, alto 1.80, fisico asciutto con vita stretta e spalle larghe da ex pilota di automobilismo privato qual fu.

27, 7, 2017… tre 7, doppio ‘2’, uno ‘o’ e un solo ‘1primo’, un bell’intrigo di numeri, bisognerebbe saperli ‘sbrogliare’ con l’aiuto degli astri, e di ‘Mago Merlino” ma non esistono né uno né l’altro se non nella fantasia, e allora adesso più di tre anni dopo che fare? Le ho provate tutte… e non so ancora se sono stato gabbato o se arriverà prima o poi un lieto fine… mi ‘rimane’ la Fede, quella del cuore e null’altro. Otterrei la risposta che ancora non mi sono dato del perché ho scelto Claudio come nuovo ‘eroe’ a quasi sessant’anni d’età.

Sto fumando una sigaretta nel tanto che sorseggio mezza tazzina di grappa…. cosa che faccio da anni dopo ogni pasto, è l’appagamento di tutte le cose che vorrei, ma non riesco a fare. Fumare un sigaro e bere un ‘goccio’ di grappa è lo scacciare cattivi pensieri… è tirare giù la saracinesca di una bottega a sera inoltrata. E allora c’è tempo per pensare e sentire quello che altrimenti non puoi udire. Sul ‘solito’ balcone di casa, sento l’annuncio con il suono delle campane del paese che daranno i rintocchi dell’ora in cui mi trovo. Sono le otto, otto rintocchi che si susseguono inseguiti da altre campane che vogliono dire la stessa melodiosa cosa contemporaneamente.

Si sente chiaramente il melenso suono dei rintocchi del pesante batacchio che picchia sulla campana. Un tempo si sentivano così bene solo di notte le campane, quando il silenzio aveva gremito metà del mondo anche se in genere, era meglio che a vent’anni non si sentissero affatto quelle campane, a parte l’essere di notte in riva al mare in compagnia della luna e di un amore che stava nascendo, per il resto a quell’ora era solo essere volutamente incoscienti e il suono di campane che annunciavano lentamente ma inesorabilmente la fine dell’incoscienza spesso cercata e desiderata, più che piacevole giungeva stridulo. Adesso si sente chiaramente il suono armonioso delle campane, c’è il covid a tenerci stretti i nostri più reconditi sopiti sentimenti. C’è covid in cattedra signori, e il suono delle campane non ha ostacoli, non si sente più il frastuono della vita che intralcia l’annuncio sonoro che ti fa sentire ancora al mondo a quella tal ora. Dopo questa catastrofe batteriologica ci rimarranno molte ferite, e non ci scorderemo mai più il suono delle campane e delle sirene. C’è il covid19 e c’è Claudio ancora “posteggiato” in Africa con tutto il seguito della banda Bassotti che lo seguono da casa… in Italia.

Sono passati tre lunghissimi interminabili anni da quando scelsi un nuovo eroe nella mia vita, per inganno o malasorte quel giorno che conobbi Claudio si travestì da Robin Hood, colui che in Inghilterra nella Contea di Nottinghamshire si rifugiava nella sua foresta di Sherwood dopo ogni furto perpetrato ai danni di ricchi Lord a beneficio dei poveri nei villaggi martoriati da tasse sempre più pressanti.

Vidi per la prima volta Claudio con questo tipo di sguardo… era vestito di verde, arco e frecce in spalla e cappello con piume di fagiano ai lati, come quello degli Alpini anche se con la tesa più lunga sul davanti del viso… Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri e io che non ero povero in canna, ma zeppo di debiti e guai del mio travagliato passato vidi come il più bello dei miraggi la proposta che quel giorno mi fece ‘RobinClôd’, fu come se nel mentre parlasse guardandomi dritto negli occhi senza mai abbassare lo sguardo nemmeno per un battito di ciglio, i miei guai fossero d’incanto finiti… pensai. Finalmente mi dissi, con questo nuovo “eroe” posso cambiare vita e dedicarmi solo a scrivere libri. Claudio parlava spiegandomi nel dettaglio il motivo della sua richiesta che poi tanto per non cambiare, era di denaro… ed io guardavo le sue labbra che si muovevano frenetiche del voler dire, ma invece vedevo una casetta di legno sulla cima di una collina e sotto di lei la vastità di un mare agitato…

Ero al sicuro tra le sue pareti, le alte onde schiumanti di rabbia non mi potevano raggiungere. Scrivevo su di un tavolino con carta e penna e un bicchier di vino accanto al camino acceso dove davanti erano ‘acciambellati’ i miei due cagnolini sui loro cuscini, e la mia adorata compagna fumava beatamente una sigaretta davanti alla finestra di tanto in tanto rabbrividendo a osservare il gelo fuori che faceva a pugni con il dolce tepore di dentro.

Dovetti gioco forza tornare nella realtà all’interno del locale… Claudio era nei dettagli della sua richiesta… e anche non lo ascoltassi più perché l’avevo già vestito con calzamaglia e blusa di flanella color verde e piume in testa, in quei momenti ero altrove con la mente e con il cuore.

Avevo già accettato… aveva già accettato per me la mente che aveva prevalso sul cuore e il cuore suggerisce sempre di avere pazienza per ponderare con diligenza ogni singola proposta. Ma mi piacque Claudio, mi piacque a prima vista. Era vestito con pantaloni grigi ben stirati con la riga nel mezzo, camicia azzurra con colletto steccato azzurro modello antecedente di una abbondante decina d’anni come del resto i calzoni e i mocassini… ma tutto ben curato, riga nel mezzo, colletti stirati e mocassini tirati a lucido di fresco.

Il giorno prima dell’appuntamento con il mio “nuovo eroe”, ricevetti una telefonata da Dario. Dario lo conobbi un paio mesi prima per via di Ugo che me lo presentò. Ugo un ancora relativamente ‘giovane’ ex politico con un passato alle spalle come primo cittadino più giovane d’Italia, oltre essere stato una pedina importante per un movimento politico del nord Italia, coraggio da leone per gli “affari”, forse agnello davanti all’evidenza… come Claudio… molto fumo… poco arrosto.

Ugo quel giorno di due mesi prima conoscessi Claudio, mi presentò l’ing. Dario che era accompagnato da un altro ingegnere, Vinicio, un aspirante attivista politico, una persona garbata nel linguaggio e nei modi, distinto professore insegnante che non ho mai capito bene a chi è per cosa facesse da docente, del resto è impossibile capire perfettamente un politico, della lingua biforcuta dei serpenti è impossibile conoscere esattamente il suo muoversi, gli occhi della brava gente sanno focalizzare solo una lingua per volta… Ugo, forse l’anello di tutto l’intrigo, forse un ignaro attore assoldato dal destino… chissà se si saprà mai la verità. Sarebbe bello poterla conoscere… la verità, non per vendetta o per colpe strane, ognuno viene attratto da un qualcosa di particolare nell’accettare una determinata situazione di vita. Ognuno è libero di scegliere cosa fare e per chi è cosa farlo. Inutile quindi addossare responsabilità con una graduatoria il più malvagia possibile, tutti hanno colpa dal momento in cui hanno partecipato nell’attrattiva della conquista di denaro facile e “veloce”.

Sarebbe come voler imprigionare il destino dopo un lungo processo che dura da anni. Il destino è fatto di momenti, e questi sfuggono veloci ad ogni minuto che si trascorre perché il tempo vola. Non si può processare il destino perché o è già passato o non ha ancora da venire… il futuro non ci è dato conoscere. Non c’è niente e nessuno da processare se non se stessi.

Conobbi Dario e Vinicio in un paio di appuntamenti che mi proposero presunto lavoro o affari, io mi presentai da loro con Egidio, un dott. commercialista conoscenza di un passato nemmeno troppo remoto, essendo stato super revisore contabile del l’allora studio dove tenevo la contabilità, pensai così di farmi aiutare per colmare alcune lacune nella mia memoria in merito al lavoro che avrei dovuto eventualmente svolgere per il ‘docente’ e l’ingegnere. Fu così che io e Egidio venimmo presentati ad alcune persone per appunto presunti lavori, feci la mia offerta e non ricevetti nessuna risposta positiva in merito, uguale, perdita di tempo in questa e quell’altra fabbrica per molti giorni, pranzi e cene sul gobbo, benzina consumata dalla Jaguar di Egidio. Un mese quasi due di questo tira molla e poteva già bastare l’aver capito che si trattava di cose campate in aria a parole ma non di fatti concreti. Dario al primo appuntamento in quel grande centro commerciale alle porte di Milano, dopo avermi esposto l’affare che avremmo potuto concludere con il primo industriale che ci fecero incontrare, mi parlò consecutivamente di altri cento “ presunti affari” e ogni uno era più consistente dell’altro nella misura economica e questo mi lasciò molto perplesso… troppa Grazia S. Antonio… poi mi parlò di se e di come mi avrebbe firmato documenti importanti per la modica spesa di una cena per due in un ristorante qualunque casomai mi fosse in futuro servito quel tipo di servizio, in pratica passò dal propormi affari da milioni di euro a ‘cose’ da poche centinaia di eur, in aggiunta al peggio prima che ci lasciassimo mi chiese 200€ perché aveva smarrito il portafogli o l’aveva dimenticato a casa. Certo non fu un buon segnale, anzi fu un “buon campanello d’allarme”.

Forse mi ingannò il fatto che nel frattempo, tra un perdita di tempo e l’altra, venni allettato dall’affascinante proposta che mi fece Vinicio, quella di entrare in politica con un immediato ruolo da leader, così che mantenni un legame di amicizia con i due ‘allegroni’ nonostante la cattiva impressione che io e Egidio giustamente si fece su di loro. Nei mesi a venire, dopo parole che erano scorse come un fiume in piena, promesse e gratificazioni verbali, mi resi conto che il buon Vincenzo mirava solo a impostare tra le sue fila, un numero consistente di persone che praticamente dovevano costruire il muro su cui si sarebbe eretto il “busto” della sua presidenza… e gli altri ‘sotto’, molto ‘sotto’… semmai si sarebbero visti ancora.

Purtroppo questo avvenne qualche mese dopo che feci il “grande affare” della mia vita con Claudio nel senso di disfatta totale e quindi anche mi resi conto di aver fatto da giullare a Vinicio, la “frittata era di già fatta. L’avevamo già fatta ed eravamo in buon numero di persone anche se a pagarne le conseguenze siamo solo io e in minima parte il malcapitato Egidio… e chissà quando e come potrà mai finire, iniziò tutto con 300mila€ per passare a2milioni, 2milioni e mezzo di euro che avrei dovuto percepire e non presi mai se non in sogno, in compenso un mezzo milione di euro mi rimasero sul gobbo da restituire a persone che pretendono gli si renda il tutto con minacce e interessi vertiginosi.

… il giorno prima dell’appuntamento con Claudio, una telefonata da parte di Dario. Dario? Era quindici giorni che non mi tormentava più con presunti affari milionari… e prestami 100€ o prestami l’auto che la mia l’hanno sequestrata i vigli perché ero sprovvisto di assicurazione obbligatoria… mi diede un appuntamento il giorno dopo promettendomi che non mi sarei pentito quella volta, mi promise che si trattava di “cosa” sicura e comunque avrei deciso liberamente dopo aver parlato con un ‘industriale’ se mi fosse o meno interessato alla loro proposta. Parla con il signor Claudio mi disse al telefono, è un affare da fare semplice e “sicuro”. Signor Claudio, “il Robin Hood”.

Così il giorno dopo, un giorno d’estate, avendo accettato la proposta di Dario, mi presentai all’appuntamento che fu a Bergamo nello studio di Egidio che divideva con un altro commercialista che di fatto era il proprietario dello studio associato. Aspettai Claudio e Dario sulla strada assolata di luglio e di lì a poco dopo le 16, vidi un auto che si avvicinava e parcheggiava ai miei piedi. Scese Dario l’ing. distinto fintanto che non apriva bocca, accompagnato da un altra persona di piccola statura che disse poi di essere Omar, un amico commercialista di Claudio che con la sua presenza, voleva sigillare e avvalorare le parole che mi sarebbero state dette al riguardo “dell’affare della mia vita” e dal momento che l’appuntamento era nello studio del mio amico commercialista, probabilmente ha pensato di poter essere utile nel confermare con dati tecnici il ‘parlare’ di Claudio che anche lui nel frattempo scese dall’auto.

Claudio si presentò con un caloroso stretta di mano, mano morta da Omar e un semplice cenno con sorriso da Dario. Primo campanello d’allarme prima ancora che si salisse i due piani del palazzo che portavano allo studio di Egidio… io li, mi spiace non salgo disse il sign. Claudio, scusate ma anni or sono ho avuto un brutto dissapore con il proprietario dello studio… tale Pinco e Pallino associati… niente da ridire non fosse che nel dirci questo non aveva un viso sereno come chi ha avuto un semplice ‘dissapore’ con qualcuno, era piuttosto il volto preoccupato di una persona inquieta. Dirottammo al di là della strada l’appuntamento, chiamai al telefono Egidio e gli chiesi di scendere al bar di fronte il suo ufficio. Il bar era curiosamente inserito nel contesto di un negozio che vendeva cibo e accessori per cani e gatti, ma ci consentirono lo stesso di sederci in uno dei loro tavolini per bere un caffè. Tutti seduti, io, Giorgio e la Banda Bassotti al completo… peccato solo non ci fosse il commissario Basettoni insieme a Topolino, la storia che stava per iniziare, avrebbe avuto ben altro felice epilogo.

Dario lo voglio paragonare “al Conte” di Alan Ford, un nobile decaduto che avrebbe venduto ghiaccio al polo nord pur di intascare qualche soldo, con la sola differenza che il Conte Oliver era intelligente, Dario un disperato che rimase in disparte al cerchio creato dagli altri astanti intorno al tavolino. Ancora da scoprire dopo più di tre anni se era Giuda che prese 30 denari, o fosse in buona fede pensando di guadagnare soldi facili.

E Claudio iniziò a parlare del perché della richiesta d’appuntamento. Per “indorare la pillola”, si identificò dapprima come un ex industriale che acquistò a suo tempo lotti di terreno per la realizzazione di immobili e villette a schiera in punti disparati nella nostra regione lombarda, e non mancarono certo i nomi altisonanti di industriali che avrebbero lavorato con lui nella realizzazione, ancora oggi sono persone rispettabili nel loro settore edilizio… e ok! “la supposta era entrata”, poi finalmente arrivò al nocciolo della questione. Claudio disse che inseguiva un progetto da anni e vi aveva investito quasi 400mila€ e la ragion per cui si trovava al nostro cospetto era che per la risoluzione del problema doveva avere ancora 110mila€ per poter ‘sbloccare la situazione. Si trattava del fatto che dopo estenuanti pratiche burocratiche era quasi riuscito ad ottenere l’appalto per la costruzione di un edificio ospedale a Malta. Si trattava di un ultima trance per accedere al tesoro di Alì Babà segregato nell’isola del tesoro, Malta dove sarebbe sorto un ‘edificio’ ospedale perché in realtà doveva essere una clinica specializzata per la riabilitazione di chi paraplegico o infermo totale potesse “indossare” l’apparecchiatura Metallica che li facesse camminare autonomamente sorreggendo il corpo. Due mesi… Massimo tre dove il cliente per la degenza sarebbe stato trasferito nei confortevoli locali di un castello da restaurare proprio a poche centinaia di metri, anche quest’ultimo compreso nel progetto. Per “sole” 2500€ al giorno per 60/90 giorni il paziente infermo diventava Lazzaro si alzava e camminava.

Costo totale dell’opera 100Milioni di euro che sarebbero state immediatamente versate nelle tasche di Claudio e Stefano, un tipo ora in pensione che diceva fosse stato “uno” che lavorava per un ente di sicurezza internazionale, gli venisse ordinato, trasportava da un capo all’altro del mondo una valigetta che consegnava rigorosamente chiusa, a Ministri e Segretari di Stato, senza che fosse mai a conoscenza del contenuto della valigetta nera 24ore, anche se in realtà per via di pettegolezzi di palazzo dove aveva sede la sua agenzia d’intelligenza, sapeva benissimo che non sempre la ventiquattr’ore nera conteneva dei documenti, spesso c’era il contenuto economico sotto forma di pietre preziose per poter scatenare una “piccola guerra”, o al meglio ma sempre peggio, poteva contenere la garanzia di una vita agiata a chi si fosse impossessato del suo contenuto. Insomma, Stefano il socio di Claudio che operava direttamente da Malta e si spostava a Bruxelles o in Belgio a seconda di documenti da procurare e far vidimare. Cento milioni di eurocasch per ‘99’ anni di usucapione e sfruttamento dei beni terreni e immobili con annesso il beneplacito da parte del municipio per la realizzazione e l’urbanistica dei fabbricati, ‘99’ nove anni, Claudio ci vide la sua vita e ci vide anche il futuro per i propri figli e nipoti… i pronipoti avrebbero vissuto di rendita pure loro.Ma torniamo all’allegro convitto riunito di tutta la Banda Bassotti, a grandi linee avevo capito, a Claudio servivano 100mila€ per sbloccare una situazione che gli era già costata di tasca propria quasi 400mila€, e 10/ 15mila€ per sostenere le spese di viaggio e consegnare il denaro da un commercialista a Bruxelles che si sarebbe immediatamente attivato per la risoluzione del contratto. A voi, disse Claudio rivolgendo lo sguardo a me e il resto della combriccola, vi corrispondo entro 4/5 giorni 50mila€ di più di quanto mi darete.

Passarono un bel po di secondi tra lo stupore generale, smisi di sognare, non vedevo più la casetta di legno sulla scogliera, vedevo distintamente il viso senza un filo di barba di Claudio, come ripreso da un pensiero veloce che mi era balenato in mente, mi rivolsi a Egidio, Omar e Dario chiedendo loro se per cortesia potevano allontanarsi da me e Claudio per qualche istante. Per niente stupiti così fecero e si diressero al banco per bersi un altro caffè lasciandoci soli.

In pochi secondi avevo già fatto i miei conti, guardai Claudio fissandolo dritto negli occhi e gli dissi, signor Claudio, lei è una persona che ispira fiducia so che ha una bella famiglia con tre figli e una bella moglie, si presenta bene e mi sembra sincero, però ho da farle una controproposta. Lei per questa situazione ci darebbe la somma di 50mila€ che per 4 o 5 giorni è una cifra importantissima, molto al di là di qualsiasi interesse legale esistente al mondo, ma io in cambio ho da dirle altresì che in questo momento le banche danno soldi solo a chi ne ha già di suo e 110/115mila€ adesso probabilmente le darebbero solo al primo ministro italiano ma solo con adeguate garanzie. Quindi 50mila€ sono tante ma divise in due o tre persone che riunirò per racimolare la somma, non cambiano la vita, diventano relativamente poche, quindi io le propongo che accetto di cercare di trovarle la somma che Lei chiede a due condizioni, cioè che oltre le 50mila€ mi faccia un prestito personale di 300mila€ che mi defalcherà mano mano dal lavoro che io verrò a fare con le mie squadre di elettricisti, muratori, imbianchini e idraulici per la sua clinica prima, e poi per sistemare il castello per la degenza, la seconda condizione e che non posso trovare il denaro se non in una buona quindicina di giorni. Non mi importa di imbarcarmi in questa storia per guadagnare (si fa per dire) 10.000mila€ e inoltre sono stanco di fare cose losche, ho già pagato il fio di troppe stupidaggini che ho compiuto in passato, con quel che le contropropongo mi sento più tutelato e sopratutto sarà tutto certificato come per legge. Inoltre chiesi che per garantire l’operazione Claudio firmasse alcuni assegni senza data con l’importo iniziale pattuito, e questo fu il primo problema, disse che in banca a Bergamo non aveva movimentato il conto ormai da anni essendo che operava all’estero i suoi interessi, al che mi fece una controproposta, cioè di darmi assegni di una sua parente che all’epoca era impiegata con un ruolo di alta responsabilità in una importante industria bergamasca. Tre assegni con la modica cifra di 50mila€ cad. Accettai pensando che fosse solo per garanzia ovviamente, anche perché oggettivamente assegni di un così elevato importo, non potevano certo essere riscossi perché non v’era una fattura e perciò non giustificabili fiscalmente, una formalità quindi. Claudio con pochissimi attimi di esitazione, quasi come facesse parte di un copione non dover dire subito si, mi allungò la mano attraverso il tavolino attendendo la mia in risposta, ma lo fermai e con un cenno richiamai gli altri dal banco bar e solo davanti a loro dopo aver spiegato velocemente il nostro nuovo accordo strinsi la mano forte di Claudio. Una bella stretta di mano a sigillo di un accordo che non fu mai rispettato dal bell’uomo sbarbato, ma questo fu solo l’inizio di un lungo, lunghissimo Calvario che non ebbe solo “3 cadute” ma “30” come i denari d’argento di Giuda avuti per un tradimento che voleva comprare un campo… e invece si impiccò ad un albero secco come era l’umore della sua anima nel momento di voler espiare la colpa, il respiro dell’anima.

Si fanno quasi un centinaio di respiri in un ora, come lo sbatter d’ali d’un secondo di un colibrì in volo. Quasi cento volte, il battito di un cuore umano che batte in un ora, non di un colibrì, quello batte in una vita milioni di volte più del nostro. Il respiro è la vita, ed è Lei stessa che ti prende per mano regalando il primo respiro, e lì si fa padrona del resto dei respiri che verranno in una esistenza.

Implacabile e veloce la vita corre e trascina con se in un tunnel sin dal primo respiro. Il famoso tunnel, che la scienza chiama ‘buco nero’, oltre quale il nulla, quel buco nero che vede ogni morituro e ne testimonia l’esistenza chi riesce ad uscirne miracolosamente indenne… e dice di aver visto la Luce oltre il nulla. Un tunnel che la vita percorre con un vortice intriso di gioie e dolori, per questo i respiri di un uomo a volte sono turbati e affannosi, altri gioiosi e sereni. Bisogna prendere il giusto ritmo della vita per respirare meglio, bisogna là si lasci correre e noi rallentare per ammirare un tramonto che si è lasciato alle spalle… aumentando i respiri solo quando arrivano al cuore che ti vuol far conoscere l’Amore.

La vita è bene farsela amica, Lei non morirà, per questo non invecchierà dispensando giovanili consigli a chi avrà buone orecchie per saperli ascoltare. Se invece la vita sta stretta come un abito di due taglie in meno a chi la indossa, non potrà di certo godere di un consiglio amichevole da mamma vita, che al contrario comanderà che il vento sparga per il mondo la vanità che ha trovato nel suo continuo vagare nel cercar di raggiungere i cuori degli uomini con verbo di verità.

Dare vita alla vita, è respirare, meglio sia un sano respiro, sincero che non trema, amorevole, che sussurrato in un orecchio sa far fremere per essere amato. Il respiro ci segue accompagnato dalla vita ed entrambi fanno respirare l’anima. Il respiro dell’Anima, involucro di emozioni che si travestono da cavalieri della mente che montando il loro nobile destriero cavalcano mondi ignoti nascosti negli angoli più remoti dell’inconscio della mente la quale non riesce a trattenere l’impeto di ciò accade e lo rilascia al cuore che la trattiene quel tanto da sapere se è cosa buona.

E stato un anno da non scordare mai più. È stato un anno che ci ha tradito sin dal principio dicendo due volte “chi ha venti, ha vinto”, un anno che ha collaudato la stupidità umana a braccetto con l’impotenza. Governanti incapaci, tv spazzatura, social addomesticati per ‘intontire’ la gente, falsi ideali mascherati da personaggi che hanno svilito la morale faticosamente conquistata nel corso dei secoli scorsi a partire dai contadini dalle mani rugose, il lavoro che premia sempre meno i deboli ingigantendo l’ovile degli emarginati e arricchisce a dismisura poche persone che erano già ricche di loro. Una nazione che quest’anno ci ha tolto il respiro portando nelle case di tutto il mondo un nemico invisibile, un continente con gli occhi a mandorla che secondo le previsioni ha anticipato di cinque anni il diventare la prima potenza mondiale scavalcando di fatto “50” stelle. Un anno dove non sono cessate le guerre, ma le hanno imbavagliate con un problema maggiore e sono sempre più ‘accese’.

Non é stato un buon anno, ma lo stesso non è che l’epilogo di un uso smodato e insensato del nostro pianeta che dopo essere stato surriscaldato sciogliendo la vita ai poli, spogliato di foreste, deturpato e vilipeso in ogni dove, grazie all’immensa alterigia umana, ci ha fatto quest’ultimo “regalo” inquinando l’aria di tutto il mondo con un virus… era solo una questione di tempo ed è successo ora. Ci sono rimasti gli abbracci non dati, ma mai così tanto desiderati, la cupidigia sopita in ogni cuore, la solidarietà del vicino di casa che prima non si conosceva se non per nome, e i luoghi di culto sempre più assiepati. Ci ricorderemo di cambiare la rotta che ci porta verso le isole ammaglianti delle sirene di Omero, e tutto può avvenire in un sospiro che entra nel corpo per far respirare l’anima.

E di nuovo si ritorna all’estate del 2017. Sono passati 15 giorni dal ‘patto’ e con comprensibile indulgenza, i finanziatori, e io, l’eletto responsabile di tutto nel bene e nel male, aspettavamo con ansia ogni giorno la telefonata da Claudio, diceva che era insorto un intoppo burocratico e per questo si ritardava il giorno per firmare i vari contratti in uno studio di Bruxelles per “99” anni di concessione a costruire e rifacimento del castello della clinica a Malta.

Insomma Robin Hood era in sella al suo Mustang e dalla foresta di Sherwood si trasferì per incanto in una vasta prateria davanti agli occhi. Cento altri cavalieri coloni americani accanto a lui alla distanza di un miglio l’uno d’all’altro, tutti pronti per il via che veniva dato da un colpo di pistola… stava ad indicare che la corsa aveva inizio. Allo sparo si spronavano i poveri cavalli, che stramazzavano al suolo dopo che sfiniti non avevano più forze e fiato. Lì, dove il cavallo moriva, era il punto estremo di terra raggiunto dal colono e quindi di diritto conquistato per gentile concessione degli Stati Uniti d’America. Disdetta solo che mentre i coloni correvano a spron battuto per conquistare proprietà terriera, pur sapendolo, ignorarono totalmente che il popolo fiero dei Pellerossa Indiani d’America fossero i legittimi proprietari da secoli e secoli prima ancora di Tex Willer.

Claudio era lì, come fosse davanti al cordone di partenza del palio di Siena montando un cavallo senza sella e a briglie quasi sciolte, che schiumava rabbia dalla bocca. Era lì a sostenere la squadra che l’aveva eletto primo cavaliere di una importante contrada di Firenze. E ci fu un altro campanello d’allarme… RobinClod non era esattamente un fantino con i suoi “182” centimetri d’altezza. Ma oramai il primo acconto di 62mila€ era già stato versato da Gianni tramite regolare bonifico bancario, dopo venti giorni di insistenza da parte mia…io, il responsabile, il ‘poveraccio’ ricco di parole e ottimismo gratuito per tutti. A quei “62” si erano aggiunti 25mila€ che Giorgio il commercialista amico mio, riuscì a ‘trovare’ tramite un altro suo amico che conosceva altri amici… il direttore di una importante sala ludica in città, un industriale sulla soglia del tramonto per raggiunti limiti d’età e quindi poteva usufruire per poco tempo di una parte della sua liquidazione, e furono versate altre 25mila€ rispettabile artigiano di nome Andrea faceva il responsabile per loro, lo stesso che io feci per altri. 112mila€ già versate con regolari bonifici bancari. Casuale, finanziamento.

“15” giorni di ritardo per firme e controfirme su documenti internazionali, poi altri “15” e inizio degli estenuanti “abbi fede” rivolto quotidianamente ai primi due partecipanti dell’avventurosa impresa economico sociale al quale si unì una terza persona, il sig. Battista che convinsi a versare il rimanente della somma chiesta da RobinClod, cioè 28mila€ di cui 18mila€ dopo circa tre settimane dalla partenza del nostro “paladino” che pensai io al recapito mediante bonifici bancari nella unica banca in città dove Claudio in passato aveva operato con ingenti somme di denaro per i suoi affari da grosso impresario edile e che adesso non gli rimaneva che il triste ricordo ma conservava per sua fortuna, ancora il numero di conto corrente.

Nel frattempo per non stare con le mani in mano, presi contatto con un amico capomastro che con la sua squadra avrebbe eretto mura, un altro amico elettricista per la delicata operazione di istallare apparecchiature sofisticatissime, e poi in famiglia mi rivolsi per chiedere una squadra di isolatori addetti alla coibentazione e insonorizzazione delle varie sale con materiali termo isolanti, e di certo non poteva mancare il falegname, e scelsi una persona a cui dovevo del denaro da tempo e intendevo così appianare il debito. Ci credevo in quel che stavo facendo e ai tre iniziali finanziatori davo sempre parole di conforto e speranza spiegando ciò che Robin spiegava a me in modo più che soddisfacente con regolari telefonate per il prolungarsi della “operazione”.

Ci credevo a tal punto che alla gente che reclutai per i lavori da eseguire alla realizzazione della clinica, avevo detto loro che sarebbe stata una specie di lavoro-vacanza, in trasferta per alcuni mesi, lontano dalla routine quotidiana di sempre e… lontano da mogli e figli che si amano sopra ogni cosa, ma tra i trenta e quarant’anni d’età media di ognuno, era bello ‘scordarsi’ del proprio nucleo famigliare, un po’ come succedeva nelle feste di paese dove veniva ‘concesso’ agli uomini almeno per una volta la settimana di bere vino e birra in misure abbondanti in compagnia di altri allegroni… e sono ancora qui che ‘la racconto’ tre anni e mezzo dopo.

È tutto innevato. Cadono frotte di neve dai rami spogli che piegati dal peso si liberano da esso. Tutta la città è coperta da una coltre di neve. Sembra che abbia steso un enorme mantello per coprire le nostre disgrazie, sulle macerie di un nostro triste presente. Sembra come la neve abbia schiacciato a terra la pestilenza di un virus che librava felice nell’aria. La neve ha imbiancato i cuori e regalato qualche momento di pausa ai nostri timori. Beffarda, è arrivata senza possa essere calpestata e “sciata”, si è messa in cattedra e con il suo candore ammonisce il male scuro… la neve dice… sono io la cura, la Natura. Sotà la nif il pan… s’disia a Milan… e l’ha disia pô a la me mama” quand’era crocerossina nel “42” a Milano. Sotto la neve il pane, dicevano a Milano e lo diceva anche la mia mamma…

Mi immergo nel mio mondo cercando risposte che non trovo da tempo. Dei momenti con me stesso per ritrovare una serenità ora offuscata, ma tento costantemente di mandare via la nebbia dei dubbi, con larghe manate. È bello sentirsi padrone di qualcosa anche se consapevole, non si è padroni di nulla.

Siamo padroni solo di noi stessi e io per questo mi immergo nel magico mondo di alberi brulli che fan vedere solo il loro scheletro, così che i miei pensieri non si oppongano a foglie rigogliose, e scivolano fino a vedere più in là del mio sguardo. 

E sono in un mondo fatato, fatto di alberi luci, silenzio e come unico strumento musicale, il suono suadente del ruscello che scroscia gentilmente a valle.

Dei momenti da cui distogliermi da una realtà che mi opprime per come mi sia stata cucita addosso, ed io che con le forbici, non smetto tentare di tagliare il groppo, il nodo giusto che tagliato sbrogli la matassa della mia vita. È storia di tutti, è storia di vita, e ognuno nel mondo trovi qualche momento per se stesso per capire come si possa convivere rispettando il prosssimo suo come se stesso… c’è tutta la formula del saper vivere. Momenti in cui mi sono distolto dalla realtà che non sempre reggo, ma siccome ancor oggi rimango nel sogno che RobinClod ha creato nel mio essere… anche se adesso tutto è cambiato e tuttora presente. Non penso più alla casetta di legno sulla scogliera, penso solo alla felicità di poter rifondere i miei finanziatori, se così per gentilezza si possano identificare… penso con tristezza anche allo stesso Claudio, ha lasciato moglie e figli a casa dove oramai a questo punto esiste uno sfratto da tempo eseguibile ma solo rimandato per pandemia, e non bastasse la moglie sembra non ne voglia più sapere di Lui e mi fu detto che aveva forti intenzioni di tornare in Sardegna dalla madre. Non parlo più frequentemente al telefono con Claudio, adesso si trova in Africa che per stare in tema di dea… mooolto bendata, vi andò l’ultima volta tra la fine di Gennaio o l’inizio di Febbraio… qualche giorno dopo il suo arrivo, il mondo venne blindato e Lui in terra straniera fu “mascherato” in una “quarantena” che dura da un sacco di tempo… perché l’invisibile e “bianco”. Sapevo sarebbe finita in questo modo.
Mi immaginavo un futuro dove mi trovavo sommerso dalla neve in una baita d’alta montagna.
Viveri a sufficienza e persino la tv satellitare.
Vicino alla baita una stalla con dentro una mucca e una capra da mungere che per raggiungerle dovevo scavare un tunnel… le galline per le uova e l’asinello per il basto a primavera.
Sapevo che saremmo tutti finiti così sommersi dalla neve rifugiati in una baita soli con i nostri pensieri.
E siamo tutti lì dietro il vetro di una finestra ma senza puntare inutilmente nessun fucile contro un nemico invisibile.
Non manca nulla, o manca ancor più di prima ma le cose spesso vanno come devono andare malgrado la volontà personale e non si può che sperare in un futuro migliore… la libertà di quando pensavamo di stare peggio e che ora con tutta questa neve appare come sia stato il meglio.
Sapevo che finiva così, c’era troppo ‘male’ intorno, ed era solo una questione di tempo perché quest’ultimo atto autopunitivo diventasse una coltre di neve abbondante che ci costringesse a parlarci di nuovo da porta a porta, magari per chiedere un po’ di vino in cambio di un cotechino.
Ma tornerà il sole e scioglierà la neve che ha preso il colore dell’aria che culla e spande in ogni dove effluvi maligni senza colore, apparecchieremo di nuovo la tavola con una bottiglia di vino in giardino… stavolta senza scordarci di invitare il vicino che porterà un cotechino.
Sapevo che sarebbe arrivata una grande nevicata, a qualcuno lo disse una vecchia ferita, ad altri lo dice un callo, a me l’ha detto il cuore.

Ad ora, 11” mesi di banane e pollo, per il povero Claudio, parcheggiato in casa di uno dei suoi “contatti” con “l’affare” per cui si trovava lì nel Mali, e adesso che è in Italia è la fine dell’anno e ci sono gli O gradi ‘meno’, da Lui ci sono “40” gradi ‘più’ Povero Claudio… peccato solo che non abbia mai ricevuto una videochiamata con il suo viso in primo piano e alle spalle un bel casco di banane ancora sull’albero. L’unica volta che in una delle nostre sempre più rare telefonate osai chiederglielo, sorrise imbarazzato e mi disse che era una stupidaggine ma che lo stesso mi avrebbe accontentato… mesi dopo risuonava ancora nelle mie orecchie quella risatina isterica che feci esprimendo non solo il mio di desiderio ma sopratutto quello di altri ‘investitori’ che volevano almeno uno straccio di prova che avvalorasse la sua mancanza dall’Italia, ormai giunta ad un anno dall’inizio della pandemia del Febbraio e tre anni e mezzo dall’inizio avventura.

Un paio d’anni fa da una mia amica che gestiva un bar sul confine della città, diedi appuntamento a Claudio per uno dei tanti colloqui chiarificatori a quattrocchi, e questi si presentò a Claudia con il suo ineccepibile savoir fer, e poco dopo gli venne presentato anche il figlio che studia medicina. Poi dopo convenevoli vari, ci appartammo in un tavolino e dopo aver sorseggiato del caffè e parlato delle “nostre cose” c’è ne andammo. Il primo ad uscire dal locale salutando tutti fu Claudio, io mi fermai per un ultimo saluto a Claudia e suo figlio e Lei guardandomi dritta negli occhi, con fare severo mi disse… stai attento, quell’uomo, Claudio… è un ‘attore’… un grande ‘attore’ e suo figlio accanto annuiva con il capo per avvalorare il parere della mamma.

Con il senno di poi ripensai a quel “stai attento”, parole che mi rimbombavano in testa come tanti colpi di scopa che la mamma mi dava da piccolo quando combinavo una marachella. Siamo in inverno, fine Gennaio 2021, i giorni “della merla” i più freddi dell’anno e sto ancora aspettando di ricevere quella foto che lo avrebbe ritratto in calzoncini corti e camicia a mezze maniche, terra rossa sotto i piedi e pianta di banane con caschi rigonfi dei suoi frutti.

Ci sono stati altri “stai attento, quello è un attore”, il più insistente e ripetuto, veniva da Claudio, stesso nome, altra persona, un amico mio da sempre, in pratica amici da quando avevamo 13 anni e ci conoscemmo su quel ponticello dove io e mio fratello più grande ci fermammo e abbassando il finestrino con la manovella chiesi se sapesse dove era la via G. Acerbis, e Lui, faccia da presa in giro mi indicò un bivio davanti al muso della nostra allora lussuosa auto come a dire… sono arrivati i bulli da città e subito da bravi adolescenti in realtà ‘bulletti’ entrambi ci detestammo, ma siccome chi disprezza di bocca ama di cuore, di lì a pochissimo tempo diventammo buoni amici. Claudio è una brava persona come tutti con i suoi pregi e i suoi difetti e se il suo pregio maggiore è essere un gran lavoratore e persona attenta a spendere il suo denaro, uno dei suoi peggiori difetti era ed è tuttora il suo pessimo carattere che non socializza certo con chiunque e ciò gli procura un sacco di guai con il rapporto che ha con la clientela, gestendo con Mary e figlia un allevamento di cani. A nulla valsero tutte le volte che confidandomi con Claudio, il marito di Mary che inveiva contro di me dicendomi che Lui l’avrebbe preso a calci in culo quel presunto grande industriale e invece che soldi gli avrebbe detto di andare a lavorare come manovale in un impresa di muratori, perché mi stava buggerando.

Anche Sandro con quella sua barba bianca da saccente cinese, mi mise in guardia, anzi non mi disse nulla, disse tutto direttamente a Robin Clod nel suo ufficio il giorno che all’inizio di questa tribolata vicenda lo portai al cospetto di Sa, abbreviativo di come amo chiamare Sandro, sperando divenisse un nostro ‘finanziatore’ ma venne liquidato al primo appuntamento in ufficio perché chiese delle garanzie come ogni cauto imprenditore avrebbe fatto a fronte di una richiesta di somma molto importante… e Claudio ovviamente glissò adducendo mille scuse… anche allora non mi fu sufficiente l’avvertimento, ormai l’immagine della casetta di legno sulla scogliera a ridosso delle colline mi si era stampato indelebile nella testa.

Intanto i giorni passavano come coltelli affilati nei fianchi di una carcassa di cervo appena cacciato, guardare infliggere quei colpi è come si stringa lo stomaco a rigore di un disagio è così mi sentivo dentro nei più giorni di un mese. I finanziatori s’eran fatti impazienti dopo un mese di scuse o presunte tali avanzate da Claudio, che una reggeva l’altra, perché nessuno poteva conoscere in realtà che a Bruxelles si stesse aspettando quel ministro di quel paese che doveva apporre il suo benestare sui documenti ma cagionevole di salute non si sapeva quando potesse arrivare. Era difficile mettere in dubbio che dopo tre mesi la firma fu apposta ma per un tal motivo doveva essere autenticata da un super visore contabile che veniva dal Belgio e comunque aveva bisogno di essere “unto” con una beneplacita pacca sulla spalla a forma rettangolare di banconote nuove di zecca. Ormai si era in ballo e ci fu bisogno di un nuovo finanziatore, e chi li aveva già messi, cominciava a far la voce grossa con il responsabile in Italia. Io. Un nuovo finanziatore per gli altri partecipanti alla favola di Biancaneve che ancor oggi non è stata baciata dal rospo, una vecchia conoscenza per me che già da anni mi servivo e ‘Gli’ servivo con richieste di denaro. Tirai in ballo anche Jonny che ci “finanziò” in varie occasioni a partire dal ‘belga’… molte trance di denaro ogni volta discusso con le ‘cattive’ e a suon di impegni e con interessi non di certo bancari o postali per l’ottenimento fino ad arrivare a circa 70mila€ nel corso di tre anni, e da sei mesi a questa parte Jonny non caccia più una lira per RobinClod . E ancora era difficile dubitare che si fosse innescata un altra complicazione per la risoluzione del contratto ma si aggiunse una fantomatica società russa che aveva concorso all’appalto dell’ospedale clinica e bisognava si sveltissero ulteriormente le pratiche e manco dirlo a Claudio serviva altro denaro per la sua famiglia… in quell’occasione costò 4000€ l’iscrizione all’università di suo figlio… e poi serviva altro denaro per ‘ungere altre porte’, perché a Malta ci furono disordini politici interni cui, vide protagonista il ‘16’ Ottobre una blogger maltese impegnata in numerose inchieste e attiva contro la corruzione, fu assassinata in un attentato dinamitardo. Ciao Daphne.

Siamo fermi.

L’aria che ‘tira’ è quella che è, bisogna stare attenti a respirarla perché potrebbe rivelarsi fatale. In questo periodo della nostra vita, siamo tutti intimoriti dal susseguirsi di “cose” più grandi di noi e parecchi ‘grand’uomini’ si sono ridimensionati e se ne stanno a cuccia. All’inizio non ci si credeva a questo nuovo flagello pandemico, ma ora eccoci qua mano nella mano con tuttii continenti di questo mondo. Non è un buon momento per l’animo e lo spirito, i sorrisi si contano e i momenti di follia sono basiti. Viene alla mente di quando si era dei ragazzetti e si andava per ‘morose’, in quei momenti l’animo e lo spirito nemmeno si sapeva esistessero, perché da giovani si è sempre felici, anche nelle avversità. L’emozione del primo bacio, preparato e agognato da mesi e mesi se non di anni, non poteva essere disturbato da nessun elemento esterno, chimico o naturale che fosse. Semmai era un problema per i più grandi, noi non si aveva vent’anni e non c’era nessun motivo che ci potesse preoccupare più di quel ‘bacio’ da dare. Il look down imposto dai nostri genitori, era l’orario per tornare a casa la sera o la notte, che poi ci fosse stato il terremoto ad Avellino, ci toccava quel tanto di essere una brutta notizia e nulla più anche se qualcuno andò poi ad aiutare in qualche modo quella popolazione, ma in quel momento la disgrazia più grande era fare ritorno a casa. Non preoccupava niente di più non fosse che arrivasse la sera dei giorni ‘comandati’ per vedere la nostra fidanzata. Giorni alterni di visita in cui si passavano ore sul divano di casa, Lei e Lui seduti al centro mano nella mano, ai lati mamma e papà… il più bel momento era quando finito il film di prima serata, (che poi alla tv la seconda serata nemmeno c’era) la fidanzatina ti accompagnava giù nell’androne del condominio, e a quel punto erano fugaci baci e palpeggiate qua e là, se l’uomo in quel momento era atterrato sulla luna, c’avremmo pensato il giorno dopo. La fidanzata vuole essere moglie, nessun problema, nessun ostacolo poteva arginare la straripante boria dei nostri vent’anni, il lavoro abbondava, muscoli, cervello e cuore avrebbero fatto il resto. Unico look down non commettere crimini dal momento che il pane si aveva in abbondanza. Rimaneva solo che pensare al domani che era già ‘presente‘ nelle nostre mani. Adesso il look down ci è imposto. Nessuno si può muovere in determinate ore della nostra giornata. E i giovani? I giovani si buttano sui social e non sapranno mai cosa significa andare a gamberi con un lucerna ad acetilene di notte su per quella stretta valle attraversata da un torrente limpido, alle büse della Nesa. I giovani si “buttano” sui social e non sapranno mai cosa significa trovarsi in un gruppo su quella collina a mangiare una pizza margherita piegata in due fatta a pezzi in tre bocconi nell’attesa di incontrare le ‘belle’ quando la notte fa sentire il suo respiro. Respingere con tutto il proprio sapere il desiderio della tua ragazza o del tuo ragazzo, ogni loro richiesta di voler rincasare. Ancora un poco dai! Qualche minuto… e intanto s’era fatto notte quando baci e carezze non bastavano mai. Si faceva di tutto perché la ‘bella’ rimanesse ancora con noi in quel bel prato, arrivavamo bugie fin a promettere mari e monti. Adesso siamo in look down, pigiamo tasti per trasmettere emozioni.

Roccia e Minnye un pezzo pubblicato per facebook e il rimante per un nuovo libro.

Spalla del libro… o “spalle”.

Vorrei dire tante di quelle cose belle, che non so da dove cominciare. Ho l’animo in festa, mi sono procurato una quindicina di giorni di tranquilla sopravvivenza della mia famiglia, che è composta dalla mia inseparabile compagna di vita Susanna e dei miei adorati cagnolini inteso per piccoli Chiwawa, ma ahimè già adulti per i loro sette anni moltiplicati per sette. Roccia e Minnie, non li considero miei figli perché sono una delle poche persone al mondo che ringrazia Dio. di non aver potuto avere figli, nessun mistero, semplicemente non era mio ‘compito’ su questa terra, e l’aver trovato la compagna di vita che anch’essa non spasma dal desiderio di essere madre per lo stesso mio semplice motivo ha compensato perfettamente il Nostro status mente e corpore facendo sfociare tutto nel meglio che potesssi desiderare in amore in questa vita… del resto è una ‘scelta’ che fanno anche gli emissari di Dio. così come molte altre culture e religioni di altra appartenenza.

Quindi i cagnolini non si debbano considerare il ”cambio” dell’amore che una madre e un padre nutra per un loro figlio.
È un altro tipo di ‘cosa’… è un altro tipo d’Amore. Un fanciullo dona amore al primo sguardo e una madre nel corso della sua crescita lo vedrà con grandi sorrisi ma saranno anche pianti e lamenti.

Un Cane ti dona Solo Amore dal primo giorno che lo vedi grande come un pacchetto di sigarette, a quando per bere sta seduto sulla sua grossa pancia e gli occhi gli son fatti languidi e traboccanti d’amore, fino alla ‘fine’… senza lamenti e pianti… solo un imbecille può trattar male un Cane, una persona senza cuore ne per se ne per gli Altri.
Imparagonabile l’Amore che una Madre e un Padre nutra per i propri figli, imparagonabile all’amore che si dà a un cane, sono due ‘cose’ diverse è un altro tipo d’amore… andrebbero uniti.

Sono una coppia di cani, in questo caso una femmina e un maschio. Loro si amano a tal punto che per dimostrarlo si fanno volutamente del male. Piccole scaramucce da cani affezionati uno all’altra per incontrare il sorriso del “padrone”. Innocenti dimostrazioni di forza, un po’ come fanno i leoni che copulano mordendo dolcemente il collo della leonessa, ma anche se i possenti ruggiti che emettono durante la ‘copula’, fan  tremar le ossa, nulla si frappone nel loro istinto al godersi momenti d’estasi impagabili.

Comincia tutto quando il Roccia poggia tre pezzetti di biscottini sul divano e li controlla seduto ma, in seria posizione.   È stanco, ha mangiato da poco e al dover sbafarsi anche quei tre biscottini, gli si antepone l’usarli per adescare la curiosità è così infastidire la sua cagnolina.

Forse è per stuzzicarla e avere attenzioni particolari che escogita invogliare la Minnie a desiderare ardentemente i suoi biscottini, e ovviamente il ‘macho’ aspetta che lei abbia divorato la sua parte. E il Roccia i suoi biscottini rimasti, li sorveglia con sguardo fisso ma con il capino rivolto verso di lei. Continua a sorvegliare i biscottini con occhietti sempre più spenti e oramai come fosse una bilancia a cui gli venga tolto il peso per gradi, e lentamente l’ago pende sul Roccia, il corpulento maschio alfa di Chiwawa di ben quattro chili. Pende il “capino” da una parte appisolandosi e di scatto a tratti lo rialza… è come si suol dire, pesa le mele. A tratti gli si chiudono gli occhietti per riaprirsi nervosi ad ogni sussulto al solo volar di mosca.

Ōl Rociā āl  pisâ  i  pōm (il Roccia pesa le mele)  e si perde nei suoi pensieri che pagherei chissà quanto il poterli conoscere… sopratutto quando ho bevuto una tazzina di grappa e fumato un sigaro.

Probabilmente non c’è nessun pensiero nel ‘capino’ del mio Rocìa, e ancor di più “pagherei” per poter conoscere dove si ‘trova’, in che ’dimensione’ si trova’ con i pensieri… se pensieri sono, e ancor di più m’intrigo. Di qualunque cosa si tratti, si tratta di beatitudine celeste, uno ‘stadio’ che qua sulla terra raggiungeremmo solo con la santità… perciò pagherei… e molto.

La Mini, non fa cenno di resa, è come lo lasciasse giocare e finge un sonno sveglio anche perché non si sente un granché bene, gli duole una zampetta o forse finge gli faccia male perché non mostra segni di gonfiore ma fa comodo farsi compatire… una carezza in più per lei è una in meno per il Rocìa. Altra estenuante diatriba fra il loro contendersi le maggiori attenzioni dalle persone che li accudiscono amorevolmente… che poi sarebbe la mia compagna ed io. Amore completamente ricambiato al di più di cento volte, forse ‘studiando’ un cane, che per forza non deve essere di razza pura ( che poi la razza pura è indistinguibile perché non esiste), gli occhi di un cane di qualsiasi razza o quelli di un meticcio, sono assolutamente identici l’uno dall’altro, sono occhi che parlano d’amore, è l’ultima frase non sia cosa fatta per la bisogna, sono occhi languidi, vispi, allegri, tristi, malinconici, amorevoli, arrendevoli, sottomessi, grintosi e festosi. Gli occhi dei cani sono lo specchio del loro essere animali. Indifesi, timide creature del Creato, perciò degne del massimo rispetto. Ed è ovvio e scontato per un cuore puro, associare gli occhi di qualsiasi altra specie animale a ciò che descritto per gli occhi di un cane… ma si sta scrivendo di loro… i nobili cani che in questo racconto si fanno portavoce di tutti loro fratelli e sorelle animali.

La Minnie è una opportunista perché quando va a dormire si lascia mordicchiare le orecchie dal Roccia se in cambio vuole che lui gliele lecchi per pulirgliele ma se è stanca gli ringhia contro come per dire lasciami stare.  Sembra di vedere le gag di Sandra e Vianello, un continuo cercare di allontanarsi per non poter fare a meno l’uno dell’altro, che è ciò che dovremmo fare noi ‘umani’.

La Mini è furba, è femmina ed è normale sia così, che per fortuna dell’uomo la furbizia delle ‘femmine’ non è mai maliziosa se parlandogli si usa il linguaggio dell’amore, altrimenti diviene una lama a doppio taglio… e fa male. La Mini adora le castagne, bollite o caldarroste, le divora con una avidità incredibile. Quando solo ne sente il rumore dal rimuoverle in cucina dal loro involucro, si erge con le zampette sulla spalliera del divano dove stava comodamente oziando contornata dalla sua copertina personale in pile leopardato. Una copertina che portai dalla Romania in una delle mie numerose visite in questa meravigliosa terra a Est.

Un lembo di stoffa comprato nel lontano “2003” in un mercatino di Bacaü, una ridente cittadina che via monti, faceva da confine con la Moldavia. Minnie a quel tempo non era ancora nata e nemmeno la sua mamma… in un paese dell’Est Europa. Si perché l’amico che mi diede la Mini disse che era di nazionalità italiana… ma io sentii subito che non poteva essere nata in Italia. Sentivo ‘chiaramente’ ‘l’odore’ dei paesi da cui proveniva un cucciolo di cane.

Quattro anni di ‘allevatore’ di cani e un minimo d’esperienza nelle nari mi è rimasto, ma lo stesso tutto ciò non ha importanza perché un cane può venire anche dall’inferno per essere accolto… tanto, sarebbe stato espulso dalle viscere infuocate della terra, perché di amore ‘indistruttibile’, e quindi non può fare e dare che amore… ma ho ‘lasciato’ la Mini con le sue zampette tese e gli occhi sbarrati sulla sponda del divano. Lei è la, la Mini e in pol position, ha sentito che si cucinavano castagne, che cotte al forno, arrostite al fuoco o bollite con alloro e un pizzico di sale, per la più che cucciolotta Mini non faceva e non fa differenza alcuna.  Sembra una tossico dipendente da castagne. Nessun altro tipo di cibo la rende con lo sguardo più severo.

Gliela si può sbriciolare o lasciare le due metà di una castagna integre, la Mini le pulisce con cura maniacale. Un cane a cui piacciono le castagne in modo spasmodico. Incomprensibile. Quante cose cerchiamo di imparare e una Mini e lì pronta a farti abbassare le arie, pensavi di conquistare il mondo è non sai comprendere il tuo cane. Perché comprenderlo? È un cane! che importanza ha comprenderlo? Un cane ha Amore dentro se, quanto noi umani non potremmo avere in mille vite, un Cane è un animale nobile come il maiale, come lo scarafaggio, come il leone… difficile comprendere perché non può essere un lecito dubbio del che non sia nobile quanto l’uomo.

“La vita coi cani è strana. Diventerai, senza nessuno che te lo insegni o ti spieghi come farlo, il capo branco di un cane che sarà pronto a qualunque cosa per te non appena saprà riconoscere il tuo odore e la tua voce.
La vita coi cani è misteriosa. Sarai spiato da un Grande Fratello peloso che non perderà nessun tuo movimento, specialmente quando capirà dove sono la cucina ed il recipiente dei biscotti.
La vita coi cani è crescere. Non puoi farci niente, non puoi fermare il tempo perché quel cucciolo che hai tenuto in braccio crescerà troppo velocemente, per diventare il grande amico che ti vorrà accompagnare ovunque andrai. I cuccioli durano troppo poco.
La vita coi cani è confronto. Avrai sempre uno sguardo con il quale misurarti, affogherai senza poterti salvare nelle profondità inimmaginabili degli occhi di un cane. Dove la gente crede che non ci sia un’anima.
La vita coi cani è sincera. Non avrai bisogno di raccontar loro una bugia o delle storie inventate perché tanto, qualunque cosa tu dica loro, i cani la sanno. Sempre.
La vita coi cani è scomoda. Ti ritroverai una sera d’inverno, con la tramontana che ti graffia il viso ed il gelo che ti arriva alle ossa, a passeggiare da solo con il tuo cane che corre e scodinzola felice, incurante del vento che gli arruffa il pelo e del caldo che avete lasciato in casa.
La vita coi cani è buffa. Parlerai con un essere che non ti potrà mai rispondere e che però ascolterà ogni tua parola, con così tanta attenzione ed interesse che non ritroverai in nessun altro uomo o donna al mondo.
La vita coi cani è ritorno a casa. Nessuno come il tuo cane sarà felice di vederti ogni volta che spunterai dalla porta dalla quale ti ha visto andar via; imparerà i tuoi orari, riconoscerà il tuo passo e sarà lì ad aspettarti, anche quando sarà vecchio e stanco, saltando di gioia come se non ti vedesse da un mese.
Anche se sei uscito per comprare il giornale.
La vita coi cani è rinuncia. Perderai a poco poco quella porzione di divano su cui stavi tanto comodo, dove ti godevi il riposo ed il meritato relax dopo giornate faticose e noiose. E la cosa bella sarà che non ti dispiacerà affatto.
La vita coi cani è comunione. Dividerai il tuo ultimo boccone con il tuo cane, perché non potrai resistere al suo sguardo implorante che hai incrociato purtroppo per te mentre stavi cenando.
La vita coi cani è insegnamento. Sono loro che ti mostreranno, semplicemente correndo in un prato o sulla riva del mare, la bellezza di una giornata di sole e l’importanza di stupirsi -ogni volta- davanti alle cose semplici.
La vita coi cani è amore. Quello che proverai ad emulare, che proverai a restituire al tuo cane senza però riuscirci. Ma cimentarti in questa prova sarà una delle tue imprese più entusiasmanti.
La vita coi cani è un viaggio. Nessun sentiero di montagna ti sembrerà lo stesso dopo che lo avrai percorso insieme al tuo cane: ricorderai profumi, odori e colori del bosco che prima non avevi sentito o visto; proprio come succederà per il tratto di vita che farete insieme.
La vita coi cani è una parentesi. Per te è una parte della tua vita, un dolce intervallo fra mille impegni e anni da riempire di cose da fare, un breve cammino insieme ad un cane che tu ben sai, ad un certo punto, si fermerà per lasciarti andare da solo. Invece per il tuo cane, la tua vita è tutto.”

Io e Susy desiderammo avere come compagno un Cane. Forse più io che la mia compagna desideravo avere un Cane… o meglio, un cagnolino. Dopo un periodo di stasi, a metà della vita d’un secolo, riaffiorarono i ricordi di un bel passato e tra le tante ‘attività’ intraprese fino ad allora della mia gioventù, intrapresi pure l’essere un allevatore multirazze canine. All’epoca rispettavo gli animali con il timore di non dovergli fare mai del male, lo stesso non andavo oltre e come li rispettavo, li ignoravo. Funzionava così al tempo, dividevo un allevamento di cani con un amico di vecchia data, ma se di notte ci trovavamo in discoteca, di certo non impazzivo all’idea di dover abbandonare la bella di turno per una ‘barboncina’ che doveva partorire, la, al “canile”. Mille cose sono successe nella mia vita nel corso di quei quattro meravigliosi lunghissimi anni, e uno in particolare mi rimase in mente. Io e Claudio andammo per la ‘raccolta’ annuale dei cuccioli di ogni razza allevati con cura da alcune persone ungheresi. Ad aspettarci oltre confine, un viale disseminato di auto a destra e sinistra, tutte con il culo della macchina rivolto al centro, bagagliai ben aperti per mostrare la preziosa mercanzia. Erano gli anni “80” e quanto benessere c’era in Italia, tanta povertà c’era in Ungheria. Un viale di un centinaio di metri, e tanti cofani aperti. Si comprava (è brutto dirlo) di tutto, ma mandavo avanti Claudio quando nel bagagliaio c’erano cani da caccia che da noi, in Italia, abbondavano come il numero degli stessi cacciatori italiani. Non ero un “affarista” nel trattare animali, non avrei saputo dire di no a sguardi pietosi di persone che con occhi languidi ti supplicavano di comperare i suoi Bracchi o Setter. Infatti rimanevo un passo indietro a Claudio, ma ciò non impedì a Adrienn di avvicinarsi a me sospinta da una mano sulla sua spalla del padre Andràs. Era una ragazza bruna che dall’apparenza pare avesse “16” anni o su per giù, i suoi occhi eran gonfi di lacrime e quando mi giunse vicina, aprì il bavero del suo spinoso cappotto e apparve la testolina bianca con una chiazza marrone di un minuscolo cane… me lo porse e sbiaciscò in un dialetto a me incomprensibile alcune parole. Feci avvicinare l’uomo che accompagnava me e Claudio in quella ‘raccolta’ che aveva l’incarico di farci da interprete, mi rivolsi alla ragazza dai folti capelli corvini e le  chiesi a gesti di ripetere con calma ciò che mi aveva detto poc’anzi. Piangendo Adrienn si rivolse all’interlocutore e tra le lacrime gli spiegò se io volessi “acquistare” quel meraviglioso cucciolo di Chiwawa. Era evidente che non se ne voleva separare per nessun motivo al mondo, ma il padre con sguardo serioso la ammoniva dal prendere quella decisione. Parlai a Alexander di questa strana per me inquietante vicenda, gli dissi di dire a Adrienn che gli avrei dato un terzo di quanto mi aveva chiesto per cedere il suo amato cucciolo, alla condizione che se lo tenesse per sé. Il padre capì e rispose seccato in vece della figlia che se Adrienn non mi avesse dato quella testolina chiazzata, l’avrebbe castigata severamente! Mi fu tradotto in simultanea, guardai la ragazzina negli occhi dopo avergli sollevato il mento con due dita, gli dissi in italiano mentre Alexander traduceva, porto via il tuo meraviglioso cagnolino e lo terrò come fosse un figlio… tuo papà vuole questo è io ti prometto che lo amerò come l’avresti amato Tu. Diedi il triplo di quanto volevo regalare perché il cagnolino rimanesse con Adrienn e presi tra le braccia il testolina macchiata caffè-latte mentre i singhiozzi di Adrienn si allontanavano con Lei che correva disperata in fondo al viale stringendosi con forza al petto, quel bavero di cappotto ancora caldo del cucciolo che teneva in grembo.  Io che fino ad allora ho avuto l’onore di dividere momenti della mia vita con Pastori bergamaschi, Pastori tedeschi, Rhoot Wailer Terrier di vario tipo e meticci che non scorderò mai, mi ero ritrovato ad avere uno scricciolo di cane caliente messicano d’origine e per circostanze misteriose avuto in affido in terra ungherese fredda un Chiwawa. Tornati in Italia con un notevole ‘carico di bestioline’ graziose che vennero dissetate di acqua ogni 3 ore di viaggio, le sistemammo in un giaciglio caldo nell’allevamento e dopo averle rifocillate con abbondante cibo tornai dalla mia compagna di quel tempo, Patrizia, fu Lei che mi consigliò di chiamare il mio maschietto messicano, Roccia… così agli occhi azzurri di Patty parve è così lo chiamai.

Affettuosissimo cagnolino macchiato che amava starmi sulla spalla quando ero in poltrona e se con la coda dell’occhio lo guardavo ‘storto’, prima mostrava i denti per dissuadermi e se continuavo a guardarlo, passava all’attacco con velocissimi ‘morsetti’ al naso con la velocità di un colibrì, la sfida era evitare quei morsi del Roccia, ma non mi riusciva quasi mai. Mangiava pollo, solo pollo bollito e sbagliai ad assecondarlo perché era sempre in disordine con il pancino e per questo leccava l’erba del giardino in continuazione per procurarsi conati di vomito.